Domande del paziente (59)
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Ciao Sharon,
quello che descrivi è comprensibile: quando ci sono problemi di coppia e difficoltà economiche, il corpo e la mente vanno in “allerta”. Ansia e nervosismo non arrivano a caso, sono una...
Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che descrivi non è qualcosa che “hai causato tu”. Vivere per anni con urla, bugie e comportamenti aggressivi può portare chiunque a sentirsi come ti senti ora: stanca, ipersensibile, svuotata.... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve,
Quello che lei descrive è più comune di quanto pensi, e ha una logica precisa: il tuo cervello ha associato i fulmini a una situazione di pericolo dopo quell’episodio intenso. Non è “infantilità”,...
Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, Il punto centrale però sei tu (non lui)
Ti faccio una domanda diretta, da psicologa: quanto ti senti al sicuro, davvero, in questa relazione?
Non “quanto lo ami”.
Non “quanto lui dice di amarti”.
Ma:
ti...
Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Cristina, quello che descrivi non è affatto un “problema minore”. È una condizione molto concreta di isolamento, perdita di stimoli e sradicamento, che nel tempo può logorare profondamente l’umore e... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve,Da ciò che racconta, sembra che il percorso in palestra abbia inizialmente avuto un effetto positivo sul suo benessere e sulla percezione di sé. Tuttavia, col tempo, il controllo sull’alimentazione... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Ciao, il mio consiglio è di valutare di poterti prendere questo tempo di pausa per poter capire effettivamente chi hai affianco, provare a cercare con la\lo psicologo cosa potresti migliorare e se si... Altro
Buongiorno, mi hanno cambiato la cura due giorni fa perché non riesco a star al lavoro e sono sempre con ansia e attacchi. Mi ha aggiunto questo medicinale Pregabalin eg stada italia insieme a xanax e zarelis da prendere a colazione e dopo pranzo. La sera ho solo lo xanax .. Volevi chiedere se è normale aver giramenti di testa, sonnolenza e essere un po stordita ecc. Perché non ho mai preso il Pregabalin e con questa combinazione di medicinali mi farà effetto dopo quanto? E in piu volevo chiedere è meglio non fare neanche un aperitivo? Grazie Cordiali Salu
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, si purtroppo è normale avere giramenti di testa, sonnolenza ecc, ci vorrá un po’ di tempo, in quanto il corpo ha bisogno di riprendere il suo equilibrio, per vera norma è meglio evitare alcolici in quanto può causare qualche effetto indesiderato. Ovviamente si consiglia fare in percorso psicologico per poter avere consapevolezza dei propri stati d’animo…
In ogni caso resto a disposizione.
Cordiali Saluti
Sono una ragazza di 28 anni, studentessa fuori corso all'università e sto cercando lavoro (che non riesco a trovare). Mi sento emotivamente/mentalmente distrutta, ho problemi in famiglia, soprattutto con mio padre non vado per niente d'accordo, mi giudica su ogni cosa che faccio e che dico, specialmente sulla questione del cibo e sull'università, tanto che mi sono state dette frasi molto pesanti come ad esempio il fatto che sono un fallimento e che con me ha fallito e questo mi ha destabilizzato tanto, mi sento la pecora nera della famiglia poiché vengono fatti paragoni tra me e mio fratello e non mi sono mai sentita all'altezza proprio per questa differenza che viene fatta; mio fratello prova a difendermi ma con scarsi risultati, tanto che mio padre per ripicca usa il silenzio punitivo e ancora oggi è una settimana che non ci parliamo.
Inoltre ho subìto dei lutti ravvicinati che mi hanno portato a chiudermi molto in me stessa, soffro d'ansia e panico costante, e non riesco a gestire il tutto.
Provo costantemente una sensazione di vuoto e malessere dentro, non so cosa fare, mi sento inutile, non so come andare avanti, mi sento proprio impotente...
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che descrivi è molto pesante, e ha senso che tu ti senta così. Non c’è nulla di “strano” o sproporzionato nella tua reazione: stai affrontando contemporaneamente più fonti di stress emotivo molto forti — conflitto familiare, lutti, difficoltà universitarie e lavorative — e il tuo sistema psicologico sta cercando di reggere tutto questo carico.
Parto da una cosa importante: le parole che tuo padre ti ha detto (“fallimento”, “ho fallito con te”) non sono una descrizione oggettiva di chi sei, ma espressioni di un suo modo di gestire frustrazione, aspettative o forse anche limiti personali. Sono parole che feriscono profondamente perché toccano bisogni centrali: sentirsi visti, riconosciuti, accettati. Il fatto che tu ne sia rimasta destabilizzata è assolutamente comprensibile.
Il senso di essere “la pecora nera” e il confronto con tuo fratello possono costruire nel tempo una narrativa interna molto dura: “non sono abbastanza”, “non valgo”. Queste non sono verità, ma convinzioni che si formano dentro relazioni ripetute. E quando diventano interne, continuano a far male anche quando nessuno le sta dicendo in quel momento.
Il silenzio punitivo che descrivi è una forma di comunicazione molto pesante dal punto di vista emotivo: crea distanza, senso di colpa, impotenza. Non è un tuo fallimento se non riesci a “risolverlo”.
In parallelo, hai vissuto lutti ravvicinati. Il lutto, soprattutto quando è multiplo o non elaborato, può portare proprio a quello che descrivi: chiusura, senso di vuoto, perdita di senso, ansia. È come se una parte di te fosse ancora lì, a cercare di processare quello che è successo, mentre la vita intorno continua a chiederti di funzionare.
L’ansia e il panico costante che senti non sono debolezza: sono segnali di un sistema nervoso sovraccarico. Quando si accumulano troppe tensioni emotive, il corpo inizia a “parlare” così.
