Buongiorno e buon Santo Stefano Cari Dottori, mi scuso per disturbarVi in questo giorno..Vi scrivo p

24 risposte
Buongiorno e buon Santo Stefano Cari Dottori, mi scuso per disturbarVi in questo giorno..Vi scrivo per avere una Vostra opinione, un aiuto immediato otre a fare terapia..ho 30 anni e studio farmacia, qualche anno fa ho perso mia madre, sono timida, introversa, sensibile.. Sono cresciuta con un padre che mi chiamava bestia, ignorantona pur essendo stata sempre brava a scuola, mai voti bassi..quando cercavo di parlare con lui, la sua risposta era: "finiscila, lasciami stare, lasciami lavorare, fammene andare, tu sei pazza" al liceo agli incontri con i professori, la prima domanda che faceva era: "come si comporta, è educata mia figlia?" (Ho capito col tempo che il sentirsi dire "si è educata "era per sentersi soddisfatto nel senso " e' grazie a me che è educata" mi ha sempre paragonata in negativo alle altre..anche oggi :" quella si è laureata in farmacia a 24 anni". Davanti una infermiera venuta a casa per fargli una puntura disse: "diglielo quanti esami ti mancano, dopo tutti i sacrifici che abbiamo fatto io e tua sorella (ha 13 anni più di me e lavora, non è laureata)" "guarda come fa le punture ed impara " "se avessi imparato a quest'ora non dovevano chiamare una infermiera". "Tutte le mie nipoti sono laureate (e non è vero) nessuno può dire che io non ti ho fatto studiare..ma come ti è venuto in mente di iscriverti in farmacia".."nessun ragazzo ti può volere, capiscono pure che sei pazza, non puoi fare neanche la badante, né lavorare in campagna, non hai il fisico" . Ad oggi pure mia sorella è come lui..mia sorella mi ha detto addirittura: " la figlia del mio capo a 24 anni si è laureata in medicina e fa la specializzazione e fa pure le notti" "i voti dell' università,i 30 tieniteli per la gloria, ormai sei fuori dal giro dell'università " quando mia madre stava male, fece leggere le analisi a questa ragazza e mia sorella disse" solo una studentessa di medicina è riuscita a capire, ci vuole un medico in famiglia" .Anche una amica di mia sorella mi disse: "i corsi li hai seguiti, almeno quello!" Mia sorella presente non ha detto niente in mia difesa..Mia madre non si è mai ribellata, non ha mai risposto in mia difesa. Ora con la morte di madre si aggiungono altre domande: " a casa aiuti, cucini?". Tutto questo invece di darmi forza, rabbia per andarmene, mi indebolisce nonostante alcuni docenti mi abbiano detto "brava" , mi sento apprezzata da loro. Vorrei un consiglio, aiuto oltre la terapia . Vi ringrazio e Vi chiedo scusa.
Dott.ssa Roxana Munteanu
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Gent.ma, prima di tutto mi dispiace che i tuoi sforzi non siano apprezzati dalle figure importanti della tua vita. Iniziamo a capire che le figure importanti non le possiamo scegliere, ma neanche devono diventare la luce del tunnel, ma sono stati importanti per la nostra sopravvivenza iniziale. Adesso quel capitolo finito, è un adulto,ed ogni capitolo della sua vita deve fare quello che a lei piace, quello che riesce a fare, ai suoi tempi, con i suoi modi, per sentire la magia della vita .

Il suo padre sembra una persona molto autoritaria che vuole controllare le situazioni, adesso la sua voce deve abbassarsi nella sua mente, non aspettare dagli altri quello che noi stessi possiamo darci: Amore. In principio, la validazione di sé stessa come brava persona deve venire da se stessa . la sua mente e corpo si dedica a cosa chiedi, quindi serve compassione per lei stessa e anche per lui. L'autocritica interiorizzata del padre deve essere affrontata.


Le auguro di fare terapia per capirsi a 360 gradi, di diventare più compassionevole e, quando l'altro guarda il vuoto del bicchiere, di essere confidente che c’è qualcosa nel bicchiere: che riesce a fare le cose, che ha interessi, che per amore ha dedicato attenzione e tempo ottenendo voti alti e risultati. Adesso è il tempo di fare sacrifici per se stessa, per amarsi di più. Spero che diventi indipendente dal punto di vista finanziario, rispettando il suo corpo e i suoi tempi in tutto quello che vuole fare, e fare un viaggio insieme a uno psicologo a conoscersi meglio.

