Domande del paziente (275)
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera. Comprendo la sua preoccupazione e la tendenza a collegare ogni nuovo sintomo a ciò che la sta spaventando di più.
La sensazione di vedere le cose come distanti o di non riuscire a connettersi...
Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Capisco la sua preoccupazione. La sensazione di confusione e il mondo visto "attraverso una bolla" è chiamata derealizzazione, un comune sintomo di ansia e stress intenso, e il fatto che stia migliorando... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Comprendo perfettamente il tuo stato d'animo in questo momento. È del tutto naturale provare un mix di emozioni così intense e complesse dopo un'esperienza significativa come quella che hai vissuto. Non... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
La sua percezione di disagio è completamente valida. L'amica di sua sorella sta utilizzando un linguaggio che, pur mascherato da battuta o domanda innocente, mira a svalutare aspetti sensibili della sua... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve. Ho letto con grande attenzione il suo percorso, che descrive con una lucidità e una consapevolezza davvero notevoli, specialmente per la sua giovane età. Questo in sé è un segno di forza e non di... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno. Comprendo il suo bisogno di chiarezza e la profonda frustrazione che traspare dalle sue parole. Ha descritto una relazione che, fin dalle sue origini, è stata minata dalla sfiducia e dalla... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Ciao. Capisco il turbamento e il senso di colpa che provi. Le tue emozioni sono una reazione complessa e del tutto normale, non un segnale che l'amore per il tuo ragazzo sia diminuito. Anzi, la forza del... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buon pomeriggio. Comprendo la sua sensazione di disagio e il motivo per cui percepisce questi commenti come malevoli, nonostante gli altri minimizzino la sua reazione. La sua percezione non è affatto esagerata;... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Comprendo la sua angoscia. È fondamentale che lei prosegua con la terapia per la ludopatia: è il suo atto di responsabilità e la prova del suo impegno. La paura di perdere suo figlio è immensa, ma la sua... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera. La sua reazione è assolutamente naturale e comprensibile. Rivivere un incontro, anche fugace, con una persona che ha rappresentato un legame significativo, soprattutto dopo un silenzio così... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Comprendo la sua richiesta di una risposta fluida e senza interruzioni formali. In un momento così delicato, è fondamentale elaborare il quadro complessivo che lei mi ha esposto. Lei è una persona che,... Altro
Salve dottori, sono una ragazza di 26 anni, mi sono lasciata da circa qualche mese, abbiamo 22 anni di differenza, stavamo insieme da 3 anni circa, diciamo che da circa inizio anno ho iniziato a risentire un mio amico con cui mi frequentavo a distanza diciamo circa prima del mio ex, con lui mi sono sempre sfogata, sentita capita e forse questo, che non trovavo nel mio ex, mi ha fatto avvicinare a lui, e tutt'ora ho un non so quale sentimento nei suoi confronti, con lui oltretutto ci dobbiamo rivedere in questi giorni, dopo esserci visto un mese fa già, in amicizia anche se c'è stato qualche bacio. Inoltre però col mio ex ci continuavamo a vedere perché io non riuscivo a distaccarmi, a lasciarlo andare, nonostante continuassi a non vedere cambiamenti da parte sua, nonostante continuassimo a discutere, a vedere cose che non mi stavano bene..con questo amico ora mi devo rivedere ma ho paura, perché in questo periodo ho di nuovo riprovato qualcosa per lui, ma è come se andassi a periodi, non so come sentirmi, come riconoscere ciò che provo..mi piace ma allo stesso tempo voglio essere libera o comunque ho paura che poi ci sono atteggiamenti o comportamenti anche banali che non mi piacciono..quindi ritorno sui miei passi e non mi piace più, ma è ovvio che se lo vedo magari vorrei baciarlo, parlare, stare insieme ecc..mi spaventa questo perché non so come riconoscere il tutto, cosa fare, lasciare che le cose vadano da se e vedere come va oppure cosa? non riesco a dare un nome a tutto ciò, a come mi sento...a cosa provo, ho paura di non so neanche cosa, di vederlo e non sapere cosa fare per paura..non lo so
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che stai vivendo è un classico momento di "confusione protettiva". Dopo una relazione di tre anni con una differenza d'età così importante (22 anni), è del tutto normale che tu ti senta frammentata. Una relazione con un uomo molto più grande spesso porta con sé dinamiche di accudimento o, al contrario, di forte squilibrio, e uscirne richiede tempo per ritarare la propria bussola emotiva. Questo amico rappresenta per te il "porto sicuro", il luogo dove sei stata ascoltata quando nel tuo rapporto ufficiale ti sentivi invisibile, ma proprio per questo è difficile capire se ciò che provi sia amore o un profondo bisogno di ristoro emotivo.
La tua paura che "comportamenti anche banali" possano infastidirti, facendoti cambiare idea rapidamente, suggerisce che il tuo sistema di allarme è ancora molto attivo. È come se tu stessi cercando il difetto nel tuo amico per giustificare il desiderio di restare libera e proteggerti da una nuova possibile delusione. Questo oscillare tra il volerlo baciare e il voler scappare è un segnale che non sei ancora pronta per dare definizioni certe, e va bene così. Non devi dare un nome a tutto subito: la fretta di etichettare un sentimento come "amore" o "amicizia" spesso serve solo a calmare l'ansia, ma finisce per soffocare la spontaneità.
Il fatto che tu faccia fatica a staccarti dal tuo ex, nonostante la mancanza di cambiamenti, indica che c'è una parte di te ancora legata a un'abitudine o a un bisogno di conferma che lui non ti dà. In questo scenario, l'amico funge da contrappeso. La paura di vederlo e "non sapere cosa fare" nasce dall'idea che tu debba avere il controllo totale della situazione, ma in amore e nelle relazioni post-rottura il controllo è un'illusione.
Il mio consiglio è di smettere di sforzarti di riconoscere "cosa provi" come se fosse un esame da superare. Prova a vivere l'incontro con questo amico restando nel presente: se hai voglia di baciarlo, fallo; se senti il bisogno di allontanarti, ascoltati. La chiarezza non arriva attraverso il ragionamento forzato, ma attraverso l'esperienza. Concediti il lusso di essere "in divenire" e di non sapere cosa succederà domani. Sei molto giovane e hai appena chiuso un capitolo complesso: la libertà che cerchi inizia proprio dal permetterti di essere confusa senza sentirti in colpa o sbagliata.
Buongiorno. La mia ragazza ha sognato di fare del sesso o di strusciarsi (lei dice che era strusciarsi) con un altro ragazzo (è capitato mentre dormiva accanto a me nella realtà, viviamo insieme) il ragazzo del sogno era un ragazzo che ha sempre reputato bello è una cosa normale secondo te? , poi al risveglio lo ha confessato. E si è svegliata perché aveva un capello davanti agli occhi. Me ne sono accorto perché muoveva il bacino velocemente e aveva un respiro accelerato.
Cosa vuol dire tutto ciò? Che desidera lui? Che lo farebbe o vorrebbe farlo con lui?
Vi ringrazio in anticipo.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
È assolutamente comprensibile che assistere a una scena del genere ti abbia scosso e attivato mille dubbi, ma voglio rassicurarti subito: ciò che è accaduto rientra pienamente nella normale fisiologia del sonno e della psiche umana. Sognare contenuti erotici, anche coinvolgendo persone che conosciamo o che reputiamo attraenti, non è un segnale di infedeltà imminente né un desiderio represso che chiede di essere realizzato nella realtà.