Quello che emerge da tutto ciò è una sensazione di impotenza e inutilità. E qui voglio essere molto chiara con te: sentirti così non significa che tu sia inutile, significa che in questo momento sei esausta e senza risorse sufficienti per reggere tutto.Non sei “indietro”, non sei “sbagliata”. Sei una persona che sta attraversando un momento molto complesso senza avere il sostegno di cui avrebbe bisogno. E questo cambia completamente la lettura di quello che stai vivendo. Un supporto psicologico può aiutarti. Resto a tua disposizione. Cordiali Saluti
Buonasera, sono la mamma di Diego un ragazzo di quasi 14 anni dolce, gentile da sempre..sin da piccolo è sempre statoi un bambino molto vivace ammetto di averlo contenuto abbastanza con continui richiami, ma era veramente un terremoto . I primi anni della scuola dell infanzia sono stati duri, cercava di attirare l attenzione ..scarabocchiando il foglio del compagno, facendo piccoli dispetti, e non c'è stato giorno in cui le sue maestre non mi abbiano fermato per riferirmi tutto ciò..feci anche i controllo per verificare nel caso fosse ADHH ..ma nulla mi fu solo detto che era un ragazzino dal temperamento dinamico!Gli anni delle elementari sono trascorsi tranquilli, vivace ma nulla di che! Gli anni delle medie invece sono stati tosti! Ora è in terza media la sua classe è composta da un gruppo maschile che si trascina dalla materna , ed in piu giocano anche a basket insieme da anni..beh lui si è sempre sentito escluso , non accettato a pieno sebbene siano usciti anche tante volte insieme, come se questo fosse un gruppo ermetico !La sua risposta a cio è che risulta infantile, è come se ogni giorno dovesse fare intrattenimento , chiaramente afferma "se non faccio ridere mi sento non valido"si agita, esagera e per far ridere ha preso anche una nota disciplinare! inutile stare a dire che in casa parliamo tantissimo cerco di fargli capire che non deve performare per valere....ma la mia paura piu grande è che possa crescere insicuro e che x tutta la vita abbia questa richiesta di attenzioni.. cosa dobbiamo fare?grazie mille
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, grazie per aver raccontato con così tanta cura la storia di suo figlio. Si sente chiaramente quanto lei sia presente e attenta, e questo è già un fattore molto importante per il suo sviluppo.
Quello che descrive non è raro in ragazzi della sua età, soprattutto in una fase delicata come la preadolescenza. Suo figlio sembra aver costruito nel tempo una sorta di “strategia relazionale”: usare l’umorismo, l’energia e anche l’eccesso per cercare appartenenza. Non è tanto un problema di comportamento in sé, quanto il significato che quel comportamento ha per lui: “valgo se faccio ridere”. Questo è il punto centrale.
Il fatto che da piccolo fosse molto vivace e contenuto frequentemente può aver contribuito (senza colpe) a fargli interiorizzare l’idea che per essere visto deve “fare qualcosa in più”. Ora, nel contesto del gruppo — che lei descrive come chiuso e già strutturato — questa dinamica si amplifica: lui sente di dover conquistare uno spazio che percepisce precario.
La sua preoccupazione è comprensibile: non tanto per ciò che fa oggi, ma per il rischio che diventi un modo stabile di sentirsi nel mondo.c’è un aspetto importante: queste dinamiche sono profonde e spesso non si modificano solo con il dialogo familiare, per quanto fatto bene. Non perché lei non stia facendo abbastanza, ma perché suo figlio potrebbe aver bisogno di uno spazio solo suo, neutro, dove esplorare queste insicurezze senza sentirsi giudicato o “corretto”.
Un percorso psicologico in questa fase non serve perché “c’è qualcosa che non va”, ma perché può aiutarlo a:
costruire un senso di sé più stabile
sentirsi accettabile anche senza performance
trovare modi più funzionali di stare nel gruppo
E spesso aiuta anche i genitori a capire come intervenire senza aumentare la pressione.
Se sente che questa situazione la preoccupa nel tempo, confrontarsi con una professionista potrebbe darle strumenti concreti e anche alleggerire il peso che sta portando da sola.
Se vuole, possiamo approfondire meglio alcuni episodi specifici o capire insieme quali segnali osservare per orientarsi con più chiarezza.
Resto a disposizione
Cordiali Saluti
Salve vorrei avere un vostro consiglio.
Ho in mente di iniziare un percorso terapeutico , fare seduti in un pisocolog*. Ho scoperto avere tanti disturbi come la DOC.
Soltanto che ho tanta paura e timore nel parlare dei miei problemi e paure.
Non vorrei andare fisicamente ma tipo online però ho il timore della videochiamata, io avevo pensato tipo all'inizio o se sia possibile un colloquio Soltanto scrivendo e poi se riesco anche con videochiamata.
Diciamo che una volta siamo andati da una psicologa per trattare una questione ed eravamo in famiglia, questa vostra collega tratto male mia madre , alzo la voce e disse che lei era esagerata e ci consigliò di dare delle medicine tranquillanti.
Appena mamma fu sgridata uscì dallo stupido e la trovammo che piangeva.
Per questo ho timore.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve,
Capisco bene perché ti senti così. Quello che hai vissuto con quella psicologa è stato spiacevole e anche poco professionale: sentirsi giudicati, sminuiti o vedere un familiare trattato male può lasciare un segno e rendere difficile fidarsi di nuovo. Il tuo timore non è “strano”, è una reazione coerente a quell’esperienza.
Allo stesso tempo, il fatto che tu stia pensando di iniziare un percorso dice qualcosa di importante: una parte di te vuole stare meglio, capirsi di più, trovare un modo diverso di gestire ciò che stai vivendo (come il DOC e le paure che descrivi). E questa è una base molto preziosa.
