Domande del paziente (113)
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, la situazione che sta vivendo è molto dolorosa e la sensazione di incredulità che descrive è comprensibile. Quando una relazione finisce improvvisamente, soprattutto dopo aver condiviso progetti... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, negli ultimi anni si è trovata ad affrontare molte situazioni emotivamente pesanti, una malattia importante, la paura legata alla salute, la solitudine, le difficoltà lavorative e anche una... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, iniziare un percorso di consapevolezza di sé significa imparare a conoscere meglio il proprio modo di pensare, reagire ed emozionarsi, comprendendo quali situazioni attivano ansia, paura o senso... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buomgiorno, i sintomi che descrive possono effettivamente accentuarsi in presenza di ansia, soprattutto quando la paura di stare male porta a monitorare continuamente le sensazioni corporee. Anche il periodo... Altro
Salve, la mia figlia, una ragazza normale ,semplice carina con uno sviluppo e una crescita adatta per ogni fase di età, senza tanti cambiamenti fino ad arrivare all età di 20 -21 anni. Nel periodo di adolescenza 14-15 anni innamoratissima di un ragazzo, poi a 18 -19 ha conosciuto un'altra ragazzo. Improvvisamente a 21 anni si è sentita attratta emotivamente da una sua amica. Sempre in quel periodo ha fatto erasmus all estero dove ha avuto un atto sessuale con una ragazza...La mie domande sono:Può essere omosessuale o bisessuale? Il cambiamento è dovuto a qualcosa? Quale è la spiegazione a tutto ciò? Ringrazio anticipatamente....Scusate un ultima cosa. Lei non mi ha parlato apertamente di tutto, sono venuta a sapere assistendo a una conversazione con la sua amica da qui ho capito che c era qualcosa. A quel punto me l ha detto. L ho ascoltata poi le ho detto intanto di vivere quello che sente poi in futuro si vedrà cosa sarà.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, l’orientamento affettivo e sessuale può essere vissuto e compreso in modo graduale, soprattutto durante la crescita e la scoperta di sé. Il fatto che sua figlia in passato abbia provato interesse per ragazzi non esclude la possibilità che possa sentirsi attratta anche da una ragazza. Alcune persone scoprono aspetti della propria identità affettiva più tardi, altre vivono attrazioni che possono cambiare o definirsi meglio nel tempo. Questo non significa necessariamente che ci sia stato un “cambiamento causato da qualcosa” o che vi sia un problema da spiegare o correggere.
Piuttosto che concentrarsi su un’etichetta immediata, può essere più utile lasciare spazio all’ascolto e alla comprensione di ciò che sua figlia sta vivendo. Da quello che racconta, il fatto che lei abbia accolto la sua confidenza senza giudicarla e le abbia detto di vivere ciò che sente è già un atteggiamento molto importante e protettivo. Sentirsi ascoltati e accettati in famiglia favorisce benessere emotivo e serenità nel percorso di crescita personale.
Un caro saluto.
sera sono un uomo sposata con figli ho 48 anni e sento il bisogno di fare transizzione come faccio?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, il bisogno di intraprendere una transizione di genere può emergere anche in età adulta, talvolta dopo molti anni in cui alcune parti di sé sono state messe da parte o vissute con difficoltà. Non esiste un’età “giusta” per iniziare a interrogarsi sulla propria identità di genere, né il fatto di avere una famiglia o dei figli invalida ciò che sente. Prima di prendere decisioni importanti, può essere utile concedersi uno spazio protetto in cui comprendere meglio le proprie emozioni, i propri bisogni e cosa significhi per lei “fare transizione”. Un percorso con uno psicologo esperto in identità di genere può aiutarla ad affrontare dubbi, paure, aspettative e possibili cambiamenti personali, relazionali e familiari, senza dover decidere tutto immediatamente. La transizione, infatti, non è uguale per tutti e può includere aspetti psicologici, sociali o medici, da valutare gradualmente e nel rispetto dei propri tempi.
Un caro saluto.