Il cervello, durante la fase REM, rielabora stimoli, immagini e frammenti di pensieri in modo totalmente libero da freni inibitori o morali. Il fatto che lei abbia sognato un ragazzo che reputa bello è semplicemente il modo in cui la sua mente ha dato un volto a un'eccitazione fisica che può scattare durante il sonno per motivi puramente biologici o ormonali. Il corpo reagisce al sogno come se fosse reale — da qui il respiro accelerato e i movimenti del bacino — ma si tratta di un meccanismo automatico che non ha nulla a che vedere con la volontà cosciente della tua ragazza.
Un elemento molto importante da sottolineare è che lei te lo ha confessato subito al risveglio. Questo è un segno di enorme fiducia e trasparenza nei tuoi confronti. Se quel sogno rappresentasse un desiderio segreto o una minaccia reale per il vostro rapporto, molto probabilmente avrebbe provato vergogna e avrebbe tenuto tutto per sé. Il fatto che te ne abbia parlato con leggerezza indica che per lei si è trattato solo di un fenomeno onirico strano, privo di un reale significato affettivo o di intenzione di tradirti.
Desiderare qualcuno nel sogno non significa volerlo fare nella realtà. Spesso i sogni erotici sono solo valvole di sfogo del corpo o proiezioni di energia vitale che non hanno alcun legame con la stabilità della coppia. Non interpretare questo episodio come una mancanza di attrazione nei tuoi confronti o come un interesse per l'altro ragazzo; guardalo invece come una prova della sincerità che esiste tra voi. Il vostro rapporto è basato sulla realtà dei vostri giorni insieme, mentre il sogno è solo una "recita" notturna del cervello che non cambia minimamente il valore di ciò che provate l'uno per l'altra.
Sono una giovane professionista di 30 anni e lo scorso agosto, inaspettatamente, ho conosciuto un uomo di 20 anni più grande di me. Tra noi è nata subito una sintonia rara, un’amicizia profonda che ci ha resi in poco tempo, l'uno il punto di riferimento dell'altra. Lui è un uomo molto realizzato sul lavoro ma è legato a una compagna che vede principalmente nei weekend e per le vacanze.
Da agosto siamo usciti spesso e abbiamo passato quasi ogni sera al telefono a parlare per ore (e già riuscire a parlare con qualcuno ogni giorno senza annoiarsi mai è tutto dire) condividevamo tutto, dai consigli sulla giornata ai pensieri più intimi, alle cavolate da bar, oltre ai molteplici messaggi durante la giornata, in attesa della nostra consueta telefonata. Lui stesso mi diceva spesso di non aver mai provato un attaccamento così profondo per qualcuno. Poi, verso novembre, a questo legame già solido si è aggiunto l’aspetto affettivo e sessuale: è stata la ciliegina sulla torta. Ci siamo voluti tantissimo, anche se entrambi avevamo timore di andare oltre per via dell'età e della sua situazione, ma anche quel nuovo terreno è diventato uno spazio di comunicazione bellissimo e appagante.
Con il tempo, però, l’ambivalenza ha iniziato a farci soffrire. Io ero l'ultima persona che sentiva e vedeva il venerdì sera e la prima che cercava la domenica appena essersi liberato dalla compagna; ci cercavamo ormai in tempo reale appena succedeva qualcosa di rilevante per l'altro; spesso mi chiedeva anche consigli lavorativi o di avere un supporto morale per cose di lavoro che faceva fatica a gestire, faceva 100 km di strada solo per vedermi a cena, spesso mi faceva regali, ma tutto questo non bastava a sciogliere il nodo.
Dieci giorni fa, inaspettatamente, ha deciso di chiudere con me. Mi ha detto che questa situazione lo logora e lo fa sentire deluso da se stesso. Pur ammettendo che il rapporto con la sua compagna è incrinato e che io l'ho destabilizzato, dice di non sentirsi abbastanza innamorato da giustificare una separazione, perché a lei, comunque, vuole bene, e che vista la nostra importante differenza non ritiene sia giusto per me intraprendere una relazione con un uomo tanto più grande e che questa relazione non crede possa evolvere ulteriormente.
La verità è che io non gli ho mai chiesto di lasciarla; so come vanno queste cose e una scelta del genere deve partire da lui. Mi sarebbe solo piaciuto trovarci in una situazione di parità, entrambi single, per scoprire dove ci avrebbe portato la vita. Per la prima volta mi sono sentita vista e apprezzata per ciò che sono davvero: il nostro rapporto, pur nei suoi limiti, era vero.
E ritengo anche di essere una persona equilibrata da non fare tanto le pazzie a cuor leggero.
Ora a dire il vero mi sento un po' spaesata e piena di domande. Sento di aver perso prima di tutto un amico, una persona per cui avrei rischiato volentieri, fregandomene delle etichette sociali, solo per vedere fin dove saremmo arrivati insieme.
(scusate, ma il dono della sintesi, non è il mio forte)
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Questa è una situazione che colpisce per la sua intensità e per la lucidità con cui la descrivi. Ciò che rende questo distacco così doloroso non è solo la fine di una storia d'amore, ma la perdita di un rapporto dove l'aspetto intellettuale, amicale e sessuale si erano fusi perfettamente. Il fatto che lui fosse il tuo punto di riferimento quotidiano e viceversa ha creato un'intimità che spesso supera quella dei rapporti ufficiali, rendendo il vuoto attuale ancora più assordante.
Il comportamento di quest'uomo riflette una dinamica frequente nelle relazioni con una forte differenza d'età e situazioni preesistenti. Lui ha utilizzato la vostra relazione come un polmone di ossigeno: tu gli hai dato la vitalità, il supporto morale e la stima che probabilmente non trovava più altrove. Tuttavia, quando la "bolla" è diventata troppo reale e ha iniziato a minacciare l'equilibrio della sua vita consolidata, è subentrata la paura. La sua giustificazione sulla differenza d'età e sul "non essere abbastanza innamorato" somiglia molto a un meccanismo di difesa. È più facile dire "non ti amo abbastanza per distruggere tutto" piuttosto che ammettere "non ho il coraggio di affrontare il giudizio sociale e il dolore di una separazione".
È paradossale, ma a volte le persone chiudono proprio perché il legame è diventato troppo forte. Se fosse stata solo una distrazione fisica, avrebbe potuto continuare a gestirla. Il fatto che lo "logorasse" suggerisce che il sentimento per te stava mettendo in discussione l'immagine che lui ha di se stesso come uomo "integro" o "stabile". Decidendo di lasciarti, ha scelto la sicurezza del noto rispetto all'incertezza del nuovo, anche a costo di rinunciare a una sintonia rara.
Tu dici di non avergli mai chiesto di lasciarla e questo depone a favore della tua maturità, ma la parità che desideravi non era possibile in quel contesto. In una relazione "clandestina", chi è libero investe tutto il proprio presente, mentre chi è impegnato investe solo il proprio tempo residuo. Questa asimmetria, alla lunga, crea una ferita profonda nella persona che aspetta, anche se non lo dà a vedere.
Il tuo senso di smarrimento è legittimo perché hai perso lo specchio in cui ti sentivi finalmente "vista". Ma è importante che tu non permetta a questa chiusura di invalidare ciò che sei: la bellezza e l'apprezzamento che hai provato erano reali, ma erano tuoi, non sono "proprietà" della sua presenza. Lui ha deciso di fermarsi perché ha raggiunto il limite del suo coraggio, non perché tu non fossi abbastanza o perché il vostro legame non fosse vero. Ora la sfida è riprenderti quel senso di valore che lui ti ha aiutato a scoprire e portarlo con te, senza permettere che il suo timore di cambiare vita diventi il tuo limite personale.