Ti dico una cosa con chiarezza:
una buona terapia non funziona come quella che hai visto.
Non dovrebbe esserci giudizio, né alzare la voce, né imporre soluzioni. Il lavoro terapeutico è costruito sulla fiducia, sul rispetto e sui tuoi tempi.Non devi arrivare “pronto”.
Non devi spiegarti perfettamente.
Non devi neanche sapere da dove iniziare.
Puoi anche cominciare così:
“Ho paura di essere qui e non so bene cosa dire.”
E da lì si costruisce insieme.
Resto a disposizione
Cordiali Saluti
Buongiorno sono passati quasi 7 mesi da mio intervento di isterectomia e tolto anche le tube… volevo sapere se è normale non sentire il desiderio e avere paura di avere rapporti? Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve,
Sì, può essere assolutamente normale. Dopo un intervento importante come un’isterectomia con annessiectomia tubarica, molte donne attraversano un periodo — a volte anche lungo — in cui il desiderio sessuale cambia, diminuisce o si accompagna a paura, tensione o evitamento del rapporto.
Da un punto di vista psicologico, il corpo dopo un intervento non “guarisce” solo nei tessuti: anche l’immagine di sé, la percezione della femminilità, della sicurezza corporea e dell’intimità hanno bisogno di tempo per riorganizzarsi.Dal punto di vista terapeutico, di solito aiuta:
parlare apertamente con il partner senza sentirsi obbligata;
riprendere la vicinanza fisica senza obiettivo sessuale immediato;
ascoltare il corpo senza forzarlo;
distinguere se prevale la paura fisica, il dolore, il disagio emotivo o la perdita di desiderio;
eventualmente confrontarsi anche con ginecologo/a per escludere dolore, secchezza o tensioni del pavimento pelvico.
In questi casi un supporto psicologico o sessuologico può aiutare molto, non perché ci sia “qualcosa che non va”, ma perché il corpo e la mente stanno ancora cercando un nuovo equilibrio dopo un evento importante.
Resto a disposizione
Cordiali Saluti
Ho sempre pensato di essere una persona equilibrata, pur con i normali alti e bassi.
Di recente, però, dopo una brutta litigata, il mio compagno mi ha confessato tutto il malessere che ha accumulato in questi anni a causa dei miei comportamenti.
Tutto è partito da una mia forte scenata di gelosia; una volta sfogata, mi sono resa conto che era del tutto infondata, ho capito l'errore e ho chiesto subito scusa. Ma ormai il danno era fatto.
Il problema è che mi vengono dei momenti, dal nulla, in cui il mio umore crolla drasticamente. In quei frangenti emerge il mio lato peggiore: rabbia, gelosia, rancore, antipatia.
Non sono una persona cattiva, anzi mi ritengo molto sensibile ed empatica, ma in quei minuti tutto il mio lato positivo svanisce.
La cosa assurda è che così come questo malessere arriva, altrettanto velocemente se ne va, e io torno la persona tranquilla di sempre, come se non fosse successo nulla.
Il mio compagno mi ha fatto giustamente notare che per lui è devastante: si sente come su un campo minato, dove deve stare attento a dove cammina per non fare esplodere la miccia. Io non voglio assolutamente una relazione così, e non avevo idea di fargli così male.
Ho deciso che voglio affrontare questa cosa e cercare aiuto per capire perché mi succede e imparare a gestire queste tempeste emotive.
A questo proposito, vorrei un consiglio: c'è una figura professionale specifica per questa cosa? Ed è meglio un percorso da sola, individuale, o devo coinvolgere anche il mio compagno, quindi fare terapia di coppia?
Grazie di cuore a chiunque vorrà rispondermi.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve,Quello che descrivi non fa pensare a una “persona cattiva”, ma a una difficoltà nella regolazione emotiva: momenti in cui un’emozione molto intensa prende il sopravvento, restringe il campo mentale e ti porta a reagire in modo impulsivo, salvo poi lasciare spazio al senso di lucidità, colpa o dispiacere quando l’ondata passa.
Il fatto importante è che tu stia riuscendo a osservare il problema senza negarlo, e soprattutto che tu voglia capirlo invece di giustificarlo. Questo è un punto di partenza molto prezioso in terapia.
Da quello che racconti, ci sono alcuni elementi che meritano attenzione clinica:
la rapidità con cui l’umore cambia;
l’intensità emotiva improvvisa;
la gelosia e la rabbia che sembrano “scattare” in automatico;
il fatto che dopo tu riconosca che ciò che sentivi non era proporzionato;
la sensazione del partner di dover camminare “sulle uova”.
Queste dinamiche possono avere origini molto diverse: insicurezza affettiva, paura dell’abbandono, ferite relazionali precedenti, modalità apprese nelle relazioni familiari, difficoltà a tollerare alcune emozioni, accumulo di stress, oppure modalità temperamentali molto intense. Non è utile etichettarsi da soli con diagnosi prese online; è invece utile comprendere cosa succede dentro di te in quei momenti e perché.
Per rispondere alla tua domanda: la figura professionale può aiutarti molto.
In particolare, potrebbe esserti molto utile un percorso focalizzato sulla gestione emotiva e sulle dinamiche relazionali.Io ti consiglierei di iniziare prima con un percorso individuale.
Perché?
Perché in questa fase è importante capire:
cosa attiva quei crolli emotivi;
quali pensieri o paure li precedono;
cosa succede nel tuo corpo e nella tua mente nei minuti immediatamente prima dell’esplosione;
quali bisogni emotivi stai cercando di comunicare attraverso rabbia o gelosia.
