Domande del paziente (126)

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Lisa Cerri

    Gentile utente, la ringrazio per aver trovato il coraggio di scrivere e condividere qualcosa che sente così profondo e delicato. La vergogna che descrive è comprensibile, soprattutto quando si tratta di... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Lisa Cerri

    Gentile utente, la ringrazio per aver condiviso con me il suo vissuto. Le parole che ha scritto parlano di una sofferenza profonda e di una sensazione di solitudine che può diventare davvero pesante da... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Lisa Cerri

    Gentile Chiara,
    la ringrazio per aver condiviso una parte così importante e delicata della sua storia. Le sue parole trasmettono con grande chiarezza quanto abbia investito in questa relazione, sia emotivamente... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Lisa Cerri

    Buongiorno,
    la ringrazio per aver condiviso con tanta sincerità e preoccupazione la situazione di sua figlia. Capisco quanto possa sentirsi smarrita e quanto amore e attenzione stia mettendo nel cercare... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Lisa Cerri

    Buongiorno Piero,
    la ringrazio per aver condiviso questa situazione. Da ciò che scrive, mi sembra che questa amicizia le stia a cuore, ma anche che le susciti spesso sentimenti di frustrazione, confusione... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Lisa Cerri

    Buongiorno,
    grazie per la sua domanda. Canticchiare può avere significati diversi a seconda del contesto e della persona: per alcuni è semplicemente un’abitudine o un modo per rilassarsi; per altri può... Altro


    Buonasera, scrivo per chiedervi se un episodio d'ansia forte della durata di 6 mesi circa vissuto oltre 10 anni fa possa avere generato dei danni, al punto di non riuscire più a studiare perché non riesco a ricordare. Mi rivolsi a uno specialista tempo fa che inizialmente credeva che fosse un episodio psicotico perché avevo dei pensieri di rovina e catastrofici per poi correggere la diagnosi dicendomi che era solo un episodio di ansia ed il disturbo ossessivo compulsivo. Assumo ancora oggi dei farmaci che però non interferiscono con la cognizione. Malgrado ciò io penso che sia stato quell'episodio vissuto molti anni fa a avermi rovinato dato che prima ero notevolmente più veloce nell'apprendimento scolastico ed universitario. É possibile che un episodio d'ansia forte durato circa 6 mesi possa avere cambiato qualcosa nella mia testa?
    Cordialmente,

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Lisa Cerri

    Buonasera,
    capisco la preoccupazione che emerge dal suo messaggio, soprattutto quando si ha la sensazione di “non essere più come prima” sul piano della concentrazione, della memoria o della rapidità mentale. È una percezione che molte persone riportano dopo periodi di ansia intensa o prolungata, e può essere molto frustrante.

    Detto questo, un episodio d’ansia importante o un DOC particolarmente attivo non “rovina” il cervello nel senso irreversibile che lei teme. Piuttosto, stati di allerta protratti nel tempo possono influenzare molto il funzionamento cognitivo: attenzione, memoria, capacità di apprendimento e concentrazione tendono a risentire fortemente quando la mente è impegnata per lunghi periodi a gestire paura, controllo, pensieri intrusivi o rimuginio costante.

    A volte, inoltre, dopo aver vissuto un’esperienza psicologica molto destabilizzante, si sviluppa anche una sorta di ipervigilanza verso le proprie capacità cognitive: ogni difficoltà nel ricordare o concentrarsi viene osservata con grande allarme e interpretata come prova di un “danno”, aumentando ancora di più ansia e senso di sfiducia.

    Questo non significa che ciò che sente non sia reale o invalidante, ma che potrebbe esserci una differenza importante tra il percepirsi cambiati e l’idea di essere stati “compromessi” definitivamente.

    Credo che il percorso più utile sia continuare ad approfondire questi aspetti con professionisti che possano aiutarla a distinguere quanto appartenga all’ansia, al DOC, alla stanchezza mentale accumulata negli anni o anche al modo in cui oggi osserva sé stesso e le proprie prestazioni.

    Se dovesse sentire il bisogno di approfondire meglio questo vissuto e il rapporto che ha sviluppato con le sue capacità cognitive dopo quell’esperienza, resto a disposizione.


    Domande su consulenza psicologica

    Da settembre ormai penso di avere un dca, ho perso 10kg, se mangio una volta al giorno e già tanto e ormai il cibo controlla tutta la mia vita. Vorrei spiegarlo ai miei genitori ma non voglio essere un peso per loro e in più non voglio curarmi: ho raggiunto il peso che mi piace e mi vedo bene, ho ancora energie, sono brava nel mio sport, esco sempre e sono circondata dalle mie amiche. Se spesso sento storie di persone che per il dca hanno smesso di vivere, io invece continuo la mia vita tranquillamente ma vedendomi anche meglio. Vorrei che i miei genitori non mi costringessero a riprendere peso o a mangiare, ma capissero il mio problema anche perché continuare a mentire sul cibo mi fa sentire molto in colpa. Si sono accorti che sono dimagrita tanto ma non immaginano sia per questo, anche perché con loro io mi fingo sempre entusiasta di mangiare. L’unica cosa che mi preoccupa è che non ho il ciclo da 8 mesi e so che non è sano. Da una parte io continuo ad amare il cibo ma un lato di me non vede altro che calorie da bruciare, e se mangio troppo riprenderei tutti i kili. So che ci vogliono 7000kcal per ingrassare, ma essendo in sottopeso (45kg, sono alta 1,65m) invece li riprenderei tutti dal primo all’ultimo e la cosa mi terrorizza. In più mi sento in colpa perché prima amavo mangiare e il cibo, non mi preoccupava l’estetica e anzi, mi vedevo benissimo e magra. So che ero magra, ma non abbastanza. Ora anche non sono magra abbastanza, ma il peso sulla bilancia mi piace di più e sono più felice. Mangio per mantenere quel peso, non voglio dimagrire né ingrassare. Il problema è che ora non riesco più a mangiare che ho tantissimo reflusso e per questa ragione i miei genitori mi hanno accompagnata anche da un medico, ma credo che questo reflusso sia dovuto al mio problema con il cibo. Comunque so che i dca sono malattie che solo un dottore può dirmi di avere dopo analisi ecc, ho scritto così solo perché il nome disturbo alimentare mi sembra esattamente quello che descrive il mio problema. Non ho più fame, posso non mangiare per due giorni interi e non sentire nulla, e questo da un lato mi spaventa. Non capisco vorrei solo che i miei genitori mi lasciassero continuare mangiare così ma so che vorranno che io torni come prima. So che gli altri non mi amano per come sono esteticamente né per quanto peso, ma io mi piaccio più magra e questo è il modo per essere più magra e a me va bene. Come posso spiegare tutto questo si miei genitori senza farli preoccupare?? non voglio essere un peso

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Lisa Cerri

    Buongiorno,
    grazie per aver condiviso qualcosa di così delicato e complesso. Nel suo messaggio si sente molta consapevolezza, ma anche tanta fatica nel tenere insieme emozioni contrastanti.

    Da una parte sembra esserci una parte di lei che oggi si sente meglio nel proprio corpo, più soddisfatta del numero sulla bilancia e spaventata all’idea di perdere questo equilibrio; dall’altra però emergono anche alcuni aspetti che la preoccupano — l’assenza del ciclo, il reflusso, il rapporto sempre più mentale con il cibo, il senso di colpa nel nascondere ciò che sta vivendo ai suoi genitori.