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Dott.ssa Veronica Savio
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Medolla
Gentile utente,
non c’è davvero nessun bisogno di scusarsi. Chiedere aiuto non è un disturbo: è un diritto, come lo è per chiunque stia soffrendo. Il suo messaggio merita ascolto e rispetto.
Da ciò che racconta emerge una storia di svalutazioni ripetute, confronti continui e parole molto dure, ricevute proprio da chi avrebbe dovuto proteggerla. Quando per anni si cresce sentendosi dire di “non essere abbastanza”, è comprensibile che oggi la sua forza si senta fragile: non perché lei lo sia, ma perché è stata ferita a lungo. Il fatto che, nonostante tutto, lei stia studiando, continui il suo percorso e venga riconosciuta dai docenti, dice molto più su di lei di qualsiasi confronto.
Oltre alla terapia, un primo passo può essere iniziare a distinguere la sua voce interiore da quella che le è stata messa addosso: quelle frasi non sono verità, sono ferite. Non deve dimostrare il suo valore a nessuno. Il valore non nasce dalla velocità, dall’età o dai paragoni, ma dalla storia unica di ciascuno.
Si conceda il diritto di essere stanca, sensibile, in cammino. Non è sbagliata: è una persona che ha resistito a lungo e ora sta cercando di prendersi cura di sé. E questo è già un atto di grande forza.
Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
Dott.ssa Veronica Savio
Dott. Fabio Nenci
Psicologo clinico, Psicologo
San Maurizio Canavese
Buongiorno,
concludi la tua lettera chiedendo scusa, di cosa ti devi far perdonare?
Ho l'impressione che in tutto questo racconto tu non ci sia , sembrerà strano sentire queste parole, ma quando dice mia mamma non ha mai detto niente e mia sorella non ha preso le mie difese, mi viene da pensare : e lei si è difesa? e come mai non ha ritenuto necessario farlo?
Quanto crede in quello che fa ? si sente davvero come le fanno credere di essere?
Dott.ssa Martina De Angelis
Psicologo, Psicologo clinico
Monterotondo
Cara utente, quella che racconta è una storia molto delicata e molto dolorosa, purtroppo non esiste un aiuto o un consiglio immediato, in quanto la sua reazione a questi eventi è legata ad aspetti personologici che si sono strutturati nel corso della sua vita e che probabilmente costituivano l'unica modalità che sentiva di avere o quella che, per quanto paradossale, era quella meno dolorosa. Ad oggi probabilmente riesce a vedere e a sentire il bisogno di cambiare questa modalità e per farlo occorre un lavoro su sé stessa che possa aiutarla ad elaborare il dolore e a ristrutturare l'immagine che ha di sé. Resto a disposizione sia in presenza che online. Un caro saluto, Dott.ssa Martina De Angelis.
Dott.ssa Alessia Mariosa
Psicologo, Psicologo clinico
Settimo Milanese
Grazie per aver trovato il coraggio di scrivere e di raccontare una storia così dolorosa e intima. Non stai disturbando: quello che porti merita ascolto e rispetto.

Da ciò che descrivi emerge una lunga esperienza di svalutazione, umiliazione e confronto costante, iniziata molto presto all’interno della tua famiglia. Le parole che ti sono state rivolte negli anni ,da tuo padre prima e da tua sorella poi, non sono semplici “critiche”: sono messaggi ripetuti che colpiscono l’identità, l’autostima e il senso di valore personale. Crescere in un contesto in cui non si viene difesi, riconosciuti o protetti (come nel silenzio di tua madre) lascia segni profondi, soprattutto in una persona sensibile e introspettiva come ti descrivi.

È importante dirlo con chiarezza: non c’è nulla di sbagliato in te. Il fatto che oggi tu ti senta fragile, insicura, bloccata o poco fiduciosa non è il segno di una tua incapacità, ma l’effetto comprensibile di anni passati a sentirti dire che non eri abbastanza, che eri “sbagliata”, che il tuo valore dipendeva dal confronto con gli altri. Quando questo accade, anche i riconoscimenti reali, come i “brava” dei docenti faticano a fare davvero breccia dentro.

La perdita di tua madre rende tutto ancora più complesso: al dolore del lutto si somma l’assenza di quella protezione che, anche se forse fragile, rappresentava comunque un riferimento. È normale che in questo momento tu ti senta più vulnerabile e che le domande e le pretese familiari pesino ancora di più.

Il fatto che tu stia studiando, che abbia proseguito nonostante tutto, che tu cerchi aiuto e metta in parola ciò che vivi, parla di una grande forza interna, anche se oggi non riesci a sentirla come tale. Non tutte le forze sono fatte di rabbia o di ribellione: alcune sono silenziose, resistenti, profonde.

La terapia può essere uno spazio fondamentale per:

rimettere in discussione le voci svalutanti interiorizzate

elaborare il lutto per tua madre e per ciò che non hai ricevuto

ricostruire, passo dopo passo, un senso di valore che non dipenda dal confronto o dall’approvazione familiare

Se lo desideri, possiamo iniziare da qui: dal dare dignità alla tua storia e dal comprendere insieme come proteggerti emotivamente oggi, mentre costruisci una vita più tua, nonostante il contesto da cui provieni.

Grazie ancora per aver scritto. Non sei sola in questo percorso.

