sono bloccato in domande autoreferenziali e ho paura di non riuscire più a concentrarmi e di essere
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sono bloccato in domande autoreferenziali e ho paura di non riuscire più a concentrarmi e di essere dentro a loop mentali:
ho bisogno di sapere se può andare il mio atto di etichettare queste domande ed etichettare anche l'atto stesso di etichettare (autoetichettatura) dicendo appunto "questo" (inteso come l'atto stesso di etichettare) e "quello" (inteso come l'atto precedente riflessivo) sono due atti, così facendo libero energia e disinnesco i due atti così da poter liberare il campo per innescare X (o lasciare avvenire altro
l'atto lo faccio col corpo e non col pensiero
Può andare per uscire dal loop o devo fare altro?
ho bisogno di sapere se può andare il mio atto di etichettare queste domande ed etichettare anche l'atto stesso di etichettare (autoetichettatura) dicendo appunto "questo" (inteso come l'atto stesso di etichettare) e "quello" (inteso come l'atto precedente riflessivo) sono due atti, così facendo libero energia e disinnesco i due atti così da poter liberare il campo per innescare X (o lasciare avvenire altro
l'atto lo faccio col corpo e non col pensiero
Può andare per uscire dal loop o devo fare altro?
Buongiorno, solo lei stesso può dire se può funzionare oppure no come strategia!
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Buonasera, da ciò che descrive sembra che si sia attivato un meccanismo di pensieri ripetitivi in cui anche il tentativo di “risolvere” o controllare il pensiero può diventare parte del loop stesso.
L’atto di etichettare può essere utile, purché venga utilizzato in modo semplice e breve, non come ulteriore analisi mentale. Ad esempio, può essere sufficiente riconoscere: “sto notando un pensiero”, “sto notando un loop”, oppure “la mia mente sta cercando di controllare”. Dopo questo passaggio, è importante riportare l’attenzione a qualcosa di concreto: il respiro, il corpo, ciò che sta facendo in quel momento o una piccola azione pratica.
L’obiettivo non è eliminare immediatamente il pensiero o verificare se la strategia è stata fatta “nel modo giusto”, ma ridurre il coinvolgimento nel ragionamento e tornare gradualmente all’esperienza presente. Se questi loop diventano frequenti, molto disturbanti o interferiscono con concentrazione e attività quotidiane, può essere utile approfondirli in un percorso psicologico, così da comprendere meglio il meccanismo e individuare strategie personalizzate. Un cordiale saluto
L’atto di etichettare può essere utile, purché venga utilizzato in modo semplice e breve, non come ulteriore analisi mentale. Ad esempio, può essere sufficiente riconoscere: “sto notando un pensiero”, “sto notando un loop”, oppure “la mia mente sta cercando di controllare”. Dopo questo passaggio, è importante riportare l’attenzione a qualcosa di concreto: il respiro, il corpo, ciò che sta facendo in quel momento o una piccola azione pratica.
L’obiettivo non è eliminare immediatamente il pensiero o verificare se la strategia è stata fatta “nel modo giusto”, ma ridurre il coinvolgimento nel ragionamento e tornare gradualmente all’esperienza presente. Se questi loop diventano frequenti, molto disturbanti o interferiscono con concentrazione e attività quotidiane, può essere utile approfondirli in un percorso psicologico, così da comprendere meglio il meccanismo e individuare strategie personalizzate. Un cordiale saluto
Salve riterrei utile poter riflettere sulla fusione che sta vivendo con la propria attività mentale, che sembra aver preso completamente lo spazio. Si informi rispetto ai concetti della terapia metacognitiva di TAF, TEF e TOF e valuti di intraprendere un percorso terapeutico di questo tipo. Spero di esserle stata d'aiuto.
Quello che descrive può accadere quando la mente entra in un circolo di monitoraggio continuo di sé stessa: il pensiero osserva il pensiero, poi osserva anche il modo in cui sta osservando, creando una catena riflessiva che può diventare molto faticosa e dare la sensazione di essere “intrappolati” nei propri processi mentali. Questo spesso aumenta la paura di perdere concentrazione o di non riuscire più a “uscire” dal loop.