    A volte situazioni come questa non si presentano in modo netto o evidente. Non sempre chi vive una difficoltà alimentare sente di “aver smesso di vivere” o di stare male in ogni ambito della propria vita. Anzi, spesso all’inizio si continua ad andare avanti, a fare sport, uscire, studiare, avere energia. Ed è proprio questo che può rendere più difficile capire quando il rapporto con il cibo e con il corpo stia iniziando a occupare uno spazio molto grande dentro di sé.

    Mi colpisce anche il fatto che lei non sembri desiderare di dimagrire ulteriormente, quanto piuttosto il bisogno di mantenere una sensazione di controllo e una percezione di sé che oggi la fanno sentire più sicura. E questo è qualcosa che merita ascolto, non giudizio.

    Capisco molto il timore di far preoccupare i suoi genitori o di sentirsi “un peso”. Però spesso, quando si vuole bene a qualcuno, poter capire davvero cosa sta succedendo è anche un modo per sentirsi più vicini e meno esclusi. Non è necessario raccontare tutto in una volta né avere già chiaro cosa fare. A volte il primo passo può essere semplicemente condividere che sta vivendo un rapporto faticoso con il cibo e con il proprio corpo e che da sola sente di portare un peso molto grande.

    Forse in questo momento non sente di voler cambiare completamente ciò che sta facendo, ed è importante essere sinceri anche su questo. Ma non per questo deve restare sola dentro a tutti questi pensieri e paure.
    Restando a disposizione, le auguro un buon proseguimento.


    Buonasera, purtroppo quasi 2 mesi fa mia mamma e' morta improvvisamente per un infarto, ero a casa con lei , ad un certo punto si e' accasciata a terra, ho provato a farle il massaggio cardiaco in attesa dei soccorsi, hanno provato a rianimarla in tutti i modi ma invano. E' stato uno shock, ho sempre dei flashback di quella giornataccia, oltre al.dolore e tristezza della perdita di.mia mamma, vivevo ancora con lei. Sento tanto vuoto senza di lei, non ero preparata, si e' svolto tutto in maniera improvvisa, al mattino l' ho vista, mi ha detto che si sentiva stanca e le girava la testa e dopo si e' accasciata, nel giro di poco me la sono ritrovata in una bara. Ho iniziato a seguire una terapia con una psicologa e nelle ultime sedute mi ha consigliato di sentire uno psichiatra per una terapia farmacologica,in quanto per lei ottimizzerebbe la terapia che sto seguendo. Penso sempre a mia mamma e a quei momenti, ho impresso.il rumore di quando e' caduta oltre il senso di colpa per non essere riuscita a salvarla. Ho perso anche mio papa' qualche anno fa ma forse per lui ero psicologicamente piu' preparata essendo malato di tumore ma per mia mamma la rapidita' degli eventi non mi permette di fare i conti con il distacco.Ringrazio in anticio chi mi rispondera'. Cordiali saluti

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Lisa Cerri

    Buonasera,
    quello che ha vissuto è stato un evento estremamente traumatico, oltre che un dolore enorme. Non ha perso soltanto sua madre: si è trovata improvvisamente dentro una scena drammatica, impotente, vissuta in prima persona, cercando anche di salvarla. È comprensibile quindi che oggi, oltre alla tristezza per la perdita, siano presenti flashback, immagini intrusive, sensi di colpa e quella sensazione di shock che descrive.

    Quando una morte avviene in modo così improvviso e violento, la mente spesso fatica a “stare dietro” a ciò che è successo. Una parte di lei probabilmente sa che sua madre è morta, ma un’altra è ancora ferma a quei momenti, al rumore della caduta, ai tentativi di rianimarla, all’idea che forse si sarebbe potuto fare qualcosa di diverso. È molto frequente che il cervello, dopo un trauma, continui a tornare lì nel tentativo di trovare un senso o riprendere controllo su qualcosa che è accaduto troppo velocemente.

    Mi sembra molto importante che abbia già iniziato un percorso psicologico. Il consiglio della sua terapeuta di valutare anche un supporto psichiatrico non va letto come un segnale di debolezza, ma come un possibile aiuto aggiuntivo in un momento in cui il suo sistema emotivo è sottoposto a uno stress enorme. In alcune situazioni, soprattutto dopo eventi traumatici importanti, un supporto farmacologico può aiutare a rendere più sostenibile anche il lavoro terapeutico.

    Le suggerirei di continuare a parlare apertamente con la sua psicologa anche dei flashback, del senso di colpa e delle immagini che la tormentano, senza cercare di “tenerle dentro” o minimizzarle. Sono vissuti molto comuni dopo un trauma così improvviso e meritano di essere accolti e elaborati con gradualità.

    E rispetto al senso di colpa, le direi con delicatezza una cosa: aver provato a soccorrere sua madre, aver chiamato aiuto e aver tentato di salvarla non significa aver fallito. Significa che in quei momenti lei ha fatto tutto ciò che era umanamente possibile fare.

    Un caro saluto


    Sono una ragazza di 28 anni, studentessa fuori corso all'università e sto cercando lavoro (che non riesco a trovare). Mi sento emotivamente/mentalmente distrutta, ho problemi in famiglia, soprattutto con mio padre non vado per niente d'accordo, mi giudica su ogni cosa che faccio e che dico, specialmente sulla questione del cibo e sull'università, tanto che mi sono state dette frasi molto pesanti come ad esempio il fatto che sono un fallimento e che con me ha fallito e questo mi ha destabilizzato tanto, mi sento la pecora nera della famiglia poiché vengono fatti paragoni tra me e mio fratello e non mi sono mai sentita all'altezza proprio per questa differenza che viene fatta; mio fratello prova a difendermi ma con scarsi risultati, tanto che mio padre per ripicca usa il silenzio punitivo e ancora oggi è una settimana che non ci parliamo.
    Inoltre ho subìto dei lutti ravvicinati che mi hanno portato a chiudermi molto in me stessa, soffro d'ansia e panico costante, e non riesco a gestire il tutto.
    Provo costantemente una sensazione di vuoto e malessere dentro, non so cosa fare, mi sento inutile, non so come andare avanti, mi sento proprio impotente...

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Lisa Cerri

    Salve,
    da quello che racconta sembra che lei stia portando sulle spalle un carico emotivo molto pesante da tanto tempo. I lutti, la tensione continua in famiglia, il sentirsi giudicata e svalutata proprio dalle persone da cui si vorrebbe sentirsi accolta possono logorare profondamente l’autostima e il senso di valore personale.

    Mi colpisce soprattutto quanto lei sembri aver interiorizzato certe parole e certi confronti. Sentirsi dire di essere “un fallimento”, specialmente da un genitore, può lasciare ferite molto profonde, fino a far percepire sé stessi solo attraverso quello sguardo critico e deludente. Ma il fatto che oggi lei si senta bloccata o fragile non definisce il suo valore come persona.

    Anche il silenzio punitivo che descrive può essere molto doloroso, perché spesso porta a sentirsi continuamente in colpa o “sbagliati”, come se si dovesse sempre riconquistare l’affetto o l’approvazione dell’altro.

