Domande del paziente (46)

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa FIlomena Guida

    Buongiorno,
    grazie per aver condiviso una parte così importante della tua storia.
    Da quello che racconti si sente quanto questo legame sia stato intenso, ma anche quanto, nel tempo, ti abbia creato confusione,... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa FIlomena Guida

    Buongiorno,
    la ringrazio per aver condiviso la sua esperienza, che è molto più comune di quanto si possa pensare, anche se spesso se ne parla poco.

    Quello che descrive non ha nulla a che vedere con un... Altro


    Buongiorno,
    vorrei provare a sottoporvi una domanda. Ho 37 anni e sono single da 4 anni.
    In questo periodo mi sono messa in gioco come potevo, sia tramite amici di amici sia tramite l'uso sporadico di app di dating. Queste ultime soprattutto ritengo essere state una grande perdita di tempo in quanto non arrivavo mai al secondo appuntamento o a volte nemmeno all'incontro. A dire la verità analizzando anche gli incontri avuti con persone conosciute dal vivo sono stati incontri dove non ho percepito un reale interesse nel conoscermi. Argomenti spesos superficiali, mi chiedevano dei miei ex, ma zero domande su chi fossi io mentre io a loro ne facevo per poi sparire poco dopo. Devo ammettere che sto cominciando a pensare di essere io una persona banale o che in qualche modo annoia gli altri. Spesso mi sentivo dire che non scattava la scintilla ma dubito possa scattare in 2 appuntamenti! Temo di dovermi rassegnare a rimanere single a vita e credo pure che oggi incontrare il vero amore sia solo questione di trovarsi al posto giusto al momento giusto.
    Questa singletudine mi pesa, ho solo amici accoppiati e ormai non ci si vede più. Sto provando a rimettermi in gioco ancora una volta ma negli ambienti vhe frequento le conoscenze faticano ad arrivare e così spesso esco anche da sola. Avrei voluto diventare madre, mi sono sempre immaginata con uno o due figli ma ormai temo di essere fuori tempo massimo.
    Se devo rassegnarmi lo farò ma vorrei capire cosa mi manca rispetto alle altre ragazze che finiscono una relazione e dopo qualche anno le vedi già con un altro e spesso sono ragazze assolutamente normali come me.
    Sono a chiedervi se puó essere possibile che certe persone non incontrino mai qualcuno che faccia al caso loro?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa FIlomena Guida

    Buongiorno,
    quello che descrive è una fatica che molte persone vivono oggi, e può far sentire poco viste e poco considerate. È comprensibile che, dopo diversi tentativi andati così, venga naturale pensare che ci sia qualcosa che non va in sé, ma non è necessariamente così.
    Spesso, soprattutto nelle app o negli incontri occasionali, manca proprio la disponibilità a conoscersi davvero. Il fatto che non si vada oltre pochi appuntamenti o che non “scatti la scintilla” non significa essere una persona banale, ma incontrare persone poco pronte o poco coinvolte.
    Più che chiedersi cosa le manca, può essere utile spostare lo sguardo su ciò che desidera davvero e sui contesti in cui è più facile incontrare qualcuno con la stessa intenzione.
    Non è affatto detto che alcune persone siano destinate a restare sole. A volte serve più tempo, o semplicemente incontri diversi. La sua voglia di rimettersi in gioco è già un segnale importante.
    Un percorso di riflessione personale, anche con un professionista, potrebbe aiutarla a comprendere meglio le sue modalità relazionali e a individuare contesti più favorevoli a incontri significativi.
    Filomena Guida


    Buongiorno, sono una ragazza di 25 anni. Ultimamente sto vivendo un periodo di stress e ansia dovuto al fatto che non ho mai cose da fare, specialmente nel weekend.
    Ho i miei amici, pochi ma buoni ma li ho. Il problema é dato dal fatto che non ho una compagnia con cui uscire: tutti I miei amici Hanno qualche altro gruppetto con cui solitamente escono, oppure escono con I propri partner e le loro compagnie.
    Io sono fidanzata ma il mio compagno lavora nel weekend perció non organizziamo mai niente di che.
    Questa situazione mi sta creando disagio perché vorrei vivermi la mia gioventú di piú, divertirmi, fare delle belle uscite in compagnia, e invece mi ritrovo a fare una vita da sessantenne con mia mamma.
    Tutto ció mi crea disagio perché poi mi viene da pensare che io non abbia una compagnia perché sono sbagliata Io, o perché non sono abbastanza intraprendente o non abbia abbastanza amici e automaticamente mi viene da pensare che io sia sfigata.
    Mi sono domandata perché io possa essere finita in questa situazione e probabilmente é perché ho vissuto un anno fuorisede e i miei amici si sono creati i propri equilibri e le proprie compagnie. Oppure questa sensazione potrebbe essere dovuta al fatto che non sto lavorando ne studiando al momento e quindi mi ritrovo a passare tutte le giornate a casa (spero quindi appena inizieró a lavorare di non sentirmi piú cosí).
    Peró insomma mi sento molto appiattita e ho paura che questa situazione con il passare del tempo non possa che peggiorare. Vorrei anche solo cercare di cambiare il mio pensiero a riguardo per vivermela meglio e accettare che ci siano periodi piú piatti rispetto ad altri, senza vivere con l'ansia e la fomo che mi perseguita.
    Grazie per le vostre eventuali risposte.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa FIlomena Guida

    Buongiorno,
    da ciò che descrive emerge un vissuto molto comprensibile, legato più alla qualità del tempo che sta vivendo che a una sua “mancanza” personale.
    Periodi di transizione, come quelli in cui non si lavora o non si studia, possono amplificare la percezione di vuoto e favorire confronti con gli altri, soprattutto sui social o osservando le vite dei coetanei. Questo può attivare pensieri del tipo “c’è qualcosa che non va in me”, che però non corrispondono necessariamente alla realtà.
    Il fatto di non avere sempre una compagnia organizzata per il weekend non significa essere “sbagliata” o “sfigata”, ma spesso riflette semplicemente incastri di vita, routine diverse e fasi in cui le reti sociali degli altri sono più strutturate.
    È importante anche considerare che il bisogno di socialità e divertimento è legittimo, ma può essere utile distinguere tra desiderio di compagnia e interpretazioni più dure verso sé stessi. Il disagio che sente sembra infatti alimentato soprattutto dal significato che attribuisce alla situazione.
    Può essere utile lavorare su due livelli: da un lato, cercare attivamente nuove occasioni sociali (anche fuori dai gruppi abituali), dall’altro provare a ridurre il giudizio su di sé e l’idea che questa fase definisca il suo valore o la sua “normalità”.
    Con il ripristino di attività più strutturate (come lavoro o studio), è possibile che la percezione di vuoto si riduca, ma può essere altrettanto utile imparare a tollerare e dare un significato meno negativo ai periodi più “lenti”.
    Un cordiale saluto.
    Filomena Guida


    Il mio ragazzo fuma e lo facevamo anche insieme e io sono incinta di 26 settimane quindi dalla scoperta cambio vita lui diceva di volere il bambino e che era contento ma poi ha cominciato a vivere per strada e io sono stata con lui a causa di vari litigi con nostre famiglie fin che ho potuto poi sono tornata da mio padre e mi ha accusata di averlo lasciato solo e che se non fossi andata con lui mi avrebbe lasciata.. non si fa sentire per settimane e mi ha contattata dopo 15 giorni per chiedere della gravidanza alla mia risposta "stiamo bene" non ha risposto ed è scomparso di nuovo.. senza lui soffro ma dovrà capire in qualche modo gli errori che sta commettendo è che è lui a lasciarmi sola e a non aiutarmi su nulla.. l' unica cosa che ha fatto mi ha accompagnato una volta a una visita e poi si è messo anche ad urlare per poi andare via però poi dice che non vede l'ora di vedere il figlio e che ci ama e poi di nuovo scappa..mi confonde

