Non so più cosa fare.... Sono una donna di 30 anni e sono stanca.... Voi penserete che mi stia rif

21 risposte
Non so più cosa fare....
Sono una donna di 30 anni e sono stanca....
Voi penserete che mi stia riferendo ad un determinato periodo della mia vita, ebbene qui si parla di anni. Dall'età di 14 anni soffro d'ansia che si manifesta nel corpo con sudorazioni fredde, nausea, borborigmi, meteorismo, tremori e forte senso di vergogna. Nel corso del tempo ho fatto 4 anni di psicoterapia di tipo psicodinamico, 2 anni di psicoterapia sistemico-relazionale, 3 anni di psicoterapia della gestalt, 1 anno di psicoterapia cognitivo comportamentale. Ho provato la mindfullness, ho provato a scrivere un diario, ho provato infiniti psicofarmaci (si, di mia spontanea volontà mi sono rivolta ad uno psichiatra), ho provato a stare a contatto con le mie paure ma sono finita per ammalarmi ancora di più. Sono seguiti pensieri suicidi (da quando avevo 14 anni), nel 2025 ingerisco un bel po di pillole, volevo solo spegnere il cervello, al mio risveglio sento scosse in tutto il corpo e spasmi muscolari, lo riferisco a mia madre, la corsa in ospedale e il primo ricovero (in sicilia), il secondo a distanza di qualche mese (Milano). Infinite diagnosi ricevute ed io che ho sempre più voglia di sparire, mollare tutto e stare da sola.
Il mio corpo e la mia mente si rifiutano di sopportare altro dolore, sono satura, avete presente quando si fa un trapianto e il corpo lo rigetta?
Ecco, io credo di essere diventata intollerante e allergica ad ogni forma di dolore, la solitudine è il mio rifugio ma anche la mia condanna.
Credevo che l'amore potesse curarmi ma mi sbagliavo, da mesi ho intrapreso una relazione con il ragazzo più buono di questo mondo ma ho commesso un grosso errore, per la prima volta mi sono lasciata andare all'amore e adesso ne pago le conseguenze......
Non ho i soldi a sufficienza per permettermi un altro percorso di psicoterapia, ma devo assolutamente andare dallo psichiatra e aiutarmi con i farmaci, l'unica mia vera salvezza, lo so che è triste dirlo, ma solo così riconosco di poter andare avanti.
Vi chiederete come mai tutti questi anni di psicoterapia non hanno sortito alcun effetto positivo su di me? Ho preso consapevolezza che io non voglio cambiare (mi è stato detto più volte in terapia), è questa trappola mentale che mi porta ad avere pensieri suicidi: Non vuoi cambiare, ti piace soffrire, tanto vale morire e cancellare tutto, porre fine a tutto questo schifo.

La cosa che più di tutte mi fa male è che in 30 anni di vita non sono mai riuscita a fidarmi davvero di nessuno, e non lo dico tanto per ma è la verità.
Non ce la faccio a ri-raccontarmi da capo, fa troppo male.....per questo non ce la faccio più ad andare avanti.
Sono davvero stanca.....non ce la faccio....è tutto così pesante e difficile nella mia testa. Non me la sento di continuare ad andare avanti, io non riesco a reagire, ad essere costante, ad avere forza di volontà, quello in cui sono brava è riuscire ad annientarmi, a fare la vittima come tutti mi hanno sempre detto.
Buongiorno,
da quello che scrive emerge una sofferenza molto profonda, lunga anni, e soprattutto una stanchezza enorme nel continuare a lottare sentendo di non riuscire mai davvero a stare bene.

Vorrei però dirle una cosa con chiarezza: il fatto che lei sia ancora qui, che abbia cercato aiuto così tante volte, che abbia attraversato percorsi diversi, ricoveri, relazioni, tentativi di capire sé stessa… non parla di una persona che “vuole soffrire”. Parla di una persona che da molto tempo sta cercando disperatamente un modo per stare meno male.

Quando si soffre per così tanti anni, può succedere che la mente costruisca convinzioni molto dure come:
“non voglio cambiare”,
“mi piace soffrire”,
“sono solo una vittima”.

Ma spesso queste frasi non descrivono la realtà: descrivono il livello di esaurimento, sfiducia e impotenza a cui una persona arriva dopo aver tentato tante strade senza sentire un miglioramento stabile.

Un punto importante del suo racconto è questo: lei dice che i farmaci sono stati, in alcuni momenti, l’unica cosa che le ha permesso di andare avanti. Questo non è “triste”: significa semplicemente che probabilmente esiste una componente biologica della sofferenza che necessita anche di un supporto farmacologico, oltre che psicologico.