La terapia individuale ti darebbe uno spazio protetto dove lavorare su te stessa senza sentirti osservata o “sotto processo”.E un ultimo punto, molto importante: il fatto che tu stia prendendo sul serio la sofferenza del tuo compagno è un segnale di responsabilità affettiva. Non cancella il dolore che lui ha vissuto, ma è una base reale da cui costruire un cambiamento. Molte persone non arrivano nemmeno a questo livello di consapevolezza.
Chiedere aiuto adesso è una scelta matura, non un fallimento.
Resto a disposizione
Cordiali Saluti
Salve mi hanno diagnosticato amaxofobia
Ho intrapreso vari percorsi di terapia
Terapia breve strategica terapia cognitiva comportamentale ipnosi
Nessuna mi ha aiutato chiedevo se emdr può essere d aiuto anche se nn mi ricordo di nessun trauma
La paura e il disagio sono cominciate a 30 anni e sono 20 anni che provo di tutto
Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve,
Capisco perché tu stia cercando ancora una strada diversa dopo così tanti tentativi. Vent’anni di evitamento, fatica e delusioni terapeutiche possono portare a pensare “forse non c’è soluzione per me”, ma il fatto che alcuni approcci non abbiano funzionato non significa che il problema sia intrattabile. Nell’Amaxophobia spesso il punto non è “trovare la tecnica giusta” in astratto, ma capire come si è organizzata la paura nel tuo sistema nervoso e nella tua vita nel corso degli anni.
Riguardo alla tua domanda: sì, l’EMDR può essere utile anche quando non c’è un trauma evidente o un incidente stradale preciso da ricordare. L’EMDR a volte aiuta: non tanto perché “scova un trauma nascosto”, ma perché lavora sulla rete emotiva e sensoriale che si attiva quando pensi di guidare.
Detto questo, vorrei essere molto onesta su un punto clinico importante: dopo 20 anni, spesso il problema non è più soltanto la fobia iniziale. La paura può essere diventata una modalità automatica del sistema nervoso. In questi casi serve un lavoro molto graduale, integrato e spesso più lento di quanto promettano alcune terapie focalizzate sulla “risoluzione rapida”.Un’altra cosa importante: se le terapie precedenti ti hanno fatta sentire forzata, giudicata, o continuamente esposta senza sentirti sicura, il tuo sistema nervoso potrebbe essersi irrigidito ancora di più. Non significa che tu “resista” alla terapia. Significa che probabilmente hai bisogno di un approccio molto regolativo e rispettoso dei tempi.E aggiungo una cosa importante: il fatto che la paura sia iniziata a 30 anni non la rende “meno curabile”. Molte fobie dell’età adulta compaiono in fasi di vita in cui il sistema nervoso supera una soglia di stress o vulnerabilità, anche senza eventi spettacolari.
Resto a disposizione
Cordiali Saluti
Buonasera, sono una donna di 40 anni che deve essere operata per rimuovere un fibroma all'utero di 13 cm che non dà sintomi ma date le dimensioni è bene togliere.
Ebbene: il mio problema è il terrore dell'anestesia totale a cui devo sottopormi. Ho paura di addormentarmi e non svegliarmi più. Il problema non è il fibroma ma la mia paura, ci penso sempre tutti i giorni. Non faccio altro che ripetere: "ho paura, ho paura, ho paura". Il risultato è che mi rovino la vita... Per favore, come posso uscire da questo inferno?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve,Capisco quanto questa paura possa diventare invasiva. E voglio dirti una cosa importante: quello che stai vivendo è molto più comune di quanto immagini, soprattutto prima di un intervento chirurgico e ancora di più quando è prevista un’anestesia generale. Non significa che sei “debole”, né che stai esagerando. Significa che la tua mente sta cercando di proteggerti da qualcosa che percepisce come una minaccia estrema: perdere il controllo, “spegnerti”, affidare il tuo corpo ad altri.
Il punto centrale, però, è che la tua paura non sta parlando della realtà statistica dell’anestesia: sta parlando della sensazione emotiva di vulnerabilità.
Oggi l’anestesia generale è una pratica molto controllata e sicura. Gli anestesisti fanno esclusivamente questo mestiere: monitorano continuamente respirazione, cuore, ossigenazione, pressione, profondità del sonno farmacologico. Durante l’intervento non sarai “abbandonata”: ci sarà un medico dedicato a te per tutto il tempo. Ma so che probabilmente una parte di te dice: “Sì, lo so razionalmente… ma la paura resta.”
Ed è qui che bisogna lavorare.
Quando ripeti continuamente “ho paura, ho paura”, il cervello entra in un circuito di allarme. Più controlli la paura, più lei cresce. È un meccanismo molto tipico dell’ansia: la mente cerca certezza assoluta (“devo essere sicura al 100% che andrà bene”), ma il corpo umano non tollera l’incertezza totale. Così l’ansia prende il comando.
Prova a osservare una cosa: non stai vivendo l’intervento ora. Eppure il tuo organismo reagisce come se fossi già in sala operatoria ogni giorno. Questo significa che il problema non è soltanto l’evento futuro, ma il rapporto che la tua mente ha instaurato con quel pensiero.
Da psicologa ti direi che il primo passo non è eliminare la paura. È smettere di lottare contro di lei ogni minuto.Ti suggerisco concretamente una cosa che spesso aiuta moltissimo: chiedi un colloquio preoperatorio approfondito con l’anestesista. Non limitarti agli aspetti tecnici. Digli chiaramente:
“Ho una forte ansia di non svegliarmi.”
Gli anestesisti sono molto abituati a queste paure e spesso spiegazioni precise, umane e personalizzate riducono tantissimo il terrore.
E se senti che l’ansia sta diventando ingestibile — insonnia, pensieri ossessivi continui, pianto, evitamento — sarebbe davvero utile qualche colloquio con una psicologa\o prima dell’intervento. Anche poche sedute focalizzate sull’ansia preoperatoria possono fare una differenza enorme.
