Buonasera, Vorrei un consiglio. Ho 40 anni, ed una madre che definisco tossica alle spalle. Ha avut
Buonasera, Vorrei un consiglio. Ho 40 anni, ed una madre che definisco tossica alle spalle. Ha avuto un matrimonio sbagliato che ho pagato io figlia, in quanto mia madre ha passato la vita a parlarmi male di mio padre ed usarmi per farsi difendere, inoltre ho una sorella minore che ho tra virgolette cresciuto, almeno psicologicamente, per proteggerla da mia mamma.Mia madre è sempre stata una donna invadente nella mia vita, generando in me anche ansia ed ossessioni. Ho deciso pertanto nel 2023 di farmi aiutare, iniziando una terapia breve strategica. Mi aspettavo dalla terapia, una riduzione dei sintomi ansiosi, ma anche o forse soprattutto, un'accettazione dei limiti di mia madre(che razionalmente vedo)e soprattutto la capacità di non preoccuparmi sempre per tutti. Ad oggi, nonostante le ansie siano quasi sparite provo un sentimento devastante verso mia madre. Mi sveglio la mattina già arrabbiata con lei e passo le giornate a rimuginare sui suoi comportamenti! Inoltre se a casa ci sta un problema, io sono sempre la prima ad annullarsi, ma se prima lo facevo per prassi, oggi lo faccio con un carico di rabbia assoluta.Maledico ogni giorno il fatto di averla avuta per madre. È possibile che questo tipo di terapia non vada bene per tali dinamiche familiari? Ne ho già parlato con la mia dottoressa, informandola che mi sarei comunque presa una pausa per valutare.Grazie a chi vorrà darmi un consiglio!
19 risposte
Buonasera, deduco che non c'è stato un attaccamento "sicuro" con la figura materna, e questo ha un'evidente ricaduta sul suo modo di rapportarsi col resto del mondo. Di fatto appare sempre preoccupata, pensa di doversi prendere cura costantemente degli altri, con un'evidente ricaduta sul suo umore, generando sentimenti di ansia e rabbia verso la figura che avrebbe dovuto proteggerla, ovvero la mamma. Esistono terapie specifiche per lavorare su queste emozioni, come ad esempio l'EMDR, che io utilizzo con ottimi risultati. Resto a disposizione e le mando un caro saluto.
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La terapia breve strategica di solito funziona efficacemente con casi simili al suo, se non ha avuto risultati in tempi brevi, potrebbe cambiare Terapista, o anche tipo di terapia. La terapia é una danza a due, se uno dei due non danza, non funziona. Un caro saluto
Buonasera, da ciò che racconta, non ho l'impressione che la terapia abbia necessariamente "funzionato male". Anzi, potrebbe essere accaduto qualcosa che spesso sorprende molte persone: quando l'ansia diminuisce, possono emergere emozioni che prima erano coperte proprio dall'ansia stessa. Per molti anni lei sembra aver occupato una posizione molto precisa all'interno della sua famiglia. È stata figlia, mediatrice, protettrice di sua sorella, contenitore emotivo di sua madre e, in parte, anche la persona che si faceva carico dei problemi degli altri. Quando si vive così a lungo in questo ruolo, si può sviluppare l'abitudine a preoccuparsi, a intervenire e a sacrificarsi, senza avere davvero lo spazio per sentire la rabbia, il dolore e il senso di ingiustizia accumulati. Leggendo il suo messaggio, mi colpisce che lei non stia più dicendo "mia madre mi fa stare in ansia", ma "sono furiosa con mia madre". Sono due stati emotivi molto diversi. È possibile che oggi stia entrando maggiormente in contatto con il costo che ha avuto per lei crescere in quel contesto familiare. Questo non significa necessariamente che debba continuare a vivere nella rabbia o che il percorso terapeutico sia arrivato a un vicolo cieco. Potrebbe significare, invece, che una volta ridotti i sintomi ansiosi, si sta aprendo una fase diversa del lavoro psicologico, in cui non si tratta più soltanto di gestire l'ansia ma di elaborare il dolore, la delusione e forse anche il lutto per la madre che avrebbe desiderato avere e che sente di non aver avuto. Per questo motivo, la domanda non è tanto se la terapia breve strategica sia "giusta" o "sbagliata" in assoluto. Piuttosto, potrebbe essere utile chiedersi se gli obiettivi del percorso siano cambiati. Se inizialmente l'obiettivo era ridurre l'ansia e questo è avvenuto, oggi forse la questione centrale riguarda la sua storia relazionale, il risentimento accumulato, i confini con sua madre e la difficoltà a smettere di sentirsi responsabile per tutti. Un'altra cosa che emerge chiaramente è che lei continua ad annullarsi per gli altri, ma ora lo fa con maggiore consapevolezza. Questa consapevolezza, per quanto dolorosa, è diversa dal passato. Prima il sacrificio sembrava automatico; oggi vede il prezzo che paga. Spesso è proprio in questa fase che diventa possibile iniziare a costruire modalità relazionali nuove. Prendersi una pausa per riflettere può essere una scelta legittima. Tuttavia, prima di concludere che la terapia non sia adatta, potrebbe essere utile considerare l'ipotesi che la rabbia che sente oggi non sia un fallimento del percorso, ma una parte della sofferenza che per molto tempo non ha trovato spazio per essere riconosciuta. Un caro saluto.