E un’altra cosa importante: il fatto che lei sia riuscita a lasciarsi andare a una relazione affettiva non è un fallimento. Anzi, spesso quando una persona che ha vissuto a lungo nel controllo e nella solitudine inizia a legarsi davvero a qualcuno, emergono paure, vulnerabilità e dolore che prima erano anestetizzati. È doloroso, ma non significa che abbia sbagliato ad amare.

In questo momento, però, la priorità non è capire “chi è” o “perché è fatta così”: è non restare sola dentro questo stato mentale.

Lei scrive di non sentirsela più di andare avanti e di avere pensieri suicidi da molti anni. Questo merita attenzione concreta, non solo riflessioni online. Le consiglierei davvero di:
– ricontattare uno psichiatra quanto prima;
– coinvolgere una persona fidata (partner, familiare, qualcuno che sappia davvero come sta);
– e, se i pensieri di morte dovessero diventare più intensi o concreti, rivolgersi senza esitazione a un pronto soccorso o a un servizio di emergenza.

Non deve “dimostrare forza di volontà” per meritare aiuto. E non deve avere già la motivazione per stare meglio prima di iniziare a curarsi.

In questo momento lei è molto stanca, ma stanchezza e disperazione non sono la stessa cosa dell’assenza di possibilità.

Un cordiale saluto.

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Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Bruino
Buongiorno,
quello che descrive fa pensare a una sofferenza molto lunga e molto profonda, che negli anni ha consumato energie, fiducia e speranza.
Ma il fatto che lei stia così male non significa automaticamente che “non vuole cambiare” o che “le piace soffrire”. Spesso, quando una persona convive per tanto tempo con ansia intensa, vergogna, paura e delusioni terapeutiche, finisce per sentirsi esausta e senza più fiducia nel fatto che qualcosa possa davvero aiutarla.
Mi colpisce però un aspetto importante: nonostante tutto, una parte di lei continua ancora a cercare aiuto e a parlare di quello che prova. E questa parte conta molto.
Ha fatto bene anche a riconoscere il bisogno di un supporto psichiatrico. Quando la sofferenza diventa così intensa e persistente, il sostegno farmacologico può essere un aiuto importante, non un fallimento.
In questo momento probabilmente il punto non è “reagire”, ma non restare sola dentro tutta questa fatica.
Le suggerisco di continuare a mantenere un contatto con professionisti di riferimento e, se i pensieri suicidari dovessero aumentare, di rivolgersi subito ai servizi di emergenza o alle persone che la stanno seguendo.
Anche se oggi le sembra impossibile, sentirsi esausti non significa che non possa esistere una strada diversa da quella che ha conosciuto finora.
Un caro saluto!
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Gentile utente,
dalle sue parole emerge una sofferenza molto profonda, lunga anni, che ha richiesto enormi energie per essere affrontata. Il fatto che lei sia ancora qui a raccontarsi, nonostante tutto ciò che ha vissuto, dice molto della sua fatica ma anche della parte di sé che continua, in qualche modo, a cercare aiuto e una possibilità diversa.

L’ansia cronica che descrive, accompagnata da sintomi fisici così intensi, pensieri suicidari, senso di vuoto, vergogna, isolamento e difficoltà a fidarsi degli altri, può portare nel tempo a uno stato di esaurimento emotivo molto serio. Quando una persona soffre da così tanti anni, è comprensibile arrivare a sentirsi “satura”, senza più forze e senza fiducia nei percorsi di cura. Questo non significa essere “pigri”, “vittimisti” o “incapaci di cambiare”. Spesso significa semplicemente essere esausti dopo aver combattuto troppo a lungo.

Vorrei soffermarmi su un punto importante: il pensiero “non voglio cambiare, quindi merito di stare male” non è una verità, ma una convinzione profondamente dolorosa che probabilmente si è consolidata nel tempo. Molte persone che soffrono da anni sviluppano una sorta di sfiducia verso la possibilità di stare meglio, perché ogni tentativo fallito viene vissuto come una conferma del proprio “essere sbagliati”. In realtà, il cambiamento non dipende solo dalla volontà. Entrano in gioco fattori emotivi profondi, esperienze relazionali, traumi, modalità di attaccamento, funzionamento del sistema nervoso e anche aspetti biologici.