Non devi diventare “senza paura” per affrontare l’intervento. Devi solo arrivare al punto in cui la paura non governa ogni tua giornata.
E da come ne parli, io credo che una parte di te abbia già iniziato a cercare una via d’uscita.
Resto a disposizione
Cordiali Saluti
Buongiorno, a luglio dell'anno scorso ho perso mia madre dopo due anni di lotte, chemioterapie e visite in ospedali di quasi tutta italia.La settimana dopo la scomparsa di mia madre , ho raggiunto la mia ragazza a Roma ma essendo alla ricerca di lavoro ho passato la maggior parte del tempo da solo in casa a cercare di tirarmi su da solo e a mandare curriculum molte volte senza avere neanche risposta. Ho la sensazione perenne di voler fuggire senza una meta , sento tutto troppo pesante e quando ripenso ai momenti passati sento una rabbia schiacciante verso me stesso per non aver fatto di più. Soffro di insonnia e quando spengo la luce mi vengono in mente soltanto gli ultimi tempi con mia madre e specialmente le ultime settimane, dove ho visto mia madre lentamente spegnersi attaccata all'ossigeno e a quel maledetto saturimetro che pian piano scendeva di percentuale. Stordita dai troppi medicinali per il dolore il suo ultimo giorno i medici dell'ambulanza gli hanno somministrato un medicinale per togliergli gli effetti e ho rivisto mia madre riprendere lucidità ahimè nel suo momento peggiore visto che non riusciva a respirare fino a perdere conoscenza e pian piano esalare l'ultimo respiro. Di queste scene non racconto mai a nessuno perchè non voglio che sappiano quanto abbia sofferto alla fine mia madre, di quanto fosse spaventata e di come io non abbia potuto fare niente.
Tra poco sarà quasi un anno ed io non riesco a superare la cosa. Grazie a chi mi leggerà.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve,Quello che descrivi ha il peso di un trauma, oltre che di un lutto. E il fatto che sia passato quasi un anno non significa affatto che “dovresti aver superato la cosa”. Non esiste un tempo giusto entro cui smettere di soffrire quando si è assistito, giorno dopo giorno, alla perdita di una persona amata — soprattutto di una madre — in condizioni così dure e impotenti.
Ti rispondo come farebbe una psicologa: da quello che racconti non sento una persona “debole” o incapace di andare avanti. Sento una persona che ha sostenuto per due anni una pressione emotiva enorme, probabilmente cercando di reggere tutto: la paura, gli ospedali, le speranze, le ricadute, il dolore di tua madre, e poi il vuoto improvviso dopo la sua morte. E subito dopo, la solitudine, l’incertezza lavorativa, il sentirti senza direzione. È tantissimo da portare da soli.
Ci sono alcuni aspetti molto importanti nelle tue parole.
Il primo è il senso di colpa: “non ho fatto abbastanza”. Questo è uno dei pensieri più frequenti nei lutti traumatici. Ma quasi mai corrisponde alla realtà. Quando una persona che amiamo soffre, la mente cerca disperatamente un modo per avere controllo sulla situazione. E allora nasce l’illusione: “se avessi fatto di più…”. Ma tu eri un figlio, non un medico onnipotente. Essere lì, accompagnarla, vedere ciò che hai visto, restare anche davanti all’impotenza… è già stato un atto enorme d’amore.
Il secondo aspetto riguarda le immagini intrusive che ti tornano la sera: il saturimetro, il respiro, la paura di tua madre, gli ultimi istanti. Questo non è “solo ricordare”. Quando il cervello vive esperienze molto forti emotivamente, soprattutto legate alla morte e all’impotenza, può continuare a riviverle come se il pericolo fosse ancora presente. Per questo la notte arrivano insonnia, agitazione, bisogno di fuggire, mente sempre accesa. Non sei “bloccato volontariamente”: il tuo sistema nervoso probabilmente è ancora in uno stato di allarme e di dolore non elaborato.
E poi c’è una cosa che mi colpisce molto: dici che non racconti a nessuno quanto tua madre abbia sofferto perché vuoi proteggerli da quella verità. Ma nel fare questo stai proteggendo tutti tranne te stesso. Ti stai tenendo dentro immagini e emozioni troppo pesanti perché una persona possa contenerle da sola per così tanto tempo.
Vorrei dirti una cosa importante: il fatto che tu riesca a scrivere tutto questo è già un movimento verso la cura. Perché significa che una parte di te non vuole più sopravvivere soltanto in silenzio.
Credo sinceramente che tu meriti uno spazio psicologico reale dove poter parlare di queste scene senza sentirti giudicato o “troppo pesante”. Non necessariamente per “dimenticare” tua madre — questo non accade — ma per fare in modo che il ricordo della sua morte non divori completamente il ricordo della sua vita e del legame che avevate.
E no, non sei in ritardo. Molte persone iniziano davvero a crollare mesi dopo un lutto, quando l’adrenalina dell’emergenza finisce e resta solo il vuoto.
Nel frattempo, prova a ricordarti questo: il fatto che tu non abbia potuto salvarla non significa che tu l’abbia abbandonata. Sono due cose molto diverse. Da ciò che racconti, tua madre non è morta da sola. C’eri. E per una persona che sta morendo, spesso questo conta più di quanto i familiari riescano a credere.
Ti mando un pensiero sincero. E grazie per aver trovato il coraggio di raccontarlo.