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa FIlomena Guida

    Buongiorno,
    grazie per aver condiviso una situazione così delicata.
    È comprensibile che lei si senta confusa e sofferente: da una parte ci sono le parole e i momenti in cui il suo compagno dice di amarvi e di voler esserci, dall’altra però ci sono assenze, silenzi e comportamenti che la fanno sentire sola proprio in un momento in cui avrebbe più bisogno di sostegno.
    Questa alternanza può creare molta instabilità emotiva e portare a chiedersi continuamente cosa sia giusto fare o pensare. I suoi dubbi, in questo senso, non sono sbagliati: stanno cercando di darle un segnale rispetto a ciò che sta vivendo.
    Allo stesso tempo, è importante riconoscere che lei ha già fatto qualcosa di molto significativo per sé e per il suo bambino, tornando in un ambiente che le offre maggiore protezione e stabilità. In gravidanza, il suo benessere emotivo e fisico è fondamentale.
    Capisco quanto possa essere doloroso il suo comportamento e quanto sia difficile tenere insieme ciò che lui dice e ciò che poi fa. Può essere utile, con molta calma, iniziare a dare più peso ai comportamenti nel tempo, senza sentirsi obbligata a dare subito un significato definitivo alla situazione.
    Non è semplice affrontare tutto questo da sola: se ne sente il bisogno, un supporto psicologico potrebbe offrirle uno spazio sicuro in cui mettere ordine nei pensieri, nelle emozioni e nei bisogni, aiutandola a sentirsi più centrata e sostenuta.
    Resto a disposizione se desidera approfondire.
    Un caro saluto
    Filomena Guida


    Buonasera, dopo quanto si può fare diagnosi di disturbo ossessivo compulsivo? Posso fidarmi di una specialista che dopo solo una seduta ha già diagnosticato e detto apertamente che soffro di DOC?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa FIlomena Guida

    Buonasera,
    la sua domanda è assolutamente legittima.
    La diagnosi di disturbo ossessivo-compulsivo si basa su una valutazione clinica accurata dei sintomi, della loro frequenza, intensità e dell’impatto sulla vita quotidiana. In presenza di segnali molto chiari, uno specialista può già dal primo colloquio formulare un’ipotesi diagnostica attendibile.
    Tuttavia, nella pratica clinica è buona prassi distinguere tra una prima ipotesi e una diagnosi strutturata, che di solito viene confermata dopo un approfondimento (colloqui successivi ed eventualmente strumenti psicodiagnostici).
    Per esperienza in ambito psicodiagnostico, posso dirle che i disturbi ossessivo-compulsivi presentano caratteristiche abbastanza riconoscibili, ma è comunque importante prendersi il tempo necessario per una valutazione completa.
    Il punto centrale, quindi, non è tanto “quanto tempo ci vuole”, ma come è stata condotta la valutazione: le sono stati spiegati i criteri? Ha avuto spazio per raccontarsi? Le è stato proposto un percorso chiaro?
    Se sente dei dubbi, è assolutamente legittimo chiedere chiarimenti o anche un secondo parere: la fiducia nel professionista è fondamentale.
    Resto a disposizione se desidera approfondire.
    Un caro saluto
    Filomena Guida


    Domande su consulenza psicologica

    Salve,
    scrivo per chiedere un consiglio su una situazione che sto vivendo da circa due settimane.

    Sono stata per sei anni in una relazione importante: convivevamo, avevamo progetti comuni e anche un cane. Tuttavia, nel tempo ci sono stati molti litigi. Ho scoperto che durante la relazione lui utilizzava Tinder quando era in trasferta e usciva con altre donne. Inoltre, ho scoperto che si era risentito con la sua ex e aveva persino progettato di tornare con lei, facendole credere che tra noi fosse finita, cosa non vera. Successivamente ha interrotto anche quella relazione, dicendo di amarmi.
    Dopo anni segnati da tradimenti e conflitti, a gennaio ha deciso di lasciarmi, sostenendo di non riuscire più a sostenere le continue discussioni. Questo è avvenuto poco dopo aver acquistato una casa, anche in prospettiva di costruire una famiglia insieme.
    Nei tre mesi successivi ho cercato in tutti i modi di recuperare il rapporto, ma lui è sempre stato fermo nella sua decisione. Poi, improvvisamente, è tornato da me chiedendomi di ricominciare. Ho accettato, ma con molta esitazione, soprattutto per il cambiamento improvviso e apparentemente immotivato.
    Da due settimane si comporta come una persona estremamente innamorata e presente. Tuttavia, non riesco a comprendere questa trasformazione così repentina. Gli ho chiesto sincerità e trasparenza, e mi ha promesso che non mi mentirà più. Nonostante ciò, continuo a provare un forte senso di dubbio e la sensazione che ci sia qualcosa di poco chiaro.
    Non so se i miei dubbi siano autosabotaggio o un segnale sano di protezione.
    Mi chiedo se dovrei lavorare sulla fiducia oppure ascoltare questo disagio come un campanello d’allarme, considerando ciò che è successo tra noi.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa FIlomena Guida

    Salve,
    la situazione che descrive è complessa e il suo vissuto è assolutamente comprensibile.
    I dubbi che sta provando non sono necessariamente un “autosabotaggio”: alla luce della storia che racconta — segnata da tradimenti, ambivalenze e cambiamenti improvvisi — è naturale che la fiducia sia oggi fragile. La fiducia, infatti, non si ricostruisce attraverso le parole o le promesse, ma attraverso il tempo, la coerenza e i comportamenti ripetuti.
    Il cambiamento che descrive nel suo partner può certamente essere possibile, ma è importante che venga osservato nel tempo, più che valutato nell’immediato. Due settimane sono ancora un periodo molto breve per poter dare un significato stabile a questa trasformazione.
    La domanda che si pone è molto importante: “sto esagerando o mi sto proteggendo?”. In molti casi, dopo esperienze relazionali difficili, il dubbio può avere anche una funzione sana, cioè quella di aiutarla a non esporsi nuovamente senza sufficienti garanzie emotive.
    Più che forzarsi a “fidarsi” o, al contrario, a chiudere, potrebbe essere utile restare in una posizione di osservazione consapevole: ascoltare ciò che sente, dare valore ai segnali interni e allo stesso tempo verificare nel concreto se i comportamenti del suo partner nel tempo risultano coerenti, rispettosi e affidabili.
    Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a fare maggiore chiarezza su ciò che desidera davvero oggi in una relazione e su quali limiti e bisogni è importante tutelare, indipendentemente dalle scelte del suo partner.
    Resto a disposizione se desidera approfondire.
    Un caro saluto
    Filomena Guida


    Buongiorno,
    devo iniziare una terapia di coppia e non so valutare la differenza tra i vari specialisti né tra i diversi approcci.

    Sono sicuramente molto confuso nell'avvicinarmi a un sistema che non conosco e che ha una grande varietà di scuole di pensiero diverse. Solo su Wikipedia vengono indicati 8 orientamenti teorici principali più altri secondari. Ho iniziato a informarmi ma non sono in grado di scegliere quale scuola di pensiero sarebbe più efficace o attualmente reputata valida o adatta al mio scopo.

    Sempre secondo Wikipedia: “la legge … non fornisce una definizione univoca del termine psicoterapia, dei suoi contenuti, delle metodologie o dell’ambito di applicazione teorico-clinico” e ancora “l’assenza di una definizione esplicita lascia spazio ad ambiguità interpretative, che si riflettono sia nel dibattito scientifico sia nella prassi clinica. In quest’ultima, infatti, il termine psicoterapia può assumere significati non sempre univoci”. Anche questo mi lascia perplesso.

    Mi immagino di ricevere risposte come: “scegli uno specialista e se vedi che non funziona cambia” ma mi sembra assurdo scegliere a caso e troppo laborioso passare da uno all’altro finché non trovo quello giusto. Porterebbe inoltre al rischio di scegliere chi mi dice quello che voglio sentirmi dire. E trattandosi di terapia di coppia la cosa potrebbe non andare bene solo a uno dei due, al ché l’altro si sentirebbe legittimato a dirgli “non stai ascoltando quello che ti viene detto, non ti impegni”.

    Per esempio leggo in un intervento di un terapeuta: "non posso che raccomandarle un percorso di psicoterapia analitica junghiana" che mi sembra proporre un percorso estremamente specifico, probabilmente quello si cui si occupa chi l'ha scritto.
    Non so se devo rivolgermi di preferenza a uno psicoterapeuta o se anche uno psicologo va bene. Leggo nei curricula frasi come “credo in un approccio xxx, in un percorso yyy, in una terapia zzz” e sono confuso da un linguaggio in cui alcuni professionisti credono (come se stessimo parlando di religione?) in una cosa e la scrivono esplicitamente lasciandomi immaginare che così facendo si differenziano da altri professionisti che in quelle cose non credono e agiscono diversamente.