Inoltre, il fatto che lei abbia intrapreso tanti percorsi terapeutici non significa che “non ci sia speranza”. A volte alcune persone necessitano di percorsi molto integrati, graduali e costruiti con tempi differenti. E soprattutto, dopo esperienze di sofferenza così prolungate, la fiducia nella relazione terapeutica può diventare il nodo più difficile da affrontare.

È importante anche non colpevolizzarsi per il bisogno di un supporto farmacologico. Se i farmaci le permettono di ridurre il livello di sofferenza e mantenersi stabile, non sono un fallimento, ma uno strumento di cura. In alcuni momenti possono essere fondamentali per alleggerire il peso emotivo e permettere alla persona di recuperare un minimo di respiro psicologico.

Le sue parole sui pensieri suicidari meritano però molta attenzione. Quando sente di non riuscire più a reggere il dolore o teme di poter fare del male a sé stessa, è fondamentale non restare sola e rivolgersi tempestivamente a professionisti, a un pronto soccorso o ai servizi territoriali di salute mentale. Anche se oggi le sembra impossibile, il modo in cui si sente adesso non è destinato necessariamente a rimanere così per sempre.

Infine, il fatto che lei sia riuscita a lasciarsi andare all’amore, nonostante la paura e la difficoltà a fidarsi, non è un errore: è probabilmente una parte di sé che desidera ancora connessione, vicinanza e vita, anche se questo la espone a vulnerabilità e timori molto intensi.

Credo sia importante che lei possa approfondire la sua situazione con uno specialista, sia dal punto di vista psicoterapeutico che psichiatrico, per costruire un percorso il più possibile sostenibile e calibrato sui suoi bisogni attuali.

Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Dott.ssa Maria Giusy Rosamondo
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Cara utente, nel tuo messaggio accorato c'è tutta la tua disperazione, che arriva come un pugno nello stomaco.
Ma se le conseguenze a cui siete giunti in anni di Terapia, è che non vuoi cambiare, forse bisognerebbe capire il perchè, dove nasce questa tendenza a boicottarti, a stare male.
Hai mai fatto una Terapia familiare?
Io penso che dovresti partire da quella e magari scovare lealtà invibili, ragioni che non ti permettono di abbandonare il dolore o mandati familiari che ti intrappolano.
Non so se nei tuoi percorsi hai seguito queste strade, ma se non lo hai fatto, dovresti farlo.
Potresti anche provare l'EMDR, molto efficace in queste situazioni.
Ti augiro di trovare la tua strada e di godere della tua vita.
Un caro saluto.
Dott.ssa Tonia Caturano
Psicoterapeuta, Sessuologo, Psicologo
Pioltello
Quello che racconta fa percepire una sofferenza molto profonda, portata avanti per tanti anni spesso in solitudine.
E quando si combatte così a lungo, arriva un momento in cui ci si sente svuotati, senza più energie per continuare a spiegarsi, lottare o “reagire”.
Il fatto che abbia provato così tanti percorsi non significa che non ci sia possibilità di stare meglio. A volte significa semplicemente che il dolore è diventato troppo grande da sostenere da soli, soprattutto quando manca un luogo in cui sentirsi davvero accolti e compresi.
Non credo che lei voglia soffrire.
Credo che dentro di lei ci sia una parte estremamente stanca, ferita e probabilmente abituata da anni a vivere in uno stato di allerta e paura.
In questo momento è importante che non resti sola con questi pensieri e con questo peso. Anche il supporto psichiatrico, quando necessario, può essere un aiuto concreto e legittimo.
E forse, prima ancora di trovare risposte, potrebbe esserle utile incontrare qualcuno con cui non sentirsi giudicata o “sbagliata”.
Se lo desidera, sono disponibile a conoscerla in un colloquio.
Dott.ssa Tonia Caturano
Dott.ssa Sara Sanna
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Su planu
Buongiorno, mi dispiace molto leggere quanta sofferenza si porta dietro da così tanti anni. Dalle sue parole arriva una stanchezza profonda, non “pigrizia”, non mancanza di volontà, non desiderio di fare la vittima: arriva il peso di una persona che ha provato tanto, che si è esposta a molte cure, che ha cercato aiuto più volte e che ora si sente esausta.
Vorrei dirle una cosa importante: il fatto che alcuni percorsi non abbiano portato il sollievo sperato non significa che lei “non voglia cambiare” o che “le piaccia soffrire”. A volte significa che il dolore è stato troppo intenso, troppo antico, troppo stratificato, oppure che non si è ancora trovata la combinazione di cura più adatta in quel momento della vita. E quando ci sono pensieri suicidari o tentativi pregressi, la priorità non è “reagire” o “avere forza di volontà”, ma essere protetta e accompagnata in modo adeguato.
Mi sembra molto importante che lei si rivolga quanto prima a uno psichiatra. Non è triste pensare ai farmaci come a un aiuto: in alcuni momenti possono essere fondamentali per abbassare l’intensità della sofferenza, ridurre l’impulsività, stabilizzare il sonno, l’ansia e il tono dell’umore. Questo non significa arrendersi, significa curarsi.
Dato che scrive di non farcela più e di non sentirsi in grado di continuare, le chiedo però di non rimanere sola con questi pensieri. Se in questo momento sente il rischio concreto di farsi del male, contatti subito il 112/118 o si rechi al Pronto Soccorso più vicino. Se può, avvisi immediatamente sua madre, il suo compagno o una persona fidata e chieda loro di restare con lei. In queste fasi non bisogna “resistere da soli”.
Se al momento non può permettersi un percorso privato, può rivolgersi al CSM della sua zona tramite ASL/medico di base, oppure al servizio psichiatrico territoriale. Non deve necessariamente ricominciare raccontando tutta la sua storia da capo: può partire da ciò che è urgente adesso, cioè la sua sicurezza, la sofferenza attuale e la necessità di un supporto farmacologico e clinico.
La sua stanchezza merita di essere presa sul serio. Non è sbagliata, non è irrecuperabile, non è “condannata” a stare così. In questo momento il primo passo non è cambiare tutta la sua vita, ma non restare sola e chiedere un aiuto immediato e concreto. Un caro saluto
Dott.ssa Arianna Broglia
Psicologo, Psicoterapeuta
Parma
Buonasera carissima, hai fatto bene a scrivere i tuoi pensieri. Nel leggerti mi è arrivata soprattutto tanta fatica, pesantezza e solitudine. Mi ha colpita molto quando dici: “ho preso consapevolezza che io non voglio cambiare”. Più che prenderla come una verità assoluta su di te, mi verrebbe da chiedermi cosa significhi davvero, per te, “stare bene” e quanto il cambiamento possa essere vissuto anche come qualcosa di molto spaventoso. A volte quello che chiamiamo “non voler cambiare” non coincide necessariamente con il desiderio di soffrire, ma può avere a che fare con quanto il dolore, pur facendo stare male, sia diventato nel tempo anche un modo per proteggersi, sopravvivere o tenere insieme qualcosa di molto profondo.
Mi ha colpito anche il modo in cui parli di te stessa: “ti piace soffrire”, “fare la vittima”. Le sento come parole molto dure e giudicanti verso di te. Nel tuo messaggio io non leggo una persona che sceglie volontariamente di stare male, ma una persona estremamente stanca, sopraffatta e probabilmente sola da molto tempo dentro questa sofferenza.
Quando dici che la solitudine è sia il tuo rifugio sia la tua condanna, secondo me tocchi qualcosa di molto importante: sembra esserci insieme un bisogno di protezione e una grande difficoltà a fidarti davvero dell’altro, forse proprio perché affidarsi espone anche al rischio di soffrire.
E forse anche questa relazione, che descrivi con tanto affetto, ha mosso qualcosa di molto vulnerabile dentro di te. Non perché l’amore “faccia male” in sé, ma perché lasciarsi andare quando si ha una storia di sofferenza così lunga può fare molta paura.
Mi sembra importante che tu possa trovare uno spazio in cui non sentirti ancora una volta sbagliata o da correggere, ma compresa nel modo in cui hai imparato, nel tempo, a proteggerti dal dolore.
Se senti che può esserti utile, puoi anche contattarmi in privato per chiedermi informazioni o capire se posso esserti d’aiuto in un eventuale percorso.
Un caro saluto, buona serata. Dott.ssa Arianna Broglia
Dott. Ferdinando Suvini
Psicologo, Psicoterapeuta
Firenze
Sento tutto il peso e la profonda stanchezza che descrive; dopo anni di tentativi e sofferenza, è comprensibile che lei si senta saturata e senza più forze per "raccontarsi" ancora. Il suo bisogno di stabilità attraverso il supporto psichiatrico non è affatto una sconfitta: è un atto di auto-conservazione necessario per abbassare il volume di un dolore diventato insopportabile. E' possibile che la sua mente, per proteggersi da traumi antichi e dalla paura del rifiuto, abbia costruito delle difese che le fanno percepire i cambiamenti come una minaccia vitale. Suggerisco di non restare sola con questi pensieri: se sente che il desiderio di arrendersi sta diventando prevalendo, si rivolga ai serivizi del territorio.
C'è certamente la possibilità di trovare un equilibrio, per dare tregua al suo corpo e alla sua mente.
Dott. Diego Ferrara
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Quarto
Buongiorno,

