Domande del paziente (395)

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Taslima Grossi

    Buongiorno, la ringrazio per aver condiviso una situazione così complessa e carica di significati. Da quello che racconta emerge con chiarezza quanto lei si sia investita in questa relazione, anche facendo... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Taslima Grossi

    La ringrazio per aver condiviso un vissuto così delicato e personale. Quello che descrive è tutt’altro che banale: le emozioni di disagio, disgusto e anche tristezza che prova sono comprensibili e meritano... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Taslima Grossi

    La ringrazio per la condivisione. La situazione che descrive appare profondamente dolorosa e comprensibilmente destabilizzante. Scoprire un tradimento può generare un forte senso di sofferenze, confusione... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Taslima Grossi

    La ringrazio davvero per aver condiviso in modo così aperto e dettagliato ciò che sta vivendo. Si percepisce quanto questo periodo sia faticoso e quanto stia incidendo sulla sua qualità di vita, su più... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Taslima Grossi

    La ringrazio per aver condiviso con tanta chiarezza una difficoltà che può essere delicata e anche faticosa da affrontare. È comprensibile che questo cambiamento la preoccupi, soprattutto considerando... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Taslima Grossi

    La ringrazio davvero per aver condiviso tutto questo con così tanta lucidità: si sente quanto sta soffrendo in questo momento, e quanto stia cercando di capire cosa le sta succedendo senza perdersi.

    Quello... Altro


    Buongiorno Gent.mi Dottori,
    vorrei un Vostro parere...non so come reagire, come comportarmi, mi trovo sempre impreparata...ho rivisto il mio ex stava parlando con suoi colleghi nel corridoio degli uffici, e siccome io dovevo attraversare per forza il corridoio (dove era fermo lui a parlare) per entrare in ufficio e lo spazio era stretto, non c'erano altre vie e gli sono dovuta passare affianco e quindi il mio braccio ha sfiorato il suo..lui non si è nemmeno spostato per farmi passare, come se non esistessi, un infantile.. so che avrei dovuto dire "permesso, scusate" per farlo spostare e farmi rispettare pero' non volevo rivolgere la parola a ne' a lui né agli altri...non capisco questi suoi dispetti dato che è stato lui a lasciarmi..Lavoriamo nella stessa università ma uffici distanti..
    una altra volta mentre parlavo con un collega, mi sono accorta che camminava di fretta a testa bassa come se fossi invisibile, come se avessi la peste..(è come se volesse sottolineare che non mi vuole, di non iludermi ma di questo ne sono consapevole)
    .il mio collega che lo conosce ma non sa la nostra situazione, gli ha dato una pacca sulla spalla in segno di saluto ed il mio ex sempre a testa bassa , ha detto un buongiorno forzato e se ne è andato di fretta..tempo fa trovandomelo di fronte, gli ho detto ciao e lui ha ricambiato con ciao (ma sembrava un ciao forzato) e ci siamo guardati negli occhi per qualche istante ma di sua iniziativa non saluta né mi rivolge sguardi..forse ha paura non so per quale motivo..nonostante per due anni non ci siamo visti né sentiti..ho evitato luoghi comuni..e nonostante io sappia che non ci potrà essere un futuro tra noi, dopo che lo incontro, sento dentro di me una agitazione, tremore, come se dentro stessi esplodendo tanto che dopo ho bisogno di sedermi..sono purtroppo timida. introversa, ansiosa e non so mai quale è il modo migliore di comportarmi con lui, mi sembra di sbagliare sempre..Grazie per i vostri pareri..Vi Auguro una Buona Pasqua.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Taslima Grossi

    La ringrazio per aver condiviso una situazione così delicata e carica di emozioni. Si percepisce chiaramente quanto questi incontri la mettano in difficoltà e quanto, nonostante il tempo passato, il contatto con il suo ex attivi ancora una reazione intensa dentro di lei.

    Quello che descrive è molto comprensibile: anche quando sappiamo razionalmente che una relazione è finita e che non ci sarà un futuro, il corpo e le emozioni possono reagire in modo molto forte, soprattutto se la chiusura non è stata del tutto “elaborata” a livello emotivo. Quel tremore, quell’agitazione fino al bisogno di sedersi, sono segnali di un’attivazione emotiva importante, non di una sua debolezza.

    Rispetto al comportamento del suo ex, è naturale cercare di dargli un significato, ma spesso questi atteggiamenti (evitare lo sguardo, fare finta di nulla, sembrare freddo) parlano più del suo modo di gestire la situazione che di lei. Potrebbe essere imbarazzo, evitamento, difficoltà a reggere il contatto… ma al di là delle possibili spiegazioni, ciò che conta davvero è come tutto questo fa sentire lei.

    Mi sembra importante dirle una cosa: non esiste un modo “giusto” in assoluto di comportarsi in queste situazioni. Esiste piuttosto un modo più adatto a lei, a come si sente e a ciò che vuole proteggere di sé. Il punto non è fare la cosa perfetta, ma trovare una modalità che la faccia sentire il più possibile coerente e rispettosa dei suoi vissuti.

    Per esempio, evitare di salutarlo può essere una forma di protezione, così come scegliere un saluto minimo e neutro può essere un modo per mantenere una distanza senza entrare in dinamiche più cariche. Non è tanto importante cosa “si dovrebbe fare”, ma cosa la aiuta a stare un po’ meglio in quei momenti.

    Credo sia importante spostare l’attenzione da “sto sbagliando?” a “come posso prendermi cura di me in questi momenti?”.

    Il fatto che lei si definisca timida, introversa e ansiosa non è un limite, ma una chiave di lettura: probabilmente ha bisogno di tempi e modalità più delicate per gestire situazioni emotivamente attivanti come questa.

    Se queste reazioni sono così intense e persistenti, potrebbe essere utile anche avere uno spazio psicologico in cui elaborare meglio ciò che questa relazione ha rappresentato per lei e perché il contatto, anche minimo, continua ad avere questo impatto.

    Resto a disposizione se desidera approfondire o lavorare su strategie più concrete per affrontare questi incontri con maggiore serenità.


    Salve dottori, vorrei esporvi una questione a non riesco ancora a passarci sopra o comunque a risolvere, nonostante vado da 6 sedute da un professionista, ma non ho ancora trovato risposte se non il fatto di sentire ciò che sento ma non riuscendo ancora a capire I miei sentimenti o bisogni ecco...il punto è che da qualche mese mi sono lasciata con una persona piu grande di 20 anni circa (io ne ho 25), per vari motivi, con lui ci continuiamo a vedere e sentire ogni tanto, a volte capita anche che succede qualcosa tra di noi, però ecco è difficile distaccarmi da lui perché mi dispiace, ci tengo, e dall'altra diciamo che c'è un amico con cui mi sono frequentata qualche anno fa prima del mio ex e con cui mi sono sempre sfogata e mi ha sempre capito e ascoltato quando gli parlavo dei problemi con il mio ex, mi sono sempre trovata bene a parlare, scherzare ecc, in questo ultimo periodo mi è sembrato di iniziare a provare qualcosa, ma è sempre rimasta un amicizia anche da parte sua, ci siamo visti poi qualche settimana fa (perché siamo a distanza) e diciamo è successo qualche bacio..il problema è che non so come mi sento, perché ad esempio non mi sento di riuscire a tornare con il mio ex nonostante lui mi voglia ancora, mi dica di tornare insieme e insista, ci stia male ed è come se mi facesse sentire in colpa e io non riesco, forse anche perché non provo quello che provavo prima, allo stesso tempo non mi sento di poter stare insieme a questo amico perché non lo so, non mi sento di provare un cosi forte sentimento per lui, ma allo stesso tempo vorrei rivederlo, ma comunque proverei un dispiacere per l'altro/senso di colpa..proverei dispiacere per entrambe le parti, inoltre in terapia c'era stata una seduta in cui ho rappresentato due cerchi pensando alla persona ma sono risultati distanziati e non mi aspettavo questo..per entrambe le persone però..non so cosa fare, mi dispiace per tutti e due..ora questo amico vorrebbe un distacco da me perché so che comunque prova qualcosa e sa che io non ci starei, ma non so che fare, come comportarmi, vorrei rivederlo, ma non so come distaccarmi e se farlo dal mio ex..dovrei forse stare da sola e poi forse capirò qualcosa? non so come muovermi..