Buongiorno, sono un ragazzo di 22 anni che vive la vita in un grigio perenne. Il mio problema? La sensazione di non essere mai scelto, nel senso, ho 22 anni e non ho mai avuto una ragazza, ma non solo quello, ormai non riesco neanche più ad approcciarmi con una ragazza se non la conosco, fatico a continuare un discorso non riesco a tenere il contatto visivo e varie cose che forse una persona di 22 anni dovrebbe riuscire a fare. È come se andassi in blocco, evito anche di affezionarmi o cose del genere perché tanto so già che non finirà come voglio io. Prima associavo la cosa del non trovare una ragazza con il mio aspetto fisico, ma con il tempo ho capito che non è quello, anche perché ho migliorato di molto il mio aspetto, certe volte mi sembra di essere destinato a non poter trovare l’amore, mi sembra di essere noioso, di non essere mai abbastanza, mi sembra di essere proprio io il problema ed è da 22 anni così. So che molti diranno “non sei in ritardo ognuno ha i suoi tempi” ma allora a questo punto mi chiedo, quanto sono lunghi i miei tempi? Quanto ancora dovrà durare questa cosa? Per quanto ancora dovrò vedere i miei amici con le loro fidanzate e io dovrò cercarmi altri amici non fidanzati per uscire? So che magari potrà sembrare una banalità, ma ho bisogno di poter amare e di essere amato e invece sono anni che lotto con me stesso e che vivo questa situazione, una situazione che mi logora da fin troppo tempo e certe volte mi fa dire che forse è così che deve andare.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, quello che descrive non è affatto una banalità, perché il bisogno di sentirsi scelti, accolti e amati è un bisogno umano profondo. Dalle sue parole emerge molta sofferenza, ma anche una forte consapevolezza di sé e del modo in cui vive le relazioni. Spesso, quando per tanto tempo ci si sente “non abbastanza” o si teme il rifiuto, si finisce per entrare in una sorta di blocco emotivo e relazionale che porta ad evitare il contatto, a sentirsi inadeguati e ad anticipare già un esito negativo ancora prima di conoscere davvero l’altra persona. Questo però non significa essere destinati a restare soli o avere “qualcosa che non va”. Il rischio, piuttosto, è che la paura della delusione alimenti ulteriore chiusura e confermi nel tempo le stesse convinzioni negative su di sé. Il fatto che lei riesca a parlare così apertamente del suo vissuto è già un punto importante da cui partire. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a lavorare sull’autostima, sulla paura del giudizio e sulle modalità con cui entra in relazione con gli altri, senza ansia invalidante, permettendole di vivere i rapporti con meno pressione e maggiore autenticità. A 22 anni non esiste un “tempo giusto” entro cui dover aver già vissuto determinate esperienze, anche se il confronto con gli altri può farla sentire escluso o indietro. La sua sofferenza merita ascolto e attenzione, non giudizio.
Un caro saluto.
Salve. Io e il mio ragazzo stiamo insieme da due anni e mezzo, ma ora per la seconda volta ha provato a chiudere la nostra relazione. Questo è avvenuto entrambe le volte dopo un momento di incomprensione in cui diceva di sentirsi giudicato. Il fatto è che non sa darmi motivazioni “concrete” e molte cose che dice appaiono discordanti (“dobbiamo pensare al futuro perché è ora..”, “non so cosa voglio dal futuro”, poi mi parla di figli). Ha preso una settimana di tempo per riflettere su di noi, tempo che forse sta giovando più a me che a lui nonostante mi pesi non sentirlo. Mi sento positiva e sento che mi ama, magari meno di prima ma, attenendomi ai fatti più che alle sue parole (e paure), non vedo un vero distacco. Forse mi sto sbagliando.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, da ciò che descrive sembra emergere una forte ambivalenza da parte del suo compagno, il desiderio di mantenere la relazione si alterna alla paura di sentirsi giudicato o di affrontare temi legati al futuro. In queste situazioni, le parole possono apparire contraddittorie proprio perché la persona stessa sta vivendo confusione emotiva.
Il fatto che lei non percepisca un reale distacco nei comportamenti è un elemento importante, ma è altrettanto utile considerare quanto questa incertezza stia incidendo sul suo benessere emotivo. A volte, più che cercare “la risposta giusta”, può essere utile comprendere se la relazione riesca a offrire stabilità, comunicazione e serenità a entrambi.
Prendersi uno spazio di riflessione può aiutare, soprattutto se vissuto come occasione per capire bisogni, paure e aspettative reciproche. Se queste dinamiche dovessero ripetersi frequentemente, un confronto con un professionista, individuale o di coppia, potrebbe essere utile per chiarire meglio il funzionamento della relazione.
