Salve a tutti, sono una studentessa universitaria che ora più che mai sta avendo a che fare con pens
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Salve a tutti, sono una studentessa universitaria che ora più che mai sta avendo a che fare con pensieri che definirei "ossessivi" per quanto riguarda le relazioni sociali (amicizie, conoscenze, ecc.): dopo ogni interazione non sentita al 100% riuscita, riavvolgo continuamente nella mia testa ogni piccolo dettaglio della situazione per capire cosa avrei potuto sbagliare, cercando continue rassicurazioni, e spendendoci la notte in pianti. Oltre a questo, sospetto da sempre di essere neurodivergente/essere nello spettro autistico.
Mi sto chiedendo quindi se non sia necessario partire da una valutazione psicodiagnostica per l'autismo/AuDHD. Ho il forte sospetto che i miei pensieri ossessivi siano il risultato di un sovraccarico cognitivo dovuto al masking e alla mancanza di strumenti adatti al mio funzionamento reale. Temo che un percorso generico, non formato sulla neurodivergenza, possa rivelarsi inefficace o invalidante, come già accaduto in passato. Dunque, quale percorso pensate sia meglio affrontare per prima (a fronte dei soldi)? Un percorso "generico" per risolvere inanzitutto i miei pensieri ossessivi, o un percorso psicodiagnostico (forse un po' più lungo?) per partire dalla radice?
Mi sto chiedendo quindi se non sia necessario partire da una valutazione psicodiagnostica per l'autismo/AuDHD. Ho il forte sospetto che i miei pensieri ossessivi siano il risultato di un sovraccarico cognitivo dovuto al masking e alla mancanza di strumenti adatti al mio funzionamento reale. Temo che un percorso generico, non formato sulla neurodivergenza, possa rivelarsi inefficace o invalidante, come già accaduto in passato. Dunque, quale percorso pensate sia meglio affrontare per prima (a fronte dei soldi)? Un percorso "generico" per risolvere inanzitutto i miei pensieri ossessivi, o un percorso psicodiagnostico (forse un po' più lungo?) per partire dalla radice?
Buongiorno, la ringrazio per aver condiviso questi suoi dubbi.
Parto dal presupposto che per rispondere alla sua domanda avrei bisogno di avere molti più dettagli dalla sua storia.
Le neurodivergenze sono delle condizioni che si hanno dalla nascita con una storia eziopatogenetica che comprende un cluster di sintomi presenti da sempre.
Il fatto che nella sua crescita nessuno lo abbia notato è un dato da tenere a mente in vista di una diagnosi differenziale.
Quello che descrive sembrano processo ossessivi o ruminativi in ambito sociale.
La riflessione che fa rispetto alla possibile neurodivergenza sono elementi che si è possibile ricollocare in queste etichette, ma non è un passaggio automatico. Anche persone senza neurodivergenza possono vivere situazioni simili alle sue.
Sul dove partire le posso lasciare una riflessione. Cosa per lei è più importante? Provare a ridurre la sofferenza o dare un nome al suo funzionamento?
Nella Sua situazione, potrebbe risultare più funzionale iniziare con un percorso terapeutico mirato a lavorare proprio su questi meccanismi ossessivi e ruminativi. Non si tratterebbe di un percorso “generico”, ma di un lavoro specifico, orientato a comprendere e ridurre il bisogno di controllo, la ricerca di certezza e l’iper-analisi delle interazioni sociali. Parallelamente, sarebbe importante che il professionista scelto abbia una sensibilità rispetto al tema della neurodivergenza, così da non invalidare il Suo vissuto e da poter eventualmente integrare questo aspetto nel lavoro terapeutico.
Una volta che il livello di sofferenza sarà più gestibile, potrà essere più semplice e utile anche affrontare una eventuale valutazione psicodiagnostica, qualora il dubbio sulla neurodivergenza resti significativo. In questo modo, la diagnosi non diventa un punto di partenza urgente sotto pressione, ma uno strumento di maggiore comprensione di sé.
Un ultimo aspetto che può esserLe utile tenere a mente riguarda il funzionamento dei pensieri che descrive. Dopo un’interazione sociale, il cervello tende a convincerLa che sta cercando di “capire cosa è andato storto”. In realtà, molto spesso ciò che sta cercando non è una comprensione realistica, ma una certezza assoluta di non aver sbagliato. Ed è proprio questa ricerca di certezza che alimenta il ciclo del rimuginio, rendendolo sempre più difficile da interrompere.
Rispetto al processo valutativo esistono alcuni centri pubblici dove è possibile effettuare una valutazione (e quindi senza un costo), provi a cercare se nella sua zona ci sono ambulatori per la disabilità adulta/ADHD per capire se il percorso valutativo può farlo in ambito pubblico.
Cordiali saluti
Parto dal presupposto che per rispondere alla sua domanda avrei bisogno di avere molti più dettagli dalla sua storia.
Le neurodivergenze sono delle condizioni che si hanno dalla nascita con una storia eziopatogenetica che comprende un cluster di sintomi presenti da sempre.
Il fatto che nella sua crescita nessuno lo abbia notato è un dato da tenere a mente in vista di una diagnosi differenziale.
Quello che descrive sembrano processo ossessivi o ruminativi in ambito sociale.
La riflessione che fa rispetto alla possibile neurodivergenza sono elementi che si è possibile ricollocare in queste etichette, ma non è un passaggio automatico. Anche persone senza neurodivergenza possono vivere situazioni simili alle sue.
Sul dove partire le posso lasciare una riflessione. Cosa per lei è più importante? Provare a ridurre la sofferenza o dare un nome al suo funzionamento?
Nella Sua situazione, potrebbe risultare più funzionale iniziare con un percorso terapeutico mirato a lavorare proprio su questi meccanismi ossessivi e ruminativi. Non si tratterebbe di un percorso “generico”, ma di un lavoro specifico, orientato a comprendere e ridurre il bisogno di controllo, la ricerca di certezza e l’iper-analisi delle interazioni sociali. Parallelamente, sarebbe importante che il professionista scelto abbia una sensibilità rispetto al tema della neurodivergenza, così da non invalidare il Suo vissuto e da poter eventualmente integrare questo aspetto nel lavoro terapeutico.
Una volta che il livello di sofferenza sarà più gestibile, potrà essere più semplice e utile anche affrontare una eventuale valutazione psicodiagnostica, qualora il dubbio sulla neurodivergenza resti significativo. In questo modo, la diagnosi non diventa un punto di partenza urgente sotto pressione, ma uno strumento di maggiore comprensione di sé.
Un ultimo aspetto che può esserLe utile tenere a mente riguarda il funzionamento dei pensieri che descrive. Dopo un’interazione sociale, il cervello tende a convincerLa che sta cercando di “capire cosa è andato storto”. In realtà, molto spesso ciò che sta cercando non è una comprensione realistica, ma una certezza assoluta di non aver sbagliato. Ed è proprio questa ricerca di certezza che alimenta il ciclo del rimuginio, rendendolo sempre più difficile da interrompere.
Rispetto al processo valutativo esistono alcuni centri pubblici dove è possibile effettuare una valutazione (e quindi senza un costo), provi a cercare se nella sua zona ci sono ambulatori per la disabilità adulta/ADHD per capire se il percorso valutativo può farlo in ambito pubblico.
Cordiali saluti
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Salve, quello che descrive è molto profondo e anche molto lucido: si vede chiaramente quanto stia cercando di capire davvero come funziona la sua mente, non solo di “togliere il sintomo”. E questo è già un punto di partenza importante.
Quello che vive dopo le interazioni sociali – il rimuginare continuo, il riavvolgere ogni dettaglio, il bisogno di rassicurazione, fino ad arrivare al pianto e a passarci la notte – ha tutte le caratteristiche di un funzionamento ossessivo legato all’ansia sociale. È come se la mente cercasse di “risolvere” qualcosa che percepisce come errore o imperfezione, ma più ci lavora sopra, più si blocca e si amplifica il disagio.