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Taslima Grossi

    La ringrazio per la condivisione. Capisco quanto questa situazione possa essere confusiva e anche emotivamente faticosa per lei. Da quello che racconta, sembra che si trovi in una sorta di “spazio intermedio”, in cui da una parte c’è un legame significativo che fatica a lasciare andare del tutto, e dall’altra una nuova possibilità che però non sente ancora come pienamente definita o sufficientemente solida. È comprensibile che in mezzo a tutto questo emergano senso di colpa, indecisione e difficoltà a orientarsi.
    Mi viene da sottolinearle una cosa importante: sei sedute di terapia rappresentano ancora una fase molto iniziale del percorso. Il fatto che lei senta di non avere ancora risposte chiare non è un segnale che “non sta funzionando”, ma piuttosto che il processo è appena iniziato. Spesso, prima di arrivare a comprendere davvero i propri bisogni e sentimenti, è necessario attraversare proprio questa fase di incertezza e confusione. È uno spazio scomodo, ma anche molto prezioso.
    Quello che racconta rispetto al sentirsi “tirata” tra due persone e al provare dispiacere per entrambe mi fa pensare a una forte sensibilità verso l’altro, ma anche a quanto questo rischi di mettere in secondo piano lei stessa. Più che capire cosa fare rispetto a loro, forse in questo momento potrebbe essere utile iniziare a spostare lo sguardo su di sé: cosa sente davvero, al di là del dispiacere che prova per loro? Cosa desidera, se prova a mettere momentaneamente da parte il senso di responsabilità verso i loro sentimenti?
    Lei stessa accenna a un punto molto importante: l’idea di stare da sola per un po’. Le chiederei di fermarsi su questo aspetto: che significato ha per lei stare sola? È qualcosa che sente possibile oppure le fa paura? A volte, dopo una rottura, il passaggio da una persona a un’altra può rappresentare, anche inconsapevolmente, un modo per non entrare in contatto con la sofferenza della perdita o con vissuti più profondi che spaventano. Questo può però aumentare la confusione e rendere ancora più difficile comprendere cosa si prova davvero.
    Non si tratta necessariamente di “dover” stare da sola, ma di chiedersi se uno spazio per sé, non occupato da relazioni così coinvolgenti, potrebbe aiutarla ad ascoltarsi meglio. Anche il fatto che, nell’esercizio dei cerchi, entrambe le figure siano risultate distanti potrebbe essere un elemento interessante da esplorare in terapia, senza forzarlo verso una conclusione, ma lasciandolo come un dato da comprendere nel tempo.
    Si dia il permesso di non avere subito una risposta e di procedere con gradualità. In questo momento, più che prendere decisioni definitive, potrebbe essere importante creare le condizioni per conoscersi meglio emotivamente. È da lì che, con il tempo, le scelte tenderanno a diventare più chiare e meno cariche di senso di colpa.


    salve, scrivo per parlare brevemente di un disagio parecchio invasivo, non è chissà che dramma, ma mi reca fastidio.
    ho delle fantasie erotiche riguardo i tradimenti dei miei partner, non so perché questa cosa accada, ovviamente nella realtà mi farebbe schifo, ma nel momento d eccitazione non riesco a provare piacere se non pensando ad un tradimento, anche durante i rapporti spesso.
    ci sono modi per cercare di evitare?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Taslima Grossi

    La ringrazio per aver condiviso qualcosa di così intimo: non è affatto scontato riuscire a parlarne, e il fatto che lei lo faccia è già un passo importante.

    Quello che descrive, per quanto possa metterla a disagio, rientra nell’ambito delle fantasie sessuali, che per loro natura non sempre coincidono con ciò che desidereremmo o sceglieremmo nella realtà. Molte persone sperimentano fantasie che, fuori dal contesto dell’eccitazione, non sentono affatto come “proprie” o coerenti con i propri valori. Il fatto che lei dica che nella realtà le farebbe “schifo” è un elemento importante: suggerisce proprio un disallineamento tra ciò che la eccita mentalmente e ciò che sente giusto o accettabile nella vita concreta.

    Proprio questo disallineamento può essere alla base del disagio che prova. Non tanto la fantasia in sé, quanto il significato che lei le attribuisce e il modo in cui entra in conflitto con la sua immagine di sé o con i suoi valori.

    Le farei qualche domanda per aiutarla a riflettere meglio: da quanto tempo le succede? È qualcosa che ha sempre fatto parte della sua vita sessuale oppure è comparso in un certo periodo? Se non è sempre stato così, potrebbe essere utile chiedersi se, ad esempio, nella relazione attuale (o nelle ultime esperienze) ci sia qualcosa che non la soddisfa pienamente sul piano dell’intimità, del coinvolgimento emotivo o della novità. A volte la mente “costruisce” scenari più intensi o trasgressivi proprio per attivare maggiormente l’eccitazione.

    È importante anche dirsi che non c’è nulla di “sbagliato” nell’avere fantasie particolari. Tuttavia, se queste diventano l’unico modo per provare piacere o le generano disagio, allora ha senso fermarsi a riflettere su cosa per lei è coerente, lecito e rispettoso dei suoi valori, e su come ritrovare una sessualità che senta più integrata.

    Un altro aspetto riguarda il pensiero: se durante la giornata si ritrova spesso a tornarci sopra, a interrogarsi o a giudicarsi, può crearsi un circolo di rimuginio che mantiene attivo proprio quel contenuto mentale e le emozioni collegate. Più si cerca di scacciarlo o controllarlo rigidamente, più tende a ripresentarsi.

    In questi casi, un approccio di tipo cognitivo-comportamentale può essere un valido alleato per lavorare sia sul rapporto con questi pensieri (riducendo il rimuginio e il giudizio) sia sull’ampliamento delle modalità di eccitazione, senza sentirsi “costretta” a una sola fantasia.

    Se sente che il disagio è significativo o persistente, potrebbe essere utile affrontarlo anche all’interno di un percorso psicologico, in uno spazio protetto in cui esplorarlo senza giudizio.

    Resto a disposizione se desidera approfondire meglio qualche aspetto.