Potrebbe essere indicato un percorso di terapia sistemico-relazione, che permette di lavorare sulla modifica dei modelli rigidi disfunzionali.
Buongiorno, la terapia strategica lavora principalmente sui sintomi. Molto probabilmente lei ha bisogno di fare un percorso che le consenta di lavorare nel profondo delle questioni qui indicate. Consulti pure un altro specialista, vedrà che con il tempo potrà lavorare sulle dinamiche qui descritte. Cordiali Saluti Dott. Diego Ferrara
Gentile utente, da ciò che racconta sembra che la riduzione dell'ansia abbia lasciato emergere emozioni che forse per molti anni erano rimaste in secondo piano. Non è raro che, quando si smette di essere concentrati principalmente sulla gestione dei sintomi, trovino più spazio rabbia, delusione e sofferenza legate alle proprie esperienze familiari. Più che interpretare questo cambiamento come un fallimento della terapia, potrebbe essere utile considerarlo come un segnale di un lavoro ancora in corso. Comprendere i limiti di un genitore non significa necessariamente smettere di provare rabbia per ciò che si è vissuto. Mi colpisce anche che lei continui a sentirsi responsabile dei problemi familiari, pur vivendolo oggi con un forte risentimento. Forse la questione non riguarda solo sua madre, ma anche il ruolo che ha imparato ad assumere all'interno della famiglia e che continua a pesare su di lei. Ha fatto bene a parlarne con la terapeuta: condividere questi dubbi può essere un'occasione importante per riflettere insieme sugli obiettivi del percorso e su ciò di cui sente bisogno in questa fase. Un caro saluto.
Buongiorno, da ciò che descrive emerge un cambiamento importante: la riduzione significativa dei sintomi ansiosi è un risultato rilevante del percorso che ha intrapreso, ma allo stesso tempo sembra essersi aperto uno spazio emotivo diverso e più difficile da gestire, caratterizzato da rabbia intensa, rimuginio e forte attivazione nei confronti della figura materna. In alcune situazioni terapeutiche può accadere che, quando l’ansia si riduce, emergano emozioni che in precedenza risultavano “coprite” o tenute sotto controllo proprio attraverso il sintomo ansioso. Questo non significa necessariamente che il lavoro non stia funzionando, ma che si sta entrando in un livello diverso di elaborazione emotiva. Il tema che porta è complesso e riguarda una storia relazionale precoce molto carica, in cui sembra che nel tempo abbia assunto anche ruoli di responsabilità e protezione nei confronti dei familiari. È comprensibile che oggi, con minore attivazione ansiosa, possano emergere rabbia, dolore e vissuti di sovraccarico. Rispetto alla domanda sulla terapia, non si tratta tanto di “giusto o sbagliato” in assoluto, quanto di comprendere se il modello attuale è adeguato agli obiettivi che sente prioritari in questa fase e se il lavoro in corso sta riuscendo a dare spazio anche all’elaborazione di queste emozioni più profonde, oltre che alla riduzione dei sintomi. Il fatto che ne abbia già parlato con la sua terapeuta e che stia valutando una pausa può essere uno spazio utile per riflettere insieme su come proseguire il percorso nel modo più adatto a ciò di cui ha bisogno oggi. Un cordiale saluto. Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Buongiorno, non credo sia una questione di terapia, dovrebbe entrare più in profondità rispetto a questo argomento con la collega e possibilmente chiedere il suo punto di vista sulla situazione, identificando le su difese/difficoltà per poi rimuoverle.