Dott.ssa Alessia Mariosa
Dott.ssa Laura Bocci
Psicologo, Psicologo clinico, Terapeuta
Jesi
Buongiorno, nel tuo messaggio hai messo molti virgolettati delle parole che ti vengono rivolte e che ti sminuiscono. Prova ora a mettere nero su bianco quelle che invece sono legate alle tue riuscite quotidiane, grandi o piccole che siano, come ad esempio quelle dei tuoi insegnanti o quelle che tu stessa senti di poterti attribuire. E' importante ascoltare la voce di chi ti stima capace, in accordo con la tua stessa voce quando ti riconosci capace. Prova a iniziare da questo proprio per intraprendere la tua strada, non per andartene con rabbia, ma per ricavarti lo spazio per diventare quello che desideri. Se non puoi cambiare il modo in cui tuo padre o tua sorella si rivolgono a te, puoi però volgere lo sguardo anche altrove, dove di te si dice bene. Non importa se timida o insicura, inizia a guardarti con simpatia e potrai scorgere un panorama rinnovato e provare ad abitarlo con rinnovato impegno e dedizione. Ebbene, questo è il mio augurio per il nuovo anno.
Spero che le mie parole possano esserti utili.
Saluti
Dott.ssa Alina Mustatea
Psicologo, Psicologo clinico
Pomezia
Gentile paziente,
quello che descrive non è fragilità “di carattere”, ma il risultato di anni di svalutazione emotiva costante, vissuta in una famiglia in cui l’amore sembra essere stato legato alla prestazione, al confronto e all’umiliazione.
Le parole che ha ricevuto da suo padre e, oggi, da sua sorella non sono semplici critiche: sono messaggi ripetuti che colpiscono l’identità, il valore personale e la fiducia in sé. Crescere sentendosi dire di essere “pazza”, “incapace”, “inferiore”, soprattutto quando si è in realtà una ragazza impegnata, studiosa e sensibile, crea una ferita profonda che porta a interiorizzare quelle voci. È per questo che, nonostante i riconoscimenti dei docenti, lei fatica a sentirsi davvero valida: dentro di sé continua a risuonare il giudizio familiare, che pesa più di qualsiasi elogio esterno.
La perdita di sua madre ha aggravato tutto perché lei era, anche solo silenziosamente, una figura di contenimento. Il fatto che non l’abbia difesa non significa che non le volesse bene, ma oggi quella mancanza si somma al dolore del lutto e la lascia più esposta, più sola, più vulnerabile alle parole degli altri. È comprensibile che questo non le dia rabbia, ma la indebolisca: quando si è cresciuti cercando approvazione, la svalutazione non spinge alla fuga, ma alla paralisi.
È importante dirle una cosa con chiarezza: il problema non è lei, non è il suo percorso, non è la sua età, non è la facoltà che ha scelto. Il problema è un contesto familiare che ha confuso l’amore con il controllo e il valore con la competizione. Il continuo paragone con altri serve a chi lo fa per sentirsi superiore, non a spronare chi lo subisce.

Oltre alla terapia, che è fondamentale e va assolutamente proseguita, può iniziare a lavorare su alcuni punti concreti:
riconoscere che quelle frasi non sono verità, ma proiezioni; ridurre, per quanto possibile, l’esposizione a commenti svalutanti; iniziare a costruire una voce interna alternativa, più realistica e rispettosa, anche se all’inizio sembra debole; dare valore ai riscontri esterni sani, come quelli dei suoi docenti, senza sminuirli; smettere di spiegarsi e giustificarsi con chi non è disposto ad ascoltare
Lei non deve dimostrare nulla a nessuno. Non deve laurearsi per riscattarsi, né diventare“abbastanza” per meritare rispetto. Il suo valore non dipende dall’età, dal confronto con altri, né dal giudizio di chi l’ha ferita.
Il fatto che lei sia sensibile, introversa e timida non è un difetto, ma una struttura emotiva che, se sostenuta, può diventare una grande risorsa. Ora ha bisogno di protezione, non di ulteriori prove da superare.
Continui il percorso terapeutico e, se possibile, lavori specificamente sull’autostima e sulle ferite da svalutazione familiare. Non è un percorso rapido, ma è profondamente liberatorio.

Un caro saluto,
Dott.ssa Alina Mustatea
Psicologa clinica e giuridica
Psicodiagnosta clinica e forense
Coordinatore genitoriale

Se sente il bisogno di un supporto più mirato per elaborare queste dinamiche familiari e rafforzare il senso di sé, può prenotare una visita.
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Buongiorno,

Grazie per aver condiviso la sua storia, comprendo quanto possa essere difficile vivere in un contesto familiare dove i riconoscimenti e la valorizzazione delle proprie capacità sono stati scarsi o assenti, e dove le parole di critica e confronto hanno generato sensi di inadeguatezza. La perdita di sua madre, la presenza di un padre e di una sorella che hanno esercitato pressioni o svalutazioni costanti, e il fatto di crescere in un ambiente emotivamente critico possono influenzare profondamente la stima di sé, la sicurezza nelle relazioni e il senso di autoefficacia.

È importante riconoscere che ciò che ha vissuto non definisce il suo valore: il suo impegno nello studio, i risultati universitari e il riscontro positivo dei docenti dimostrano competenza e dedizione. Le critiche ricevute in famiglia riflettono più le insicurezze e i limiti degli altri che le sue reali capacità. Sentimenti di ansia, inadeguatezza o difficoltà a godersi i propri successi sono comprensibili in questo contesto.

