Gentili Dottori, Da febbraio ho accumulato stress da sovraccarico lavorativo fino a peggiorare nei

21 risposte
Gentili Dottori,
Da febbraio ho accumulato stress da sovraccarico lavorativo fino a peggiorare nei giorni scorsi e avere sensazione di cervello 'bruciato' e saturo, senza distinguere un pensiero dall'altro, nn sopportavo più neanche i singoli rumori leggeri e irritabilità a mille. Ho avuto dal medico dei giorni di malattia fino a venerdì prossimo, ma il pensiero di questo lavoro mi toglie il respiro e la gioia di vivere, frustrazione e rabbia. Ho il fatidico posto fisso statale ma io mi sto spegnendo gradualmente abdicando a me stessa. Mi sento in prigione, la mia indole è creativa ed empatica, nn rigida e burocratica...sento la mia vita scivolarmi dalle mani e nn appartenenti più. Ne vale davvero la pena? Mi chiedo.
Grazie a chi vorrà rispondere
Dott.ssa Grazia Paradiso
Psicologo, Psicoterapeuta
Pontecagnano Faiano
Gentile Utente,
la situazione che descrive fotografa con grande lucidità una condizione di profondo sovraccarico, spesso definita burnout. Quando la discrepanza tra la propria indole (nel suo caso creativa ed empatica) e l'ambiente lavorativo (rigido e burocratico) diventa una gabbia, il corpo e la mente protestano attraverso sintomi acuti: la sensazione di saturazione, l'intolleranza ai minimi stimoli e la reazione di "corto circuito" che ha sperimentato ne sono la prova.
In un'ottica di Psicoterapia Breve Strategica, questa sofferenza non viene letta come una patologia innata, ma come il risultato di una "trappola" in cui si è finiti nel tentativo di adattarsi a un contesto disfunzionale. Di fronte a una situazione simile, l'approccio strategico si distingue per alcune caratteristiche fondamentali che potrebbero esserle di grande aiuto in questo momento:
-Orientamento al presente e alla soluzione: Anziché disperdersi in lunghe indagini sul passato o sulle colpe del sistema burocratico, l'intervento strategico si focalizza sul qui e ora. L'obiettivo è capire come funziona il problema nel presente e come scardinare la sensazione di essere "in prigione".
-Rottura dei tentativi di soluzione disfunzionali: Spesso, per sopravvivere a un lavoro frustrante, si mettono in atto strategie come la sopportazione passiva, il continuo rimuginio o il tentativo di bloccare la rabbia. Paradossalmente, questi sforzi finiscono per alimentare lo stress, "bruciando" le ultime energie. Il terapeuta strategico interviene per interrompere questi circoli viziosi.
-Sblocco emotivo rapido: Attraverso l'uso di strategie specifiche e prescrizioni comportamentali calzate su misura per il paziente, si lavora per abbassare immediatamente il livello di ansia e saturazione, restituendo alla persona una sensazione di controllo sulla propria vita prima ancora di prendere decisioni definitive sul lavoro.
-Ristrutturazione della percezione: Il focus non è tollerare l'intollerabile, ma aiutare la persona a ritrovare le proprie risorse (la sua empatia e creatività) per riposizionarsi rispetto al problema. Questo le permetterà di valutare le sue opzioni (restare cambiando il modo di stare lì, o muoversi verso altro) non da una posizione di panico e soffocamento, ma da una posizione di lucidità e forza.
I giorni di malattia concessi dal medico sono un primo, necessario spazio di "decompressione", ma da soli non bastano a cambiare la percezione di prigionia. Il mio consiglio è di sfruttare questo momento di stop per affidarsi a un professionista ad orientamento strategico.
La risposta alla sua domanda "Ne vale davvero la pena?" risiede proprio nel riprendere in mano le redini della sua vita: non è lei a doversi spegnere per far spazio alla burocrazia, ma è il suo benessere a dover tornare al centro delle sue scelte.
Le auguro di ritrovare presto il suo spazio e il suo respiro. resto a disposizione per altri chiarimenti.
Dott.ssa Grazia Paradiso