Resto a disposizione
Cordiali Saluti
Buongiorno, Volevo un parere per quanto riguarda il mio bimbo di quasi 2 anni, li compirà a luglio. È un bambino molto sveglio, parla da un po’, ripete tutto, è un piccolo pappagallino. Molto socievole con i bambini, ha iniziato il nido a febbraio e non ha mai pianto un giorno. Non ha comportamenti che mi preoccupano, è ubbidiente, mi ascolta e fa ciò che gli dico. Però ha un lato che mi preoccupa: se sente cantare a voci molto elevate, battere le mani, se vede candele accese, inizia a piangere e non smette più, è letteralmente terrorizzato. Le feste di compleanno sono qualcosa da cui stare lontano. A casa però chiede la musica in tv ad alto volume e non piange, anzi balla e si diverte. E non parliamo dei fuochi d’artificio! Ultimamente si è spaventato così tanto che, il giorno dopo, siamo tornati nel posto in cui c’era stato lo spettacolo, ha riconosciuto il luogo in cui li avevamo visti ed ha ricominciato a piangere dicendo di voler andare via. Inoltre succede anche che, quando andiamo in vacanza per esempio, e cambiamo quindi casa e abitudini non fa altro che piangere, ci sono volte che non vuole nemmeno entrare nella stanza di hotel. Lo devo convincere e piano piano entra e, tasto dolente, diventa una guerra lavarlo. Entrare dentro la doccia per lui è il terrore, è abituato a fare il Bagnetto dentro la vasca e lui ama farlo, non uscirebbe mai, ma quando faccio la doccia con il getto del doccino, è una strage. Alla base, noto che è un bimbo pauroso, lo vedo dal fatto che se capita un rumore lui salta dalla sedia dallo spavento e corre subito da noi, mamma e papà. Secondo voi come devo interpretare questo atteggiamento?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve,
Da una prospettiva psicologica dello sviluppo, quello che descrivi non mi fa pensare automaticamente a un problema o a un disturbo. Mi colpiscono invece molti aspetti positivi del suo sviluppo: linguaggio precoce e ricco, interesse sociale verso i coetanei, buon adattamento al nido, capacità di seguire le indicazioni degli adulti, curiosità e coinvolgimento nelle attività. Sono tutti segnali generalmente rassicuranti.
Quello che emerge dal tuo racconto è soprattutto un temperamento caratterizzato da una maggiore sensibilità emotiva e sensoriale.
A quasi due anni alcuni bambini percepiscono determinati stimoli come molto più intensi rispetto ad altri. Non è tanto il volume in sé a spaventarli, quanto l'imprevedibilità e il significato emotivo della situazione.Mi sembra interessante anche il fatto che il timore non riguardi solo i rumori, ma anche:
i cambiamenti di ambiente (hotel, vacanze);
le nuove routine;
la doccia rispetto al bagno;
il ritorno in un luogo associato a un'esperienza spaventosa.
Questo suggerisce una caratteristica più ampia: una certa cautela verso la novità e una memoria emotiva piuttosto forte.
Il fatto che il giorno dopo abbia riconosciuto il luogo dei fuochi e abbia manifestato nuovamente paura non è necessariamente anomalo. Anzi, indica che ha creato un'associazione tra quel posto e l'esperienza che lo ha spaventato. Alcuni bambini hanno una memoria emotiva molto vivida già in questa fase dello sviluppo.C'è però un aspetto che terrei monitorato: se la sensibilità ai rumori e agli stimoli dovesse diventare molto estesa (molti suoni quotidiani, aspirapolvere, phon, scarico del WC, traffico, ecc.), oppure se iniziasse a limitare significativamente la vita familiare o sociale, potrebbe essere utile confrontarsi con il pediatra o con uno psicologo dell'età evolutiva per una valutazione più approfondita della sensibilità sensoriale.
Resto a disposizione
Cordiali Saluti
Ciao a tutti, sono una ragazza di 30 anni e vi scrivo per un disagio che sto vivendo da alcuni mesi. Sto affrontando la fine di una relazione di 6 anni, sono stata lasciata da un giorno all'altro e credo di aver sviluppato un vero e proprio trauma. Il disagio che ho sviluppato riguarda alcuni pensieri intrusivi che vogliono farmi credere io abbia tradito il mio partner e di non ricordarlo, di averlo rimosso portandomi a dubitare di me stessa. La cosa spiacevole è che questi pensieri si stanno riversando anche su quella che è la mia quotidianità, quando faccio qualcosa di fretta o magari distrattamente poi vado in paranoia pensando di aver fatto qualcosa di sbagliato. Ogni volta che arriva un pensiero del genere entro il un "loop" perché cerco di ricordare le varie situazioni per arrivare ad ottenere una risposta che raramente trovo, ovviamente è impossibile ricordare ogni minimo dettaglio e restare nel dubbio mi tormenta molto. Sono passati 5 mesi dalla fine di questa relazione, sicuramente questi pensieri sono diminuiti di intensità, non si presentano allo stesso modo ma mi accorgo che quando quel pensiero poi ritorna, sprofondo nell' angoscia di aver fatto realmente qualcosa! Premetto di essere una persona molto ansiosa e che si crea parecchie paranoie, ma questo trauma ha accentuato il tutto. Ho intrapreso già un percorso psicologico, ho anche chiesto se fosse un disturbo ossessivo ma mi è stato detto che è più complessa come cosa. Ci tengo a specificare che a volte questi pensieri sono stati seguiti anche da azioni, come ad esempio scorrere la chat per assicurarmi di un messaggio ricevuto o inviato. A volte ho la paura di restare incastrata in questo circolo e che ogni tentativo sia un fallimento. Sono ovviamente consapevole che la guarigione è sofferenza e che prosegue tutto con alti e bassi. Ci tengo a specificare che ho avuto anche problemi di ansia in passato che ho poi imparato a gestire da sola. Vorrei avere più informazioni in merito a questo argomento e se possibile qualche consiglio in più. Vi ringrazio per l'attenzione
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve,da ciò che descrivi emergono diversi elementi che meritano attenzione, e proverò a risponderti con lo sguardo di una psicologa.