Accanto al percorso terapeutico, possono essere utili strategie pratiche come:

Riconoscere e celebrare i propri successi, anche piccoli, senza aspettare approvazione esterna.

Imparare a stabilire confini emotivi con chi critica o svaluta, proteggendo il proprio benessere.

Coltivare relazioni supportive e ambienti in cui ci si sente apprezzati e compresi.

Scrivere o riflettere sulle proprie emozioni, per comprendere meglio i propri bisogni e differenziarli da quelli degli altri.

Questi strumenti possono dare sollievo immediato, ma il supporto di uno specialista è fondamentale per affrontare in profondità le dinamiche familiari, il lutto e il rafforzamento della propria autostima.

Un consiglio personale: prendersi cura di sé, dei propri successi e delle proprie emozioni è un atto di coraggio e non di egoismo.

Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuolog
Dott.ssa Laura Elsa Varone
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Buongiorno. La sofferenza che descrive è l'esito diretto di una crescita in un ambiente familiare profondamente svalutante. Le etichette verbali che ha subito fin dall'infanzia non sono descrizioni della sua persona, ma proiezioni dei limiti emotivi e delle insicurezze di suo padre e sua sorella. Quando un figlio viene insultato o sminuito nonostante i suoi successi, si genera un fenomeno chiamato "impotenza appresa": il sistema emotivo smette di reagire con la rabbia, come lei stessa dice, e scivola nella debolezza perché impara che, qualunque cosa faccia, non otterrà mai il riconoscimento e la protezione che merita.
Il paragone costante con gli altri viene usato dai suoi familiari come uno strumento di controllo per gestire le proprie frustrazioni, non per stimolare la sua crescita. Il fatto che lei riceva apprezzamenti dai docenti universitari è un dato di realtà oggettivo fondamentale: è la prova che le sue capacità sono reali e che la narrazione familiare è, di fatto, falsa e distorta. In questo momento, la sua sensibilità viene schiacciata da queste dinamiche, ma è proprio quella risorsa che le permetterà di essere una professionista empatica una volta terminati gli studi.
Oltre alla terapia, è essenziale iniziare a praticare un distanziamento emotivo dai commenti dei suoi familiari, trattandoli come rumore di fondo privo di verità oggettiva. È doloroso, ma non è più funzionale cercare difesa o approvazione in chi non ha gli strumenti emotivi per dargliela. Cerchi invece di nutrire i legami con chi, come i suoi professori, le restituisce un'immagine corretta di sé stessa. Ogni esame superato in una facoltà complessa come Farmacia è un atto di libertà e un passo concreto verso l'indipendenza economica, che sarà la sua vera e definitiva protezione.
Le auguro buon inizio anno nuovo, e resto a disposizione,
Saluti
Dott. ssa LEV
Dott.ssa Rossella Carrara
Psicologo, Psicologo clinico
Bergamo
Buongiorno, la persona più indicata per aiutarla è il suo terapista, visto che la conosce. Cordiali c studio.
Cara,
non c’è nulla per cui tu debba chiedere scusa: il fatto stesso che tu lo faccia due volte dice molto di quanto, nel tempo, tu abbia imparato a “rimpicciolirti” per non disturbare.
Da quello che scrivi emerge un contesto familiare che, invece di sostenere, svaluta: commenti, silenzi, paragoni continui. Quando queste dinamiche si ripetono nel tempo, soprattutto in momenti già molto dolorosi come la malattia e la perdita di una madre, possono minare profondamente la fiducia in sé, anche in persone competenti e capaci.
Il fatto che tu impieghi più tempo nel tuo percorso universitario non dice nulla del tuo valore né delle tue capacità. Ognuno ha tempi diversi, storie diverse, pesi diversi sulle spalle. Il riconoscimento che ricevi dai docenti è un dato reale e merita spazio quanto – se non più – delle voci svalutanti che ti circondano.
È comprensibile che, invece di sentire rabbia e spinta ad andare via, tu ti senta indebolita: crescere in ambienti poco validanti spesso spegne l’energia prima che possa trasformarsi in forza.
In situazioni come questa, il supporto di un professionista può aiutare a dare un nome a ciò che stai vivendo e a distinguere ciò che gli altri proiettano su di te da ciò che realmente ti appartiene.
Il fatto che tu senta il bisogno di chiedere aiuto è già un segnale di consapevolezza, non di fragilità.
Spero che queste parole possano offrirti uno spunto di riflessione.
Un caro saluto.
Buongiorno, hai riportato con chiarezza quella che è l'opinione che tuo padre e tua sorella hanno di te. Tu invece cosa pensi di te stessa, ti sei mai soffermata a guardare tutte le cose che ti riescono bene, tutti i traguardi che hai raggiunto? le cose che gli altri dicono di te non riguardano realmente te ma raccontano invece molto di loro, del loro modo di funzionare nel mondo. Prenditi del tempo per apprezzare i tuoi successi.
Buongiorno,
La ringrazio per aver scritto, ciò che racconta merita attenzione e rispetto.
Crescere in un clima di svalutazioni e confronti continui può lasciare segni profondi sull’autostima. Le frasi che riporta non sono semplici rimproveri, ma messaggi che nel tempo possono trasformarsi in una voce interna critica, che continua a giudicare anche quando chi l’ha pronunciata non è presente. È comprensibile che tutto questo, insieme al lutto per sua madre, oggi la faccia sentire più fragile.
Può essere utile iniziare a distinguere ciò che sta accadendo oggi dalle convinzioni su di sé costruite nel tempo: queste ultime spesso sembrano verità assolute, ma sono il risultato di esperienze relazionali ripetute, non di una reale misura del proprio valore.
Ne ha attraversate molte. Concedersi, passo dopo passo, anche un modo più gentile di guardarsi e di parlarsi può diventare parte importante del percorso, insieme al lavoro che sta già facendo in terapia!
Un caro saluto,
Dott. Alessandro Ocera
Dr. Roberto Lavorante
Psicologo, Psicologo clinico
Napoli
Buongiorno,
Non è un disturbo, né fuori luogo, quando una sofferenza è profonda, ha diritto di parola anche nei giorni simbolicamente “di festa”.