    In tutto questo, l’ansia, il panico e quel senso di vuoto che descrive non sembrano arrivare “dal nulla”, ma come conseguenza di tante fatiche emotive accumulate e probabilmente mai davvero elaborate.

    Credo che in questo momento sia importante che lei non resti sola dentro tutto questo malessere. Il fatto stesso che stia cercando di dare un nome a ciò che sente e di chiedere aiuto è già un movimento importante, anche se oggi forse non riesce ancora a percepirlo.

    Se dovesse sentire il bisogno di approfondire questi aspetti e avere uno spazio protetto in cui comprendere meglio il suo vissuto emotivo, resto a disposizione.


    Salve, sono un uomo di 41 anni e da 13 anni sto con una donna di 10 anni più piccola. Abbiamo litigato di rado e per anni tutto è andato bene, ma negli ultimi 4 anni tra di noi è cambiato molto il rapporto, cosa che lei non pensa sia avvenuta. Ogni mia proposta di fare qualcosa insieme è sistematicamente rifiutata, lei esce poco di casa, non si cura come prima, e non ha obiettivi nella vita. Avevano deciso di andare a vivere insieme, ma sua mamma ha accusato un malore, e da quel giorno tutto si è fermato. Io sto male, oltretutto la vita sessuale da 4 anni è quasi assente, mi sento inutile e parlare con lei non serve a nulla. Non chiedo che cambi completamente, ma talvolta un compromesso non farebbe male. Sto pensando di lasciarla ma ho paura di un futuro da solo, non so più che fare.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Lisa Cerri

    Salve,
    da quello che racconta, sembra che lei stia vivendo da tempo una relazione in cui si sente sempre più solo pur essendo in coppia. E questa è una condizione che, nel lungo periodo, può diventare molto dolorosa e logorante.
    Mi colpisce un aspetto: lei non descrive solo una mancanza di sessualità o di progettualità, ma soprattutto la sensazione di non riuscire più a incontrare davvero la sua compagna. Come se da anni provasse a creare movimento, vicinanza, esperienze condivise, ricevendo però chiusura o disinteresse. E quando i tentativi ripetuti sembrano non avere effetto, spesso si finisce per sentirsi inutili, non visti, quasi “spenti” dentro la relazione.
    Allo stesso tempo, alcuni elementi che descrive della sua compagna — il ritirarsi, l’uscire poco, il trascurarsi, il blocco progettuale dopo il malore della madre — fanno pensare che anche lei possa stare vivendo una fatica personale profonda, forse non del tutto riconosciuta o affrontata. Questo però non significa che lei debba annullare i propri bisogni o restare per anni in una situazione che la fa soffrire.
    Il punto centrale forse non è decidere subito se lasciarla o restare, ma capire se tra voi esista ancora uno spazio reale di confronto. Non un dialogo in cui lei prova a spiegare e l’altra persona minimizza o si chiude, ma uno spazio in cui entrambi possiate guardare sinceramente cosa sta succedendo alla relazione.
    Perché c’è una differenza importante tra attraversare un periodo difficile insieme e vivere per anni in una relazione emotivamente congelata.
    La paura della solitudine che descrive è molto comprensibile. A volte però si resta bloccati non tanto perché la relazione faccia stare bene, ma perché l’idea del vuoto spaventa più della sofferenza conosciuta. E questa è una domanda che forse vale la pena porsi con onestà: oggi sta restando per amore reciproco e possibilità di costruire ancora qualcosa, oppure soprattutto per paura di ciò che accadrebbe fuori dalla relazione?
    Potrebbe aiutarla molto anche uno spazio personale di supporto psicologico, non tanto per “decidere cosa fare” al posto suo, ma per capire meglio cosa desidera davvero e quali limiti sente di non riuscire più a sostenere. Restando a disposizione, le porgo un cordiale saluto


    Buonasera, sono la mamma di Diego un ragazzo di quasi 14 anni dolce, gentile da sempre..sin da piccolo è sempre statoi un bambino molto vivace ammetto di averlo contenuto abbastanza con continui richiami, ma era veramente un terremoto . I primi anni della scuola dell infanzia sono stati duri, cercava di attirare l attenzione ..scarabocchiando il foglio del compagno, facendo piccoli dispetti, e non c'è stato giorno in cui le sue maestre non mi abbiano fermato per riferirmi tutto ciò..feci anche i controllo per verificare nel caso fosse ADHH ..ma nulla mi fu solo detto che era un ragazzino dal temperamento dinamico!Gli anni delle elementari sono trascorsi tranquilli, vivace ma nulla di che! Gli anni delle medie invece sono stati tosti! Ora è in terza media la sua classe è composta da un gruppo maschile che si trascina dalla materna , ed in piu giocano anche a basket insieme da anni..beh lui si è sempre sentito escluso , non accettato a pieno sebbene siano usciti anche tante volte insieme, come se questo fosse un gruppo ermetico !La sua risposta a cio è che risulta infantile, è come se ogni giorno dovesse fare intrattenimento , chiaramente afferma "se non faccio ridere mi sento non valido"si agita, esagera e per far ridere ha preso anche una nota disciplinare! inutile stare a dire che in casa parliamo tantissimo cerco di fargli capire che non deve performare per valere....ma la mia paura piu grande è che possa crescere insicuro e che x tutta la vita abbia questa richiesta di attenzioni.. cosa dobbiamo fare?grazie mille

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Lisa Cerri

    Buonasera,
    da quello che racconta, suo figlio non mi restituisce l’immagine di un ragazzo “vuoto” o problematico, ma di un ragazzo molto sensibile al tema dell’accettazione e del sentirsi visto dagli altri. E spesso i bambini molto vivaci, soprattutto se crescono con tanti richiami ricevuti fin da piccoli (anche comprensibili), finiscono pian piano per costruirsi l’idea di essere “quello che disturba”, “quello troppo”, oppure “quello che deve fare qualcosa per essere notato positivamente”.

    Quello che descrive oggi — il bisogno di far ridere, l’agitarsi, l’esagerare — sembra più una strategia relazionale che cattiveria o superficialità. Come se avesse imparato che, per sentirsi dentro al gruppo, debba continuamente intrattenere o performare. E a 13-14 anni il gruppo pesa tantissimo: sentirsi “quello fuori” può fare molto male, anche quando apparentemente qualche amicizia c’è.

    La cosa importante è che lei e suo marito non continuiate a rinforzare involontariamente l’idea che lui “sia sbagliato” o “debba correggersi per essere amato”. Da ciò che scrive, mi sembra che stiate già cercando di fare un lavoro diverso, più accogliente e riflessivo, ed è prezioso.

    Attenzione però a una cosa: spiegargli tante volte “non devi performare per valere” è corretto, ma a questa età spesso le parole arrivano meno delle esperienze emotive concrete. Lui ha bisogno soprattutto di fare esperienze in cui si senta apprezzato anche quando non intrattiene nessuno. Quindi può essere utile valorizzarlo nei momenti di calma, autenticità, gentilezza, profondità, senza mettere al centro solo il comportamento problematico o quello “simpatico”.

    E non darei per scontato che questa modalità resterà “per tutta la vita”. L’adolescenza è piena di tentativi identitari un po’ goffi. Molti ragazzi che oggi sembrano clown del gruppo, in realtà stanno solo cercando disperatamente un posto emotivo sicuro.