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Dott.ssa M. Elisa Murru
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Selargius
Salve, grazie per aver condiviso ciò che sta vivendo. Dal suo racconto emerge una sofferenza importante che sembra essersi costruita progressivamente nel tempo, fino a coinvolgere aspetti emotivi, cognitivi e fisici: sensazione di saturazione mentale, irritabilità, difficoltà a tollerare gli stimoli, senso di esaurimento e perdita di entusiasmo.
Leggendo le sue parole colpisce anche la sensazione di sentirsi progressivamente distante da se stessa, come se una parte significativa della sua identità e dei suoi bisogni stesse rimanendo in secondo piano. Quando descrive 'mi sento in prigione', 'mi sto spegnendo' o 'sento la vita scivolarmi dalle mani', sembra emergere qualcosa che va oltre una semplice stanchezza momentanea.
In questo momento, forse la domanda non è soltanto 'vale la pena continuare?', ma anche 'cosa mi sta comunicando questa sofferenza?'. A volte, periodi prolungati di stress e sovraccarico possono portare a un progressivo logoramento delle energie e della motivazione, rendendo difficile distinguere ciò che appartiene alla stanchezza del momento da ciò che riguarda bisogni personali più profondi.
Essendo attualmente in malattia, potrebbe essere utile utilizzare questo tempo non soltanto per recuperare energie, ma anche per ascoltare con maggiore attenzione ciò che sta vivendo, senza sentirsi obbligata a prendere decisioni immediate sul futuro lavorativo.
Se queste sensazioni di svuotamento, perdita di piacere e sofferenza dovessero persistere o intensificarsi, potrebbe essere utile un confronto con un professionista per comprendere meglio ciò che sta accadendo e individuare modalità più sostenibili per prendersi cura di sé.
Dott.ssa Antea Viganò
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Pessano con Bornago
gentile utente, grazie per la condivisione innanzitutto. Comprendo quello che ci riporta, e soprattutto la sensazione negativa che sta vivendo a causa dello stress che il lavoro le sta causando in questo momento. Credo che intraprendere un percorso di terapia potrebbe aiutarla ad esplorare e provare a comprendere quello che sta accadendo dentro di lei, individuando insieme allo specialista strategie funzionali per affrontare tutto questo.
Resto a disposizione!
saluti
AV
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Quello che descrive non va minimizzato. I sintomi che racconta — senso di saturazione mentale, irritabilità intensa, ipersensibilità ai rumori, difficoltà a “separare” i pensieri, senso di soffocamento al solo pensiero del lavoro — sono segnali che il suo organismo sta probabilmente comunicando un forte stato di stress cronico e di esaurimento emotivo.

Quando si rimane a lungo in una condizione percepita come incompatibile con i propri bisogni profondi, può accadere di sentirsi progressivamente svuotati, come se si stesse vivendo “contro natura”. Non è debolezza né ingratitudine verso un posto stabile: la sicurezza lavorativa non sempre coincide con il benessere psicologico.

Da ciò che scrive emerge anche un conflitto importante tra ciò che sente di essere — una persona creativa, empatica, vitale — e il ruolo che sta vivendo quotidianamente. Quando questo scarto diventa troppo grande, possono comparire sintomi di burnout, ansia, demotivazione, senso di intrappolamento e persino una perdita del senso di sé.

In questo momento, però, è importante non prendere decisioni drastiche sotto il peso dell’esaurimento. Quando il sistema nervoso è “saturo”, tutto appare senza via d’uscita. Prima di capire se quel lavoro sia davvero incompatibile con lei o se siano necessarie modifiche, confini, cambiamenti graduali o nuove prospettive, serve recuperare un minimo di lucidità emotiva e mentale.

Si conceda il diritto di fermarsi senza colpevolizzarsi. Il fatto che il solo pensiero del lavoro le tolga il respiro è un segnale da ascoltare seriamente, non da forzare o reprimere.