    Ho letto altresì che il diverso orientamento teorico non cambia l’efficacia della terapia ma non sono convinto di ciò. E’ chiaro che la bravura di un terapista non dipende dal sesso o dall’età ma mi dico anche che non può essere indifferente.

    Ho ricevuto alcuni contatti da una terapeuta (non la conosco, né lei conosce il nostro caso). Ha consigliato dei colleghi che stima del suo stesso indirizzo ma questo non risolve i miei dubbi sulle metodologie. Mi ha anche stupito che una delle poche informazioni che ha offerto sia l’età del terapista.

    Nella zona in cui vivo ci sono centinaia di terapisti (molti anche molto giovani) e i loro curricula sono difficili da interpretare. Come scegliere?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa FIlomena Guida

    Buongiorno,
    la sua riflessione è molto pertinente: è normale sentirsi disorientati di fronte alla varietà di approcci presenti nella psicoterapia.
    Le do però un punto fermo: nella terapia di coppia non è tanto la “scuola di pensiero” a fare la differenza, quanto il modo in cui il professionista lavora. Ciò che incide davvero è la capacità di comprendere entrambi i partner, mantenere una posizione equilibrata e proporre un metodo chiaro e strutturato.
    Per orientarsi nella scelta, le suggerisco di considerare alcuni aspetti concreti: l’esperienza con le coppie, la chiarezza nel definire obiettivi e modalità del percorso e, soprattutto, il fatto che entrambi vi sentiate ascoltati fin dai primi incontri.
    Per quanto riguarda il dubbio tra psicologo e psicoterapeuta: per un percorso di terapia di coppia è generalmente indicato uno psicoterapeuta. Io sono psicologa in formazione come psicoterapeuta e lavoro seguendo un modello clinico preciso, con supervisione costante.
    L’orientamento teorico che legge nei curricula non è una “credenza”, ma il riferimento tecnico con cui il professionista lavora. Un buon terapeuta, però, sa adattare il proprio approccio alla coppia, senza rigidità.
    Il primo colloquio non è un tentativo casuale, ma parte integrante della valutazione: serve proprio a capire se quel professionista è adatto a voi. In terapia di coppia questo è fondamentale, perché entrambi i partner devono sentirsi rappresentati.
    Se lo ritenete utile, è possibile anche lavorare in co-terapia (due professionisti insieme alla coppia), modalità che favorisce un ulteriore equilibrio nella gestione delle dinamiche relazionali.
    Resto a disposizione per un eventuale confronto.
    Un caro saluto
    Filomena Guida


    Buongiorno, la relazione con il mio compagno è in difficoltà per via della sua tendenza a rientrare ubriaco.
    Una volta al mese circa capita che dopo essere uscito con gli amici del calcio rientri a casa ubriaco, a me questo turba perchè sono astemia e non mi piace vederlo ubriaco.
    Mi ha promesso che non avrebbe più guidato ubriaco, ma mi chiede di concedergli quest'uscita mensile per divertirsi.
    Considerando che i suoi amici li vede ogni giorno per una birra al circolo, questa sua richiesta è normale o sono io esagerata?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa FIlomena Guida

    Buongiorno,
    grazie per aver condiviso una situazione così delicata.
    Capisco il suo disagio: vivere accanto a qualcuno che rientra ubriaco può essere destabilizzante, soprattutto se lei è astemia e ha una sensibilità diversa rispetto all’alcol. Le sue emozioni sono quindi comprensibili e meritano ascolto.
    Allo stesso tempo, non si tratta tanto di stabilire se la richiesta del suo compagno sia “normale” o se lei stia esagerando, quanto piuttosto di capire come questa situazione impatta su di lei e sulla vostra relazione. Ogni coppia ha equilibri e limiti diversi, e ciò che conta è trovare un punto di incontro che non faccia sentire nessuno dei due a disagio o non rispettato.
    Un aspetto importante è distinguere tra il diritto di ognuno di avere spazi personali e il rispetto dei confini dell’altro. Il fatto che lui abbia accettato di non guidare dopo aver bevuto è sicuramente positivo, ma resta da comprendere quanto questa “uscita mensile” sia compatibile con il suo benessere emotivo.
    Potrebbe essere utile parlarne con lui in un momento di calma, esprimendo non tanto un giudizio sul suo comportamento, quanto l’effetto che questo ha su di lei (ad esempio: come si sente quando lo vede rientrare ubriaco). Questo può favorire un dialogo più aperto e meno difensivo.
    Se sente che la situazione continua a crearle disagio o fatica a trovare un punto di equilibrio, un percorso di supporto psicologico (individuale o di coppia) potrebbe aiutarla a fare chiarezza e a individuare modalità più efficaci di comunicazione e gestione del problema.
    Resto a disposizione se desidera approfondire.
    Un caro saluto
    Filomena Guida


    Non so come iniziare, non so se tutto questo mi farà bene o se mi porterà solo a crollare in un abisso il cui fondo non mi farà più risalire, sono tante cose in questo periodo, sono stanca, stanca di non sapere se avrò un futuro e come sarà il mio futuro, stanca di non accettarmi, stanca di non sapere affrontare nulla di tutto questo.
    Sono al limite, non c’è un giorno in cui io non pensi che sparire sia l’unica soluzione.
    Non so lottare, non so credere nelle cose fino in fondo, non so fare nulla, non so cosa provo la maggior parte delle volte.. sento tanto ma allo stesso tempo niente mi tocca realmente.
    Voglio un amore, di quelli che ti strvolge, o forse no, forse voglio solo amore perché non ne ho mai avuto, o l’ho avuto?
    Quello con mio padre era un rapporto vero? Si comportava veramente da padre con me? Me ne pentirò di non parlagli quando morirà? Che fine farò io quando l’unico modo per parlargli sarà sotto 3 metri di terra?
    Perché non riesco a essere quella di prima? Perché non riesco a rialzarmi? Perché non riesco più a studiare e a concentrarmi? Non ho mai fatto il massimo e me lo riconosco ma perché ora non riesco a fare neanche quel minimo? Cosa sta succedendo? Perché non ho più il controllo del mio dolore? Perché gli sto permettendo di bloccarmi in questo loop continuo?
    Perché continuo a dormire quando in realtà è l’ultima cosa che vorrei fare?
    Perché continua a farmi domande a cui non avrò risposte?
    Perché continua a venirmi in mente il suicidio? Perché non riesco a vedere un futuro per me?
    Perché non ho un hobby?
    Pecche non so cosa mi piace?
    mi piace tutto o non mi piace nulla?
    Perche penso a aron ma solo se nello stesso pensiero c’è Emanuele?
    La storia di Simone che significa?
    Perché ogni menzogna che mi racconto poi finisco per reagire come se fosse vera.
    Perché quando provo a esternare cosa penso non faccio altro che farmi domande senza darmi risposte a esse?
    Perché lo sto facendo adesso?
    Che colpa ne ho io?
    Che senso ha la mia vita adesso?
    Sono stanca di dormire e svegliarmi l’indomani e sentirmi come adesso. Ma dormire è l’unico modo per non sentire il caos che provo adesso
    Lo provo sempre in realtà
    Che lezione devo imparare ancora?
    Perché l’amore non arriva?
    Cosa devo capire prima che arrivi?
    È questo no?
    Il motivo.
    Devo imparare ad amare prima di amare realmente se no finisco per ferire le persone
    E chi pensa a me?
    Tutte le volte che mi hanno ferito, che mi hanno usato.
    Non ho più voglia
    Tutto questo male
    Mi porta solo più confusione
    E scriverlo è stato peggio
    Mi sta ricordando tutte le cose brutte che provo e continuerò a provare perché non cambierò
    Sono questa da anni
    Sento che non cambierò. Grazie per qualunque punto di vista riusciate a fornirmi.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa FIlomena Guida