    Se però vede che questa sofferenza sociale aumenta, che l’autostima si abbassa molto o che lui appare sempre più dipendente dall’approvazione degli altri, allora un piccolo percorso psicologico potrebbe aiutarlo a costruire un senso di sé più stabile e meno basato sulla conferma esterna. Non perché “ha qualcosa che non va”, ma perché a volte alcuni ragazzi hanno bisogno di un luogo neutro dove sentirsi riconosciuti senza dover fare spettacolo.
    In bocca al lupo per tutto. Un caro saluto!


    Ho un vissuto problematico con il cibo da quando ho memoria. Da quando ho 6 anni vivo un rapporto conflittuale tra desiderio e repulsione. Ho fatto diete, di tutti i tipi possibili, che ho sempre portato a termine con successo, ma vivendole come una privazione dalla mia “dipendenza” ne annullavo l’effetto non appena le terminavo, riprendendo tutti i chili che avevo perso. Sono pienamente consapevole delle mie difficoltà e dell’approccio adeguato per poter raggiungere il peso e la forma fisica che vorrei ma mi rendo conto che le mie emozioni, sempre di più, bloccano la mia parte razionale e prendono il sopravvento. Sono entrata in un circolo vizioso da cui non riesco ad uscire. Ho consultato specialisti che mi hanno sempre indirizzato su metodi pratici invece di lavorare sulle emozioni e sulla dipendenza per il cibo. Vorrei arrivare ad eliminare questa dipendenza e considerare il cibo come un mezzo di sussistenza e basta. Come posso fare?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Lisa Cerri

    Salve,
    dal suo messaggio emerge molta consapevolezza rispetto a ciò che vive, e questo è già un punto importante. Mi colpisce soprattutto il fatto che lei descriva il cibo non semplicemente come “mancanza di controllo”, ma come qualcosa legato profondamente alle emozioni, al desiderio, al conforto e forse anche alla regolazione di stati interni difficili da gestire.

    Spesso, quando il rapporto con il cibo è conflittuale fin dall’infanzia, il problema non riguarda solo “cosa mangiare” o “come dimagrire”. Per questo molte persone si sentono frustrate quando ricevono esclusivamente indicazioni pratiche o dietetiche: la parte razionale spesso sa già cosa dovrebbe fare, ma nei momenti emotivamente più intensi sembra perdere forza.

    Credo sia importante anche fare attenzione a un aspetto: il desiderio di arrivare a considerare il cibo solo come “mezzo di sussistenza”. Comprendo da dove nasca questo bisogno, soprattutto dopo anni di sofferenza, ma il rischio è di entrare ancora in una logica molto rigida e controllante. Il cibo non è solo nutrizione: è anche piacere, relazione, conforto, ritualità. L’obiettivo forse non è eliminare completamente il coinvolgimento emotivo, ma costruire un rapporto meno estremo, meno colpevolizzante e meno dominato dal senso di dipendenza.

    Da quello che scrive, sembra che oggi più che un’altra dieta lei abbia bisogno di uno spazio in cui comprendere davvero cosa il cibo rappresenti nella sua vita e quali emozioni stia cercando di gestire attraverso di esso.

    Se dovesse sentire il bisogno di approfondire questi aspetti in un percorso mirato, resto a disposizione.


    Salve dottori, sono una ragazza di 26 anni, mi sono lasciata da circa qualche mese, abbiamo 22 anni di differenza, stavamo insieme da 3 anni circa, diciamo che da circa inizio anno ho iniziato a risentire un mio amico con cui mi frequentavo a distanza diciamo circa prima del mio ex, con lui mi sono sempre sfogata, sentita capita e forse questo, che non trovavo nel mio ex, mi ha fatto avvicinare a lui, e tutt'ora ho un non so quale sentimento nei suoi confronti, con lui oltretutto ci dobbiamo rivedere in questi giorni, dopo esserci visto un mese fa già, in amicizia anche se c'è stato qualche bacio. Inoltre però col mio ex ci continuavamo a vedere perché io non riuscivo a distaccarmi, a lasciarlo andare, nonostante continuassi a non vedere cambiamenti da parte sua, nonostante continuassimo a discutere, a vedere cose che non mi stavano bene..con questo amico ora mi devo rivedere ma ho paura, perché in questo periodo ho di nuovo riprovato qualcosa per lui, ma è come se andassi a periodi, non so come sentirmi, come riconoscere ciò che provo..mi piace ma allo stesso tempo voglio essere libera o comunque ho paura che poi ci sono atteggiamenti o comportamenti anche banali che non mi piacciono..quindi ritorno sui miei passi e non mi piace più, ma è ovvio che se lo vedo magari vorrei baciarlo, parlare, stare insieme ecc..mi spaventa questo perché non so come riconoscere il tutto, cosa fare, lasciare che le cose vadano da se e vedere come va oppure cosa? non riesco a dare un nome a tutto ciò, a come mi sento...a cosa provo, ho paura di non so neanche cosa, di vederlo e non sapere cosa fare per paura..non lo so

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Lisa Cerri

    Salve,
    quello che descrive sembra molto meno “strano” di quanto probabilmente le appare in questo momento. A volte, quando si esce da una relazione importante — soprattutto una relazione che per anni ha avuto un peso emotivo forte — non ci si ritrova subito con sentimenti chiari, lineari e coerenti. Spesso convivono desiderio di vicinanza, bisogno di libertà, nostalgia, paura di soffrire di nuovo e bisogno di sentirsi finalmente capita.

    Nel suo racconto sembra esserci un elemento centrale: con questo ragazzo lei si sente vista, ascoltata, compresa emotivamente, e questo probabilmente ha toccato qualcosa che nella relazione con il suo ex sentiva mancare da tempo. È comprensibile quindi che si sia creata una vicinanza emotiva importante.

    Allo stesso tempo però si percepisce anche molta paura di “rientrare” in qualcosa che poi possa deluderla, soffocarla o farle perdere quella libertà che oggi forse sente di voler proteggere. E questo non significa necessariamente che lui non le piaccia davvero. A volte significa semplicemente che in questo momento lei è ancora molto in contatto con la paura di scegliere, legarsi o ritrovarsi dentro dinamiche che teme di rivivere.

    Mi sembra anche che lei stia cercando a tutti i costi di capire subito “che cos’è” ciò che prova: amore, attrazione, amicizia, confusione, interesse vero oppure no. Ma le emozioni non sempre si lasciano definire immediatamente, soprattutto quando si è appena usciti da una relazione significativa e non del tutto elaborata.

    Forse, più che obbligarsi ora a dare un nome preciso a tutto, potrebbe provare a concedersi un po’ più di esperienza e un po’ meno controllo. Vederlo, stare con lui, osservare come si sente davvero quando è presente, senza pretendere di dover decidere immediatamente che direzione prenderà questa relazione.

    Perché da ciò che scrive non sembra tanto che lei “non provi nulla”, quanto piuttosto che abbia molta paura delle conseguenze emotive di ciò che potrebbe provare.