Allo stesso tempo, il dubbio sulla neurodivergenza, sul possibile spettro autistico o AuDHD, è una riflessione legittima, soprattutto se sente che molte delle sue difficoltà nascono da uno sforzo costante di adattamento, da quel “masking” che nel tempo può portare a un forte sovraccarico cognitivo ed emotivo.
Il punto centrale, però, è questo: i due livelli non si escludono, ma non hanno lo stesso grado di urgenza nel qui e ora.
In questo momento lei sta soffrendo molto per i pensieri ossessivi, che le tolgono energie, sonno e serenità. Questo è ciò che impatta di più sulla sua qualità di vita adesso. Un percorso psicologico mirato su questo aspetto, anche se non specificamente centrato sulla neurodivergenza, può già darle strumenti molto concreti per interrompere il rimuginio, ridurre il bisogno di rassicurazione e gestire meglio il post-interazione.
Allo stesso tempo, la sua preoccupazione è comprensibile: ha paura di sentirsi di nuovo non compresa o “invalidata” in un percorso troppo generico. Ed è una paura fondata se ha già avuto esperienze del genere.
Per questo, la scelta più equilibrata potrebbe essere questa: iniziare un percorso con un professionista che abbia competenze sia sull’ansia/ossessioni sia, almeno, una sensibilità verso la neurodivergenza. Non serve necessariamente partire subito con una valutazione psicodiagnostica completa, ma è importante che chi la segue non escluda a priori questa possibilità e sappia accoglierla.
In parallelo, la valutazione per autismo/AuDHD può essere fatta anche in un secondo momento, quando avrà magari già un po’ più di stabilità interna e strumenti per gestire l’ansia. Questo le permetterebbe anche di affrontarla con maggiore lucidità, senza che tutto sia filtrato dal momento di forte sovraccarico che sta vivendo ora.
C’è anche un altro aspetto importante: il fatto che lei colleghi i pensieri ossessivi al masking è una lettura interessante, ma il rischio è che diventi un’altra forma di “spiegazione da risolvere” su cui la mente si aggancia. A volte, indipendentemente dall’origine, il meccanismo ossessivo va trattato direttamente, perché altrimenti continua a funzionare anche quando si capisce “da dove viene”.
Non deve scegliere “o l’uno o l’altro” in modo rigido, ma può darsi una priorità: prima stare un po’ meglio, poi approfondire.
Se vuole, possiamo anche ragionare insieme su che tipo di professionista cercare o su come riconoscere un percorso che sia davvero adatto a lei, così da evitare di ritrovarsi di nuovo in una situazione poco utile. Non deve affrontare tutto da sola, e soprattutto non deve incastrarsi in una scelta perfetta: può costruirla passo dopo passo.
Quello che vive dopo le interazioni sociali – il rimuginare continuo, il riavvolgere ogni dettaglio, il bisogno di rassicurazione, fino ad arrivare al pianto e a passarci la notte – ha tutte le caratteristiche di un funzionamento ossessivo legato all’ansia sociale. È come se la mente cercasse di “risolvere” qualcosa che percepisce come errore o imperfezione, ma più ci lavora sopra, più si blocca e si amplifica il disagio.
Allo stesso tempo, il dubbio sulla neurodivergenza, sul possibile spettro autistico o AuDHD, è una riflessione legittima, soprattutto se sente che molte delle sue difficoltà nascono da uno sforzo costante di adattamento, da quel “masking” che nel tempo può portare a un forte sovraccarico cognitivo ed emotivo.
Il punto centrale, però, è questo: i due livelli non si escludono, ma non hanno lo stesso grado di urgenza nel qui e ora.
In questo momento lei sta soffrendo molto per i pensieri ossessivi, che le tolgono energie, sonno e serenità. Questo è ciò che impatta di più sulla sua qualità di vita adesso. Un percorso psicologico mirato su questo aspetto, anche se non specificamente centrato sulla neurodivergenza, può già darle strumenti molto concreti per interrompere il rimuginio, ridurre il bisogno di rassicurazione e gestire meglio il post-interazione.
Allo stesso tempo, la sua preoccupazione è comprensibile: ha paura di sentirsi di nuovo non compresa o “invalidata” in un percorso troppo generico. Ed è una paura fondata se ha già avuto esperienze del genere.
Per questo, la scelta più equilibrata potrebbe essere questa: iniziare un percorso con un professionista che abbia competenze sia sull’ansia/ossessioni sia, almeno, una sensibilità verso la neurodivergenza. Non serve necessariamente partire subito con una valutazione psicodiagnostica completa, ma è importante che chi la segue non escluda a priori questa possibilità e sappia accoglierla.
In parallelo, la valutazione per autismo/AuDHD può essere fatta anche in un secondo momento, quando avrà magari già un po’ più di stabilità interna e strumenti per gestire l’ansia. Questo le permetterebbe anche di affrontarla con maggiore lucidità, senza che tutto sia filtrato dal momento di forte sovraccarico che sta vivendo ora.
C’è anche un altro aspetto importante: il fatto che lei colleghi i pensieri ossessivi al masking è una lettura interessante, ma il rischio è che diventi un’altra forma di “spiegazione da risolvere” su cui la mente si aggancia. A volte, indipendentemente dall’origine, il meccanismo ossessivo va trattato direttamente, perché altrimenti continua a funzionare anche quando si capisce “da dove viene”.
Non deve scegliere “o l’uno o l’altro” in modo rigido, ma può darsi una priorità: prima stare un po’ meglio, poi approfondire.
Se vuole, possiamo anche ragionare insieme su che tipo di professionista cercare o su come riconoscere un percorso che sia davvero adatto a lei, così da evitare di ritrovarsi di nuovo in una situazione poco utile. Non deve affrontare tutto da sola, e soprattutto non deve incastrarsi in una scelta perfetta: può costruirla passo dopo passo.
Buongiorno, da ciò che descrive non è possibile stabilire online se vi sia effettivamente una condizione dello spettro autistico o un quadro di tipo ossessivo, ma il suo ragionamento è comprensibile e merita un inquadramento accurato. Nelle persone adulte, infatti, una valutazione per possibile autismo dovrebbe essere svolta da professionisti esperti in questo ambito, ed è la valutazione specialistica l’unico modo per chiarire se ci si trovi realmente di fronte a una condizione dello spettro. Inoltre, tra i segni che possono portare ad approfondire vi sono anche la forte fatica nelle situazioni sociali, l’ansia sociale e il disagio quando il proprio funzionamento richiede un grande sforzo di adattamento. Allo stesso tempo, i pensieri ripetitivi, il rimuginare a lungo dopo le interazioni e la continua ricerca di rassicurazioni possono rientrare anche in un funzionamento di tipo ossessivo o ansioso, e non andrebbero sottovalutati se la portano a piangere, a perdere il sonno e a stare così male. Anche quando non vi sono compulsioni evidenti, le linee guida considerano importante valutare e trattare i pensieri ossessivi, spesso con interventi psicologici mirati. Per questo, più che scegliere tra un percorso “generico” e uno psicodiagnostico lungo, potrebbe essere utile iniziare con un primo colloquio clinico con uno psicologo o uno psichiatra che abbia esperienza specifica nella valutazione dell’autismo negli adulti e della neurodivergenza. Un professionista con questa formazione può aiutarla a capire se, in base alla sua storia e ai sintomi attuali, sia opportuno partire da una valutazione psicodiagnostica oppure da un trattamento del disagio più urgente, senza rischiare di invalidare il suo vissuto. Se dovessi darle un orientamento pratico, considerato anche il fattore economico, le direi che la strada più sensata è partire da una valutazione iniziale mirata con un professionista competente su questi temi, così da decidere con maggiore precisione il passo successivo, invece di iniziare un percorso troppo generico o, al contrario, un iter diagnostico senza prima un buon inquadramento clinico.