    Buongiorno,
    la ringrazio per aver trovato la forza di scrivere e condividere tutto questo. Dalle sue parole emerge una sofferenza molto intensa, fatta di stanchezza profonda, confusione e tanti interrogativi che sembrano non trovare risposta. È comprensibile che, vivendo tutto questo, possa sentirsi sopraffatta e senza punti di riferimento.
    Vorrei dirle una cosa importante: il fatto che lei riesca a mettere in parole ciò che prova, anche in modo così faticoso, è già un segnale significativo. Non è “vuota” né “ferma”: sta cercando di capire e di dare senso a quello che le accade.
    Allo stesso tempo, quando compaiono pensieri ricorrenti legati al “sparire” o al non vedere un futuro, è fondamentale non restare da soli con questo peso. Questi pensieri sono un segnale di sofferenza, non una soluzione, e meritano di essere accolti in uno spazio sicuro e guidato.
    Per questo motivo, le suggerisco con molta attenzione di rivolgersi quanto prima a un professionista con cui poter parlare direttamente. Un percorso psicologico può aiutarla a mettere ordine in questo “caos”, comprendere cosa sta succedendo e costruire, passo dopo passo, strumenti per affrontarlo.
    Se in questo momento dovesse sentirsi sopraffatta o in difficoltà a gestire questi pensieri, è importante contattare subito qualcuno: una persona di fiducia oppure servizi di supporto come il numero 112 (emergenze) o il 1522 (supporto attivo anche per situazioni di forte disagio emotivo).
    Se lo desidera, resto disponibile per fissare un primo colloquio conoscitivo, in cui poter iniziare ad affrontare insieme questi temi con la dovuta attenzione e gradualità.
    Un cordiale saluto
    Filomena Guida


    Buonasera dottore, le volevo parlare di una cosa: questo mese ho iniziato ad allenarmi ,nella mia camera, tramite un app e da quando mi alleno mi fisso molto. Se mangio qualcosa fuori dal solito mi sembra di aver rovinato tutto, mi parte l’ansia e mi chiedo se sto sbagliando tutto, se vanifico l’allenamento. Inoltre, quando mangio dolci mi viene la nausea. Questi pensieri sul cibo e sull’allenamento mi vengono ogni giorno e mi pesano. Non so se è normale o se mi sto fissando troppo. Mi date un parere? Grazie.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa FIlomena Guida

    Buonasera,
    la ringrazio per aver condiviso ciò che sta vivendo. Da quello che descrive, sembra che l’attività fisica — che di per sé è qualcosa di positivo — stia iniziando ad accompagnarsi a pensieri rigidi e a una certa ansia legata al cibo e ai risultati.
    È abbastanza comune, soprattutto all’inizio di un percorso, diventare più attenti a ciò che si mangia e all’allenamento. Tuttavia, quando compaiono vissuti come il senso di “aver rovinato tutto”, l’ansia dopo aver mangiato o pensieri ricorrenti e pesanti su questi temi, è importante fermarsi a riflettere: più che aiutare, queste dinamiche rischiano di rendere il rapporto con il corpo e con il cibo fonte di stress.
    Il fatto che lei stessa si stia ponendo delle domande è un segnale importante. Non si tratta necessariamente di “qualcosa che non va”, ma potrebbe essere utile approfondire questi aspetti per evitare che diventino più rigidi o invasivi nel tempo.
    Un confronto con un professionista può aiutarla a trovare un equilibrio più sereno tra cura di sé, alimentazione e allenamento, senza che questi pensieri prendano troppo spazio nella sua quotidianità.
    Se lo desidera, resto a disposizione per un primo colloquio.
    Un cordiale saluto
    Filomena Guida


    Buongiorno, sono una studentessa universitaria di 20 anni e vorrei chiedervi se un mio sospetto è fondato. Sto cercando di capire se ciò che sperimento possa rientrare in un profilo di neurodivergenza (come l'ADHD) o se sia riconducibile a una disregolazione emotiva e ansiosa. Ho provato a fare una lista di ciò che provo/che ho passato:

    —Talvolta soffro di insonnia causata da pensieri stupidi che non riesco a fermare. Riesco ad addormentarmi solo se sono veramente esausta.
    —In merito ai pensieri che non riesco a fermare, mi sento come se avessi una sottospecie di disco rotto nel cervello che non smette mai di suonare.
    —Mi capita molte volte di sentirmi 'fuori luogo' e di ripensare a ciò che dico/faccio. Se commetto un errore ci rimurgino sopra per ore.
    —Ho sempre avuto difficoltà a seguire le lezioni sia scolastiche che universitarie. Dopo un po' il mio cervello si disconnette, e perdo il filo. A tal proposito, mi capita di dimenticare le cose sul momento e di interrompere una conversazione prima che mi scordo qualcosa.
    —Sotto forte stress tendo a dissociarmi.
    —A causa di molti di questi punti mi è capitato di avere episodi depressivi.

    Vorrei solo sapere se sia opportuno intraprendere un percorso diagnostico specifico o meno. Vi ringrazio per la disponibilità.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa FIlomena Guida

    Salve cara,
    la ringrazio per aver condiviso con tanta chiarezza e profondità la sua esperienza. Da ciò che descrive emergono alcune difficoltà significative — in particolare legate alla gestione dei pensieri, dell’attenzione, dell’ansia e delle emozioni — che meritano sicuramente uno spazio di ascolto e approfondimento.
    È comprensibile chiedersi se questi vissuti possano rientrare in un profilo di neurodivergenza, come l’ADHD, oppure essere collegati a una disregolazione emotiva o ansiosa. Tuttavia, una valutazione di questo tipo non può essere effettuata tramite scambio scritto, ma richiede un percorso diagnostico strutturato, che includa colloqui clinici e, se necessario, strumenti specifici.
    Alla luce di quanto riporta, può essere utile intraprendere un percorso di valutazione, non solo per chiarire l’origine delle difficoltà, ma anche per individuare strategie mirate che possano aiutarla a stare meglio nella quotidianità.
    Se lo desidera, possiamo fissare un primo colloquio conoscitivo, in cui approfondire insieme questi aspetti e valutare il percorso più adatto alle sue esigenze.
    Resto a disposizione per eventuali domande o per concordare un appuntamento.
    Un cordiale saluto
    Filomena Guida


    Buonasera, scrivo per chiedervi se un episodio d'ansia forte della durata di 6 mesi circa vissuto oltre 10 anni fa possa avere generato dei danni, al punto di non riuscire più a studiare perché non riesco a ricordare. Mi rivolsi a uno specialista tempo fa che inizialmente credeva che fosse un episodio psicotico perché avevo dei pensieri di rovina e catastrofici per poi correggere la diagnosi dicendomi che era solo un episodio di ansia ed il disturbo ossessivo compulsivo. Assumo ancora oggi dei farmaci che però non interferiscono con la cognizione. Malgrado ciò io penso che sia stato quell'episodio vissuto molti anni fa a avermi rovinato dato che prima ero notevolmente più veloce nell'apprendimento scolastico ed universitario. É possibile che un episodio d'ansia forte durato circa 6 mesi possa avere cambiato qualcosa nella mia testa?
    Cordialmente,

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa FIlomena Guida

    Buonasera,
    comprendo la sua preoccupazione nel notare un cambiamento nelle capacità di studio rispetto al passato.
    Un episodio d’ansia, anche se intenso e prolungato, in genere non determina danni permanenti alle funzioni cognitive. Tuttavia, condizioni come l’ansia e il disturbo ossessivo-compulsivo possono influire in modo significativo su attenzione, concentrazione e memoria di lavoro, dando la sensazione di un peggioramento delle proprie capacità.
    È possibile che le difficoltà che riferisce siano legate a fattori attuali, come una quota residua di ansia, il rimuginio o anche la preoccupazione stessa di avere un “danno”, che può interferire con le prestazioni cognitive.
    Per questo motivo, potrebbe essere utile un approfondimento con uno specialista, eventualmente anche attraverso una valutazione neuropsicologica, per comprendere meglio il funzionamento cognitivo attuale e individuare eventuali strategie di intervento.
    Cordialmente.
    Filomena Guida


    Buonasera, purtroppo quasi 2 mesi fa mia mamma e' morta improvvisamente per un infarto, ero a casa con lei , ad un certo punto si e' accasciata a terra, ho provato a farle il massaggio cardiaco in attesa dei soccorsi, hanno provato a rianimarla in tutti i modi ma invano. E' stato uno shock, ho sempre dei flashback di quella giornataccia, oltre al.dolore e tristezza della perdita di.mia mamma, vivevo ancora con lei. Sento tanto vuoto senza di lei, non ero preparata, si e' svolto tutto in maniera improvvisa, al mattino l' ho vista, mi ha detto che si sentiva stanca e le girava la testa e dopo si e' accasciata, nel giro di poco me la sono ritrovata in una bara. Ho iniziato a seguire una terapia con una psicologa e nelle ultime sedute mi ha consigliato di sentire uno psichiatra per una terapia farmacologica,in quanto per lei ottimizzerebbe la terapia che sto seguendo. Penso sempre a mia mamma e a quei momenti, ho impresso.il rumore di quando e' caduta oltre il senso di colpa per non essere riuscita a salvarla. Ho perso anche mio papa' qualche anno fa ma forse per lui ero psicologicamente piu' preparata essendo malato di tumore ma per mia mamma la rapidita' degli eventi non mi permette di fare i conti con il distacco.Ringrazio in anticio chi mi rispondera'. Cordiali saluti