    Buon pomeriggio,sono una ragazza di 25 anni e soffro ormai di attacchi di panico e ansia da quando ne avevo 14 o 15. Inizialmente stavo sempre male poi ho imparati a gestirli. Ho perso 2 anni e mezzo fa mio nonno e stavo malissimo,ho fatto un percorso dove posso dire di non essere mai stata così bene dopo questo percorso...ero al 100%. Luglio 2025 sono andata a convivere ed è stato ancora più positivo perché avevo i miei spazi,non stavo a casa con altre 3 persone disordinate visto che sono fissata per ordine e pulizia. Da luglio a novembre tutto bene:mangiavo sano,palestra,avevo la mia routine dormire alle 00 e svegliarmi alle 8,servizi,stare a casa o uscire a fare commissioni,ero abituata e stavo bene con questa routine. Restavo anche a casa a fare i servizi e a mangiare da sola visto che il mio compagno torna alle 16.00 oppure mangiavo da mia madre,suocera o a casa. Dipende dai giorni però avevo certamente mente piena e svago. Il pomeriggio mi dedicavo a cucinare al mio compagno e mi rilassavo sul divano a vedere la TV aspettando che arrivasse da lavoro. Da novembre però è cambiato tutto,i miei si sono divorziati e novembre dicembre sono stata bene con la solita routine e orari però ho lasciato la palestra,primo segnale che qualcosa in me non andava. A inizio febbraio peggiorato tutto,ho avuto da sola a casa attacchi di panico e ho chiamato subito mia madre, altre volte mio cognato o mia suocera...insomma ho iniziato ad allontanarmi da casa. Mi svegliavo già con tachicardia e ansia e come andava mia il mio compagno stavo male per fortuna mia sorella vive nel mio stesso palazzo e mi rifugiavo da lei,mi facevo la doccia e poi facevo i servizi e me ne andavo alle 9 con lei dove lavora o da mia suocera a stare a casa sua in compagnia. Per colpa dell'ansia tornata ho sballato totalmente i miei orari del sonno a cui ora mi sono abituata ma mi pesa questa nuova routine ovvero 22.30/6.30 quando va via il mio compagno fuori paese e sto con lui al telefono fino a quando non arriva. Lo facevo anche prima ma dopo mi riaddormentavo e mi svegliavo più tardi quindi avevo la giornata più "corta". Ora la giornata dale 6 30 mi sembra lunghissima,anche se riesco a stare da sola a casa,mi lavo,faccio i servizi...alle 9 lo stesso vado via da mia suocera e andiamo a fare commissioni ecc. Sto meglio si perché mi sono abituata alla nuova routine ma in realtà questa routine mi pesa perché la mattina presto faccio tutto e poi non so più che fare e vado via,le mie giornate non sono produttive. Comè potuto accadere questo? Da cosa dipende? È normale che svegliandomi presto,facendo tutto entro le 9 e non avere nulla da fare vado via da casa perché mi scoccio? Le mie giornate sono monotone,prima tra palestra mente piena stavo bene...da quando è successo altro che la mia mente è vuota e si focalizza sul peggio. Io ho bisogno di tornare come prima per stare più tempo a casa...anche mangiare sola o uscire più tardi da casa invece di fuggire anche se sto meglio riesco a gestire e stare sola fino alle 9...come posso superare? Non riesco nemmeno a svegliarmi più tardi ma vorrei perché poi durante la giornata mi viene sonno. Questi pomeriggi sto a casa e aspetto il mio compagno ma lo faccio sempre con ansia anche se sto meglio però voglio per forza tornare a prima del divorzio,quando stavo veramente bene. Ho paura di non superare. Grazie in anticipo, saluti

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Taslima Grossi

    La ringrazio per aver condiviso in modo così dettagliato la sua esperienza: si sente quanto impegno abbia messo nel prendersi cura di sé e quanto sia frustrante percepire questo cambiamento dopo un periodo in cui stava così bene.

    Da quello che racconta, non sembra affatto che “sia tornata indietro”, ma piuttosto che si sia trovata ad affrontare un momento di vita molto impattante, come il divorzio dei suoi genitori, che può aver riattivato una vulnerabilità che in passato aveva già conosciuto. L’ansia, in questo senso, è spesso un segnale: indica che qualcosa dentro di lei in questo momento fatica a trovare equilibrio, più che essere un “fallimento” rispetto al percorso fatto.

    È comprensibile che lei senta nostalgia di quel periodo in cui si percepiva al 100%: aveva una routine strutturata, attività che riempivano la giornata, come la palestra, e probabilmente una mente più occupata e meno esposta ai pensieri ansiogeni. Ora invece descrive giornate più vuote, monotone, in cui la mente ha più spazio per focalizzarsi su sensazioni e pensieri che alimentano l’ansia. In questo senso, il fatto che al mattino, dopo aver fatto tutto, senta il bisogno di uscire e cercare compagnia non è “strano”, ma una modalità che il suo sistema ha trovato per gestire il disagio.

    Allo stesso tempo, però, questa strategia rischia di mantenere il problema: più evita di stare da sola nei momenti in cui l’ansia potrebbe emergere, più il suo sistema associa la solitudine al pericolo, rendendo difficile recuperare quella serenità che aveva prima.

    Potrebbe esserle utile provare a osservare con più attenzione cosa accade dentro di lei nei momenti in cui resta sola o quando l’ansia si attiva: quali pensieri emergono? Cosa teme possa succedere? Spesso sono proprio questi pensieri automatici a mantenere il circolo ansioso, anche quando la situazione oggettiva non è pericolosa.

    In questo senso, un percorso con un approccio cognitivo-comportamentale (CBT) potrebbe aiutarla concretamente: lavorando sia sui pensieri che alimentano l’ansia, sia sui comportamenti (come l’evitamento), permettendole gradualmente di recuperare sicurezza e autonomia.

    Un altro aspetto importante riguarda la struttura delle sue giornate. Lei stessa ha colto un punto centrale: quando la mente è più “vuota”, tende a riempirsi di preoccupazioni. Ritrovare degli impegni, attività o passioni – come era la palestra, ma anche altro che possa darle senso e piacere – potrebbe aiutarla a rendere le giornate meno monotone e a ridurre lo spazio mentale occupato dall’ansia.

    Non si tratta necessariamente di “tornare esattamente a prima”, ma di costruire un nuovo equilibrio che tenga conto di ciò che è cambiato, mantenendo però le risorse che ha già dimostrato di avere. Il fatto che lei in passato sia riuscita a stare meglio è un elemento molto importante: significa che ha già dentro di sé delle capacità che possono essere riattivate.

    Se sente che da sola fatica, riprendere un percorso psicologico potrebbe essere davvero un sostegno utile in questa fase.

    Resto a disposizione se desidera approfondire qualche aspetto o lavorare insieme su strategie più concrete.


    Buongiorno dott. io soffro di ansia è disturbo ossessivo da ben 15 anni oramai.. infatti sono in cura.. ma ci sono periodi che ho paure strane se sto solo nella stanza mi sento come se prima o poi dovrei vedere qualcuno di allucinazione, oppure tipo ieri sera ho avuto una discussione con la mia ragazza mene sono andato a dormire nel salone da solo dopo 30 minuti nemmeno sono dovuto tornare nella stanza dalla mia ragazza perchè avevo paura come se dovevo avere qualche allucinazione, oppure se la sera passo dal corridoio per andare in bagno di buoi è come se mi mette ansia... adesso vorrei chiedere tutte queste paure che mi faccio che mi vergogno anche dirlo.. può essere un inizio di psicosi o schizofrenia... anche se non ho mai avuto in 34 anni che ho allucinazioni... Grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Taslima Grossi

    Buongiorno, la ringrazio per aver condiviso in modo così aperto quello che sta vivendo. Si sente quanto queste paure la mettano in difficoltà e anche quanto possano generare vergogna e confusione, soprattutto quando sembrano così “strane” o difficili da spiegare.

