Ho iniziato e abbandonato più volte percorsi di terapia che mi facevano sentire anormale e inadatta
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Ho iniziato e abbandonato più volte percorsi di terapia che mi facevano sentire anormale e inadatta per natura, come se "stare bene" significasse conformarsi e seguire il copione giusto per non mettere a disagio le persone. Sono introversa, non mi piace presentarmi in maniera particolarmente femminile e ho interessi molto di nicchia ma non li vivo in maniera totalizzante o ossessiva e devo dire anche che alcuni amici con cui condividerli in parte li ho trovati. Eppure, più conosco persone fuori dalla mia cerchia, più noto che in tanti hanno sentito il bisogno di farmi sapere che mi ritengono curiosa, ricevo sia "particolare in senso buono" ma anche veri e propri "strana da disagio". Quindi, c'è davvero spazio per essere strani in un percorso di guarigione dai traumi? Occorre trattare ogni stranezza come sintomo di disagio anche se non lo si vive come tale? Mi sembra di dover per forza scegliere di conformarmi al branco o sentirmi libera da sola
Comprendo quanto possa essere spiacevole sentire che per “stare bene” bisogna diventare qualcun altro — più conforme, più accettabile, più facile da capire. In realtà, il processo terapeutico non dovrebbe mai cancellare la sua unicità, ma aiutarla a riconoscerla ed integrarla.
In Analisi Transazionale parliamo spesso di copione di vita, cioè quel “programma” interiore che costruiamo da piccoli per ottenere amore, sicurezza e riconoscimento. A volte impariamo presto che per essere accettati dobbiamo “adattarci”: sembrare più socievoli, più femminili, più simili agli altri. E così finiamo per allontanarci dalla parte più autentica di noi.
Ma la terapia non serve a conformarsi — serve a liberarsi dai copioni limitanti e a riscoprire la spontaneità e la forza del proprio Bambino Libero, quella parte viva, curiosa e autentica che sa chi sei davvero, anche se gli altri ti definiscono “strana”.
Essere “particolare”, “diversa” o “fuori dagli schemi” non è un sintomo: può essere un passaggio evolutivo, un segnale che qualcosa dentro di lei stia cercando una forma più vera e più libera di espressione.
A volte, la “stranezza” è proprio il punto da cui inizia la trasformazione — quando si smette di adattarsi e si inizia ad ascoltarsi davvero; proprio per questo per far emergere la nostra verità interiore, potrebbe anche essere significativo poter esplorare queste nostre peculiarità.
Quindi sì: c’è spazio per essere "strani" anche in un percorso di guarigione. Sarebbe importante anche domandarsi in uno spazio terapeutico adeguato in merito la nostra reazione abbandonica come possibile chiave di lettura del Sé. Saluti, Dott.ssa Donatella Valsi
In Analisi Transazionale parliamo spesso di copione di vita, cioè quel “programma” interiore che costruiamo da piccoli per ottenere amore, sicurezza e riconoscimento. A volte impariamo presto che per essere accettati dobbiamo “adattarci”: sembrare più socievoli, più femminili, più simili agli altri. E così finiamo per allontanarci dalla parte più autentica di noi.
Ma la terapia non serve a conformarsi — serve a liberarsi dai copioni limitanti e a riscoprire la spontaneità e la forza del proprio Bambino Libero, quella parte viva, curiosa e autentica che sa chi sei davvero, anche se gli altri ti definiscono “strana”.
Essere “particolare”, “diversa” o “fuori dagli schemi” non è un sintomo: può essere un passaggio evolutivo, un segnale che qualcosa dentro di lei stia cercando una forma più vera e più libera di espressione.
A volte, la “stranezza” è proprio il punto da cui inizia la trasformazione — quando si smette di adattarsi e si inizia ad ascoltarsi davvero; proprio per questo per far emergere la nostra verità interiore, potrebbe anche essere significativo poter esplorare queste nostre peculiarità.