Buongiorno, sono una ragazza di 28 anni e mi ritrovo ad avere problemi in tutte le relazioni sentimentali in cui mi trovo. Soffro di ansia sociale e non sono mai stata ricambiata dai ragazzi che mi piacevano, mentre ho sempre rifiutato chi ha tentato di approcciarsi a me per i motivi più vari (troppo bello/brutto/poco intelligente/troppo popolare). Ricordo che alle scuole medie per la prima volta un ragazzo che mi piaceva da tanto tempo mi scrisse il classico bigliettino: "Ti vuoi mettere con me?" e io ero super felice ma allo stesso tempo terrorizzata, dopo qualche giorno risposi che non lo sapevo e lui mi disse che quel biglietto era uno scherzo, era solo una scommessa con un suo amico. I primi anni delle superiori mi contattò un ragazzo della mia stessa scuola, abbiamo parlato per un po' e io mi sono affezionata molto, quando mi ha chiesto di uscire ho provato uno stato di forte ansia anticipatoria e le prime volte che ci vedevamo non riuscivo neanche a parlare per la forte ansia che provavo. Siamo usciti tante volte e io ero molto affezionata, ci abbracciavamo spesso ma ero frenata dal fatto che non fosse abbastanza carino e mi vergognavo anche un po' a stare insieme a lui, invece guardando le foto dei suoi amici ho avuto un amore platonico durato diversi anni per uno di loro, con cui non sono mai riuscita a parlare. Successivamente verso i 16 anni mi chiede di uscire uno dei ragazzi più belli della scuola, io ovviamente ero terrorizzata ma le mie amiche hanno insistito affinché ci uscissi, così ho accettato, abbiamo passato una serata insieme nella sua macchina, lui mi ha portato in un posto isolato, ho dato il mio primo bacio, lui voleva avere un rapporto ed era molto insistente ma io rifiutavo perché sarebbe stata la prima mia volta e non volevo che avvenisse in quel modo. Nonostante questo lui mi toccava anche se cercavo di allontanarlo, una volta tornata a casa lui è sparito, io ovviamente chiedevo spiegazioni e lui ha iniziato ad insultarmi per il fatto che si era sentito rifiutato e che lo avevo respinto. Sono stata malissimo per un lungo periodo dopo questo evento, credo di aver sperimentato per la prima volta depressione e pensieri suicida. Ho contattato uno psicologo e uno psichiatra che mi hanno prescritto la paroxetina. Dopo questo evento ho approcciato fisicamente con vari ragazzi solo quando a qualche festa ero ubriaca, dopo non li cercavo più o li allontanavano perché non riuscivo a gestire la situazione e sapevo che ragazzi erano e che mi avrebbero fatto soffrire. A 18 anni sono stata fidanzata per la prima volta per due anni con un ragazzo conosciuto tramite amici in comune, lui ha tentato l' approccio ma all'inizio lo rifiutavo perché non mi piaceva per niente fisicamente (quando lo vedevo anni prima pensavo che fosse veramente brutto) ma era un bravissimo ragazzo, molto dolce e presente, le mie amiche insistevano affinché ci mettessimo insieme e alla fine ho iniziato a provare attrazione nei suoi confronti. Ma ricordo che la prima volta che ci siamo baciati provavo repulsione, mi vergognavo di farmi vedere in giro con lui. Ho saputo che una mia compagna di classe aveva commentato "Io con uno così brutto non riuscirei neanche a parlarci", questo mi ha ferito molto. Non sono mai riuscita ad avere un rapporto completo con lui perché avevo troppa vergogna e paura dell' intimità. Alla fine nonostante gli volessi molto bene l'ho lasciato perché avevo troppi pensieri intrusivi sul suo aspetto fisico, sul fatto che a volte provavo attrazione ma molto più spesso repulsione nei suoi confronti nonostante una forte connessione emotiva. Sono stata sola per due anni dopo questa relazione, non provando attrazione e interesse verso nessuno, fino a quando a 22 anni ho iniziato a lavorare ed ho conosciuto un mio collega di 10 anni più grande che all'epoca era fidanzato. Ho provato attrazione verso questo ragazzo e per la prima volta ho fatto io il primo passo nei confronti di qualcuno, gli scrivevo per delle scuse di lavoro, poi abbiamo iniziato a parlare di interessi in comune come la musica. Ero terrorizzata di finire come nella precedente relazione ma mi ripetevo che mi piaceva ed era carino. Così ci siamo dichiarati e la prima serata passata insieme ho provato una forte chimica nei suoi confronti, abbiamo parlato fino alle 4 di mattina, lui ha trovato il coraggio di lasciare la sua fidanzata e abbiamo iniziato a frequentarci. Il secondo giorno che ci siamo visti però già sono iniziati i pensieri intrusivi nei suoi confronti, non mi piaceva il modo in cui si vestiva, non mi piaceva il suo viso senza barba e provavo repulsione e desiderio di fuggire. Ma mi ripetevo "Prova ad andare avanti, non devi mica starci per sempre". Con lui ho avuto le prime vere esperienze intime. Così questa relazione va avanti da 5 anni dove ci sono momenti in cui penso sia l' uomo più bello del mondo e altri in cui provo repulsione per il suo aspetto e vorrei fuggire (quando provo repulsione mi vergogno anche di farmi vedere in sua compagnia dalle persone che conosco, quando lo vedo bello invece vorrei che tutti ci vedessero insieme). La situazione è peggiorata quando all' inizio di quest' anno ho interrotto la paroxetina. Le ansie nei suoi confronti si sono estese oltre all'aspetto fisico, a volte non mi piace il suo odore, ho ossessioni sul suo livello di pulizia personale e sul livello di pulizia della sua casa, ho paura che sia una persona sporca e il pensiero di stare con una persona poco pulita mi terrorizza, appena sento un cattivo odore provenire dal suo corpo provo repulsione e vorrei scappare. Anche a livello caratteriale, quando fa un pensieri che non condivido inizio a pensare che è una persona stupida e superficiale e che non posso stare con una persona così. Ultimamente ogni suo gesto e comportamento o modo di apparire mi crea ansia e rabbia. Sono devastata, vorrei scappare ma quando lo faccio sto con la speranza che lui mi cerchi, ho il terrore di lasciarlo perché fondamentalmente da quando stiamo insieme la mia vita e il mio umore erano migliorati, questa relazione mi ha aiutato a staccarmi dalla mia famiglia di origine disfunzionale, con una madre iper ansiosa e iper controllante e un padre infantile e assente. Ho appena iniziato un nuovo percorso di psicoterapia e sono terrorizzata dal fatto di dover scoprire che il mio ragazzo non è la persona adatta a me e che tutti questi pensieri siano la manifestazione che non l'ho mai amato veramente o che l'amore è finito. Scusate per la lunghezza.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Il quadro che descrivi con così tanta onestà è estremamente doloroso ma allo stesso tempo molto coerente. Le tue difficoltà nelle relazioni non sembrano nate per caso, ma appaiono come una complessa strategia di difesa che la tua mente ha costruito per proteggerti da un mondo esterno percepito, fin dalle medie, come giudicante e rifiutante. Quello che chiami "problema con l'aspetto fisico" degli altri o "repulsione" sembra essere in realtà un meccanismo di protezione: focalizzarti sui difetti estetici del partner ti permette di mantenere una distanza emotiva di sicurezza. Se il partner non è "perfetto" o se tu non sei convinta al cento per cento di lui, una parte di te si sente al sicuro perché non sei totalmente vulnerabile.