L’atto di etichettare ciò che accade (“questo è un pensiero”, “questo è un altro atto mentale”) può essere utile, perché aiuta a prendere distanza dai contenuti mentali invece di combatterli o analizzarli all’infinito. In molte tecniche cognitive e mindfulness si lavora proprio sulla capacità di osservare i pensieri senza identificarvisi completamente.
Tuttavia, c’è un aspetto importante: se l’etichettatura diventa a sua volta oggetto di controllo continuo o di verifica (“sto etichettando bene?”, “adesso devo etichettare anche l’etichettatura”), il rischio è che il processo venga riassorbito nel loop stesso. In altre parole, uno strumento nato per semplificare può trasformarsi in un nuovo livello di iper-monitoraggio mentale.
Il fatto che lei dica di voler “fare l’atto col corpo e non col pensiero” va in una direzione potenzialmente utile: spesso uscire dai loop mentali richiede uno spostamento dell’attenzione dall’analisi continua all’esperienza concreta e presente (respiro, sensazioni corporee, movimento, azioni pratiche, contatto con l’esterno). Non tanto “risolvere” ogni pensiero, ma imparare a lasciarlo passare senza seguirlo ulteriormente.
Quindi, in sintesi:
etichettare può essere utile se serve a creare distanza e non a controllare tutto il processo mentale;
non è necessario inseguire ogni livello riflessivo;
il punto centrale non è eliminare perfettamente i pensieri, ma ridurre il bisogno di analizzarli continuamente;
riportare l’attenzione al corpo e all’esperienza concreta può aiutare a interrompere il circuito autoreferenziale.
Poiché questi meccanismi possono diventare molto invasivi e generare forte ansia o senso di blocco, è comunque consigliabile approfondire con uno specialista, così da comprendere meglio l’origine del loop mentale e costruire strategie più personalizzate ed efficaci.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
L’atto di etichettare ciò che accade (“questo è un pensiero”, “questo è un altro atto mentale”) può essere utile, perché aiuta a prendere distanza dai contenuti mentali invece di combatterli o analizzarli all’infinito. In molte tecniche cognitive e mindfulness si lavora proprio sulla capacità di osservare i pensieri senza identificarvisi completamente.
Tuttavia, c’è un aspetto importante: se l’etichettatura diventa a sua volta oggetto di controllo continuo o di verifica (“sto etichettando bene?”, “adesso devo etichettare anche l’etichettatura”), il rischio è che il processo venga riassorbito nel loop stesso. In altre parole, uno strumento nato per semplificare può trasformarsi in un nuovo livello di iper-monitoraggio mentale.
Il fatto che lei dica di voler “fare l’atto col corpo e non col pensiero” va in una direzione potenzialmente utile: spesso uscire dai loop mentali richiede uno spostamento dell’attenzione dall’analisi continua all’esperienza concreta e presente (respiro, sensazioni corporee, movimento, azioni pratiche, contatto con l’esterno). Non tanto “risolvere” ogni pensiero, ma imparare a lasciarlo passare senza seguirlo ulteriormente.
Quindi, in sintesi:
etichettare può essere utile se serve a creare distanza e non a controllare tutto il processo mentale;
non è necessario inseguire ogni livello riflessivo;
il punto centrale non è eliminare perfettamente i pensieri, ma ridurre il bisogno di analizzarli continuamente;
riportare l’attenzione al corpo e all’esperienza concreta può aiutare a interrompere il circuito autoreferenziale.
Poiché questi meccanismi possono diventare molto invasivi e generare forte ansia o senso di blocco, è comunque consigliabile approfondire con uno specialista, così da comprendere meglio l’origine del loop mentale e costruire strategie più personalizzate ed efficaci.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno, quello che descrive sembra un rimuginio autoreferenziale che si alimenta da solo, e il tentativo di etichettare i pensieri può essere utile solo se serve a prendere un po’ di distanza.
