Salve, sono 4 anni che sto insieme a un uomo separato con una figlia. Da un anno non abbiamo rapport
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Salve, sono 4 anni che sto insieme a un uomo separato con una figlia. Da un anno non abbiamo rapporti sessuali perché io ho avuto problemi di ciclo ma anche problemi emotivo con lui. Non mi sento vista, ne quando siamo a cena e lui sta davanti al telefono, ne quando la madre (che nn mi conosce) ha voluto partecipare a un evento con la ex nuora, il figlio e la nipote e lui non si è minimamente opposto. Invalidando il mio dolore con "si spreca meno energie facendo così". Stessa risposta che ritrovo dopo più di un anno (dopo terapia mia personale, terapia di coppia, dopo tanti litigi dove ho capito il suo analfabetismo emotivo), oggi, davanti a un esigenza lavorativa dove sarebbe stata reintrodotta la sua ex moglie pubblicamente (e questa donna non lavora dove lavoriamo noi). Sono crollata e ho pianto davanti a lui, lui ha visto il mio dolore, ha detto di averlo capito ma c'è sempre il suo "non so che fare, e fare niente è la scelta meno dolorosa". Per lui. Io sto soffrendo tanto per questo suo atteggiamento e gli ho scritto un messaggio dicendo che nn scegliendo me (ancora) era lui che perdeva me. Lui non ha risposto e a lavoro mi evita (è passato solo un giorno) io voglio dargli il tempo per riflettere, capire...ma non ce la faccio, mi sono messa a piangere per i corridoi del lavoro. Vorrei capire cosa fare. Se sono stata cattiva, egoista, frettolosa. Abbiamo entrambi quasi 50 anni...ed entrambi veniamo da famiglie disfunzionali...e io vorrei solo avere qualche strumento per capire cosa mi sta succedendo (sono dipendente?) e cosa potrei fare. Grazie a chi mi risponderà.
Salve ho letto della situazione personale che descrive, potrebbe essere utile continuare o nel caso riprendere il suo percorso individuale in terapia, dandosi la possibilità di attraversare il dolore e comprenderlo per poi guardare ad un suo possibile cambiamento. Il cambiamento possiamo sperimentarlo solo su noi stessi, per quanto sia difficile da accettare ma allo stesso tempo liberatorio (es. scelgo per me e non anche per te, non devo "salvarti"). Spero di esserle stata d'aiuto.
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Gentilissima, se sente di dover essere sempre forte fuori, ma si sente stanca dentro, credo che già questo mio primo scritto possa aiutarla.
Da ciò che leggo quello che sta raccontando è una situazione che emotivamente può diventare molto pesante da sostenere nel tempo. Percepisco chiaramente quanto lei sia coinvolta e quanto stia vivendo un dolore legato al sentirsi poco considerata, poco vista e spesso non al centro della relazione.
Per prima cosa, la sua reazione ha senso. Il pianto, il crollo, la difficoltà a stare al lavoro dopo un episodio così non sono “troppo”, sono il segnale che dentro di lei si è accumulata molta tensione e molta frustrazione.
Rispetto ibvece alla sua domanda se sia stata cattiva o egoista, reputo non sia questo l'aspetto che emerge. Ciò che mi arriva piuttosto è una persona che sta cercando in modo molto diretto e umano, di ottenere qualcosa di fondamentale ovvero sentirsi scelta, tenuta in considerazione, riconosciuta nella relazione, amata
Quando questo bisogno viene espresso più volte nel tempo e non trova un cambiamento concreto,è normale che inizi a generare dolore e anche momenti di forte reazione emotiva, non perché lei stia esagerando, ma perché sta cercando di proteggere qualcosa che per lei è importante.
Inoltre quando si resta a lungo dentro una dinamica in cui si parla, ci si chiarisce, si prova a capire, ma poi nella realtà quotidiana le cose non cambiano davvero, si può entrare in una forma di stanchezza emotiva molto profonda e in quella stanchezza diventa sempre più difficile distinguere cosa si vuole, cosa si tollera e cosa invece non è più sostenibile.
In questi casi, in questi momenti di passaggio, la cosa migliore. credo sia fermarsi un attimo e trovare uno spazio esterno che aiuti a mettere ordine può essere molto utile, perché permette di vedere la situazione con più chiarezza e meno confusione emotiva.
Se lo desidera, può contattarmi per un confronto possiamo lavorare insieme per capire con più lucidità cosa sta accadendo e quali passi possono essere più rispettosi di lei in questo momento.
A presto,
Dr.ssa Alessandra Scarci
Da ciò che leggo quello che sta raccontando è una situazione che emotivamente può diventare molto pesante da sostenere nel tempo. Percepisco chiaramente quanto lei sia coinvolta e quanto stia vivendo un dolore legato al sentirsi poco considerata, poco vista e spesso non al centro della relazione.
Per prima cosa, la sua reazione ha senso. Il pianto, il crollo, la difficoltà a stare al lavoro dopo un episodio così non sono “troppo”, sono il segnale che dentro di lei si è accumulata molta tensione e molta frustrazione.
Rispetto ibvece alla sua domanda se sia stata cattiva o egoista, reputo non sia questo l'aspetto che emerge. Ciò che mi arriva piuttosto è una persona che sta cercando in modo molto diretto e umano, di ottenere qualcosa di fondamentale ovvero sentirsi scelta, tenuta in considerazione, riconosciuta nella relazione, amata
Quando questo bisogno viene espresso più volte nel tempo e non trova un cambiamento concreto,è normale che inizi a generare dolore e anche momenti di forte reazione emotiva, non perché lei stia esagerando, ma perché sta cercando di proteggere qualcosa che per lei è importante.
Inoltre quando si resta a lungo dentro una dinamica in cui si parla, ci si chiarisce, si prova a capire, ma poi nella realtà quotidiana le cose non cambiano davvero, si può entrare in una forma di stanchezza emotiva molto profonda e in quella stanchezza diventa sempre più difficile distinguere cosa si vuole, cosa si tollera e cosa invece non è più sostenibile.
In questi casi, in questi momenti di passaggio, la cosa migliore. credo sia fermarsi un attimo e trovare uno spazio esterno che aiuti a mettere ordine può essere molto utile, perché permette di vedere la situazione con più chiarezza e meno confusione emotiva.
Se lo desidera, può contattarmi per un confronto possiamo lavorare insieme per capire con più lucidità cosa sta accadendo e quali passi possono essere più rispettosi di lei in questo momento.