Le auguro una buona serata.
Le auguro una buona serata.
Gentile,
da ciò che descrive emerge quanto le relazioni sociali siano per lei fonte di intensa angoscia, che sembra poi cercare di gestire attraverso il controllo esercitato dai pensieri ossessivi (il riavvolgere, analizzare, cercare rassicurazioni). Più che un semplice sintomo da eliminare, questi pensieri appaiono come un tentativo di dare ordine e contenimento a un vissuto interno molto faticoso.
Ci tengo a sottolineare che un percorso psicoterapeutico non è mai “generico”: è sempre costruito sulla specificità della persona e sul significato che i sintomi assumono nella sua esperienza. Lavorare sui pensieri ossessivi, quindi, non significa trascurare la radice del problema, ma iniziare ad avvicinarla.
Rispetto al dubbio sulla neurodivergenza, credo possa essere utile valutare, proprio all’interno di un percorso terapeutico, il senso e l’utilità per lei di una valutazione psicodiagnostica per l’ADHD (o altri aspetti del funzionamento). Se emergerà come indicata, potrà eventualmente affiancare al percorso una valutazione specialistica mirata.
Per questo, le direi che potrebbe essere più utile iniziare da uno spazio terapeutico che le permetta di comprendere più a fondo ciò che le accade – nelle relazioni, nei pensieri, nell’angoscia – e, da lì, decidere insieme se e quale tipo di approfondimento diagnostico intraprendere. Questo le consentirebbe di non ridurre la complessità della sua esperienza a una sola etichetta, ma allo stesso tempo di non escludere strumenti che potrebbero esserle utili.
Resto con l’impressione che, più che trovare subito “la risposta giusta”, sia importante che lei possa trovare un luogo in cui sentirsi pensata e compresa nella sua esperienza, senza doversi adattare o “mascherare”.
Un caro saluto.
da ciò che descrive emerge quanto le relazioni sociali siano per lei fonte di intensa angoscia, che sembra poi cercare di gestire attraverso il controllo esercitato dai pensieri ossessivi (il riavvolgere, analizzare, cercare rassicurazioni). Più che un semplice sintomo da eliminare, questi pensieri appaiono come un tentativo di dare ordine e contenimento a un vissuto interno molto faticoso.
Ci tengo a sottolineare che un percorso psicoterapeutico non è mai “generico”: è sempre costruito sulla specificità della persona e sul significato che i sintomi assumono nella sua esperienza. Lavorare sui pensieri ossessivi, quindi, non significa trascurare la radice del problema, ma iniziare ad avvicinarla.
Rispetto al dubbio sulla neurodivergenza, credo possa essere utile valutare, proprio all’interno di un percorso terapeutico, il senso e l’utilità per lei di una valutazione psicodiagnostica per l’ADHD (o altri aspetti del funzionamento). Se emergerà come indicata, potrà eventualmente affiancare al percorso una valutazione specialistica mirata.
Per questo, le direi che potrebbe essere più utile iniziare da uno spazio terapeutico che le permetta di comprendere più a fondo ciò che le accade – nelle relazioni, nei pensieri, nell’angoscia – e, da lì, decidere insieme se e quale tipo di approfondimento diagnostico intraprendere. Questo le consentirebbe di non ridurre la complessità della sua esperienza a una sola etichetta, ma allo stesso tempo di non escludere strumenti che potrebbero esserle utili.
Resto con l’impressione che, più che trovare subito “la risposta giusta”, sia importante che lei possa trovare un luogo in cui sentirsi pensata e compresa nella sua esperienza, senza doversi adattare o “mascherare”.
Un caro saluto.
Buonasera,
leggendo il suo messaggio si coglie quanto questi pensieri occupino spazio nella sua mente e quanto possano diventare faticosi, soprattutto quando arrivano a togliere il sonno e a trasformarsi in momenti di pianto.
Da ciò che racconta si può scorgere una dinamica ricorrente: dopo ogni interazione sociale che non sente “pienamente riuscita”, qualcosa si riattiva e la porta a tornare su ogni dettaglio, quasi nel tentativo di ricostruire, capire, correggere. Accanto a questo, prende forma anche una ricerca di senso più ampia sul proprio funzionamento, con l’ipotesi di una possibile neurodivergenza e il timore di non essere compresa in percorsi non adeguati.
In questo tipo di esperienza può accadere che più si cerca di arrivare a una risposta definitiva (“cosa ho sbagliato?”, “qual è la spiegazione giusta?”), più il pensiero si intensifichi e si chiuda in un circolo ripetitivo. Allo stesso tempo, sembra esserci anche un bisogno profondo di trovare una chiave di lettura che restituisca coerenza al proprio modo di sentire e stare nelle relazioni.
Da una parte emerge quindi l’urgenza di stare meglio rispetto a questi pensieri così invasivi e dolorosi, dall’altra il desiderio di comprendere alla radice il proprio funzionamento, per non sentirsi più “fuori misura” o costretta ad adattamenti faticosi come il masking. Entrambe queste direzioni hanno un significato importante.
Rispetto alla sua domanda, più che pensare a due percorsi alternativi e separati, potrebbe essere utile immaginare un percorso psicologico che tenga insieme questi due livelli: uno spazio in cui iniziare a lavorare fin da subito sui pensieri ossessivi e sul loro impatto emotivo, ma con un’attenzione reale e competente anche al tema della neurodivergenza. All’interno di una relazione terapeutica sufficientemente sintonizzata, potrà poi prendere forma — se necessario — anche una valutazione psicodiagnostica, inserita però in un contesto che abbia già iniziato a conoscere il suo modo di funzionare.
Uno spazio psicologico con una sensibilità specifica su questi temi può aiutarla non solo a ridurre la fatica legata ai pensieri, ma anche a costruire strumenti più rispettosi del suo funzionamento, senza sentirsi invalidata o fuori posto.
Col tempo, comprendere questi movimenti — sia cognitivi che relazionali — può permetterle di abitare le interazioni con maggiore continuità interna, senza che ogni episodio debba essere analizzato e rimesso in discussione così intensamente.
Un caro saluto, Dott.ssa Silvana Grilli
leggendo il suo messaggio si coglie quanto questi pensieri occupino spazio nella sua mente e quanto possano diventare faticosi, soprattutto quando arrivano a togliere il sonno e a trasformarsi in momenti di pianto.
Da ciò che racconta si può scorgere una dinamica ricorrente: dopo ogni interazione sociale che non sente “pienamente riuscita”, qualcosa si riattiva e la porta a tornare su ogni dettaglio, quasi nel tentativo di ricostruire, capire, correggere. Accanto a questo, prende forma anche una ricerca di senso più ampia sul proprio funzionamento, con l’ipotesi di una possibile neurodivergenza e il timore di non essere compresa in percorsi non adeguati.
In questo tipo di esperienza può accadere che più si cerca di arrivare a una risposta definitiva (“cosa ho sbagliato?”, “qual è la spiegazione giusta?”), più il pensiero si intensifichi e si chiuda in un circolo ripetitivo. Allo stesso tempo, sembra esserci anche un bisogno profondo di trovare una chiave di lettura che restituisca coerenza al proprio modo di sentire e stare nelle relazioni.
Da una parte emerge quindi l’urgenza di stare meglio rispetto a questi pensieri così invasivi e dolorosi, dall’altra il desiderio di comprendere alla radice il proprio funzionamento, per non sentirsi più “fuori misura” o costretta ad adattamenti faticosi come il masking. Entrambe queste direzioni hanno un significato importante.