L'episodio del bigliettino alle medie e l'esperienza traumatica a 16 anni hanno segnato profondamente il tuo modo di intendere l'intimità. Hai imparato che mostrare il proprio desiderio o affidarsi a qualcuno può portare all'umiliazione o alla violenza psicologica. Non è un caso che tu oscilli tra il cercare persone che consideri "troppo" per te, che ti portano a provare un'ansia paralizzante, e persone che consideri "meno", verso cui provi repulsione. In entrambi i casi, la relazione "piena" e paritaria viene evitata. La repulsione che provi oggi per l'odore, la pulizia o i pensieri del tuo compagno sembra un'evoluzione di quella stessa ansia: quando la relazione diventa troppo stretta e l'intimità minaccia di farti perdere il controllo, la tua mente "crea" un ostacolo insormontabile per spingerti a fuggire e rimetterti al sicuro nella tua solitudine.
Il fatto che i sintomi siano peggiorati dopo la sospensione della paroxetina indica che quell'ansia, precedentemente attutita dal farmaco, è tornata a galla con tutta la sua forza comunicativa. Tua madre iper-controllante e tuo padre assente hanno probabilmente creato in te un modello in cui l'amore è controllo o abbandono, rendendo l'intimità adulta un territorio minato.
Non devi aver paura del percorso di psicoterapia che hai iniziato. L'obiettivo non è necessariamente scoprire che "non lo ami", ma capire perché la tua mente usi lui come bersaglio della tua ansia. Il fatto che tu voglia scappare ma poi speri che lui ti cerchi dimostra che esiste un legame profondo che non vuoi recidere. Il lavoro terapeutico ti aiuterà a distinguere tra ciò che è un reale disallineamento di coppia e ciò che è invece una proiezione dei tuoi traumi passati. Non si tratta di decidere oggi se lui sia "quello giusto", ma di curare la ferita che ti impedisce di stare nel presente senza sentirti costantemente in pericolo. Meriti di scoprire chi sei al di là della tua ansia e di poter vivere un rapporto che non sia una continua negoziazione tra il terrore e la repulsione.
Salve, ho 30 anni e mi sono trasferita pochi mesi fa in una nuova città raggiungendo il mio compagno che è venuto qui per lavoro. Premetto che sono venuta qui anche per iniziare un percorso di 2 mesi come stage in un posto per fare esperienza nel mio campo e vedere se può veramente piacermi questo lavoro. Lo stage non è andato a buon fine perchè alla fine dei due mesi, ho deciso di non proseguire a causa di dissapori con i titolari. Questi mi hanno umiliata dicendomi che non mi sono integrata bene nel gruppo e altre cose che mi hanno fatta stare parecchio male per giorni. Recarmi in quel luogo era per me tossico, mi faceva stare male emotivamente e fisicamente. Ho pertanto deciso di non proseguire per questo. Adesso sono quindi in cerca di lavoro da diverse settimane, sono veramente disperata perchè ho bisogno di uno stipendio per poter rimanere qui. Non voglio assolutamente tornare al mio paese perchè ciò vorrebbe dire tornare dai miei e fallire. Non lo accetto, perchè ho fatto tanti sacrifici per essere qui, per andare via di casa, per crescere, per crearmi una vita da adulta, non posso buttare tutto all'aria. Ma il solo pensiero di iniziare un nuovo lavoro mi mette molta agitazione. Perchè penso di non essere capace, ho paura di non trovarmi bene, ho paura di ritrovare persone tossiche anche lì e ho paura di fallire. Vorrei tanto poter trovare un ambiente sereno e iniziare finalmente la mia carriera. Avere un lavoro stabile, avere uno stipendio tutti i mesi. Poter pensare un po' di più a fare programmi, cosa che ora non posso fare per motivi economici. Se non dovessi trovare niente come faccio a restare qui? Quanto tempo posso darmi come limite? Sono spaventata. (Sto seguendo anche un percorso dalla psicologa che sto diminuendo sempre più perchè non posso permettermi di fare le sedute ogni settimana) Mi sento motivata a darmi da fare per rimanere qui, ma allo stesso tempo non so da dove cominciare. Mi spaventano i nuovi inizi e fin'ora non ho ottenuto neanche un singolo colloquio. Mi sento davvero indietro su tutto. Vorrei essere più serena. Le mie amiche si sposano e io sto in questa situazione. Sento davvero di aver sbagliato tutto a volte. Cosa mi consigliate? Considerando la mia ansia anticipatoria/scarsa autostima/pessimismo e altre cose.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che stai vivendo è un momento di forte vulnerabilità, ma è fondamentale distinguere tra un fallimento professionale e il fallimento della tua persona. L'esperienza dello stage è stata traumatica non perché tu non sia capace, ma perché sei finita in un ambiente disfunzionale che ha usato l'umiliazione come strumento di gestione. Quando subiamo attacchi alla nostra identità lavorativa, è naturale sviluppare un'ansia anticipatoria: la tua paura di ricominciare non è mancanza di voglia di fare, ma è il tuo sistema di protezione che cerca di evitarti altro dolore.
Il tuo timore di dover tornare dai genitori è la spinta che ti tiene attiva, ma sta diventando anche il tuo peggior nemico perché trasforma ogni ricerca di lavoro in una questione di vita o di morte. Questo "senso di urgenza" aumenta l'ansia e abbassa la tua autostima, facendoti sentire "indietro" rispetto alle amiche. Tuttavia, paragonare il tuo percorso interno a quello esterno degli altri (come i matrimoni) è una trappola cognitiva: ognuno ha i suoi tempi e tu stai affrontando una sfida di autonomia molto complessa in una città nuova, il che richiede un coraggio che non tutti hanno.
Per gestire questo blocco, il primo passo è normalizzare la tua paura. È normale essere spaventati dopo essere stati umiliati. Non hai "sbagliato tutto", hai semplicemente interrotto un'esperienza tossica, il che è un atto di salute mentale, non di debolezza. Per quanto riguarda la ricerca pratica, non darti un limite di tempo rigido che servirebbe solo a paralizzarti ulteriormente; prova invece a scomporre l'obiettivo. Inizia con piccoli passi quotidiani che non siano legati al risultato (il colloquio), ma all'azione (sistemare il CV, inviare due candidature, contattare un'agenzia).
L'autostima si ricostruisce attraverso l'azione, non attraverso il pensiero. Ogni piccola azione che compi per restare lì è una vittoria contro l'idea del ritorno a casa. Se la terapia è diventata un peso economico, parlane apertamente con la tua psicologa: a volte è possibile rimodulare il lavoro o concentrarsi su strategie pratiche di gestione dell'ansia nel breve termine. Non sei una fallita perché cerchi lavoro a 30 anni; sei una donna che sta cercando di costruire la propria indipendenza in condizioni avverse. Smetti di chiederti "e se va male?" e prova a chiederti "e se questa volta trovo persone normali?". Ti meriti la possibilità di scoprirlo senza condannarti in anticipo.
Salve dottori a volte porgo domande su curiosità e dubbi in forum del genere cerco appunto dei forum di professionisti mi chiedevo quando basti scrivere su forum del genere oppure quando c’è bisogno di un incontro reale ? Spesso dove aver ricevuto risposte alle mie domande comunque mi risolvono il dubbio , ma quando è attendibile ? Grazie per una vostra risposta
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Scrivere su un forum può essere un ottimo primo passo per dare un nome a un disagio o per ricevere un'informazione tecnica che calmi un dubbio immediato, ma la sua attendibilità ha dei limiti strutturali invalicabili. Una risposta online, per quanto professionale, rimane una consulenza teorica basata su poche righe di testo e priva della conoscenza profonda della tua storia, dei tuoi vissuti e del tuo linguaggio non verbale. In questo contesto, il professionista risponde al "dubbio", ma non può rispondere a "te" come persona nella tua interezza.