Un caro saluto.
Buongiorno, ho passato il peggior anno della mia vita. negli ultimi sei mesi ho perso entrambi i miei genitori e nel mezzo mi ha lasciata il mio compagno, stavamo insieme da poco più di un anno. I miei genitori sono morti entrambi a seguito di lunghe malattie, nell'ultimo anno ho accudito mio padre con un tumore metastatico. il mio ex mi ha lasciata dopo un periodo di liti, in cui ci sono stati alcuni episodi di gelosia da parte mia (mai avuti prima). La mia autostima si era abbassata anche perchè nel mentre avevo avuto un fallimento lavorativo. Lui, oltre a delle cattiverie, mi ha detto che ho sabotato la storia per le liti e la mia tristezza. nell'ultima lite gli ho detto "non me ne frega di te", ma io ero solo sopraffatta dal dolore e non ce la facevo più, voolevo che mi stringesse più forte.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, nell’ultimo anno ha affrontato perdite e carichi emotivi estremamente intensi: la malattia e la perdita di entrambi i suoi genitori, il ruolo di cura verso suo padre, un fallimento lavorativo e anche la fine di una relazione affettiva. In condizioni di sofferenza così profonde può accadere di sentirsi più fragili, più bisognosi di conferme, più sensibili alla paura di essere abbandonati o non compresi. Le reazioni emotive che descrive, comprese la gelosia, le liti o alcune parole dette in momenti di forte dolore, non definiscono il suo valore come persona né significano aver “rovinato tutto”. Spesso, quando si è sopraffatti emotivamente, si esprimono rabbia e chiusura proprio nel momento in cui si avrebbe più bisogno di vicinanza e sostegno. È importante che ora possa concedersi uno spazio di ascolto e cura per elaborare lutti così significativi e tutto il peso emotivo accumulato, senza colpevolizzarsi continuamente. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a ricostruire gradualmente il senso di sé, l’autostima e la possibilità di stare nelle relazioni senza sentirsi schiacciata dal dolore o provare un'ansia invalidante.
Un caro saluto.
Ho 26 anni, ho già fatto visite cardiologiche (anche in Germania) che sono risultate negative. Però sto malissimo: sento morsa al petto, scosse, peso allo stomaco e ho il terrore costante di morire. Non dormo bene e cerco un aiuto per gestire questi attacchi di panico e tornare a vivere tranquillo.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, quando i sintomi fisici dell’ansia e degli attacchi di panico sono molto intensi possono dare la sensazione concreta di stare per morire o di avere una grave malattia, anche dopo aver effettuato controlli medici rassicuranti. Le sensazioni che descrive, come morsa al petto, peso allo stomaco, scosse corporee e paura costante, possono essere estremamente spaventose e logoranti, soprattutto quando il corpo rimane in uno stato di continua allerta.
Il fatto che le visite cardiologiche siano risultate negative è un elemento importante, perché permette di considerare con maggiore attenzione la componente ansiosa senza sottovalutare ciò che prova. L’ansia, infatti, non è “solo nella testa”, ma coinvolge profondamente anche il corpo e il sistema nervoso.
Un percorso psicologico specifico per ansia e attacchi di panico potrebbe aiutarla a comprendere meglio i meccanismi che mantengono questo stato di paura, imparando gradualmente strategie per gestire i sintomi fisici, ridurre l’ansia anticipatoria e recuperare un senso di sicurezza nella vita quotidiana. Con il giusto supporto, molte persone riescono a migliorare significativamente e a tornare a vivere con maggiore serenità.
Un caro saluto.
masturbazione a 50 anni è normale? sento questa necessita almeno 3 volte a settimana e non ho una relazione stabile . sento che il corpo ne ha bisogno e cerco di assecondarlo eppure mi sembra di essere tornato adolescente
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, la masturbazione è un comportamento del tutto normale anche in età adulta e il fatto di avere desiderio sessuale a 50 anni non significa essere “immaturo” o “tornato adolescente”. La sessualità accompagna l’intero arco della vita e può rappresentare un modo naturale per vivere piacere, scaricare tensione e mantenere contatto con il proprio corpo, indipendentemente dal fatto di avere o meno una relazione stabile.