Rispetto alla sua domanda, più che pensare a due percorsi alternativi e separati, potrebbe essere utile immaginare un percorso psicologico che tenga insieme questi due livelli: uno spazio in cui iniziare a lavorare fin da subito sui pensieri ossessivi e sul loro impatto emotivo, ma con un’attenzione reale e competente anche al tema della neurodivergenza. All’interno di una relazione terapeutica sufficientemente sintonizzata, potrà poi prendere forma — se necessario — anche una valutazione psicodiagnostica, inserita però in un contesto che abbia già iniziato a conoscere il suo modo di funzionare.
Uno spazio psicologico con una sensibilità specifica su questi temi può aiutarla non solo a ridurre la fatica legata ai pensieri, ma anche a costruire strumenti più rispettosi del suo funzionamento, senza sentirsi invalidata o fuori posto.
Col tempo, comprendere questi movimenti — sia cognitivi che relazionali — può permetterle di abitare le interazioni con maggiore continuità interna, senza che ogni episodio debba essere analizzato e rimesso in discussione così intensamente.
Un caro saluto, Dott.ssa Silvana Grilli
Cara studentessa, buonasera. Dal suo racconto sembra proprio che un percorso di valutazione psicodiagnostica indirizzato alla ricerca di eventuale neurodivergenza sia raccomandabile. Può provare ad informarsi presso la ASL di appartenenza oppure a cercare Centri clinici che se ne occupino. Un passo successivo sarà l'eventuale supporto psicologico che a quel punto potrà tenere conto del suo funzionamento. Le auguro un buon percorso. Dott.ssa Franca Vocaturi
Salve, la sua riflessione è molto lucida e mette in evidenza diversi livelli di funzionamento che meritano di essere distinti e approfonditi. Da un lato, i pensieri che descrive (rimuginio dopo le interazione sociali, l'analisi dettagliata di ciò che accaduto, la ricerca di rassicurazione) potrebbero essere compatibili con dinamiche di tipo ossessivo e con aspetti di ansia sociale. Dall'altro, una possibile condizione di neurodivergenza, se presente, potrebbe effettivamente contribuire al sovraccarico cognitivo e alle difficoltà che riporta, sopratutto in termini di "masking" e gestione delle interazioni. Per questo motivo, come da lei correttamente intuito, le due dimensioni che riporta non andrebbero viste come alternative, ma come potenzialmente interconnesse. Per rispondere alla sua domanda: riterrei utile partire da una valutazione psicodiagnostica mirata, svolta da professionisti con esperienza nella neurodivergenza in età adulta. Può rivolgersi, ad esempio, a centri clinici o studi specialistici che si occupano di autismo e ADHD nell'adulto. Oppure a servizi di psicologia/psichiatria del territorio che prevedano percorsi diagnostici strutturati. Questo le permetterà di comprendere meglio il suo funzionamento e di orientare in modo più efficace l'iter successivo. In parallelo, ma sopratutto successivamente appunto, un percorso di supporto psicologico potrà aiutarla a lavorare sui pensieri ossessivi, sulla regolazione emotiva e sulle dinamiche relazionali, con interventi calibrati sul suo stile cognitivo e sulle sue modalità di elaborazione. Come professionista che sta approfondendo l'ambito della neurodivergenza a livello accademico, ritengo importante sottolineare quanto un approccio non standardizzato ma realmente sintonizzato sulla persona e sul suo modo di funzionare, possa davvero fare la differenza.
Resto a disposizione,
un cordiale saluto.
Resto a disposizione,
un cordiale saluto.
Gentile utente,
quello che descrive è molto comprensibile e, soprattutto, non è raro: il rimuginio continuo sulle interazioni sociali, il bisogno di rassicurazione e il forte impatto emotivo (come il pianto e la difficoltà a dormire) sono segnali di una sofferenza reale che merita attenzione.
I “pensieri ossessivi” di cui parla sembrano avere una componente di rimuginio post-evento sociale, tipico di chi vive una forte sensibilità al giudizio e un elevato livello di autocritica. Questo meccanismo porta la mente a “riavvolgere” continuamente le situazioni nel tentativo di controllarle o correggerle, ma finisce per amplificare ansia e senso di inadeguatezza.
Rispetto al dubbio sulla possibile neurodivergenza (spettro autistico o AuDHD), è importante prendere sul serio la sua intuizione, soprattutto se sente che alcuni aspetti (come il masking, il sovraccarico cognitivo o la fatica nelle interazioni sociali) la rappresentano da tempo. Tuttavia, è altrettanto importante non attribuire automaticamente tutto a una possibile diagnosi senza una valutazione accurata.
Venendo alla sua domanda: da dove iniziare?
Non esiste una risposta unica valida per tutti, ma nel suo caso può essere utile considerare questo:
Se il disagio attuale (pensieri intrusivi, pianto, insonnia) è molto intenso e impattante, iniziare un percorso psicologico mirato alla gestione dell’ansia e dei pensieri ossessivi può darle strumenti concreti già nel breve termine.
Parallelamente, o dopo una prima fase di stabilizzazione, può essere assolutamente sensato intraprendere una valutazione psicodiagnostica per la neurodivergenza, soprattutto se sente che questo aspetto è centrale nella comprensione di sé.
Queste due strade non si escludono: anzi, spesso è proprio all’interno di un percorso terapeutico che emerge con maggiore chiarezza l’indicazione (o meno) per una valutazione diagnostica.
Ha però colto un punto fondamentale: non tutti i percorsi sono uguali. È importante che il professionista abbia una sensibilità e, possibilmente, una formazione anche sul tema della neurodivergenza, per evitare vissuti di invalidazione come quelli che ha già sperimentato.
In sintesi: partire dal suo benessere attuale (riducendo la sofferenza più urgente) e, allo stesso tempo, mantenere aperta la possibilità di approfondire il suo funzionamento attraverso una valutazione mirata è spesso la scelta più equilibrata.
Le consiglierei quindi di rivolgersi a uno specialista con cui poter valutare insieme il percorso più adatto alla sua situazione specifica.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
quello che descrive è molto comprensibile e, soprattutto, non è raro: il rimuginio continuo sulle interazioni sociali, il bisogno di rassicurazione e il forte impatto emotivo (come il pianto e la difficoltà a dormire) sono segnali di una sofferenza reale che merita attenzione.
I “pensieri ossessivi” di cui parla sembrano avere una componente di rimuginio post-evento sociale, tipico di chi vive una forte sensibilità al giudizio e un elevato livello di autocritica. Questo meccanismo porta la mente a “riavvolgere” continuamente le situazioni nel tentativo di controllarle o correggerle, ma finisce per amplificare ansia e senso di inadeguatezza.
Rispetto al dubbio sulla possibile neurodivergenza (spettro autistico o AuDHD), è importante prendere sul serio la sua intuizione, soprattutto se sente che alcuni aspetti (come il masking, il sovraccarico cognitivo o la fatica nelle interazioni sociali) la rappresentano da tempo. Tuttavia, è altrettanto importante non attribuire automaticamente tutto a una possibile diagnosi senza una valutazione accurata.
Venendo alla sua domanda: da dove iniziare?
Non esiste una risposta unica valida per tutti, ma nel suo caso può essere utile considerare questo:
Se il disagio attuale (pensieri intrusivi, pianto, insonnia) è molto intenso e impattante, iniziare un percorso psicologico mirato alla gestione dell’ansia e dei pensieri ossessivi può darle strumenti concreti già nel breve termine.
Parallelamente, o dopo una prima fase di stabilizzazione, può essere assolutamente sensato intraprendere una valutazione psicodiagnostica per la neurodivergenza, soprattutto se sente che questo aspetto è centrale nella comprensione di sé.
Queste due strade non si escludono: anzi, spesso è proprio all’interno di un percorso terapeutico che emerge con maggiore chiarezza l’indicazione (o meno) per una valutazione diagnostica.