Il bisogno di un incontro reale emerge quando ti rendi conto che, nonostante le risposte ricevute siano corrette, il sollievo che ne trai è solo temporaneo o se ti ritrovi a porre continuamente nuove domande per sedare un'ansia che non scompare mai del tutto. Il forum è utile per orientarsi, ma la psicoterapia avviene nello spazio della relazione tra due persone: è lì che si smette di cercare una rassicurazione esterna e si inizia a costruire una sicurezza interna. Se senti che i tuoi dubbi sono ricorrenti o che la tua curiosità nasconde un bisogno di comprensione più profondo, quello è il segnale che il monitor del computer è diventato uno schermo troppo sottile per contenere la complessità di ciò che provi.
Ciao, vi scrivo la mia storia per darvi il contesto.
Sono stato fidanzato per 8 anni con una ragazza. In quel periodo ero fuori forma e non mi piacevo, al punto da vivere quasi solo per lavorare e togliermi qualche sfizio, senza mai sentirmi davvero bene con me stesso. Ho comprato casa e siamo andati a convivere, ma negli ultimi due anni il nostro rapporto era diventato più una convivenza tra amici: sì, c’era ancora qualche rapporto, ma mancava tutto il resto.
Lei non lavorava, non aveva molte amicizie ed era bloccata in un percorso universitario che non riusciva a concludere, nonostante ci fossero diversi anni di differenza tra noi. Negli ultimi due anni prima della separazione, io avevo iniziato un grande cambiamento personale, tra dieta e palestra, trasformando il mio corpo. Questo aveva portato anche a una sua crescente gelosia.
Il fatto di vivere lontano dall’università, insieme alla gestione della casa, del cane e ad altre responsabilità, aveva contribuito ad allontanarla dal suo obiettivo. Inoltre, col tempo ho capito che viveva una forma di depressione di cui però non era mai riuscita a parlarmi apertamente: questa cosa mi rendeva nervoso perché, tra le tante cose, le pagavo anche lo psicologo senza però sapere davvero cosa stesse vivendo.
Io ero l’unico a lavorare e a occuparmi delle spese, delle uscite e di tutto il resto. In casa non mi faceva mancare nulla: pulizie ecc., faceva tutto lei, e già questo probabilmente è stato un errore mio.
A un certo punto, di fronte alle attenzioni di una ragazza — in mezzo a tutte quelle che avevo trascurato — non sono riuscito a trattenermi e, anche se non è successo nulla di fisico, ho deciso di lasciare la mia ex. È seguito un mese difficile, con continui messaggi e anche una gravidanza inventata da parte sua. Alla fine lei ha lasciato casa definitivamente.
Dopo poco è iniziata una frequentazione con un’altra ragazza, durata circa tre mesi: molto intensa fisicamente, ma anche tossica, tra love bombing e insicurezze che mi ha trasmesso. Dopo una vacanza finita male, ho chiuso anche questa storia.
Pochi giorni dopo ho conosciuto la mia attuale ragazza: un colpo di fulmine. È molto bella e forse proprio qui ho fatto il mio errore più grande. Dopo pochi giorni abbiamo deciso di convivere.
In questo quasi anno mi sono ritrovato a gestire praticamente tutto: casa, spese e organizzazione. Abbiamo un conto cointestato su cui mettiamo entrambi la stessa cifra, ma basta solo per il cibo: non copre bollette, uscite o altre spese, che ricadono su di me. Inoltre non mi aiuta né in casa né in altro.
È molto affettuosa e da quel punto di vista sto bene, non mi manca l’affetto. Però sessualmente e fisicamente non mi prende come la precedente, tanto che ho dovuto adattare alcune mie abitudini. Nonostante questo, emotivamente sto bene… o almeno credo.
Sto lavorando molto su me stesso, ma spesso penso di non meritarla, sia a livello fisico che di immagine. Cerco di darle tutto: attenzioni, affetto, regali, cene. Tuttavia il suo passato e i suoi tanti ex mi pesano molto. Spesso fa riferimenti a esperienze vissute (ristoranti, viaggi, cose fatte), anche senza citarli direttamente, e questo mi fa stare male. Gliel’ho detto, ma lei lo fa con leggerezza.
Tutto questo mi porta a vivere una forte disparità emotiva: mi capita di piangere spesso, di pensare di non meritare la felicità. Mi dispiace persino per il mio cane: prima era sempre con la mia ex in casa e non restava mai solo, mentre ora, lavorando entrambi, si ritrova spesso da solo.
Non riesco a lasciarla, anche se ci ho provato più volte. Vederla piangere e promettere che cambierà, senza poi farlo davvero come vorrei, mi blocca e non riesco ad andare fino in fondo.
Devo anche dire che in tante cose è davvero cambiata: probabilmente aveva bisogno di tempo, prima era triste e ora non lo è più, si chiudeva molto mentre oggi lo fa molto meno. Però, nonostante questi miglioramenti, io non mi sento valorizzato né alla pari. Spesso ho la sensazione che non mi ascolti davvero, non mi aiuta, non dà peso alle mie necessità, al mio bisogno di conferme e certezze. L’aiuto pratico è praticamente nullo e quello morale molto poco.
Io mi sono messo subito a sua disposizione in tutto, non le ho fatto mancare niente e l’ho messa al centro della mia vita, cambiando me stesso — di nuovo — per cercare di sentirmi all’altezza e meritarmela. E ora mi trovo così: incapace di lasciarla, ma senza stare mai, mai davvero bene o sentirmi apprezzato.
Lei mi parla di figli e di un “per sempre” insieme, e da una parte questo mi fa piacere, ma dall’altra sono terrorizzato all’idea che la mia vita possa essere sempre così: per sempre, con un peso che sento di portare da solo, sempre di fretta a cercare di fare tutto da solo. In cosa sbaglio? Su cosa posso lavorare o dove ho bisogno di aiuto? Sono andato anche da una psicologa, ma non mi ha mai aiutato davvero, nonostante tante sedute.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Capisco profondamente la tua stanchezza. Ti trovi in un circolo vizioso dove dai tutto te stesso per sentirti "abbastanza", ma finisci per attirare partner che si appoggiano totalmente a te, lasciandoti svuotato e non ricambiato. Questo tuo bisogno di gestire ogni cosa, dalle spese alla casa, è una corazza che usi per proteggerti dal timore di non essere amato per quello che sei, ma solo per quello che fai.
Il dolore che provi nasce da questa forte disparità: sei un adulto che si prende cura di tutto, accanto a una persona che si comporta in modo immaturo, delegandoti ogni responsabilità. Il pianto di lei e le sue promesse non mantenute sono meccanismi che ti tengono prigioniero nel senso di colpa, impedendoti di guardare alla tua infelicità.
Il lavoro più importante che puoi fare ora è smettere di cercare di "meritartela" attraverso il sacrificio. Meriti una relazione dove il carico sia diviso e dove il tuo valore non dipenda da quanto risolvi i problemi altrui. Se l'idea di un futuro insieme ti terrorizza invece di darti gioia, è perché il tuo istinto sa che non puoi reggere questo peso per sempre.