La prima cosa che noto è che questi pensieri sono comparsi in seguito a un evento estremamente destabilizzante: la fine improvvisa di una relazione di sei anni. Quando una separazione arriva senza preavviso, soprattutto se non si è riusciti a dare un significato chiaro a ciò che è accaduto, il sistema emotivo può entrare in una condizione di forte allerta. La mente cerca spiegazioni, cerca di ricostruire il passato e, a volte, inizia a dubitare persino delle proprie certezze.
Quello che racconti non suona come il ricordo di un tradimento realmente avvenuto e poi "rimosso". Piuttosto, sembra il meccanismo tipico di un dubbio ossessivo: "E se fosse successo qualcosa che non ricordo?". La caratteristica di questi pensieri è proprio questa: non si presentano come ricordi, ma come possibilità catastrofiche che chiedono continuamente una verifica.Mi colpisce anche il fatto che tu abbia iniziato a controllare chat e messaggi. Non è strano: il controllo nasce dal tentativo di ridurre l'ansia. Il problema è che il sollievo che produce è temporaneo. Per qualche minuto ti senti rassicurata, ma il cervello impara che per stare tranquilla deve continuare a controllare. Così il dubbio si rafforza anziché indebolirsi.
Un altro aspetto importante è che tu stessa riferisci una storia di ansia precedente. Questo non significa che l'ansia sia la causa di tutto, ma probabilmente rappresenta un terreno predisponente. La rottura sentimentale potrebbe aver riattivato alcune vulnerabilità già presenti, amplificando la tendenza a rimuginare e a cercare certezze assolute.
Trovo significativo anche un dettaglio che spesso spaventa molte persone: dici che quando il pensiero ritorna "sprofondi nell'angoscia di aver fatto realmente qualcosa". In realtà l'intensità emotiva non è una prova della veridicità del pensiero. Anzi, nelle problematiche ossessive accade spesso il contrario: più un tema è importante per la persona (fedeltà, moralità, correttezza, responsabilità), più il dubbio genera angoscia.
Vorrei sottolineare un punto che ritengo fondamentale: il fatto che, dopo cinque mesi, questi pensieri si siano ridotti di intensità è un segnale positivo. Se fossi intrappolata in una situazione immutabile, probabilmente non noteresti alcuna variazione. Invece stai osservando un andamento con alti e bassi, che è tipico dei processi di elaborazione e guarigione.Infine, vorrei lasciarti con una riflessione. La domanda che ti tormenta sembra essere: "Come posso essere sicura al 100% di non aver fatto nulla?". Il problema è che la mente umana non può offrire una certezza assoluta su ogni dettaglio del passato. La guarigione spesso non arriva quando troviamo la prova definitiva, ma quando impariamo a tollerare quel piccolo margine di incertezza senza doverlo eliminare a tutti i costi.
Da quello che racconti, vedo una persona molto sofferente ma anche molto consapevole, che ha già riconosciuto i propri meccanismi e ha avuto la forza di chiedere aiuto. Questo è spesso uno dei fattori che favoriscono maggiormente il cambiamento nel lungo periodo.
Resto a Disposizione
Cordiali Saluti
Salve una domanda
Io soffro di ansia e attacchi di panico con forti somatizzazioni. Ho già svolto controlli medici dove a livello organico è tutto a posto. Volevo sapere se in questo caso fosse utile visto che ho queste somatizzazioni fisiche rivolgersi ad un neurologo o iniziare un percorso di psicoterapia cognitivo comportamentale?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve,Da quello che descrivi, se hai già effettuato accertamenti medici appropriati e non sono emerse cause organiche che spieghino i sintomi, la presenza di ansia, attacchi di panico e forti somatizzazioni orienta maggiormente verso un intervento psicologico piuttosto che neurologico.
Le somatizzazioni sono molto frequenti nei disturbi d'ansia. Possono manifestarsi con sintomi anche molto intensi, come:
tachicardia e palpitazioni;
senso di costrizione al petto;
vertigini o sensazione di svenimento;
formicolii;
tensione muscolare;
problemi gastrointestinali;
sensazione di irrealtà o di "testa strana";
tremori e debolezza.
Questi sintomi sono reali e percepiti fisicamente, ma possono essere generati e mantenuti dai meccanismi dell'ansia e dell'iperattivazione del sistema nervoso.
In una situazione come la tua, la psicoterapia cognitivo-comportamentale (CBT) è considerata uno dei trattamenti più efficaci per:
attacchi di panico;
ansia generalizzata;
ansia con sintomi somatici;
paura delle sensazioni corporee.
Il lavoro terapeutico aiuta a:
comprendere il funzionamento dell'ansia;
interrompere il circolo vizioso tra sintomo fisico e paura;
ridurre l'ipercontrollo del corpo;
apprendere tecniche di gestione dell'attivazione fisiologica;
affrontare eventuali situazioni evitate per paura dei sintomi.
Un consulto neurologico potrebbe avere senso se:
compaiono sintomi neurologici nuovi e mai valutati;
il medico curante ritiene opportuno approfondire alcuni aspetti specifici;
ci sono dubbi diagnostici ancora aperti.
Se invece gli esami sono stati rassicuranti e i sintomi si inseriscono chiaramente in un quadro di ansia e panico già riconosciuto, generalmente la priorità sarebbe iniziare un percorso psicoterapeutico.
Ti farei una domanda importante: quali sono le somatizzazioni che ti preoccupano di più? Ad esempio vertigini, formicolii, debolezza, tachicardia, difficoltà respiratoria o altro? Conoscere i sintomi specifici può aiutare a capire meglio come si inseriscono nel quadro ansioso.
Resto a disposizione
Cordiali Saluti
Buongiorno a tutti,
scrivo perché da tempo vivo un forte conflitto interiore nella mia relazione che mi rende la vita impossibile e sto cercando di capirlo meglio.
