Buonasera, sono una ragazza di quasi 25 anni, figlia di imprenditori che da poco è entrata a far par
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Buonasera, sono una ragazza di quasi 25 anni, figlia di imprenditori che da poco è entrata a far parte dell’azienda familiare.
Vi scrivo qui perché sono davvero all’esasperazione con i miei genitori sperando di trovare un po’ di conforto..
Ogni giorno è una discussione continua perché secondo loro io non ho interesse verso l’azienda ma a loro non va mai bene niente, ogni discussione è buona per rinfacciare ciò che fanno per me
Io sono davvero svogliata e demoralizzata e mi rendo conto che purtroppo sono dentro ad un circolo vizioso dal quale non riesco più ad uscirne ma sinceramente mi fanno scappare tutte le voglie.
Per ogni minima cosa c’è una discussione, ogni minimo problema sembra il finimondo e ovviamente la colpa è sempre mia perché sono la figlia ingrata e che non ha interessi verso l’azienda che loro hanno costruito con i sudori della fronte
Si permettono anche di sparare sentenze anche sul mio ragazzo perché sono convinti che stia insieme a me solo per convenienza e soldi quando non è così dal momento in cui io sono una persona molto altruista mentre i miei genitori fanno le cose solo ed esclusivamente per un loro tornaconto personale.
Più di una volta ho cercato di fargli capire che il loro comportamento e le loro aspettative nei miei confronti sono troppo per me perché mi scaturiscono stress, nervoso e ansia costanti.. andiamo bene qualche settimana ma poi torna tutto come prima..
Sono disperata.. non so più che fare..
Vi scrivo qui perché sono davvero all’esasperazione con i miei genitori sperando di trovare un po’ di conforto..
Ogni giorno è una discussione continua perché secondo loro io non ho interesse verso l’azienda ma a loro non va mai bene niente, ogni discussione è buona per rinfacciare ciò che fanno per me
Io sono davvero svogliata e demoralizzata e mi rendo conto che purtroppo sono dentro ad un circolo vizioso dal quale non riesco più ad uscirne ma sinceramente mi fanno scappare tutte le voglie.
Per ogni minima cosa c’è una discussione, ogni minimo problema sembra il finimondo e ovviamente la colpa è sempre mia perché sono la figlia ingrata e che non ha interessi verso l’azienda che loro hanno costruito con i sudori della fronte
Si permettono anche di sparare sentenze anche sul mio ragazzo perché sono convinti che stia insieme a me solo per convenienza e soldi quando non è così dal momento in cui io sono una persona molto altruista mentre i miei genitori fanno le cose solo ed esclusivamente per un loro tornaconto personale.
Più di una volta ho cercato di fargli capire che il loro comportamento e le loro aspettative nei miei confronti sono troppo per me perché mi scaturiscono stress, nervoso e ansia costanti.. andiamo bene qualche settimana ma poi torna tutto come prima..
Sono disperata.. non so più che fare..
Buonasera,
da quello che descrive emerge un livello di pressione molto alto, che nel tempo rischia di minare motivazione e benessere. Quando si lavora nell’azienda di famiglia, il confine tra ruolo professionale e legame affettivo può diventare fragile, e questo rende più difficile difendere i propri spazi senza sentirsi in colpa.
In una situazione come la sua, imparare a mettere confini più chiari — su ciò che è lavoro, su ciò che è relazione, su ciò che è tollerabile per lei — diventa centrale. Non si tratta di mancare di rispetto o di essere ingrata, ma di tutelarsi. Per riuscirci, potrebbe essere necessario anche un supporto psicologico, che la aiuti a comprendere meglio i meccanismi che si sono creati, a rafforzare la fiducia nelle proprie percezioni e a trovare modalità più efficaci per comunicare e proteggersi.
Un saluto
da quello che descrive emerge un livello di pressione molto alto, che nel tempo rischia di minare motivazione e benessere. Quando si lavora nell’azienda di famiglia, il confine tra ruolo professionale e legame affettivo può diventare fragile, e questo rende più difficile difendere i propri spazi senza sentirsi in colpa.
In una situazione come la sua, imparare a mettere confini più chiari — su ciò che è lavoro, su ciò che è relazione, su ciò che è tollerabile per lei — diventa centrale. Non si tratta di mancare di rispetto o di essere ingrata, ma di tutelarsi. Per riuscirci, potrebbe essere necessario anche un supporto psicologico, che la aiuti a comprendere meglio i meccanismi che si sono creati, a rafforzare la fiducia nelle proprie percezioni e a trovare modalità più efficaci per comunicare e proteggersi.
Un saluto
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Gentilissima, grazie per aver condiviso la sua preoccupazione.
Da quello che racconta sembra quasi che il ruolo di figlia e il suo essere parte dell'azienda siano in qualche modo sovrapponibili. Il clima che descrive appare carico di aspettative non negoziabili, in cui il riconoscimento è condizionato alla prestazione e alla gratitudine.
Non è strano dunque che forse questo eccessivo investimento la porti a demotivarsi come forma di protezione allo stress.
Il “circolo vizioso” che nomina nasce proprio da questa dinamica: più si sente accusata, più si ritira; più si ritira, più viene accusata.
Forse un percorso terapeutico potrebbe essere utile per aiutarla a gestire meglio queste aspettative e a comprendere quali sono realmente i suoi desideri senza sentirsi sbagliata o ingrata. Mettere dei confini è sano oltre che necessario a proteggere la sua soggettività.
Le auguro il meglio,
Dott. Daniele Migliore
Da quello che racconta sembra quasi che il ruolo di figlia e il suo essere parte dell'azienda siano in qualche modo sovrapponibili. Il clima che descrive appare carico di aspettative non negoziabili, in cui il riconoscimento è condizionato alla prestazione e alla gratitudine.
Non è strano dunque che forse questo eccessivo investimento la porti a demotivarsi come forma di protezione allo stress.
Il “circolo vizioso” che nomina nasce proprio da questa dinamica: più si sente accusata, più si ritira; più si ritira, più viene accusata.
Forse un percorso terapeutico potrebbe essere utile per aiutarla a gestire meglio queste aspettative e a comprendere quali sono realmente i suoi desideri senza sentirsi sbagliata o ingrata. Mettere dei confini è sano oltre che necessario a proteggere la sua soggettività.
Le auguro il meglio,
Dott. Daniele Migliore
Sicuramente ti trovi in un circolo vizioso che scaturisce da un paradosso non esplicitato, in quanto pensi di essere demotivata e svogliata per colpa dei rimproveri da parte dei tuoi genitori, ma forse il lavoro o la condizione che ricopri non l'avresti mai scelta "emotivamente" ed è come se non puoi ammetterlo a te stessa da un punto di vista "razionale" per cui vivi innanzitutto un disagio interiore con te stessa prima ancora che la conflittualità con i tuoi genitori. Sarebbe opportuno che prendi i tuoi spazi/tempi per guardare innanzitutto dentro di te e comprendere i tuoi desideri emotivi e successivamente valutare l'effettiva applicazione nella realtà, mettendo anche in chiaro i "confini" del tuo lavoro che devono essere separati dal "ruolo" di figlia. In ogni caso potrebbe essere di giovamento anche un percorso di terapia familiare, qualora i tuoi genitori siano disponibili, oppure un approccio individuale che potenzi la tua autostima e i confini relazionali.
Buonasera,
da quello che racconta emerge una sofferenza molto intensa e comprensibile. Entrare nell’azienda familiare spesso non significa solo iniziare un lavoro, ma trovarsi immersi in un intreccio di ruoli (figlia/lavoratrice), aspettative implicite, sensi di colpa e debiti emotivi che possono diventare davvero pesanti da sostenere.
Il clima che descrive — fatto di continue critiche, rinfacciamenti, accuse di ingratitudine e svalutazione delle sue scelte affettive — rischia di alimentare proprio quel circolo vizioso che lei stessa riconosce: più si sente giudicata e sotto pressione, più cala la motivazione, aumenta lo stress e cresce il senso di demoralizzazione. In queste condizioni è molto difficile sentire entusiasmo o coinvolgimento autentico, indipendentemente dall’impegno reale che si mette.
È importante sottolineare che provare fatica, ansia e il desiderio di “scappare” non la rende una figlia ingrata o disinteressata, ma una persona che sta cercando di reggere richieste emotive e aspettative probabilmente troppo elevate e poco riconosciute. Il fatto che i momenti di apparente miglioramento siano seguiti da ricadute è frequente quando non si lavora in modo profondo sui confini, sui ruoli e sulla comunicazione.
In questi casi può essere molto utile fermarsi e approfondire con uno specialista, per capire meglio cosa sta succedendo, recuperare un po’ di spazio per sé e valutare come tutelare il proprio benessere emotivo, sia nel rapporto con i genitori sia nelle scelte lavorative e personali. Un percorso psicologico può aiutarla a uscire da questo circolo e a ritrovare maggiore chiarezza e forza.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
da quello che racconta emerge una sofferenza molto intensa e comprensibile. Entrare nell’azienda familiare spesso non significa solo iniziare un lavoro, ma trovarsi immersi in un intreccio di ruoli (figlia/lavoratrice), aspettative implicite, sensi di colpa e debiti emotivi che possono diventare davvero pesanti da sostenere.