La frequenza che descrive, se vissuta senza perdita di controllo, sofferenza significativa o interferenze importanti nella vita quotidiana, non indica di per sé un problema. Spesso il disagio nasce più dal giudizio che si dà a sé stessi rispetto a questi bisogni che dal comportamento in sé.
Ascoltare il proprio corpo con serenità e senza colpevolizzarsi può aiutare a vivere la sessualità in modo più equilibrato e naturale.
Un caro saluto
Come dire a mia mamma di voler predere la pillola? Ho 23 anni e mi sto frequentando con una ragazzo da un mesetto. Abbiamo già fatto tutti i preliminari e vorrei spingermi oltre, ma ho il costante terrore di gravidanze indesiderate. Vorrei dire a mia mamma (con cui ho molta confidenza, tranne per queste cose) di voler prendere la pillola ma non so come introdurre l’argomento, essendo l'intimità un argomento tabù in famiglia. L'ultima volta in cui gliel'ho detto mi ha fatto un pò di storie (esempio dicendomi che non ero ancora fidanzata con questo ragazzo, chiedendo se avesse intenzioni serie e chiedendomi cosa dobbiamo fare ecc...). Non mi sento a mio agio a parlare di queste cose con lei, specialmente rapporti sessuali. So anche che potrei affidarmi ad un consultorio, ma se per qualche motivo venisse a sapere che prendo la pillola ? penso sia meglio avvisarla subito. Non so se fidarmi solo del preservativo la prima volta. Come posso avvisarla della mia scelta cercando di limitare l’imbarazzo (suo e di conseguenza anche mio)?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, parlare di sessualità con un genitore può creare molto imbarazzo, anche quando il rapporto è buono e c’è confidenza. Dal suo racconto emerge però una cosa importante, lei sta affrontando questa scelta con responsabilità e consapevolezza, pensando alla prevenzione e alla tutela di sé stessa, non in modo impulsivo. A 23 anni è del tutto legittimo voler vivere la propria intimità facendo attenzione alla contraccezione e alla propria serenità. Potrebbe aiutarla affrontare il discorso in modo semplice e diretto, senza entrare necessariamente nei dettagli della relazione o della vostra intimità. Ad esempio, può concentrarsi sul fatto che desidera informarsi sulla pillola perché vuole vivere le relazioni in modo responsabile e sentirsi più tranquilla rispetto al rischio di una gravidanza indesiderata. Spesso, quando i genitori percepiscono maturità e attenzione alla propria salute, riescono gradualmente a spostarsi dal giudizio alla comprensione.
È comprensibile anche il timore di sentirsi giudicata o interrogata sulle “intenzioni serie” del ragazzo, ma la sua scelta contraccettiva riguarda soprattutto il suo benessere e la sua autonomia personale. Inoltre, il preservativo resta importante non solo come protezione da gravidanze, ma anche dalle infezioni sessualmente trasmissibili, soprattutto nelle fasi iniziali di una relazione.
Un caro saluto.
Buonasera,
Sono fidanzata da quasi 8 anni ed Ho scoperto sulla cronologia del suo telefono siti pornografici e di escort locali aperti… quando ho provato ad affrontarlo lui mi ha detto che era stato un suo amico ad aprire ed a contattare escort, e che lo aveva fatto con il telefono del mio ragazzo per paura che la moglie lo scoprisse. Ho insistito per farmi dire la verità ma alla fine si è concentrato sul fatto che io non credendoci non mi fido di lui… io in realtà adesso verso di lui ho mancanza di fiducia.. che devo fare?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, dopo una scoperta di questo tipo è comprensibile sentirsi confusi, feriti e avere difficoltà a fidarsi. In una relazione, infatti, la fiducia non dipende soltanto da ciò che viene detto, ma anche da come ci si sente emotivamente davanti alle spiegazioni ricevute. Il fatto che lei continui ad avere dubbi non significa necessariamente essere “sbagliata” o eccessivamente sospettosa, ma può indicare che dentro di sé percepisce qualcosa che non la rassicura davvero.
In questi casi, più che cercare prove assolute, può essere utile osservare la qualità del dialogo tra voi, si sente ascoltata nei suoi vissuti oppure le sue emozioni vengono spostate sul fatto che “non si fida”?