    Se sente che tutta questa confusione emotiva le crea molta fatica o la porta continuamente a tornare sui suoi passi senza riuscire a capire davvero cosa desidera, potrebbe esserle utile anche intraprendere un percorso psicologico che la aiuti a fare maggiore chiarezza su di sé, sui suoi bisogni affettivi e sulle dinamiche relazionali che oggi la fanno sentire così combattuta.
    Resto a disposizione, se vorrà.


    Buongiorno. La mia ragazza ha sognato di fare del sesso o di strusciarsi (lei dice che era strusciarsi) con un altro ragazzo (è capitato mentre dormiva accanto a me nella realtà, viviamo insieme) il ragazzo del sogno era un ragazzo che ha sempre reputato bello è una cosa normale secondo te? , poi al risveglio lo ha confessato. E si è svegliata perché aveva un capello davanti agli occhi. Me ne sono accorto perché muoveva il bacino velocemente e aveva un respiro accelerato.

    Cosa vuol dire tutto ciò? Che desidera lui? Che lo farebbe o vorrebbe farlo con lui?

    Vi ringrazio in anticipo.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Lisa Cerri

    Buongiorno, quello che descrive non significa automaticamente che la sua ragazza desideri davvero avere un rapporto con quel ragazzo o che voglia tradirla. I sogni mescolano immagini, fantasie, emozioni, ricordi e stimoli fisici del momento, senza essere una fotografia letterale delle intenzioni reali di una persona.
    Il fatto che lei lo abbia raccontato spontaneamente al risveglio va più nella direzione della trasparenza che del nascondere qualcosa.
    Anche le reazioni corporee durante il sonno possono capitare e non sono necessariamente legate a una volontà cosciente.
    Capisco però che per lei sia stato impattante vedere la scena dal vivo proprio lì accanto: più che cercare di capire se “lo farebbe davvero”, forse può essere utile chiedersi cosa ha toccato in lei questa esperienza — paura di non essere abbastanza, timore di perderla, gelosia, confronto con un altro uomo… Sono temi molto umani. Se avesse voglia di approfondire, resto a sua disposizione. Un caro saluto


    Domande su psicoterapia

    Buongiorno, non so se questo sia il luogo giusto per avere una risposta, intanto ringrazio per la disponibilità.
    Un anno fa sono stata operata di tumore alla gamba, al momento porto un tutore poiché ho perso la sensibilità al piede.
    Mio marito ha alternato momenti un cui mi è stato vicino a momenti di freddezza e nervosismo, anche quando sono tornata a casa dopo 2 mesi di ospedale.
    Non abbiamo rapporti completi da quasi 2 anni e lui mi ripete che non se la sente per ora per la mia gamba e perché dice di non essere in forma.
    A me sembra strano tutto ciò, nel senso cbe potevo capire un anno fa ma ora non capisco perché non cerchi un momento per noi.
    Avrei bisogno di un vostro parere grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Lisa Cerri

    Buongiorno,
    quello che sta vivendo è molto delicato e comprendo la confusione che può provare. Un intervento importante, la malattia, i cambiamenti fisici e tutto ciò che ne consegue hanno inevitabilmente un impatto non solo sulla persona che li attraversa direttamente, ma anche sulla coppia e sulla sessualità.

    È possibile che suo marito abbia vissuto molta paura, fatica emotiva o anche difficoltà nel rielaborare ciò che è accaduto. Alcune persone, davanti alla malattia del partner, reagiscono avvicinandosi molto, altre invece alternano vicinanza e distacco perché emotivamente sopraffatte o spaventate. Questo però non significa che il suo bisogno di sentirsi desiderata, cercata e ancora vista come donna sia “sbagliato” o secondario. Anzi, è un bisogno profondamente umano.

    Detto questo, il fatto che da quasi due anni non ci siano rapporti e che lui continui a rimandare con spiegazioni che oggi le risultano poco chiare, è comprensibile che le faccia nascere dubbi e sofferenza. Più che concentrarsi solo sul “perché non faccia sesso”, forse sarebbe importante capire cosa stia accadendo emotivamente tra voi: se c’è paura, evitamento, difficoltà nel vedere il suo corpo cambiato, senso di impotenza, oppure una distanza che nel tempo si è consolidata.

    Spesso, dopo eventi così forti, le coppie rischiano senza accorgersene di trasformarsi più in “caregiver e paziente” che in marito e moglie. E tornare a sentirsi coppia richiede un riavvicinamento graduale, fatto anche di dialogo autentico, tenerezza, contatto e possibilità di parlare senza sentirsi giudicati.

    Il suo disagio merita spazio e ascolto. Non minimizzerei ciò che sente dicendole “è normale e basta”, perché la sofferenza relazionale che descrive è reale. Potrebbe essere utile, se possibile, affrontare questo tema insieme in uno spazio di coppia protetto, anche con un professionista, per provare a dare un significato condiviso a questa distanza invece di restare ciascuno solo nelle proprie interpretazioni.
    In tal caso, resto a disposizione. Un caro saluto


    Sono una giovane professionista di 30 anni e lo scorso agosto, inaspettatamente, ho conosciuto un uomo di 20 anni più grande di me. Tra noi è nata subito una sintonia rara, un’amicizia profonda che ci ha resi in poco tempo, l'uno il punto di riferimento dell'altra. Lui è un uomo molto realizzato sul lavoro ma è legato a una compagna che vede principalmente nei weekend e per le vacanze.

    Da agosto siamo usciti spesso e abbiamo passato quasi ogni sera al telefono a parlare per ore (e già riuscire a parlare con qualcuno ogni giorno senza annoiarsi mai è tutto dire) condividevamo tutto, dai consigli sulla giornata ai pensieri più intimi, alle cavolate da bar, oltre ai molteplici messaggi durante la giornata, in attesa della nostra consueta telefonata. Lui stesso mi diceva spesso di non aver mai provato un attaccamento così profondo per qualcuno. Poi, verso novembre, a questo legame già solido si è aggiunto l’aspetto affettivo e sessuale: è stata la ciliegina sulla torta. Ci siamo voluti tantissimo, anche se entrambi avevamo timore di andare oltre per via dell'età e della sua situazione, ma anche quel nuovo terreno è diventato uno spazio di comunicazione bellissimo e appagante.

    Con il tempo, però, l’ambivalenza ha iniziato a farci soffrire. Io ero l'ultima persona che sentiva e vedeva il venerdì sera e la prima che cercava la domenica appena essersi liberato dalla compagna; ci cercavamo ormai in tempo reale appena succedeva qualcosa di rilevante per l'altro; spesso mi chiedeva anche consigli lavorativi o di avere un supporto morale per cose di lavoro che faceva fatica a gestire, faceva 100 km di strada solo per vedermi a cena, spesso mi faceva regali, ma tutto questo non bastava a sciogliere il nodo.

    Dieci giorni fa, inaspettatamente, ha deciso di chiudere con me. Mi ha detto che questa situazione lo logora e lo fa sentire deluso da se stesso. Pur ammettendo che il rapporto con la sua compagna è incrinato e che io l'ho destabilizzato, dice di non sentirsi abbastanza innamorato da giustificare una separazione, perché a lei, comunque, vuole bene, e che vista la nostra importante differenza non ritiene sia giusto per me intraprendere una relazione con un uomo tanto più grande e che questa relazione non crede possa evolvere ulteriormente.