Salve! la sua riflessione mostra una grandissima consapevolezza e tocca un punto nevralgico della dinamica terapeutica: non tutti gli approcci sono adatti a ogni fase del nostro percorso, e la comprensione puramente logica non basta a spegnere la sofferenza. La Terapia Breve Strategica ha un’efficacia dimostrata nello sblocco dei sintomi acuti (ansia e ossessioni). Il fatto che queste siano quasi sparite indica che quel percorso ha svolto con successo la sua prima funzione: spegnere l'incendio d'emergenza. Tuttavia, quello che sta sperimentando oggi — una rabbia devastante, il rimuginio costante e il peso di continuare ad annullarsi — appartiene a un livello molto più profondo. Si tratta del nucleo sommerso di quella che in psicologia viene definita parentificazione: l'aver dovuto fare da scudo emotivo a sua madre e da stampella psicologica a sua sorella fin da quando era una bambina. Perché la mente capisce e il corpo continua a reagire? La sua intuizione sul limite dell'attuale terapia è corretta. Razionalmente lei "vede" i limiti di sua madre, ma la mente razionale comprende le cause, mentre il corpo non si allinea automaticamente a questa comprensione intellettuale. Le più antiche tradizioni di ricerca sulla mente e sul corpo ci insegnano che la mente ha molti livelli di profondità e che il corpo stesso custodisce un inconscio somatico profondo, che non risponde alla semplice comunicazione verbale o alla logica lineare. Questa rabbia con cui si sveglia al mattino è l'indicatore che il suo sistema nervoso e la sua biologia sono ancora strutturati sui vecchi solchi del passato. Un'ora di terapia ogni sette giorni, per quanto il professionista sia bravo, non può andare oltre la superficie se la consapevolezza non scende a toccare l'essenza più intima del corpo. Pensare di risolvere tutto solo nello studio del terapeuta rispecchia l'idea diffusa che la terapia sia una specie di pillola che cura senza un reale e globale cammino di trasformazione. Un lavoro su tanti aspetti complessi Per disinnescare la ripetitività insopportabile di queste dinamiche familiari non basta una semplice tecnica di contenimento o un esercizio per non reagire: quella sarebbe solo un'altra pillola per mascherare una febbre che non va via. Serve prendere in considerazione molti aspetti della sua esistenza: • Scendere sotto il flusso dei pensieri: Comprendere che il rimuginio quotidiano è solo una narrazione della mente razionale che tenta invano di risolvere logicamente un dolore profondo. • Integrare la mente e il corpo: Permettere alla consapevolezza interiore (attraverso un lavoro profondo ispirato alla mindfulness e alla conoscenza di sé) di dialogare con il corpo, dove la rabbia è radicata, per ritrovare la sensazione pura di esistere al di là del ruolo di "salvatrice" che le è stato imposto. • Ristrutturare i legami profondi: Elaborare il lutto per il passato e per la madre che avrebbe voluto, per passare dalla rabbia reattiva a una reale e pacifica autonomia. La sua decisione di prendersi una pausa è un atto di ascolto protettivo e sano. Il suo cammino non si è bloccato, ha solo bisogno di passare dalla comprensione logica alla liberazione reale di tutti i livelli della sua persona. Resto a sua disposizione presso il mio studio qualora sentisse il desiderio di esplorare questo approccio integrato. Un cordiale saluto,
