Buongiorno e buon Santo Stefano Cari Dottori, mi scuso per disturbarVi in questo giorno..Vi scrivo p
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Buongiorno e buon Santo Stefano Cari Dottori, mi scuso per disturbarVi in questo giorno..Vi scrivo per avere una Vostra opinione, un aiuto immediato otre a fare terapia..ho 30 anni e studio farmacia, qualche anno fa ho perso mia madre, sono timida, introversa, sensibile.. Sono cresciuta con un padre che mi chiamava bestia, ignorantona pur essendo stata sempre brava a scuola, mai voti bassi..quando cercavo di parlare con lui, la sua risposta era: "finiscila, lasciami stare, lasciami lavorare, fammene andare, tu sei pazza" al liceo agli incontri con i professori, la prima domanda che faceva era: "come si comporta, è educata mia figlia?" (Ho capito col tempo che il sentirsi dire "si è educata "era per sentersi soddisfatto nel senso " e' grazie a me che è educata" mi ha sempre paragonata in negativo alle altre..anche oggi :" quella si è laureata in farmacia a 24 anni". Davanti una infermiera venuta a casa per fargli una puntura disse: "diglielo quanti esami ti mancano, dopo tutti i sacrifici che abbiamo fatto io e tua sorella (ha 13 anni più di me e lavora, non è laureata)" "guarda come fa le punture ed impara " "se avessi imparato a quest'ora non dovevano chiamare una infermiera". "Tutte le mie nipoti sono laureate (e non è vero) nessuno può dire che io non ti ho fatto studiare..ma come ti è venuto in mente di iscriverti in farmacia".."nessun ragazzo ti può volere, capiscono pure che sei pazza, non puoi fare neanche la badante, né lavorare in campagna, non hai il fisico" . Ad oggi pure mia sorella è come lui..mia sorella mi ha detto addirittura: " la figlia del mio capo a 24 anni si è laureata in medicina e fa la specializzazione e fa pure le notti" "i voti dell' università,i 30 tieniteli per la gloria, ormai sei fuori dal giro dell'università " quando mia madre stava male, fece leggere le analisi a questa ragazza e mia sorella disse" solo una studentessa di medicina è riuscita a capire, ci vuole un medico in famiglia" .Anche una amica di mia sorella mi disse: "i corsi li hai seguiti, almeno quello!" Mia sorella presente non ha detto niente in mia difesa..Mia madre non si è mai ribellata, non ha mai risposto in mia difesa. Ora con la morte di madre si aggiungono altre domande: " a casa aiuti, cucini?". Tutto questo invece di darmi forza, rabbia per andarmene, mi indebolisce nonostante alcuni docenti mi abbiano detto "brava" , mi sento apprezzata da loro. Vorrei un consiglio, aiuto oltre la terapia . Vi ringrazio e Vi chiedo scusa.
Gent.ma, prima di tutto mi dispiace che i tuoi sforzi non siano apprezzati dalle figure importanti della tua vita. Iniziamo a capire che le figure importanti non le possiamo scegliere, ma neanche devono diventare la luce del tunnel, ma sono stati importanti per la nostra sopravvivenza iniziale. Adesso quel capitolo finito, è un adulto,ed ogni capitolo della sua vita deve fare quello che a lei piace, quello che riesce a fare, ai suoi tempi, con i suoi modi, per sentire la magia della vita .
Il suo padre sembra una persona molto autoritaria che vuole controllare le situazioni, adesso la sua voce deve abbassarsi nella sua mente, non aspettare dagli altri quello che noi stessi possiamo darci: Amore. In principio, la validazione di sé stessa come brava persona deve venire da se stessa . la sua mente e corpo si dedica a cosa chiedi, quindi serve compassione per lei stessa e anche per lui. L'autocritica interiorizzata del padre deve essere affrontata.