    La verità è che io non gli ho mai chiesto di lasciarla; so come vanno queste cose e una scelta del genere deve partire da lui. Mi sarebbe solo piaciuto trovarci in una situazione di parità, entrambi single, per scoprire dove ci avrebbe portato la vita. Per la prima volta mi sono sentita vista e apprezzata per ciò che sono davvero: il nostro rapporto, pur nei suoi limiti, era vero.
    E ritengo anche di essere una persona equilibrata da non fare tanto le pazzie a cuor leggero.
    Ora a dire il vero mi sento un po' spaesata e piena di domande. Sento di aver perso prima di tutto un amico, una persona per cui avrei rischiato volentieri, fregandomene delle etichette sociali, solo per vedere fin dove saremmo arrivati insieme.
    (scusate, ma il dono della sintesi, non è il mio forte)

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Lisa Cerri

    Buongiorno,
    non si preoccupi per la lunghezza del messaggio, anzi. Si percepisce quanto questo legame abbia avuto un significato profondo per lei e quanto oggi la chiusura la stia lasciando disorientata, non solo sul piano sentimentale ma anche umano.
    Da ciò che racconta emerge una relazione costruita su una connessione emotiva molto intensa: presenza costante, condivisione quotidiana, senso di comprensione reciproca, sostegno, intimità mentale prima ancora che affettiva. E spesso sono proprio questi legami, così profondi e continui nella quotidianità, a lasciare il vuoto maggiore quando si interrompono. Perché non si perde soltanto una possibilità amorosa, ma anche una figura di riferimento, un’abitudine emotiva, uno spazio in cui ci si sentiva visti.
    Mi colpisce anche il fatto che lei sembri avere uno sguardo piuttosto lucido sulla situazione. Non emerge l’idea di una persona che pretendeva una scelta immediata o che viveva questa relazione in modo ingenuo. Anzi, sembra che lei abbia cercato di rispettare molto i tempi e le ambivalenze di quest’uomo, pur vivendo inevitabilmente il dolore di una posizione “a metà”, in cui il legame era profondissimo ma mai davvero pienamente disponibile.
    Probabilmente anche lui si è trovato emotivamente molto coinvolto e destabilizzato, ma allo stesso tempo spaventato dalle implicazioni concrete di ciò che stava vivendo: la relazione ufficiale, il senso di colpa, la differenza d’età, l’idea di cambiare radicalmente assetto di vita. E a volte alcune persone interrompono un legame non perché non provino abbastanza, ma perché sentono di non riuscire a sostenere ciò che quel legame chiederebbe loro di mettere in discussione.
    Questo però non cancella il dolore e la confusione che lei prova adesso. Perché quando si vive qualcosa di così intenso, è normale chiedersi: “Era reale?”, “Mi ha amata davvero?”, “Ha scelto per paura?”, “Avremmo potuto essere felici in un’altra situazione?”. Sono domande che spesso non hanno una risposta netta, ed è difficile accettarlo.
    Forse in questo momento il rischio più grande è cercare subito una spiegazione definitiva che metta ordine a tutto. A volte invece serve anche attraversare il vuoto che lascia la perdita di un legame significativo, senza svalutarlo solo perché non ha avuto un futuro chiaro o “ufficiale”.
    Da quello che scrive, il vostro rapporto sembra averle fatto sperimentare qualcosa di molto importante: sentirsi riconosciuta, capita e desiderata nella sua autenticità. E questo, indipendentemente da come sia andata, ha un valore reale.
    Se dovesse sentire il bisogno di approfondire meglio ciò che questa relazione ha rappresentato per lei, i vissuti che ha attivato e le domande che oggi le lascia dentro, resto a disposizione.


    Buongiorno, sono una ragazza di 28 anni e mi ritrovo ad avere problemi in tutte le relazioni sentimentali in cui mi trovo. Soffro di ansia sociale e non sono mai stata ricambiata dai ragazzi che mi piacevano, mentre ho sempre rifiutato chi ha tentato di approcciarsi a me per i motivi più vari (troppo bello/brutto/poco intelligente/troppo popolare). Ricordo che alle scuole medie per la prima volta un ragazzo che mi piaceva da tanto tempo mi scrisse il classico bigliettino: "Ti vuoi mettere con me?" e io ero super felice ma allo stesso tempo terrorizzata, dopo qualche giorno risposi che non lo sapevo e lui mi disse che quel biglietto era uno scherzo, era solo una scommessa con un suo amico. I primi anni delle superiori mi contattò un ragazzo della mia stessa scuola, abbiamo parlato per un po' e io mi sono affezionata molto, quando mi ha chiesto di uscire ho provato uno stato di forte ansia anticipatoria e le prime volte che ci vedevamo non riuscivo neanche a parlare per la forte ansia che provavo. Siamo usciti tante volte e io ero molto affezionata, ci abbracciavamo spesso ma ero frenata dal fatto che non fosse abbastanza carino e mi vergognavo anche un po' a stare insieme a lui, invece guardando le foto dei suoi amici ho avuto un amore platonico durato diversi anni per uno di loro, con cui non sono mai riuscita a parlare. Successivamente verso i 16 anni mi chiede di uscire uno dei ragazzi più belli della scuola, io ovviamente ero terrorizzata ma le mie amiche hanno insistito affinché ci uscissi, così ho accettato, abbiamo passato una serata insieme nella sua macchina, lui mi ha portato in un posto isolato, ho dato il mio primo bacio, lui voleva avere un rapporto ed era molto insistente ma io rifiutavo perché sarebbe stata la prima mia volta e non volevo che avvenisse in quel modo. Nonostante questo lui mi toccava anche se cercavo di allontanarlo, una volta tornata a casa lui è sparito, io ovviamente chiedevo spiegazioni e lui ha iniziato ad insultarmi per il fatto che si era sentito rifiutato e che lo avevo respinto. Sono stata malissimo per un lungo periodo dopo questo evento, credo di aver sperimentato per la prima volta depressione e pensieri suicida. Ho contattato uno psicologo e uno psichiatra che mi hanno prescritto la paroxetina. Dopo questo evento ho approcciato fisicamente con vari ragazzi solo quando a qualche festa ero ubriaca, dopo non li cercavo più o li allontanavano perché non riuscivo a gestire la situazione e sapevo che ragazzi erano e che mi avrebbero fatto soffrire. A 18 anni sono stata fidanzata per la prima volta per due anni con un ragazzo conosciuto tramite amici in comune, lui ha tentato l' approccio ma all'inizio lo rifiutavo perché non mi piaceva per niente fisicamente (quando lo vedevo anni prima pensavo che fosse veramente brutto) ma era un bravissimo ragazzo, molto dolce e presente, le mie amiche insistevano affinché ci mettessimo insieme e alla fine ho iniziato a provare attrazione nei suoi confronti. Ma ricordo che la prima volta che ci siamo baciati provavo repulsione, mi vergognavo di farmi vedere in giro con lui. Ho saputo che una mia compagna di classe aveva commentato "Io con uno così brutto non riuscirei neanche a parlarci", questo mi ha ferito molto. Non sono mai riuscita ad avere un rapporto completo con lui perché avevo troppa vergogna e paura dell' intimità. Alla fine nonostante gli volessi molto bene l'ho lasciato perché avevo troppi pensieri intrusivi sul suo aspetto fisico, sul fatto che a volte provavo attrazione ma molto più spesso repulsione nei suoi confronti nonostante una forte connessione emotiva. Sono stata sola per due anni dopo questa relazione, non provando attrazione e interesse verso nessuno, fino a quando a 22 anni ho iniziato a lavorare ed ho conosciuto un mio collega di 10 anni più grande che all'epoca era fidanzato. Ho provato attrazione verso questo ragazzo e per la prima volta ho fatto io il primo passo nei confronti di qualcuno, gli scrivevo per delle scuse di lavoro, poi abbiamo iniziato a parlare di interessi in comune come la musica. Ero terrorizzata di finire come nella precedente relazione ma mi ripetevo che mi piaceva ed era carino. Così ci siamo dichiarati e la prima serata passata insieme ho provato una forte chimica nei suoi confronti, abbiamo parlato fino alle 4 di mattina, lui ha trovato il coraggio di lasciare la sua fidanzata e abbiamo iniziato a frequentarci. Il secondo giorno che ci siamo visti però già sono iniziati i pensieri intrusivi nei suoi confronti, non mi piaceva il modo in cui si vestiva, non mi piaceva il suo viso senza barba e provavo repulsione e desiderio di fuggire. Ma mi ripetevo "Prova ad andare avanti, non devi mica starci per sempre". Con lui ho avuto le prime vere esperienze intime. Così questa relazione va avanti da 5 anni dove ci sono momenti in cui penso sia l' uomo più bello del mondo e altri in cui provo repulsione per il suo aspetto e vorrei fuggire (quando provo repulsione mi vergogno anche di farmi vedere in sua compagnia dalle persone che conosco, quando lo vedo bello invece vorrei che tutti ci vedessero insieme). La situazione è peggiorata quando all' inizio di quest' anno ho interrotto la paroxetina. Le ansie nei suoi confronti si sono estese oltre all'aspetto fisico, a volte non mi piace il suo odore, ho ossessioni sul suo livello di pulizia personale e sul livello di pulizia della sua casa, ho paura che sia una persona sporca e il pensiero di stare con una persona poco pulita mi terrorizza, appena sento un cattivo odore provenire dal suo corpo provo repulsione e vorrei scappare. Anche a livello caratteriale, quando fa un pensieri che non condivido inizio a pensare che è una persona stupida e superficiale e che non posso stare con una persona così. Ultimamente ogni suo gesto e comportamento o modo di apparire mi crea ansia e rabbia. Sono devastata, vorrei scappare ma quando lo faccio sto con la speranza che lui mi cerchi, ho il terrore di lasciarlo perché fondamentalmente da quando stiamo insieme la mia vita e il mio umore erano migliorati, questa relazione mi ha aiutato a staccarmi dalla mia famiglia di origine disfunzionale, con una madre iper ansiosa e iper controllante e un padre infantile e assente. Ho appena iniziato un nuovo percorso di psicoterapia e sono terrorizzata dal fatto di dover scoprire che il mio ragazzo non è la persona adatta a me e che tutti questi pensieri siano la manifestazione che non l'ho mai amato veramente o che l'amore è finito. Scusate per la lunghezza.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Lisa Cerri