tanti anni di terapia e dei sintomi tipici di una sindrome ansioso-depressiva cosi duraturi lasciano pensare al fatto che sicuramente qualcosa nella cura non abbia funzionato. In genere una sintomatologia così importante deve esser accompagnata da un trattamento farmacologico, cosa che non so quanto sia stata portata avanti. Ad ogni modo sarebbe opportuno coniugare entrambe le cose al fine di poter stare un pochino meglio e migliorare la qualità della sua vita.

Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
Dott.ssa MARIELLA BELLOTTO
Psicoterapeuta, Neuropsicologo, Psicologo
Vicenza
Ho letto con attenzione quello che hai scritto e mi arriva tutta la tua stanchezza. Dopo tanti anni di sofferenza, tentativi terapeutici e momenti così pesanti, è comprensibile sentirsi esausti e senza più fiducia.
Non credo che il punto sia “non vuoi cambiare”, ma quanto dolore e fatica tu stia portando da troppo tempo, spesso da sola.
Se lo vorrai, possiamo provare a costruire insieme uno spazio terapeutico diverso, senza forzature e senza dover raccontare tutto subito. Nel frattempo, ti invito a non restare sola con i pensieri di annientamento e a mantenere un contatto con il tuo psichiatra o con un servizio di supporto se dovessero intensificarsi.

Resto disponibile per un primo colloquio anche in videoconferenza.
Dr.ssa Mariella Bellotto
Dott.ssa Letizia Muzi
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Firenze
Ciao
non credo tu voglia fare la vittima o ti piace farlo ma credo piuttosto che hai semplicemente appreso che facendo così sei amata ed amabile.
Hai semplicemente una gran paura di scoprire ed esprimere liberamente chi sei perchè così temi di perdere definitivamente le persone per te significative ..
E' possibile che alcune di loro non ti riconoscano subito e all'inizio si allontanano da te oppure possono rimanere .. purtroppo puoi solo agire per vedere cosa succede ..
come mai a 30 anni non riesci ad essere autonoma/o economicamente? devi ancora studiare? oppure non hai trovato un lavoro stabile? oppure non riesci ad attribuire il tuo valore e quindi non hai dato mai importanza a questo aspetto?
credo che tu debba partire dal tuo presente e dalle tue priorità vitali piuttosto che andare ad analizzare simbolicamente i tuoi agiti .. vedrai che poi anche tutto il vissuto di ansia e sofferenza si allenta se riesci a focalizzare le TUE priorità ed i TUOI bisogni ed obiettivi .. se hai bisogno di spiegazioni, puoi scrivermi oppure fare un percorso online che forse costa meno di un percorso in presenza ..
dott.ssa Letizia Muzi
Dott.ssa Greta Rossi
Psicoterapeuta, Psicologo
Carceri
Leggendo le sue parole arriva tutta la fatica di una persona che combatte da troppi anni contro una sofferenza molto profonda. E proprio il fatto che lei abbia continuato a cercare aiuto, nonostante tutto, mi fa pensare che dentro di sé esista ancora una parte che desidera stare meglio, anche se oggi è esausta.

Vorrei dirle una cosa importante: il fatto che le terapie fatte finora non abbiano portato il sollievo sperato non significa che lei “voglia soffrire” o che sia senza possibilità. Spesso, quando il dolore dura da tanti anni, si perde fiducia negli altri, in sé stessi e perfino nella possibilità di essere aiutati.

Non consideri una sconfitta il fatto che lei senta il bisogno di un supporto psichiatrico e farmacologico. In alcuni momenti è un aiuto necessario, soprattutto quando la mente e il corpo sono saturi.

In questo momento, però, la priorità non è giudicarsi o imporsi di “reagire”, ma non restare sola con questi pensieri. Lei merita un aiuto che la faccia sentire al sicuro, senza sentirsi sbagliata o colpevole per la sofferenza che prova.
Un caro saluto

Dott.ssa Rossi Greta
Dott.ssa Federica Ripamonti
Psicologo, Psicoterapeuta
Paderno Dugnano
Gentilissima Paziente,
mi colpisce davvero molto la fatica che sta descrivendo.
Da quello che racconta, non sembra una persona che “non vuole cambiare”: sembra piuttosto una persona che da più di metà della sua vita sta lottando senza sosta, fino a sentirsi esaurita. Lei ha cercato aiuto in molti modi, ha affrontato terapie diverse, si è esposta alle sue paure, si è affidata a specialisti, ha provato farmaci, tecniche, percorsi. Una persona che non vuole vivere o non vuole stare meglio, di solito non combatte così a lungo.