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa FIlomena Guida

    Buonasera,
    mi dispiace molto per la perdita che ha vissuto, in circostanze così improvvise e traumatiche.
    Da ciò che descrive, oltre al dolore del lutto, sembrano presenti anche vissuti tipici di un evento traumatico: i flashback, i ricordi vividi (come il rumore della caduta) e il senso di colpa per non essere riuscita a salvarla. È importante sapere che queste reazioni sono frequenti quando si assiste direttamente a un evento così intenso e non dipendono da una reale responsabilità personale. In situazioni come quella che descrive, purtroppo, le possibilità di intervento sono spesso molto limitate anche per i soccorritori.
    La difficoltà a “realizzare” la perdita e a elaborare il distacco è comprensibile, soprattutto quando la morte avviene in modo così rapido e inaspettato, senza un tempo di preparazione.
    Il percorso psicologico che ha iniziato è sicuramente indicato. L’eventuale supporto farmacologico, come le è stato suggerito, può essere utile in alcuni casi per ridurre l’intensità dei sintomi (come immagini intrusive, ansia o insonnia) e permettere di lavorare in modo più efficace in terapia.
    Le suggerirei quindi di valutare con serenità anche un consulto psichiatrico, integrandolo con il percorso già in corso.
    Sta affrontando un’esperienza molto dolorosa e complessa, che richiede tempo e supporto adeguato per essere elaborata.
    Un cordiale saluto.
    Filomena Guida


    Domande su psicoterapia

    Buongiorno, non so se questo sia il luogo giusto per avere una risposta, intanto ringrazio per la disponibilità.
    Un anno fa sono stata operata di tumore alla gamba, al momento porto un tutore poiché ho perso la sensibilità al piede.
    Mio marito ha alternato momenti un cui mi è stato vicino a momenti di freddezza e nervosismo, anche quando sono tornata a casa dopo 2 mesi di ospedale.
    Non abbiamo rapporti completi da quasi 2 anni e lui mi ripete che non se la sente per ora per la mia gamba e perché dice di non essere in forma.
    A me sembra strano tutto ciò, nel senso cbe potevo capire un anno fa ma ora non capisco perché non cerchi un momento per noi.
    Avrei bisogno di un vostro parere grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa FIlomena Guida

    Buongiorno,
    quello che descrive è comprensibile e tocca un’area molto delicata, in cui si intrecciano aspetti fisici, emotivi e relazionali.
    Un evento come una malattia importante e un intervento chirurgico può avere un impatto significativo non solo su chi lo vive in prima persona, ma anche sul partner. Alcune persone possono reagire con vicinanza, altre con difficoltà, evitamento o chiusura emotiva, soprattutto quando entrano in gioco paura, fragilità o cambiamenti nell’immagine corporea e nella sessualità.
    Detto questo, è anche importante dare spazio al suo vissuto: il bisogno di intimità, di sentirsi desiderata e di ritrovare una dimensione di coppia è assolutamente legittimo. Il fatto che la distanza si protragga da tempo merita attenzione e non va semplicemente normalizzato.
    Più che soffermarsi solo sulle motivazioni dichiarate da suo marito, potrebbe essere utile aprire un dialogo più profondo e diretto su ciò che entrambi state vivendo: paure, difficoltà, bisogni e aspettative. In alcuni casi, un supporto psicologico di coppia può aiutare a facilitare questo confronto e a rielaborare insieme i cambiamenti attraversati.
    Non è tanto “strano” ciò che sta accadendo, ma è qualcosa che può e merita di essere compreso e affrontato, per evitare che la distanza diventi sempre più marcata.
    Un cordiale saluto.
    Filomena Guida


    Ciao, vi scrivo la mia storia per darvi il contesto.

    Sono stato fidanzato per 8 anni con una ragazza. In quel periodo ero fuori forma e non mi piacevo, al punto da vivere quasi solo per lavorare e togliermi qualche sfizio, senza mai sentirmi davvero bene con me stesso. Ho comprato casa e siamo andati a convivere, ma negli ultimi due anni il nostro rapporto era diventato più una convivenza tra amici: sì, c’era ancora qualche rapporto, ma mancava tutto il resto.

    Lei non lavorava, non aveva molte amicizie ed era bloccata in un percorso universitario che non riusciva a concludere, nonostante ci fossero diversi anni di differenza tra noi. Negli ultimi due anni prima della separazione, io avevo iniziato un grande cambiamento personale, tra dieta e palestra, trasformando il mio corpo. Questo aveva portato anche a una sua crescente gelosia.

    Il fatto di vivere lontano dall’università, insieme alla gestione della casa, del cane e ad altre responsabilità, aveva contribuito ad allontanarla dal suo obiettivo. Inoltre, col tempo ho capito che viveva una forma di depressione di cui però non era mai riuscita a parlarmi apertamente: questa cosa mi rendeva nervoso perché, tra le tante cose, le pagavo anche lo psicologo senza però sapere davvero cosa stesse vivendo.

    Io ero l’unico a lavorare e a occuparmi delle spese, delle uscite e di tutto il resto. In casa non mi faceva mancare nulla: pulizie ecc., faceva tutto lei, e già questo probabilmente è stato un errore mio.

    A un certo punto, di fronte alle attenzioni di una ragazza — in mezzo a tutte quelle che avevo trascurato — non sono riuscito a trattenermi e, anche se non è successo nulla di fisico, ho deciso di lasciare la mia ex. È seguito un mese difficile, con continui messaggi e anche una gravidanza inventata da parte sua. Alla fine lei ha lasciato casa definitivamente.

    Dopo poco è iniziata una frequentazione con un’altra ragazza, durata circa tre mesi: molto intensa fisicamente, ma anche tossica, tra love bombing e insicurezze che mi ha trasmesso. Dopo una vacanza finita male, ho chiuso anche questa storia.

    Pochi giorni dopo ho conosciuto la mia attuale ragazza: un colpo di fulmine. È molto bella e forse proprio qui ho fatto il mio errore più grande. Dopo pochi giorni abbiamo deciso di convivere.

    In questo quasi anno mi sono ritrovato a gestire praticamente tutto: casa, spese e organizzazione. Abbiamo un conto cointestato su cui mettiamo entrambi la stessa cifra, ma basta solo per il cibo: non copre bollette, uscite o altre spese, che ricadono su di me. Inoltre non mi aiuta né in casa né in altro.

    È molto affettuosa e da quel punto di vista sto bene, non mi manca l’affetto. Però sessualmente e fisicamente non mi prende come la precedente, tanto che ho dovuto adattare alcune mie abitudini. Nonostante questo, emotivamente sto bene… o almeno credo.

    Sto lavorando molto su me stesso, ma spesso penso di non meritarla, sia a livello fisico che di immagine. Cerco di darle tutto: attenzioni, affetto, regali, cene. Tuttavia il suo passato e i suoi tanti ex mi pesano molto. Spesso fa riferimenti a esperienze vissute (ristoranti, viaggi, cose fatte), anche senza citarli direttamente, e questo mi fa stare male. Gliel’ho detto, ma lei lo fa con leggerezza.

    Tutto questo mi porta a vivere una forte disparità emotiva: mi capita di piangere spesso, di pensare di non meritare la felicità. Mi dispiace persino per il mio cane: prima era sempre con la mia ex in casa e non restava mai solo, mentre ora, lavorando entrambi, si ritrova spesso da solo.

    Non riesco a lasciarla, anche se ci ho provato più volte. Vederla piangere e promettere che cambierà, senza poi farlo davvero come vorrei, mi blocca e non riesco ad andare fino in fondo.

    Devo anche dire che in tante cose è davvero cambiata: probabilmente aveva bisogno di tempo, prima era triste e ora non lo è più, si chiudeva molto mentre oggi lo fa molto meno. Però, nonostante questi miglioramenti, io non mi sento valorizzato né alla pari. Spesso ho la sensazione che non mi ascolti davvero, non mi aiuta, non dà peso alle mie necessità, al mio bisogno di conferme e certezze. L’aiuto pratico è praticamente nullo e quello morale molto poco.