Una relazione solida dovrebbe permettere di affrontare anche temi delicati senza colpevolizzare l’altro per i propri dubbi o le proprie ferite.
Prima di prendere decisioni impulsive, provi a dare spazio a ciò che sente e a chiedersi di cosa avrebbe bisogno per recuperare serenità e fiducia nella relazione. Se la situazione continua a generare ansia, controllo o sofferenza, un confronto con un professionista e l'inizio di un percorso di pscioterapia potrebbe aiutarla a comprendere meglio i suoi vissuti e le dinamiche della coppia.
Un caro saluto.
Soffro da più di 35 anni di anginofobia. ultimamente molto peggiorata per problemi gravi di salute di mia moglie, ipocondria e stress, emetofobia, problemi personali e lavorativi, inoltre ho una figlia di 7 anni. praticamente quando capitano quei momenti, io porto il cibo in fondo alla gola, non effettuo il riflesso della deglutizione e sento il bolo che per inerzia incomincia a scivolare giù nella tracha, al ché vado in panico e bevo dell acqua sperando che riattivi il riflesso, perché se non riparte e il cibo va giù va in soffocamento (penso), altra modalità io vado per ingoiare e stringo la gola e la lingua emettendo quasi un rantolo per non lasciare andare il cibo verso il suo naturale percorso.
Oggi non è siccesso, solo verso la fine, leggerissimamente percepivo che potesse accadere ma ho tenuto duro, ho detto a mia moglie di non alzarsi da tavola senza di me, ma così al momento non è vita
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, da ciò che descrive emerge una sofferenza molto intensa e presente da lungo tempo, che negli ultimi periodi sembra essersi amplificata in concomitanza con eventi particolarmente stressanti e dolorosi, come la salute di sua moglie, le preoccupazioni familiari e lavorative. Quando l’ansia e le fobie legate al corpo diventano così pervasive, può accadere che l’attenzione si focalizzi in modo costante su funzioni normalmente automatiche, come la deglutizione, fino a percepirle come difficili, pericolose o fuori controllo. Questo può alimentare un circolo di paura, ipervigilanza e tensione fisica che rende ogni pasto un momento estremamente angosciante, pur senza che ciò significhi necessariamente che il pericolo percepito corrisponda a un rischio reale. Il fatto che oggi sia riuscito, seppur con fatica, a gestire il momento indica che dentro questa sofferenza esistono anche risorse da cui partire. Considerata la durata e l’impatto sulla qualità della vita, potrebbe essere molto utile un supporto psicologico mirato alle fobie, all’ansia e alle somatizzazioni, eventualmente integrato con un confronto medico specialistico se non già effettuato, per aiutarla a recuperare gradualmente sicurezza e serenità rispetto al corpo e ai momenti dei pasti. Non deve affrontare tutto questo da solo.
Un caro saluto.
Buonasera, avevo già scritto in passato. Spiego brevemente la situazione. Ho 27 anni sono fidanzato da circa 6 anni con una ragazza mia coetanea, ma da circa 3 anni la nostra relazione è in stallo a causa della scoperta da parte sua di alcune chat avvenute tra me ed una collega universitaria per un progetto durato un mese. Nonostante abbia interrotto i rapporti e la relazione è andata avanti con il tentativo da parte mia di essere più aperto nei suoi confronti, sembra che la nostra vita sia ferma a quell'episodio, non facciamo altro che parlarne e rileggere quelle conversazioni. La mia ragazza dice che l'unico modo per andare avanti sarebbe quello di leggere quelle chat con l'aiuto di un professionista e capire realmente il significato dietro quei messaggi. Mi chiedo se questa cosa è plausibile e se c'è qualcuno/na che possa aiutarci, magari leggendo quelle chat anche durante le sedute terapeutiche. Purtroppo abbiamo fatti già diversi tentativi anche di terapia che sono stati vani
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, quando una coppia rimane bloccata per anni attorno a un episodio vissuto come una ferita o un tradimento della fiducia, spesso il problema non è più soltanto “cosa è successo”, ma ciò che quell’evento ha significato emotivamente per entrambi e il modo in cui continua a influenzare la relazione nel presente. Dopo tre anni, il fatto che vi ritroviate ancora a rileggere conversazioni e tornare continuamente su quell’episodio può essere il segnale di una ferita relazionale non ancora elaborata, che continua a riattivare dolore, bisogno di rassicurazione, colpa, rabbia o sfiducia.