Le auguro di fare terapia per capirsi a 360 gradi, di diventare più compassionevole e, quando l'altro guarda il vuoto del bicchiere, di essere confidente che c’è qualcosa nel bicchiere: che riesce a fare le cose, che ha interessi, che per amore ha dedicato attenzione e tempo ottenendo voti alti e risultati. Adesso è il tempo di fare sacrifici per se stessa, per amarsi di più. Spero che diventi indipendente dal punto di vista finanziario, rispettando il suo corpo e i suoi tempi in tutto quello che vuole fare, e fare un viaggio insieme a uno psicologo a conoscersi meglio.
Il suo padre sembra una persona molto autoritaria che vuole controllare le situazioni, adesso la sua voce deve abbassarsi nella sua mente, non aspettare dagli altri quello che noi stessi possiamo darci: Amore. In principio, la validazione di sé stessa come brava persona deve venire da se stessa . la sua mente e corpo si dedica a cosa chiedi, quindi serve compassione per lei stessa e anche per lui. L'autocritica interiorizzata del padre deve essere affrontata.
Le auguro di fare terapia per capirsi a 360 gradi, di diventare più compassionevole e, quando l'altro guarda il vuoto del bicchiere, di essere confidente che c’è qualcosa nel bicchiere: che riesce a fare le cose, che ha interessi, che per amore ha dedicato attenzione e tempo ottenendo voti alti e risultati. Adesso è il tempo di fare sacrifici per se stessa, per amarsi di più. Spero che diventi indipendente dal punto di vista finanziario, rispettando il suo corpo e i suoi tempi in tutto quello che vuole fare, e fare un viaggio insieme a uno psicologo a conoscersi meglio.
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Gentile utente,
non c’è davvero nessun bisogno di scusarsi. Chiedere aiuto non è un disturbo: è un diritto, come lo è per chiunque stia soffrendo. Il suo messaggio merita ascolto e rispetto.
Da ciò che racconta emerge una storia di svalutazioni ripetute, confronti continui e parole molto dure, ricevute proprio da chi avrebbe dovuto proteggerla. Quando per anni si cresce sentendosi dire di “non essere abbastanza”, è comprensibile che oggi la sua forza si senta fragile: non perché lei lo sia, ma perché è stata ferita a lungo. Il fatto che, nonostante tutto, lei stia studiando, continui il suo percorso e venga riconosciuta dai docenti, dice molto più su di lei di qualsiasi confronto.
Oltre alla terapia, un primo passo può essere iniziare a distinguere la sua voce interiore da quella che le è stata messa addosso: quelle frasi non sono verità, sono ferite. Non deve dimostrare il suo valore a nessuno. Il valore non nasce dalla velocità, dall’età o dai paragoni, ma dalla storia unica di ciascuno.
Si conceda il diritto di essere stanca, sensibile, in cammino. Non è sbagliata: è una persona che ha resistito a lungo e ora sta cercando di prendersi cura di sé. E questo è già un atto di grande forza.
Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
Dott.ssa Veronica Savio
non c’è davvero nessun bisogno di scusarsi. Chiedere aiuto non è un disturbo: è un diritto, come lo è per chiunque stia soffrendo. Il suo messaggio merita ascolto e rispetto.
Da ciò che racconta emerge una storia di svalutazioni ripetute, confronti continui e parole molto dure, ricevute proprio da chi avrebbe dovuto proteggerla. Quando per anni si cresce sentendosi dire di “non essere abbastanza”, è comprensibile che oggi la sua forza si senta fragile: non perché lei lo sia, ma perché è stata ferita a lungo. Il fatto che, nonostante tutto, lei stia studiando, continui il suo percorso e venga riconosciuta dai docenti, dice molto più su di lei di qualsiasi confronto.
Oltre alla terapia, un primo passo può essere iniziare a distinguere la sua voce interiore da quella che le è stata messa addosso: quelle frasi non sono verità, sono ferite. Non deve dimostrare il suo valore a nessuno. Il valore non nasce dalla velocità, dall’età o dai paragoni, ma dalla storia unica di ciascuno.
Si conceda il diritto di essere stanca, sensibile, in cammino. Non è sbagliata: è una persona che ha resistito a lungo e ora sta cercando di prendersi cura di sé. E questo è già un atto di grande forza.
Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
Dott.ssa Veronica Savio
Buongiorno,
concludi la tua lettera chiedendo scusa, di cosa ti devi far perdonare?
Ho l'impressione che in tutto questo racconto tu non ci sia , sembrerà strano sentire queste parole, ma quando dice mia mamma non ha mai detto niente e mia sorella non ha preso le mie difese, mi viene da pensare : e lei si è difesa? e come mai non ha ritenuto necessario farlo?
Quanto crede in quello che fa ? si sente davvero come le fanno credere di essere?
concludi la tua lettera chiedendo scusa, di cosa ti devi far perdonare?
Ho l'impressione che in tutto questo racconto tu non ci sia , sembrerà strano sentire queste parole, ma quando dice mia mamma non ha mai detto niente e mia sorella non ha preso le mie difese, mi viene da pensare : e lei si è difesa? e come mai non ha ritenuto necessario farlo?
Quanto crede in quello che fa ? si sente davvero come le fanno credere di essere?
Cara utente, quella che racconta è una storia molto delicata e molto dolorosa, purtroppo non esiste un aiuto o un consiglio immediato, in quanto la sua reazione a questi eventi è legata ad aspetti personologici che si sono strutturati nel corso della sua vita e che probabilmente costituivano l'unica modalità che sentiva di avere o quella che, per quanto paradossale, era quella meno dolorosa. Ad oggi probabilmente riesce a vedere e a sentire il bisogno di cambiare questa modalità e per farlo occorre un lavoro su sé stessa che possa aiutarla ad elaborare il dolore e a ristrutturare l'immagine che ha di sé. Resto a disposizione sia in presenza che online. Un caro saluto, Dott.ssa Martina De Angelis.
Grazie per aver trovato il coraggio di scrivere e di raccontare una storia così dolorosa e intima. Non stai disturbando: quello che porti merita ascolto e rispetto.
Da ciò che descrivi emerge una lunga esperienza di svalutazione, umiliazione e confronto costante, iniziata molto presto all’interno della tua famiglia. Le parole che ti sono state rivolte negli anni ,da tuo padre prima e da tua sorella poi, non sono semplici “critiche”: sono messaggi ripetuti che colpiscono l’identità, l’autostima e il senso di valore personale. Crescere in un contesto in cui non si viene difesi, riconosciuti o protetti (come nel silenzio di tua madre) lascia segni profondi, soprattutto in una persona sensibile e introspettiva come ti descrivi.
È importante dirlo con chiarezza: non c’è nulla di sbagliato in te. Il fatto che oggi tu ti senta fragile, insicura, bloccata o poco fiduciosa non è il segno di una tua incapacità, ma l’effetto comprensibile di anni passati a sentirti dire che non eri abbastanza, che eri “sbagliata”, che il tuo valore dipendeva dal confronto con gli altri. Quando questo accade, anche i riconoscimenti reali, come i “brava” dei docenti faticano a fare davvero breccia dentro.
La perdita di tua madre rende tutto ancora più complesso: al dolore del lutto si somma l’assenza di quella protezione che, anche se forse fragile, rappresentava comunque un riferimento. È normale che in questo momento tu ti senta più vulnerabile e che le domande e le pretese familiari pesino ancora di più.
Il fatto che tu stia studiando, che abbia proseguito nonostante tutto, che tu cerchi aiuto e metta in parola ciò che vivi, parla di una grande forza interna, anche se oggi non riesci a sentirla come tale. Non tutte le forze sono fatte di rabbia o di ribellione: alcune sono silenziose, resistenti, profonde.
La terapia può essere uno spazio fondamentale per:
rimettere in discussione le voci svalutanti interiorizzate
elaborare il lutto per tua madre e per ciò che non hai ricevuto
ricostruire, passo dopo passo, un senso di valore che non dipenda dal confronto o dall’approvazione familiare
Se lo desideri, possiamo iniziare da qui: dal dare dignità alla tua storia e dal comprendere insieme come proteggerti emotivamente oggi, mentre costruisci una vita più tua, nonostante il contesto da cui provieni.