A presto,
Dr.ssa Alessandra Scarci
Gentile utente, emerge con grande chiarezza il dolore profondo e il senso di invisibilità che sta sperimentando di fronte ai silenzi e alle mancate scelte del suo partner. In una relazione dinamica complessa come quella con un uomo separato, il bisogno di sentirsi riconosciuti e protetti nelle proprie fragilità è fondamentale, e quando questo manca, è del tutto naturale crollare e interrogarsi sul proprio valore o su una presunta dipendenza. Il fatto che lei esprima la sofferenza per non essere "scelta" non la rende affatto cattiva o egoista, bensì evidenzia un tentativo di mettere un confine a una situazione che invalida i suoi sentimenti. In questo momento di forte angoscia e disorientamento anche lavorativo, lo strumento più efficace non è cercare di decodificare il silenzio di lui, ma rimettere al centro se stessa. Un percorso di supporto psicologico o psicoterapeutico potrebbe aiutarla a fare chiarezza sui suoi reali bisogni, a comprendere l'origine di questo dolore e a ritrovare la forza per prendersi cura di sé, indipendentemente dalle risposte che tardano ad arrivare.
Un caro saluto
Un caro saluto
Buon pomeriggio, grazie per aver condiviso quello che sta vivendo nella sua relazione sentimentale. Dalla sua descrizione emerge una sofferenza profonda e comprensibile, non sentirsi visti può diventare molto doloroso, soprattutto quando si investe tanto in termini relazionali.
Il fatto che lei stia male non significa essere “egoista” o “frettolosa”, ma piuttosto che sta ascoltando un bisogno legittimo di essere riconosciuta e protetta nella relazione. Quando in una relazione ci si sente poco visti, poco scelti o poco considerati, è naturale che si attivino paure profonde legate all’abbandono o alla perdita del legame. Questo non significa necessariamente essere “dipendenti”, ma indica che la relazione sta toccando punti sensibili della sua storia emotiva.
Le tematiche di cui parla sono aspetti che possono essere esplorati in un percorso terapeutico, per aiutarla a capire cosa le sta succedendo e quali confini o scelte possono sostenerla in questo momento. Se lo desidera, possiamo lavorare insieme per darle strumenti più chiari per orientarsi, comprendere i suoi bisogni e decidere quali passi sono più rispettosi per il suo benessere. Buona serata
Il fatto che lei stia male non significa essere “egoista” o “frettolosa”, ma piuttosto che sta ascoltando un bisogno legittimo di essere riconosciuta e protetta nella relazione. Quando in una relazione ci si sente poco visti, poco scelti o poco considerati, è naturale che si attivino paure profonde legate all’abbandono o alla perdita del legame. Questo non significa necessariamente essere “dipendenti”, ma indica che la relazione sta toccando punti sensibili della sua storia emotiva.
Le tematiche di cui parla sono aspetti che possono essere esplorati in un percorso terapeutico, per aiutarla a capire cosa le sta succedendo e quali confini o scelte possono sostenerla in questo momento. Se lo desidera, possiamo lavorare insieme per darle strumenti più chiari per orientarsi, comprendere i suoi bisogni e decidere quali passi sono più rispettosi per il suo benessere. Buona serata
Salve,
da quello che racconti sembra che il dolore più grande non venga tanto dalla presenza della ex moglie in sé, ma dal sentirti continuamente non scelta emotivamente nei momenti importanti.
Mi colpisce molto una frase che riporti:
“fare niente è la scelta meno dolorosa”.
Per lui forse è davvero così. Sembra una persona che, davanti al conflitto emotivo, tende a evitare, minimizzare, cercare la soluzione che crei meno tensione possibile nell’immediato. Il problema è che questa modalità, mentre protegge lui dal disagio, lascia te sola a reggere tutto il peso emotivo della situazione.
E dopo anni questo logora profondamente.
Tu non stai chiedendo necessariamente che lui cancelli il suo passato, sua figlia o la sua ex moglie dalla realtà. Da quello che scrivi sembra che tu chieda soprattutto una presa di posizione emotiva: sentirti vista, considerata, tutelata nei momenti in cui soffri.
Il fatto che lui resti sul telefono a cena, che minimizzi il tuo dolore, che eviti di affrontare i conflitti, probabilmente ha creato nel tempo una sensazione molto dolorosa: esserci fisicamente nella relazione ma non sentirti davvero raggiunta.
E credo che il tuo crollo non riguardi solo l’episodio lavorativo recente. Sembra piuttosto il punto in cui si sono accumulate tante esperienze simili.
Quando gli hai scritto:
“non scegliendo me perdi me”,
non mi sembra cattiveria. Mi sembra il tentativo, forse arrivato al limite, di dare finalmente un nome a qualcosa che vivi da tempo.
Mi colpisce anche che tu ti chieda:
“sono dipendente?”
Forse più che dipendenza, si sente una grande fame di riconoscimento affettivo. E quando veniamo da storie familiari disfunzionali, può succedere che restiamo molto a lungo in relazioni dove continuiamo a sperare che l’altro, prima o poi, impari a vedere il nostro dolore e a rispondervi in modo diverso.
Il problema è che lui, almeno da quello che racconti, sembra averti mostrato più volte il suo modo di funzionare: comprende razionalmente il tuo dolore, ma fatica molto a trasformare questa comprensione in azioni emotivamente presenti e protettive.
E questo non significa necessariamente che non ti voglia bene. Ma voler bene a qualcuno e saper stare emotivamente dentro una relazione sono due cose diverse.
Mi colpisce anche il fatto che tu sia arrivata a piangere nei corridoi del lavoro. Sembra che tu sia molto vicina a un punto di esaurimento emotivo, come se stessi lottando da tempo per ottenere qualcosa che continui a percepire sfuggente.
Forse la domanda più importante ora non è:
“come faccio a fargli capire?”
ma:
“quanto ancora riesco a restare in una relazione in cui devo continuamente spiegare il mio dolore per sentirmi vista?”
Perché a volte il rischio è restare intrappolati nell’attesa che l’altro diventi emotivamente diverso da ciò che, almeno fino ad oggi, ha mostrato di essere.