Dal suo racconto emerge con molta chiarezza un contesto relazionale fortemente svalutante, protratto nel tempo e proveniente dalle figure che avrebbero dovuto svolgere una funzione di protezione e riconoscimento: suo padre, sua sorella e, in modo più silenzioso ma non meno significativo, sua madre. Non si tratta di singoli episodi, ma di un clima relazionale stabile, fatto di paragoni, umiliazioni, delegittimazione della sua intelligenza, della sua sensibilità e persino della sua possibilità di essere amata.

In una prospettiva sistemica, Lei è cresciuta occupando quello che potremmo definire il ruolo della “figlia inadeguata”, non perché lo fosse, ma perché il sistema familiare aveva bisogno che qualcuno incarnasse quella posizione. Questo ruolo è stato continuamente rinforzato attraverso etichette (“pazza”, “ignorante”, “nessun ragazzo ti vorrà”), confronti svalutanti e richieste impossibili da soddisfare. Quando un ruolo viene assegnato così precocemente e ripetutamente, il rischio è che la persona finisca per interiorizzarlo, trasformandolo in una voce interna che continua a colpire anche quando l’esterno tace.

È molto importante ciò che Lei nota: queste parole non Le danno forza né rabbia per andarsene, ma La indeboliscono. Questo non è un difetto del Suo carattere, ma un effetto tipico di relazioni in cui la svalutazione è cronica e proviene da figure significative. La rabbia, in questi contesti, spesso non può emergere perché sarebbe stata troppo pericolosa: allora si trasforma in colpa, vergogna, blocco, senso di inadeguatezza.

Il comportamento di sua madre merita uno spazio particolare. La sua mancata difesa non è neutra: nel sistema familiare ha comunicato implicitamente che quel trattamento era “normale” o inevitabile. Con la sua perdita, Lei non sta solo elaborando un lutto, ma anche il dolore di non essere mai stata tutelata. Le domande che oggi le vengono rivolte (“a casa aiuti?”, “cucini?”) sembrano riproporre la stessa logica: il suo valore continua a essere misurato su ciò che fa per gli altri, mai su chi è.

È significativo che Lei si senta vista e riconosciuta da alcuni docenti. Questo indica che il problema non è Lei, ma il contesto relazionale in cui è stata definita. Quando cambia lo sguardo, cambia anche l’immagine che emerge. Tuttavia, il sistema familiare ha avuto così tanto peso che il riconoscimento esterno fatica a entrare davvero dentro di Lei.

Un primo aiuto “oltre la terapia” può essere questo cambio di prospettiva: Lei non è fragile perché è timida e sensibile; è stanca perché ha dovuto crescere difendendosi da chi avrebbe dovuto sostenerla.

Alcuni spunti di lavoro, coerenti con un approccio sistemico, possono essere: iniziare a distinguere tra la voce della sua famiglia e la sua voce: quando si sente “sbagliata”, può chiedersi “chi sta parlando dentro di me in questo momento?”; riconoscere che il confronto continuo con “gli altri più bravi, più veloci, più riusciti” non è una misura di realtà, ma uno strumento relazionale di controllo e svalutazione; legittimare il fatto che oggi Lei si senta più fragile dopo la morte di sua madre: non è una regressione, ma l’emergere di dolori che prima erano tenuti insieme a forza.

Infine, una cosa importante: andarsene non è solo un atto fisico, ma soprattutto un processo interno. Finché il giudizio familiare vive dentro di Lei, anche lontano continuerebbe a far male. La terapia può aiutarla proprio in questo: non a diventare “più forte” nel senso che le hanno sempre chiesto, ma a smettere di farsi violenza per meritare amore.

Lei non è in ritardo nella vita. È stata rallentata da un contesto che non ha saputo vederLa. E il fatto che oggi riesca a raccontarlo con questa lucidità è già un segnale di una trasformazione possibile.