Grazie ancora per aver scritto. Non sei sola in questo percorso.
Dott.ssa Alessia Mariosa
Da ciò che descrivi emerge una lunga esperienza di svalutazione, umiliazione e confronto costante, iniziata molto presto all’interno della tua famiglia. Le parole che ti sono state rivolte negli anni ,da tuo padre prima e da tua sorella poi, non sono semplici “critiche”: sono messaggi ripetuti che colpiscono l’identità, l’autostima e il senso di valore personale. Crescere in un contesto in cui non si viene difesi, riconosciuti o protetti (come nel silenzio di tua madre) lascia segni profondi, soprattutto in una persona sensibile e introspettiva come ti descrivi.
È importante dirlo con chiarezza: non c’è nulla di sbagliato in te. Il fatto che oggi tu ti senta fragile, insicura, bloccata o poco fiduciosa non è il segno di una tua incapacità, ma l’effetto comprensibile di anni passati a sentirti dire che non eri abbastanza, che eri “sbagliata”, che il tuo valore dipendeva dal confronto con gli altri. Quando questo accade, anche i riconoscimenti reali, come i “brava” dei docenti faticano a fare davvero breccia dentro.
La perdita di tua madre rende tutto ancora più complesso: al dolore del lutto si somma l’assenza di quella protezione che, anche se forse fragile, rappresentava comunque un riferimento. È normale che in questo momento tu ti senta più vulnerabile e che le domande e le pretese familiari pesino ancora di più.
Il fatto che tu stia studiando, che abbia proseguito nonostante tutto, che tu cerchi aiuto e metta in parola ciò che vivi, parla di una grande forza interna, anche se oggi non riesci a sentirla come tale. Non tutte le forze sono fatte di rabbia o di ribellione: alcune sono silenziose, resistenti, profonde.
La terapia può essere uno spazio fondamentale per:
rimettere in discussione le voci svalutanti interiorizzate
elaborare il lutto per tua madre e per ciò che non hai ricevuto
ricostruire, passo dopo passo, un senso di valore che non dipenda dal confronto o dall’approvazione familiare
Se lo desideri, possiamo iniziare da qui: dal dare dignità alla tua storia e dal comprendere insieme come proteggerti emotivamente oggi, mentre costruisci una vita più tua, nonostante il contesto da cui provieni.
Grazie ancora per aver scritto. Non sei sola in questo percorso.
Dott.ssa Alessia Mariosa
Buongiorno, nel tuo messaggio hai messo molti virgolettati delle parole che ti vengono rivolte e che ti sminuiscono. Prova ora a mettere nero su bianco quelle che invece sono legate alle tue riuscite quotidiane, grandi o piccole che siano, come ad esempio quelle dei tuoi insegnanti o quelle che tu stessa senti di poterti attribuire. E' importante ascoltare la voce di chi ti stima capace, in accordo con la tua stessa voce quando ti riconosci capace. Prova a iniziare da questo proprio per intraprendere la tua strada, non per andartene con rabbia, ma per ricavarti lo spazio per diventare quello che desideri. Se non puoi cambiare il modo in cui tuo padre o tua sorella si rivolgono a te, puoi però volgere lo sguardo anche altrove, dove di te si dice bene. Non importa se timida o insicura, inizia a guardarti con simpatia e potrai scorgere un panorama rinnovato e provare ad abitarlo con rinnovato impegno e dedizione. Ebbene, questo è il mio augurio per il nuovo anno.
Spero che le mie parole possano esserti utili.
Saluti
Spero che le mie parole possano esserti utili.
Saluti
Gentile paziente,
quello che descrive non è fragilità “di carattere”, ma il risultato di anni di svalutazione emotiva costante, vissuta in una famiglia in cui l’amore sembra essere stato legato alla prestazione, al confronto e all’umiliazione.