    Io mi sono messo subito a sua disposizione in tutto, non le ho fatto mancare niente e l’ho messa al centro della mia vita, cambiando me stesso — di nuovo — per cercare di sentirmi all’altezza e meritarmela. E ora mi trovo così: incapace di lasciarla, ma senza stare mai, mai davvero bene o sentirmi apprezzato.

    Lei mi parla di figli e di un “per sempre” insieme, e da una parte questo mi fa piacere, ma dall’altra sono terrorizzato all’idea che la mia vita possa essere sempre così: per sempre, con un peso che sento di portare da solo, sempre di fretta a cercare di fare tutto da solo. In cosa sbaglio? Su cosa posso lavorare o dove ho bisogno di aiuto? Sono andato anche da una psicologa, ma non mi ha mai aiutato davvero, nonostante tante sedute.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa FIlomena Guida

    Buongiorno, grazie per aver condiviso la sua storia con tanta sincerità.
    Dal suo racconto emerge una grande fatica emotiva, ma anche molta consapevolezza di ciò che sta vivendo.
    Da quello che racconta, più che “sbagliare relazione” sembra che finisca spesso per vivere i rapporti mettendosi completamente a disposizione dell’altra persona, fino quasi a dimenticare sé stesso. È come se, per sentirsi amato, avesse bisogno di dare tutto: aiuto, attenzioni, sostegno economico, presenza costante. Però, col tempo, questo la porta inevitabilmente a sentirsi solo, poco visto e poco valorizzato.
    Nel suo racconto torna spesso il tema del “non sentirmi abbastanza”: prima nel fisico, oggi nel confronto con il passato della sua compagna o con gli altri uomini della sua vita. E forse è proprio questo il punto più importante. Ha lavorato tantissimo sul suo corpo e sulla sua immagine, ma dentro sembra esserci ancora una parte che fatica a sentirsi davvero degna di essere amata senza dover continuamente dimostrare qualcosa.
    Anche il fatto che non riesca a chiudere una relazione pur stando male dice molto. Non sembra mancarle il coraggio, quanto piuttosto la difficoltà di tollerare il senso di colpa, il vedere soffrire l’altra persona e il vuoto che potrebbe arrivare dopo. Così resta, sperando che le cose cambino abbastanza da farlo finalmente stare bene.
    Il problema è che una relazione sana non dovrebbe basarsi sul sacrificio costante di uno dei due. L’affetto è importante, ma da solo non basta se mancano ascolto, reciprocità, sostegno concreto e la sensazione di essere davvero accolti anche nei propri bisogni.
    Secondo me il lavoro più importante, oggi, non è capire se lasciarla o no. È capire perché sente di doversi sempre “guadagnare” l’amore e perché finisca così facilmente per mettere il benessere dell’altro davanti al proprio. È lì che probabilmente c’è bisogno di lavorare maggiormente.
    E riguardo alla terapia: il fatto che una psicologa non l’abbia aiutata non significa che un altro percorso non possa farlo. A volte semplicemente non si incontra il professionista giusto o l’approccio più adatto a noi.
    Le auguro di riuscire, poco alla volta, a mettere al centro anche i suoi bisogni e il suo benessere, senza sentirsi in colpa per questo.
    Filomena Guida


    Buongiorno, è molto tempo che sogno una persona che per me è stata importante in passato ma tra noi non c'è stato nulla se non un'amicizia. Nei sogni alle volte siamo felici, altre c'è nostalgia, altre ancora mi consola/mi da affetto e in altre provo a dire che mi dispiace non averci dato una possibilità nel passato. Quando mi sveglio poi non ho una buona giornata e alle volte sento una sensazione di vuoto.
    Questa persona non fa più parte della mia vita da molti anni. Mi date un parere in merito? Grazie.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa FIlomena Guida

    Buongiorno.
    Ciò che descrive è un’esperienza più comune di quanto si pensi e non significa necessariamente che lei desideri realmente tornare a quella persona o che abbia “sbagliato” qualcosa nel passato.
    Le persone che hanno avuto un forte valore emotivo per noi, anche senza una vera relazione sentimentale, possono rappresentare simbolicamente parti importanti della nostra vita: possibilità non vissute, bisogni affettivi, momenti in cui ci sentivamo compresi, desiderati o emotivamente vicini a qualcuno. I sogni spesso non parlano tanto della persona reale, quanto di ciò che quella persona rappresenta dentro di noi.
    Il fatto che nei sogni emergano nostalgia, consolazione, affetto o il rimpianto di “non aver dato una possibilità” potrebbe indicare un bisogno emotivo attuale che cerca spazio: vicinanza, comprensione, connessione emotiva, oppure il desiderio di riconciliarsi con alcune scelte del passato.
    Anche il senso di vuoto al risveglio è comprensibile: il sogno può riattivare emozioni profonde e lasciare temporaneamente una sensazione di mancanza o malinconia. Questo non va interpretato in modo allarmante, ma come un segnale emotivo da ascoltare con curiosità e senza giudicarsi.
    Potrebbe aiutarla chiedersi: cosa rappresentava per me quella persona in quel periodo della vita? cosa provo oggi nella mia quotidianità che assomiglia a quelle emozioni?
    c’è qualche bisogno affettivo o emotivo che sto trascurando?
    A volte questi sogni compaiono proprio nei momenti di cambiamento, solitudine, stress o riflessione personale, quasi come se la mente cercasse un “luogo emotivo” conosciuto.
    Se però questa esperienza dovesse diventare molto frequente, intensa o influenzare in modo significativo il suo umore e le sue giornate, parlarne con un professionista potrebbe aiutarla a comprendere più a fondo il significato personale che questi sogni stanno assumendo nella sua vita attuale.
    Filomena Guida