Non deve scusarsi. Ha fatto bene a chiedere aiuto.
Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona giornata.
Dott.ssa Stefania Parlato
Psicologo, Psicologo clinico
Napoli
Buon pomeriggio, focalizzare l'attenzione su se stessi e concentrarsi sullo studio quando a casa le cose non vanno è molto difficile e quando a questo si unisce il dolore interiore per la perdita di una madre lo è ancora di più. I tuoi familiari lo sanno. Il problema è un problema di confini, questo è il tuo progetto non il loro. Innanzitutto sei molto brava e determinata il tempo ti sta dando ragione, nonostante tutto, ricordatelo ogni tanto. Loro nutrono in realtà grandi aspettative fin da piccola come scrivi tuo padre si attribuisce meriti ai tuoi successi e se fallisci, fallisce anche lui e il suo sforzo diventa vano. Data la complessità della situazione e il profondo invischiamento, come tu fossi un suo prolungamento, anticipa un potenziale ma magari magari non reale fallimento, per alleggerire il carico emotivo, anche perché l'impegno è tuo e fuori dal suo reale controllo. Tuo padre e forse anche tua sorella, attua un bias di conferma o pregiudizio di conferma che convalida le sue credenze preesistenti, ignorando o sminuendo le prove contrarie, perchè quello che stai facendo non è facile e quindi li rende vulnerabili. Assodato che un reale supporto emotivo, la comprensione che cerchi da loro, un punto di appoggio e non di critica quando il carico ti attanaglia, probabilmente non lo avrai mai, io ti invito ad un ribaltamento definitivo e senza mezzi termini. Guardati per una volta, nelle tue fragilità e mancanze e comunque in piedi e con il tuo sogno in quella tasca ben custodita tra il braccio e il cuore e prova ad essere tollerante. Abbi il coraggio di assumerti la responsabilità della tua Laurea, chiarirai così in modo netto e definitivo che è merito tuo. Che sia cosa tua fino in fondo, senza aspettative, confusione, debiti e false speranze. Ripristina i confini, che sia tua cura l'autostima, festeggia i tuoi traguardi, grandi o piccoli, a piccoli passi l'intimità ti renderà più forte, abbi cura di te fa cose che ti facciano stare bene, circondati di colleghi "umani" condividi con chi sta "sul campo" e non fuori dal campo, con che conosce le frustrazioni, le difficoltà e le gioie del percorso, è più facile che da quelle parti ti arriverà comprensione e una parola gentile. Impara a dire "no", a toglierti dall'angolo in cui sei vulnerabile, facilmente attaccabile e le interazioni familiari diventano tossiche. Prendi le distanze e presta attenzione a quando anche tu in qualche modo partecipi e contribuisce alla dinamica. Riguarda sempre i tuoi obiettivi e domandati spesso se quello che stai facendo lo stai facendo per loro o per te stessa. Assumiti la responsabilità della tua vita fino in fondo senza false speranze e renditi tu protagonista della stessa. In bocca al lupo. Se vuoi approfondire qualche aspetto o un alleato alla tua autonomia pratica ed emotiva e al tuo benessere e un testimone della tua crescita non esitare a contattarmi, io sono a Napoli ed anche on line.

Dott.ssa Stefania Parlato
Napoli
Dott.ssa Ilaria Redivo
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Buonasera cara,
grazie per aver scritto e per aver condiviso una storia così dolorosa e personale. Da quello che racconta emerge un percorso di vita segnato da svalutazioni, confronti continui e da una recente perdita importante, elementi che possono profondamente minare l’autostima e il senso di sé, anche in persone sensibili e capaci come lei.

Colpisce come, nonostante l’impegno, i riconoscimenti esterni e le sue risorse, le parole ricevute nel tempo continuino ad avere un forte peso emotivo e a indebolirla. Questo non è un segno di fragilità, ma l’effetto comprensibile di relazioni significative che non hanno saputo offrire sostegno e validazione.

Un percorso psicologico può aiutarla a dare spazio e senso a ciò che ha vissuto, a lavorare sulle ferite relazionali e a costruire uno sguardo più giusto e rispettoso verso se stessa, oltre il giudizio interiorizzato degli altri.

Se lo desidera, possiamo fissare un colloquio per valutare insieme come poterla accompagnare in questo momento della sua vita.