Il clima che descrive — fatto di continue critiche, rinfacciamenti, accuse di ingratitudine e svalutazione delle sue scelte affettive — rischia di alimentare proprio quel circolo vizioso che lei stessa riconosce: più si sente giudicata e sotto pressione, più cala la motivazione, aumenta lo stress e cresce il senso di demoralizzazione. In queste condizioni è molto difficile sentire entusiasmo o coinvolgimento autentico, indipendentemente dall’impegno reale che si mette.
È importante sottolineare che provare fatica, ansia e il desiderio di “scappare” non la rende una figlia ingrata o disinteressata, ma una persona che sta cercando di reggere richieste emotive e aspettative probabilmente troppo elevate e poco riconosciute. Il fatto che i momenti di apparente miglioramento siano seguiti da ricadute è frequente quando non si lavora in modo profondo sui confini, sui ruoli e sulla comunicazione.
In questi casi può essere molto utile fermarsi e approfondire con uno specialista, per capire meglio cosa sta succedendo, recuperare un po’ di spazio per sé e valutare come tutelare il proprio benessere emotivo, sia nel rapporto con i genitori sia nelle scelte lavorative e personali. Un percorso psicologico può aiutarla a uscire da questo circolo e a ritrovare maggiore chiarezza e forza.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buonasera, leggendo le sue parole si sente tutta la stanchezza e il senso di impotenza di chi prova a fare del proprio meglio senza mai sentirsi abbastanza. Essere costantemente messa in discussione, soprattutto da chi dovrebbe rappresentare un punto di sostegno, può logorare profondamente e far perdere fiducia in sé e nelle proprie risorse. È comprensibile che in un clima così teso la motivazione venga meno e subentrino stress e ansia continui.
Quando aspettative, sacrifici e legami familiari si intrecciano, il rischio è quello di sentirsi schiacciati e colpevolizzati, come se non ci fosse spazio per essere semplicemente sé stessi. Il fatto che lei abbia cercato più volte di spiegare il suo disagio mostra quanto tenga alla relazione e quanto stia provando a resistere, nonostante la fatica.
La sensazione di essere “sbagliata” o ingrata non definisce il suo valore: racconta piuttosto un conflitto doloroso in cui i suoi bisogni faticano a trovare ascolto. In questo momento, più che soluzioni immediate, sembra importante riconoscere quanto tutto questo sia pesante per lei e concedersi il diritto di stare male senza colpe. Non è sola in ciò che prova, e il suo smarrimento merita rispetto e comprensione! Un caro saluto
Dott.ssa Martina Rocchetti
Quando aspettative, sacrifici e legami familiari si intrecciano, il rischio è quello di sentirsi schiacciati e colpevolizzati, come se non ci fosse spazio per essere semplicemente sé stessi. Il fatto che lei abbia cercato più volte di spiegare il suo disagio mostra quanto tenga alla relazione e quanto stia provando a resistere, nonostante la fatica.
La sensazione di essere “sbagliata” o ingrata non definisce il suo valore: racconta piuttosto un conflitto doloroso in cui i suoi bisogni faticano a trovare ascolto. In questo momento, più che soluzioni immediate, sembra importante riconoscere quanto tutto questo sia pesante per lei e concedersi il diritto di stare male senza colpe. Non è sola in ciò che prova, e il suo smarrimento merita rispetto e comprensione! Un caro saluto
Dott.ssa Martina Rocchetti
Da quello che racconti non sembri una ragazza senza interesse, ma una persona costantemente sotto giudizio, a cui viene fatto pesare tutto. Quando ogni errore diventa una colpa morale scatta un meccanismo di difesa: ti chiudi, ti spegni, e loro lo leggono come disinteress e ogni errore diventa una colpa, e ogni discussione ti spegne un po’ di più: è normale perdere motivazione così, è un circolo vizioso, non una mancanza. infatti il fatto che le cose migliorino solo per poco mostra che il problema non sei tu, ma la pressione costante. Quindi, da quello che descrivi, un percorso psicologico potrebbe aiutarti molto, non perché tu “non ce la fai”, ma perché sei dentro una situazione emotivamente pesante e senza confini chiari.
Buongiorno, comprendo il suo stato di malessere, in queste sue parole leggo soprattutto il timore e la fragilità dei suo genitori che è mascherata dall'aggressività nei sui confronti rendendola il loro caprio espiatorio della famiglia. Le suggerisco di intraprendere un percorso con un professionista per spogliarla dal ruolo di caprio espiatorio, figlia ingrata e incapace accrescendo la sua autostima e permettendo di costruire quei confini che al momento sono troppo fragili.
Buonasera, grazie per aver condiviso una situazione così delicata e carica di sofferenza. Dalle sue parole emerge chiaramente quanto si senta schiacciata tra il desiderio di essere riconosciuta e compresa come figlia e come persona adulta e il peso delle aspettative familiari, che sembrano molto alte e difficili da sostenere. Vivere e lavorare nello stesso contesto con i propri genitori può essere particolarmente complesso, perché spesso si intrecciano ruoli diversi e confini poco definiti, creando dinamiche emotive molto intense. È comprensibile che trovarsi continuamente sotto giudizio e sentirsi attribuire responsabilità o mancanze possa generare demotivazione, frustrazione e senso di impotenza. Quando una persona percepisce che qualsiasi sforzo non viene riconosciuto oppure viene letto come insufficiente, con il tempo può sviluppare un calo dell’energia e della voglia di impegnarsi, entrando proprio in quel circolo vizioso che lei descrive. Più si sente criticata, più può sentirsi scoraggiata, e più si sente scoraggiata, più diventa difficile mostrare entusiasmo o iniziativa, alimentando così le convinzioni negative dei suoi genitori. In situazioni come questa, spesso si crea una sovrapposizione tra il valore personale e il rendimento lavorativo. Quando le critiche arrivano dai genitori, possono essere percepite non solo come osservazioni sul lavoro, ma come giudizi sulla propria identità e sul proprio modo di essere figlia. Questo può rendere ogni confronto particolarmente doloroso e difficile da gestire emotivamente. È comprensibile che lei possa sentirsi ferita anche quando vengono espresse opinioni sul suo compagno, perché questo tocca una sfera molto personale e può farle percepire una mancanza di fiducia nei suoi confronti e nelle sue capacità di scegliere per sé. Il fatto che lei abbia già provato a comunicare il disagio mostra una forte consapevolezza e un desiderio di migliorare la situazione. Tuttavia, quando all’interno di una famiglia esistono aspettative molto rigide o modalità comunicative basate sulla critica, il cambiamento richiede tempo e spesso passa attraverso la costruzione di nuovi confini emotivi. Stabilire confini non significa allontanarsi affettivamente o essere ingrati, ma riuscire a distinguere ciò che appartiene alle richieste lavorative da ciò che riguarda la sua dignità personale e il suo benessere. Può essere utile iniziare a osservare come le parole e i comportamenti dei suoi genitori influenzano i suoi pensieri su se stessa. In contesti molto critici è facile interiorizzare idee come non essere abbastanza, non essere all’altezza o essere una delusione. Questi pensieri, quando diventano automatici, tendono ad aumentare l’ansia e a ridurre la fiducia nelle proprie capacità. Allenarsi a riconoscere che queste sono interpretazioni e non verità assolute può rappresentare un passo importante per ridurre il peso emotivo delle discussioni. La situazione che descrive sembra anche coinvolgere il tema della scelta personale e dell’autonomia. Entrare nell’azienda familiare può essere vissuto come un’opportunità, ma anche come una decisione carica di aspettative implicite. Talvolta può essere utile chiedersi quanto questa esperienza rispecchi davvero i propri interessi e i propri valori, perché sentirsi costretti in un percorso può alimentare un senso di intrappolamento e aumentare il conflitto interiore. La disperazione che racconta appare come il segnale di un accumulo di tensioni emotive che probabilmente si protraggono da tempo. Riconoscere questa sofferenza e darle spazio è fondamentale, perché indica che una parte di lei ha bisogno di essere ascoltata e tutelata. Trovare modalità per esprimere i propri bisogni in modo fermo ma rispettoso e imparare a tollerare eventuali reazioni negative degli altri può aiutare gradualmente a modificare l’equilibrio relazionale. Il suo racconto trasmette una forte sensibilità e una grande attenzione verso gli altri, qualità che possono essere una risorsa importante se accompagnate dalla capacità di riconoscere e difendere anche i propri limiti. Costruire una posizione più equilibrata nei confronti dei suoi genitori non significa rompere il legame, ma cercare una modalità che le permetta di preservare il rapporto senza sacrificare il suo benessere emotivo. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buonasera,
la situazione che descrive è comprensibilmente molto faticosa. Entrare nell’azienda di famiglia non è solo un passaggio professionale: è anche un passaggio emotivo, identitario e relazionale. Quando lavoro e famiglia si sovrappongono, i confini diventano più fragili e ogni critica può essere vissuta non solo come professionale, ma personale.
Dalle sue parole emerge un senso di demoralizzazione e di circolo vizioso: più si sente giudicata o non riconosciuta, più perde motivazione; più perde motivazione, più questo viene letto come mancanza di interesse. È un meccanismo che può alimentarsi da solo e diventare molto frustrante.
