Domande del paziente (41)
RISPOSTA DEL DOTTORE:
La reazione dei tuoi figli alla separazione è profondamente legata al modo in cui stanno cercando di dare un significato a ciò che sta accadendo. In un’ottica interazionista, infatti, le persone comprendono... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che hai vissuto non è solo una storia finita male, ma un’esperienza che ti ha toccato nel profondo perché ha inciso sul modo in cui vedevi te stesso.Le relazioni non sono fatte solo di emozioni,... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che vivi è comprensibile e ha senso alla luce della tua storia di salute. Non sei “in ritardo”: il tuo è stato un percorso diverso, segnato da difficoltà che hanno richiesto energie emotive e fisiche,... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno. Quello che stai provando è una reazione normale in una relazione molto simbiotica: la separazione temporanea viene vissuta come una minaccia al legame, non perché il legame sia fragile, ma... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, la domanda non è se tu sia esagerata, ma che significato prende questo comportamento dentro la vostra relazione. Il “mi piace” o il messaggio non sono solo gesti neutri: diventano comunicazioni... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, mi sembra di capire che ciò che ha incrinato la relazione non è l’episodio in sé, ma il modo in cui è stata gestita l’emozione che ne è seguita. Tu hai espresso una ferita, lui l’ha minimizzata... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Lei non è “sbagliata”: sta attraversando una fase di ridefinizione dopo una relazione importante.
I due uomini attivano parti diverse di lei: uno più emotiva, l’altro più fisica.
Non è solo una scelta...
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che descrive non è “esagerato”, è l’effetto di una ferita relazionale non ancora integrata.
Dopo una relazione fatta di bugie, il suo sistema si è organizzato per proteggersi: meglio diffidare che...
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, sono la psicologa Anna Spanio. Quello che sta vivendo non è casuale: il suo malessere nasce da un cambiamento profondo nell’equilibrio della relazione.
La scoperta dei messaggi ha incrinato...
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Capisco la sensazione di stallo: quando una relazione resta agganciata a un episodio, l’interazione quotidiana finisce per ruotare sempre attorno allo stesso punto.
Spesso non è solo il fatto accaduto...
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Capisco quanto sia doloroso e confuso, soprattutto dopo progetti così importanti insieme.
Le emozioni delle persone però possono cambiare, anche rapidamente, e non sempre dipende da qualcosa che hai fatto.
Non...
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che descrivi è molto probabilmente un episodio di ansia intensa, innescato dalla sensazione alla gola dopo l’acqua andata di traverso. Il tuo corpo ha interpretato quella sensazione come un pericolo... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che stai vivendo sembra avere due parti che si alimentano tra loro. Da un lato ci sono stanchezza, tristezza e difficoltà a sentirti come prima. Dall’altro c’è il continuo pensare a questa condizione,... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che ti sta succedendo non è perché sei debole ma perché hai imparato a proteggerti troppo bene. Ogni volta che eviti stai cercando di stare meglio ma in realtà stai rinforzando il blocco.
Non devi...
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che le è accaduto è un tipico blocco da ansia da prestazione
Più cerca di controllare il risultato più il corpo si oppone
Non è un problema fisico ma un meccanismo che si autoalimenta
Il primo fallimento...
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Sì, quello che descrivi può essere molto legato all’ansia, soprattutto quando parli di paura di svenire e del fatto che più ci pensi più i sintomi aumentano. L’ansia spesso funziona proprio così: amplifica... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Sembra che nella tua storia ci siano due fili importanti: il desiderio di costruire qualcosa di significativo e, allo stesso tempo, una parte di te che ha iniziato a segnalare un sovraccarico troppo grande.
Il...
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RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che descrivi non parla di un “problema” di tuo figlio, ma di un bambino che sta esprimendo con chiarezza i propri confini corporei, ed è una competenza molto importante alla sua età.
Nella tua...
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Buongiorno,
vorrei provare a sottoporvi una domanda. Ho 37 anni e sono single da 4 anni.
In questo periodo mi sono messa in gioco come potevo, sia tramite amici di amici sia tramite l'uso sporadico di app di dating. Queste ultime soprattutto ritengo essere state una grande perdita di tempo in quanto non arrivavo mai al secondo appuntamento o a volte nemmeno all'incontro. A dire la verità analizzando anche gli incontri avuti con persone conosciute dal vivo sono stati incontri dove non ho percepito un reale interesse nel conoscermi. Argomenti spesos superficiali, mi chiedevano dei miei ex, ma zero domande su chi fossi io mentre io a loro ne facevo per poi sparire poco dopo. Devo ammettere che sto cominciando a pensare di essere io una persona banale o che in qualche modo annoia gli altri. Spesso mi sentivo dire che non scattava la scintilla ma dubito possa scattare in 2 appuntamenti! Temo di dovermi rassegnare a rimanere single a vita e credo pure che oggi incontrare il vero amore sia solo questione di trovarsi al posto giusto al momento giusto.