Se però l’etichettatura diventa un’altra analisi infinita, rischia di trasformarsi in un nuovo giro del loop.
Può quindi provare a usarla per poco tempo e poi riportarsi subito al corpo, al respiro o a un’azione concreta e semplice.
L’obiettivo non è capire tutto subito, ma interrompere la catena mentale e liberare spazio.
Spesso aiuta anche rimandare l’analisi a un momento preciso della giornata, invece di seguirla ogni volta che arriva.
Se sente che la concentrazione si sta davvero riducendo e che il blocco cresce, è importante non restare da solo con questa fatica.
In questi casi può essere molto utile rivolgersi a uno psicoterapeuta.
Uno spazio clinico può aiutarla a capire meglio cosa sta succedendo e a costruire strumenti più efficaci per uscire dal loop.
Non è un segno di debolezza, ma un modo concreto per prendersi cura di sé.
Con il giusto supporto, questi meccanismi si possono comprendere e attenuare.
Se però l’etichettatura diventa un’altra analisi infinita, rischia di trasformarsi in un nuovo giro del loop.
Può quindi provare a usarla per poco tempo e poi riportarsi subito al corpo, al respiro o a un’azione concreta e semplice.
L’obiettivo non è capire tutto subito, ma interrompere la catena mentale e liberare spazio.
Spesso aiuta anche rimandare l’analisi a un momento preciso della giornata, invece di seguirla ogni volta che arriva.
Se sente che la concentrazione si sta davvero riducendo e che il blocco cresce, è importante non restare da solo con questa fatica.
In questi casi può essere molto utile rivolgersi a uno psicoterapeuta.
Uno spazio clinico può aiutarla a capire meglio cosa sta succedendo e a costruire strumenti più efficaci per uscire dal loop.
Non è un segno di debolezza, ma un modo concreto per prendersi cura di sé.
Con il giusto supporto, questi meccanismi si possono comprendere e attenuare.
Buongiorno,
da quello che descrive sembra che si sia creato un meccanismo di osservazione e controllo molto continuo dei propri processi mentali, dove anche il tentativo di “uscire dal loop” rischia di diventare parte del loop stesso.
Più che trovare l’etichetta “giusta”, spesso il punto è modificare il rapporto con questi pensieri: accorgersi che ci sono senza doverli analizzare, neutralizzare o risolvere continuamente.
Il fatto che provi a farlo “col corpo” può essere utile se la aiuta a spostarsi da una dimensione puramente mentale a un’esperienza più concreta e presente. L’importante è che non diventi un’altra procedura da controllare rigidamente.
In genere il lavoro non consiste nell’eliminare subito i pensieri, ma nel ridurre gradualmente il bisogno di monitorarli e verificarli continuamente.
Se sente che questi loop stanno incidendo molto sulla concentrazione o sulla qualità della vita, potrebbe essere utile approfondire la situazione con un professionista.
Un caro saluto!
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
da quello che descrive sembra che si sia creato un meccanismo di osservazione e controllo molto continuo dei propri processi mentali, dove anche il tentativo di “uscire dal loop” rischia di diventare parte del loop stesso.
Più che trovare l’etichetta “giusta”, spesso il punto è modificare il rapporto con questi pensieri: accorgersi che ci sono senza doverli analizzare, neutralizzare o risolvere continuamente.
Il fatto che provi a farlo “col corpo” può essere utile se la aiuta a spostarsi da una dimensione puramente mentale a un’esperienza più concreta e presente. L’importante è che non diventi un’altra procedura da controllare rigidamente.
In genere il lavoro non consiste nell’eliminare subito i pensieri, ma nel ridurre gradualmente il bisogno di monitorarli e verificarli continuamente.
Se sente che questi loop stanno incidendo molto sulla concentrazione o sulla qualità della vita, potrebbe essere utile approfondire la situazione con un professionista.
Un caro saluto!