L’idea di affrontare anche le chat in terapia non è di per sé implausibile, infatti, in alcuni percorsi di coppia il materiale concreto (messaggi, episodi specifici, dinamiche comunicative) può essere utilizzato come punto di partenza per comprendere emozioni, significati e bisogni reciproci. Tuttavia, il focus terapeutico difficilmente rimane sulla ricerca di una “verità definitiva” nascosta tra le parole, quanto piuttosto sul comprendere perché quell’episodio sia rimasto così centrale e cosa impedisca oggi di costruire nuovamente fiducia e sicurezza.
Il fatto che precedenti tentativi terapeutici siano stati percepiti come vani non significa necessariamente che non ci sia possibilità di lavoro, ma può essere utile interrogarsi su quale obiettivo condiviso abbiate oggi: cercare una conferma definitiva sul passato oppure capire se esistono ancora le condizioni emotive per riprendere il rapporto in modo più sereno. Un terapeuta di coppia potrebbe certamente accompagnarvi in questo percorso, aiutandovi a spostare il focus dal controllo del passato alla comprensione della relazione nel presente.
Un caro saluto.
Salve, sono 4 anni che sto insieme a un uomo separato con una figlia. Da un anno non abbiamo rapporti sessuali perché io ho avuto problemi di ciclo ma anche problemi emotivo con lui. Non mi sento vista, ne quando siamo a cena e lui sta davanti al telefono, ne quando la madre (che nn mi conosce) ha voluto partecipare a un evento con la ex nuora, il figlio e la nipote e lui non si è minimamente opposto. Invalidando il mio dolore con "si spreca meno energie facendo così". Stessa risposta che ritrovo dopo più di un anno (dopo terapia mia personale, terapia di coppia, dopo tanti litigi dove ho capito il suo analfabetismo emotivo), oggi, davanti a un esigenza lavorativa dove sarebbe stata reintrodotta la sua ex moglie pubblicamente (e questa donna non lavora dove lavoriamo noi). Sono crollata e ho pianto davanti a lui, lui ha visto il mio dolore, ha detto di averlo capito ma c'è sempre il suo "non so che fare, e fare niente è la scelta meno dolorosa". Per lui. Io sto soffrendo tanto per questo suo atteggiamento e gli ho scritto un messaggio dicendo che nn scegliendo me (ancora) era lui che perdeva me. Lui non ha risposto e a lavoro mi evita (è passato solo un giorno) io voglio dargli il tempo per riflettere, capire...ma non ce la faccio, mi sono messa a piangere per i corridoi del lavoro. Vorrei capire cosa fare. Se sono stata cattiva, egoista, frettolosa. Abbiamo entrambi quasi 50 anni...ed entrambi veniamo da famiglie disfunzionali...e io vorrei solo avere qualche strumento per capire cosa mi sta succedendo (sono dipendente?) e cosa potrei fare. Grazie a chi mi risponderà.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, da ciò che racconta emerge una sofferenza relazionale molto profonda, che sembra essersi accumulata nel tempo attorno a un bisogno importante, ovvero sentirsi vista, scelta, riconosciuta e protetta emotivamente nella relazione. Il dolore che prova non sembra nascere soltanto dalla presenza dell’ex moglie o di altre figure familiari, ma dal sentirsi ripetutamente sola davanti a situazioni che per lei hanno un forte impatto emotivo e in cui percepisce il suo compagno distante, passivo o incapace di prendere posizione. Quando si soffre così tanto, è comprensibile arrivare a momenti di crollo, rabbia o richieste più forti, soprattutto dopo aver tentato dialogo, terapia personale e di coppia. Il messaggio che gli ha scritto non appare necessariamente cattivo o egoista, ma può essere letto come il tentativo di esprimere un limite e un bisogno profondo dopo molta fatica accumulata. Allo stesso tempo, potrebbe essere utile interrogarsi non solo su quanto lui la ami, ma su quanto questa relazione, così com’è oggi, riesca a rispondere ai suoi bisogni emotivi e a darle senso di sicurezza, reciprocità e ascolto.