Questa singletudine mi pesa, ho solo amici accoppiati e ormai non ci si vede più. Sto provando a rimettermi in gioco ancora una volta ma negli ambienti vhe frequento le conoscenze faticano ad arrivare e così spesso esco anche da sola. Avrei voluto diventare madre, mi sono sempre immaginata con uno o due figli ma ormai temo di essere fuori tempo massimo.
Se devo rassegnarmi lo farò ma vorrei capire cosa mi manca rispetto alle altre ragazze che finiscono una relazione e dopo qualche anno le vedi già con un altro e spesso sono ragazze assolutamente normali come me.
Sono a chiedervi se puó essere possibile che certe persone non incontrino mai qualcuno che faccia al caso loro?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che stai vivendo non indica che tu sia una persona banale, ma che nelle interazioni che hai avuto non si è attivata una vera dinamica reciproca. In un’ottica interazionista non si guarda a cosa manca in te, ma a cosa accade tra te e l’altro durante gli incontri. Dai tuoi racconti emerge un pattern: tu fai domande e cerchi profondità, mentre l’altro resta superficiale e poco coinvolto. Questo può impedire la nascita di una connessione, non perché tu non sia interessante, ma perché la relazione non prende forma. La cosiddetta scintilla spesso non è una questione di valore personale, ma di ritmo e di modalità di scambio. Oggi molte persone cercano emozioni immediate e faticano a costruire interesse nel tempo. È possibile che tu proponga un tipo di connessione più profonda rispetto a quella che gli altri sono pronti a sostenere. Il pensiero di essere tu il problema nasce da esperienze ripetute di mancato riscontro, ma non è una verità su di te. Piuttosto indica che ti sei trovata in contesti o dinamiche poco favorevoli. Anche il confronto con chi trova rapidamente un partner può essere fuorviante, perché spesso entrano in gioco fattori come disponibilità e tempistiche. La tua sofferenza è comprensibile, soprattutto per il desiderio di relazione e maternità. Tuttavia non sei fuori dai giochi, ma in una fase in cui serve comprendere meglio come entri nelle relazioni. Più che cambiare chi sei, può essere utile modificare il modo in cui ti esprimi negli scambi. Portare più spontaneità e presenza emotiva può favorire una risposta diversa. Il fatto che tu continui a metterti in gioco è un segnale di risorse attive. Non è detto che alcune persone non incontrino mai qualcuno, ma è importante aumentare le condizioni perché ciò accada. Il lavoro sta nel rendere le interazioni più vive e reciproche.
Salve,
scrivo perché sento il bisogno di capire e fare chiarezza su una relazione che mi ha lasciata molto confusa.
Durante la relazione ho sempre riconosciuto i miei errori, soprattutto nelle reazioni emotive che a volte ho avuto. Mi sono spesso messa in discussione e ho cercato di capire dove stessi sbagliando. Dall’altra parte però non ho mai percepito un reale cambiamento: c’erano comportamenti che mi facevano stare male, come bugie o mancanza di trasparenza, e questo ha alimentato in me una crescente mancanza di fiducia.
Allo stesso tempo però, la relazione è stata per me molto destabilizzante. Mi sono sentita spesso svalutata, giudicata e portata a dubitare di me stessa. L’altra persona tendeva a ribaltare le situazioni, facendomi sentire sempre “quella sbagliata”, arrivando a definirmi “pazza” o “malata di mente”, senza però mai mettersi davvero in discussione e spesso ignorando il mio punto di vista perché considerato non valido o “non capito”. Mi veniva fatto passare il messaggio che fossi io a portarlo al limite, che fossi io a rovinare tutto e a far emergere quei suoi comportamenti, giustificati dal fatto che “prima non era mai stato così”. Questo mi ha portata a interrogarmi molto su me stessa, anche perché io avevo già vissuto relazioni problematiche in passato, mentre lui no, e quindi finivo per convincermi che il problema fossi io e non la dinamica che si era creata.
C’era inoltre una forte contraddizione: da una parte venivo descritta come problematica e piena di difetti (psichici, fisici, mentali), dall’altra questa persona restava comunque nella relazione, quasi come se “sopportarmi” gli desse un certo potere o valore.
Inoltre, nella relazione ero spesso io a sostenere anche aspetti pratici ed economici, come pagare le uscite o mettere a disposizione la macchina, senza ricevere un reale equilibrio o reciprocità. Nonostante questo, non riesco a spiegarmi perché mi sentissi comunque sempre in difetto, come se fossi io in debito nei suoi confronti. Questa sensazione costante di “dover dare di più” e di non essere mai abbastanza ha contribuito ad aumentare il mio senso di colpa e la percezione di valere meno all’interno della relazione.