Buongiorno Dottori. Circa 10 anni fa ho casualmente incontrato un uomo molto molto più giovane di me. Uscivo da un periodo terribile, avevo appena perso mia madre dopo una malattia inesorabile ed ero sentimentalmente sola già da molto tempo. Ero in cura con farmaci antidepressivi e vivevo come in mezzo ad una nebbia. Finchè, quasi mi fossi "risvegliata" da un brutto sogno, mi sono improvvisamente accorta dei suoi sguardi, delle sue attenzioni, delle sue premure nei miei confronti, ma data la notevole differenza di età ho preso la cosa con divertimento, pur essendone lusingata. Poi, è scoppiato il covid e siamo rimasti tutti isolati nelle case. Ma un giorno, inaspettatamente, lui si è presentato a casa mia, dicendo che voleva rivedermi e che mi aveva portato la colazione. L'ho fatto salire, non senza stupore, abbiamo chiacchierato un po' ma...la "scintilla", se così vogliamo chiamarla, era ormai scattata e abbiamo fatto sesso con trasporto. Pensavo fosse finita lì, e invece -poichè per motivi legati alla professione che lui svolge ci incontriamo settimanalmente - tutto è continuato. Quando l'ho conosciuto era ancora fidanzato, poi si è sposato, ha avuto un figlio, a differenza mia che ho avuto una vita sentimentale disastrosa nonostante ogni volta abbia dato tutta me stessa al partner e per far funzionare il rapporto. Il suo, sembrava un matrimonio felice, innamorato della ragazza di sempre, un figlio splendido, quello che insomma avrei voluto la vita riservasse a me. Due anni fa, mi ha inaspettatamente detto che si stava separando dalla moglie. Lo vedevo infatti da tempo incupito, con meno voglia di parlare, ma a mia richiesta rispondeva che aveva "problemi" di cui non gli andava di parlare. Sembrava essersi lasciato andare. Ingrassato, trascurato (come è anche tuttora). Avendo cambiato posto di lavoro, mi nominava spesso colleghi e soprattutto colleghe con cui di tanto in tanto usciva e, particolarmente nominava le colleghe, a suo dire tutte belle, tutte brave, con cui c'era tanto affetto. Intanto, nel frattempo, aveva lasciato moglie e figlio non potendone più della situazione in casa, separandosi tuttavia solo di fatto. La moglie gli ha negato la separazione consensuale e dunque vivono in case diverse anche se a poca distanza, per il bambino. Ne sono rimasta dispiaciuta e l'ho invitato a riflettere, a tornare sui propri passi per amore del figlio, ma lei sembra irremovibile. Non se ne è andato per me. Noi abbiamo avuto solo rapporti intimi, anche se durante i nostri incontri ci siamo conosciuti meglio, sorretti a vicenda nei momenti di crisi, confidati, ma un rapporto vero e proprio non è mai partito (nel senso uscire insieme, condividere degli spazi e degli interessi): io non l'ho chiesto, data l'insormontabile differenza d'età sapevo già dall'inizio di non poterlo pretendere, ma neppure lui l'ha fatto. Finchè, proprio durante i rapporti intimi, a un certo punto lui non ha voluto più che gli lasciassi "segni" sul corpo a causa di baci un po' troppo marcati, pretendendo tuttavia di continuare a farli a me. Già questo mi ha lasciata perplessa. Ho chiesto spiegazioni, e lui mi ha risposto che non vuole si notino, data la professione che svolge. A questo punto, ho detto che anch'io avevo però diritto a non essere "marchiata". Poi, con il trascorrere del tempo, e sempre non richiesto, ha cominciato a nominarmi spesso una collega, anche lei separata però legalmente e con due figli con cui si era incontrato di tanto in tanto, anche con gli altri colleghi, affermando che era una donna molto bella (ma lo sono anch'io), facendomi capire che indossava biancheria sexy, quando io al contrario non ho voluto indossarla non perchè non la possegga, ma perchè suppongo che il desiderio sessuale di un uomo, se è genuino, debba scattare senza ricorrere a mezzucci.... Infine, siamo arrivati a ciò che non ho potuto tollerare. E' accaduto che mentre si trovava da me, la collega lo chiamasse, e non per una volta, sul cellulare. Trovandomi lì vicino e pur non volendo, non ho potuto fare a meno di ascoltare le loro voci affettuose, e scambiarsi facezie non di lavoro, con l'intesa di sentirsi la sera. Soprattutto mi ha ferita il suo "Finalmente!" come di persona che ha aspettato tanto una telefonata ed ora che è arrivata se ne compiace. Unpo' troppo, per una collega che si ha modo di vedere tutti i giorni, o quasi. Tra l'altro e' per me inaccettabile che queste telefonate avvengano comunque in mia presenza e senza nessun riguardo per lui che sta lavorando ed anche per me che sto lavorando con lui. Non capisco perchè lui glielo permetta, perchè non le dica, come ritengo avrebbe dovuto fare, di richiamare in altra ora. Lì per lì ho fatto come sempre, vale a dire non ho commentato pur assumendo un atteggiamento freddo e distaccato, ma quando lui mi ha fatto capire attraverso baci e carezze che voleva un rapporto, mi sono rifiutata, ben decisa, stavolta, a parlare. L'ho invitato ad essere chiaro, a dirmi la verità su questa persona che stava diventando, stando alla quantità di volte in cui non richiesto me la nominava, mostrandomi la sua foto e quella dei suoi figli che tiene nel cellulare insieme a quelle del figlio legittimo, e adesso facendomi ascoltare anche le loro telefonate, sempre più ingombrante, almeno in casa mia. E che, permettendole di farle, stava dimostrando un'assoluta mancanza di rispetto, e di sensibilità nei miei confronti. Come fanno tutti gli uomini in queste situazioni, ha ovviamente negato, dicendo le solite frasi "sei gelosa, è solo una collega (che tra l'altro vede tutti i giorni), sei veramente una grande regista per mettere su tutto questo, ecc.). Ho risposto che prima di essere gelosa sono una persona che tiene molto alla sua dignità. Che, se mi riteneva una grande regista, lui si era però dimostrato un pessimo attore, e che a prescindere da tutto, non mi prestavo ad essere la "ruota di scorta". Del resto, se come suppongo ha un'altra, i rapporti intimi ora può tranquillamente averli con l'altra, io non sono la moglie. Quale dovrebbe essere, infatti, il mio ruolo? Se ne è andato incupito. Ed io mi sento distrutta. Se ha un'altra relazione perchè non dirmelo apertamente? Io, essendo una donna educata tradizionalmente, non ho mai preso "iniziative" con gli uomini, neppure quando ero più giovane. Dunque, si è trovato anche facilitato, in questo senso, io avevo già capito, non c'era bisogno che mi facesse del male. Come è potuto cambiare così? E quale dovrebbe essere ora, il mio comportamento se queste telefonate dovessero continuare ( sempre che io lo riveda)? Non so immaginare, infatti, se e quando lo rivedrò avendo lasciato del lavoro in sospeso, non credo vorrà riparlarne e neppure io, avendo già detto ciò che ho ritenuto fosse giusto dire per me, ma non si sa mai. Potreste rispondermi? Vi ringrazio, la mia sofferenza è immensa.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno. Comprendo profondamente l'immensa sofferenza e il senso di frammentazione che sta vivendo in questo momento. Quando una relazione, seppur racchiusa entro confini non ufficiali, si protrae per dieci anni attraversando fasi cruciali della vita, essa assume un peso specifico enorme nella nostra architettura emotiva. Il dolore che prova oggi non è solo legato all'ultimo episodio della telefonata, ma è il culmine di un lungo percorso in cui la sua dignità, il suo bisogno di riconoscimento e il suo investimento affettivo si sono scontrati con una realtà che è diventata via via più ambigua e svalutante.