Le parole che ha ricevuto da suo padre e, oggi, da sua sorella non sono semplici critiche: sono messaggi ripetuti che colpiscono l’identità, il valore personale e la fiducia in sé. Crescere sentendosi dire di essere “pazza”, “incapace”, “inferiore”, soprattutto quando si è in realtà una ragazza impegnata, studiosa e sensibile, crea una ferita profonda che porta a interiorizzare quelle voci. È per questo che, nonostante i riconoscimenti dei docenti, lei fatica a sentirsi davvero valida: dentro di sé continua a risuonare il giudizio familiare, che pesa più di qualsiasi elogio esterno.
La perdita di sua madre ha aggravato tutto perché lei era, anche solo silenziosamente, una figura di contenimento. Il fatto che non l’abbia difesa non significa che non le volesse bene, ma oggi quella mancanza si somma al dolore del lutto e la lascia più esposta, più sola, più vulnerabile alle parole degli altri. È comprensibile che questo non le dia rabbia, ma la indebolisca: quando si è cresciuti cercando approvazione, la svalutazione non spinge alla fuga, ma alla paralisi.
È importante dirle una cosa con chiarezza: il problema non è lei, non è il suo percorso, non è la sua età, non è la facoltà che ha scelto. Il problema è un contesto familiare che ha confuso l’amore con il controllo e il valore con la competizione. Il continuo paragone con altri serve a chi lo fa per sentirsi superiore, non a spronare chi lo subisce.
Oltre alla terapia, che è fondamentale e va assolutamente proseguita, può iniziare a lavorare su alcuni punti concreti:
riconoscere che quelle frasi non sono verità, ma proiezioni; ridurre, per quanto possibile, l’esposizione a commenti svalutanti; iniziare a costruire una voce interna alternativa, più realistica e rispettosa, anche se all’inizio sembra debole; dare valore ai riscontri esterni sani, come quelli dei suoi docenti, senza sminuirli; smettere di spiegarsi e giustificarsi con chi non è disposto ad ascoltare
Lei non deve dimostrare nulla a nessuno. Non deve laurearsi per riscattarsi, né diventare“abbastanza” per meritare rispetto. Il suo valore non dipende dall’età, dal confronto con altri, né dal giudizio di chi l’ha ferita.
Il fatto che lei sia sensibile, introversa e timida non è un difetto, ma una struttura emotiva che, se sostenuta, può diventare una grande risorsa. Ora ha bisogno di protezione, non di ulteriori prove da superare.
Continui il percorso terapeutico e, se possibile, lavori specificamente sull’autostima e sulle ferite da svalutazione familiare. Non è un percorso rapido, ma è profondamente liberatorio.
Un caro saluto,
Dott.ssa Alina Mustatea
Psicologa clinica e giuridica
Psicodiagnosta clinica e forense
Coordinatore genitoriale
Se sente il bisogno di un supporto più mirato per elaborare queste dinamiche familiari e rafforzare il senso di sé, può prenotare una visita.
quello che descrive non è fragilità “di carattere”, ma il risultato di anni di svalutazione emotiva costante, vissuta in una famiglia in cui l’amore sembra essere stato legato alla prestazione, al confronto e all’umiliazione.
Le parole che ha ricevuto da suo padre e, oggi, da sua sorella non sono semplici critiche: sono messaggi ripetuti che colpiscono l’identità, il valore personale e la fiducia in sé. Crescere sentendosi dire di essere “pazza”, “incapace”, “inferiore”, soprattutto quando si è in realtà una ragazza impegnata, studiosa e sensibile, crea una ferita profonda che porta a interiorizzare quelle voci. È per questo che, nonostante i riconoscimenti dei docenti, lei fatica a sentirsi davvero valida: dentro di sé continua a risuonare il giudizio familiare, che pesa più di qualsiasi elogio esterno.