E una cosa importante: il fatto che lui ora ti eviti dopo il tuo messaggio potrebbe anche essere il suo modo di gestire il conflitto e il senso di pressione. Ma questo non invalida quello che hai sentito né rende “egoista” il tuo bisogno di essere riconosciuta nella relazione.
da quello che racconti sembra che il dolore più grande non venga tanto dalla presenza della ex moglie in sé, ma dal sentirti continuamente non scelta emotivamente nei momenti importanti.
Mi colpisce molto una frase che riporti:
“fare niente è la scelta meno dolorosa”.
Per lui forse è davvero così. Sembra una persona che, davanti al conflitto emotivo, tende a evitare, minimizzare, cercare la soluzione che crei meno tensione possibile nell’immediato. Il problema è che questa modalità, mentre protegge lui dal disagio, lascia te sola a reggere tutto il peso emotivo della situazione.
E dopo anni questo logora profondamente.
Tu non stai chiedendo necessariamente che lui cancelli il suo passato, sua figlia o la sua ex moglie dalla realtà. Da quello che scrivi sembra che tu chieda soprattutto una presa di posizione emotiva: sentirti vista, considerata, tutelata nei momenti in cui soffri.
Il fatto che lui resti sul telefono a cena, che minimizzi il tuo dolore, che eviti di affrontare i conflitti, probabilmente ha creato nel tempo una sensazione molto dolorosa: esserci fisicamente nella relazione ma non sentirti davvero raggiunta.
E credo che il tuo crollo non riguardi solo l’episodio lavorativo recente. Sembra piuttosto il punto in cui si sono accumulate tante esperienze simili.
Quando gli hai scritto:
“non scegliendo me perdi me”,
non mi sembra cattiveria. Mi sembra il tentativo, forse arrivato al limite, di dare finalmente un nome a qualcosa che vivi da tempo.
Mi colpisce anche che tu ti chieda:
“sono dipendente?”
Forse più che dipendenza, si sente una grande fame di riconoscimento affettivo. E quando veniamo da storie familiari disfunzionali, può succedere che restiamo molto a lungo in relazioni dove continuiamo a sperare che l’altro, prima o poi, impari a vedere il nostro dolore e a rispondervi in modo diverso.
Il problema è che lui, almeno da quello che racconti, sembra averti mostrato più volte il suo modo di funzionare: comprende razionalmente il tuo dolore, ma fatica molto a trasformare questa comprensione in azioni emotivamente presenti e protettive.
E questo non significa necessariamente che non ti voglia bene. Ma voler bene a qualcuno e saper stare emotivamente dentro una relazione sono due cose diverse.
Mi colpisce anche il fatto che tu sia arrivata a piangere nei corridoi del lavoro. Sembra che tu sia molto vicina a un punto di esaurimento emotivo, come se stessi lottando da tempo per ottenere qualcosa che continui a percepire sfuggente.
Forse la domanda più importante ora non è:
“come faccio a fargli capire?”
ma:
“quanto ancora riesco a restare in una relazione in cui devo continuamente spiegare il mio dolore per sentirmi vista?”
Perché a volte il rischio è restare intrappolati nell’attesa che l’altro diventi emotivamente diverso da ciò che, almeno fino ad oggi, ha mostrato di essere.
E una cosa importante: il fatto che lui ora ti eviti dopo il tuo messaggio potrebbe anche essere il suo modo di gestire il conflitto e il senso di pressione. Ma questo non invalida quello che hai sentito né rende “egoista” il tuo bisogno di essere riconosciuta nella relazione.
Salve, da quello che racconta mi sembra che da tempo si senta non vista, non scelta e sola nel suo dolore. E questo, nel tempo, può logorare profondamente una relazione.
Il punto non è solo la presenza della ex moglie o della famiglia, ma il fatto che il suo compagno sembri evitare continuamente il conflitto e le decisioni emotivamente difficili. Però anche il “non scegliere” è una scelta, e spesso lascia l’altro in una sofferenza continua.
La domanda importante ora non è solo se lui ti sceglierà, ma anche:
in questa relazione, si sente davvero amata e considerata come avrebbe bisogno?
Il fatto che lei stia così male merita attenzione e ascolto. Un percorso psicologico potrebbe aiutare a capire meglio cosa ti sta succedendo e a ritrovare maggiore chiarezza emotiva e a distinguere il bisogno affettivo dalla paura di perdere la relazione in questo momento così doloroso.
Il punto non è solo la presenza della ex moglie o della famiglia, ma il fatto che il suo compagno sembri evitare continuamente il conflitto e le decisioni emotivamente difficili. Però anche il “non scegliere” è una scelta, e spesso lascia l’altro in una sofferenza continua.
La domanda importante ora non è solo se lui ti sceglierà, ma anche:
in questa relazione, si sente davvero amata e considerata come avrebbe bisogno?
Il fatto che lei stia così male merita attenzione e ascolto. Un percorso psicologico potrebbe aiutare a capire meglio cosa ti sta succedendo e a ritrovare maggiore chiarezza emotiva e a distinguere il bisogno affettivo dalla paura di perdere la relazione in questo momento così doloroso.
Buonasera, sarò più sincera possibile. Secondo me è giunto il momento che lei si domandi veramente perché sta con un uomo che non la rende felice, anche se lui non lo fa in mala fede comunque non le viene incontro. Inoltre lei mi parla di analfabetismo emotivo e famiglie disfunzionali, qui c'è tanto da lavorare e da capire. Perché ha scelto un analfabeta emotivo? Quale modello sta riproponendo? Spero di esserle stata utile.Resto a disposizione per un eventuale colloquio anche online. Buona serata.
Gentile utente,
quello che descrive non sembra il comportamento di una persona “cattiva”, egoista o frettolosa. Al contrario, emerge una sofferenza emotiva molto intensa legata al sentirsi poco riconosciuta, poco scelta e poco tutelata all’interno della relazione.
Da ciò che racconta, il punto centrale non sembra essere soltanto la presenza della ex moglie, ma il modo in cui il suo compagno reagisce al suo dolore: minimizzandolo, evitando il conflitto o scegliendo di “non scegliere”. Questo atteggiamento, nel tempo, può generare nella partner un forte senso di solitudine affettiva, invisibilità e insicurezza relazionale.
Quando una persona dice: “fare niente è la scelta meno dolorosa”, spesso sta mostrando una difficoltà profonda nel gestire le emozioni, i conflitti e le responsabilità affettive. Lei stessa parla di “analfabetismo emotivo”, ed è possibile che il suo compagno abbia sviluppato modalità evitanti apprese nella propria storia familiare. Tuttavia, comprendere le ferite dell’altro non significa dover annullare i propri bisogni emotivi.