Per comprendere come quest'uomo sia potuto cambiare, è necessario guardare a come è iniziata e a come si è strutturata la vostra dinamica fin dal principio. Lei è entrata in questo legame in un momento di estrema vulnerabilità, mentre elaborava il lutto per la perdita di sua madre e si trovava in uno stato di sofferenza depressiva. Le attenzioni di quest'uomo sono state una sorta di risveglio vitale, una lusinga che ha riacceso una scintilla in un momento buio. Tuttavia, la marcata differenza d'età e la consapevolezza della sua situazione sentimentale l'hanno spinta a porre un limite preventivo, quasi a protezione di se stessa: si è detta che non poteva pretendere un rapporto vero e proprio, accettando una dimensione parallela e prevalentemente intima.
Nel corso degli anni, l'ambiguità è diventata la cifra stilistica di questo rapporto. Quest'uomo ha vissuto la sua vita "ufficiale" costruendo una famiglia, mentre manteneva con lei uno spazio protetto, privo di responsabilità quotidiane, dove trovare sostegno nei momenti di crisi e gratificazione intima. Quando la sua vita matrimoniale è entrata in crisi e si è arrivati alla separazione, il suo equilibrio psicologico è venuto meno, e questo si è riflesso anche nel suo aspetto fisico e nel suo modo di relazionarsi. La comparsa della figura della collega, i commenti sulla bellezza, i dettagli sull'intimo sexy e, infine, le telefonate affettuose in sua presenza non sono necessariamente un cambiamento improvviso, ma piuttosto la manifestazione di un bisogno di quest'uomo di cercare conferme esterne, unito a una profonda immaturità e a una progressiva mancanza di rispetto per il vostro spazio.
L'episodio della telefonata in casa sua e sul luogo di lavoro rappresenta una violazione di un confine fondamentale. Ricevere chiamate di quel tenore, mostrarsi compiaciuto con il "Finalmente!" e ignorare il contesto lavorativo e la sua presenza non è solo una mancanza di tatto, ma un comportamento che segnala come lui stesse progressivamente dando per scontata la sua disponibilità e la sua tolleranza. La reazione difensiva di lui, che ha utilizzato la strategia di minimizzare le sue ragioni accusandola di essere "una grande regista" o "gelosa", è un classico meccanismo di negazione e manipolazione della realtà, volto a non assumersi la responsabilità delle proprie azioni e del malessere che provocano nell'altro.
Lei ha reagito con grande fermezza, tutelando la sua dignità e rifiutando il ruolo di "ruota di scorta", e questo è un passo di fondamentale importanza per il suo valore personale. Il fatto che lei sia educata secondo principi tradizionali l'ha portata a mantenere una posizione di attesa e di discrezione, ma questo non significa dover accettare l'invisibilità o la mancanza di riguardo. Non c'è una risposta sincera da parte di lui sul perché non le dica apertamente se c'è un'altra relazione, perché farlo significherebbe rinunciare al controllo e al beneficio di avere più canali di attenzione aperti contemporaneamente.
In merito a quale debba essere il suo comportamento futuro, specialmente in virtù del lavoro che avete in sospeso e degli incontri settimanali inevitabili, la strada da percorrere richiede la massima fermezza sui confini professionali. Se e quando vi rivedrete per motivi professionali, l'atteggiamento più protettivo per la sua serenità è quello di una rigorosa neutralità. Se dovessero verificarsi nuovamente telefonate personali e inappropriate in sua presenza, lei ha il pieno diritto di interrompere momentaneamente l'interazione lavorativa, ridefinendo lo spazio con una frase semplice e asettica, legata esclusivamente al rispetto del tempo e del lavoro comune, senza entrare nel merito della gelosia o della natura del rapporto di lui con la collega.
Il silenzio e la distanza emotiva che manterrà d'ora in avanti non sono una punizione per lui, ma uno scudo per lei. Avendo già espresso chiaramente il suo pensiero nell'ultimo incontro, non c'è altro da chiarire o da negoziare. Questa immensa sofferenza, sebbene dolorosa, è anche il segnale che il suo sé più autentico si sta ribellando a una situazione che non le restituiva il valore che merita. Si conceda il tempo di elaborare questo strappo, focalizzandosi sul recupero della sua centralità e della sua stima personale, ricordando che proteggere i propri confini è il primo e più importante atto d'amore verso se stessi.
Salve, vi scrivo per avere una consulenza riguardo una situazione lavorativa in cui mi trovo. Per contesto, lavoro nell’azienda attuale da più di 7 anni in cui progressivamente mi sono affermata, o così pensavo, nei vari ambiti di competenza sempre con impegno e forte dedizione. Il clima aziendale è sempre stato subdolamente tossico, principalmente a causa di una collega che ha reso e continua a rendere il posto un inferno per chiunque si “metta contro” di lei o delle sue idee. Questo ha portato a diversi scontri con diverse personalità nell’azienda che a volte si sono risolte semplicemente con il passare del tempo, e altre volte hanno portato proprio alle dimissioni di alcuni. Io stessa in prima persona ho subito più volte le sue “paturnie” perché caratterialmente sono una persona che preferisce il confronto piuttosto alla falsità e quando alcune cose che mi ha fatto non mi sono state bene ho sempre preferito parlarne direttamente (prese in giro tramite i vari social, turni cambiati per palese ripicca…). Quando ho poi affrontato la persona il più delle volte la situazione si distendeva per passare alla prossima vittima. Per arrivare alla situazione attuale, nell’ultimo periodo c’è stato parecchio stress in tutto l’ambiente anche dovuto all’arrivo imminente di un controllo dai piani alti della sede, che ha portato ad uno “scontro” tra me e il mio datore di lavoro. Da parte sua c’è stata una forte aggressione verbale, con toni di voce fortemente alterati, colpi dati alle ringhiere…, aggressione questa dovuta a detta sua ad una “evidente necessità di essere più aggressivo per poter essere ascoltato visto il forte menefreghismo”. Da parte mia una risposta di difesa in cui appunto affermavo che non capivo il tono dell’attacco e soprattutto le accuse, essendo sempre stata come dicevo fortemente dedita a questo posto di lavoro spesso anche sacrificando molto del mio tempo libero o addirittura presentandomi anche in condizioni di salute fortemente precarie. La discussione non si è conclusa in alcun modo perché alla sua frustrazione sul “perché se parlo con le altre stanno zitte e dicono di sì, quando invece parlo con te hai sempre da rispondermi?” Io non sapevo che risposta dare. Non nego però che questa discussione mi ha lasciato fortemente turbata in primo luogo per la violenza dell’attacco, e poi per l’estraneità dalle accuse che mi rivolgeva. (Solo dopo scoprirò che la discussione che lui faceva non era indirizzata a me!) In ogni caso per giorni io mi sono trovata fortemente destabilizzata da questo episodio aspettandomi che comunque avvenisse un chiarimento una volta che il nervoso del momento fosse passato. Questo non è avvenuto e mi ha lasciato per giorni a pezzi, giorni in cui mi recavo a lavoro senza essere salutata lasciata sola ed esclusa da qualsiasi cosa. Mi sono trovata a non riuscire più a dormire per pensare a come avrei potuto affrontare la situazione, a cosa potevo aver sbagliato, a non mangiare per la sensazione di nausea costante. La cosa che mi ha turbato più di tutte poi è stata la mancanza di empatia da tutto lo staff di colleghe, che mi hanno esclusa da tutto e a malapena mi rivolgevano parola. Questo ha portato alla mia necessità di riaffrontare il mio datore di lavoro per avere