Salve dottori scrivo qui per una curiosità. Volevo chiedervi A me è stata diagnosticata una depres

17 risposte
Salve dottori scrivo qui per una curiosità.
Volevo chiedervi
A me è stata diagnosticata una depressione reattiva qualche mese fa. Ad oggi continuo a star male, disperazione ecc tutto il giorno, ma io sento che sto più male per la diagnosi e per l'idea che io attribuisco alla depressione che per la depressione in sé. Tant è che mi sento frustrata perché vorrei fare le cose ma mi sento a terra, vorrei sentirmi come mi sentivo prima ma non riesco. Tutti i giorni piango non tanto per come mi fa stare la depressione ma per l'idea che sono depressa e che penso che non ne uscirò più. Insomma è una sofferenza "attiva" cioè non riesco assolutamente a stare nel vuoto per questo cerco rassicurazioni, piango, mi dispero, al posto di isolarmi dagli altri li cerco, chiedo aiuto, e via dicendo. A questo punto mi chiedo: siamo sempre nel campo dei disturbi dell'umore, oppure dalla depressione sono passata all'ansia ossessiva? La mia sofferenza nasce dalla depressione o semplicemente dall'idea che io attribuisco ad essa? Cioè un esempio che calza a pennello è un giocatore che si fa male la gamba, ma soffre di più per non riuscire a giocare che per il dolore alla gamba in sé per sé. Mi sento esattamente così. Insomma, spero di essermi spiegata bene... aspetto vostre risposte.
Cordiali saluti.
 Gabriele Lungarella
Psicologo, Psicoterapeuta
Roma
Gentile utente, si è spiegata benissimo. Quello che descrive è molto frequente: a volte la sofferenza più intensa non nasce solo dai sintomi “puri” quanto piuttosto dal significato che diamo alla diagnosi e dall’idea catastrofica “non ne uscirò mai”. In pratica, alla tristezza e al calo di energia si aggiunge una seconda onda: paura, controllo, bisogno di rassicurazioni, rimuginio continuo sullo stato in cui ci si trova. È un meccanismo umano, non un segno che “sta impazzendo”.
Per questo la sua domanda “depressione o ansia ossessiva?” è sensata e spesso possono coesistere. Una depressione reattiva può includere ansia e l’ansia può agganciarsi alla depressione trasformandola in un pensiero fisso. Questo non rende la situazione più grave, la rende più chiara: una parte di lei sta lottando e cerca una via d’uscita, anche attraverso la ricerca di aiuto e rassicurazioni. Il fatto che lei cerchi gli altri e non si isoli è coerente con un profilo più ansioso-attivo, non “strano”.
L’esempio della gamba è molto calzante: la perdita (di energia, di piacere, di “come ero prima”) spaventa e fa soffrire. A quel punto il cervello prova a risolvere il problema con pensieri e controlli continui che alimentano il circuito.
In termini pratici, spesso aiuta lavorare su due piani: trattare i sintomi dell’umore e, insieme, ridurre il rimuginio e la catastrofizzazione. Un percorso psicologico è proprio lo spazio dove si fa questo: riportare la diagnosi a essere una descrizione temporanea, non un destino.
Il punto centrale è che ciò che prova oggi non è una condanna: è una fase. E il fatto che lei sia così “attiva” nel chiedere aiuto è già un segnale che dentro di lei c’è una parte che vuole tornare a vivere.
Un caro saluto
Gabriele

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Dott.ssa Francesca Panzali
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Cagliari
Buona sera! Capisco molto bene cosa intendi quando dici di stare male più per la diagnosi di depressione che per la depressione stessa. Nonostante tutto chiedi a noi "dottori" se per caso si può aggiungere un'altra diagnosi eventuale di "ansia ossessiva" e ti faccio quindi una domanda... a cosa ti serve sapere questo? Potresti usare questa ulteriore diagnosi per stare ulteriormente male! Il mio consiglio invece e quello di capire che tipo di schemi stai utilizzando per "sopravvivere" alle situazioni che ti capitano, capire cio che ti serve per reagire e cio che invece ti blocca e ti sabota nell'ottenere benessere e costruire dei nuovi schemi che tifacciano stare bene. Questo lo puoi fare entrando in psicoterapia, trovando una persona che ti accompagni e ti guidi in questo lavoro anche di accettazione e accoglienza di te stesso.
Capisco quello che sta vivendo. A volte le diagnosi possono essere utili per orientare un percorso, ma altre volte rischiano di diventare una sorta di trappola: ci si identifica così tanto con una parola da soffrire più per l’idea che rappresenta che per il proprio vissuto reale. È come se la diagnosi prendesse il posto dell’ascolto di sé.
Credo possa essere importante avere uno spazio in cui dare significato a questa stanchezza, alla disperazione che sente e al modo in cui la diagnosi ha inciso sul suo modo di percepirsi. Un percorso psicoterapeutico può aiutarla proprio a ritrovare le sue risorse, a comprendere cosa sta accadendo dentro di lei e a non sentirsi sola in questo momento così faticoso.
Le auguro di trovare uno spazio in cui poter fare chiarezza insieme a qualcuno.
Cordiali Saluti
Dott.ssa Selene Quercioli
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Prato
Salve, grazie per aver condiviso la sua esperienza con tanta chiarezza.
Da ciò che descrive, è possibile che alla sofferenza iniziale si siano aggiunti molti pensieri e paure legate al significato della diagnosi.
Spesso infatti non è solo l’emozione in sé a far soffrire, ma anche il modo in cui la interpretiamo e le preoccupazioni intorno ad essa.
Questo non significa necessariamente che il problema sia diventato un altro disturbo: ansia, preoccupazione e umore depresso possono facilmente intrecciarsi.