Ha però colto un punto fondamentale: non tutti i percorsi sono uguali. È importante che il professionista abbia una sensibilità e, possibilmente, una formazione anche sul tema della neurodivergenza, per evitare vissuti di invalidazione come quelli che ha già sperimentato.
In sintesi: partire dal suo benessere attuale (riducendo la sofferenza più urgente) e, allo stesso tempo, mantenere aperta la possibilità di approfondire il suo funzionamento attraverso una valutazione mirata è spesso la scelta più equilibrata.
Le consiglierei quindi di rivolgersi a uno specialista con cui poter valutare insieme il percorso più adatto alla sua situazione specifica.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno, non so se un percorso psicodiagnostico sia necessariamente più lungo. Facciamo un po' di chiarezza. Un percorso psicoterapeutico può affrontare quello che lei sta riportando qui, magari non dandole una diagnosi ufficiale e certificata di neurodivergenza nel caso ce ne fosse la necessità e un percorso psicodiagnostico spesso si ferma alla diagnosi. La diagnosi di adhd o neurodivergenza in generale solitamente avviene nei servizi pubblici locali (csm), può provare a informarsi li. Io personalmente ritengo che tutto dipende da quale sia il suo scopo: avere una diagnosi o affrontare le sue problematiche? e poi così sceglie cosa fa piu per lei
Salve cara.
Non credo che il percorso diagnostico sia così lungo come dici.
Io inizierei da quello!
Poi successivamente ai risultati mi rivolgerei a qualcuno che sicuramente sia formato per aiutare specificatamente un neurodivergente!
Resto a disposizione,
Saluti!
Non credo che il percorso diagnostico sia così lungo come dici.
Io inizierei da quello!
Poi successivamente ai risultati mi rivolgerei a qualcuno che sicuramente sia formato per aiutare specificatamente un neurodivergente!
Resto a disposizione,
Saluti!
Quello che descrive è comprensibilmente molto faticoso: il rimuginare continuo sulle interazioni sociali e la ricerca di rassicurazioni possono diventare molto intensi e impattare sul benessere emotivo.
Rispetto al suo dubbio, non esiste una scelta “giusta” valida per tutti, ma nel suo caso una valutazione psicodiagnostica mirata potrebbe essere un buon punto di partenza, soprattutto se il sospetto di neurodivergenza è presente da tempo. Questo permetterebbe di comprendere meglio il suo funzionamento e orientare poi un eventuale percorso più specifico e adeguato.
Allo stesso tempo, i pensieri ossessivi e il rimuginio possono essere affrontati anche in un percorso psicologico, purché il professionista abbia sensibilità o formazione sul tema della neurodivergenza.
Pertanto, può essere utile cercare uno specialista che tenga conto di entrambe le dimensioni, così da evitare interventi poco mirati e sentirsi maggiormente compresa.
Rispetto al suo dubbio, non esiste una scelta “giusta” valida per tutti, ma nel suo caso una valutazione psicodiagnostica mirata potrebbe essere un buon punto di partenza, soprattutto se il sospetto di neurodivergenza è presente da tempo. Questo permetterebbe di comprendere meglio il suo funzionamento e orientare poi un eventuale percorso più specifico e adeguato.
Allo stesso tempo, i pensieri ossessivi e il rimuginio possono essere affrontati anche in un percorso psicologico, purché il professionista abbia sensibilità o formazione sul tema della neurodivergenza.
Pertanto, può essere utile cercare uno specialista che tenga conto di entrambe le dimensioni, così da evitare interventi poco mirati e sentirsi maggiormente compresa.
Buongiorno,
Quello che descrive restituisce bene la fatica che sta vivendo, soprattutto dopo le interazioni sociali, quando la mente continua a “lavorare” nel tentativo di capire, correggere, trovare una certezza che però non arriva e la lascia esausta.
Da una prospettiva sistemico-relazionale, è utile vedere come questo circolo si costruisce, ovvero l’incontro con l’altro attiva un alto livello di attenzione e responsabilità su di sé, poi, a posteriori, il bisogno di dare senso e ridurre l’incertezza la porta a rivedere tutto nei dettagli e a cercare rassicurazioni. Questo processo, pur partendo da un intento di protezione, finisce per amplificare l’ansia e il dubbio.
Rispetto al suo dubbio sulla neurodivergenza, è una domanda legittima e importante, soprattutto se sente che alcune sue modalità – come il masking o il sovraccarico – fanno parte della sua esperienza da tempo. Tuttavia, più che pensare in termini di “prima questo o prima quello”, potrebbe esserle utile un percorso con un professionista sensibile a questi temi, che possa accogliere sia la sua sofferenza attuale sia il suo interrogativo identitario. In questo modo non rischia di sentirsi nuovamente non compresa o “fuori fuoco”.
Una valutazione psicodiagnostica può certamente darle chiarezza, ma non è necessariamente in contrapposizione a un percorso terapeutico, spesso le due cose possono integrarsi nel tempo. Nel frattempo, c’è già qualcosa di importante su cui lavorare, cioè il modo in cui si relaziona ai suoi pensieri e a se stessa dopo le interazioni.
L’aspetto centrale è che lei non si senta invalidata o fraintesa, trovare uno spazio in cui il suo funzionamento venga riconosciuto e rispettato è già, di per sé, un primo passo terapeutico significativo.
Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona giornata.
Quello che descrive restituisce bene la fatica che sta vivendo, soprattutto dopo le interazioni sociali, quando la mente continua a “lavorare” nel tentativo di capire, correggere, trovare una certezza che però non arriva e la lascia esausta.
Da una prospettiva sistemico-relazionale, è utile vedere come questo circolo si costruisce, ovvero l’incontro con l’altro attiva un alto livello di attenzione e responsabilità su di sé, poi, a posteriori, il bisogno di dare senso e ridurre l’incertezza la porta a rivedere tutto nei dettagli e a cercare rassicurazioni. Questo processo, pur partendo da un intento di protezione, finisce per amplificare l’ansia e il dubbio.
Rispetto al suo dubbio sulla neurodivergenza, è una domanda legittima e importante, soprattutto se sente che alcune sue modalità – come il masking o il sovraccarico – fanno parte della sua esperienza da tempo. Tuttavia, più che pensare in termini di “prima questo o prima quello”, potrebbe esserle utile un percorso con un professionista sensibile a questi temi, che possa accogliere sia la sua sofferenza attuale sia il suo interrogativo identitario. In questo modo non rischia di sentirsi nuovamente non compresa o “fuori fuoco”.
Una valutazione psicodiagnostica può certamente darle chiarezza, ma non è necessariamente in contrapposizione a un percorso terapeutico, spesso le due cose possono integrarsi nel tempo. Nel frattempo, c’è già qualcosa di importante su cui lavorare, cioè il modo in cui si relaziona ai suoi pensieri e a se stessa dopo le interazioni.
L’aspetto centrale è che lei non si senta invalidata o fraintesa, trovare uno spazio in cui il suo funzionamento venga riconosciuto e rispettato è già, di per sé, un primo passo terapeutico significativo.
Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona giornata.