un chiarimento, per capire come poter risolvere la situazione. Non è stato facile perché lui ha cercato di evitare il confronto dicendomi anche che lui non aveva niente di cui parlare perché non c’era nessuna situazione. Una volta che sono riuscita ad instaurare un dialogo civile ho cercato di spiegare le mie ragioni della risposta e cercando di capire le sue ragioni per una reazione così aggressiva (qui scoprivo che la sua era una discussione mirata a tutti non solo a me). Più ho provato a spiegargli che secondo me un attacco così aggressivo non poteva portare a nulla di buono più ricevevo risposte fredde e dure. Purtroppo questo muro mi ha fatto vacillare, tanto da farmi arrivare a chiedergli se veramente quindi non avevo nessun valore per quella azienda e se questo trattamento secondo lui era meritato. Da notare è che il primo scontro era stato in presenza della collega di cui parlavo all’inizio, mentre questo secondo incontro lei non era presente. Comunque dopo un po di conversazione ci siamo spiegati e anche lui ha ammesso lo stress e l’aggressività del suo atteggiamento. Per me questa seconda discussione era necessaria per un suo intervento nell’atteggiamento di tutto lo staff, affinché intervenisse perché io potessi trovare un ambiente lavorativo vivibile e non così provante come era stato fino a quel giorno. E da questa seconda discussione sono uscita lievemente positiva e lievemente rincuorata, anche dal fatto che mi ha detto “hai fatto bene a parlarne perché magari io ero ancora innervosito dalla situazione ma parlandone siamo tutti più tranquilli”. Dopo questo confronto io ho avuto i miei giorni di riposo e sono rientrata a lavoro il giorno prima dei controlli in cui ingenuamente, e nuovamente, mi sono trattenuta oltre orario cercando di mostrarmi più positiva anche con le colleghe. Il giorno dopo, giorno dei controlli, arrivo a lavoro e il clima era invece di nuovo di ferro. A malapena saluti, la collega aveva nuovamente stretto la morsa sulle altre tanto ad arrivare al fatto che durante l’ora di pranzo loro si sono prese da mangiare se lo sono divise tra di loro chiedendosi le une con le altre cosa volevano dandomi le spalle e ignorandomi e mangiando davanti a me come se non esistessi. La giornata è stata lunga ed infernale.. e da lì ho capito che non c’era soluzione. Avergli parlato non ha fatto che peggiorare ulteriormente la situazione e io ero ormai 15 giorni sull’orlo dell’esaurimento nervoso, 15 giorni senza mangiare quasi nulla e senza dormire piangendo ogni giorno per l’ansia di cosa mi avrebbe aspettato il giorno dopo. L’ultimo giorno mi sono dovuta recare dal dottore in preda al panico che mi ha dato delle gocce e mi ha consigliato del riposo perché non erano condizioni normali. Io non so più neanche se ho sbagliato o non ho sbagliato, ma mi è sembrato come se volessero eliminarmi per essere quella che risponde, e che tutto è andato giù molto rapidamente. Non mi sembra che ci sia una alternativa sé non andare via, perché arrivare a pensare a gesti estremi pur di non dover andare in quell’ambiente mi sembra assurdo! La mia problematica è una sola, ora sono in malattia e mi sto piano piano riprendendo, ma so già che rientrare lì dopo aver preso una malattia sarebbe un circolo infinito di ritorsioni. Allo stesso tempo però il mio compagno lavora lì con me, e non voglio denunciare per mobbing per evitare ritorsioni anche a lui.. cosa mi consigliate di fare? Io non so più dove sbattere la testa…
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera. Leggendo le sue parole emerge con grande chiarezza il carico di sofferenza, logorio e profonda ingiustizia che sta affrontando. La sensazione di essere "sul punto di un esaurimento nervoso", la perdita del sonno, della fame e l'ansia invalidante sono i segnali inequivocabili che il suo corpo e la sua mente stanno inviando: una risposta d'allarme del tutto sana e legittima di fronte a un ambiente che è diventato, a tutti gli effetti, insostenibile e patogeno.
In quanto psicologo, ci tengo innanzitutto a validare il suo vissuto e a toglierle un dubbio che la tormenta: lei non ha sbagliato. Il fatto che il suo datore di lavoro si sia domandato perché lei rispondesse a differenza delle altre colleghe che "stanno zitte e dicono di sì" non indica una sua colpa, ma evidenzia la sua integrità. In un sistema aziendale disfunzionale e sottomesso alle dinamiche di potere e manipolazione di una singola figura (la collega che descrive), la sua preferenza per il confronto aperto e per la dignità personale viene percepita come una minaccia all'ordine costituito, basato sulla paura e sul silenzio. Il tentativo di isolarla, l'esclusione deliberata anche durante il pranzo e il "muro" che ha trovato fanno parte di una dinamica di punizione sociale ed emotiva volta a piegare la sua resistenza.
È doloroso constatare che persino i suoi tentativi più maturi e civili di chiarimento, sia con il titolare che con le colleghe, siano stati strumentalizzati o ignorati. Il datore di lavoro, pur avendo ammesso lo stress in un momento di fragilità, si è dimostrato incapace di gestire la leadership e di tutelare il benessere psicofisico dei suoi dipendenti, lasciando che le dinamiche tossiche riprendessero il sopravvento immediatamente dopo. Questa realtà le dimostra che il problema non è la sua performance o la sua dedizione, che sono state massime per sette anni, ma la struttura stessa dell'ambiente in cui si trova.
La comparsa di pensieri estremi pur di non recarsi al lavoro è un segnale di massima allerta che non va assolutamente sottovalutato. Significa che il limite della tollerabilità emotiva è stato superato e che la sua priorità assoluta in questo momento storico deve essere la tutela della sua salute e della sua incolumità psicofisica. La malattia che sta fruendo ora è uno spazio protetto fondamentale: la utilizzi non solo per riposare il corpo, ma per distanziarsi emotivamente da quel luogo e ritrovare la lucidità.
La presenza del suo compagno nello stesso ambiente lavorativo aggiunge indubbiamente un livello di complessità e comprensibile preoccupazione, poiché il timore di ritorsioni indirette su di lui agisce come un freno alla sua capacità di difendersi legalmente. Questa è una valutazione pratica molto saggia da parte sua, ma non deve trasformarsi in una trappola che la costringe a subire in silenzio o a sacrificare se stessa.
In una situazione del genere, l'alternativa di allontanarsi definitivamente da quell'azienda non è una resa, bensì un atto di profondo rispetto e cura verso se stessa. Proseguire in un circolo vizioso di ritorsioni, ansia e privazione del sonno rischierebbe di compromettere seriamente la sua salute a lungo termine. Il lavoro è una parte importante della vita, ma non può essere barattato con la propria integrità e la propria serenità.
Il consiglio terapeutico principale è quello di prolungare il periodo di malattia per tutto il tempo concordato con il medico, al fine di ristabilire una base biologica minima di sonno e nutrimento, idealmente facendosi affiancare da un professionista della salute mentale sul territorio per elaborare il trauma di questo crollo relazionale. Parallelamente, utilizzi questo tempo di distacco per pianificare una strategia d'uscita, valutando la ricerca di un nuovo impiego o le dimissioni. Proteggere se stessa in questo momento è il passo più urgente e necessario, e guardare oltre quell'azienda è il primo passo per riappropriarsi della sua vita.
Domande più frequenti
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Ernia del disco lombare
Gentile paziente,
certamente un'ernia potrebbe essere la causa del suo…