È importante sottolineare che provare stress, nervosismo e ansia in un contesto di aspettative elevate non significa essere “ingrata” o “svogliata”. Spesso dietro queste dinamiche ci sono bisogni diversi: i genitori possono temere di non vedere riconosciuto il loro sacrificio; lei può sentire il bisogno di essere vista come persona autonoma, non solo come “figlia nell’azienda”.
Anche le critiche rivolte al suo partner sembrano inserirsi in un clima di sfiducia e controllo che può aumentare il senso di pressione. Quando i confini tra vita personale e lavorativa si confondono, è facile che tutto venga messo in discussione.
Potrebbe essere utile chiedersi, con calma:
Sto lavorando in azienda per scelta mia o per senso di dovere?
Che tipo di ruolo desidero davvero avere?
Quali limiti sento il bisogno di mettere per tutelare il mio benessere?
A volte un percorso psicologico individuale può aiutare a fare chiarezza su questi aspetti, a rafforzare la propria posizione interna e a trovare modalità comunicative più efficaci. Non sempre possiamo cambiare il comportamento degli altri, ma possiamo lavorare su come posizionarci e su quali decisioni prendere per noi.
Non è sola nel sentirsi così: le dinamiche nelle aziende familiari sono spesso complesse e cariche di aspettative. Chiedere aiuto e cercare uno spazio di confronto è già un primo passo importante.
Le auguro di poter trovare maggiore serenità e chiarezza nei prossimi passi.
la situazione che descrive è comprensibilmente molto faticosa. Entrare nell’azienda di famiglia non è solo un passaggio professionale: è anche un passaggio emotivo, identitario e relazionale. Quando lavoro e famiglia si sovrappongono, i confini diventano più fragili e ogni critica può essere vissuta non solo come professionale, ma personale.
Dalle sue parole emerge un senso di demoralizzazione e di circolo vizioso: più si sente giudicata o non riconosciuta, più perde motivazione; più perde motivazione, più questo viene letto come mancanza di interesse. È un meccanismo che può alimentarsi da solo e diventare molto frustrante.
È importante sottolineare che provare stress, nervosismo e ansia in un contesto di aspettative elevate non significa essere “ingrata” o “svogliata”. Spesso dietro queste dinamiche ci sono bisogni diversi: i genitori possono temere di non vedere riconosciuto il loro sacrificio; lei può sentire il bisogno di essere vista come persona autonoma, non solo come “figlia nell’azienda”.
Anche le critiche rivolte al suo partner sembrano inserirsi in un clima di sfiducia e controllo che può aumentare il senso di pressione. Quando i confini tra vita personale e lavorativa si confondono, è facile che tutto venga messo in discussione.
Potrebbe essere utile chiedersi, con calma:
Sto lavorando in azienda per scelta mia o per senso di dovere?
Che tipo di ruolo desidero davvero avere?
Quali limiti sento il bisogno di mettere per tutelare il mio benessere?
A volte un percorso psicologico individuale può aiutare a fare chiarezza su questi aspetti, a rafforzare la propria posizione interna e a trovare modalità comunicative più efficaci. Non sempre possiamo cambiare il comportamento degli altri, ma possiamo lavorare su come posizionarci e su quali decisioni prendere per noi.
Non è sola nel sentirsi così: le dinamiche nelle aziende familiari sono spesso complesse e cariche di aspettative. Chiedere aiuto e cercare uno spazio di confronto è già un primo passo importante.
Le auguro di poter trovare maggiore serenità e chiarezza nei prossimi passi.
Ha mai pensato di poter intraprendere un percorso di terapia personale? Credo che possa esserle utile per capire molte cose del suo funzionamento, di come mai forse rimane così imbrigliata in questa situazione e per supportarla in un processo di separazione da questi meccanismi che la fanno soffrire così tanto. Mettere dei confini è il primo passo. Molto spesso non è possibile modificare il comportamento delle altre persone, ma ciò che possiamo fare è modificare come noi ci approcciamo e gestiamo determinate situazioni e dinamiche.
Gentilissima, la situazione che descrive è emotivamente molto pesante, perché non riguarda solo il lavoro, ma il suo ruolo di figlia e adulta.
All'interno dell'attività familiare sembra che i confini tra ruolo professionale e ruolo affettivo siano confusi: una critica lavorativa diventa facilmente una critica personale, e ogni errore rischia di essere letto come mancanza di riconoscenza.
È comprensibile che lei si senta demoralizzata e svuotata. Se ogni iniziativa viene accolta con rimproveri o con il richiamo ai sacrifici fatti per lei, è facile perdere motivazione e sentirsi di non fare o essere mai abbastanza.
Anche le critiche verso il suo ragazzo sembrano inserirsi in una dinamica di controllo e sfiducia che va oltre il lavoro. Quando i genitori faticano a separare il proprio investimento dall’identità del figlio, possono vivere ogni scelta autonoma come una minaccia o un tradimento.
Il punto centrale forse è questo: lei è entrata in azienda per scelta autentica o per lealtà familiare? E oggi sente di avere uno spazio reale per esprimere la sua identità professionale, oppure si sente ancora nella posizione della “figlia che deve dimostrare”?
Se il dialogo diretto porta solo a miglioramenti temporanei, potrebbe essere utile valutare un supporto esterno, anche solo per lei. Uno spazio psicologico può aiutarla a chiarire cosa desidera davvero, distinguere le sue responsabilità da quelle dei suoi genitori e capire quali confini può realisticamente mettere, senza vivere tutto come una colpa.
Non è egoismo voler lavorare in un clima di rispetto. E non è ingratitudine desiderare di essere riconosciuta come adulta, non solo come erede dell'attività.
Un caro saluto, Dott. Marco Squarcini
All'interno dell'attività familiare sembra che i confini tra ruolo professionale e ruolo affettivo siano confusi: una critica lavorativa diventa facilmente una critica personale, e ogni errore rischia di essere letto come mancanza di riconoscenza.
È comprensibile che lei si senta demoralizzata e svuotata. Se ogni iniziativa viene accolta con rimproveri o con il richiamo ai sacrifici fatti per lei, è facile perdere motivazione e sentirsi di non fare o essere mai abbastanza.
Anche le critiche verso il suo ragazzo sembrano inserirsi in una dinamica di controllo e sfiducia che va oltre il lavoro. Quando i genitori faticano a separare il proprio investimento dall’identità del figlio, possono vivere ogni scelta autonoma come una minaccia o un tradimento.
Il punto centrale forse è questo: lei è entrata in azienda per scelta autentica o per lealtà familiare? E oggi sente di avere uno spazio reale per esprimere la sua identità professionale, oppure si sente ancora nella posizione della “figlia che deve dimostrare”?
Se il dialogo diretto porta solo a miglioramenti temporanei, potrebbe essere utile valutare un supporto esterno, anche solo per lei. Uno spazio psicologico può aiutarla a chiarire cosa desidera davvero, distinguere le sue responsabilità da quelle dei suoi genitori e capire quali confini può realisticamente mettere, senza vivere tutto come una colpa.
Non è egoismo voler lavorare in un clima di rispetto. E non è ingratitudine desiderare di essere riconosciuta come adulta, non solo come erede dell'attività.
Un caro saluto, Dott. Marco Squarcini
Gentile utente, mi dispiace che questa situazione la stia mettendo a dura prova. Discussioni frequenti, critiche costanti, la sensazione che qualunque cosa faccia non sia sufficiente: tutto questo, nel tempo, può logorare e togliere energia. Entrare nell’azienda di famiglia non è solo una scelta lavorativa; coinvolge legami, aspettative e ruoli. Quando questi aspetti si intrecciano, può diventare difficile separare ciò che riguarda il lavoro da ciò che riguarda i rapporti familiari. Il senso di demoralizzazione e di blocco di cui parla merita attenzione, così come lo stress e l’ansia che riferisce. Non c’è nulla di sbagliato nel riconoscere che una situazione è troppo pesante in questo momento. Concedersi un tempo e uno spazio in cui esprimere questi vissuti, senza sentirsi giudicata o in colpa, può essere un modo per alleggerire il carico emotivo e ritrovare un maggiore equilibrio personale. Un saluto.
Quello che descrivi non parla di mancanza di interesse verso l’azienda, ma di un carico emotivo diventato troppo pesante. Essere figlia in un’azienda familiare significa vivere un doppio ruolo: professionale e affettivo. E quando questi due piani si confondono, ogni discussione sul lavoro rischia di trasformarsi in un giudizio personale.
Il fatto che ogni minima cosa diventi motivo di scontro, che ti venga attribuita la colpa e che tu ti senta costantemente sotto pressione può generare stress, ansia e un forte senso di intrappolamento. Non è debolezza: è una reazione comprensibile a una situazione che tocca identità, appartenenza e aspettative familiari.
Forse la domanda non è se ti interessa o meno l’azienda, ma quanto spazio hai per essere riconosciuta come adulta, con idee e limiti propri. Potrebbe essere utile ritagliarti uno spazio di confronto esterno (anche psicologico) per capire cosa desideri davvero tu, al di là del senso di dovere o di colpa.
Il fatto che ogni minima cosa diventi motivo di scontro, che ti venga attribuita la colpa e che tu ti senta costantemente sotto pressione può generare stress, ansia e un forte senso di intrappolamento. Non è debolezza: è una reazione comprensibile a una situazione che tocca identità, appartenenza e aspettative familiari.