    Da quello che descrive, queste sensazioni sembrano inserirsi molto nel quadro del disturbo ossessivo e dell’ansia che già conosce. In particolare, quei pensieri legati al timore di “impazzire” o di poter avere allucinazioni sono piuttosto tipici del DOC: non tanto perché ci sia un reale rischio di svilupparle, ma perché l’ossessione si aggancia proprio alla paura di perdere il controllo o di vivere qualcosa di grave. In questo senso, più che un inizio di psicosi, sembra che il suo pensiero ossessivo si concentri sull’idea di poter avere allucinazioni, e questo naturalmente aumenta l’ansia e la vigilanza, soprattutto quando è da solo o al buio.

    È importante anche considerare che il fatto che lei non abbia mai avuto allucinazioni reali nella sua vita è un elemento rassicurante, ma nel DOC il punto centrale è proprio il dubbio continuo e il bisogno di avere certezze assolute. Anche il fatto di cercare risposte e rassicurazioni — come sta facendo ora — è comprensibile, ma tende a dare un sollievo solo momentaneo, senza risolvere davvero il meccanismo sottostante.

    Per questo motivo, nei casi in cui il disturbo ossessivo è presente da tempo e con una certa intensità, è spesso molto utile un lavoro integrato: un percorso psicoterapeutico, in particolare di tipo cognitivo-comportamentale, affiancato da una valutazione psichiatrica per il supporto farmacologico. Questo tipo di intervento aiuta non solo a ridurre i sintomi, ma anche a lavorare proprio su questi pensieri intrusivi e sul bisogno di controllo e rassicurazione.

    Resto a disposizione se desidera approfondire o condividere meglio alcuni aspetti di quello che sta vivendo.


    Domande su Tossicodipendenza

    Buonasera il mio ex compagno se nè andato di casa dicendo che lo stare male lo portava a fare uso...precisiamo che 5 anni fa avevo trovato qualche traccia sporadica ma mi ha confessato che dalla morte di sua mamma (giugno 2025) è passato da 1,5 gr alla settimana a 8/10gr alla settimana...di preciso l'aumento non so quando è avvenuto ma credo settembre...è 4 settimane fuori casa e dice che non ha più toccato nulla (so che ha anche debiti)...mi chiedevo...possibile che con quella quantità assunta uno smetta così? Non so se crederci...so anche che diventano molto bugiardi...grazie della risposta

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Taslima Grossi

    La ringrazio per aver condiviso una situazione così complessa e dolorosa. Si sente quanto questa vicenda la metta in difficoltà, tra il desiderio di capire, il dubbio su cosa credere e il peso emotivo legato a ciò che ha vissuto nella relazione.

    Quando si ha a che fare con una dipendenza, purtroppo, la situazione diventa molto delicata: smettere o sospendere l’uso di sostanze non dipende solo dalla volontà dichiarata, ma da un reale percorso di consapevolezza, motivazione e spesso anche di supporto concreto. Se una persona non è pronta a mettersi in discussione fino in fondo e a lavorare attivamente sul proprio comportamento, è difficile che un cambiamento così significativo avvenga e si mantenga nel tempo. In questo senso, può anche accadere che vengano dette delle cose non del tutto corrispondenti alla realtà, talvolta per evitare conflitti, preoccupazioni o per non deludere l’altro.

    Allo stesso tempo, il fatto che lui sia uscito di casa e si trovi in una situazione instabile non sembra, di per sé, un segnale di reale benessere o di stabilità. Anzi, condizioni di questo tipo possono aumentare la vulnerabilità e il rischio di ricadute, proprio perché manca un contesto strutturato e contenitivo.

    In tutto questo, credo sia molto importante riportare l’attenzione su di lei. Tutelarsi, fermarsi a capire cosa le fa bene e cosa invece la espone a sofferenza, diventa centrale. In relazioni in cui è presente una dipendenza, il rischio è spesso quello di rimanere agganciati nel tentativo di aiutare o comprendere l’altro, perdendo però di vista i propri bisogni e limiti. Prendersi cura anche della propria salute mentale ed emotiva è fondamentale.

    Resto a disposizione se sente il bisogno di approfondire o di essere accompagnata in questa riflessione.


    Buon pomeriggio
    Una ragazza, amica e collega, con la quale c'era molto contatto fisico ,quasi intimo, mi ha raccontato una menzogna.
    Per Pasquetta è uscita con dei suoi amici maschi, è andata a ballare ed ha preso l'influenza.
    I giorni seguenti a lavoro stava male, non dormiva la notte e si lamentava.
    Le chiedevo se era stata da qualche parte, se aveva preso freddo così per aiutarla e capire... Ha negato tutto ed ha detto anche che quel giorno era stata a casa e non capiva come poteva aver preso l'influenza.
    Venerdì scorso ho scoperto proprio la verità, gliel'ho detto e lei ha visualizzato e non ha risposto.
    Chiaramente ha contagiato anche me perché in quei giorni le sono stato vicino (purtroppo).
    Oggi a lavoro, silenzio totale, zero parole.
    Come dovrei comportarmi?
    Cosa devo pensare?
    Sicuramente credo che non abbia interesse altrimenti non si sarebbe comportata e non si comporterebbe così.
    Grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Taslima Grossi

    La ringrazio per aver condiviso ciò che è accaduto, si percepisce quanto questa situazione l’abbia colpita e anche ferita, sia per la menzogna in sé sia per il silenzio che ne è seguito. È comprensibile provare delusione e confusione quando una persona con cui si sente un certo grado di vicinanza si comporta in modo poco chiaro.

    Allo stesso tempo, può essere utile provare a osservare la situazione da più prospettive. Da un lato, il fatto che lei abbia mentito può aver incrinato la fiducia; dall’altro, emerge anche quanto per lei fosse importante sapere dove fosse stata e cosa avesse fatto. In questo senso, sembra esserci un bisogno di avere un certo controllo o chiarezza su ciò che questa persona fa, e forse il fatto che sia uscita, sia andata a ballare, non le è stato del tutto indifferente.

    Proprio per questo, potrebbe essere importante chiedersi come mai una persona che lei considera amica possa aver sentito il bisogno di nascondere un evento tutto sommato normale come un’uscita con amici. A volte, senza accorgercene, il modo in cui ci poniamo — magari attraverso domande insistenti o aspettative implicite — può far percepire all’altro uno spazio poco libero, portandolo a evitare o a non dire completamente la verità.

    Questo non giustifica la menzogna, ma può offrire uno spunto di riflessione sulle dinamiche relazionali che si sono create tra voi. Può essere utile, se lo desidera, provare a riaprire un dialogo in modo diretto ma non accusatorio, oppure prendersi un momento per capire cosa si aspetta davvero da questo rapporto e quanto questo tipo di dinamica la faccia stare bene.

    Resto a disposizione se sente il bisogno di approfondire o di chiarire meglio alcuni aspetti.