Se non ha già iniziato un percorso psicoterapeutico, potrebbe essere utile valutare di iniziarlo, in modo che possa lavorare e rendersi consapevole di ciò che origina questi pensieri e vissuti emotivi. Un caro saluto, SQ
Dott. Stefano Ventura
Psicologo, Psicoterapeuta
Roma
Gentile Amica,
quando attraversiamo un periodo di depressione, avvertiamo una frattura tra noi e il mondo e tra noi e la nostra stessa identità. Capisco bene quindi come può sentirsi. E' un bene che voglia tornare ad essere attiva, a recuperare gli spazi della sua vita, che prima occupava con soddisfazione. non ci dice per cosa la sua depressione è una "reazione", e sarebbe assai importante: un conto è la fine di una relazione, altro è perdere un lavoro o subire un lutto ad esempio. Ciascuno di questi eventi proietta su di noi una "nuova identità" e adattarsi ad essa provoca la depressione.
Le consiglio di concentrarsi su questo, magari con l'aiuto di un professionista che sappia accompagnarla in questo percorso.

Con i migliori auguri,
dr. Ventura
Dott. Emiliano Perulli
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Lecce
Gentile, grazie per aver condiviso e complimenti davvero, perché si è spiegata benissimo. L'esempio del giocatore è perfetto.
Lei condivide qualcosa di molto interessante: sta soffrendo per la sofferenza. Non sembra essere tanto la depressione in sé a farla stare male in questo momento, ma il pensiero "sono depressa e non ne uscirò più". La storia che sta raccontando a sé stessa sembra essere diventata più pesante della cosa in sé.
Questa sensazione viene spesso chiamata meta-sofferenza, ed è più comune di quanto si pensi. Il problema è che più si combatte quell'idea, più lei prende spazio. È un po' come quando si cerca di non pensare a una cosa e non si riesce a pensare ad altro.
Il fatto che cerchi le persone, chieda aiuto, pianga in modo "attivo" è il segnale che una parte di lei è ancora molto presente e combattiva. Solo che tutta quell'energia in questo momento sembra andare verso il pensiero "sono depressa", invece di andare altrove.
Sulla sua domanda: depressione o ansia ossessiva? La risposta più onesta è che queste categorie spesso si sovrappongono, e cercare l'etichetta giusta non è sempre il percorso più utile. Il "pensiero che gira", la ricerca di rassicurazioni, la sofferenza "attiva", sono probabilmente parte di una componente ansiosa che si è innestata su uno stato depressivo. Succede spesso.
Il nodo non è tanto nella diagnosi, ma nel racconto che in questa fase sta facendo su sé stessa. Ed è proprio lì che a mio parere vale la pena lavorare, insieme a un professionista
Dott.ssa Elisa Oliveri
Psicoterapeuta, Psicologo
Torino
Cara signora,
La diagnosi di depressione non la descrive come persona, nè si configura come una condanna a vita, tanto più essendo reattiva.
Certamente l'ansia sta influendo su di lei portandole ruminazioni, ricerca continua di rassicurazioni in una forma in qualche modo un pò ossessiva.
Lei però ha dalla sua parte una buona capacità di analisi del suo sentire e dei suoi vissuti che la aiuterà anche a prendere le distanza da quanto le sta accadendo riconoscendo che sta soffrendo per il timore di soffrire. Dalla sua domanda non si evince se lei sia attualmente in cura da uno/a psicoterapeuta o le sia solo stata fatta una diagnosi. Potrebbe valutare di farsi supportare in questo periodo di difficoltà. Le auguro di recuperare quanto prima la sua serenità.
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Bruino
Gentile utente,
da quello che descrive si percepisce chiaramente la sua sofferenza, ed è importante dirle che ciò che sta vivendo è più comune di quanto si pensi.
Quello che lei coglie è molto preciso: spesso non è solo la depressione in sé a far stare male, ma anche il significato che le attribuiamo. Pensieri come “non ne uscirò più” o “non tornerò come prima” possono diventare molto forti e mantenere uno stato di preoccupazione continua.
Per questo motivo, più che un “passaggio” da depressione a un disturbo ossessivo, è probabile che ci sia una componente ansiosa che si sovrappone al tono dell’umore. Ansia e depressione, infatti, spesso si intrecciano e si alimentano a vicenda.
Il fatto che lei descriva una sofferenza “attiva” — con il bisogno di capire, chiedere aiuto e cercare rassicurazioni — è un elemento importante: indica che una parte di lei è ancora in movimento e orientata a stare meglio, anche se in questo momento fatica.
L’esempio che fa del giocatore è molto efficace: a volte il dolore maggiore non è solo nella “ferita”, ma in ciò che temiamo che quella ferita significhi per il futuro.
Può essere utile partire proprio da questa distinzione: tra ciò che si prova e ciò che si pensa su ciò che si prova.
Se ne sente il bisogno, un confronto con uno psicoterapeuta può aiutarla a orientarsi meglio in questo momento e a ridurre questo tipo di pensieri.
Un caro saluto!
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Dott. Fabio Mallardo
Psicoterapeuta, Psicologo
Venezia
Buongiorno,
ti ringrazio per aver condiviso con tanta chiarezza ciò che stai vivendo: si sente quanto questa situazione sia faticosa e quanto tu stia cercando di comprenderla davvero.