Quando si soffre da tanti anni, soprattutto con ansia intensa, vergogna, paura del giudizio e pensieri suicidi, può succedere che la mente trasformi la stanchezza in autocondanna: “mi piace soffrire”, “sono una vittima”, “non cambio perché non voglio”. Ma queste frasi spesso diventano il linguaggio della disperazione, non la verità sulla persona.

E c’è un’altra cosa importante: il fatto che i farmaci siano stati per lei un aiuto non è triste, né un fallimento. Se una sofferenza ha anche una componente biologica e nervosa così forte, usare uno strumento farmacologico per ridurre il dolore mentale può essere necessario, esattamente come accade per tante altre condizioni mediche. Non invalida tutto il resto.

Quello che invece mi preoccupa è quando dice che non se la sente di continuare ad andare avanti. Dopo un tentativo nel 2025 e con pensieri suicidi presenti da anni, non dovrebbe restare sola dentro questo peso. Anche se l’idea di ricominciare da capo con qualcuno le sembra insopportabile, in questo momento il punto non è “raccontarsi bene” o fare la paziente perfetta: il punto è mettere in sicurezza una parte di lei che è esausta.

Le suggerirei di contattare quanto prima uno psichiatra o il centro di salute mentale della sua zona, anche pubblico, senza aspettare di stare “peggio abbastanza”. E soprattutto, non interpreti questa stanchezza come una prova del fatto che lei sia sbagliata. Un organismo sotto stress continuo per sedici anni non reagisce con lucidità e forza: reagisce cercando di sopravvivere.

Mi sembra anche significativo che lei dica di non essersi mai fidata davvero di nessuno e che proprio ora, lasciandosi andare a un legame affettivo, il dolore sia aumentato. A volte l’amore non peggiora le persone: rende solo più visibili ferite che prima erano anestetizzate dalla distanza emotiva.

In questo momento non ha bisogno di diventare forte, perfetta o “guarita”. Ha bisogno di alleggerire il carico un passo alla volta e di non affrontare tutto questo completamente da sola.
Coraggio!
dott.ssa Federica Ripamonti
Dott.ssa Roberta Ristagno
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Foligno
Dalle sue parole emerge una sofferenza profonda e molto lunga, ma anche il fatto che, nonostante la stanchezza e la sfiducia, continui ancora a cercare un contatto e un aiuto: anche scrivere qui è un modo per non arrendersi del tutto. A volte, dopo anni di dolore, si possono sviluppare modalità di difesa e di relazione molto rigide, che possono far sentire di “non voler cambiare”, quando in realtà ci si sta proteggendo da altra sofferenza e da nuove delusioni. In questo momento credo sia importante che lei non resti sola con questi pensieri e si affidi nuovamente a un supporto specialistico, senza leggere questo come una sconfitta ma come una forma di cura necessaria. Tanti auguri
Dott. Raffaele Simone Scuotto
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Milano
Buongiorno, dalle sue parole emerge una sofferenza molto profonda e il fatto che, nonostante tutto, continui ancora a chiedere aiuto significa che una parte di lei non ha smesso di cercare una possibilità diversa.

La psicoterapia, però, non può agire “al posto” della persona: nessun percorso può essere davvero efficace se non c’è, nel tempo, una disponibilità a mettere in discussione alcuni meccanismi, smussare parti di sé che fanno soffrire e tollerare il cambiamento, anche quando spaventa. A volte il dolore diventa qualcosa di conosciuto e persino identitario, e lasciarlo andare può inconsciamente sembrare pericoloso.

Questo non significa che lei “voglia stare male”, ma che probabilmente si è strutturato un modo molto rigido di proteggersi dalla sofferenza. Il fatto che molte terapie non abbiano funzionato non vuol dire necessariamente che non possa stare meglio, ma forse che finora non si è ancora creato il giusto incontro terapeutico o il giusto momento interno per affrontare davvero alcuni nodi profondi.

Vista la presenza di pensieri suicidari, le consiglio comunque di non restare sola in questo momento e di mantenere un contatto con professionisti della salute mentale.
Dott.ssa Veronica Savio
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Medolla
Gentile utente,

nelle sue parole non c’è debolezza. C’è una persona esausta, che da anni combatte una guerra interna senza quasi mai avere tregua. E quando si combatte così a lungo, arriva un momento in cui non si sente più dolore soltanto: si sente svuotamento.