Buongiorno, comprendo profondamente quanto la situazione che descrive possa generare disagio e frustrazione, e quanto sia importante per lei orientarsi nel modo migliore per sentirsi più tranquilla e sicura di sé. Ciò che racconta evidenzia un intenso coinvolgimento emotivo legato ai propri pensieri e alle relazioni sociali, con un forte impulso a riesaminare ogni interazione e cercare rassicurazioni. Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, questi processi sono spesso il risultato di schemi di pensiero che amplificano l’ansia e il senso di insicurezza, portando a un continuo “riavvolgere” eventi e comportamenti, anche quando razionalmente sappiamo che non c’è un errore reale. Questa modalità di funzionamento tende a consumare molte energie mentali ed emotive, e può generare un senso di sovraccarico che impedisce di vivere con leggerezza le proprie relazioni e i momenti quotidiani. Quando emerge anche la sospetta neurodivergenza, come nel suo caso, è naturale domandarsi quale percorso sia più utile per affrontare i sintomi in modo efficace. Un percorso cognitivo-comportamentale mirato ai pensieri ossessivi può offrire strumenti pratici per riconoscere i pensieri automatici, ridurre l’ansia e imparare a interrompere il ciclo di ruminazione, portando benefici concreti già nelle prime settimane. Allo stesso tempo, una valutazione psicodiagnostica specifica per l’autismo o l’AuDHD può fornire una comprensione più profonda dei propri schemi di funzionamento, dei punti di forza e delle difficoltà, e permettere di personalizzare gli interventi futuri in modo più mirato. Spesso, un approccio integrato può risultare molto efficace: iniziare a lavorare sui pensieri ossessivi con strategie cognitive comportamentali permette di ridurre immediatamente il disagio e di acquisire strumenti concreti per affrontare la quotidianità, mentre parallelamente si può pianificare una valutazione diagnostica più approfondita. Questo percorso graduale consente di non restare bloccati nell’ansia e nel sovraccarico, ma allo stesso tempo di costruire una base di conoscenza e consapevolezza sul proprio funzionamento che renderà qualsiasi intervento successivo più efficace e rispettoso delle proprie caratteristiche. Un percorso di questo tipo, costruito con gradualità e attenzione alla sua esperienza, le permetterebbe di capire quali schemi la influenzano, come gestire l’ansia legata alle interazioni sociali e come muoversi con più fiducia nella vita quotidiana, senza sentirsi giudicata o sopraffatta dai propri pensieri. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Gentilissima, grazie per aver condiviso la sua preoccupazione.
Immagino quanto possa sentirsi stanca ma il fatto che si stia ponendo delle domande per comprendere come risolvere questa difficoltà è un segno di grande cura nei suoi confronti.
Lei può chiedere una diagnosi, ne ha tutto il diritto.
Il tema della possibile neurodivergenza è importante e merita attenzione, ma forse non è necessario pensarlo in alternativa a un percorso clinico: spesso è proprio all’interno di una relazione terapeutica attenta e sintonizzata che può emergere con maggiore chiarezza se e quale approfondimento diagnostico sia utile. Parlare con un professionista ha davvero una potenza trasformativa preziosa.
Potrebbe quindi essere funzionale iniziare un percorso psicologico portando apertamente i suoi dubbi sulla neurodivergenza. Questo permetterebbe sia di lavorare da subito sulla sofferenza attuale, sia di valutare insieme, in modo più mirato, l’eventuale necessità di una psicodiagnosi.
Le auguro il meglio,
Dott. Daniele Migliore
Immagino quanto possa sentirsi stanca ma il fatto che si stia ponendo delle domande per comprendere come risolvere questa difficoltà è un segno di grande cura nei suoi confronti.
Lei può chiedere una diagnosi, ne ha tutto il diritto.
Il tema della possibile neurodivergenza è importante e merita attenzione, ma forse non è necessario pensarlo in alternativa a un percorso clinico: spesso è proprio all’interno di una relazione terapeutica attenta e sintonizzata che può emergere con maggiore chiarezza se e quale approfondimento diagnostico sia utile. Parlare con un professionista ha davvero una potenza trasformativa preziosa.
Potrebbe quindi essere funzionale iniziare un percorso psicologico portando apertamente i suoi dubbi sulla neurodivergenza. Questo permetterebbe sia di lavorare da subito sulla sofferenza attuale, sia di valutare insieme, in modo più mirato, l’eventuale necessità di una psicodiagnosi.
Le auguro il meglio,
Dott. Daniele Migliore
Salve, la scelta su quale percorso intraprendere per primo risulta, a mio parere, strettamente vincolata al grado di disagio che nel periodo attuale prova rispetto alle problematiche descritte; se fosse molto affaticata dai pensieri ossessivi infatti, anche una eventuale diagnosi differenziale per determinare un suo funzionamento neurotipico o neurodivergente potrebbe esserne sfalsata, pertanto, suggerirei di ascoltarsi accuratamente per determinare quanto questi pensieri adesso potrebbero o meno essere la priorità da attenzionare e solo dopo, agire di conseguenza.
Saluti.
Dr. Francesco Rossi.
Saluti.
Dr. Francesco Rossi.
Buongiorno,
da quello che descrive si sente quanto queste situazioni le richiedano molta energia: il continuo ripensare alle interazioni, il bisogno di capire cosa è andato “storto” e la ricerca di rassicurazioni possono diventare molto faticosi, soprattutto quando occupano anche la notte e si accompagnano a forte emotività.
I pensieri che riporta hanno caratteristiche che possono avvicinarsi a un funzionamento di tipo ossessivo, in cui la mente tende a tornare sugli stessi contenuti nel tentativo di trovare una soluzione o una certezza.
Rispetto al dubbio sulla neurodivergenza, è comprensibile cercare una cornice che dia senso a ciò che vive. Allo stesso tempo, è importante non ridurre tutto a un’unica spiegazione iniziale, soprattutto quando sono presenti più livelli (emotivi, relazionali, cognitivi).
In molti casi, non è necessario scegliere in modo rigido tra “percorso psicodiagnostico” e “percorso psicologico”: un primo spazio di lavoro con un professionista può già permettere di inquadrare meglio il funzionamento complessivo e capire se abbia senso approfondire anche con una valutazione più specifica.
Questo consente anche di non partire subito da un’etichetta, ma di comprendere prima come si stanno organizzando questi pensieri e cosa li mantiene attivi.
Il timore di non essere compresa è un punto importante: trovare un professionista con cui si senta vista e non invalidata è centrale, al di là dell’approccio specifico.
Più che scegliere “da dove partire in assoluto”, può essere utile iniziare da uno spazio che le permetta di fare chiarezza, e da lì eventualmente orientare i passi successivi.
Un saluto
da quello che descrive si sente quanto queste situazioni le richiedano molta energia: il continuo ripensare alle interazioni, il bisogno di capire cosa è andato “storto” e la ricerca di rassicurazioni possono diventare molto faticosi, soprattutto quando occupano anche la notte e si accompagnano a forte emotività.
I pensieri che riporta hanno caratteristiche che possono avvicinarsi a un funzionamento di tipo ossessivo, in cui la mente tende a tornare sugli stessi contenuti nel tentativo di trovare una soluzione o una certezza.
Rispetto al dubbio sulla neurodivergenza, è comprensibile cercare una cornice che dia senso a ciò che vive. Allo stesso tempo, è importante non ridurre tutto a un’unica spiegazione iniziale, soprattutto quando sono presenti più livelli (emotivi, relazionali, cognitivi).
In molti casi, non è necessario scegliere in modo rigido tra “percorso psicodiagnostico” e “percorso psicologico”: un primo spazio di lavoro con un professionista può già permettere di inquadrare meglio il funzionamento complessivo e capire se abbia senso approfondire anche con una valutazione più specifica.
Questo consente anche di non partire subito da un’etichetta, ma di comprendere prima come si stanno organizzando questi pensieri e cosa li mantiene attivi.
Il timore di non essere compresa è un punto importante: trovare un professionista con cui si senta vista e non invalidata è centrale, al di là dell’approccio specifico.
Più che scegliere “da dove partire in assoluto”, può essere utile iniziare da uno spazio che le permetta di fare chiarezza, e da lì eventualmente orientare i passi successivi.
Un saluto
Gentile studentessa,
la ringrazio per aver condiviso con tanta sincerità ciò che sta vivendo. Il periodo che descrive coincide con una fase di sviluppo molto delicata: il passaggio tra adolescenza e età adulta, spesso definito adultescenza. È un momento in cui aumentano le responsabilità, si ampliano le relazioni, si affrontano scelte importanti per il futuro e, allo stesso tempo, si è impegnati nella costruzione della propria identità. In questo contesto è comune sentirsi più esposti, più sensibili al giudizio e più inclini a rianalizzare ogni interazione sociale, soprattutto quando non la si percepisce come “riuscita”.