La perdita di sua madre ha aggravato tutto perché lei era, anche solo silenziosamente, una figura di contenimento. Il fatto che non l’abbia difesa non significa che non le volesse bene, ma oggi quella mancanza si somma al dolore del lutto e la lascia più esposta, più sola, più vulnerabile alle parole degli altri. È comprensibile che questo non le dia rabbia, ma la indebolisca: quando si è cresciuti cercando approvazione, la svalutazione non spinge alla fuga, ma alla paralisi.
È importante dirle una cosa con chiarezza: il problema non è lei, non è il suo percorso, non è la sua età, non è la facoltà che ha scelto. Il problema è un contesto familiare che ha confuso l’amore con il controllo e il valore con la competizione. Il continuo paragone con altri serve a chi lo fa per sentirsi superiore, non a spronare chi lo subisce.
Oltre alla terapia, che è fondamentale e va assolutamente proseguita, può iniziare a lavorare su alcuni punti concreti:
riconoscere che quelle frasi non sono verità, ma proiezioni; ridurre, per quanto possibile, l’esposizione a commenti svalutanti; iniziare a costruire una voce interna alternativa, più realistica e rispettosa, anche se all’inizio sembra debole; dare valore ai riscontri esterni sani, come quelli dei suoi docenti, senza sminuirli; smettere di spiegarsi e giustificarsi con chi non è disposto ad ascoltare
Lei non deve dimostrare nulla a nessuno. Non deve laurearsi per riscattarsi, né diventare“abbastanza” per meritare rispetto. Il suo valore non dipende dall’età, dal confronto con altri, né dal giudizio di chi l’ha ferita.
Il fatto che lei sia sensibile, introversa e timida non è un difetto, ma una struttura emotiva che, se sostenuta, può diventare una grande risorsa. Ora ha bisogno di protezione, non di ulteriori prove da superare.
Continui il percorso terapeutico e, se possibile, lavori specificamente sull’autostima e sulle ferite da svalutazione familiare. Non è un percorso rapido, ma è profondamente liberatorio.
Un caro saluto,
Dott.ssa Alina Mustatea
Psicologa clinica e giuridica
Psicodiagnosta clinica e forense
Coordinatore genitoriale
Se sente il bisogno di un supporto più mirato per elaborare queste dinamiche familiari e rafforzare il senso di sé, può prenotare una visita.
Buongiorno,
Grazie per aver condiviso la sua storia, comprendo quanto possa essere difficile vivere in un contesto familiare dove i riconoscimenti e la valorizzazione delle proprie capacità sono stati scarsi o assenti, e dove le parole di critica e confronto hanno generato sensi di inadeguatezza. La perdita di sua madre, la presenza di un padre e di una sorella che hanno esercitato pressioni o svalutazioni costanti, e il fatto di crescere in un ambiente emotivamente critico possono influenzare profondamente la stima di sé, la sicurezza nelle relazioni e il senso di autoefficacia.
È importante riconoscere che ciò che ha vissuto non definisce il suo valore: il suo impegno nello studio, i risultati universitari e il riscontro positivo dei docenti dimostrano competenza e dedizione. Le critiche ricevute in famiglia riflettono più le insicurezze e i limiti degli altri che le sue reali capacità. Sentimenti di ansia, inadeguatezza o difficoltà a godersi i propri successi sono comprensibili in questo contesto.
Accanto al percorso terapeutico, possono essere utili strategie pratiche come:
Riconoscere e celebrare i propri successi, anche piccoli, senza aspettare approvazione esterna.
Imparare a stabilire confini emotivi con chi critica o svaluta, proteggendo il proprio benessere.
Coltivare relazioni supportive e ambienti in cui ci si sente apprezzati e compresi.
Scrivere o riflettere sulle proprie emozioni, per comprendere meglio i propri bisogni e differenziarli da quelli degli altri.
Questi strumenti possono dare sollievo immediato, ma il supporto di uno specialista è fondamentale per affrontare in profondità le dinamiche familiari, il lutto e il rafforzamento della propria autostima.