    Il mio ragazzo fuma e lo facevamo anche insieme e io sono incinta di 26 settimane quindi dalla scoperta cambio vita lui diceva di volere il bambino e che era contento ma poi ha cominciato a vivere per strada e io sono stata con lui a causa di vari litigi con nostre famiglie fin che ho potuto poi sono tornata da mio padre e mi ha accusata di averlo lasciato solo e che se non fossi andata con lui mi avrebbe lasciata.. non si fa sentire per settimane e mi ha contattata dopo 15 giorni per chiedere della gravidanza alla mia risposta "stiamo bene" non ha risposto ed è scomparso di nuovo.. senza lui soffro ma dovrà capire in qualche modo gli errori che sta commettendo è che è lui a lasciarmi sola e a non aiutarmi su nulla.. l' unica cosa che ha fatto mi ha accompagnato una volta a una visita e poi si è messo anche ad urlare per poi andare via però poi dice che non vede l'ora di vedere il figlio e che ci ama e poi di nuovo scappa..mi confonde

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Taslima Grossi

    La ringrazio per aver condiviso una situazione così delicata e carica di emozioni. Si sente chiaramente quanto questa esperienza la faccia soffrire, soprattutto perché si trova a vivere tutto questo in un momento così importante come la gravidanza, in cui avrebbe bisogno di presenza, supporto e stabilità.

    È comprensibile che i comportamenti del suo compagno la confondano: questa alternanza tra parole affettuose e allontanamenti, tra il dire di esserci e poi sparire, può generare una forte ambivalenza emotiva. Dinamiche di questo tipo, nel tempo, rischiano di diventare anche molto faticose e destabilizzanti, perché tengono agganciati alla speranza ma allo stesso tempo non offrono una base sicura su cui appoggiarsi.

    Proprio per questo, diventa fondamentale riportare l’attenzione su di sé. La cura della sua salute, sia fisica che mentale, e la ricerca di una stabilità sono aspetti centrali, ancora di più in una fase così delicata della sua vita. Scegliere contesti e relazioni che possano offrirle sicurezza e continuità è un modo concreto per proteggersi.

    Con molta delicatezza, potrebbe essere utile, nel tempo, anche provare a riflettere su quali caratteristiche cerca in un partner e su cosa per lei significa sentirsi davvero accompagnata e sostenuta in una relazione. Non come critica verso di sé, ma come un’opportunità per conoscersi meglio e orientarsi verso legami più solidi e rispettosi dei suoi bisogni.

    Resto a disposizione se sente il bisogno di approfondire o di essere accompagnata in questo percorso.


    Buonasera, dopo quanto si può fare diagnosi di disturbo ossessivo compulsivo? Posso fidarmi di una specialista che dopo solo una seduta ha già diagnosticato e detto apertamente che soffro di DOC?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Taslima Grossi

    Buonasera,
    la sua domanda è molto comprensibile, perché ricevere una diagnosi così specifica dopo un solo incontro può lasciare spiazzati e far sorgere dei dubbi.

    Dal punto di vista clinico, è possibile che un professionista formuli già una prima ipotesi diagnostica dopo una seduta, soprattutto se i sintomi sono molto chiari e tipici.

    Detto questo, più che cercare conferme o smentite all’esterno, può essere davvero utile riportare questi dubbi direttamente alla terapeuta. Può chiederle apertamente su quali basi ha fatto questa valutazione: quali sintomi ha riconosciuto, quali elementi del suo modo di pensare o di comportarsi la rimandano ai criteri del disturbo ossessivo-compulsivo, e come intende lavorarci insieme a lei. Un professionista dovrebbe poter spiegare in modo chiaro e comprensibile il proprio ragionamento clinico.

    Allo stesso tempo, mi viene da restituirle anche un’altra possibile chiave di lettura: al di là della correttezza tecnica della diagnosi, cosa ha significato per lei sentirsi dire “soffre di DOC”? Le ha fatto senso, le è sembrato calzante, oppure l’ha vissuto come qualcosa di estraneo o eccessivo? A volte il disagio non riguarda solo “se è giusto o sbagliato”, ma anche il peso e il significato che quella parola assume per la persona.

    Ha dei dubbi perché non si riconosce in quella descrizione? Oppure perché teme cosa implicherebbe accettarla? Anche queste sono domande importanti, che possono diventare parte del lavoro terapeutico.

    Infine, capisco il bisogno di avere rassicurazioni chiedendo a più fonti, ma rischia di aumentare la confusione: ogni risposta esterna sarà inevitabilmente generica. Il confronto diretto con la professionista che la sta seguendo, invece, può aiutarla a costruire maggiore chiarezza e fiducia nel percorso.


    Buongiorno,
    devo iniziare una terapia di coppia e non so valutare la differenza tra i vari specialisti né tra i diversi approcci.

    Sono sicuramente molto confuso nell'avvicinarmi a un sistema che non conosco e che ha una grande varietà di scuole di pensiero diverse. Solo su Wikipedia vengono indicati 8 orientamenti teorici principali più altri secondari. Ho iniziato a informarmi ma non sono in grado di scegliere quale scuola di pensiero sarebbe più efficace o attualmente reputata valida o adatta al mio scopo.

    Sempre secondo Wikipedia: “la legge … non fornisce una definizione univoca del termine psicoterapia, dei suoi contenuti, delle metodologie o dell’ambito di applicazione teorico-clinico” e ancora “l’assenza di una definizione esplicita lascia spazio ad ambiguità interpretative, che si riflettono sia nel dibattito scientifico sia nella prassi clinica. In quest’ultima, infatti, il termine psicoterapia può assumere significati non sempre univoci”. Anche questo mi lascia perplesso.

    Mi immagino di ricevere risposte come: “scegli uno specialista e se vedi che non funziona cambia” ma mi sembra assurdo scegliere a caso e troppo laborioso passare da uno all’altro finché non trovo quello giusto. Porterebbe inoltre al rischio di scegliere chi mi dice quello che voglio sentirmi dire. E trattandosi di terapia di coppia la cosa potrebbe non andare bene solo a uno dei due, al ché l’altro si sentirebbe legittimato a dirgli “non stai ascoltando quello che ti viene detto, non ti impegni”.

    Per esempio leggo in un intervento di un terapeuta: "non posso che raccomandarle un percorso di psicoterapia analitica junghiana" che mi sembra proporre un percorso estremamente specifico, probabilmente quello si cui si occupa chi l'ha scritto.
    Non so se devo rivolgermi di preferenza a uno psicoterapeuta o se anche uno psicologo va bene. Leggo nei curricula frasi come “credo in un approccio xxx, in un percorso yyy, in una terapia zzz” e sono confuso da un linguaggio in cui alcuni professionisti credono (come se stessimo parlando di religione?) in una cosa e la scrivono esplicitamente lasciandomi immaginare che così facendo si differenziano da altri professionisti che in quelle cose non credono e agiscono diversamente.

    Ho letto altresì che il diverso orientamento teorico non cambia l’efficacia della terapia ma non sono convinto di ciò. E’ chiaro che la bravura di un terapista non dipende dal sesso o dall’età ma mi dico anche che non può essere indifferente.