Lei chiede una cosa molto importante: “Sono dipendente?”. Non è possibile definirlo con certezza da poche righe, ma alcuni elementi fanno pensare a una relazione in cui il suo benessere emotivo dipende molto dalle conferme, dalle scelte e dalle risposte dell’altro. Quando l’altro si allontana o non risponde, il dolore diventa travolgente, fino a manifestarsi anche fisicamente e nel contesto lavorativo. Questo merita attenzione, non giudizio.
È anche significativo che il vostro rapporto abbia visto:
un blocco della sessualità,
molta sofferenza emotiva,
tentativi di terapia,
e una continua sensazione di non sentirsi prioritaria.
Il messaggio che gli ha scritto non appare manipolatorio o crudele. Sembra piuttosto il tentativo di mettere un confine e comunicare un bisogno fondamentale: sentirsi scelta e riconosciuta. Il problema è che, probabilmente, lei è arrivata a un livello di esaurimento emotivo tale da non riuscire più a tollerare l’ambiguità.
In questo momento, la cosa più importante è non perdere di vista sé stessa nel tentativo di capire lui.
Si chieda:
“Di cosa ho bisogno io in una relazione?”
“Questa relazione mi nutre o mi consuma?”
“Quanto sto sacrificando il mio equilibrio emotivo pur di mantenere questo legame?”
Il fatto che lei stia piangendo nei corridoi del lavoro indica che la sofferenza ha superato una soglia importante e che il suo sistema emotivo è in forte sovraccarico. Per questo motivo è fondamentale non affrontare tutto da sola.
Ha già fatto un lavoro terapeutico, e questo è molto prezioso. Credo però che in questo momento sarebbe utile approfondire ulteriormente con uno specialista il tema dell’attaccamento affettivo, dei confini emotivi e del valore personale all’interno delle relazioni, così da aiutarla a comprendere meglio cosa sta vivendo e quali scelte possano davvero proteggerla.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
quello che descrive non sembra il comportamento di una persona “cattiva”, egoista o frettolosa. Al contrario, emerge una sofferenza emotiva molto intensa legata al sentirsi poco riconosciuta, poco scelta e poco tutelata all’interno della relazione.
Da ciò che racconta, il punto centrale non sembra essere soltanto la presenza della ex moglie, ma il modo in cui il suo compagno reagisce al suo dolore: minimizzandolo, evitando il conflitto o scegliendo di “non scegliere”. Questo atteggiamento, nel tempo, può generare nella partner un forte senso di solitudine affettiva, invisibilità e insicurezza relazionale.
Quando una persona dice: “fare niente è la scelta meno dolorosa”, spesso sta mostrando una difficoltà profonda nel gestire le emozioni, i conflitti e le responsabilità affettive. Lei stessa parla di “analfabetismo emotivo”, ed è possibile che il suo compagno abbia sviluppato modalità evitanti apprese nella propria storia familiare. Tuttavia, comprendere le ferite dell’altro non significa dover annullare i propri bisogni emotivi.
Lei chiede una cosa molto importante: “Sono dipendente?”. Non è possibile definirlo con certezza da poche righe, ma alcuni elementi fanno pensare a una relazione in cui il suo benessere emotivo dipende molto dalle conferme, dalle scelte e dalle risposte dell’altro. Quando l’altro si allontana o non risponde, il dolore diventa travolgente, fino a manifestarsi anche fisicamente e nel contesto lavorativo. Questo merita attenzione, non giudizio.
È anche significativo che il vostro rapporto abbia visto:
un blocco della sessualità,
molta sofferenza emotiva,
tentativi di terapia,
e una continua sensazione di non sentirsi prioritaria.
Il messaggio che gli ha scritto non appare manipolatorio o crudele. Sembra piuttosto il tentativo di mettere un confine e comunicare un bisogno fondamentale: sentirsi scelta e riconosciuta. Il problema è che, probabilmente, lei è arrivata a un livello di esaurimento emotivo tale da non riuscire più a tollerare l’ambiguità.
In questo momento, la cosa più importante è non perdere di vista sé stessa nel tentativo di capire lui.
Si chieda:
“Di cosa ho bisogno io in una relazione?”
“Questa relazione mi nutre o mi consuma?”
“Quanto sto sacrificando il mio equilibrio emotivo pur di mantenere questo legame?”
Il fatto che lei stia piangendo nei corridoi del lavoro indica che la sofferenza ha superato una soglia importante e che il suo sistema emotivo è in forte sovraccarico. Per questo motivo è fondamentale non affrontare tutto da sola.
Ha già fatto un lavoro terapeutico, e questo è molto prezioso. Credo però che in questo momento sarebbe utile approfondire ulteriormente con uno specialista il tema dell’attaccamento affettivo, dei confini emotivi e del valore personale all’interno delle relazioni, così da aiutarla a comprendere meglio cosa sta vivendo e quali scelte possano davvero proteggerla.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Cara utente, la situazione è complessa, tanto che ci dice che provenite entrambi da famiglie disfunzionali, in cui avrete appreso sicuramente modelli che in questo momento incidono nel vostro rapporto. Ci dice che ha fatto terapia individuale e di coppia, ma sembra che non abbia avuto grande beneficio.
Magari non era l'approccio giusto, magari deve sperimentare altro, ma è quello il contesto in cui può lavorare su tutto ciò che la fa stare male.
Dovete sicuramente imparare a comunicare in un linguaggio che sia comune per potervi capire ed aiutare.
Spero che troviate il giusto approccio terapeutico per uscire fuori da questo dolore.
Un caro saluto.
Magari non era l'approccio giusto, magari deve sperimentare altro, ma è quello il contesto in cui può lavorare su tutto ciò che la fa stare male.
Dovete sicuramente imparare a comunicare in un linguaggio che sia comune per potervi capire ed aiutare.
Spero che troviate il giusto approccio terapeutico per uscire fuori da questo dolore.
Un caro saluto.
non è facile riprendere il controllo in una relazione amorosa, perchè l'amore occulta, nasconde i nostri bisogni, e aspettarsi che sia l'altro a farsene carico è un errore.
E' un paradosso: è più facile voler bene che volersi bene, aspettarsi che sia l'altro a vederci che guardarsi dentro.
A volte accettiamo il dolore sordo e continuo in attesa che l'altro lo veda e ci veda.