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
La risposta richiede più approfondimenti contatti se vuole al mio cellulare che facciamo un colloquio più approfondito gratuito
L'etichettatura può essere utile se serve a riconoscere il processo mentale e interrompere l'incastro riflessivo. Il punto è non trasformare anche l'autoetichettatura in un nuovo oggetto di controllo. Riconosci: "sto osservando un atto mentale", poi riporta l'attenzione a un'azione concreta o al corpo, senza aggiungere altri livelli di analisi. Se il blocco è persistente ed interferisce con il tuo benessere quotidiano, potrebbe essere utile iniziare un percorso psicologico più mirato
Buongiorno, comprendo la sua sofferenza e il senso di affaticamento che questi loop mentali le stanno causando. La sua idea di utilizzare l'etichettatura può essere un ottimo strumento per creare distanza tra lei e i suoi pensieri come anche la estensione al corpo.
Dare un nome al pensiero riduce il suo potere emotivo. Coinvolgere il corpo per spostare l'azione dal pensiero alla fisicità interrompe il circuito cerebrale del loop.
Problema è non creare nuovi loop mentali con questi processi.
Obiettivo non è controllare il pensiero, ma lasciarlo scorrere.
Dare un nome al pensiero riduce il suo potere emotivo. Coinvolgere il corpo per spostare l'azione dal pensiero alla fisicità interrompe il circuito cerebrale del loop.
Problema è non creare nuovi loop mentali con questi processi.
Obiettivo non è controllare il pensiero, ma lasciarlo scorrere.
Buongiorno,
quello che descrivi è qualcosa che può accadere quando la mente entra in una modalità molto riflessiva e “circolare”, e può generare proprio quella sensazione di blocco e perdita di concentrazione che stai vivendo.
L’idea di etichettare ciò che accade — anche i diversi livelli del pensiero — può essere utile, perché introduce una forma di distanza e ti aiuta a non identificarti completamente con il loop. Allo stesso tempo, però, se diventa un processo troppo complesso o ripetitivo, rischia di trasformarsi in un altro livello del loop stesso.
In questi casi, spesso è più efficace affiancare (o talvolta sostituire) il lavoro mentale con un ritorno al corpo e all’esperienza diretta: riportare l’attenzione al respiro, alle sensazioni fisiche o a un’azione concreta può aiutare a “sganciare” il circuito.
Non esiste una sola tecnica giusta in assoluto: capire insieme come funziona il tuo specifico modo di entrare in questi loop è il primo passo per trovare strategie davvero efficaci e sostenibili per te.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
quello che descrivi è qualcosa che può accadere quando la mente entra in una modalità molto riflessiva e “circolare”, e può generare proprio quella sensazione di blocco e perdita di concentrazione che stai vivendo.
L’idea di etichettare ciò che accade — anche i diversi livelli del pensiero — può essere utile, perché introduce una forma di distanza e ti aiuta a non identificarti completamente con il loop. Allo stesso tempo, però, se diventa un processo troppo complesso o ripetitivo, rischia di trasformarsi in un altro livello del loop stesso.
In questi casi, spesso è più efficace affiancare (o talvolta sostituire) il lavoro mentale con un ritorno al corpo e all’esperienza diretta: riportare l’attenzione al respiro, alle sensazioni fisiche o a un’azione concreta può aiutare a “sganciare” il circuito.
Non esiste una sola tecnica giusta in assoluto: capire insieme come funziona il tuo specifico modo di entrare in questi loop è il primo passo per trovare strategie davvero efficaci e sostenibili per te.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
Buon pomeriggio. Credo che una buona psicoterapia potrebbe essere un buon inizio perchè "un altro" possa prendersi l'onere di farle le domande utili e, con lei, provare ad interrompere il loop.