Quindi sì: c’è spazio per essere "strani" anche in un percorso di guarigione. Sarebbe importante anche domandarsi in uno spazio terapeutico adeguato in merito la nostra reazione abbandonica come possibile chiave di lettura del Sé. Saluti, Dott.ssa Donatella Valsi
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Cara utente,
la tua riflessione è molto profonda e tocca un punto importante: la terapia non dovrebbe mai avere come obiettivo quello di “normalizzare” o rendere qualcuno conforme agli altri, ma piuttosto aiutare la persona a stare bene con sé stessa, nel rispetto della propria unicità. Sentirsi “strani” o “diversi” non è di per sé un segno di disagio; può diventarlo solo se quella diversità viene vissuta con sofferenza o se limita la possibilità di vivere pienamente.
Proprio per questo sarebbe utile approfondire la tua esperienza con uno specialista che ti aiuti a esplorare come conciliare autenticità e benessere, senza rinunciare a ciò che ti rende te stessa.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
la tua riflessione è molto profonda e tocca un punto importante: la terapia non dovrebbe mai avere come obiettivo quello di “normalizzare” o rendere qualcuno conforme agli altri, ma piuttosto aiutare la persona a stare bene con sé stessa, nel rispetto della propria unicità. Sentirsi “strani” o “diversi” non è di per sé un segno di disagio; può diventarlo solo se quella diversità viene vissuta con sofferenza o se limita la possibilità di vivere pienamente.
Proprio per questo sarebbe utile approfondire la tua esperienza con uno specialista che ti aiuti a esplorare come conciliare autenticità e benessere, senza rinunciare a ciò che ti rende te stessa.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Gentile utente,
le sue parole toccano un tema estremamente importante: quello della libertà di essere sé stessi all’interno di un percorso terapeutico e, più in generale, nella propria vita. Purtroppo, può accadere che alcuni approcci psicologici vengano vissuti come normalizzanti, quasi come se “stare bene” significasse adattarsi a un modello prestabilito di persona equilibrata, socievole o conforme. In realtà, la vera terapia non dovrebbe mai puntare a cancellare le differenze, ma a valorizzarle e a renderle vivibili, libere dal peso del giudizio e della sofferenza.
Essere introversi, avere interessi particolari o non rispecchiare determinati canoni sociali o estetici non è una forma di anomalia: è una parte della propria identità. Il disagio psicologico nasce non tanto dalla diversità in sé, quanto dal modo in cui questa viene accolta o rifiutata: dagli altri e da noi stessi. Un percorso di guarigione dai "traumi", se ben impostato, non chiede di rinunciare alla propria “stranezza”, ma di comprendere il significato che essa assume nella propria storia, per trasformarla in una risorsa invece che in un ostacolo.
La vera libertà non sta nel conformarsi né nel restare isolati, ma nel riuscire a stare in relazione mantenendo la propria autenticità. Un buon terapeuta dovrebbe poterle offrire proprio questo spazio: un luogo in cui essere pienamente sé stessa, senza sentirsi giudicata o costretta a scegliere tra appartenenza e solitudine.
Resto a disposizione se desidera intraprendere un percorso che la aiuti a riconciliarsi con la propria unicità e a viverla come una forza, non come un peso.
Un cordiale saluto,
Dott. Giuseppe M. Veneziano – Psicologo Clinico
le sue parole toccano un tema estremamente importante: quello della libertà di essere sé stessi all’interno di un percorso terapeutico e, più in generale, nella propria vita. Purtroppo, può accadere che alcuni approcci psicologici vengano vissuti come normalizzanti, quasi come se “stare bene” significasse adattarsi a un modello prestabilito di persona equilibrata, socievole o conforme. In realtà, la vera terapia non dovrebbe mai puntare a cancellare le differenze, ma a valorizzarle e a renderle vivibili, libere dal peso del giudizio e della sofferenza.
Essere introversi, avere interessi particolari o non rispecchiare determinati canoni sociali o estetici non è una forma di anomalia: è una parte della propria identità. Il disagio psicologico nasce non tanto dalla diversità in sé, quanto dal modo in cui questa viene accolta o rifiutata: dagli altri e da noi stessi. Un percorso di guarigione dai "traumi", se ben impostato, non chiede di rinunciare alla propria “stranezza”, ma di comprendere il significato che essa assume nella propria storia, per trasformarla in una risorsa invece che in un ostacolo.
La vera libertà non sta nel conformarsi né nel restare isolati, ma nel riuscire a stare in relazione mantenendo la propria autenticità. Un buon terapeuta dovrebbe poterle offrire proprio questo spazio: un luogo in cui essere pienamente sé stessa, senza sentirsi giudicata o costretta a scegliere tra appartenenza e solitudine.