Non basta voler interrompere la relazione, anche se vogliamo, perchè l'aspettativa di essere visti è sempre dietro l'angolo. solo la consapevolezza lenta che nasce dentro di te potrà aiutarti.
E' un paradosso: è più facile voler bene che volersi bene, aspettarsi che sia l'altro a vederci che guardarsi dentro.
A volte accettiamo il dolore sordo e continuo in attesa che l'altro lo veda e ci veda.
Non basta voler interrompere la relazione, anche se vogliamo, perchè l'aspettativa di essere visti è sempre dietro l'angolo. solo la consapevolezza lenta che nasce dentro di te potrà aiutarti.
Buongiorno, le dico prima di tutto che mi dispiace per la situazione che ha descritto, pare senza via di uscita e posso solo immaginare quanto senso di impotenza questo possa creare. Da terapeuta la cosa che mi sento di suggerirle è di riprovare con una terapia di coppia a indirizzo Sistemico-Relazionale che è l'orientamento di riferimento quando si parla di relazioni, di coppie, di famiglie. Detto questo una nuova terapia individuale può aiutarla a prendere atto di ciò che prova in questo momento e a trovare una soluzione alternativa. Gli strumenti si possono trovare dentro una buona relazione terapeutica con un bravo professionista. Le auguro il meglio.
Ciò che emerge dalla sua storia è un pattern relazionale in cui lei ha investito enormemente — emotivamente, terapeuticamente, praticamente — mentre lui ha risposto con una forma di immobilismo che, pur non essendo necessariamente malintenzionato, produce su di lei un effetto molto preciso: la sensazione di non essere vista, scelta, protetta. Quattro anni sono un tempo significativo, e la domanda che si pone — "mi sta scegliendo?" — è non solo legittima, ma doverosa.
Quello che le consiglio in questo momento non è di aspettare la sua risposta per decidere come stare. Le chiedo invece di spostare il centro della domanda: non "cosa farà lui?" ma "cosa ho bisogno io per stare bene?". Questo non significa abbandonare la relazione in modo impulsivo, ma significa smettere di subordinare il proprio equilibrio alla sua capacità — o volontà — di muoversi. Lei ha già fatto moltissimo: terapia individuale, terapia di coppia, tentativi di dialogo. A questo punto, la domanda più onesta che può porsi è se ciò che ha davanti corrisponde a ciò di cui ha bisogno, indipendentemente da quanto lo ami.
Piangere nei corridoi del lavoro non è debolezza: è il segnale che il suo sistema emotivo ha raggiunto un limite. Ascolti quel segnale. Se ha ancora un percorso terapeutico attivo, questo è il momento di portarci tutto questo.
Quello che le consiglio in questo momento non è di aspettare la sua risposta per decidere come stare. Le chiedo invece di spostare il centro della domanda: non "cosa farà lui?" ma "cosa ho bisogno io per stare bene?". Questo non significa abbandonare la relazione in modo impulsivo, ma significa smettere di subordinare il proprio equilibrio alla sua capacità — o volontà — di muoversi. Lei ha già fatto moltissimo: terapia individuale, terapia di coppia, tentativi di dialogo. A questo punto, la domanda più onesta che può porsi è se ciò che ha davanti corrisponde a ciò di cui ha bisogno, indipendentemente da quanto lo ami.
Piangere nei corridoi del lavoro non è debolezza: è il segnale che il suo sistema emotivo ha raggiunto un limite. Ascolti quel segnale. Se ha ancora un percorso terapeutico attivo, questo è il momento di portarci tutto questo.
Buongiorno,
se non ha affrontato ancora le dinamiche disfunzionali del passato, credo che tenderà a ripeterle, pertanto le suggerisco se vuole stare bene in una relazione d'amore o migliorarne la qualità di fare un percorso terapeutico. Alla sua età è possibile risolvere in modo rilevante i nodi del passato, dopo diventa più complesso cambiare.
Un saluto cordiale
Dott.ssa Marzia Sellini
se non ha affrontato ancora le dinamiche disfunzionali del passato, credo che tenderà a ripeterle, pertanto le suggerisco se vuole stare bene in una relazione d'amore o migliorarne la qualità di fare un percorso terapeutico. Alla sua età è possibile risolvere in modo rilevante i nodi del passato, dopo diventa più complesso cambiare.
Un saluto cordiale
Dott.ssa Marzia Sellini
Buonasera, da quello che racconta sembra che il dolore non riguardi solo l’episodio iniziale, ma soprattutto il sentirsi non vista, non scelta e poco tutelata nella relazione; il fatto che lei stia male, pianga e senta di aver perso il centro non significa automaticamente che sia cattiva o egoista, ma può indicare che questa relazione sta toccando bisogni molto profondi di riconoscimento e sicurezza. Da quello che scrive, la ferita sembra alimentata da una ripetizione: lei prova a chiedere presenza e protezione, ma dall’altro lato riceve distanza, minimizzazione o passività; quando questo succede per molto tempo, è facile restare agganciati alla speranza che l’altro finalmente capisca e cambi, e questo può somigliare a una forma di dipendenza affettiva o, comunque, a un investimento emotivo molto forte sul legame. Il messaggio che ha inviato non mi sembra cattivo, ma piuttosto un messaggio di limite scritto nel momento in cui il dolore è diventato troppo; il punto non è tanto se sia stato troppo frettoloso, quanto se dentro di lei c’è ancora spazio per verificare, in modo concreto, se lui è disposto a prendersi una responsabilità reale nel rapporto. In questo momento può essere utile fermarsi un attimo dal rincorrere spiegazioni immediate e chiedersi se si sente amata, se si sente rispettata e se questa relazione le permette di stare bene davvero; se la risposta resta no, il problema non è solo l’episodio iniziale, ma una struttura relazionale che continua a farla soffrire. Può rispondere in modo semplice e fermo così: “Capisco che per te questa situazione sia difficile, ma io ho bisogno di sentirmi scelta, vista e rispettata. Non riesco a stare in una relazione in cui il mio dolore viene minimizzato o in cui mi sento messa da parte. Se c’è uno spazio reale per capire insieme come andare avanti, sono disponibile; altrimenti ho bisogno di proteggermi.”. In ogni caso, dato quanto questa situazione la sta facendo soffrire, potrebbe essere importante anche rivolgersi a uno psicoterapeuta, così da avere uno spazio personale in cui chiarire meglio cosa le sta accadendo e capire con più lucidità cosa desidera davvero da questa relazione.