Una cosa interessante che sembra emergere quando si studia come si organizza la mente è quanto ogni cosa che la nostra psicologia fa, la fa in risposta a percezioni. E che intelligenti come siamo, non solo noi umani, ma sorprendentemente la mente di molti organismi anche, vediamo estrame precisione in ogni elemento del mondo così che le nostre menti creano tessiture di significati estremamente specifiche. E se, e lo credo, conoscere se stessi aiuta a separarsi e trovare libertà e spazio di cambiamento, allora essere specifici nell'etichettare cosa è cosa è non solo utile, ma necessario. E quindi a volte si rimane bloccati semplicemente perchè non si capisce cosa sta succedendo dentro di sè, piuttosto che una semplicistica, superficiale spiegazione di "chiaramente ossessività.
Stai esplorando un campo sconosciuto e complesso, quello della psicologia, è giusto dare nomi alle cose, mentre le conosci meglio. Ma, come noti tu stesso, l'obbiettivo è orientarsi meglio, non fare più domande. Lasciamo che l'osservazione pratica ci guidi, a volte non sempre è necessario andare troppo a fondo, neanche con memorie che ci sembrano importanti.
Stai esplorando un campo sconosciuto e complesso, quello della psicologia, è giusto dare nomi alle cose, mentre le conosci meglio. Ma, come noti tu stesso, l'obbiettivo è orientarsi meglio, non fare più domande. Lasciamo che l'osservazione pratica ci guidi, a volte non sempre è necessario andare troppo a fondo, neanche con memorie che ci sembrano importanti.
Buongiorno gentile utente,
la sua strategia sembra essere ben congeniata, il che fa supporre che sia consapevole di quanto le accade, seppur succube, questo le potrebbe comunque permetterle di iniziare a lavorare sull'aumento di latenza, tra domande e risposte, ove non riuscisse a spostare del tutto la sua attenzione volontariamente, inserendo così una piccola variante nei suoi processi mentali, che sembrerebbero appartenere ad un circuito ripetitivo / ossessivo. Suggerisco il supporto tecnico psicoterapeutico per ottimizzare la miglior riuscita.
Cordiali saluti,
Dr. Cristian Sardelli
Psicologo, psicoterapeuta
la sua strategia sembra essere ben congeniata, il che fa supporre che sia consapevole di quanto le accade, seppur succube, questo le potrebbe comunque permetterle di iniziare a lavorare sull'aumento di latenza, tra domande e risposte, ove non riuscisse a spostare del tutto la sua attenzione volontariamente, inserendo così una piccola variante nei suoi processi mentali, che sembrerebbero appartenere ad un circuito ripetitivo / ossessivo. Suggerisco il supporto tecnico psicoterapeutico per ottimizzare la miglior riuscita.
Cordiali saluti,
Dr. Cristian Sardelli
Psicologo, psicoterapeuta
Quello che descrive può essere molto faticoso, soprattutto quando si ha la sensazione di restare intrappolati in pensieri che rimandano continuamente a sé stessi. È comprensibile che questo la preoccupi e che tema di perdere concentrazione o lucidità.
Il fatto che stia cercando di osservare ciò che accade dentro di sé con tanta attenzione dice quanto stia provando a comprendere e gestire questo momento. Credo che portare questi vissuti in uno spazio psicoterapeutico potrebbe aiutarla a sentirsi meno solo dentro questo loop e a dare un senso a ciò che sta vivendo.
Spero possa presto stare meglio.
Cordialmente
Dott.ssa Francesca Torretta
Il fatto che stia cercando di osservare ciò che accade dentro di sé con tanta attenzione dice quanto stia provando a comprendere e gestire questo momento. Credo che portare questi vissuti in uno spazio psicoterapeutico potrebbe aiutarla a sentirsi meno solo dentro questo loop e a dare un senso a ciò che sta vivendo.
Spero possa presto stare meglio.
Cordialmente
Dott.ssa Francesca Torretta
Non ci sono ricette o formule magiche da seguire. Forse questo loop serve per evitare qualcosa che non vuole essere visto o sentito.
Gentile utente di mio dottore,
le manifestazioni di cui parla sono l espressione acuta di un disturbo di matrice ansiosa. Deve prendere in considerazione la possibilità di iniziare un percorso di psicoterapia. Con il tempo, acquisire certi strumenti, potrà aiutarla a stare meglio
Nel caso resto disponibile ad accogliere la sua richiesta di aiuto, ricevo anche on-line.
Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
le manifestazioni di cui parla sono l espressione acuta di un disturbo di matrice ansiosa. Deve prendere in considerazione la possibilità di iniziare un percorso di psicoterapia. Con il tempo, acquisire certi strumenti, potrà aiutarla a stare meglio
Nel caso resto disponibile ad accogliere la sua richiesta di aiuto, ricevo anche on-line.
Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
Secondo me il punto non è trovare l’etichetta perfetta o il metodo mentale perfetto per neutralizzare ogni passaggio del pensiero, perché il rischio è che anche l’‘autoetichettatura’ diventi un altro livello del loop.
Il fatto che tu riesca a vedere questi passaggi però è già importante: significa che non sei completamente dentro il flusso automatico.
Più che cercare di disinnescare ogni atto con un altro atto mentale, potrebbe esserti utile allenarti a riconoscere che il loop c’è senza doverlo risolvere subito, riportando gradualmente attenzione al corpo, all’azione concreta, ai sensi, al presente.
Se l’etichettare ti aiuta a non identificarti col pensiero e a tornare all’esperienza concreta, allora può avere una funzione utile. Se invece diventa una continua analisi di analisi di analisi, probabilmente il loop sta solo cambiando forma.
L’obiettivo non è controllare perfettamente la mente, ma recuperare flessibilità e spazio mentale.
Il fatto che tu riesca a vedere questi passaggi però è già importante: significa che non sei completamente dentro il flusso automatico.
Più che cercare di disinnescare ogni atto con un altro atto mentale, potrebbe esserti utile allenarti a riconoscere che il loop c’è senza doverlo risolvere subito, riportando gradualmente attenzione al corpo, all’azione concreta, ai sensi, al presente.
Se l’etichettare ti aiuta a non identificarti col pensiero e a tornare all’esperienza concreta, allora può avere una funzione utile. Se invece diventa una continua analisi di analisi di analisi, probabilmente il loop sta solo cambiando forma.
L’obiettivo non è controllare perfettamente la mente, ma recuperare flessibilità e spazio mentale.
Salve, da ciò che descrive sembra esserci una forte fatica mentale legata a pensieri autoreferenziali e al timore di restare intrappolato in loop che interferiscono con concentrazione e serenità. Quando la mente tende a monitorare sé stessa in modo continuo, può accadere di cercare strategie sempre più elaborate per comprendere, neutralizzare o “disinnescare” il pensiero, con l’intenzione comprensibile di stare meglio e recuperare controllo.
Più che valutare se una tecnica specifica sia “giusta” o sufficiente, può essere utile osservare un aspetto, infatti, questa modalità le permette davvero di sentirsi progressivamente più libero e presente, oppure rischia di diventare essa stessa parte del ciclo mentale che cerca di risolvere? Talvolta, infatti, anche tentativi molto intelligenti di gestione possono trasformarsi involontariamente in un modo per restare agganciati al problema. Un percorso psicologico orientato ai meccanismi del rimuginio, dell’ansia o dei pensieri intrusivi può aiutarla a comprendere meglio cosa mantiene questi processi e a sviluppare modalità più funzionali per recuperare attenzione, flessibilità mentale e benessere. Il fatto che stia cercando di capire cosa accade e come uscirne è già un passo importante.
Un caro saluto.
Più che valutare se una tecnica specifica sia “giusta” o sufficiente, può essere utile osservare un aspetto, infatti, questa modalità le permette davvero di sentirsi progressivamente più libero e presente, oppure rischia di diventare essa stessa parte del ciclo mentale che cerca di risolvere? Talvolta, infatti, anche tentativi molto intelligenti di gestione possono trasformarsi involontariamente in un modo per restare agganciati al problema. Un percorso psicologico orientato ai meccanismi del rimuginio, dell’ansia o dei pensieri intrusivi può aiutarla a comprendere meglio cosa mantiene questi processi e a sviluppare modalità più funzionali per recuperare attenzione, flessibilità mentale e benessere. Il fatto che stia cercando di capire cosa accade e come uscirne è già un passo importante.