    Buongiorno,
    prima di tutto non si scusi per la lunghezza del messaggio. Quello che racconta è molto complesso e si percepisce quanta sofferenza e confusione stia vivendo da anni nel tentativo di capire cosa prova davvero nelle relazioni.

    Nel suo racconto colpisce un elemento ricorrente: sembra esserci una continua oscillazione tra forte desiderio di vicinanza emotiva e improvvisi vissuti di repulsione, dubbio, vergogna o bisogno di fuga. E questa oscillazione non appare limitata a un singolo partner, ma sembra accompagnarla da molto tempo, assumendo forme diverse nel corso delle relazioni.

    Mi sembra importante dirle una cosa: il fatto che lei provi questi pensieri e queste sensazioni non significa automaticamente che non abbia mai amato il suo compagno o che la relazione sia “falsa”. Spesso, quando l’ansia entra profondamente nelle relazioni affettive, tende proprio ad agganciarsi ai dettagli più intimi e identitari: l’aspetto fisico, l’odore, il modo di parlare, l’intelligenza, la compatibilità, la sensazione “giusta” o “sbagliata”. La mente inizia a monitorare continuamente ciò che sente, cercando conferme o segnali definitivi, e più cerca certezza più aumenta il dubbio.

    Nel suo caso sembra esserci anche una forte associazione tra amore, vergogna, giudizio esterno e paura del rifiuto. Alcune esperienze che racconta — il biglietto come scherzo, il ragazzo insistente e svalutante, il timore costante del giudizio degli altri sul partner — sembrano aver lasciato ferite molto profonde sul modo in cui oggi vive l’intimità, il desiderio e il sentirsi “al sicuro” dentro una relazione.

    Anche il contesto familiare che descrive potrebbe avere avuto un peso importante nella costruzione del suo modo di stare nelle relazioni: crescere tra ipercontrollo, ansia e assenza emotiva spesso porta a sviluppare contemporaneamente un enorme bisogno di legame e una forte difficoltà a tollerare la vulnerabilità che il legame comporta.

    Per questo credo sia molto importante che abbia iniziato un percorso psicoterapeutico. E capisco profondamente anche la paura che emerge: quella di “scoprire” che il suo compagno non è la persona giusta. Però forse il lavoro terapeutico, almeno all’inizio, non dovrebbe avere come obiettivo immediato decidere se lasciarlo o restare. Potrebbe invece aiutarla a comprendere meglio il funzionamento delle sue paure, dei suoi pensieri intrusivi, del rapporto tra ansia e intimità, e del modo in cui il giudizio verso l’altro sembra intrecciarsi molto con il giudizio verso sé stessa.

    Perché leggendo il suo messaggio non arriva l’immagine di una persona fredda o incapace di amare. Arriva piuttosto quella di una persona che sembra vivere l’amore con un livello altissimo di allarme, controllo e paura di sbagliare.

    E dentro questo stato di allerta continuo, col tempo, anche i sentimenti diventano difficili da ascoltare con chiarezza.

    Se dovesse sentire il bisogno di uno spazio in cui approfondire questi aspetti e fare maggiore chiarezza sul suo vissuto relazionale ed emotivo, resto a disposizione.