Gentile paziente,
dalle sue parole emerge una sofferenza emotiva molto intensa, che sembra essersi accumulata nel tempo all’interno di una relazione in cui lei sente di non essere riconosciuta, vista e compresa nei suoi bisogni affettivi più profondi. Il dolore che descrive non appare legato solo ai singoli episodi, ma soprattutto alla sensazione ripetuta di non sentirsi scelta emotivamente dal partner nei momenti per lei più delicati.
È importante sottolineare che esprimere il proprio dolore o porre un confine chiaro rispetto a ciò che non si riesce più a sostenere non significa essere “cattiva” o “egoista”. Al contrario, sembra il tentativo di dare voce a un bisogno relazionale fondamentale, sentirsi considerata, accolta e valorizzata nella coppia. Quando questi bisogni rimangono a lungo frustrati, è frequente sperimentare forte tristezza, senso di solitudine, confusione emotiva e reazioni molto intense, come il pianto improvviso che racconta.
Lei stessa cita un tema importante la possibilità di dinamiche di dipendenza affettiva. Naturalmente non è possibile definire o diagnosticare qualcosa attraverso un messaggio, ma il fatto che il suo equilibrio emotivo sembri dipendere in modo così marcato dalle risposte, dalle conferme o dalle prese di posizione del partner è sicuramente un aspetto che merita attenzione e approfondimento terapeutico. Spesso, soprattutto quando si proviene da storie familiari disfunzionali, si possono sviluppare modalità relazionali in cui alcune dinamiche di coppia possono riattivare ferite molto profonde e mettere in scena automaticamente copioni appresi nella famiglia d'origine.
In questo momento probabilmente la priorità non è ottenere subito una risposta da lui, ma cercare di riportare attenzione su di sé, sul proprio benessere emotivo e sui propri confini.
Le consiglio di continuare a farsi sostenere nel suo percorso terapeutico e a non affrontare da sola un dolore così intenso. Merita uno spazio in cui poter comprendere con calma cosa sta vivendo e quali bisogni affettivi stanno chiedendo ascolto.
Un caro saluto.
dalle sue parole emerge una sofferenza emotiva molto intensa, che sembra essersi accumulata nel tempo all’interno di una relazione in cui lei sente di non essere riconosciuta, vista e compresa nei suoi bisogni affettivi più profondi. Il dolore che descrive non appare legato solo ai singoli episodi, ma soprattutto alla sensazione ripetuta di non sentirsi scelta emotivamente dal partner nei momenti per lei più delicati.
È importante sottolineare che esprimere il proprio dolore o porre un confine chiaro rispetto a ciò che non si riesce più a sostenere non significa essere “cattiva” o “egoista”. Al contrario, sembra il tentativo di dare voce a un bisogno relazionale fondamentale, sentirsi considerata, accolta e valorizzata nella coppia. Quando questi bisogni rimangono a lungo frustrati, è frequente sperimentare forte tristezza, senso di solitudine, confusione emotiva e reazioni molto intense, come il pianto improvviso che racconta.
Lei stessa cita un tema importante la possibilità di dinamiche di dipendenza affettiva. Naturalmente non è possibile definire o diagnosticare qualcosa attraverso un messaggio, ma il fatto che il suo equilibrio emotivo sembri dipendere in modo così marcato dalle risposte, dalle conferme o dalle prese di posizione del partner è sicuramente un aspetto che merita attenzione e approfondimento terapeutico. Spesso, soprattutto quando si proviene da storie familiari disfunzionali, si possono sviluppare modalità relazionali in cui alcune dinamiche di coppia possono riattivare ferite molto profonde e mettere in scena automaticamente copioni appresi nella famiglia d'origine.
In questo momento probabilmente la priorità non è ottenere subito una risposta da lui, ma cercare di riportare attenzione su di sé, sul proprio benessere emotivo e sui propri confini.
Le consiglio di continuare a farsi sostenere nel suo percorso terapeutico e a non affrontare da sola un dolore così intenso. Merita uno spazio in cui poter comprendere con calma cosa sta vivendo e quali bisogni affettivi stanno chiedendo ascolto.
Un caro saluto.
Salve, grazie per aver condiviso una situazione che appare molto dolorosa e che sembra portare con sé sofferenza da tempo. Dal suo racconto emerge che il problema non sembra riguardare solo episodi specifici o la presenza dell’ex partner, ma soprattutto un vissuto più profondo: il sentirsi non vista, non riconosciuta e non sufficientemente accolta nei propri bisogni emotivi.
Leggendo le sue parole colpisce come lei abbia cercato diverse strade: un percorso personale, una terapia di coppia, il dialogo e il tentativo di spiegare il proprio dolore. Questo sembra indicare un investimento importante nella relazione e un desiderio di comprenderla e farla funzionare.
In questo momento noto che lei si pone domande molto severe verso se stessa: 'Sono stata cattiva? Egoista? Frettolosa?'. A distanza è difficile dare una risposta netta, ma esprimere sofferenza, chiedere di sentirsi considerata o comunicare il timore di perdere una relazione non equivale automaticamente a essere egoisti o sbagliare.
Forse potrebbe essere utile spostare per un momento l’attenzione da 'cosa farà lui' a 'cosa sta accadendo dentro di me'. Lei descrive pianto intenso, forte angoscia, difficoltà a tollerare la distanza e il timore di perderlo: comprendere il significato di queste emozioni potrebbe aiutarla a distinguere il dolore per una relazione che non la fa sentire vista dal timore più profondo di sentirsi lasciata sola o non scelta.
Anche la domanda che pone — 'sono dipendente?' — merita attenzione, ma etichette o definizioni a distanza rischiano di semplificare una realtà molto più complessa. Potrebbe essere invece utile esplorare quali bisogni relazionali, aspettative e ferite personali si attivano all’interno di questa relazione.
Il fatto che stia cercando di capire cosa le stia accadendo, più che limitarsi a cercare un colpevole, rappresenta già un passaggio importante.
Cordiali saluti
Dott.ssa M. ELisa Murru
Leggendo le sue parole colpisce come lei abbia cercato diverse strade: un percorso personale, una terapia di coppia, il dialogo e il tentativo di spiegare il proprio dolore. Questo sembra indicare un investimento importante nella relazione e un desiderio di comprenderla e farla funzionare.