Col tempo ho iniziato a stare sempre peggio: mi sentivo confusa, presa in giro e non ascoltata. Questa situazione mi ha portata a ossessionarmi nel cercare risposte e conferme, arrivando anche a comportamenti che oggi non condivido, come controllare o cercare prove, perché non riuscivo più a fidarmi e avevo la sensazione costante che qualcosa non tornasse.
Non era mia intenzione controllare o limitare l’altra persona, né rovinargli la vita: il mio bisogno era solo quello di essere capita e di riuscire ad avere un confronto reale su quello che stavo vivendo. Tuttavia, questo confronto veniva evitato. Nel momento in cui la relazione è finita, mi è stato detto semplicemente di “stare alla larga”, senza possibilità di dialogo o chiarimento.
In quel momento, già di grande fragilità per me, ho cercato un confronto proprio perché mi sentivo completamente disorientata e “disarmata” da ciò che era successo. Tuttavia, questo mio tentativo è stato interpretato come qualcosa di sbagliato o eccessivo, arrivando anche a minacce di coinvolgere le autorità. Questo mi ha fatto sentire ancora più confusa, come se la realtà si fosse completamente ribaltata: da una situazione in cui io mi sentivo ferita e in difficoltà, sono passata a essere vista come il problema.
A questo si è aggiunto anche il coinvolgimento di terzi, come la madre e altre persone, e una narrazione di me come persona problematica anche nei confronti dei miei genitori, cosa che ha aumentato ulteriormente il mio senso di isolamento e di colpa.
Con il tempo sono arrivata a un livello di sofferenza molto forte, fino a toccare un punto molto basso emotivamente. In un momento di grande fragilità (anche legato a uno stato alterato) ho avuto pensieri estremi e l’idea di farmi del male, cosa che mi ha spaventata molto e che non avevo mai vissuto prima.
Questi episodi, che per me erano un segnale di forte disagio, non hanno portato a una reale reazione di ascolto o comprensione. Al contrario, sono stati usati per farmi sentire ancora più sbagliata e “problematica”.
Sono arrivata al punto di non riconoscermi più, mettendo in dubbio completamente me stessa e arrivando persino a pensare di essere io il problema, di essere magari una persona narcisista o “sbagliata” alla base.
Ad oggi mi trovo ancora molto confusa e mi faccio continuamente queste domande:
sono io il problema?
Sto vedendo una realtà distorta?
Oppure sono stata dentro una dinamica che mi ha portata a dubitare completamente di me stessa?
Faccio fatica a distinguere tra le mie responsabilità reali e ciò che invece potrebbe essere stato il risultato di una relazione non sana.
Vorrei capire se questo tipo di dinamiche può portare una persona a perdere fiducia nella propria percezione e a sentirsi sempre nel torto, anche quando forse la realtà è più complessa. Infatti, nonostante mi sia già confrontata con diversi specialisti, che mi hanno fatto notare come io abbia sì delle dinamiche su cui lavorare, ma anche una forte tendenza a finire in relazioni in cui la realtà viene manipolata, faccio ancora molta fatica a crederci fino in fondo. Una parte di me continua a dubitare, arrivando a pensare che forse sia io a raccontare una versione distorta dei fatti anche a loro, e che quindi il problema sia comunque mio. Questa difficoltà nel fidarmi della mia percezione mi fa sentire ancora più confusa e incerta rispetto a ciò che ho vissuto.
Grazie per l’attenzione.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che descrivi non parla di “chi ha ragione”, ma di una danza relazionale in cui i significati venivano continuamente ribaltati.
In una prospettiva interazionista, il problema non sei tu o l’altro in modo isolato, ma il modo in cui vi siete costruiti reciprocamente dentro la relazione.
Quando una persona mette in dubbio costantemente la percezione dell’altra, si crea una spirale in cui il senso di realtà si indebolisce.
È comprensibile che tu abbia iniziato a dubitare di te stessa: non è un segno di debolezza, ma una risposta a un contesto confusivo.
Il fatto che tu ti sia messa in discussione mostra consapevolezza, ma da sola non può riequilibrare una dinamica non reciproca.
Le tue reazioni, anche quelle che oggi non condividi, possono essere lette come tentativi di ristabilire coerenza e sicurezza.
Quando il confronto viene evitato e trasformato in colpa, si interrompe la possibilità di costruire significati condivisi.
Il sentirti “sempre in difetto” è spesso l’esito di relazioni in cui il valore personale viene definito unilateralmente.
La domanda utile non è “sono io il problema”, ma “che tipo di relazione rendevo possibile e quale effetto aveva su di me”.
Il lavoro ora è ricostruire fiducia nella tua percezione, distinguendo ciò che è tuo da ciò che è nato dentro quella specifica dinamica.