I pensieri ricorrenti dopo le interazioni, il bisogno di rivedere ogni dettaglio e la ricerca continua di rassicurazioni possono diventare molto faticosi, soprattutto se si intrecciano con il dubbio di non essere pienamente compresa nel proprio modo di funzionare. È comprensibile che lei senta il bisogno di individuare un percorso che tenga conto anche della possibilità di una neurodivergenza.
Senza entrare in alcuna forma di diagnosi, posso dirle che quando una persona sperimenta sovraccarico cognitivo nelle relazioni, fatica a “mascherare” parti di sé o ha la sensazione di non avere strumenti adeguati al proprio funzionamento, è legittimo chiedersi se ci sia un profilo neurodivergente non ancora esplorato. Allo stesso tempo, i pensieri ossessivi e il rimuginio sociale meritano attenzione specifica, perché possono incidere molto sulla qualità della vita.
In questi casi, una valutazione psicodiagnostica può essere un punto di partenza prezioso: permette di comprendere meglio il proprio profilo cognitivo, emotivo e relazionale e di costruire un intervento realmente su misura. Tuttavia, non è necessario decidere tutto da soli. Un primo colloquio con uno psicoterapeuta può offrirle uno spazio sicuro in cui condividere questi vissuti, sentirsi accolta e, soprattutto, essere indirizzata verso il percorso più adatto a lei: che si tratti di una valutazione psicodiagnostica mirata, di un lavoro terapeutico individuale o di una combinazione dei due. Un professionista formato sulla neurodivergenza può integrare entrambe le dimensioni, evitando percorsi generici che rischiano di non cogliere le sue esigenze o di risultare invalidanti, come purtroppo le è già accaduto.
In sintesi, partire da un confronto con un terapeuta può aiutarla a orientarsi senza spreco di energie o risorse, e a costruire un percorso più affine a te, individualizzato e mirato.
Resto a disposizione per qualsiasi approfondimento.
Un caro saluto. Dottoressa Francesca Romana Cinti
la ringrazio per aver condiviso con tanta sincerità ciò che sta vivendo. Il periodo che descrive coincide con una fase di sviluppo molto delicata: il passaggio tra adolescenza e età adulta, spesso definito adultescenza. È un momento in cui aumentano le responsabilità, si ampliano le relazioni, si affrontano scelte importanti per il futuro e, allo stesso tempo, si è impegnati nella costruzione della propria identità. In questo contesto è comune sentirsi più esposti, più sensibili al giudizio e più inclini a rianalizzare ogni interazione sociale, soprattutto quando non la si percepisce come “riuscita”.
I pensieri ricorrenti dopo le interazioni, il bisogno di rivedere ogni dettaglio e la ricerca continua di rassicurazioni possono diventare molto faticosi, soprattutto se si intrecciano con il dubbio di non essere pienamente compresa nel proprio modo di funzionare. È comprensibile che lei senta il bisogno di individuare un percorso che tenga conto anche della possibilità di una neurodivergenza.
Senza entrare in alcuna forma di diagnosi, posso dirle che quando una persona sperimenta sovraccarico cognitivo nelle relazioni, fatica a “mascherare” parti di sé o ha la sensazione di non avere strumenti adeguati al proprio funzionamento, è legittimo chiedersi se ci sia un profilo neurodivergente non ancora esplorato. Allo stesso tempo, i pensieri ossessivi e il rimuginio sociale meritano attenzione specifica, perché possono incidere molto sulla qualità della vita.
In questi casi, una valutazione psicodiagnostica può essere un punto di partenza prezioso: permette di comprendere meglio il proprio profilo cognitivo, emotivo e relazionale e di costruire un intervento realmente su misura. Tuttavia, non è necessario decidere tutto da soli. Un primo colloquio con uno psicoterapeuta può offrirle uno spazio sicuro in cui condividere questi vissuti, sentirsi accolta e, soprattutto, essere indirizzata verso il percorso più adatto a lei: che si tratti di una valutazione psicodiagnostica mirata, di un lavoro terapeutico individuale o di una combinazione dei due. Un professionista formato sulla neurodivergenza può integrare entrambe le dimensioni, evitando percorsi generici che rischiano di non cogliere le sue esigenze o di risultare invalidanti, come purtroppo le è già accaduto.
In sintesi, partire da un confronto con un terapeuta può aiutarla a orientarsi senza spreco di energie o risorse, e a costruire un percorso più affine a te, individualizzato e mirato.
Resto a disposizione per qualsiasi approfondimento.
Un caro saluto. Dottoressa Francesca Romana Cinti
Buongiorno,
quello che descrive è un vissuto molto intenso e, per certi aspetti, abbastanza tipico quando si entra in un circolo di pensiero ripetitivo legato alle relazioni.
Il meccanismo che sembra emergere è questo: dopo un’interazione sociale percepita come “non perfetta”, si attiva un’analisi molto dettagliata di ciò che è accaduto, con l’obiettivo di capire eventuali errori. Questo però, invece di portare sollievo, alimenta ulteriormente il dubbio e il bisogno di rassicurazione, fino a diventare molto faticoso anche sul piano emotivo.
Rispetto al suo dubbio – partire da un percorso psicodiagnostico o da un supporto più focalizzato sui pensieri ossessivi – può essere utile fare una distinzione.
In molti casi, lavorare inizialmente sul funzionamento attuale (quindi sulla gestione dei pensieri ripetitivi, del rimuginio e della richiesta di rassicurazioni) permette già di ridurre in modo significativo la sofferenza, indipendentemente dall’eventuale presenza di una condizione di neurodivergenza.
Allo stesso tempo, il suo sospetto rispetto al possibile spettro autistico/AuDHD è un elemento importante e merita attenzione, soprattutto se sente che può spiegare alcune sue modalità di funzionamento (come il masking o il sovraccarico cognitivo).
Una possibile strada, anche considerando l’aspetto economico, potrebbe essere:
iniziare con un professionista che abbia sensibilità o formazione anche sul tema della neurodivergenza
lavorare fin da subito sui meccanismi che oggi la fanno stare male (rimuginio, autocontrollo, ricerca di rassicurazioni)
valutare insieme, in un secondo momento, l’eventuale utilità di un approfondimento psicodiagnostico più strutturato
In questo modo non rimane “in attesa” di una risposta diagnostica per iniziare a stare meglio, ma allo stesso tempo non trascura una dimensione che per lei è significativa.
Infine, è comprensibile il timore di sentirsi non compresa in percorsi non adeguati: proprio per questo, più che il tipo di percorso in sé, diventa centrale la scelta di un professionista con cui sentirsi riconosciuta nel proprio funzionamento.
Un caro saluto.
quello che descrive è un vissuto molto intenso e, per certi aspetti, abbastanza tipico quando si entra in un circolo di pensiero ripetitivo legato alle relazioni.
Il meccanismo che sembra emergere è questo: dopo un’interazione sociale percepita come “non perfetta”, si attiva un’analisi molto dettagliata di ciò che è accaduto, con l’obiettivo di capire eventuali errori. Questo però, invece di portare sollievo, alimenta ulteriormente il dubbio e il bisogno di rassicurazione, fino a diventare molto faticoso anche sul piano emotivo.
Rispetto al suo dubbio – partire da un percorso psicodiagnostico o da un supporto più focalizzato sui pensieri ossessivi – può essere utile fare una distinzione.
In molti casi, lavorare inizialmente sul funzionamento attuale (quindi sulla gestione dei pensieri ripetitivi, del rimuginio e della richiesta di rassicurazioni) permette già di ridurre in modo significativo la sofferenza, indipendentemente dall’eventuale presenza di una condizione di neurodivergenza.