Potrebbe essere molto utile chiedersi:

da quanto tempo si sente “spenta”;
quanto spazio hanno oggi i suoi bisogni personali e creativi;
se vive solo un sovraccarico lavorativo o anche una più ampia crisi di significato e identità;
quali aspetti del lavoro la feriscono maggiormente;
cosa teme perdere se cambiasse qualcosa.

Non deve affrontare tutto questo da sola. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a comprendere più a fondo ciò che sta vivendo, distinguere l’esaurimento momentaneo da un disagio più profondo e ritrovare un equilibrio tra sicurezza, benessere e autenticità personale.

Le consiglierei quindi di approfondire il suo stato emotivo con uno specialista, così da avere uno spazio protetto in cui ascoltarsi davvero e capire quali possibilità concrete esistano per stare meglio.

Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Dott. Marco Bonomi
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Brescia
buongiorno
spesso ragione e passione sono in contrasto e creano una situazione di stallo.
valutare i propri bisogni e costruire una "terza via" potrebbe essere un'ipotesi di percorso
saluti
Dott. Matteo Acquati
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Monza
Buongiorno, grazie per aver condiviso. la sensazione di avere il cervello "bruciato" e l'intolleranza ai rumori descrivono un profondo stato di esaurimento psicofisico e burnout, in cui il carico di stress ha superato la sua soglia di sopportazione. Quando siamo così esausti, la mente tende naturalmente a vedere tutto come una prigione senza via d'uscita e l'angoscia prende il sopravvento. Il primo passo, in questi giorni di malattia, è concedersi il permesso di non dover decidere oggi il futuro della sua vita: ha bisogno prima di tutto di riposo e di decelerare. Provi a usare questo tempo per accogliere il distacco dal lavoro e per dare un piccolo spazio alla sua indole creativa ed empatica. Il "posto fisso" è una condizione attuale, ma non una condanna a vita; la forte discrepanza che sente tra i suoi valori e l'ambiente burocratico merita di essere ascoltata, ma con la giusta lucidità. Alla domanda se ne valga la pena può rispondere solo lei, ma per farlo potrebbe esserle utile confrontarsi con un professionista per un percorso psicologico. Questo spazio potrebbe aiutarla prima a recuperare le energie e, successivamente, a valutare con calma se sia possibile ridefinire i suoi confini all'interno di quel contesto o pianificare un cambiamento che rispetti maggiormente chi è lei. Un cordiale saluto.
Dott. Giulio Ciccia
Psicologo, Psicoterapeuta
Bergamo
buongiorno. sembra che lei stia attraversando una brutta fase di burnout lavorativo, così non è un caso che abbia utilizzato la parola "cervello bruciato" e saturo, come se nella testa non entrasse più nulla. questo può accadere anche per una forte tendenza al controllo, soprattutto nelle prime fasi di un'esperienza lavorativa, quando dobbiamo prendere le misure delle richieste in rapporto alle nostre capacità e conoscenze, e siamo pervasi dal desiderio di non sbagliare e fare buona figura. se però non si tratta solo di una fase e la situazione di disagio dovesse persistere, è meglio iniziare a capire se questo lavoro fa per noi, in termini di piacere provato nel compierlo e di ritorno energetico a fronte dell'investimento quotidiano, oppure se l'ambiente lavorativo è in qualche modo malato e noi facciamo le spese di aspetti disfunzionali sistemici. Come psicologo del lavoro so che un'organizzazione può andare avanti anni integrando aspetti disfunzionali, le persone stesse diventano ingranaggi di questi meccanismi, raccogliendo su di sè gli aspetti patologici del contesto, spesso senza accorgersene. quindi da questo punto di vista è un bene che lei se ne sia accorta, perchè ora può decidere cosa cambiare in questa situazione. Può ad es chiedere un trasferimento? un cambio di mansioni? qualche dispositivo che la possa allontanare da contesti o persone che sente nocive?sono previsti nell'organizzazione dispositivi assicurativi che lei può usare per iniziare dei percorsi terapeutici utili a comprendere cosa è meglio fare? se anche percorrendo tutte queste strade il lavoro e la mansione svolta restano insopportabili può essere sensato cambiare. a volte temiamo di aver buttato una grande occasione, ma saper cambiare al momento giusto, oltre ad essere un presupposto fondamentale della cura di sè, può aprire le strade a nuove occasioni. se vuole mi aggiorni! cordialità