La domanda “sono dipendente?” merita delicatezza, in quanto il fatto che una relazione occupi molto spazio emotivo o che la paura di perderla generi forte dolore non significa automaticamente dipendenza affettiva. Tuttavia, può essere utile esplorare con attenzione perché alcune dinamiche sembrino così dolorose, cosa attivino nella sua storia personale e quale posto abbia oggi il timore di non essere scelta o riconosciuta. Il percorso che ha già intrapreso è una risorsa importante e forse questo momento, per quanto doloroso, può diventare anche un’occasione per comprendere meglio cosa desidera davvero da una relazione e cosa sente di meritare.
Un caro saluto.
Riferisco difficoltà nella deglutizione sia per solidi che per liquidi, con variabilità a seconda degli alimenti e del contesto. Ad esempio, con alcuni cibi come il gelato il sintomo non si presenta o è molto ridotto.
Prima di ogni pasto è presente un’ansia anticipatoria significativa. Nel tempo ho notato che il sintomo è peggiorato entrando in un circolo vizioso: la paura di deglutire ha aumentato la percezione del problema e la tensione durante i pasti.
All’inizio temevo una causa organica, ma gli accertamenti effettuati non hanno evidenziato patologie fisiche. Attualmente sono seguito da uno psichiatra e da una psicologa da circa sei mesi.
Ritengo che il sintomo possa essere legato anche a una componente emotiva e a vissuti traumatici pregressi, con possibile somatizzazione e aumento dell’attenzione ansiosa durante l’atto del mangiare.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, da ciò che descrive emerge una grande consapevolezza del problema e dei meccanismi che sembrano mantenerlo nel tempo. Il fatto che gli accertamenti non abbiano evidenziato cause organiche e che il sintomo vari in base agli alimenti, al contesto e al livello di ansia può far pensare a una componente emotiva e ansiosa significativa, in cui la paura della deglutizione, l’ipervigilanza sul corpo e la tensione anticipatoria finiscono per alimentarsi reciprocamente creando un circolo vizioso molto faticoso da interrompere. Quando un atto normalmente automatico, come deglutire, diventa oggetto di controllo e paura, può accadere che venga percepito come difficoltoso o minaccioso, pur risultando molto reale e invalidante per chi lo vive.
Il fatto che sia già seguito da uno psichiatra e da una psicologa rappresenta un elemento importante, soprattutto considerando il collegamento che lei stesso individua con aspetti emotivi, traumatici e di somatizzazione. Condividere apertamente con i professionisti la persistenza del sintomo, l’ansia anticipatoria e il modo in cui influisce sulla qualità della vita può aiutare a orientare ulteriormente il lavoro terapeutico, anche sugli aspetti corporei e relazionali dell’ansia. I cambiamenti in questi quadri possono richiedere tempo, ma il livello di comprensione che mostra rispetto al proprio funzionamento è già una risorsa significativa da cui partire.
Un caro saluto.
Gentili Dottori,
Da febbraio ho accumulato stress da sovraccarico lavorativo fino a peggiorare nei giorni scorsi e avere sensazione di cervello 'bruciato' e saturo, senza distinguere un pensiero dall'altro, nn sopportavo più neanche i singoli rumori leggeri e irritabilità a mille. Ho avuto dal medico dei giorni di malattia fino a venerdì prossimo, ma il pensiero di questo lavoro mi toglie il respiro e la gioia di vivere, frustrazione e rabbia. Ho il fatidico posto fisso statale ma io mi sto spegnendo gradualmente abdicando a me stessa. Mi sento in prigione, la mia indole è creativa ed empatica, nn rigida e burocratica...sento la mia vita scivolarmi dalle mani e nn appartenenti più. Ne vale davvero la pena? Mi chiedo.