Un caro saluto.
Quello che descrive sembra essere un tentativo di gestire e ridurre dei pensieri percepiti come molto invasivi e ripetitivi, cercando di osservarli e “prendere distanza” da essi attraverso un processo di etichettatura. In alcune situazioni, imparare a riconoscere i propri pensieri senza entrarci completamente può effettivamente aiutare a ridurre il coinvolgimento emotivo e il senso di intrappolamento mentale.
Allo stesso tempo, però, quando l’attenzione si concentra in modo molto intenso sui meccanismi del pensiero stesso, può accadere che il tentativo di controllare o analizzare il processo mentale finisca involontariamente per mantenere il loop attivo. Per questo motivo è importante valutare non solo la tecnica utilizzata, ma anche l’effetto concreto che produce su di lei nel quotidiano: se la aiuta realmente a ritrovare presenza, concentrazione e flessibilità mentale, oppure se la porta a monitorarsi continuamente.
Nella mia pratica clinica, in molti percorsi cognitivi e metacognitivi lavoro proprio sulla possibilità di modificare il rapporto con i pensieri, senza dover necessariamente risolvere ogni dubbio mentale o trovare una spiegazione definitiva a ciò che accade nella mente. Talvolta il cambiamento passa più dal recuperare contatto con l’esperienza presente e con le attività concrete che dal cercare di “sistemare” il funzionamento del pensiero stesso.
Il fatto che lei stia osservando con attenzione ciò che accade dentro di sé è un aspetto importante, ma credo possa essere utile approfondire queste dinamiche all’interno di uno spazio terapeutico, così da comprendere insieme quali strategie la aiutino davvero a uscire dal circolo della ruminazione senza aumentare ulteriormente il monitoraggio mentale.
Se desidera approfondire questi aspetti o avere uno spazio di confronto dedicato, può contattarmi senza problemi.
Un caro saluto,
Dott.ssa Melania Filograna
Allo stesso tempo, però, quando l’attenzione si concentra in modo molto intenso sui meccanismi del pensiero stesso, può accadere che il tentativo di controllare o analizzare il processo mentale finisca involontariamente per mantenere il loop attivo. Per questo motivo è importante valutare non solo la tecnica utilizzata, ma anche l’effetto concreto che produce su di lei nel quotidiano: se la aiuta realmente a ritrovare presenza, concentrazione e flessibilità mentale, oppure se la porta a monitorarsi continuamente.
Nella mia pratica clinica, in molti percorsi cognitivi e metacognitivi lavoro proprio sulla possibilità di modificare il rapporto con i pensieri, senza dover necessariamente risolvere ogni dubbio mentale o trovare una spiegazione definitiva a ciò che accade nella mente. Talvolta il cambiamento passa più dal recuperare contatto con l’esperienza presente e con le attività concrete che dal cercare di “sistemare” il funzionamento del pensiero stesso.
Il fatto che lei stia osservando con attenzione ciò che accade dentro di sé è un aspetto importante, ma credo possa essere utile approfondire queste dinamiche all’interno di uno spazio terapeutico, così da comprendere insieme quali strategie la aiutino davvero a uscire dal circolo della ruminazione senza aumentare ulteriormente il monitoraggio mentale.
Se desidera approfondire questi aspetti o avere uno spazio di confronto dedicato, può contattarmi senza problemi.
Un caro saluto,
Dott.ssa Melania Filograna
gentilissimo/a, grazie per la condivisione. Credo che intraprendere un percorso di terapia potrebbe aiutarla a comprendere quanto accade dentro di lei, con questi continui loop, individuando insieme allo specialista strategie funzionali per affrontare il tutto.
Resto a disposizione!
saluti
AV
Resto a disposizione!
saluti
AV
Sì, può andare come direzione, con una precisazione importante: il rischio non è tanto l’etichettare in sé, ma trasformare anche l’etichettatura in un nuovo rituale mentale da controllare perfettamente.