    Ho ricevuto alcuni contatti da una terapeuta (non la conosco, né lei conosce il nostro caso). Ha consigliato dei colleghi che stima del suo stesso indirizzo ma questo non risolve i miei dubbi sulle metodologie. Mi ha anche stupito che una delle poche informazioni che ha offerto sia l’età del terapista.

    Nella zona in cui vivo ci sono centinaia di terapisti (molti anche molto giovani) e i loro curricula sono difficili da interpretare. Come scegliere?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Taslima Grossi

    Buongiorno,
    quello che porta è molto comprensibile: quando ci si avvicina per la prima volta alla psicoterapia, e in particolare alla terapia di coppia, la varietà di approcci e linguaggi può risultare disorientante, quasi come se si dovesse scegliere “la teoria giusta” prima ancora di iniziare. In realtà, la scelta non funziona esattamente in questi termini.

    Partirei da un punto importante: non è necessario (né realistico) individuare a priori “l’orientamento migliore in assoluto”. Le ricerche mostrano che le differenze tra approcci incidono meno di quanto si pensi, mentre diventano centrali altri fattori, come la qualità della relazione terapeutica, la chiarezza del metodo e la capacità del professionista di lavorare in modo strutturato sui vostri obiettivi. Questo non significa che gli orientamenti siano irrilevanti, ma che vanno letti in funzione del problema che portate, non come “scuole in competizione”.

    Nel vostro caso, può essere più utile ragionare per bisogni.

    Se nella coppia sono presenti difficoltà comunicative, conflitti ricorrenti, incomprensioni che si ripetono o dinamiche relazionali rigide, un terapeuta a orientamento sistemico-relazionale è spesso indicato. Questo approccio lavora proprio sulle interazioni, sui ruoli e sui modelli comunicativi che si creano tra i partner, aiutando a modificarli in modo concreto.

    Se invece il tema centrale riguarda la sessualità (calo del desiderio, difficoltà nell’intimità, disallineamenti nei bisogni sessuali), può essere particolarmente utile una figura con formazione sessuologica, meglio se integrata con un approccio cognitivo-comportamentale (CBT). In questi casi il lavoro tende a essere più mirato, con strumenti pratici e indicazioni specifiche, oltre che uno spazio di esplorazione emotiva.

    Quando ci sono entrambe le dimensioni (relazione + sessualità), può essere ideale un professionista che abbia competenze integrate o un’esperienza specifica con le coppie su più livelli.

    Un’altra discriminante molto concreta, spesso più utile delle etichette teoriche, è verificare se il professionista è realmente formato in terapia di coppia. Non tutti gli psicoterapeuti lo sono: lavorare con due persone contemporaneamente richiede competenze specifiche. Può quindi essere utile cercare nel curriculum una formazione dedicata (master, corsi avanzati, esperienza dichiarata con coppie), più che focalizzarsi solo sull’orientamento generale.

    Rispetto al dubbio tra psicologo e psicoterapeuta: per una terapia di coppia è preferibile uno psicoterapeuta, perché ha una formazione clinica più approfondita e strumenti per lavorare in modo continuativo e strutturato. Lo psicologo può offrire consulenze o supporto, ma la psicoterapia è qualcosa di più definito nel tempo e negli obiettivi.

    Capisco anche la sua preoccupazione rispetto al rischio di “scegliere a caso” o di finire con qualcuno che dica ciò che uno dei due vuole sentirsi dire. È un timore sensato. In una buona terapia di coppia, però, il terapeuta non si schiera, ma lavora per mantenere una posizione equilibrata, aiutando entrambi a comprendere il proprio contributo alla dinamica. Questo è qualcosa che si percepisce già nei primi incontri: se uno dei due si sente sistematicamente validato e l’altro no, è un segnale da osservare.

    Infine, rispetto all’età o al linguaggio usato nei curricula: possono influire sulla sensazione di affinità, ma non sono criteri affidabili da soli. A volte professionisti più giovani hanno una formazione molto aggiornata; altri più esperti portano una maggiore esperienza clinica. Più che l’età, può essere utile valutare come il terapeuta si presenta nel primo colloquio: chiarezza, capacità di spiegare il metodo, modo in cui ascolta entrambi.

    In sintesi, più che scegliere “la teoria giusta”, può orientarsi su alcuni criteri concreti: che sia uno psicoterapeuta, che abbia una formazione specifica nella terapia di coppia, e che il suo approccio sia coerente con il tipo di difficoltà che state vivendo. Il primo colloquio può essere visto non come un impegno vincolante, ma come uno spazio di valutazione reciproca, in cui anche voi potete capire se vi sentite compresi e se il metodo proposto vi sembra sensato.


    Buongiorno, la relazione con il mio compagno è in difficoltà per via della sua tendenza a rientrare ubriaco.
    Una volta al mese circa capita che dopo essere uscito con gli amici del calcio rientri a casa ubriaco, a me questo turba perchè sono astemia e non mi piace vederlo ubriaco.
    Mi ha promesso che non avrebbe più guidato ubriaco, ma mi chiede di concedergli quest'uscita mensile per divertirsi.
    Considerando che i suoi amici li vede ogni giorno per una birra al circolo, questa sua richiesta è normale o sono io esagerata?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Taslima Grossi

    Buongiorno,
    quello che descrive tocca un punto molto delicato nella vita di coppia: il problema, spesso, non è soltanto “quante volte beve”, ma il significato che quel comportamento assume dentro la relazione e ciò che suscita emotivamente nell’altro partner.

    Da una parte, il suo compagno sembra vivere quell’uscita come uno spazio di svago e leggerezza, qualcosa che associa al divertimento e alla libertà. Dall’altra, per lei il suo rientrare ubriaco rappresenta qualcosa di disturbante, che genera disagio e probabilmente anche preoccupazione. Nessuna di queste due percezioni è “sbagliata”: il punto è che i due vissuti si scontrano e rischiano di trasformarsi in una lotta tra chi ha ragione e chi torto, quando invece sarebbe importante comprendere cosa c’è dietro.

    Talvolta l’alcol viene usato anche come modalità per lasciar andare tensioni, per allentare fatiche o per coprire aspetti emotivi che si fa più fatica a sentire o a esprimere. Non significa necessariamente che vi sia un problema di dipendenza, ma può essere utile interrogarsi su quale funzione abbia, per lui, quel bisogno di “sbronzarsi” periodicamente. Per alcune persone è un rito di appartenenza al gruppo, per altre un modo per staccare, per altre ancora uno spazio in cui concedersi una parte di sé che nella quotidianità resta trattenuta. Comprendere questo significato è più utile che fermarsi alla sola frequenza dell’episodio.

    Allo stesso tempo, anche il suo disagio merita spazio: non si tratta di essere “esagerata”, ma di riconoscere che quel comportamento tocca dei suoi valori, dei suoi limiti e forse anche il bisogno di sentirsi sicura e rispettata. Il rischio, però, è che il confronto si sposti sul piano delle imposizioni — “tu non devi farlo” oppure “tu devi accettarlo” — e che questo irrigidisca la relazione. In coppia, quando si entra nella logica delle concessioni o dei divieti, spesso si apre una dinamica di potere che incrina il legame invece di rafforzarlo.

    Più che stabilire chi abbia ragione, può essere molto più utile aprire un dialogo autentico su ciò che questo comportamento rappresenta per entrambi: che cosa significa per lui quella serata, che cosa significa per lei vederlo rientrare in quello stato, quali emozioni emergono da entrambe le parti. È in questo spazio di confronto che la coppia può trovare un equilibrio condiviso, non imposto.