Sono in una relazione da molti anni e stiamo costruendo una famiglia. Vivo però ambivalenza: da una parte affetto e senso di casa, dall’altra difficoltà nell’attrazione fisica, con vergogna, confronto con gli altri e sensazione di non autenticità.
Ho provato a parlarne, ma spesso mi sono sentito non ascoltato, con distanza e frustrazione. Ci sono stati anche momenti di rottura e altre frequentazioni, e non sono mai riuscito a chiudere definitivamente la relazione. Nonostante mille motivi, oltre l'aspetto fisico che inizialmente non era un problema, non capisco perché non sono mai riuscito a chiudere. Tornavo da lei anche con la consapevolezza interiore che non era davvero quello che volevo.
Mi chiedo se le mie scelte siano libere o guidate da paura, senso di colpa o abitudine.
Collego tutto questo anche alla mia storia personale, segnata dalla perdita precoce di mia madre e dalla sensazione di dover meritare continuamente il mio valore.
Come si può fare chiarezza quando si è divisi tra paura, senso di colpa e desiderio di autenticità?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve,il problema che descrivi non sembra essere semplicemente "non sono abbastanza attratto dalla mia compagna". Quello è il contenuto più evidente del conflitto, ma leggendo le tue parole emerge qualcosa di più profondo.
Mi colpiscono soprattutto due elementi.
Il primo è che dici di non essere mai riuscito a chiudere la relazione, nonostante più volte abbia sentito interiormente che non era ciò che desideravi davvero. Quando una persona rimane per anni in una situazione che percepisce come non pienamente propria, spesso non siamo più nel campo della semplice indecisione. Siamo nel campo del conflitto tra bisogni psicologici molto profondi.
Il secondo elemento è la tua storia personale. La perdita precoce di una madre non determina automaticamente il destino affettivo di una persona, ma può lasciare una traccia importante nel modo in cui si vivono il legame, la separazione, l'abbandono e il senso di sicurezza.
Da ciò che racconti, mi domanderei se nella tua esperienza la relazione non abbia assunto nel tempo una funzione che va oltre l'amore romantico.In questi casi la domanda "la amo?" rischia di non essere sufficiente. Diventa importante chiedersi:
Che cosa perderebbe una parte di me se questa relazione finisse?
Di cosa ho realmente paura?
Sto proteggendo un legame d'amore o un bisogno di sicurezza?
Sono domande diverse.
Un altro aspetto che noto è il tema dell'autenticità. Tu non descrivi soltanto una difficoltà sessuale o estetica. Descrivi una sofferenza legata al sentirti non completamente allineato con ciò che provi. La vergogna, il confronto con gli altri e il senso di "non autenticità" sembrano pesarti quasi quanto il problema stesso.
In psicologia clinica spesso osserviamo che la sofferenza aumenta quando una persona cerca contemporaneamente di mantenere una situazione e di negare una parte della propria esperienza interna. È come vivere con due verità incompatibili:
"Le voglio bene, abbiamo costruito molto insieme."
"Una parte di me non riesce a desiderarla come vorrebbe."
Finché una delle due verità viene esclusa, il conflitto tende a ripresentarsi.
Vorrei poi soffermarmi su una frase molto importante: "non capisco perché non sono mai riuscito a chiudere."
Talvolta la risposta non è nell'amore, ma nel significato emotivo della separazione.
Per alcune persone lasciare un partner significa semplicemente interrompere una relazione.
Per altre, inconsciamente, significa:
ferire qualcuno;
essere egoisti;
tradire;
perdere una famiglia;
rivivere un abbandono;
restare soli con se stessi.
Se una separazione assume questi significati profondi, diventa comprensibile perché una persona possa tornare più volte indietro pur continuando a sentire che qualcosa non quadra.
Mi sembra inoltre presente un tema legato al valore personale. Quando scrivi di avere la sensazione di dover meritare continuamente il tuo valore, mi chiedo se nelle tue scelte relazionali entri anche una logica del tipo:
"Posso scegliere ciò che desidero davvero oppure devo scegliere ciò che mi fa sentire una persona buona?"
Questa è una domanda molto delicata. Molte persone crescono imparando a essere responsabili, attente agli altri, disponibili. Ma a volte sviluppano una difficoltà a riconoscere i propri desideri come legittimi. Il rischio è che il senso di colpa diventi il principale criterio decisionale.
E quando il senso di colpa guida le scelte, la persona può rimanere bloccata per anni senza riuscire né ad andarsene né a restare serenamente.
Se fossimo in un percorso terapeutico, probabilmente non lavorerei subito sulla decisione "restare o lasciare". Cercherei prima di capire:
che cosa rappresenta questa relazione nella tua economia affettiva;
quali paure vengono attivate dall'idea di perderla;
quale spazio hanno i tuoi desideri rispetto ai bisogni degli altri;
in che modo la perdita di tua madre e le esperienze successive hanno influenzato il tuo rapporto con l'attaccamento e la separazione.
Perché la chiarezza raramente arriva sforzandosi di scegliere. Spesso arriva quando si comprende che cosa, dentro di sé, rende quella scelta così difficile.
La domanda che ti lascerei è questa:
Se fossi assolutamente certo di non ferire nessuno, di non essere giudicato da nessuno e di non restare solo, sceglieresti ancora questa relazione nello stesso modo?
Non per trovare una risposta immediata, ma perché la distanza tra la tua risposta attuale e quella immaginata può dirti molto su quanto delle tue decisioni sia guidato dal desiderio e quanto dalla paura.
Resto a disposizione
Cordiali Saluti
Domande più frequenti
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Ernia del disco lombare
Gentile paziente,
certamente un'ernia potrebbe essere la causa…