Forse la domanda non è se ti interessa o meno l’azienda, ma quanto spazio hai per essere riconosciuta come adulta, con idee e limiti propri. Potrebbe essere utile ritagliarti uno spazio di confronto esterno (anche psicologico) per capire cosa desideri davvero tu, al di là del senso di dovere o di colpa.
Buongiorno,
da ciò che descrive emerge una situazione relazionale molto faticosa, in cui si sente costantemente sotto pressione, non riconosciuta e intrappolata in dinamiche che generano demotivazione, stress e ansia. Le difficoltà nel rapporto con i genitori, soprattutto quando si intrecciano aspettative familiari, lavoro e autonomia personale, possono essere particolarmente complesse e dolorose.
Il “circolo vizioso” che descrive spesso nasce proprio da modalità comunicative e relazionali ripetitive, che nel tempo alimentano frustrazione e senso di impotenza. In questi casi può essere utile uno spazio psicologico in cui comprendere meglio i vissuti emotivi coinvolti, chiarire i propri bisogni e valori, e sviluppare modalità più funzionali per gestire il rapporto con i genitori, i confini personali e le scelte legate al proprio percorso di vita.
Il fatto che stia cercando un confronto e un aiuto è già un passo importante verso una maggiore consapevolezza e verso il cambiamento. Non deve affrontare questa situazione da sola.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
da ciò che descrive emerge una situazione relazionale molto faticosa, in cui si sente costantemente sotto pressione, non riconosciuta e intrappolata in dinamiche che generano demotivazione, stress e ansia. Le difficoltà nel rapporto con i genitori, soprattutto quando si intrecciano aspettative familiari, lavoro e autonomia personale, possono essere particolarmente complesse e dolorose.
Il “circolo vizioso” che descrive spesso nasce proprio da modalità comunicative e relazionali ripetitive, che nel tempo alimentano frustrazione e senso di impotenza. In questi casi può essere utile uno spazio psicologico in cui comprendere meglio i vissuti emotivi coinvolti, chiarire i propri bisogni e valori, e sviluppare modalità più funzionali per gestire il rapporto con i genitori, i confini personali e le scelte legate al proprio percorso di vita.
Il fatto che stia cercando un confronto e un aiuto è già un passo importante verso una maggiore consapevolezza e verso il cambiamento. Non deve affrontare questa situazione da sola.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
Gentilissima, per prima cosa la ringrazio per aver portato questo suo vissuto così profondo qui. Leggendo, si percepisce proprio la disperazione e l'intensità delle emozioni che prova. È stata molto determinata nel comunicare ai suoi genitori che il loro comportamento e le loro aspettative sono troppo per lei e questo è un buon punto di partenza per la gestione della situazione, perché sembra denotare che riconosce quando è necessario per lei mettere dei confini. Il fatto che poi tutto torna come prima però spiega lo stress, il nervoso e l'ansia costanti. Rispetto a questi, potrebbe essere importante quindi andare a fondo, in quanto sono segnali che comunicano qualcosa che, se anche è molto spiacevole, ha un significato. Resto a disposizione. Dott.ssa Sharon Bocca
Quello che stai vivendo è molto più pesante di quanto sembri dall’esterno. Entrare in un’azienda familiare non è solo un passaggio lavorativo, è un cambiamento identitario: da figlia diventi “erede”, e spesso i ruoli si confondono. Quando ogni errore diventa una prova di “ingratitudine”, non si parla più di lavoro ma di dinamiche emotive irrisolte.
Il fatto che tu ti senta svogliata e demoralizzata non significa che non ti interessi l’azienda: spesso la motivazione si spegne quando si lavora in un clima di critica continua. È un meccanismo psicologico noto: più mi sento giudicata, meno mi sento competente; meno mi sento competente, meno mi attivo. Il circolo vizioso che descrivi è reale. Anche le critiche verso il tuo ragazzo sembrano parlare di controllo e paura di perdere potere, più che di reale preoccupazione per te. Quando l’amore viene misurato attraverso il rendimento o la lealtà economica, è facile sentirsi schiacciati.
La domanda centrale non è solo “come farli cambiare?”, perché su questo hai poco controllo. La domanda è: vuoi davvero lavorare lì? Lo desideri tu o lo stai facendo per senso del dovere? Separare il tuo progetto personale dalle loro aspettative è fondamentale per uscire dall’impasse. Potrebbe esserti molto utile un percorso psicologico per lavorare su confini, autonomia e senso di colpa. Perché qui non si tratta solo di azienda, ma di differenziarti come adulta senza sentirti una figlia “cattiva”. E questo passaggio, da sola, è difficile ma possibile.
Il fatto che tu ti senta svogliata e demoralizzata non significa che non ti interessi l’azienda: spesso la motivazione si spegne quando si lavora in un clima di critica continua. È un meccanismo psicologico noto: più mi sento giudicata, meno mi sento competente; meno mi sento competente, meno mi attivo. Il circolo vizioso che descrivi è reale. Anche le critiche verso il tuo ragazzo sembrano parlare di controllo e paura di perdere potere, più che di reale preoccupazione per te. Quando l’amore viene misurato attraverso il rendimento o la lealtà economica, è facile sentirsi schiacciati.
La domanda centrale non è solo “come farli cambiare?”, perché su questo hai poco controllo. La domanda è: vuoi davvero lavorare lì? Lo desideri tu o lo stai facendo per senso del dovere? Separare il tuo progetto personale dalle loro aspettative è fondamentale per uscire dall’impasse. Potrebbe esserti molto utile un percorso psicologico per lavorare su confini, autonomia e senso di colpa. Perché qui non si tratta solo di azienda, ma di differenziarti come adulta senza sentirti una figlia “cattiva”. E questo passaggio, da sola, è difficile ma possibile.
Ciao, sono Marika, psicologa clinica e ti rispondo come farei in studio con una mia cliente. Prima di tutto dicendoti una cosa importante: "quello che provi è comprensibile". Non sei “ingrata”, non sei “sbagliata” e non sei debole perché ti senti demoralizzata. Sei una ragazza di 25 anni che sta vivendo una situazione molto complessa, dove si intrecciano famiglia, lavoro, aspettative e identità personale. È un carico enorme.
Entrare nell’azienda di famiglia non è solo una scelta professionale:
significa entrare in un sistema di aspettative, di ruoli già scritti, di sacrifici che i tuoi genitori sentono di aver fatto e che ora – forse inconsapevolmente – ti mettono addosso come debito morale.
Quando dici: “Ogni minima cosa sembra il finimondo e la colpa è sempre mia” qui c’è un punto cruciale.
In molte aziende familiari succede questo: il conflitto lavorativo diventa conflitto personale. Non sei solo una collaboratrice: sei la figlia. E allora ogni errore non è “un errore professionale”, ma viene vissuto come una delusione affettiva.
Questo crea un **circolo vizioso**:
- Loro ti vedono “disinteressata”
- Ti criticano e ti pressano
- Tu ti senti demoralizzata e perdi motivazione
- Loro interpretano la tua demotivazione come conferma del loro giudizio.
E il ciclo ricomincia.
È molto faticoso vivere costantemente sotto giudizio, soprattutto quando il giudizio viene dai propri genitori. Perché non riguarda solo quello che fai, ma chi sei.
Sul tuo ragazzo, invece, probabilmente per loro è difficile accettare che tu stia diventando autonoma, adulta, con scelte tue. Mettere in dubbio il tuo partner può essere (anche se non giustificabile) un modo per cercare di mantenere controllo.
Ma attenzione: il problema non è il tuo ragazzo.
Il problema è il confine tra la tua vita e la loro.
Ti faccio una domanda importante (per riflettere, non devi rispondermi per forza):
-Se l’azienda non fosse dei tuoi genitori… tu la sceglieresti?
* Lo stai facendo per senso del dovere?
* Per paura di deluderli?
* Perché senti che non hai alternative?
* O perché una parte di te lo vuole davvero?
Se dentro di te c’è ambivalenza, è normale che l’energia sia bassa. Non è svogliatezza: è conflitto interno. Cosa puoi iniziare a fare (concretamente)
1. Separare lavoro e relazione familiare
Se decidi di restare in azienda, è fondamentale creare confini:
* Orari chiari
* Ruoli definiti
* Evitare discussioni lavorative fuori dall’orario
2. Non cercare di convincerli a capire
Hai già provato. Funziona per qualche settimana e poi tutto torna.
A volte il cambiamento non parte dal far capire, ma dal cambiare il proprio modo di reagire.
3. Ridurre il senso di colpa
Il fatto che loro abbiano costruito qualcosa con sacrificio non significa che tu debba viverlo come un debito eterno.
4. Valutare uno spazio tuo
Un percorso psicologico potrebbe aiutarti moltissimo non perché “sei disperata”, ma perché sei in una fase di costruzione identitaria molto delicata. A 25 anni è normale ridefinire chi sei, separandoti emotivamente dai genitori.
Quando scrivi: “Mi fanno scappare tutte le voglie”
Questa è una frase che parla di esaurimento emotivo.