Dott.ssa Sara Sanna
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Su planu
Gentile utente,quello che descrive sembra un momento di forte sovraccarico psicofisico, in cui la mente e il corpo stanno comunicando un limite raggiunto. La sensazione di “cervello bruciato”, l’ipersensibilità ai rumori, l’irritabilità, il senso di prigionia e la perdita di piacere possono comparire quando lo stress lavorativo diventa cronico e non viene più compensato dal recupero.
È importante non leggere questa fase come “debolezza” o come incapacità di reggere, ma come un segnale da ascoltare con attenzione. Il fatto che un lavoro sia stabile o socialmente desiderabile non significa automaticamente che sia sostenibile per quella persona, in quel momento di vita e con quei bisogni profondi.
Prima di prendere decisioni definitive, però, sarebbe utile distinguere due piani: da una parte l’urgenza emotiva del momento, che può far percepire tutto come insopportabile; dall’altra una riflessione più lucida su cosa la sta spegnendo, quali aspetti del lavoro sono modificabili, quali no, e quali valori personali sente oggi sacrificati.
Le consiglierei di usare questi giorni non solo per “staccare”, ma anche per chiedere un supporto psicologico, così da comprendere meglio cosa sta accadendo e costruire una scelta che non nasca solo dalla rabbia o dalla saturazione, ma da una maggiore consapevolezza. In alcuni casi può essere utile anche confrontarsi nuovamente con il medico, soprattutto se compaiono insonnia importante, ansia intensa, senso di disperazione o pensieri molto negativi.
La domanda “ne vale davvero la pena?” merita spazio, ascolto e rispetto. Non va liquidata, ma esplorata con cura: a volte non significa necessariamente “devo lasciare tutto”, ma “devo tornare a sentire che la mia vita mi appartiene”.
Un caro saluto.
Dott.ssa Martina Prelati
Psicologo, Psicoterapeuta
Rieti
Gentile utente,
quello che descrive con l'immagine così potente e dolorosa del cervello "bruciato" e saturo sembrerebbe un segnale di un sistema che è andato un po' in corto circuito. Questo malessere che sembra essere visto da lei come un problema esclusivamente "singolo" o interno alla sua persona, potrebbe invece essere visto come un risultato di una complessa relazione tra l'individuo e i suoi contesti di vita (in questo caso, quello lavorativo e, probabilmente, quello socioculturale che ruota attorno al mito del "posto fisso").
La sensazione di non sopportare più i rumori e l'irritabilità ci potrebbero dire che i suoi confini sono stati superati da tempo: il corpo e la mente si stanno per caso "ribellando" per proteggerla da un qualcosa?
Spero di averle dato dei punti su cui riflettere, se vuole approfondire questo ed altro mi può contattare quando vuole.
Un saluto,
Dott.ssa Martina Prelati
Dott.ssa Marzia Sellini
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Brescia
Buongiorno,
il suo cervello è cosi bruciato che sa pensarlo e descrivere l'esperienza che sta facendo ed ha fatto. E' cosi stanca della abitudini che sta cercando di capire come modificarle ... Forse qualche colloquio psicologico potrebbe aiutarla in questo momento.
Un saluto cordiale
dott.ssa Marzia Sellini
Dott.ssa Cristiana Coco
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Milano
Buongiorno, da ciò che descrive sembra emergere una condizione di forte sovraccarico e stress protratto nel tempo. Quando si arriva a sentirsi “saturi”, irritabili, mentalmente esausti e con la sensazione di stare perdendo sé stessi, spesso non si tratta solo di stanchezza ma di un segnale importante da ascoltare.