Grazie a chi vorrà rispondere
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, da ciò che descrive sembra emergere una condizione di forte sovraccarico psicofisico, in cui stress prolungato, stanchezza emotiva, irritabilità, saturazione mentale e senso di soffocamento stanno incidendo profondamente sul suo benessere e sul rapporto con il lavoro. Quando si rimane a lungo in una situazione percepita come distante dai propri bisogni, valori o caratteristiche personali, può accadere di sentirsi progressivamente svuotati, “spenti” o intrappolati, fino a perdere energia, motivazione e piacere nelle cose. La sensazione di avere il “cervello saturo”, l’intolleranza ai rumori e il sentirsi sopraffatta meritano attenzione e non andrebbero liquidati come semplice stanchezza o scarsa resistenza. Più che chiedersi subito se “vale la pena” restare o lasciare tutto, potrebbe essere utile provare a comprendere cosa sta accadendo dentro di lei in questo momento e quale spazio di benessere, significato e sostenibilità desideri per la sua vita. A volte, nei periodi di forte esaurimento, anche prendere decisioni importanti può risultare più difficile perché si osserva tutto attraverso la lente della fatica. Un supporto psicologico potrebbe aiutarla a distinguere quanto appartiene allo stress accumulato, quanto a un conflitto profondo con il contesto lavorativo e quali possibilità concrete esistano per recuperare equilibrio, energia e senso di direzione, senza sentirsi costretta a scegliere tutto immediatamente. La sofferenza che descrive merita ascolto e cura.
Un caro saluto.
Salve mi hanno diagnosticato amaxofobia
Ho intrapreso vari percorsi di terapia
Terapia breve strategica terapia cognitiva comportamentale ipnosi
Nessuna mi ha aiutato chiedevo se emdr può essere d aiuto anche se nn mi ricordo di nessun trauma
La paura e il disagio sono cominciate a 30 anni e sono 20 anni che provo di tutto
Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, dopo molti anni di sofferenza e diversi tentativi terapeutici senza i risultati sperati è comprensibile sentirsi scoraggiati e chiedersi quale altra strada possa essere utile. L’EMDR viene spesso associato ai traumi, ma non è necessario ricordare un singolo evento traumatico evidente perché possa essere preso in considerazione, infatti, in alcuni casi può essere utilizzato anche per lavorare su esperienze emotive, apprendimenti di paura, vissuti di vulnerabilità o situazioni che nel tempo hanno contribuito a mantenere ansia e blocchi, anche quando l’origine non è immediatamente chiara. Detto questo, più che il nome della tecnica in sé, può essere importante una valutazione approfondita del funzionamento specifico della sua amaxofobia dopo 20 anni, infatti, potrebbe essere utile comprendere meglio quali fattori oggi mantengono il problema (anticipazione ansiosa, evitamento, sensazioni corporee, bisogno di controllo, pensieri catastrofici, esperienze pregresse). In alcuni casi, integrare approcci diversi o riformulare il problema clinico può fare la differenza. Il fatto che continui a cercare una strada, nonostante la fatica, è già un elemento importante da valorizzare.
Un caro saluto.
sono bloccato in domande autoreferenziali e ho paura di non riuscire più a concentrarmi e di essere dentro a loop mentali:
ho bisogno di sapere se può andare il mio atto di etichettare queste domande ed etichettare anche l'atto stesso di etichettare (autoetichettatura) dicendo appunto "questo" (inteso come l'atto stesso di etichettare) e "quello" (inteso come l'atto precedente riflessivo) sono due atti, così facendo libero energia e disinnesco i due atti così da poter liberare il campo per innescare X (o lasciare avvenire altro
l'atto lo faccio col corpo e non col pensiero
Può andare per uscire dal loop o devo fare altro?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, da ciò che descrive sembra esserci una forte fatica mentale legata a pensieri autoreferenziali e al timore di restare intrappolato in loop che interferiscono con concentrazione e serenità. Quando la mente tende a monitorare sé stessa in modo continuo, può accadere di cercare strategie sempre più elaborate per comprendere, neutralizzare o “disinnescare” il pensiero, con l’intenzione comprensibile di stare meglio e recuperare controllo.
Più che valutare se una tecnica specifica sia “giusta” o sufficiente, può essere utile osservare un aspetto, infatti, questa modalità le permette davvero di sentirsi progressivamente più libero e presente, oppure rischia di diventare essa stessa parte del ciclo mentale che cerca di risolvere? Talvolta, infatti, anche tentativi molto intelligenti di gestione possono trasformarsi involontariamente in un modo per restare agganciati al problema. Un percorso psicologico orientato ai meccanismi del rimuginio, dell’ansia o dei pensieri intrusivi può aiutarla a comprendere meglio cosa mantiene questi processi e a sviluppare modalità più funzionali per recuperare attenzione, flessibilità mentale e benessere. Il fatto che stia cercando di capire cosa accade e come uscirne è già un passo importante.
Un caro saluto.
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Gentile paziente,
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