    Salve, vi scrivo per avere una consulenza riguardo una situazione lavorativa in cui mi trovo. Per contesto, lavoro nell’azienda attuale da più di 7 anni in cui progressivamente mi sono affermata, o così pensavo, nei vari ambiti di competenza sempre con impegno e forte dedizione. Il clima aziendale è sempre stato subdolamente tossico, principalmente a causa di una collega che ha reso e continua a rendere il posto un inferno per chiunque si “metta contro” di lei o delle sue idee. Questo ha portato a diversi scontri con diverse personalità nell’azienda che a volte si sono risolte semplicemente con il passare del tempo, e altre volte hanno portato proprio alle dimissioni di alcuni. Io stessa in prima persona ho subito più volte le sue “paturnie” perché caratterialmente sono una persona che preferisce il confronto piuttosto alla falsità e quando alcune cose che mi ha fatto non mi sono state bene ho sempre preferito parlarne direttamente (prese in giro tramite i vari social, turni cambiati per palese ripicca…). Quando ho poi affrontato la persona il più delle volte la situazione si distendeva per passare alla prossima vittima. Per arrivare alla situazione attuale, nell’ultimo periodo c’è stato parecchio stress in tutto l’ambiente anche dovuto all’arrivo imminente di un controllo dai piani alti della sede, che ha portato ad uno “scontro” tra me e il mio datore di lavoro. Da parte sua c’è stata una forte aggressione verbale, con toni di voce fortemente alterati, colpi dati alle ringhiere…, aggressione questa dovuta a detta sua ad una “evidente necessità di essere più aggressivo per poter essere ascoltato visto il forte menefreghismo”. Da parte mia una risposta di difesa in cui appunto affermavo che non capivo il tono dell’attacco e soprattutto le accuse, essendo sempre stata come dicevo fortemente dedita a questo posto di lavoro spesso anche sacrificando molto del mio tempo libero o addirittura presentandomi anche in condizioni di salute fortemente precarie. La discussione non si è conclusa in alcun modo perché alla sua frustrazione sul “perché se parlo con le altre stanno zitte e dicono di sì, quando invece parlo con te hai sempre da rispondermi?” Io non sapevo che risposta dare. Non nego però che questa discussione mi ha lasciato fortemente turbata in primo luogo per la violenza dell’attacco, e poi per l’estraneità dalle accuse che mi rivolgeva. (Solo dopo scoprirò che la discussione che lui faceva non era indirizzata a me!) In ogni caso per giorni io mi sono trovata fortemente destabilizzata da questo episodio aspettandomi che comunque avvenisse un chiarimento una volta che il nervoso del momento fosse passato. Questo non è avvenuto e mi ha lasciato per giorni a pezzi, giorni in cui mi recavo a lavoro senza essere salutata lasciata sola ed esclusa da qualsiasi cosa. Mi sono trovata a non riuscire più a dormire per pensare a come avrei potuto affrontare la situazione, a cosa potevo aver sbagliato, a non mangiare per la sensazione di nausea costante. La cosa che mi ha turbato più di tutte poi è stata la mancanza di empatia da tutto lo staff di colleghe, che mi hanno esclusa da tutto e a malapena mi rivolgevano parola. Questo ha portato alla mia necessità di riaffrontare il mio datore di lavoro per avere un chiarimento, per capire come poter risolvere la situazione. Non è stato facile perché lui ha cercato di evitare il confronto dicendomi anche che lui non aveva niente di cui parlare perché non c’era nessuna situazione. Una volta che sono riuscita ad instaurare un dialogo civile ho cercato di spiegare le mie ragioni della risposta e cercando di capire le sue ragioni per una reazione così aggressiva (qui scoprivo che la sua era una discussione mirata a tutti non solo a me). Più ho provato a spiegargli che secondo me un attacco così aggressivo non poteva portare a nulla di buono più ricevevo risposte fredde e dure. Purtroppo questo muro mi ha fatto vacillare, tanto da farmi arrivare a chiedergli se veramente quindi non avevo nessun valore per quella azienda e se questo trattamento secondo lui era meritato. Da notare è che il primo scontro era stato in presenza della collega di cui parlavo all’inizio, mentre questo secondo incontro lei non era presente. Comunque dopo un po di conversazione ci siamo spiegati e anche lui ha ammesso lo stress e l’aggressività del suo atteggiamento. Per me questa seconda discussione era necessaria per un suo intervento nell’atteggiamento di tutto lo staff, affinché intervenisse perché io potessi trovare un ambiente lavorativo vivibile e non così provante come era stato fino a quel giorno. E da questa seconda discussione sono uscita lievemente positiva e lievemente rincuorata, anche dal fatto che mi ha detto “hai fatto bene a parlarne perché magari io ero ancora innervosito dalla situazione ma parlandone siamo tutti più tranquilli”. Dopo questo confronto io ho avuto i miei giorni di riposo e sono rientrata a lavoro il giorno prima dei controlli in cui ingenuamente, e nuovamente, mi sono trattenuta oltre orario cercando di mostrarmi più positiva anche con le colleghe. Il giorno dopo, giorno dei controlli, arrivo a lavoro e il clima era invece di nuovo di ferro. A malapena saluti, la collega aveva nuovamente stretto la morsa sulle altre tanto ad arrivare al fatto che durante l’ora di pranzo loro si sono prese da mangiare se lo sono divise tra di loro chiedendosi le une con le altre cosa volevano dandomi le spalle e ignorandomi e mangiando davanti a me come se non esistessi. La giornata è stata lunga ed infernale.. e da lì ho capito che non c’era soluzione. Avergli parlato non ha fatto che peggiorare ulteriormente la situazione e io ero ormai 15 giorni sull’orlo dell’esaurimento nervoso, 15 giorni senza mangiare quasi nulla e senza dormire piangendo ogni giorno per l’ansia di cosa mi avrebbe aspettato il giorno dopo. L’ultimo giorno mi sono dovuta recare dal dottore in preda al panico che mi ha dato delle gocce e mi ha consigliato del riposo perché non erano condizioni normali. Io non so più neanche se ho sbagliato o non ho sbagliato, ma mi è sembrato come se volessero eliminarmi per essere quella che risponde, e che tutto è andato giù molto rapidamente. Non mi sembra che ci sia una alternativa sé non andare via, perché arrivare a pensare a gesti estremi pur di non dover andare in quell’ambiente mi sembra assurdo! La mia problematica è una sola, ora sono in malattia e mi sto piano piano riprendendo, ma so già che rientrare lì dopo aver preso una malattia sarebbe un circolo infinito di ritorsioni. Allo stesso tempo però il mio compagno lavora lì con me, e non voglio denunciare per mobbing per evitare ritorsioni anche a lui.. cosa mi consigliate di fare? Io non so più dove sbattere la testa…

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa FIlomena Guida

    Gentile paziente,
    da quello che descrive emerge una situazione di forte sofferenza emotiva e di stress lavorativo protratto nel tempo, che ha avuto ripercussioni importanti sul suo benessere psicofisico (insonnia, nausea, ansia costante, pianto frequente, pensieri estremi). Sono segnali che non vanno minimizzati.
    Mi colpisce molto il fatto che lei abbia più volte cercato il dialogo e il confronto civile, mostrando consapevolezza e disponibilità a chiarire, senza però trovare un ambiente realmente accogliente o contenitivo. Quando il clima lavorativo diventa fonte costante di paura, isolamento e tensione, è comprensibile arrivare a sentirsi esausti e senza vie d’uscita.
    In questo momento la priorità è tutelare la sua salute mentale e fisica. Il periodo di malattia può essere utile non solo per recuperare energie, ma anche per prendere maggiore lucidità rispetto a ciò che desidera per sé e ai limiti che non vuole più oltrepassare.
    Più che chiedersi continuamente “ho sbagliato io?”, potrebbe essere importante domandarsi quanto questo ambiente sia oggi sostenibile per il suo equilibrio psicologico. Nessun lavoro dovrebbe portare una persona a vivere quotidianamente ansia intensa, perdita di appetito o pensieri autolesivi.
    Le consiglierei di non affrontare tutto da sola: un supporto psicologico potrebbe aiutarla a elaborare quanto vissuto, a ritrovare stabilità emotiva e a capire con più chiarezza come muoversi rispetto al lavoro, anche tenendo conto della delicata situazione del suo compagno.
    Le auguro di riuscire a rimettere al centro il suo benessere e la sua serenità.
    Cordialmente.
    Filomena Guida


    Io e il mio ragazzo (entrambi 33anni) abbiamo una relazione a distanza da tre mesi.
    Io vivo all’estero e lui viene da un altro paese in Europa.
    È venuto a trovarmi e l'altro giorno stavamo camminando mano nella mano. Era un po' alticcio, mentre camminavamo ho visto un tipo che vedo spesso in centro a chiedere insistentemente soldi. Mi sono allontanata con il mio ragazzo, ma lui era incuriosito e continuava a fissarlo. Gli ho chiesto perché lo avesse fatto e ha iniziato a dire un sacco di cose senza senso, tipo "volevo dargli false speranze", "ero curioso di vedere cosa avesse in mano perché le muoveva", "volevo dargli dei soldi ma tu mi hai portato via", "non so se avresti pensato male di me se non gli avessi dato i soldi", per poi cambiare idea e dire "non gli avrei dato i soldi perché sembrava ben curato e aveva dei bei vestiti".

    La frase "volevo dargli false speranze" mi ha fatto infuriare più di ogni altra cosa e ne abbiamo parlato a lungo.
    Gli ho riparlato di questo episodio quando ci siamo calmati entrambi e mi ha detto che aveva detto tutte quelle cose perché era in preda al panico e non sapeva cosa dire.
    Gli ho fatto notare che quella frase in particolare era estremamente disgustosa e crudele, non mi sarei mai aspettata che una cosa del genere gli uscisse di bocca (perché, anche se lo conosco da poco tempo, mi ha dato l'impressione di essere una persona gentile, aveva dato il giorno stesso dei soldi ad un ragazzo che aveva chiesto dei soldi per il biglietto del treno e la volta prima che ci siamo incontrati aveva dato dei soldi ad un signore per strada che aveva un cagnolino) e lui se n'è reso conto e ha detto che normalmente non direbbe mai una cosa del genere. Ha detto che stava scherzando, ma che era uno scherzo di pessimo gusto.
    Ha inoltre aggiunto che dove vive lui ci sono queste persone che lui ha chiamato “gang”, si dividono le zone della città, che chiedono soldi per strada ma in realtà vivono grazie agli aiuti dello Stato e che lui non vuole dare soldi a questo tipo di persone.