In questo momento noto che lei si pone domande molto severe verso se stessa: 'Sono stata cattiva? Egoista? Frettolosa?'. A distanza è difficile dare una risposta netta, ma esprimere sofferenza, chiedere di sentirsi considerata o comunicare il timore di perdere una relazione non equivale automaticamente a essere egoisti o sbagliare.
Forse potrebbe essere utile spostare per un momento l’attenzione da 'cosa farà lui' a 'cosa sta accadendo dentro di me'. Lei descrive pianto intenso, forte angoscia, difficoltà a tollerare la distanza e il timore di perderlo: comprendere il significato di queste emozioni potrebbe aiutarla a distinguere il dolore per una relazione che non la fa sentire vista dal timore più profondo di sentirsi lasciata sola o non scelta.
Anche la domanda che pone — 'sono dipendente?' — merita attenzione, ma etichette o definizioni a distanza rischiano di semplificare una realtà molto più complessa. Potrebbe essere invece utile esplorare quali bisogni relazionali, aspettative e ferite personali si attivano all’interno di questa relazione.
Il fatto che stia cercando di capire cosa le stia accadendo, più che limitarsi a cercare un colpevole, rappresenta già un passaggio importante.
Cordiali saluti
Dott.ssa M. ELisa Murru
Buongiorno,
dal suo racconto emerge una sofferenza emotiva molto intensa, che sembra riguardare soprattutto il sentirsi poco vista, poco scelta e poco riconosciuta all’interno della relazione.
Non mi sembra che lei sia stata egoista o cattiva nell’esprimere il proprio dolore e i propri bisogni. Al contrario, appare una persona che ha cercato a lungo il dialogo, la comprensione e anche strumenti per migliorare la relazione, sia attraverso un percorso personale sia tramite la terapia di coppia.
A volte però, più che chiedersi chi abbia ragione, può essere importante domandarsi se una relazione riesca davvero a offrire ascolto emotivo, reciprocità e senso di sicurezza. Dal suo racconto sembra che lei si senta spesso sola nel gestire il peso emotivo di ciò che accade.
È comprensibile che in questo momento lei si chieda se ci sia una forma di dipendenza affettiva, soprattutto quando il benessere personale sembra legato alle risposte o alle scelte dell’altro. Tuttavia, più che cercare subito un’etichetta, potrebbe essere utile approfondire quali bisogni profondi questa relazione stia toccando in lei, in particolare il bisogno di sentirsi scelta, riconosciuta e importante per l’altro.
Il fatto che entrambi proveniate da contesti familiari difficili può influenzare il modo di vivere le relazioni e i conflitti, ma questo non significa che lei debba restare in una situazione che la porta a stare così male.
Forse la domanda più importante, in questo momento, non è “sto sbagliando?”, ma “come sto dentro questa relazione e cosa succede a me quando i miei bisogni emotivi non trovano spazio?”.
Continui a non affrontare tutto da sola: un percorso psicologico può aiutarla a ritrovare maggiore chiarezza emotiva, stabilità e consapevolezza rispetto a ciò di cui ha bisogno in una relazione.
Un caro saluto!
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
dal suo racconto emerge una sofferenza emotiva molto intensa, che sembra riguardare soprattutto il sentirsi poco vista, poco scelta e poco riconosciuta all’interno della relazione.
Non mi sembra che lei sia stata egoista o cattiva nell’esprimere il proprio dolore e i propri bisogni. Al contrario, appare una persona che ha cercato a lungo il dialogo, la comprensione e anche strumenti per migliorare la relazione, sia attraverso un percorso personale sia tramite la terapia di coppia.
A volte però, più che chiedersi chi abbia ragione, può essere importante domandarsi se una relazione riesca davvero a offrire ascolto emotivo, reciprocità e senso di sicurezza. Dal suo racconto sembra che lei si senta spesso sola nel gestire il peso emotivo di ciò che accade.
È comprensibile che in questo momento lei si chieda se ci sia una forma di dipendenza affettiva, soprattutto quando il benessere personale sembra legato alle risposte o alle scelte dell’altro. Tuttavia, più che cercare subito un’etichetta, potrebbe essere utile approfondire quali bisogni profondi questa relazione stia toccando in lei, in particolare il bisogno di sentirsi scelta, riconosciuta e importante per l’altro.
Il fatto che entrambi proveniate da contesti familiari difficili può influenzare il modo di vivere le relazioni e i conflitti, ma questo non significa che lei debba restare in una situazione che la porta a stare così male.
Forse la domanda più importante, in questo momento, non è “sto sbagliando?”, ma “come sto dentro questa relazione e cosa succede a me quando i miei bisogni emotivi non trovano spazio?”.
Continui a non affrontare tutto da sola: un percorso psicologico può aiutarla a ritrovare maggiore chiarezza emotiva, stabilità e consapevolezza rispetto a ciò di cui ha bisogno in una relazione.
Un caro saluto!
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Da quanto mi racconta, è evidente che stia vivendo un grande dolore e una frustrazione profonda, non solo per la mancanza di attenzione e riconoscimento da parte del suo partner, ma anche per la sensazione che i suoi bisogni emotivi non vengano considerati. Non è cattiva, egoista o frettolosa: reagire con dolore quando ci si sente invisibili o invalidati è umano e comprensibile, soprattutto quando il cuore desidera essere visto e rispettato. Le situazioni che descrive possono far emergere schemi legati a esperienze passate o a famiglie disfunzionali, rendendo più intensa la sofferenza e la sensazione di essere “dipendenti” dall’attenzione o dall’affetto dell’altro.
In questi casi, approcci come l’ipnosi ericksoniana possono essere di supporto perché aiutano a riconnettersi con le proprie risorse interne, a ridurre l’ansia e la tensione emotiva e a elaborare le esperienze dolorose senza giudizio. Lavorando in uno stato di rilassamento profondo, è possibile osservare le proprie emozioni con più chiarezza, aumentare la consapevolezza dei propri bisogni e trovare nuovi modi per affrontare situazioni difficili, senza sentirsi sopraffatti.
In questi casi, approcci come l’ipnosi ericksoniana possono essere di supporto perché aiutano a riconnettersi con le proprie risorse interne, a ridurre l’ansia e la tensione emotiva e a elaborare le esperienze dolorose senza giudizio. Lavorando in uno stato di rilassamento profondo, è possibile osservare le proprie emozioni con più chiarezza, aumentare la consapevolezza dei propri bisogni e trovare nuovi modi per affrontare situazioni difficili, senza sentirsi sopraffatti.