Da quello che descrivi, sembra esserci una doppia componente della sofferenza: da una parte i vissuti depressivi (la fatica, il senso di “essere a terra”), dall’altra il peso dei pensieri e dei significati che attribuisci alla diagnosi (“non ne uscirò più”, “sono depressa”). Spesso queste due dimensioni si intrecciano e si alimentano a vicenda, rendendo l’esperienza ancora più intensa. Non è quindi necessario pensare a un “passaggio” netto da depressione a qualcos’altro: può trattarsi di un quadro in cui anche l’ansia e i pensieri ripetitivi stanno avendo un ruolo importante nel mantenere la sofferenza.

Quello che descrivi — il cercare rassicurazioni, il bisogno di capire, il non riuscire a “stare nel vuoto” — non è qualcosa di sbagliato, ma un tentativo comprensibile di far fronte a uno stato interno difficile. Allo stesso tempo, può diventare un circolo che amplifica la fatica, soprattutto quando i pensieri sulla depressione diventano molto rigidi o spaventanti.

La tua metafora della gamba ferita è molto efficace: a volte il dolore non è solo nella “ferita”, ma anche in ciò che quella ferita significa per noi. Ed è proprio su questo significato che, in un percorso psicoterapeutico, si può lavorare con delicatezza, per ridurre il peso che oggi senti così forte.

Se posso lasciarti un messaggio importante: il fatto che tu ti faccia queste domande e che riesca a osservare così bene ciò che ti accade è già una risorsa preziosa, non un segno che “non ne uscirai”. Con il giusto spazio di ascolto e lavoro condiviso, queste esperienze possono essere comprese e trasformate.

Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta

Ricevo anche on-line
Dott.ssa Ornella Prete
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Roma
Salve,
ritengo sia importante affidarsi allo specialista che le ha fatto la diagnosi, sicuramente le può rispondere in maniera più precisa conoscendola.
Comunque immagino che senta una sorta d'impotenza rispetto ad una diagnosi che ritiene inguaribile. Non è proprio così deve continuare a farsi aiutare e sentire che i sintomi piano piano regrediranno altrimenti è bene ritornare a controllo farmaceutico se segue questo percorso altrimenti inizi un percorso psicoterapeutico che può sempre parallelamente percorrere con l'altro.
Le risorse che abbiamo sono tante e bisogna metterle a frutto.

Dott.ssa Anna Spanio
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Castelfranco Veneto
Quello che stai vivendo sembra avere due parti che si alimentano tra loro. Da un lato ci sono stanchezza, tristezza e difficoltà a sentirti come prima. Dall’altro c’è il continuo pensare a questa condizione, con idee come “non passerà mai”, che aumentano la paura e la disperazione.