Allo stesso tempo, il suo sospetto rispetto al possibile spettro autistico/AuDHD è un elemento importante e merita attenzione, soprattutto se sente che può spiegare alcune sue modalità di funzionamento (come il masking o il sovraccarico cognitivo).
Una possibile strada, anche considerando l’aspetto economico, potrebbe essere:
iniziare con un professionista che abbia sensibilità o formazione anche sul tema della neurodivergenza
lavorare fin da subito sui meccanismi che oggi la fanno stare male (rimuginio, autocontrollo, ricerca di rassicurazioni)
valutare insieme, in un secondo momento, l’eventuale utilità di un approfondimento psicodiagnostico più strutturato
In questo modo non rimane “in attesa” di una risposta diagnostica per iniziare a stare meglio, ma allo stesso tempo non trascura una dimensione che per lei è significativa.
Infine, è comprensibile il timore di sentirsi non compresa in percorsi non adeguati: proprio per questo, più che il tipo di percorso in sé, diventa centrale la scelta di un professionista con cui sentirsi riconosciuta nel proprio funzionamento.
Un caro saluto.
Buongiorno, le due opzioni che lei ha individuato non sono necessariamente slegate l'una dall'altra. Credo, anzi, che ciò che potrebbe esserle utile in questo momento è una consulenza psicologica in cui lei possa esprimersi in un ambiente non giudicante, sottoponendo ad uno psicologo tutto ciò che in questo momento le causa sofferenza. Sarà il professionista, quindi, ad indirizzarla eventualmente in seguito verso una visita specialistica per la neurodivergenza. Spesso, se cerchiamo su Internet una diagnosi compatibile con quelli che identifichiamo come i nostri "sintomi", c'è il rischio di formarsi idee fuorvianti sul proprio funzionamento, che vengono in seguito confermate dalla nostra tendenza ad auto-suggestionarci... non so se questo sia il suo caso, ma mi sono fatto questa idea leggendo il suo resoconto.
Rimango a sua disposizione
Dott. Federico Bartoli
Rimango a sua disposizione
Dott. Federico Bartoli
Cara, parrebbe che lei si trovi sospesa tra il bisogno di una spiegazione diagnostica e il peso di pensieri che tornano ossessivamente su ogni suo gesto sociale. Forse la sua ansia e questi continui ripensamenti segnalerebbero quanto il confronto con gli altri la lasci ogni volta sfinita e alla ricerca di una rassicurazione che non arriva mai, per questo la incoraggio con calore a valutare un primo colloquio conoscitivo all'interno di un percorso con un professionista che possa sostenerla nel decidere da dove iniziare. Un caro saluto.
Gentile utente, intanto credo sia molto importante valorizzare l'attenzione che sta dando ai suoi vissuti, è un primo passo per prendersi cura di sè. Le suggerisco di rivolgersi ad un professionista per una consultazione, in modo da comprendere in primis ciò che sta accadendo, per poter poi formulare il percorso più adatto ai suoi bisogni (eventualmente anche con un approfondimento psicodiagnostico).
Un saluto
Dott.ssa Gaia Beccaris
Un saluto
Dott.ssa Gaia Beccaris
Domanda posta in modo molto lucido e clinicamente pertinente — si vede che ci hai ragionato a fondo.
Sul quadro che descrivi: la ruminazione post-interazione, la ricerca di rassicurazioni, i pianti notturni dopo situazioni sociali percepite come non riuscite — sono sintomi reali che stanno impattando la tua qualità di vita adesso, indipendentemente dalla causa sottostante.
Sulla tua domanda concreta — cosa fare prima: la risposta dipende da un elemento chiave. Se i pensieri ossessivi e l'ansia sociale ti stanno limitando significativamente adesso — sonno, studio, relazioni — intervenire su quelli non è in contraddizione con una valutazione diagnostica successiva. Un percorso CBT ben condotto per ruminazione e ansia sociale porta benefici concreti anche in presenza di neurodivergenza non ancora diagnosticata.
Detto questo, il tuo ragionamento ha una sua solidità clinica: se c'è un funzionamento autistico sottostante con masking attivo, un percorso che ignora completamente questa dimensione rischia di lavorare sui sintomi senza toccare la radice. L'hai già sperimentato in passato e hai tutto il diritto di tenerne conto.
La soluzione più efficace in termini di risorse: cercare un professionista che abbia competenza sia in CBT che in neurodivergenza — esistono, anche se richiedono più ricerca. In quel contesto puoi fare una valutazione funzionale iniziale che orienta il percorso senza necessariamente partire da una diagnosi formale completa.
Non è necessariamente o l'uno o l'altro — è una questione di trovare il professionista giusto che sappia tenere entrambe le dimensioni insieme.
Un caro saluto, Dr. Vittorio Penzo.
Sul quadro che descrivi: la ruminazione post-interazione, la ricerca di rassicurazioni, i pianti notturni dopo situazioni sociali percepite come non riuscite — sono sintomi reali che stanno impattando la tua qualità di vita adesso, indipendentemente dalla causa sottostante.
Sulla tua domanda concreta — cosa fare prima: la risposta dipende da un elemento chiave. Se i pensieri ossessivi e l'ansia sociale ti stanno limitando significativamente adesso — sonno, studio, relazioni — intervenire su quelli non è in contraddizione con una valutazione diagnostica successiva. Un percorso CBT ben condotto per ruminazione e ansia sociale porta benefici concreti anche in presenza di neurodivergenza non ancora diagnosticata.
Detto questo, il tuo ragionamento ha una sua solidità clinica: se c'è un funzionamento autistico sottostante con masking attivo, un percorso che ignora completamente questa dimensione rischia di lavorare sui sintomi senza toccare la radice. L'hai già sperimentato in passato e hai tutto il diritto di tenerne conto.
La soluzione più efficace in termini di risorse: cercare un professionista che abbia competenza sia in CBT che in neurodivergenza — esistono, anche se richiedono più ricerca. In quel contesto puoi fare una valutazione funzionale iniziale che orienta il percorso senza necessariamente partire da una diagnosi formale completa.
Non è necessariamente o l'uno o l'altro — è una questione di trovare il professionista giusto che sappia tenere entrambe le dimensioni insieme.
Un caro saluto, Dr. Vittorio Penzo.
Buongiorno, un percorso psicodiagnostico non è affatto più lungo di una psicoterapia tesa a risolvere i problemi ossessivi. Se ha il sospetto di essere neurodivergente le conviene verificare questo suo dubbio innanzitutto per poi eventualmente rivolgersi a uno psicoterapeuta che possa aiutarla tenendo conto della sua diagnosi
Buongiorno,
Una valutazione psicodiagnostica può essere utile, ma non è necessariamente il primo passo: può iniziare con un percorso mirato alla gestione dei pensieri (es. approccio cognitivo-comportamentale), preferibilmente con un professionista sensibile anche al tema della neurodivergenza.
Successivamente, se i dubbi persistono, potrà integrare con una valutazione specifica per autismo/AuDHD.
Cordiali saluti.
Dott.ssa Janett Aruta
Psicologa
Una valutazione psicodiagnostica può essere utile, ma non è necessariamente il primo passo: può iniziare con un percorso mirato alla gestione dei pensieri (es. approccio cognitivo-comportamentale), preferibilmente con un professionista sensibile anche al tema della neurodivergenza.
Successivamente, se i dubbi persistono, potrà integrare con una valutazione specifica per autismo/AuDHD.
Cordiali saluti.
Dott.ssa Janett Aruta
Psicologa
Salve, se ha questi dubbi può partire da un percorso psicodiagnostico per confermare o meno i suoi sospetti. In base a ciò che emerge dai test potrà decidere come proseguire il trattamento.
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