Un consiglio personale: prendersi cura di sé, dei propri successi e delle proprie emozioni è un atto di coraggio e non di egoismo.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuolog
Grazie per aver condiviso la sua storia, comprendo quanto possa essere difficile vivere in un contesto familiare dove i riconoscimenti e la valorizzazione delle proprie capacità sono stati scarsi o assenti, e dove le parole di critica e confronto hanno generato sensi di inadeguatezza. La perdita di sua madre, la presenza di un padre e di una sorella che hanno esercitato pressioni o svalutazioni costanti, e il fatto di crescere in un ambiente emotivamente critico possono influenzare profondamente la stima di sé, la sicurezza nelle relazioni e il senso di autoefficacia.
È importante riconoscere che ciò che ha vissuto non definisce il suo valore: il suo impegno nello studio, i risultati universitari e il riscontro positivo dei docenti dimostrano competenza e dedizione. Le critiche ricevute in famiglia riflettono più le insicurezze e i limiti degli altri che le sue reali capacità. Sentimenti di ansia, inadeguatezza o difficoltà a godersi i propri successi sono comprensibili in questo contesto.
Accanto al percorso terapeutico, possono essere utili strategie pratiche come:
Riconoscere e celebrare i propri successi, anche piccoli, senza aspettare approvazione esterna.
Imparare a stabilire confini emotivi con chi critica o svaluta, proteggendo il proprio benessere.
Coltivare relazioni supportive e ambienti in cui ci si sente apprezzati e compresi.
Scrivere o riflettere sulle proprie emozioni, per comprendere meglio i propri bisogni e differenziarli da quelli degli altri.
Questi strumenti possono dare sollievo immediato, ma il supporto di uno specialista è fondamentale per affrontare in profondità le dinamiche familiari, il lutto e il rafforzamento della propria autostima.
Un consiglio personale: prendersi cura di sé, dei propri successi e delle proprie emozioni è un atto di coraggio e non di egoismo.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuolog
Buongiorno. La sofferenza che descrive è l'esito diretto di una crescita in un ambiente familiare profondamente svalutante. Le etichette verbali che ha subito fin dall'infanzia non sono descrizioni della sua persona, ma proiezioni dei limiti emotivi e delle insicurezze di suo padre e sua sorella. Quando un figlio viene insultato o sminuito nonostante i suoi successi, si genera un fenomeno chiamato "impotenza appresa": il sistema emotivo smette di reagire con la rabbia, come lei stessa dice, e scivola nella debolezza perché impara che, qualunque cosa faccia, non otterrà mai il riconoscimento e la protezione che merita.
Il paragone costante con gli altri viene usato dai suoi familiari come uno strumento di controllo per gestire le proprie frustrazioni, non per stimolare la sua crescita. Il fatto che lei riceva apprezzamenti dai docenti universitari è un dato di realtà oggettivo fondamentale: è la prova che le sue capacità sono reali e che la narrazione familiare è, di fatto, falsa e distorta. In questo momento, la sua sensibilità viene schiacciata da queste dinamiche, ma è proprio quella risorsa che le permetterà di essere una professionista empatica una volta terminati gli studi.
Oltre alla terapia, è essenziale iniziare a praticare un distanziamento emotivo dai commenti dei suoi familiari, trattandoli come rumore di fondo privo di verità oggettiva. È doloroso, ma non è più funzionale cercare difesa o approvazione in chi non ha gli strumenti emotivi per dargliela. Cerchi invece di nutrire i legami con chi, come i suoi professori, le restituisce un'immagine corretta di sé stessa. Ogni esame superato in una facoltà complessa come Farmacia è un atto di libertà e un passo concreto verso l'indipendenza economica, che sarà la sua vera e definitiva protezione.
Le auguro buon inizio anno nuovo, e resto a disposizione,
Saluti
Dott. ssa LEV
Il paragone costante con gli altri viene usato dai suoi familiari come uno strumento di controllo per gestire le proprie frustrazioni, non per stimolare la sua crescita. Il fatto che lei riceva apprezzamenti dai docenti universitari è un dato di realtà oggettivo fondamentale: è la prova che le sue capacità sono reali e che la narrazione familiare è, di fatto, falsa e distorta. In questo momento, la sua sensibilità viene schiacciata da queste dinamiche, ma è proprio quella risorsa che le permetterà di essere una professionista empatica una volta terminati gli studi.