    Salve, ho 30 anni e mi sono trasferita pochi mesi fa in una nuova città raggiungendo il mio compagno che è venuto qui per lavoro. Premetto che sono venuta qui anche per iniziare un percorso di 2 mesi come stage in un posto per fare esperienza nel mio campo e vedere se può veramente piacermi questo lavoro. Lo stage non è andato a buon fine perchè alla fine dei due mesi, ho deciso di non proseguire a causa di dissapori con i titolari. Questi mi hanno umiliata dicendomi che non mi sono integrata bene nel gruppo e altre cose che mi hanno fatta stare parecchio male per giorni. Recarmi in quel luogo era per me tossico, mi faceva stare male emotivamente e fisicamente. Ho pertanto deciso di non proseguire per questo. Adesso sono quindi in cerca di lavoro da diverse settimane, sono veramente disperata perchè ho bisogno di uno stipendio per poter rimanere qui. Non voglio assolutamente tornare al mio paese perchè ciò vorrebbe dire tornare dai miei e fallire. Non lo accetto, perchè ho fatto tanti sacrifici per essere qui, per andare via di casa, per crescere, per crearmi una vita da adulta, non posso buttare tutto all'aria. Ma il solo pensiero di iniziare un nuovo lavoro mi mette molta agitazione. Perchè penso di non essere capace, ho paura di non trovarmi bene, ho paura di ritrovare persone tossiche anche lì e ho paura di fallire. Vorrei tanto poter trovare un ambiente sereno e iniziare finalmente la mia carriera. Avere un lavoro stabile, avere uno stipendio tutti i mesi. Poter pensare un po' di più a fare programmi, cosa che ora non posso fare per motivi economici. Se non dovessi trovare niente come faccio a restare qui? Quanto tempo posso darmi come limite? Sono spaventata. (Sto seguendo anche un percorso dalla psicologa che sto diminuendo sempre più perchè non posso permettermi di fare le sedute ogni settimana) Mi sento motivata a darmi da fare per rimanere qui, ma allo stesso tempo non so da dove cominciare. Mi spaventano i nuovi inizi e fin'ora non ho ottenuto neanche un singolo colloquio. Mi sento davvero indietro su tutto. Vorrei essere più serena. Le mie amiche si sposano e io sto in questa situazione. Sento davvero di aver sbagliato tutto a volte. Cosa mi consigliate? Considerando la mia ansia anticipatoria/scarsa autostima/pessimismo e altre cose.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Lisa Cerri

    Salve,
    da quello che racconta sembra che in questo momento lei si trovi in una fase di vita molto delicata, in cui si stanno intrecciando tante cose insieme: il trasferimento, il bisogno di costruirsi autonomia, la ricerca di un’identità professionale, la paura del fallimento, la pressione economica e anche il confronto con gli altri e con le aspettative che sente su di sé.

    Prima di tutto, però, mi sento di dirle una cosa importante: il fatto che un’esperienza lavorativa sia stata tossica o svalutante non significa automaticamente che lei non sia capace o che “non funzioni” nei contesti professionali. Quando si entra in ambienti poco accoglienti o molto giudicanti, soprattutto in una fase già fragile e piena di cambiamenti, è facile iniziare a mettere in discussione il proprio valore personale invece di riconoscere che anche il contesto ha avuto un peso reale nel malessere vissuto.

    Mi sembra che lei stia vivendo una forte ansia anticipatoria: ancora prima di iniziare qualcosa, la mente la porta già nello scenario peggiore — “e se fallissi?”, “e se mi trovassi male?”, “e se non fossi abbastanza?”. E quando questo meccanismo si attiva, spesso ci si sente paralizzati, come se ogni possibilità fosse contemporaneamente desiderata e spaventosa.

    C’è poi un altro aspetto molto forte nel suo messaggio: l’idea che tornare dai suoi significherebbe “fallire”. E forse qui vale la pena fermarsi un momento. Perché a volte, quando sentiamo di dover dimostrare a tutti i costi di essere adulti, indipendenti o “arrivati”, ogni difficoltà rischia di trasformarsi nella prova di non valere abbastanza. Ma una fase di incertezza lavorativa a 30 anni — soprattutto dopo un trasferimento e un cambiamento di vita importante — non definisce il suo valore né cancella il coraggio che ha avuto nel mettersi in gioco.

    Capisco anche molto il dolore nel confronto con le amiche che “sembrano avanti”: chi si sposa, chi ha stabilità, chi appare più sicuro. Però spesso, nei momenti di vulnerabilità, tendiamo a guardare la vita degli altri come lineare e la nostra come “sbagliata”, quando in realtà i percorsi adulti sono molto meno ordinati di quanto sembrino da fuori.

    Forse in questo momento non ha bisogno di pretendere da sé stessa di sentirsi subito sicura e serena. Potrebbe essere più utile provare a fare piccoli passi concreti senza aspettare di avere prima eliminato tutta la paura. Anche perché l’autostima raramente arriva “prima”: spesso si costruisce proprio attraversando esperienze nuove, imperfette, faticose, ma sostenibili.

    E il fatto che, nonostante tutta l’ansia, lei continui comunque a cercare lavoro, a interrogarsi sul suo futuro e a desiderare di costruirsi una vita autonoma, dice che dentro di lei non c’è solo paura. C’è anche una parte che vuole davvero provarci.

    Se dovesse sentire il bisogno di approfondire questi aspetti — l’ansia anticipatoria, il senso di fallimento, la difficoltà nei nuovi inizi e il rapporto con l’autostima — resto a disposizione.


    Salve vorrei avere un vostro consiglio.
    Ho in mente di iniziare un percorso terapeutico , fare seduti in un pisocolog*. Ho scoperto avere tanti disturbi come la DOC.
    Soltanto che ho tanta paura e timore nel parlare dei miei problemi e paure.
    Non vorrei andare fisicamente ma tipo online però ho il timore della videochiamata, io avevo pensato tipo all'inizio o se sia possibile un colloquio Soltanto scrivendo e poi se riesco anche con videochiamata.
    Diciamo che una volta siamo andati da una psicologa per trattare una questione ed eravamo in famiglia, questa vostra collega tratto male mia madre , alzo la voce e disse che lei era esagerata e ci consigliò di dare delle medicine tranquillanti.
    Appena mamma fu sgridata uscì dallo stupido e la trovammo che piangeva.
    Per questo ho timore.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Lisa Cerri

    Salve,
    quello che racconta è molto comprensibile. Quando si pensa di iniziare un percorso psicologico, soprattutto se ci si porta dentro paure, vergogna o difficoltà legate anche al controllo e all’ansia, è normalissimo sentire timore. E nel suo caso c’è anche un’esperienza negativa precedente che probabilmente ha lasciato una ferita e molta diffidenza.

    Vedere sua madre stare male in quel contesto può averle trasmesso l’idea che in terapia si venga giudicati, sgridati o non capiti. Ma una relazione terapeutica sana non dovrebbe funzionare così. Questo non significa che gli psicologi siano tutti uguali o che ogni esperienza sarà identica a quella.

    Le dico anche una cosa importante: il fatto che oggi lei stia pensando a come sentirsi abbastanza al sicuro per iniziare — ad esempio chiedendosi se sia possibile partire scrivendo — mi fa pensare che una parte di lei il desiderio di farsi aiutare ce l’abbia già. E va rispettata anche la parte che ha paura.

    Molti professionisti oggi lavorano online e alcuni possono valutare modalità più graduali all’inizio, soprattutto quando una persona è molto spaventata o fa fatica a esporsi subito. Può assolutamente chiedere prima come si svolgono i colloqui e spiegare le sue difficoltà senza sentirsi “strano” per questo.

    Allo stesso tempo, le direi di non aspettare di sentirsi completamente pronto o senza paura per iniziare, perché spesso quel momento perfetto non arriva mai. La terapia, per molte persone, comincia proprio con frasi come: “Non so se riesco a parlare” oppure “Ho paura di essere giudicato”.

    E va bene così. Non deve raccontare tutto subito, né forzarsi oltre ciò che riesce a sostenere. Un percorso serio dovrebbe aiutarla a costruire fiducia gradualmente, non travolgerla.
    Restando a disposizione, le auguro un buon proseguimento.


Domande più frequenti

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