    La questione quindi non è se la sua richiesta sia “normale” o se lei stia esagerando, ma se entrambi riuscite a comprendervi e a trovare un accordo rispettoso dei bisogni reciproci. Quando il dialogo sostituisce il controllo, il rapporto si fortifica; quando invece prevalgono imposizioni e rigidità, anche un comportamento occasionale può diventare terreno di conflitto e distanza.

    Forse la domanda più utile non è “chi dei due ha ragione?”, ma: “riusciamo a parlare di questo senza sentirci uno contro l’altra?”. È da lì che può nascere un cambiamento reale, perché in una relazione la comprensione reciproca è molto più trasformativa di qualsiasi divieto.


    Ho quasi 49 anni, sposato con figlia di 7 anni, ipocondriaco del tipo evitante da tempo, soffro di anginofobia sin da prima dell adolescenza, un matrimonio in crisi da una vita privo do affetto e sesso. Da un paio di mesi mia moglie si è ammalata di un carcinoma al seno e l anginofobia è aumentata in maniera assurda: se prima riuscivo a periodi a mangiare tranquillo comunque sempre con dell'acqua o delle bevande vicino, negli ultimi periodi si è aggravata .a volte quando sono solo a casa mi sembra di non riuscire ad inghiottire neanche cibo reso in minima poltiglia tipo pezzetto di banana masticato all infinito o acqua. e quando ingoio in questo stato mi sembra che vada quasi nel "buco" sbagliato, percependo fastidio a livello retro gola e collegamento al naso. Si rischia di morire o polmonite ab ingestio?
    visita otorino con fibroscopia fatta un paio di mesi fa trovando un po' di reflusso gastroesofageo. Devo fare altro? Sono ipocndriaco e non vorrei fare esami invasivi tipo gastroscopia neanche cibo reso in minima poltiglia tipo pezzetto di banana masticato all infinito o acqua. e quando ingoio in questo stato mi sembra che vada quasi nel "buco" sbagliato, percependo fastidio a livello retro gola e collegamento al naso.
    nell atto della deglutizione mi capita di stringere i muscoli della gola superiore e faccio un verso come se volessi bloccare il cibo
    se va di trasverso l acqua o un liquido si può morire? delle volte in super ansia pure con i liquidi mi sembra di andare in difficoltà
    il problema che quando sono solo ni vergogno a mangiare in pubblico perché faccio delle faccio innaturali perché simulo faccia da soffocamento.
    mentre mangiavo in due occasioni nel momento di ingoiare ho serrato la gola ed emesso un verso come un rantolo in protezione per non far scendere il cibo. Questa cosa mi ha provocato una sensazione di pseudo acidità alla gola che sembrava arrivasse al naso. Come posso gestire tutto questo? Vi ringrazio.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Taslima Grossi

    Buonasera, da quello che descrive emerge una sofferenza molto intensa e che probabilmente sta diventando sempre più difficile da sostenere, soprattutto perché si inserisce in un momento di vita estremamente stressante e doloroso: la malattia di sua moglie, una relazione già da tempo vissuta come distante affettivamente, il senso di solitudine e un’ansia che sembra aver trovato proprio nella deglutizione il punto su cui concentrarsi in modo ossessivo.

    Quello che racconta è molto coerente con un quadro ansioso-fobico centrato sull’atto del deglutire (anginofobia/fagofobia), aggravato dall’ipercontrollo corporeo e dalla continua attenzione ai segnali della gola e della respirazione. Quando una persona entra in uno stato di forte allarme, la deglutizione — che normalmente è automatica — diventa improvvisamente “osservata”, controllata volontariamente, irrigidita. E più si cerca di controllarla, più diventa innaturale e difficoltosa. Il fatto che lei riferisca di serrare la gola, trattenere il cibo, emettere versi di protezione o monitorare continuamente “il buco giusto” è molto tipico dei meccanismi ansiosi di ipervigilanza e difesa.

    Inoltre ansia elevata, tensione muscolare e reflusso gastroesofageo possono amplificare moltissimo le sensazioni alla gola: bruciore, nodo, fastidio retrofaringeo, sensazione che qualcosa “vada storto”, percezione alterata del passaggio del cibo o dei liquidi. Questo però non significa automaticamente che lei stia realmente andando incontro a soffocamento o polmoniti ab ingestis. Il fatto stesso che riesca comunque a mangiare e bere, pur con enorme fatica e rituali protettivi, suggerisce che il problema principale sia il circuito ansia-controllo-paura, più che un grave deficit organico della deglutizione. Ovviamente è corretto continuare a confrontarsi con i medici curanti per escludere cause organiche quando indicato, ma mi sembra importante notare che una valutazione ORL con fibroscopia l’ha già eseguita.

    E soprattutto: questo tipo di problema si può trattare molto bene con una psicoterapia cognitivo-comportamentale (CBT), soprattutto se il lavoro integra sia la componente cognitiva sia quella comportamentale. Sul piano cognitivo si lavora sulle interpretazioni catastrofiche (“potrei morire soffocato”, “non riuscirò più a deglutire”, “se sento quel fastidio significa che il cibo è andato nei polmoni”), sull’attenzione ossessiva al corpo e sull’ansia anticipatoria. Sul piano comportamentale invece si interviene sui rituali di controllo e protezione, sull’evitamento, sulla paura di mangiare da solo o in pubblico, e gradualmente si aiuta la persona a riappropriarsi di un’esperienza di deglutizione più spontanea e meno sorvegliata.

    Il punto importante è che più lei lotta contro la deglutizione e tenta di controllarla volontariamente, più il sistema resta “inceppato”. È comprensibile che il suo organismo, già provato da anni di ansia e ora ulteriormente sovraccaricato dalla situazione familiare, abbia intensificato questi meccanismi di allarme. Ma proprio perché si tratta di un circolo psicofisiologico molto noto, esistono strumenti terapeutici specifici e spesso efficaci per interromperlo.

    Rimango a disposizione.


    Ho quasi 49 anni, sposato con figlia di 7 anni, ipocondriaco del tipo evitante da tempo, soffro di anginofobia sin da prima dell adolescenza, un matrimonio in crisi da una vita privo do affetto e sesso. Da un paio di mesi mia moglie si è ammalata di un carcinoma al seno e l anginofobia è aumentata in maniera assurda: se prima riuscivo a periodi a mangiare tranquillo comunque sempre con dell'acqua o delle bevande vicino, negli ultimi periodi si è aggravata .a volte quando sono solo a casa mi sembra di non riuscire ad inghiottire neanche cibo reso in minima poltiglia tipo pezzetto di banana masticato all infinito o acqua. e quando ingoio in questo stato mi sembra che vada quasi nel "buco" sbagliato, percependo fastidio a livello retro gola e collegamento al naso. Si rischia di morire o polmonite ab ingestio? visita otorino con fibroscopia fatta un paio di mesi fa trovando un po' di reflusso gastroesofageo. Devo fare altro? Sono ipocndriaco e non vorrei fare esami invasivi tipo gastroscopia neanche cibo reso in minima poltiglia tipo pezzetto di banana masticato all infinito o acqua. e quando ingoio in questo stato mi sembra che vada quasi nel "buco" sbagliato, percependo fastidio a livello retro gola e collegamento al naso. nell atto della deglutizione mi capita di stringere i muscoli della gola superiore e faccio un verso come se volessi bloccare il cibo se va di trasverso l acqua o un liquido si può morire? delle volte in super ansia pure con i liquidi mi sembra di andare in difficoltà il problema che quando sono solo ni vergogno a mangiare in pubblico perché faccio delle faccio innaturali perché simulo faccia da soffocamento. A volte sembra che blocco la deglutizione e sento il cibo che va quasi giù verso il fondo della gola e lì mi sale l amsia e la tachicardia e bevo immediatamente sperando do riuscire a ingoiare mentre mangiavo in due occasioni nel momento di ingoiare ho serrato la gola ed emesso un verso come un rantolo in protezione per non far scendere il cibo. Questa cosa mi ha provocato una sensazione di pseudo acidità alla gola che sembrava arrivasse al naso (come se mamdassi il cibo nella oarte sbagliatq) . Ho rischiato la polmonite ab ingesti? sento fastodiot vago al petto, non è che qualcosa sarà passato do là? come me ne accorgo della polmonite? morirò?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Taslima Grossi