Non è mancanza di carattere. È stress cronico. Se resti troppo a lungo in questa dinamica, rischi:
* Ansia costante
* Rabbia repressa
* Autosvalutazione
* Somatizzazioni
E non lo meriti. Ti lascio con una riflessione potente:
Diventare adulti non significa smettere di amare i genitori.
Significa smettere di vivere per ottenere la loro approvazione.
Tu non sei l’azienda.
Non sei il loro sacrificio.
Non sei il loro progetto.
Sei una persona con una tua identità che sta cercando spazio per respirare.
Se vuoi, possiamo approfondire insieme alcuni argomenti per cercare di vivere serenamente la relazione con i tuoi genitori, e allo stesso tempo, iniziare ad avere e vivere la tua nuova identità.
Per qualsiasi chiarimento rimango a tua disposizione.
Dott.ssa Marika
Entrare nell’azienda di famiglia non è solo una scelta professionale:
significa entrare in un sistema di aspettative, di ruoli già scritti, di sacrifici che i tuoi genitori sentono di aver fatto e che ora – forse inconsapevolmente – ti mettono addosso come debito morale.
Quando dici: “Ogni minima cosa sembra il finimondo e la colpa è sempre mia” qui c’è un punto cruciale.
In molte aziende familiari succede questo: il conflitto lavorativo diventa conflitto personale. Non sei solo una collaboratrice: sei la figlia. E allora ogni errore non è “un errore professionale”, ma viene vissuto come una delusione affettiva.
Questo crea un **circolo vizioso**:
- Loro ti vedono “disinteressata”
- Ti criticano e ti pressano
- Tu ti senti demoralizzata e perdi motivazione
- Loro interpretano la tua demotivazione come conferma del loro giudizio.
E il ciclo ricomincia.
È molto faticoso vivere costantemente sotto giudizio, soprattutto quando il giudizio viene dai propri genitori. Perché non riguarda solo quello che fai, ma chi sei.
Sul tuo ragazzo, invece, probabilmente per loro è difficile accettare che tu stia diventando autonoma, adulta, con scelte tue. Mettere in dubbio il tuo partner può essere (anche se non giustificabile) un modo per cercare di mantenere controllo.
Ma attenzione: il problema non è il tuo ragazzo.
Il problema è il confine tra la tua vita e la loro.
Ti faccio una domanda importante (per riflettere, non devi rispondermi per forza):
-Se l’azienda non fosse dei tuoi genitori… tu la sceglieresti?
* Lo stai facendo per senso del dovere?
* Per paura di deluderli?
* Perché senti che non hai alternative?
* O perché una parte di te lo vuole davvero?
Se dentro di te c’è ambivalenza, è normale che l’energia sia bassa. Non è svogliatezza: è conflitto interno. Cosa puoi iniziare a fare (concretamente)
1. Separare lavoro e relazione familiare
Se decidi di restare in azienda, è fondamentale creare confini:
* Orari chiari
* Ruoli definiti
* Evitare discussioni lavorative fuori dall’orario
2. Non cercare di convincerli a capire
Hai già provato. Funziona per qualche settimana e poi tutto torna.
A volte il cambiamento non parte dal far capire, ma dal cambiare il proprio modo di reagire.
3. Ridurre il senso di colpa
Il fatto che loro abbiano costruito qualcosa con sacrificio non significa che tu debba viverlo come un debito eterno.
4. Valutare uno spazio tuo
Un percorso psicologico potrebbe aiutarti moltissimo non perché “sei disperata”, ma perché sei in una fase di costruzione identitaria molto delicata. A 25 anni è normale ridefinire chi sei, separandoti emotivamente dai genitori.
Quando scrivi: “Mi fanno scappare tutte le voglie”
Questa è una frase che parla di esaurimento emotivo.
Non è mancanza di carattere. È stress cronico. Se resti troppo a lungo in questa dinamica, rischi:
* Ansia costante
* Rabbia repressa
* Autosvalutazione
* Somatizzazioni
E non lo meriti. Ti lascio con una riflessione potente:
Diventare adulti non significa smettere di amare i genitori.
Significa smettere di vivere per ottenere la loro approvazione.
Tu non sei l’azienda.
Non sei il loro sacrificio.
Non sei il loro progetto.
Sei una persona con una tua identità che sta cercando spazio per respirare.
Se vuoi, possiamo approfondire insieme alcuni argomenti per cercare di vivere serenamente la relazione con i tuoi genitori, e allo stesso tempo, iniziare ad avere e vivere la tua nuova identità.
Per qualsiasi chiarimento rimango a tua disposizione.
Dott.ssa Marika
Cara amica, leggendo il tuo sfogo si percepisce chiaramente il senso di soffocamento di chi si trova intrappolata in un copione scritto da altri. Quello che descrivi come un "circolo vizioso" è in realtà una dinamica di controllo molto forte, dove l'azienda di famiglia smette di essere un'opportunità lavorativa per diventare una moneta di scambio per la tua libertà emotiva.
Quando i tuoi genitori rinfacciano i "sudori della fronte" e ti definiscono una "figlia ingrata", stanno utilizzando un linguaggio che mira a generare senso di colpa. In psicologia sistemica, parliamo spesso di debiti di lealtà invisibili: è come se ti venisse chiesto di ripagare il loro successo rinunciando alla tua serenità e ai tuoi interessi autentici. La tua "svogliatezza" e la tua demoralizzazione non sono difetti del carattere, ma sono le uniche difese che il tuo sistema ha trovato per dirti che quella strada, così come ti viene imposta, non ti appartiene.
L'attacco che rivolgono al tuo ragazzo, poi, è un segnale ancora più profondo: mettendo in dubbio l'autenticità dei tuoi legami affettivi, cercano di minare la tua fiducia nel mondo esterno per riportarti sotto la loro ala protettiva, seppur tossica. È un modo per dirti che fuori dall'orbita familiare non sei al sicuro o non sei amabile per ciò che sei, ma solo per ciò che possiedi.
Hai cercato più volte di spiegare il tuo malessere, ma il fatto che dopo poche settimane tutto torni come prima indica che il loro bisogno di controllo è più forte della capacità di ascolto. Quando le aspettative diventano un carico che genera ansia costante, significa che il confine tra te e loro è stato superato.
Il primo passo per uscire da questa disperazione è iniziare a sentire che il tuo valore come persona non dipende dal successo dell'azienda dei tuoi genitori. Meriti uno spazio dove i tuoi sforzi siano visti e non usati come pretesto per rinfacciarti la tua esistenza. A volte, per ritrovare la propria "voglia", è necessario allontanarsi fisicamente o emotivamente da quei contesti che ci chiedono di essere chi non siamo.
Ricorda che la gratitudine verso i genitori non deve mai trasformarsi in un sacrificio del proprio Sé. La tua vita è il bene più prezioso che hai ricevuto, ed è l'unico che hai il dovere di proteggere, anche a costo di deludere aspettative che non tengono conto della tua natura.
Un caro saluto,
Dott.ssa Maria Pandolfo
Psicologa Clinica e della Riabilitazione ad orientamento Umanista-Bioenergetico
(Disponibile anche per consulenze online)
Quando i tuoi genitori rinfacciano i "sudori della fronte" e ti definiscono una "figlia ingrata", stanno utilizzando un linguaggio che mira a generare senso di colpa. In psicologia sistemica, parliamo spesso di debiti di lealtà invisibili: è come se ti venisse chiesto di ripagare il loro successo rinunciando alla tua serenità e ai tuoi interessi autentici. La tua "svogliatezza" e la tua demoralizzazione non sono difetti del carattere, ma sono le uniche difese che il tuo sistema ha trovato per dirti che quella strada, così come ti viene imposta, non ti appartiene.
L'attacco che rivolgono al tuo ragazzo, poi, è un segnale ancora più profondo: mettendo in dubbio l'autenticità dei tuoi legami affettivi, cercano di minare la tua fiducia nel mondo esterno per riportarti sotto la loro ala protettiva, seppur tossica. È un modo per dirti che fuori dall'orbita familiare non sei al sicuro o non sei amabile per ciò che sei, ma solo per ciò che possiedi.
Hai cercato più volte di spiegare il tuo malessere, ma il fatto che dopo poche settimane tutto torni come prima indica che il loro bisogno di controllo è più forte della capacità di ascolto. Quando le aspettative diventano un carico che genera ansia costante, significa che il confine tra te e loro è stato superato.
Il primo passo per uscire da questa disperazione è iniziare a sentire che il tuo valore come persona non dipende dal successo dell'azienda dei tuoi genitori. Meriti uno spazio dove i tuoi sforzi siano visti e non usati come pretesto per rinfacciarti la tua esistenza. A volte, per ritrovare la propria "voglia", è necessario allontanarsi fisicamente o emotivamente da quei contesti che ci chiedono di essere chi non siamo.
Ricorda che la gratitudine verso i genitori non deve mai trasformarsi in un sacrificio del proprio Sé. La tua vita è il bene più prezioso che hai ricevuto, ed è l'unico che hai il dovere di proteggere, anche a costo di deludere aspettative che non tengono conto della tua natura.