Resto a disposizione se desidera intraprendere un percorso che la aiuti a riconciliarsi con la propria unicità e a viverla come una forza, non come un peso.
Un cordiale saluto,
Dott. Giuseppe M. Veneziano – Psicologo Clinico
Gentile utente, grazie per aver condiviso la sua situazione.
Dalle sue parole emerge la fatica provata in terapie che hanno chiesto conformità, facendola sentire anormale.
Essere “strani” può essere un tratto identitario e fonte di autenticità, non necessariamente un sintomo da eliminare.
In un percorso adeguato si distingue tra aspetti di sé da accogliere e quelli che invece riproducono sofferenza legata al trauma.
Il lavoro terapeutico può aiutare a esplorare dove le sue peculiarità diventano risorsa e dove invece generano isolamento.
Può essere utile chiedersi quali cambiamenti desidera davvero e quali pressioni esterne la spingono a conformarsi.
L’obiettivo non è adattarla a un copione, ma sostenerla nel scegliere relazioni e contesti in cui restare autentica senza pagare un prezzo emotivo eccessivo.
Riflettere su confini, appartenenza e integrità personale offre orientamento per le scelte di cura.
Se lo desidera, possiamo approfondire questi temi in un primo colloquio chiarificatore; può prenotare un appuntamento, anche online.
Per ogni eventuale approfondimento sono a sua disposizione, anche online, il primo colloquio è gratuito.
Un caro saluto,
Dott. Mauro Terracciano.
Dalle sue parole emerge la fatica provata in terapie che hanno chiesto conformità, facendola sentire anormale.
Essere “strani” può essere un tratto identitario e fonte di autenticità, non necessariamente un sintomo da eliminare.
In un percorso adeguato si distingue tra aspetti di sé da accogliere e quelli che invece riproducono sofferenza legata al trauma.
Il lavoro terapeutico può aiutare a esplorare dove le sue peculiarità diventano risorsa e dove invece generano isolamento.
Può essere utile chiedersi quali cambiamenti desidera davvero e quali pressioni esterne la spingono a conformarsi.
L’obiettivo non è adattarla a un copione, ma sostenerla nel scegliere relazioni e contesti in cui restare autentica senza pagare un prezzo emotivo eccessivo.
Riflettere su confini, appartenenza e integrità personale offre orientamento per le scelte di cura.
Se lo desidera, possiamo approfondire questi temi in un primo colloquio chiarificatore; può prenotare un appuntamento, anche online.
Per ogni eventuale approfondimento sono a sua disposizione, anche online, il primo colloquio è gratuito.
Un caro saluto,
Dott. Mauro Terracciano.
Capisco profondamente ciò che descrivi: il dolore di sentirsi “fuori posto” non nasce quasi mai da ciò che siamo, ma dallo sguardo con cui il mondo — e a volte persino certi approcci terapeutici — si rapportano alla nostra diversità.
Essere “strani”, “particolari” o semplicemente non allineati agli schemi non è un difetto da correggere, ma una delle tante forme con cui la vita si esprime. In un percorso di guarigione autentico non si lavora per conformarsi, ma per liberarsi dal peso del giudizio e riscoprire la libertà di abitare pienamente se stessi.
Purtroppo, anche la psicologia — come ogni scienza umana — può talvolta cadere nella tentazione di classificare la differenza come sintomo, di leggere l’unicità come deviazione invece che come espressione autentica di una persona. Ma la vera cura non nasce dall’etichettare, bensì dal riconoscere: riconoscere la singolarità, la sensibilità e le modalità personali con cui ciascuno vive e dà significato alla propria esperienza.
Ogni essere umano ha diritto a uno spazio in cui sentirsi accolto nella propria autenticità, senza dover temere di “essere troppo” o “non essere abbastanza”. È proprio da questa accoglienza che può iniziare un processo di guarigione reale — non verso un modello, ma verso sé stessi.
E alla tua domanda — se c’è davvero spazio per essere “strani” in un percorso di guarigione — la risposta è sì, c’è.