Più che chiedersi subito “vale la pena continuare?”, potrebbe essere utile chiedersi “cosa mi sta comunicando questo malessere?”. Un percorso psicologico può aiutare a distinguere ciò che appartiene alla fatica del momento da un reale disallineamento tra lavoro, bisogni personali e qualità di vita.
Dott.ssa Barbara Lolli
Psicologo, Psicoterapeuta
Casalecchio di Reno
Buonasera se vuole mi s riva pure alla mia mail chese è possibile fissiamo un colloquio hratioto
Dott.ssa Gabriella Elmo
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Buongiorno sono vicino alla Sua sofferenza e comprendo come si possa sentire! Non è facile sostenere un lavoro che Lei sente inadatto a ciò che vorrebbe, ma a questo punto bisognerebbe capire cosa altro vorrebbe fare. Sicuramente ci ha già pensato e credo sarebbe utile esprimere meglio i Suoi bisogni e desideri più profondi. Si può fare affrontando una psicoterapia(dinamico-relazionale), in cui Lei potrebbe trovare ascolto e testimonianza al Suo dolore , iniziando a sviscerare le emozioni che ogni giorno attraversano la Sua vita, lasciandole questo senso di frustrazione a cui vorrebbe dare un senso più chiaro. Potrebbe in questo modo dare voce ai Suoi progetti più nascosti, recuperare un senso di sé più autentico e godere maggiormente di ciò che ha. Cordiali saluti dott.ssa G.Elmo
Dott.ssa Ilaria Visone
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Pomigliano d'Arco
Salve ho letto le sue parole, sarebbe utile approfondire il discorso in un percorso psicologico, per comprendere quali aspetti le stanno pesando particolarmente. Nella sindrome da burnout lavorativo possono rientrare sia aspetti del lavoro in sé sia aspetti suoi personali nell'approccio al lavoro stesso. Ad esempio il peso della routine o di richieste eccessive potrebbero collegarsi alla sua modalità di gestione dello stress, lo stile comunicativo e la possibilità di stabilire dei limiti sani. Spero di esserle stata d'aiuto.
Dott.ssa Rosa Russiello
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Arzano
Gentile Utente,
il suo racconto descrive un momento in cui il lavoro sembra aver tolto ogni spazio alla sua persona. Da un punto di vista clinico, quando le nostre esperienze vissute diventano così pesanti, anche la percezione dello spazio e del tempo si trasforma: le giornate sembrano una prigione e il tempo per sé sembra svanire, spegnendo la sua naturale creatività. La sensazione di saturazione e il fastidio per i minimi rumori sono il segnale che il suo mondo interno è sovraccarico.
In questo momento è fondamentale prestare la massima attenzione ad occuparsi di sé in uno spazio protetto.
Un percorso di ascolto le offrirà quel luogo sicuro dove poter parlare di ciò che la angoscia e, gradualmente, ritrovare il suo tempo, il suo respiro e la sua libertà.
Un cordiale saluto.
Buon pomeriggio. Le rimbalzo la domanda. Per lei ne vale davvero la pena?
Ad ogni modo, una buona psicoterapia potrebbe aiutarla a porsi le domande più opportune per fare chiarezza e trovare il modo, inteso come compromesso, costo emotivo e non, che può permettersi di "spendere" per recuperare la sua indole creativa.
Dott.ssa Raffaella Schiavone
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Casalecchio di Reno
Buonasera, quello che descrive sembra un forte sovraccarico psicofisico, con segnali compatibili con burnout e stress lavoro-correlato. Il senso di essere “bruciata”, l’irritabilità, la sensibilità ai rumori e la sensazione di soffocare al pensiero del lavoro sono campanelli d’allarme da non sottovalutare. In questa fase è importante fermarsi, ascoltarsi e non forzarsi a decidere tutto subito. Le consiglierei di rivolgersi a uno psicoterapeuta, così da capire meglio cosa sta accadendo e trovare strumenti per proteggere il suo benessere.
Dr. Silvio Zatelli
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Verona
Gentile Lettrice in Miodottore.
Le tue parole descrivono con dolorosa lucidità un profondo stato di BURNOUT. Quella sensazione di "cervello bruciato", l'intolleranza ai minimi stimoli e il senso di prigionia sono i segnali d'allarme con cui il tuo corpo e la tua mente ti stanno dicendo che il prezzo da pagare per questo "posto fisso" è diventato troppo alto.