Oltre alla terapia, è essenziale iniziare a praticare un distanziamento emotivo dai commenti dei suoi familiari, trattandoli come rumore di fondo privo di verità oggettiva. È doloroso, ma non è più funzionale cercare difesa o approvazione in chi non ha gli strumenti emotivi per dargliela. Cerchi invece di nutrire i legami con chi, come i suoi professori, le restituisce un'immagine corretta di sé stessa. Ogni esame superato in una facoltà complessa come Farmacia è un atto di libertà e un passo concreto verso l'indipendenza economica, che sarà la sua vera e definitiva protezione.
Le auguro buon inizio anno nuovo, e resto a disposizione,
Saluti
Dott. ssa LEV
Buongiorno, la persona più indicata per aiutarla è il suo terapista, visto che la conosce. Cordiali c studio.
Cara,
non c’è nulla per cui tu debba chiedere scusa: il fatto stesso che tu lo faccia due volte dice molto di quanto, nel tempo, tu abbia imparato a “rimpicciolirti” per non disturbare.
Da quello che scrivi emerge un contesto familiare che, invece di sostenere, svaluta: commenti, silenzi, paragoni continui. Quando queste dinamiche si ripetono nel tempo, soprattutto in momenti già molto dolorosi come la malattia e la perdita di una madre, possono minare profondamente la fiducia in sé, anche in persone competenti e capaci.
Il fatto che tu impieghi più tempo nel tuo percorso universitario non dice nulla del tuo valore né delle tue capacità. Ognuno ha tempi diversi, storie diverse, pesi diversi sulle spalle. Il riconoscimento che ricevi dai docenti è un dato reale e merita spazio quanto – se non più – delle voci svalutanti che ti circondano.
È comprensibile che, invece di sentire rabbia e spinta ad andare via, tu ti senta indebolita: crescere in ambienti poco validanti spesso spegne l’energia prima che possa trasformarsi in forza.
In situazioni come questa, il supporto di un professionista può aiutare a dare un nome a ciò che stai vivendo e a distinguere ciò che gli altri proiettano su di te da ciò che realmente ti appartiene.
Il fatto che tu senta il bisogno di chiedere aiuto è già un segnale di consapevolezza, non di fragilità.
Spero che queste parole possano offrirti uno spunto di riflessione.
Un caro saluto.
non c’è nulla per cui tu debba chiedere scusa: il fatto stesso che tu lo faccia due volte dice molto di quanto, nel tempo, tu abbia imparato a “rimpicciolirti” per non disturbare.
Da quello che scrivi emerge un contesto familiare che, invece di sostenere, svaluta: commenti, silenzi, paragoni continui. Quando queste dinamiche si ripetono nel tempo, soprattutto in momenti già molto dolorosi come la malattia e la perdita di una madre, possono minare profondamente la fiducia in sé, anche in persone competenti e capaci.
Il fatto che tu impieghi più tempo nel tuo percorso universitario non dice nulla del tuo valore né delle tue capacità. Ognuno ha tempi diversi, storie diverse, pesi diversi sulle spalle. Il riconoscimento che ricevi dai docenti è un dato reale e merita spazio quanto – se non più – delle voci svalutanti che ti circondano.
È comprensibile che, invece di sentire rabbia e spinta ad andare via, tu ti senta indebolita: crescere in ambienti poco validanti spesso spegne l’energia prima che possa trasformarsi in forza.
In situazioni come questa, il supporto di un professionista può aiutare a dare un nome a ciò che stai vivendo e a distinguere ciò che gli altri proiettano su di te da ciò che realmente ti appartiene.
Il fatto che tu senta il bisogno di chiedere aiuto è già un segnale di consapevolezza, non di fragilità.
Spero che queste parole possano offrirti uno spunto di riflessione.
Un caro saluto.
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