Buon pomeriggio, da quello che racconta la terapia sembra aver prodotto un cambiamento significativo sui sintomi ansiosi, ma questo cambiamento potrebbe aver portato alla luce emozioni che per molti anni sono rimaste in secondo piano. Non è raro che, quando l'ansia diminuisce, emerga una rabbia intensa nei confronti di un genitore con cui si è vissuta una relazione percepita come invasiva, manipolante o emotivamente faticosa. La rabbia che descrive non va necessariamente interpretata come un peggioramento. Talvolta rappresenta una fase del percorso terapeutico, nella quale si inizia a prendere piena consapevolezza di quanto si è dovuto rinunciare a sé stessi per adattarsi alle esigenze familiari. Nel suo racconto emerge chiaramente come abbia assunto, fin da giovane, il ruolo di "figlia adulta", proteggendo sua sorella e facendosi carico del benessere emotivo di sua madre. È comprensibile che oggi, riconoscendo questo peso, possano affiorare dolore, delusione e rabbia. Questo non significa necessariamente che la terapia breve strategica non sia adatta. Ogni approccio psicoterapeutico ha obiettivi e modalità differenti.. alcuni sono particolarmente efficaci nella riduzione dei sintomi, mentre altri dedicano maggiore spazio all'elaborazione delle relazioni familiari, delle ferite emotive e degli schemi di funzionamento costruiti nel corso della vita. Se sente che, superata la fase dell'ansia, il suo bisogno è comprendere e trasformare queste dinamiche profonde, parlarne apertamente con la sua terapeuta, come ha già fatto, è il passo più funzionale. Una pausa di riflessione può essere utile se serve a chiarire quali siano oggi i suoi obiettivi terapeutici. Da ultimo, il fatto che continui ad annullarsi per gli altri, pur vivendo questo comportamento con una forte rabbia, suggerisce che il cambiamento non riguarda soltanto la gestione delle emozioni, ma anche la possibilità di costruire confini più sani e imparare a non sentirsi responsabile del benessere di tutti. Le auguro di trovare il percorso più adatto alle sue esigenze. Cordialmente, AM
Buonasera, da quello che racconti, mi colpisce quanto a lungo tu abbia portato sulle spalle un peso molto grande, assumendo responsabilità che probabilmente non appartenevano ad una figlia. È comprensibile che, iniziando a stare meglio sul piano dell'ansia, possano emergere emozioni come la rabbia: spesso non significa che la terapia non stia funzionando, ma che stai entrando in contatto con vissuti che prima erano coperti dalla necessità di "resistere" e prenderti cura degli altri. Non è possibile stabilire da qui se un approccio terapeutico sia più o meno adatto, ma il fatto che tu abbia condiviso questi dubbi con la tua terapeuta è un passaggio importante. Ti incoraggerei a portare ancora questi vissuti nello spazio terapeutico, prima di trarre conclusioni: a volte è proprio nell'attraversare queste emozioni che possono nascere cambiamenti più profondi. Ti auguro di poter continuare questo percorso con i tuoi tempi e con la gentilezza che meriti di riservare anche a te stessa. Un caro saluto, Dott. Fabio Mallardo Psicologo-Psicoterapeuta Ricevo anche on-line
probabilmente la terapia strategica ha avuto dei risultati, ma non essendo una terapia che lavora su fenomeni e sentimenti e vissuti più interni di una persona potrebbe non essere adeguata in questo momento in cui sente la relazione con la mamma ancora irrisolta, e soprattutto che influisce ancora nella sua vita
Quello che stai vivendo non sembra per forza il segno che la terapia stia andando male. Spesso, quando l’ansia diminuisce, emerge la rabbia che per anni è stata trattenuta per sopravvivere e occuparti degli altri. Tu non hai fatto solo la figlia: hai fatto anche la protettrice, la mediatrice, quella che si annulla. E ora il prezzo emotivo di tutto questo si sta facendo sentire. La parte più difficile non è capire razionalmente i limiti di tua madre, ma accettare emotivamente che forse non sarà mai la madre di cui avevi bisogno. Questo è un vero lutto interiore. La terapia breve strategica può aiutare molto sui sintomi, ma certe ferite familiari profonde a volte hanno bisogno anche di un lavoro più emotivo e relazionale. Hai fatto bene a parlarne con la terapeuta e a prenderti uno spazio per valutare. La rabbia che senti oggi potrebbe non essere un problema da eliminare, ma una parte di te che finalmente sta smettendo di annullarsi.