Lei non è “una che vuole soffrire”. Questa è la voce della disperazione, non la verità su di lei. Una persona che per anni ha cercato aiuto, attraversato percorsi terapeutici, affrontato ricoveri, provato farmaci, tecniche, psicoterapie diverse… è una persona che, in realtà, ha continuato a cercare di salvarsi anche quando non ne aveva più la forza.

Il punto è che quando si soffre da così tanto tempo, la mente può convincersi che il dolore sia diventato identità. E allora ogni tentativo di stare meglio viene vissuto quasi come qualcosa di estraneo, di pericoloso, perfino impossibile. Ma questo non significa che lei non voglia cambiare: significa che è stanca, spaventata e profondamente sfiduciata.

In questo momento credo sia importante che lei non resti sola dentro tutto questo. Le sue parole parlano di una sofferenza intensa, con pensieri suicidari presenti da molti anni e un gesto già avvenuto. Per questo il supporto psichiatrico non è “una sconfitta” né qualcosa di triste: può essere un sostegno necessario per permettere alla sua mente di respirare un po’, di abbassare il livello di dolore che sta sopportando da troppo tempo.

E forse, più che ripartire da capo raccontando tutto ancora una volta, oggi avrebbe bisogno prima di tutto di un luogo in cui non sentirsi giudicata, corretta o “da aggiustare”. Un posto in cui qualcuno possa stare accanto alla sua sofferenza senza dirle che è sbagliata.

Anche il fatto che lei sia riuscita ad amare e a lasciarsi amare, nonostante tutta questa paura, racconta che dentro di lei esiste ancora una parte viva. Fragile, sì. Terrorizzata, sì. Ma viva.

Non le serve diventare forte tutta insieme. Le serve smettere di portare da sola un peso che ormai è troppo grande.

Se i pensieri di morte dovessero diventare molto intensi o concreti, le chiedo davvero di rivolgersi subito ai servizi di emergenza, al pronto soccorso o a qualcuno di fidato vicino a lei. Nei momenti più bui non bisogna restare isolati.

Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
Dott.ssa Veronica Savio
Dott.ssa Valentina Mascolo
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Battipaglia
Cara... il tuo è un grido d'aiuto per cui è impossibile non fermarsi ad ascoltare cosa vuol comunicare. Mi dispiace tantissimo leggere quanta sofferenza stai provando. Ma oltre a questo io sento anche una scintilla dentro te ancora accesa che ti spinge a cercare una vita migliore di quella che oggi stai vivendo. Ascolta questa scintilla, perché ha solo bisogno di un po' d'aria per evolvere. Ti scrivo da psicoterapeuta ma anche da persona. Opero sulla zona campana, nello specifico Battipaglia (SA). Ho letto della tua difficoltà economica e anche a questo campanello non posso fare l'indifferente. Prova a scrivermi, cercherermo, se vorrai, di trovare una soluzione che vada bene ad entrambe. Intanto, ti mando un forte abbraccio. Non sei sola. E, dulcis in fundo, inizia a fidarti di più di te stessa, hai tanto ancora da offrire e offrirti in questa vita... a presto, spero.
Dr. Antonio Rivetti
Psicologo, Psicoterapeuta
San Nicola la Strada
Gentile Utente ... nel suo post, la frase che mi ha colpito più di tutto è stata "Io riferisco a mia Madre". Lei sente un forte legame con sua Madre? Sente paure, insoddisfazioni, mancanze? Tanti anni di terapia eppure sembra molto inconsapevole. Lei si paragona alle altre persone? Il senso di vergogna che proviamo nasconde sempre accuse, giudizi di Noi stessi che diventano ostacoli insormontabili. La sfiducia di cui scrive riguarda gli altri oppure sè stessa? Le piace soffrire ... questo è vero? Quali sono i motivi, i pensieri legati a questo soffrire (se soffro mi vedrai e mi amerai?) La invito a considerare che le nostre relazioni (Terapeuti inclusi) a volte "funzionano" a volte, semplicemente, bisogna accettare che quel rapporto non fa per Noi e dobbiamo avere il coraggio di dire la verità e prendere le distanze, allontanandoci (Lei ci riesce?) ma consapevoli che abbiamo fatto la scelta migliore per Noi stessi. Grazie.
Dr. Fabio Ricardi
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Milano
Gentile signora,
il fatto che lei scriva una lettera a un professionista di "mio dottore"è già un parziale, felice contrasto alla sua affermazione "non mi sono mai fidata veramente di nessuno."Se si chiede, vuol dire che si ha almeno una iniziale fiducia nella persona a cui si chiede. Provo a mettere in luce, nella sua lettera, qualche altra "felice cotraddizione" che può essere lo spunto per un cambiamento in meglio." Quello in cui sono brava è annientarmi, fare la vittima": quindi è consapevole di questa strategia involontaria che le lascia l'illusione di non soffrire, ma in realtà genera sofferenza.Lei ha avuto un'esperienza di un tentato suicidio, e quindi sa quanta sofferenza ci sia.E d'altra parte, dice di essere "diventata allergica a ogni forma di dolore".Certo, tutti noi cechiamo di evitare il dolore, specie quello su cui possiamo agire.E questa vale anche per il dolore di tipo mentale o affettivo. Questo non vuol dire essere "allergici al dolore".
Quando ha ingerito un set di pillole, l'ha fatto "solo per spegnere il cervello".C'era dunque, e penso ci sia ancora, un'eccesso di lavorio mentale.Quando entriamo in un lavorio mentale, lo facciamo per difenderci da qualche emozione sgradita ( che in realtà va accolta ed, eventualmente, trasformata). Ha provato a mettere a fuoco quale sia quest'emozione temuta? Anche se, come dice, non ha adesso i soldi per riprendere una psicoterapia, vale la pena di dedicare a questo punto una certa attenzione. Infine, gli psicofarmaci. Sicuramente possono essere efficaci, anche se, come mi sembra le sia chiaro, vanno presi sotto la guida di uno psichiatra.Mi permetto due indicazioni. Anzitutto: il farmaco permette di respirare un po', e questa è una buona occasione per lavorare su se stessi e capire qualcosa di più sulle origine delle nostre difficoltà. Secondo punto: ogni psichiatra attento sa che oltre ai farmaci conta molto la relazione col paziente. Per lei è una buona occasione per sperimentare che può fidarsi di un'altra persona!
Dott.ssa Anna Maria Gioia
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Torino
Gentilissima utente,
quello che descrive non mi fa pensare ad una persona che “non vuole cambiare”, ma ad una persona profondamente esausta. Sono molti anni che vive in uno stato di sofferenza continua, con un corpo sempre in allarme e una mente che ha dovuto combattere troppo a lungo. Ad un certo punto non si tratta più di mancanza di volontà: è saturazione emotiva.
Il fatto che tante terapie non abbiano portato il sollievo che sperava non significa che lei sia irrecuperabile o che “le piaccia soffrire”. Spesso chi soffre da molto tempo sviluppa un modo molto duro e colpevolizzante di guardarsi, fino a convincersi di essere il problema. Ma il dolore non è una scelta.
Nelle sue parole si sente soprattutto vergogna, paura, sfiducia e un bisogno enorme di smettere di stare male. E quando una persona arriva a pensare di voler sparire, molto spesso non desidera davvero la morte ma desidera che finisca questa fatica insopportabile.
Anche il fatto che la relazione la stia facendo soffrire non significa che abbia sbagliato ad amare. A volte, quando ci si lascia andare davvero per la prima volta, emergono paure profondissime che prima erano rimaste sotto controllo.
Credo che in questo momento lei abbia bisogno di smettere, almeno per un attimo, di trattarsi come qualcuno da accusare o da correggere. Sta male da tanto tempo, e una parte di lei è semplicemente stanca di reggere tutto questo dolore da sola.
Per questo non c’è nulla di “triste” nel riconoscere che i farmaci possano esserle utili. Non è una sconfitta morale e non significa essere deboli. Significa forse riconoscere che il suo organismo è esausto e ha bisogno di un contenimento biologico, non solo psicologico. Nelle condizioni che descrive, credo sia importante che lei si faccia aiutare da uno psichiatra serio e umano, soprattutto perché i pensieri suicidari sono presenti da molto tempo e lei stessa dice di sentirsi al limite. E' importante che non affronti tutto questo da sola e che possa chiedere aiuto, se in questo momento è in difficoltà economica può rivolgersi al centro di salute mentale della sua zona e chiedere una visita con uno psichiatra. Cari saluti
Dott.ssa Barbara Lolli
Psicologo, Psicoterapeuta
Casalecchio di Reno
Buongiorno, se vuoi ne possiamo parlare in call così magari spiega meglio e abbiamo più tempo gratutamente. Mi mandi pure così ci accordiamo

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