Quando la nostra indole profonda, nel tuo caso creativa ed empatica, si scontra violentemente con un contesto rigido e burocratico, il rischio è proprio quello di "spegnersi" per sopravvivere.
La risposta alla tua domanda è: no, non ne vale la pena se il costo è la tua vita. Il posto fisso è una sicurezza economica, ma non può diventare una condanna esistenziale.
Usa questo periodo di malattia per respirare e staccare la spina dal sovraccarico immediato. Successivamente, potrebbe essere fondamentale farti accompagnare in un percorso psicoterapeutico per elaborare la transizione: non si tratta di fare " salti nel vuoto"impulsivi, ma di COSTRUIRE UN PONTE SICURO verso un futuro lavorativo che rispetti la tua vera natura. La tua creatività ed empatia sono risorse preziose, non difetti da reprimere. Un caro augurio. Psicologo Psicoterapeuta Silvio Zatelli
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Bruino
Gentile Utente,
quello che descrive sembra il segnale di un accumulo di stress e sovraccarico che nel tempo ha iniziato a coinvolgere anche il piano emotivo e mentale. La sensazione di “saturazione”, irritabilità, confusione e fatica a tollerare anche piccoli stimoli è qualcosa che merita ascolto e attenzione, non minimizzazione.
Dalle sue parole emerge anche un forte senso di distanza da sé stessa e dai propri bisogni profondi, oltre alla percezione di sentirsi intrappolata in una vita che non sente più sua. Questo può essere molto doloroso, anche quando dall’esterno il lavoro rappresenta una sicurezza.
In questo momento forse non è necessario prendere decisioni drastiche, ma fermarsi ad ascoltare seriamente il proprio malessere sì. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a comprendere meglio cosa la sta consumando e a ritrovare uno spazio interno più respirabile e autentico.
Un caro saluto!
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Dott.ssa Camilla Pallottino
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Sta forse soddisfando le aspettative di qualcun altro? Attraverso le Costellazioni Familiari è possibile indagare le dinamiche inconsce che guidano le nostre scelte e i nostri comportamenti e ripristinare l'ordine per trasformare blocchi e convinzioni che ci impediscono di vivere la vita in maniera autentica.
Dott. Luca Liccardo
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Marano di Napoli
Buongiorno, da ciò che descrive sembra emergere una condizione di forte sovraccarico psicofisico, in cui stress prolungato, stanchezza emotiva, irritabilità, saturazione mentale e senso di soffocamento stanno incidendo profondamente sul suo benessere e sul rapporto con il lavoro. Quando si rimane a lungo in una situazione percepita come distante dai propri bisogni, valori o caratteristiche personali, può accadere di sentirsi progressivamente svuotati, “spenti” o intrappolati, fino a perdere energia, motivazione e piacere nelle cose. La sensazione di avere il “cervello saturo”, l’intolleranza ai rumori e il sentirsi sopraffatta meritano attenzione e non andrebbero liquidati come semplice stanchezza o scarsa resistenza. Più che chiedersi subito se “vale la pena” restare o lasciare tutto, potrebbe essere utile provare a comprendere cosa sta accadendo dentro di lei in questo momento e quale spazio di benessere, significato e sostenibilità desideri per la sua vita. A volte, nei periodi di forte esaurimento, anche prendere decisioni importanti può risultare più difficile perché si osserva tutto attraverso la lente della fatica. Un supporto psicologico potrebbe aiutarla a distinguere quanto appartiene allo stress accumulato, quanto a un conflitto profondo con il contesto lavorativo e quali possibilità concrete esistano per recuperare equilibrio, energia e senso di direzione, senza sentirsi costretta a scegliere tutto immediatamente. La sofferenza che descrive merita ascolto e cura.
Un caro saluto.

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