    Buonasera, da quello che descrive emerge una sofferenza molto intensa e che probabilmente sta diventando sempre più difficile da sostenere, soprattutto perché si inserisce in un momento di vita estremamente stressante e doloroso: la malattia di sua moglie, una relazione già da tempo vissuta come distante affettivamente, il senso di solitudine e un’ansia che sembra aver trovato proprio nella deglutizione il punto su cui concentrarsi in modo ossessivo.

    Quello che racconta è molto coerente con un quadro ansioso-fobico centrato sull’atto del deglutire (anginofobia/fagofobia), aggravato dall’ipercontrollo corporeo e dalla continua attenzione ai segnali della gola e della respirazione. Quando una persona entra in uno stato di forte allarme, la deglutizione — che normalmente è automatica — diventa improvvisamente “osservata”, controllata volontariamente, irrigidita. E più si cerca di controllarla, più diventa innaturale e difficoltosa. Il fatto che lei riferisca di serrare la gola, trattenere il cibo, emettere versi di protezione o monitorare continuamente “il buco giusto” è molto tipico dei meccanismi ansiosi di ipervigilanza e difesa.

    Inoltre ansia elevata, tensione muscolare e reflusso gastroesofageo possono amplificare moltissimo le sensazioni alla gola: bruciore, nodo, fastidio retrofaringeo, sensazione che qualcosa “vada storto”, percezione alterata del passaggio del cibo o dei liquidi. Questo però non significa automaticamente che lei stia realmente andando incontro a soffocamento o polmoniti ab ingestis. Il fatto stesso che riesca comunque a mangiare e bere, pur con enorme fatica e rituali protettivi, suggerisce che il problema principale sia il circuito ansia-controllo-paura, più che un grave deficit organico della deglutizione. Ovviamente è corretto continuare a confrontarsi con i medici curanti per escludere cause organiche quando indicato, ma mi sembra importante notare che una valutazione ORL con fibroscopia l’ha già eseguita.

    E soprattutto: sì, questo tipo di problema si può trattare molto bene con una psicoterapia cognitivo-comportamentale (CBT), soprattutto se il lavoro integra sia la componente cognitiva sia quella comportamentale. Sul piano cognitivo si lavora sulle interpretazioni catastrofiche (“potrei morire soffocato”, “non riuscirò più a deglutire”, “se sento quel fastidio significa che il cibo è andato nei polmoni”), sull’attenzione ossessiva al corpo e sull’ansia anticipatoria. Sul piano comportamentale invece si interviene sui rituali di controllo e protezione, sull’evitamento, sulla paura di mangiare da solo o in pubblico, e gradualmente si aiuta la persona a riappropriarsi di un’esperienza di deglutizione più spontanea e meno sorvegliata.

    Il punto importante è che più lei lotta contro la deglutizione e tenta di controllarla volontariamente, più il sistema resta “inceppato”. È comprensibile che il suo organismo, già provato da anni di ansia e ora ulteriormente sovraccaricato dalla situazione familiare, abbia intensificato questi meccanismi di allarme. Ma proprio perché si tratta di un circolo psicofisiologico molto noto, esistono strumenti terapeutici specifici e spesso efficaci per interromperlo.
    Rimango a disposizione.


    Buonasera ho 29 anni non ho mai avuto una ragazza 0 relazioni per non essere più vergine sono andato a escort ma da 1 anno a questa parte, fra rabbia e frustrazione sono diventato un diavolo soprattutto verso me stesso mi trovo così per via delle circostanze principalmente, avendo un attività ho 0 tempo libero quindi ho vado a fare il dipendente per avere più tempo libero oppure ci metto una pietra sopra , il tempo che passa è un veleno perché io faccio distinzione tra non avere relazioni momentanee e non averne mai avute e quindi 0 esperienze è ritardo per questo vado in tilt, penso rimarrò inferiore a vita. Grazie a chiunque mi darà un parere.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Taslima Grossi

    Buonasera, quello che descrive arriva con molta forza emotiva, e si percepiscono bene la rabbia, la frustrazione e anche la sofferenza legata al confronto con il tempo che passa. Quando una persona sente di non aver mai avuto alcune esperienze che considera importanti — soprattutto affettive e relazionali — può svilupparsi un vissuto molto doloroso di “ritardo”, diversità o inferiorità rispetto agli altri. È comprensibile che questo tema, col passare degli anni, abbia assunto per lei un peso sempre maggiore.

    Allo stesso tempo, credo sia importante provare a interrogarsi con sincerità su un aspetto: il poco tempo libero è stato davvero l’unico elemento che l’ha portata in questa situazione, oppure potrebbero esserci anche altri fattori che negli anni hanno contribuito a bloccarla o a farla sentire in difficoltà nelle relazioni? A volte entrano in gioco paura del rifiuto, vergogna, senso di inadeguatezza, confronto costante con gli altri, aspettative molto rigide su di sé o sulle relazioni. Quando queste idee si consolidano, rischiano di trasformarsi in una lente attraverso cui leggere tutto se stessi.

    Mi colpisce molto anche quando dice di essere diventato “un diavolo soprattutto verso se stesso”: spesso, dietro rabbia e frustrazione intense, c’è una sofferenza profonda che col tempo si trasforma in autocritica, disprezzo di sé e senso di fallimento. Ma il fatto di non aver avuto relazioni fino ad oggi non definisce il suo valore come persona, né determina in modo irreversibile il suo futuro relazionale.

    Su questi aspetti si può lavorare. Sia sul piano cognitivo — cioè sul modo in cui interpreta se stesso, il tempo, il confronto con gli altri— sia sul piano comportamentale, aiutandola concretamente a costruire più occasioni relazionali, maggiore sicurezza e modalità diverse di stare in contatto con gli altri senza vivere tutto sotto il peso del giudizio o della prestazione.

    Per questo penso che un percorso psicologico potrebbe esserle davvero utile: in questo momento sembra esserci una sofferenza che sta diventando sempre più pesante e che merita di essere accolta e compresa, invece che trasformata continuamente in rabbia contro se stesso.
    Rimango a disposizione se desidera approfondire ulteriormente.


Domande più frequenti

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