La sofferenza più forte sembra nascere proprio da questi pensieri e dal significato che dai a quello che provi, più che dalle sensazioni in sé. È come se la mente cercasse di risolvere il problema continuando a pensarci, ma così finisse per ingigantirlo.

Il fatto che tu cerchi gli altri, chieda aiuto e reagisca non è un segno negativo, ma indica che dentro di te c’è ancora movimento e desiderio di stare meglio.

Un piccolo passo utile può essere questo: quando arrivano quei pensieri, prova a dirti “sto avendo il pensiero che non ne uscirò”, invece di prenderlo come una verità. Questo aiuta a creare un po’ di distanza e a ridurre l’intensità della sofferenza.
Dott.ssa Arianna Broglia
Psicologo, Psicoterapeuta
Parma
Buongiorno carissima, hai fatto bene a condividere le tue riflessioni; sì, quello che scrivi è interessante e molto chiaro. Mi colpisce in particolare la distinzione che fai tra ciò che provi e il significato che attribuisci alla parola “depressione”. È come se, oltre alla sofferenza emotiva, si fosse aggiunto un secondo livello di difficoltà legato ai pensieri su ciò che ti sta accadendo (ad esempio l’idea di “non uscirne più”).
A volte una diagnosi può aiutare a dare un nome a quello che si vive, ma può anche diventare una sorta di etichetta molto forte. Passare da “sto vivendo un periodo di grande fatica” a “sono depressa” può, quasi senza accorgercene, rendere questa esperienza più rigida e totalizzante. Non si tratta di negare quello che provi, che è reale e merita attenzione, ma di osservare come alcune parole e alcuni pensieri possano influenzare il modo in cui interpreti le tue sensazioni, il tuo senso di possibilità e anche le aspettative sul futuro.
Quando dici che ti senti “più male per l’idea di essere depressa”, stai già mettendo a fuoco qualcosa di molto importante: il ruolo che i pensieri e le interpretazioni possono avere nell’amplificare la sofferenza.
Rispetto alla tua domanda (depressione o ansia), spesso questi aspetti non sono così separati: può capitare che a uno stato depressivo si associno pensieri ripetitivi, preoccupazioni e un forte bisogno di rassicurazione, proprio come descrivi. Più che pensare a un passaggio da un disturbo all’altro, può essere utile osservare come queste componenti funzionano insieme nella tua esperienza.
La tua immagine del giocatore infortunato è molto efficace: a volte il dolore non è dato solo dalla “ferita”, ma anche dal significato che quella ferita assume nella propria storia e nella propria identità.
Potrebbe esserti utile iniziare a osservare, nei momenti più difficili: cosa stai pensando in quel momento; che immagini o previsioni fai sul futuro; come questi pensieri influenzano le tue emozioni e i tuoi comportamenti (come il piangere o cercare rassicurazioni). E magari anche notare se esistono momenti, anche piccoli, in cui ti senti in modo leggermente diverso rispetto a questa definizione.
Il fatto che tu senta ancora il desiderio di fare, di stare meglio e di cercare gli altri è un elemento importante, che vale la pena tenere in considerazione.
Se senti che queste riflessioni risuonano con la tua esperienza e vuoi approfondirle, puoi scrivermi. Il mio suggerimento, è quello di osservare tutto questo insieme all'aiuto di un professionista.
Ti auguro una buona giornata, dott.ssa Arianna Broglia
Dott.ssa Stefania Cicchiello
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Frosinone
Gentile utente, la sua immagine e la sua descrizione sono molto chiare.
La depressione è come una gamba ferita: il dolore esiste, ma spesso la sofferenza più intensa nasce dal pensiero: "vorrei sentirmi come mi sentivo prima, altrimenti qualcosa non va" .Quello che sta vivendo può essere sintetizzato così:
C’è una sofferenza reale (depressione reattiva)
La mente la interpreta e la teme = “Non ne uscirò”, “non sarò più quella di prima”
Nasce il rifiuto dello stato attuale = “Non devo stare così”
Aumentano ansia, frustrazione e controllo (pianto e ricerca di rassicurazioni)
La sofferenza si amplifica e si mantiene sostenuta non solo dai sintomi, ma anche dal tentativo di combatterli(sofferenza attiva). la sua depressione è reattiva con forte componente ansiosa e ruminativa. Pertanto se la depressione è come la “ferita", l’ansia è il tentativo di controllarla, ma il controllo, però, finisce per mantenerla.
Inoltre il “prima” può diventare un punto di riferimento rigido. Dopo un evento significativo,come la depressione, la persona inevitabilmente cambia.
Il problema non è solo la depressione, ma la lotta per eliminarla e il tentativo di tornare indietro perché questo genera: confronto continuo con il passato, senso di perdita, aumento della frustrazione ecc ecc...
Dopo una crisi, spesso si sviluppa una forma diversa di sé:più consapevole, più strutturata e anche più autentica. Pertanto non si tratta di tornare come prima, ma di trovare un nuovo equilibrio.
C’è inoltre un elemento del suo racconto che merita grande attenzione: lei non è così spenta, e ritirata come teme, perchè desidera stare bene, reagire, capire, uscire da questo stato; scrive, chiede aiuto, cerca confronto. Questo può rassicurarla sul fatto che c'è ancora attivazione emotiva, c'è ancora energia psichica, anche se oggi è canalizzata nella preoccupazione e nella ricerca di rassicurazioni