Quando si è innamorati si è sempre dipendenti in qualche modo dall'altra persona. Questa cosa in sé non è un male, ma bisogna sapere riconoscere tale sentimento e trovare un equilibrio con se stessi. A me pare che la passività e l'inerzia del suo compagno La stiano irritando e che La facciano sentire isolata. Convengo con Lei su come questo La può fare sentire, ma penso anche che Lei abbia delle risorse per superare tutto questo. Il Suo compagno mostra immaturità e scarso equilibrio, facendosi coinvolgere dalle ex donne della sua vita, da cui si lascia pienamente manipolare, non considerando il rapporto che ha con Lei. Lei si sente non vista e non riconosciuta , quasi un'estranea agli occhi di lui. Credo che Lei debba chiedersi fino a che punto sia utile per Lei restare in una relazione del genere, che non Le dà quello che vuole(complicità e coinvolgimento emotivo) e dietro alla quale potrebbe aspettare per lungo tempo che il Suo compagno cresca e prenda una decisione per voi due. Non credo personalmente che lo farà: mi sembra una persona troppo invischiata con il passato ed anche poco coraggiosa con se stessa. Le suggerisco di pensare invece alla Sua vita, di coltivare i Suo interessi e di non aspettarsi molto da questa persona. La saluto cordialmente dott.ssa G.Elmo
Buongiorno, grazie per la condivisione.
Nel suo caso non parlerei di egoismo o cattiveria. Credo abbia espresso un dolore profondo, dopo anni di svalutazione, di fronte a un partner che evita i conflitti. Il suo pianto nei corridoi non è debolezza. E' un mostrare fragilità dopo un lungo periodo in cui i suoi bisogni emotivi sono stati ignorati. Lei cerca disperatamente la validazione che le è mancata; lui si difende dal dolore emotivo congelandosi e diventando passivo. Più che di dipendenza affettiva, sembra che lei parli del trauma di non essere vista dalla persona amata. Questo genera un'ansia da abbandono che spinge a cercare risposte immediate.
In questo momento non può controllare la riflessione del partner, ma può proteggere se stessa. Suggerirei di non scrivere altri messaggi. I silenzi sono la sua risposta, immatura.
Il partner le sta mostrando chiaramente il suo limite emotivo.
Quando dice "fare niente è la scelta meno dolorosa", le sta dicendo che preferisce la sua (di lei) sofferenza pur di non vivere lo stress di un conflitto con la ex moglie o la madre.
La scelta che ha davanti non è come cambiare lui, ma capire se lei merita di passare i prossimi anni con un uomo che sceglie l'immobilità al posto del suo benessere.
Nel suo caso non parlerei di egoismo o cattiveria. Credo abbia espresso un dolore profondo, dopo anni di svalutazione, di fronte a un partner che evita i conflitti. Il suo pianto nei corridoi non è debolezza. E' un mostrare fragilità dopo un lungo periodo in cui i suoi bisogni emotivi sono stati ignorati. Lei cerca disperatamente la validazione che le è mancata; lui si difende dal dolore emotivo congelandosi e diventando passivo. Più che di dipendenza affettiva, sembra che lei parli del trauma di non essere vista dalla persona amata. Questo genera un'ansia da abbandono che spinge a cercare risposte immediate.
In questo momento non può controllare la riflessione del partner, ma può proteggere se stessa. Suggerirei di non scrivere altri messaggi. I silenzi sono la sua risposta, immatura.
Il partner le sta mostrando chiaramente il suo limite emotivo.
Quando dice "fare niente è la scelta meno dolorosa", le sta dicendo che preferisce la sua (di lei) sofferenza pur di non vivere lo stress di un conflitto con la ex moglie o la madre.
La scelta che ha davanti non è come cambiare lui, ma capire se lei merita di passare i prossimi anni con un uomo che sceglie l'immobilità al posto del suo benessere.
Buonasera, da ciò che racconta emerge una sofferenza relazionale molto profonda, che sembra essersi accumulata nel tempo attorno a un bisogno importante, ovvero sentirsi vista, scelta, riconosciuta e protetta emotivamente nella relazione. Il dolore che prova non sembra nascere soltanto dalla presenza dell’ex moglie o di altre figure familiari, ma dal sentirsi ripetutamente sola davanti a situazioni che per lei hanno un forte impatto emotivo e in cui percepisce il suo compagno distante, passivo o incapace di prendere posizione. Quando si soffre così tanto, è comprensibile arrivare a momenti di crollo, rabbia o richieste più forti, soprattutto dopo aver tentato dialogo, terapia personale e di coppia. Il messaggio che gli ha scritto non appare necessariamente cattivo o egoista, ma può essere letto come il tentativo di esprimere un limite e un bisogno profondo dopo molta fatica accumulata. Allo stesso tempo, potrebbe essere utile interrogarsi non solo su quanto lui la ami, ma su quanto questa relazione, così com’è oggi, riesca a rispondere ai suoi bisogni emotivi e a darle senso di sicurezza, reciprocità e ascolto.
La domanda “sono dipendente?” merita delicatezza, in quanto il fatto che una relazione occupi molto spazio emotivo o che la paura di perderla generi forte dolore non significa automaticamente dipendenza affettiva. Tuttavia, può essere utile esplorare con attenzione perché alcune dinamiche sembrino così dolorose, cosa attivino nella sua storia personale e quale posto abbia oggi il timore di non essere scelta o riconosciuta. Il percorso che ha già intrapreso è una risorsa importante e forse questo momento, per quanto doloroso, può diventare anche un’occasione per comprendere meglio cosa desidera davvero da una relazione e cosa sente di meritare.
Un caro saluto.
La domanda “sono dipendente?” merita delicatezza, in quanto il fatto che una relazione occupi molto spazio emotivo o che la paura di perderla generi forte dolore non significa automaticamente dipendenza affettiva. Tuttavia, può essere utile esplorare con attenzione perché alcune dinamiche sembrino così dolorose, cosa attivino nella sua storia personale e quale posto abbia oggi il timore di non essere scelta o riconosciuta. Il percorso che ha già intrapreso è una risorsa importante e forse questo momento, per quanto doloroso, può diventare anche un’occasione per comprendere meglio cosa desidera davvero da una relazione e cosa sente di meritare.
Un caro saluto.
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