Un caro saluto,
Dott.ssa Maria Pandolfo
Psicologa Clinica e della Riabilitazione ad orientamento Umanista-Bioenergetico
(Disponibile anche per consulenze online)
Buonasera,
La situazione descritta, che sta vivendo con i suoi genitori può essere pesante e comprendo come possa sentirsi sotto pressione. Entrare in un’azienda familiare porta spesso con sé aspettative molto alte, e quando queste aspettative diventano motivo di conflitto è naturale provare demoralizzazione, stanchezza e la sensazione di essere intrappolata in un circolo difficile da interrompere. Le dinamiche che descrive — discussioni frequenti, critiche, attribuzione di colpe, giudizi sul suo rapporto di coppia — possono generare un forte carico emotivo e incidere sul suo benessere. In contesti familiari molto coinvolgenti, i ruoli personali e professionali tendono a sovrapporsi, rendendo più complessa la comunicazione e aumentando la tensione. Si finisce con il rientrare a casa con un peso maggiore.
È vero che, in molti casi, il lavoro a conduzione familiare può risultare più complesso proprio per la vicinanza emotiva e per le aspettative reciproche. Il fatto che Lei riconosca come tutto questo le provochi stress, nervosismo e ansia è un passaggio importante: significa che sta ascoltando ciò che prova e che sta cercando un modo per gestire la situazione.
Se sente che questo peso emotivo sta influenzando il suo equilibrio, può essere utile approfondire ciò che sta vivendo, così da trovare uno spazio in cui poter rielaborare queste dinamiche e comprendere quali passi possano aiutarla a stare meglio.
Stabilire con calma alcuni confini comunicativi può rappresentare un passo basilare per tutelare il suo benessere e l'efficacia del suo lavoro.
Si riconosca che lavorare in un ambiente familiare è già, di per sé, una sfida molto complessa.
Un saluto,
Dr.ssa Manuela Valentini
La situazione descritta, che sta vivendo con i suoi genitori può essere pesante e comprendo come possa sentirsi sotto pressione. Entrare in un’azienda familiare porta spesso con sé aspettative molto alte, e quando queste aspettative diventano motivo di conflitto è naturale provare demoralizzazione, stanchezza e la sensazione di essere intrappolata in un circolo difficile da interrompere. Le dinamiche che descrive — discussioni frequenti, critiche, attribuzione di colpe, giudizi sul suo rapporto di coppia — possono generare un forte carico emotivo e incidere sul suo benessere. In contesti familiari molto coinvolgenti, i ruoli personali e professionali tendono a sovrapporsi, rendendo più complessa la comunicazione e aumentando la tensione. Si finisce con il rientrare a casa con un peso maggiore.
È vero che, in molti casi, il lavoro a conduzione familiare può risultare più complesso proprio per la vicinanza emotiva e per le aspettative reciproche. Il fatto che Lei riconosca come tutto questo le provochi stress, nervosismo e ansia è un passaggio importante: significa che sta ascoltando ciò che prova e che sta cercando un modo per gestire la situazione.
Se sente che questo peso emotivo sta influenzando il suo equilibrio, può essere utile approfondire ciò che sta vivendo, così da trovare uno spazio in cui poter rielaborare queste dinamiche e comprendere quali passi possano aiutarla a stare meglio.
Stabilire con calma alcuni confini comunicativi può rappresentare un passo basilare per tutelare il suo benessere e l'efficacia del suo lavoro.
Si riconosca che lavorare in un ambiente familiare è già, di per sé, una sfida molto complessa.
Un saluto,
Dr.ssa Manuela Valentini
Buongiorno, dalle sue parole emerge una grande stanchezza emotiva.
Entrare nell’azienda di famiglia non è solo una scelta lavorativa: spesso significa muoversi dentro dinamiche affettive già esistenti, aspettative implicite, ruoli che si sovrappongono.
Da una parte c’è il loro investimento, la loro storia costruita nel tempo; dall’altra c’è il suo bisogno di essere riconosciuta come persona adulta, con tempi, modalità e desideri propri. Quando questi due piani si confondono, il conflitto può diventare continuo e logorante.
Tutto questo può attivare temi profondi legati al riconoscimento, al senso di appartenenza e al bisogno di autonomia. È una fase delicata, soprattutto in un momento di passaggio come quello che descrive.
Un altro elemento è quello del giudizio. Quando ci si sente continuamente sotto valutazione, può emergere ansia, stress e una progressiva perdita di motivazione. Questa demotivazione, a sua volta, può essere letta dall’altro come disinteresse, alimentando ulteriori tensioni. Tutto questo può portare a dinamiche relazionali che si irrigidiscono, diventando molto faticose per tutti.
Anche il fatto che vengano toccati aspetti della sua vita affettiva sembra amplificare il tema dell’autonomia e del sentirsi riconosciuta come persona separata, non solo come figlia.
Forse il punto centrale non è tanto stabilire se le aspettative siano giuste o sbagliate, ma capire come lei possa ritrovare uno spazio interno più solido, meno dipendente dalle valutazioni esterne. Quando il malessere diventa costante — come descrive parlando di ansia e nervosismo continui — può essere utile fermarsi e chiedersi cosa sta succedendo dentro di sé, quali bisogni stanno chiedendo ascolto.
Uno percorso psicologico potrebbe offrirle un luogo in cui fermarsi e mettere ordine tra ciò che sente come suo e ciò che invece avverte come aspettativa familiare, così da capire con più chiarezza come desidera stare dentro questa situazione.
Un caro saluto, Dott.ssa Silvana Grilli
Entrare nell’azienda di famiglia non è solo una scelta lavorativa: spesso significa muoversi dentro dinamiche affettive già esistenti, aspettative implicite, ruoli che si sovrappongono.
Da una parte c’è il loro investimento, la loro storia costruita nel tempo; dall’altra c’è il suo bisogno di essere riconosciuta come persona adulta, con tempi, modalità e desideri propri. Quando questi due piani si confondono, il conflitto può diventare continuo e logorante.
Tutto questo può attivare temi profondi legati al riconoscimento, al senso di appartenenza e al bisogno di autonomia. È una fase delicata, soprattutto in un momento di passaggio come quello che descrive.
Un altro elemento è quello del giudizio. Quando ci si sente continuamente sotto valutazione, può emergere ansia, stress e una progressiva perdita di motivazione. Questa demotivazione, a sua volta, può essere letta dall’altro come disinteresse, alimentando ulteriori tensioni. Tutto questo può portare a dinamiche relazionali che si irrigidiscono, diventando molto faticose per tutti.
Anche il fatto che vengano toccati aspetti della sua vita affettiva sembra amplificare il tema dell’autonomia e del sentirsi riconosciuta come persona separata, non solo come figlia.
Forse il punto centrale non è tanto stabilire se le aspettative siano giuste o sbagliate, ma capire come lei possa ritrovare uno spazio interno più solido, meno dipendente dalle valutazioni esterne. Quando il malessere diventa costante — come descrive parlando di ansia e nervosismo continui — può essere utile fermarsi e chiedersi cosa sta succedendo dentro di sé, quali bisogni stanno chiedendo ascolto.
Uno percorso psicologico potrebbe offrirle un luogo in cui fermarsi e mettere ordine tra ciò che sente come suo e ciò che invece avverte come aspettativa familiare, così da capire con più chiarezza come desidera stare dentro questa situazione.
Un caro saluto, Dott.ssa Silvana Grilli
Buonasera, dal suo messaggio emerge un livello di frustrazione e di logoramento emotivo molto alto. Entrare nell’azienda familiare non è solo una scelta professionale: implica dinamiche affettive, aspettative implicite, senso di debito e ruoli che spesso si sovrappongono. Quando il piano lavorativo e quello familiare si confondono, ogni errore o difficoltà può assumere un significato personale, diventando un giudizio sulla figlia prima ancora che sulla collaboratrice.
In generale, nelle imprese familiari è frequente che i genitori fatichino a distinguere tra investimento economico, sacrificio personale e riconoscimento affettivo. Le frasi che lei riporta (“non ti interessa”, “siamo noi che facciamo tutto per te”, “sei ingrata”) indicano una comunicazione fortemente colpevolizzante, che nel tempo può minare motivazione e autostima. È comprensibile che, in questo clima, la sua energia si spenga: sentirsi costantemente sotto esame riduce il senso di iniziativa e alimenta il circolo vizioso che lei stessa descrive.
Anche il giudizio sul suo compagno sembra inserirsi in una dinamica di controllo e diffidenza che va oltre il piano lavorativo. Quando la fiducia di base viene meno, ogni scelta personale rischia di essere interpretata come minaccia o convenienza.
Il punto centrale, più che convincerli, potrebbe essere comprendere cosa desidera lei: vuole realmente far parte dell’azienda, ma con confini e modalità diverse? Oppure sente che questa strada non è coerente con la sua identità? Senza una chiarezza interna, sarà difficile interrompere la ripetizione delle stesse discussioni.
Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a lavorare su due aspetti: rafforzare i suoi confini personali e distinguere il senso di responsabilità reale dal senso di colpa indotto. In contesti familiari così intrecciati, avere uno spazio neutro di riflessione può essere determinante per uscire dalla sensazione di impotenza che sta vivendo. Se lo desidera, può contattarmi per approfondire insieme questa situazione e valutare come muoversi in modo più tutelante per il suo equilibrio emotivo.