Quello che descrivi sembra un tentativo di uscire dalla fusione con il pensiero attraverso una distinzione tra livelli:
“c’è il pensiero”
“c’è l’atto di osservare il pensiero”
“c’è l’atto di etichettare l’osservazione”
Questa differenziazione può essere utile perché introduce meta-consapevolezza e riduce l’identificazione automatica col loop. In pratica, smetti di stare “dentro” il contenuto e inizi a vedere il processo.
Il punto però è questo: non devi trovare l’etichetta perfetta né completare tutta la catena riflessiva. Se no il DOC/ipercontrollo si impossessa anche della tecnica.
La parte sana del tuo tentativo è qui:
“libero il campo per lasciare avvenire altro”
Questo è centrale. L’obiettivo non è risolvere definitivamente il pensiero, ma smettere di alimentare il circuito attentivo che lo tiene acceso.
Quando dici che l’atto lo fai col corpo e non col pensiero, lì c’è qualcosa di molto importante. Perché i loop autoreferenziali spesso si rompono non con “un pensiero più intelligente”, ma con:
orientamento corporeo,
azione concreta,
esperienza sensoriale,
attenzione esterna,
tolleranza dell’incompiutezza.
In EFT e negli approcci metacognitivi, spesso il cambiamento avviene quando la persona smette di trattare ogni contenuto mentale come un problema da risolvere urgentemente.
Quindi una formula pratica potrebbe essere:
noto il loop,
lo riconosco come attività mentale,
non entro nel tribunale interno per verificarlo all’infinito,
torno gradualmente all’esperienza concreta del momento.
Anche il fatto che tu abbia paura di “non riuscire più a concentrarti” probabilmente alimenta il monitoraggio continuo della tua mente. E più monitori se sei concentrato, meno spontanea diventa l’attenzione.
La concentrazione raramente torna tramite controllo forzato. Torna quando il sistema nervoso smette di sorvegliarsi continuamente.
Quello che descrivi sembra un tentativo di uscire dalla fusione con il pensiero attraverso una distinzione tra livelli:
“c’è il pensiero”
“c’è l’atto di osservare il pensiero”
“c’è l’atto di etichettare l’osservazione”
Questa differenziazione può essere utile perché introduce meta-consapevolezza e riduce l’identificazione automatica col loop. In pratica, smetti di stare “dentro” il contenuto e inizi a vedere il processo.
Il punto però è questo: non devi trovare l’etichetta perfetta né completare tutta la catena riflessiva. Se no il DOC/ipercontrollo si impossessa anche della tecnica.
La parte sana del tuo tentativo è qui:
“libero il campo per lasciare avvenire altro”
Questo è centrale. L’obiettivo non è risolvere definitivamente il pensiero, ma smettere di alimentare il circuito attentivo che lo tiene acceso.
Quando dici che l’atto lo fai col corpo e non col pensiero, lì c’è qualcosa di molto importante. Perché i loop autoreferenziali spesso si rompono non con “un pensiero più intelligente”, ma con:
orientamento corporeo,
azione concreta,
esperienza sensoriale,
attenzione esterna,
tolleranza dell’incompiutezza.
In EFT e negli approcci metacognitivi, spesso il cambiamento avviene quando la persona smette di trattare ogni contenuto mentale come un problema da risolvere urgentemente.
Quindi una formula pratica potrebbe essere:
noto il loop,
lo riconosco come attività mentale,
non entro nel tribunale interno per verificarlo all’infinito,
torno gradualmente all’esperienza concreta del momento.
Anche il fatto che tu abbia paura di “non riuscire più a concentrarti” probabilmente alimenta il monitoraggio continuo della tua mente. E più monitori se sei concentrato, meno spontanea diventa l’attenzione.
La concentrazione raramente torna tramite controllo forzato. Torna quando il sistema nervoso smette di sorvegliarsi continuamente.
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