La sua sofferenza allo stato si esprime su due livelli intrecciati:
la depressione (dolore primario)
la reazione alla depressione (dolore secondario: paura, controllo, pensieri). Ed è questo secondo livello che alimenta il circolo vizioso. Proprio perché questo è un meccanismo complesso è importante: intraprendere un percorso di psicoterapia, oppure proseguire con continuità quello già iniziato e può essere utile una valutazione psichiatrica, per avere un supporto integrato.
Anche se oggi sembra tutto fermo, dentro di lei c’è ancora movimento… ed è proprio da lì che si ricomincia, un passo alla volta.
In bocca al lupo per tutto. Dott.S.C.
Dott.ssa Federica Tropea
Psicologo, Psicoterapeuta
Catania
Buongiorno, sono la dottoressa Tropea Federica, capisco ciò bene quello che descrive. Non sta “passando” per forza a un altro disturbo. Potrebbe essere ancora nel campo della depressione, ma con una forte componente ansiosa e di pensiero ripetitivo (rimuginio). La depressione in sè con stanchezza e fatica a fare attività insieme all'interpretazione che lei dà alla depressione (magari non ne uscirò, sono cambiata) rende tutto molto più amplificato. È comune che la mente si spaventa dello stato emotivo e lo ingigantisce. Comunque non è la diagnosi che ti "condanna" ma come la vivi, tutto questo può essere affrontato con un percorso psicoterapico. Ha detto di aver già fatto degli incontri, magari provi con altri professionisti se la collega precedente non l'ha fatta sentire a suo agio o non è stato di suo gradimento il risultato. Resto a sua disposizione, buona giornata!
Dott.ssa Rossella Lupo
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Gambettola
Buongiorno caro paziente, la sua sofferenza sembra profonda e richiede una presa in carico da un professionista, è difficile dare indicazioni sulla base di ciò che racconta. Solo una cosa mi viene da dirle: ricordi che lei non è solo la sua depressione, o la sua ansia ma è molto di più, e credo fermamente che debba ritrovare il suo nucleo profondo, con l'aiuto di un professionista. Se volesse io sono disponibile anche on-line.
Intanto le auguro buona fortuna per tutto.
Dott.ssa Rossella Lupo
Dott. Diego Ferrara
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Quarto
Buongiorno,

dalla depressione reattiva è possibile uscirne con l'ausilio della psicoterapia. Nel caso, mi contatti in privato, sono disponibile ad accogliere la sua richiesta di aiuto; ricevo anche on-line.

Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Salve, grazie per aver condiviso così apertamente la sua esperienza. Da quanto descrive, è chiaro che stia vivendo un forte disagio emotivo, ma ciò che segnala non è insolito: spesso, nelle depressioni reattive, la sofferenza non nasce solo dai sintomi stessi, ma anche dal modo in cui la persona percepisce e interpreta la propria condizione. Quindi il “soffrire per essere depressa” è una reazione comprensibile, soprattutto se si teme di non potersi riprendere.

La sensazione di urgenza, la ricerca continua di rassicurazioni e il pianto frequente indicano una componente ansiosa che convive con la depressione, ma questo non significa necessariamente che si sia sviluppato un disturbo ossessivo; piuttosto, possono essere strategie di coping che il suo sistema emotivo sta mettendo in atto per gestire l’angoscia. In pratica, il disagio nasce da un intreccio tra i sintomi depressivi e l’ansia legata alla percezione di sé come “persona depressa”.

Ogni percorso emotivo è unico, e distinguere tra depressione, ansia e preoccupazioni legate alla diagnosi richiede un approfondimento professionale. Un colloquio con uno specialista può aiutare a chiarire meglio la situazione, definire le strategie più adatte e ridurre la sofferenza quotidiana.

Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa

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