In generale, nelle imprese familiari è frequente che i genitori fatichino a distinguere tra investimento economico, sacrificio personale e riconoscimento affettivo. Le frasi che lei riporta (“non ti interessa”, “siamo noi che facciamo tutto per te”, “sei ingrata”) indicano una comunicazione fortemente colpevolizzante, che nel tempo può minare motivazione e autostima. È comprensibile che, in questo clima, la sua energia si spenga: sentirsi costantemente sotto esame riduce il senso di iniziativa e alimenta il circolo vizioso che lei stessa descrive.
Anche il giudizio sul suo compagno sembra inserirsi in una dinamica di controllo e diffidenza che va oltre il piano lavorativo. Quando la fiducia di base viene meno, ogni scelta personale rischia di essere interpretata come minaccia o convenienza.
Il punto centrale, più che convincerli, potrebbe essere comprendere cosa desidera lei: vuole realmente far parte dell’azienda, ma con confini e modalità diverse? Oppure sente che questa strada non è coerente con la sua identità? Senza una chiarezza interna, sarà difficile interrompere la ripetizione delle stesse discussioni.
Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a lavorare su due aspetti: rafforzare i suoi confini personali e distinguere il senso di responsabilità reale dal senso di colpa indotto. In contesti familiari così intrecciati, avere uno spazio neutro di riflessione può essere determinante per uscire dalla sensazione di impotenza che sta vivendo. Se lo desidera, può contattarmi per approfondire insieme questa situazione e valutare come muoversi in modo più tutelante per il suo equilibrio emotivo.
Buonasera,
la situazione che descrive è molto più comune di quanto si pensi nelle aziende familiari, ma questo non significa che sia facile da vivere. Quando ruolo professionale e ruolo di figlia si sovrappongono, le dinamiche emotive si intensificano: le aspettative diventano pressioni, le critiche diventano giudizi identitari, e il confronto lavorativo si trasforma in conflitto personale.
Dal suo racconto emergono segnali importanti: demoralizzazione, senso di svalutazione, stress costante, ansia e la percezione di essere intrappolata in un circolo vizioso. Questo tipo di dinamica può progressivamente erodere motivazione, autostima e serenità relazionale.
Nelle realtà imprenditoriali familiari spesso si attivano:
- Aspettative transgenerazionali (la continuità del “progetto di vita” dei genitori)
- Confusione di ruoli (figlia vs collaboratrice)
- Comunicazione critica anziché costruttiva
Difficoltà nel processo di separazione e autonomia del figlio adulto
Quando il confronto diventa continuo e ogni errore viene amplificato, si entra in un meccanismo che alimenta frustrazione da entrambe le parti. Più lei si sente demotivata, più loro leggono disinteresse; più loro criticano, più la sua motivazione cala.
In questi casi non è questione di “essere svogliata”, ma di un equilibrio relazionale che va ristrutturato.
Il lavoro di supporto familiare serve proprio a questo: chiarire i confini tra ruolo familiare e ruolo professionale riorganizzare la comunicazione in modo assertivo ridurre il carico emotivo che oggi sta vivendo aiutarla a comprendere cosa desidera davvero per sé, al di là delle aspettative.
Anche il tema del giudizio verso il suo partner rientra spesso in dinamiche di controllo e difficoltà a riconoscere l’autonomia affettiva del figlio adulto.
La cosa importante è che lei non sta “esagerando”: il suo disagio è un segnale che qualcosa nel sistema relazionale necessita di essere ridefinito.
Se sente di essere arrivata a un punto di esasperazione, può essere utile non affrontare tutto da sola. Uno spazio di consulenza dedicato le permetterebbe di: analizzare con maggiore lucidità le dinamiche in atto costruire strategie comunicative concrete recuperare motivazione e centratura capire come uscire dal circolo vizioso in modo strutturato
Se desidera, possiamo approfondire insieme la sua situazione in modo più specifico e personalizzato. A volte bastano pochi incontri di orientamento familiare per iniziare a vedere la situazione con maggiore chiarezza e ridurre significativamente il carico emotivo.
Resto a disposizione per un confronto diretto.
la situazione che descrive è molto più comune di quanto si pensi nelle aziende familiari, ma questo non significa che sia facile da vivere. Quando ruolo professionale e ruolo di figlia si sovrappongono, le dinamiche emotive si intensificano: le aspettative diventano pressioni, le critiche diventano giudizi identitari, e il confronto lavorativo si trasforma in conflitto personale.
Dal suo racconto emergono segnali importanti: demoralizzazione, senso di svalutazione, stress costante, ansia e la percezione di essere intrappolata in un circolo vizioso. Questo tipo di dinamica può progressivamente erodere motivazione, autostima e serenità relazionale.
Nelle realtà imprenditoriali familiari spesso si attivano:
- Aspettative transgenerazionali (la continuità del “progetto di vita” dei genitori)
- Confusione di ruoli (figlia vs collaboratrice)
- Comunicazione critica anziché costruttiva
Difficoltà nel processo di separazione e autonomia del figlio adulto
Quando il confronto diventa continuo e ogni errore viene amplificato, si entra in un meccanismo che alimenta frustrazione da entrambe le parti. Più lei si sente demotivata, più loro leggono disinteresse; più loro criticano, più la sua motivazione cala.
In questi casi non è questione di “essere svogliata”, ma di un equilibrio relazionale che va ristrutturato.
Il lavoro di supporto familiare serve proprio a questo: chiarire i confini tra ruolo familiare e ruolo professionale riorganizzare la comunicazione in modo assertivo ridurre il carico emotivo che oggi sta vivendo aiutarla a comprendere cosa desidera davvero per sé, al di là delle aspettative.
Anche il tema del giudizio verso il suo partner rientra spesso in dinamiche di controllo e difficoltà a riconoscere l’autonomia affettiva del figlio adulto.
La cosa importante è che lei non sta “esagerando”: il suo disagio è un segnale che qualcosa nel sistema relazionale necessita di essere ridefinito.
Se sente di essere arrivata a un punto di esasperazione, può essere utile non affrontare tutto da sola. Uno spazio di consulenza dedicato le permetterebbe di: analizzare con maggiore lucidità le dinamiche in atto costruire strategie comunicative concrete recuperare motivazione e centratura capire come uscire dal circolo vizioso in modo strutturato
Se desidera, possiamo approfondire insieme la sua situazione in modo più specifico e personalizzato. A volte bastano pochi incontri di orientamento familiare per iniziare a vedere la situazione con maggiore chiarezza e ridurre significativamente il carico emotivo.
Resto a disposizione per un confronto diretto.
Buonasera.
Si sente quanto sei stanca e quanto ti senti intrappolata in una dinamica che non è solo lavorativa ma profondamente familiare. Entrare nell’azienda dei propri genitori non è mai solo “andare a lavorare”, è entrare in un sistema di aspettative, debiti emotivi, riconoscimenti mai abbastanza e ruoli che si confondono. Quando ti dicono che non hai interesse, che sei ingrata, che loro hanno costruito tutto con sacrificio, stanno parlando dal loro investimento emotivo enorme in quell’azienda. Per loro è identità, fatica, orgoglio, controllo. Ma il fatto che per loro sia tutto questo non significa che per te debba avere lo stesso significato o la stessa intensità. Il punto è che ogni volta che ti rinfacciano ciò che fanno per te, trasformano il lavoro in un debito morale. Tu stessa dici di essere demoralizzata e svogliata. È importante essere onesta con te: questa svogliatezza nasce solo dalle loro critiche o c’è anche una parte di te che non sente quell’azienda come un progetto davvero suo? Perché se sei dentro principalmente per senso di dovere o per non deluderli, è inevitabile che si crei un circolo vizioso.
La tua demoralizzazione potrebbe non essere solo effetto delle loro critiche, ma il segnale che stai faticando a trovare uno spazio in cui essere te stessa senza sentirti costantemente figlia sotto giudizio. Quando ti rinfacciano ciò che fanno per te, ti riportano in una posizione infantile di debito. E finché resti in quella posizione, sarà difficile sentirti davvero adulta e libera nelle scelte.
Anche le critiche verso il tuo ragazzo sembrano muoversi su questo piano: mettere in dubbio lui significa, indirettamente, mettere in dubbio la tua capacità di scegliere. È come se il messaggio implicito fosse “noi sappiamo meglio di te”.
La vera domanda forse diventa chi vuoi essere come donna, indipendentemente dall’azienda. Riesci a tollerare l’idea che loro possano non capire alcune tue scelte? Riesci a sostenere un conflitto senza tornare automaticamente nel ruolo della figlia che deve dimostrare di essere abbastanza?
La differenziazione è un processo scomodo: comporta sensi di colpa, momenti di distanza, a volte delusioni reciproche. Ma è anche il passaggio necessario per costruire un’identità adulta solida. Non sei disperata perché non sei capace, sei disperata perché sei in mezzo a una transizione. E le transizioni fanno paura, soprattutto quando toccano legami così importanti.
Se vuoi, possiamo esplorare quali sono le parti di te che senti più soffocate e quali invece stanno cercando spazio.
Se vuoi puoi contattarmi per un colloquio conoscitivo e cercheremo insieme di capirci di più.