Il percorso descritto evidenzia una situazione certamente dolorosa che le fa provare una rabbia intensa. Alcuni sintomi sono spariti e diminuiti ma credo sia necessaria una elaborazione profonda del passato e dei vissuti emotivi. La rabbia devastante che avverte oggi non è un fallimento ma rappresenta invece la naturale emersione di anni di dinamiche tossiche e l'annullamento di una parte di sé. E' possibile che l'ansia coprisse questa rabbia ma ora che l'ansia si è ridotta, il risentimento è emerso con tutta la sua forza. Tutto questo ha bisogno di essere ascoltato, elaborato e ripensato. Continui a prendersi cura di sè. Può essere un percorso lungo e anche faticoso ma può portare a sentirsi connessi con se stessi e dare grande soddisfazione.
Buongiorno, vendo già effettuato un lungo percorso di psicoterapia, potrebbe valutare di sottoporsi all'Emdr, che potrebbe aiutala ad elaborare questi disturbanti vissuti appartenenti al passato e che interferiscono così tanto sul suo presente. Auguri per il suo percorso.
Buongiorno, di per sé non c'è una "controindicazione" relativa a quel tipo di terapia, tuttavia potrebbe essere che una terapia che vada più nel profondo e parallelamente duratura nel tempo (perché le questioni che lamenta sono inevitabilmente radicate in lei) potrebbe aiutarla. Un approccio psicoanalitico o psicodinamico in questo senso potrebbero essere indicati. Cordialmente, dott.ssa Bonomi
Gentile utente, dalle sue parole emerge un aspetto importante: l'ansia sembra essersi ridotta, ma ora ha trovato spazio un'emozione che probabilmente per molti anni è rimasta in secondo piano, la rabbia. A volte, quando smettiamo di essere costantemente impegnati a "sopravvivere" ai sintomi, iniziamo finalmente a sentire il peso di ciò che abbiamo vissuto. Questo non significa necessariamente che la terapia non abbia funzionato. Al contrario, può rappresentare una fase del percorso: riconoscere il dolore, i confini violati e le rinunce fatte per adattarsi a una relazione familiare complessa. La rabbia, se ascoltata e compresa, può diventare un segnale prezioso, perché ci indica dove, per troppo tempo, non siamo riusciti a proteggere noi stessi. La domanda che potrebbe essere utile portare in terapia non è tanto "come faccio a non arrabbiarmi?", ma "che cosa sta cercando di dirmi questa rabbia?". Quali bisogni, quali ferite o quali limiti non sono mai stati riconosciuti? Se sente che la terapia breve strategica le ha dato strumenti efficaci per l'ansia ma ora avverte il bisogno di lavorare più in profondità sulle dinamiche familiari e sulla relazione con sua madre, potrebbe essere utile confrontarsi apertamente con la sua terapeuta su questo. In alcuni casi è possibile integrare il percorso, in altri può essere opportuno orientarsi verso un approccio che dedichi maggiore spazio alla storia personale e ai modelli relazionali. Il fatto che oggi riesca a vedere con maggiore chiarezza ciò che ha vissuto è già un cambiamento importante. Ora la sfida non è lasciare che quella rabbia la consumi, ma trasformarla in uno strumento che le permetta di costruire confini più sani e una vita meno condizionata dal passato. Rimango a disposizione per qualunque chiarimento. Dott.ssa Veronica Savio
Buongiorno, da quello racconta, e dalle emozioni che manifesta, è possibile che la terapia in qualche modo sia servita proprio a contattare questa rabbia e a individuare dei punti che per lei sono diventati centrali. Credo che adesso possa esserci bisogno di fare un passo in più, analizzando meglio queste parti emerse, per arrivare, col tempo all'accettazione che desidera e alla riduzione dei sintomi. Andare per fasi di profondità è piuttosto normale, così come è normale avere bisogno di fare più percorsi di terapia: questo può portare a una visione più sfaccettata e ricca di ciò che ci è successo. In questo momento di pausa si prenda del tempo per respirare, e poi potrà valutare più tranquillamente se e come ricominciare.
Sento fortissima la sua rabbia e non entro nel merito del giusto osbagliato, ma mi viene una domanda dal cuore che non ha nessuna valenza giudicante "come mai a 40 anni è arrabbiata come un adolescente? forse una terapia breve non è quello che fa per lei forse ci vuole più tempo per comprendere la sua storia e poterla aiutare
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