La ringrazio per la fiducia e resto a disposizione, sono la dott.ssa Ilaria Redivo e mi può trovare su Mio dottore
Dott.ssa Angela Borgese
Psicologo, Psicologo clinico
Gravina di Catania
Buonasera, quello che descrivi è molto doloroso e non ha nulla a che vedere con il tuo valore o con le tue capacità.
In poche parole, sei cresciuta sotto una parola che invece di sostenere ha ferito. Le frasi di tuo padre e di tua sorella non parlano di te, ma del posto che ti hanno assegnato: quello di chi “non è mai abbastanza”. Quando questa parola si ripete per anni, viene interiorizzata e diventa una voce che indebolisce, anche quando fuori arrivano riconoscimenti reali (come quelli dei docenti).
Il punto centrale è questo: non sei fragile per natura, sei stata continuamente svalutata. E senza una madre che facesse da argine, quella violenza verbale è rimasta senza protezione.
Il lavoro che stai facendo (e che la terapia può sostenere) non è “diventare più forte”, ma separarti da quella voce: imparare a riconoscere che non è la tua, e che non dice la verità su di te.
Nel concreto:
non cercare più approvazione da chi ti svaluta
riduci l’esposizione a commenti umilianti (anche fisicamente, se puoi)
tieni come riferimento chi ti riconosce (docenti, contesti universitari)
Il tuo desiderio di studiare farmacia è già una risposta.
Ora il passo successivo è non lasciarti più definire da chi ti ha ferita.
Questo non è egoismo: è sopravvivenza.
Auguri anche a lei di Buon anno
Dott.ssa Alessia Serio
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Buongiorno,
potrebbe essere utile un percorso psicologico individuale per poter approfondire questi suoi vissuti e per elaborare il lutto di sua mamma.

un caro saluto
Cara utente, da quello che racconta emerge una storia di svalutazione ripetuta, iniziata molto presto e protratta nel tempo, proprio dalle persone che avrebbero dovuto proteggerla, e tutto questo lascia segni profondi: non perché lei sia fragile, ma perché nessuno cresce indenne in un clima così.
Il fatto che oggi si senta indebolita, nonostante i riconoscimenti esterni, non è un paradosso: è l’effetto di una voce interiorizzata che continua a giudicarla e a dirle che non è mai abbastanza. Quella voce non nasce da lei, ma dalle relazioni in cui è cresciuta. Il dolore per la perdita di sua madre rende tutto questo ancora più acuto, perché viene meno anche l’illusione che qualcuno potesse proteggerla.
Quello che oggi la fa soffrire è un modo appreso di guardarsi, costruito in anni di svalutazione. La terapia serve proprio a collegare queste ferite del passato a come oggi si sente e si blocca, per trasformarle gradualmente in qualcosa di diverso.
Nel frattempo, provi a tenere fermo un dato reale: sta portando avanti il suo percorso nonostante un carico emotivo molto pesante, sotto il quale molti altri soccomberebbero; e questo, anche se ora non riesce a sentirlo, parla di una forza che c’è già.
Un caro saluto
Dott.ssa Abbagnano
Gentile utente,
la ringrazio per aver scritto con tanta sincerità e profondità. Non è affatto un disturbo: quando una persona sta soffrendo, chiedere aiuto è un atto di grande responsabilità verso se stessa.
Dalle sue parole emerge una storia lunga e dolorosa di svalutazioni, confronti continui e mancanza di riconoscimento, soprattutto all’interno della sua famiglia. In una prospettiva sistemico-relazionale, è importante dirle con chiarezza una cosa: il disagio che oggi sente non è “dentro di lei” come difetto personale, ma nasce e si mantiene dentro relazioni che, nel tempo, hanno minato la sua fiducia e la sua identità.
Lei è cresciuta in un contesto in cui:
• l’amore sembrava legato alla prestazione e al confronto;
• il valore personale veniva continuamente messo in discussione;
• la sua voce non trovava protezione né alleanza, nemmeno da parte di chi avrebbe potuto difenderla.
In sistemi familiari di questo tipo, spesso una persona assume – senza sceglierlo – il ruolo di “anello debole”, quello su cui vengono proiettate frustrazioni, aspettative e fallimenti altrui. Questo non dice nulla sulla sua intelligenza, sul suo valore o sulle sue capacità, ma molto sulla storia e sulle dinamiche della sua famiglia.
Il fatto che, nonostante tutto, lei:
• studi farmacia,
• riceva apprezzamenti dai docenti,
• continui a interrogarsi su di sé in modo profondo
è già una dimostrazione di forza, sensibilità e resilienza, anche se oggi lei non riesce a sentirle come tali.
La perdita di sua madre ha probabilmente riattivato una ferita antica: non solo il lutto, ma anche il venir meno di un fragile equilibrio familiare. Ora le richieste e le critiche sembrano aumentare, e questo può far sentire ancora più esposta e sola.
Un aiuto “immediato”, oltre alla terapia, può essere iniziare a fare questo piccolo ma importante passo:
riconoscere che quelle voci critiche che sente dentro di sé non sono la sua voce, ma sono interiorizzazioni di parole ricevute per anni. Non vanno combattute con la forza, ma lentamente rimesse al loro posto, restituendole a chi le ha pronunciate.
Nel lavoro terapeutico sistemico-relazionale, l’obiettivo non è “farla diventare più forte” nel senso di sopportare di più, ma aiutarla a ridefinire i confini, il suo ruolo e il suo valore nelle relazioni significative, passate e presenti.
Se deciderà di intraprendere o proseguire un percorso, potrà essere uno spazio protetto in cui:
• dare senso a ciò che ha vissuto,
• elaborare il lutto per sua madre,
• costruire un’immagine di sé che non sia fondata sul confronto o sul giudizio altrui.
Non c’è nulla di “sbagliato” in lei. C’è una persona che ha portato troppo a lungo pesi che non le appartenevano.
Resto a disposizione per eventuali approfondimenti.
Un caro saluto.
Dott.ssa Caterina Lo Bianco – Psicologa clinica, Psicologa ad orientamento Sistemico-Relazionale
Buongiorno,
da quello che scrive emerge una storia di svalutazione emotiva costante, iniziata molto presto e portata avanti da figure familiari che avrebbero dovuto offrire protezione e sostegno. Le parole che ha ricevuto nel tempo non sono semplici “critiche”: sono messaggi che minano l’autostima, l’identità e il senso di valore personale, soprattutto in una persona sensibile e introversa come lei.
È comprensibile che tutto questo, unito al lutto per la perdita di sua madre, oggi la faccia sentire fragile e bloccata. Il fatto che lei si senta riconosciuta e apprezzata dai docenti è un dato importante: indica che la sua percezione di sé è stata distorta da anni di confronto e umiliazione, non dalla realtà delle sue capacità.
Oltre alla terapia, il lavoro fondamentale è imparare a separare la sua voce interiore da quella interiorizzata di suo padre e di sua sorella, e a costruire confini emotivi per proteggersi da continue ferite. Non è lei a essere “sbagliata”: è cresciuta in un contesto che non ha saputo nutrire il suo valore.
Continui il suo percorso psicologico: ciò che sta vivendo ha un senso e può essere trasformato.
Un saluto.