Un caro saluto
Dott.ssa Bacchi
Si sente quanto sei stanca e quanto ti senti intrappolata in una dinamica che non è solo lavorativa ma profondamente familiare. Entrare nell’azienda dei propri genitori non è mai solo “andare a lavorare”, è entrare in un sistema di aspettative, debiti emotivi, riconoscimenti mai abbastanza e ruoli che si confondono. Quando ti dicono che non hai interesse, che sei ingrata, che loro hanno costruito tutto con sacrificio, stanno parlando dal loro investimento emotivo enorme in quell’azienda. Per loro è identità, fatica, orgoglio, controllo. Ma il fatto che per loro sia tutto questo non significa che per te debba avere lo stesso significato o la stessa intensità. Il punto è che ogni volta che ti rinfacciano ciò che fanno per te, trasformano il lavoro in un debito morale. Tu stessa dici di essere demoralizzata e svogliata. È importante essere onesta con te: questa svogliatezza nasce solo dalle loro critiche o c’è anche una parte di te che non sente quell’azienda come un progetto davvero suo? Perché se sei dentro principalmente per senso di dovere o per non deluderli, è inevitabile che si crei un circolo vizioso.
La tua demoralizzazione potrebbe non essere solo effetto delle loro critiche, ma il segnale che stai faticando a trovare uno spazio in cui essere te stessa senza sentirti costantemente figlia sotto giudizio. Quando ti rinfacciano ciò che fanno per te, ti riportano in una posizione infantile di debito. E finché resti in quella posizione, sarà difficile sentirti davvero adulta e libera nelle scelte.
Anche le critiche verso il tuo ragazzo sembrano muoversi su questo piano: mettere in dubbio lui significa, indirettamente, mettere in dubbio la tua capacità di scegliere. È come se il messaggio implicito fosse “noi sappiamo meglio di te”.
La vera domanda forse diventa chi vuoi essere come donna, indipendentemente dall’azienda. Riesci a tollerare l’idea che loro possano non capire alcune tue scelte? Riesci a sostenere un conflitto senza tornare automaticamente nel ruolo della figlia che deve dimostrare di essere abbastanza?
La differenziazione è un processo scomodo: comporta sensi di colpa, momenti di distanza, a volte delusioni reciproche. Ma è anche il passaggio necessario per costruire un’identità adulta solida. Non sei disperata perché non sei capace, sei disperata perché sei in mezzo a una transizione. E le transizioni fanno paura, soprattutto quando toccano legami così importanti.
Se vuoi, possiamo esplorare quali sono le parti di te che senti più soffocate e quali invece stanno cercando spazio.
Se vuoi puoi contattarmi per un colloquio conoscitivo e cercheremo insieme di capirci di più.
Un caro saluto
Dott.ssa Bacchi
Salve, le consiglio di intraprendere un percorso psicologico che le permetta di stabilire confini chiari con i suoi familiari e di ritrovare serenità.
Saluti
Saluti
Buona sera, entrare a lavorare nell'azienda di famiglia é stata una sua scelta o sente di aver avuto delle pressioni familiari riguardo a ciò? Era quello che voleva fare ? Al netto delle discussioni le piace quello che fa? Sente che é un suo desiderio lavorare lì? Le pongo queste domande inizialmente per capire anche su cosa magari poter riflettere. Consideri anche che da come ha scritto é entrata da poco nell'azienda e lavorare con i familiari può avere , a mio modo di vedere, delle dinamiche particolari. Può capitare che, data la confidenza, possa esserci una qualche difficoltà nel mantenere dei confini professionali ed avere una buona comunicazione.A volte alcuni genitori possono proiettare sui figli molti desideri ed aspettative, ciò di per sé non é sempre un male o un qualcosa da condannare ma può diventare problematico qualora l'intensità di queste aspettative sia molto alta e venga vissuto dai figli come un' "eredità pesante" da dover portare avanti ad ogni costo. In tutto ciò questa situazione potrebbe essere anche solo una fase di passaggio e assestamento dato che ha iniziato da poco. Sicuramente é necessario riuscire a comunicare in maniera più efficace anche se comprendo benissimo che in un clima di tensione del genere magari esprimere i propri bisogni e stati d'animo non é per niente facile. Nel caso in cui senta che questo lavoro non le dia adeguate soddisfazioni o che in queste condizioni di tensione costante non riesca più a vivere tranquillamente può ponderare l'idea di cercare alternative lavorative. Anche se può esserci l' ipotesi che un potenziale cambio lavoro possa essere vissuto dai familiari quasi come un abbandono/ tradimento o come una forma di ingratitudine cioè non deve eccessivamente limitarla nel focalizzarsi sui propri bisogni e sul proprio benessere psicofisico. Uno dei passaggi che magari potrebbe aiutarla é quella di raggiungere un' indipendenza economica, così da svincolare affetti dall'ambito lavorativo .
Chiaramente non avendo il contesto queste sono solo ipotesi e comprendo benissimo che capire cosa si desidera veramente non é facile e spesso non é neanche immediato. In alcuni casi confrontarsi con alcuni amici o figure di supporto potrebbe esserle utile in altri potrebbe essere piú utile un percorso di analisi personale per poter dare forma a pensieri e sentimenti che possono turbarla.
Un saluto, Dott Alex Pagano.
Chiaramente non avendo il contesto queste sono solo ipotesi e comprendo benissimo che capire cosa si desidera veramente non é facile e spesso non é neanche immediato. In alcuni casi confrontarsi con alcuni amici o figure di supporto potrebbe esserle utile in altri potrebbe essere piú utile un percorso di analisi personale per poter dare forma a pensieri e sentimenti che possono turbarla.
Un saluto, Dott Alex Pagano.
Buonasera, ti rispondo in modo diretto ma con rispetto per quello che stai vivendo.
Entrare nell’azienda di famiglia non è solo iniziare un lavoro. È entrare in un sistema emotivo già carico di storia, sacrifici, aspettative, orgoglio. Non stai solo lavorando: stai toccando qualcosa che per loro rappresenta identità e valore personale.
Il punto però è questo:
**un’azienda non può diventare il metro con cui si misura l’amore verso una figlia.**
Quando ti dicono che sei ingrata, che non hai interesse, che non va mai bene niente… non stanno solo facendo critiche professionali. Stanno mescolando ruolo lavorativo e ruolo familiare. E questo è devastante perché non hai uno spazio sicuro: se sbagli come lavoratrice, vieni colpita come figlia.
È comprensibile che tu sia svogliata e demoralizzata. Quando ogni gesto viene letto come “non abbastanza”, il cervello entra in difesa. La demotivazione spesso non è pigrizia: è protezione.
Anche il fatto che giudichino il tuo ragazzo parla di controllo e paura. Forse temono di perdere potere, forse vedono il mondo attraverso la lente del tornaconto perché è quella che conoscono. Ma questo non significa che tu debba adottarla.
Mi colpisce una frase: *“mi fanno scappare tutte le voglie.”*
Questa è una spia importante. Non è che tu non abbia voglia in assoluto. È che in quel clima la perdi. Hai due livelli da distinguere:
1. Vuoi davvero far parte di quell’azienda?
2. Se sì, puoi farlo solo se vengono stabiliti confini chiari tra lavoro e famiglia?
Perché finché ogni errore lavorativo diventa un attacco personale, resterai nel circolo vizioso. Non sei disperata perché sei debole. Sei stanca di non sentirti vista come adulta autonoma. Se vuoi, possiamo provare a chiarire una cosa insieme:
quando ti immagini tra 5 anni, ti vedi lì per scelta o per senso di colpa?
A volte la risposta a questa domanda apre uno spiraglio.
Entrare nell’azienda di famiglia non è solo iniziare un lavoro. È entrare in un sistema emotivo già carico di storia, sacrifici, aspettative, orgoglio. Non stai solo lavorando: stai toccando qualcosa che per loro rappresenta identità e valore personale.
Il punto però è questo:
**un’azienda non può diventare il metro con cui si misura l’amore verso una figlia.**
Quando ti dicono che sei ingrata, che non hai interesse, che non va mai bene niente… non stanno solo facendo critiche professionali. Stanno mescolando ruolo lavorativo e ruolo familiare. E questo è devastante perché non hai uno spazio sicuro: se sbagli come lavoratrice, vieni colpita come figlia.
È comprensibile che tu sia svogliata e demoralizzata. Quando ogni gesto viene letto come “non abbastanza”, il cervello entra in difesa. La demotivazione spesso non è pigrizia: è protezione.
Anche il fatto che giudichino il tuo ragazzo parla di controllo e paura. Forse temono di perdere potere, forse vedono il mondo attraverso la lente del tornaconto perché è quella che conoscono. Ma questo non significa che tu debba adottarla.
Mi colpisce una frase: *“mi fanno scappare tutte le voglie.”*
Questa è una spia importante. Non è che tu non abbia voglia in assoluto. È che in quel clima la perdi. Hai due livelli da distinguere:
1. Vuoi davvero far parte di quell’azienda?
2. Se sì, puoi farlo solo se vengono stabiliti confini chiari tra lavoro e famiglia?
Perché finché ogni errore lavorativo diventa un attacco personale, resterai nel circolo vizioso. Non sei disperata perché sei debole. Sei stanca di non sentirti vista come adulta autonoma. Se vuoi, possiamo provare a chiarire una cosa insieme:
quando ti immagini tra 5 anni, ti vedi lì per scelta o per senso di colpa?
A volte la risposta a questa domanda apre uno spiraglio.
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