    Non so cosa pensare o cosa fare.
    Mi tratta benissimo, ma non voglio stare con qualcuno che tratta male gli altri o dice cose così cattive.
    È giusto condannarlo per questo episodio o dovrei aspettare e vedere come si comporterà in futuro?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa FIlomena Guida

    Gentile utente,
    capisco il suo turbamento: a volte una frase detta in un momento specifico può colpirci profondamente perché sembra entrare in contrasto con l’immagine che abbiamo costruito dell’altra persona. È comprensibile quindi che lei si stia chiedendo se quell’episodio rappresenti un “campanello d’allarme” oppure un episodio isolato.
    Da ciò che racconta, il punto forse non è tanto la singola frase in sé, quanto il significato che lei le ha attribuito: l’idea di crudeltà gratuita o di mancanza di empatia verso una persona vulnerabile. Quando in una relazione emergono valori che percepiamo molto distanti dai nostri, è normale sentirsi destabilizzati.
    Allo stesso tempo, è importante considerare anche il contesto complessivo. Lei descrive il suo compagno come una persona generalmente premurosa e capace, in altre occasioni, di gesti concreti di aiuto verso gli altri. Inoltre, lui sembra essersi successivamente interrogato su quanto detto, riconoscendo il cattivo gusto della frase e cercando di spiegare il proprio stato confusionale e difensivo del momento.
    Più che “condannarlo” o assolverlo immediatamente, potrebbe essere utile osservare nel tempo la coerenza tra ciò che dice e come si comporta realmente con le persone, soprattutto nelle situazioni di stress, frustrazione o conflitto. Le relazioni si comprendono anche attraverso la continuità dei comportamenti, non solo attraverso un singolo episodio.
    Credo sia importante anche ascoltare ciò che questa situazione ha mosso dentro di lei: forse non riguarda soltanto quella frase, ma il bisogno di sentirsi accanto una persona i cui valori umani percepisce come compatibili con i propri. Parlare apertamente di questi temi, come avete già fatto, può essere molto utile per conoscervi più profondamente.
    Si dia il tempo di osservare, senza ignorare il suo disagio ma senza nemmeno trarre conclusioni definitive sulla base di un unico episodio.
    Cordialmente.
    Filomena Guida


    Ciao, sono un ragazzo di circa 20 anni Parlando con una ragazza di circa 20 anni in chat privata durante la conversazione sono arrivato (dopo tot messaggi in un momento che mi sembrava adatto) a parlare di scopamicizie e le ho chiesto se cercava anche quel tipo di amicizie. Nella chat tutto bene, non si è lamentata minimamente, anzi, mi ha parlato pure di un esperienza passata con uno scopamico.

    Poi la conversazione ha proseguito normalmente anche in altre direzioni. E premetto che è una ragazza che se sbaglio me lo fa notare, tipo quando ho fatto una domanda di troppo me l'ha detto e mi sono scusato subito senza se e senza ma.

    Solo che in una chat pubblica abbiamo avuto dei diverbi più e più volte su cose che non c'entravano niente e lei per farmi fare la brutta figura in una chat pubblica ha deciso di dire a tutti che io le ho chiesto se cercava le scopamicizie, e la cosa grave è che io mi posso difendere su poco e niente perché anche se lei ha diffuso informazioni mie personali (ad esempio ha condiviso una mia canzone inedita) io non posso fare lo stesso per dimostrare che lei in realtà era d'accordo. Quindi mi ritrovo a mio parere diffamato in una chat pubblica e in qualsiasi modo io lo spieghi, quasi tutti cercano di andarmi contro. Solo due hanno compreso la mia situazione. Io nel dubbio mi sono scusato a prescindere in chat pubblica, anche se secondo me era tutta una cosa che lei ha fatto per ripicca e per andarmi contro su cose che non c'entrano niente, non le è andato giù che io avessi ragione su delle cose e allora si è vendicata così, la maggior parte delle persone di quel gruppo anche se non sanno niente comunque parlano e parlano, e lei insieme ad un altra si è inventata cose che non stanno né in cielo né in terra, tipo che ci ho provato con delle minorenni. È arrivata proprio a mentire. Cosa faccio? Sono nel torto? Non la voglio denunciare perché le donne sono molto più difese dalla legge e inoltre se ho fatto anche solo un mezzo errore sono cavoli amari. In quanto non sono perfetto e potrei anche aver sbagliato

    Ho dei sensi di colpa enormi, non ho dormito un secondo sta notte. E stanno anche continuando la conversazione e non capisco nemmeno cosa sia vero e cosa sia falso, io cerco di essere sempre attento al millimetro, ma non sono infallibile, posso anche sbagliare. Non voglio stare tutto il giorno a rispondere, ho ammesso i miei errori e non capisco veramente cosa altro devo fare

    Potrei anche aver mal interpretato la sua confidenza ma secondo me lei in pubblico ha finto di non averla

    ma mettete caso che io veramente abbia sbagliato e comunque dopo che lei ha detto che ho esagerato ho smesso, che succede?

    In chat privata sembrava una ragazza carina e simpatica, ma poi ho scoperto che ha più volte mandato i miei messaggi privati ad altre persone. Per farvi capire sono uno che per 7 anni di fila non ha mai abbracciato una ragazza per paura di essere molesto, penso che essere molesto è una delle mie paure più grandi. Per me eravamo arrivati al punto della conversazione in cui si poteva parlare di certe cose. Ho un'ansia assurda e sto davvero male, non capisco se ho sbagliato veramente, in quanto penso che non sia una cosa oggettiva e varia da persona a persona. Tipo una ragazza mi ha detto di tranquillizzarmi e ha detto che ci sta' che ho fatto questa domanda. Però me l'ha detto in privato e non mi ha difeso in pubblico, secondo me la gente ha paura di difendermi. Cosa è vero non importa a nessuno, lei si è addirittura inventata che ci ho provato con delle minorenni e io ho l'ansia di dovermi difendere ogni volta dalle bugie che dice (la cosa delle minorenni è falsa)

    Ci tengo a dire un'ultima cosa. Ho fatto quella domanda proprio per chiarire tutto fin da subito e non creare problemi dal vivo. Purtroppo ho preso confidenza con la persona sbagliata.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa FIlomena Guida

    Gentile utente,
    da ciò che racconta emerge soprattutto un forte stato di ansia, confusione e paura di essere percepito come una persona “molesta” o moralmente sbagliata. Si sente esposto pubblicamente, giudicato e non compreso, e questo sembra aver avuto un impatto molto intenso su di lei, al punto da impedirle di dormire e da portarla a rimuginare continuamente su ciò che è accaduto.
    È importante distinguere due aspetti. Da una parte, fare una domanda riguardo al tipo di relazione che una persona cerca non è automaticamente qualcosa di scorretto, soprattutto se inserita in un contesto conversazionale percepito come confidenziale e se, nel momento in cui l’altra persona ha espresso un limite o un disagio, lei riferisce di essersi fermato e di essersi scusato. Dall’altra parte, però, ogni persona ha sensibilità diverse e ciò che per qualcuno può essere una domanda accettabile, per qualcun altro può risultare inappropriato o troppo diretto. Questo non significa necessariamente essere una “cattiva persona”, ma può diventare un’occasione per riflettere su tempi, contesti e modalità della comunicazione online.
    Sembra inoltre che la situazione sia poi degenerata soprattutto sul piano relazionale e pubblico, trasformandosi in uno scontro fatto di accuse, esposizione privata e ricerca di consenso nel gruppo. Quando si entra in queste dinamiche, spesso il tentativo continuo di difendersi o spiegarsi rischia di alimentare ulteriormente il conflitto e aumentare il senso di angoscia.
    Mi colpisce molto la frase in cui dice di aver evitato per anni perfino il contatto fisico per paura di risultare invadente: questo fa pensare a una forte paura del giudizio e dell’errore, forse persino eccessiva, che in questo momento la sta portando a mettere in dubbio continuamente sé stesso.
    Probabilmente ora la priorità non è convincere tutti della sua versione, perché purtroppo nelle dinamiche di gruppo online questo spesso è impossibile. Potrebbe essere più utile interrompere il continuo monitoraggio della chat, evitare di esporsi ulteriormente nelle discussioni pubbliche e cercare di ritrovare un po’ di lucidità emotiva. Ha già chiesto scusa per ciò che sentiva di poter aver sbagliato: continuare a colpevolizzarsi senza sosta rischia solo di peggiorare il suo stato emotivo.
    Se questa vicenda continua a generarle ansia intensa, senso di colpa costante e pensieri ossessivi, potrebbe esserle utile anche confrontarsi con un professionista, non perché lei sia “pericoloso”, ma perché sembra vivere con una pressione interna molto alta rispetto al timore di ferire, sbagliare o essere giudicato dagli altri.
    Cordialmente.
    Filomena Guida


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