Buongiorno cara,
Scrivere ciò che hai scritto richiede lucidità e coraggio, e questo dice già molto delle tue risorse interiori.

Quello che descrivi non parla di una tua mancanza, ma di un contesto familiare profondamente svalutante. Le parole che hai ricevuto nel tempo – paragoni, umiliazioni, etichette – non sono strumenti educativi, ma modalità attraverso cui altre persone hanno scaricato frustrazione, rigidità e bisogni irrisolti. È importante che tu lo sappia con chiarezza: non definiscono chi sei né il tuo valore.

Tuo padre, per motivi suoi, sembra aver utilizzato la critica e il controllo come unico linguaggio emotivo possibile. Questo non lo giustifica, ma aiuta a comprendere che ciò che ti ha detto parla più di lui che di te. Lo stesso vale per tua sorella: spesso chi si adegua a dinamiche familiari disfunzionali finisce, inconsapevolmente, per ripeterle.

La perdita di tua madre ha lasciato un vuoto importante, e insieme a quel vuoto è venuto meno anche l’unico equilibrio che teneva insieme il sistema familiare. È normale che ora tu ti senta più fragile. Non è una regressione, è una fase di passaggio.

Hai 30 anni, sei una donna adulta, stai portando avanti un percorso universitario impegnativo e significativo. Laurearti è un obiettivo concreto e realistico, e rappresenta un passaggio fondamentale verso la tua autonomia. Trovare un lavoro e, gradualmente, una casa tua non è una fuga: è un atto di salute psicologica, soprattutto nel tuo caso.

Vorrei dirti una cosa molto importante: non devi avere paura del cambiamento, Allontanarsi, cambiare città, costruire una vita propria non significa abbandonare qualcuno, ma scegliere di non abbandonare te stessa. Sei giovane, hai davanti a te possibilità che oggi forse non riesci ancora a vedere, ma che esistono.

Il fatto che tu ti senta riconosciuta e apprezzata dai tuoi docenti è un dato reale, non un’illusione. Fidati di quelle esperienze correttive: sono segnali di realtà che contrastano anni di svalutazione interiorizzata.

Continua la tua strada perché stai facendo un lavoro profondo e necessario. Nel frattempo, prova a ricordare questo:
la forza non nasce sempre dalla rabbia o dalla ribellione immediata. A volte nasce dalla perseveranza silenziosa, dal non mollare, dal fare un passo alla volta anche quando ci si sente stanchi.

Tu non sei “in ritardo”. Sei in cammino.
E il tuo percorso merita rispetto, a partire dal tuo.

Un caro saluto.
Dott.ssa Martina Giordano
Psicologo, Psicologo clinico
Salerno
Hai affrontato molte critiche ingiuste e paragoni dolorosi. È normale sentirsi insicuri o stressati, anche da adulti. Il fatto che i docenti riconoscano il tuo valore dimostra che il problema non sei tu, ma il contesto familiare. Supporto psicologico può aiutarti a rafforzare autostima, gestire sensi di colpa e ansia e stabilire confini emotivi chiari con la famiglia.
Dott.ssa Donatella Costanzo
Psicologo, Psicologo clinico
Milano
Buongiorno,
dal suo racconto emerge un ambiente familiare critico e svalutante, che può minare autostima e sicurezza, anche se gli altri riconoscono le sue capacità. Non è colpa sua sentirsi indebolita.
Oltre alla terapia, può essere utile creare confini chiari con chi la svaluta, riconoscere e valorizzare i propri successi, e circondarsi di persone che la sostengono. Piccoli passi quotidiani per prendersi cura di sé e delle proprie emozioni aiutano a sentirsi più forte e autonoma.

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