Ma dipende da chi hai davanti: perché è lo sguardo dell’altro, sia esso un terapeuta, un amico o un conoscente, a creare quello spazio. Quando incontri qualcuno capace di accoglierti senza voler cambiare ciò che sei, allora sì — quello spazio diventa reale, e inizia la possibilità di sentirsi finalmente liberi di essere se stessi.
Ti auguro di cuore di poter incontrare sempre più sguardi capaci di questo tipo di accoglienza, e di continuare a proteggere con gentilezza la tua unicità.
Essere “strani”, “particolari” o semplicemente non allineati agli schemi non è un difetto da correggere, ma una delle tante forme con cui la vita si esprime. In un percorso di guarigione autentico non si lavora per conformarsi, ma per liberarsi dal peso del giudizio e riscoprire la libertà di abitare pienamente se stessi.
Purtroppo, anche la psicologia — come ogni scienza umana — può talvolta cadere nella tentazione di classificare la differenza come sintomo, di leggere l’unicità come deviazione invece che come espressione autentica di una persona. Ma la vera cura non nasce dall’etichettare, bensì dal riconoscere: riconoscere la singolarità, la sensibilità e le modalità personali con cui ciascuno vive e dà significato alla propria esperienza.
Ogni essere umano ha diritto a uno spazio in cui sentirsi accolto nella propria autenticità, senza dover temere di “essere troppo” o “non essere abbastanza”. È proprio da questa accoglienza che può iniziare un processo di guarigione reale — non verso un modello, ma verso sé stessi.
E alla tua domanda — se c’è davvero spazio per essere “strani” in un percorso di guarigione — la risposta è sì, c’è.
Ma dipende da chi hai davanti: perché è lo sguardo dell’altro, sia esso un terapeuta, un amico o un conoscente, a creare quello spazio. Quando incontri qualcuno capace di accoglierti senza voler cambiare ciò che sei, allora sì — quello spazio diventa reale, e inizia la possibilità di sentirsi finalmente liberi di essere se stessi.
Ti auguro di cuore di poter incontrare sempre più sguardi capaci di questo tipo di accoglienza, e di continuare a proteggere con gentilezza la tua unicità.
Buonasera, la sua riflessione tocca un punto molto profondo e umano: il bisogno di sentirsi accettati per ciò che si è, senza dover modificare la propria essenza per corrispondere a un modello di “normalità” imposto dall’esterno. Le sue parole trasmettono il peso di esperienze in cui, anziché sentirsi accolta, si è sentita giudicata o spinta verso un adattamento che le è sembrato innaturale. È comprensibile che questo l’abbia portata più volte ad allontanarsi dai percorsi di terapia, perché quando ci si sente valutati o incasellati, il senso di fiducia e libertà interiore, che sono alla base di ogni cambiamento autentico, vengono meno. Essere introversa, avere gusti non convenzionali o non sentire il bisogno di esprimersi secondo modelli sociali comuni non sono limiti né segni di disagio, ma sfumature della personalità che meritano rispetto. Ogni persona trova il proprio equilibrio in modo diverso, e la crescita personale non coincide con il conformarsi, ma con l’imparare a vivere in armonia con se stessi, pur nel confronto con gli altri. In un percorso di benessere psicologico, non c’è alcun bisogno di diventare “uguali agli altri”, ma piuttosto di comprendere come sentirsi bene nella propria autenticità, imparando a distinguere quando le proprie caratteristiche rappresentano una risorsa e quando, invece, possono diventare fonte di sofferenza o isolamento. Ciò che spesso fa la differenza non è tanto il modo di essere, ma il modo in cui lo si vive. Se lei riesce a sentire libertà e serenità nel coltivare i suoi interessi, nel suo modo di vestire o nel suo stile di vita, questo è già un segnale di equilibrio. Le persone che definiscono “strano” ciò che non comprendono spesso reagiscono per abitudine o superficialità, non perché ci sia davvero qualcosa di anomalo. Il punto non è cancellare la diversità, ma costruire intorno ad essa una base di sicurezza e di valore personale che non dipenda dallo sguardo altrui. Un percorso di guarigione non dovrebbe chiederle di abbandonare ciò che la rende unica, ma di aiutarla a trovare uno spazio interno in cui poter convivere serenamente con la propria individualità, imparando a proteggersi dai giudizi e a nutrire legami che la fanno sentire accolta. Forse la vera sfida non è scegliere tra “conformarsi o restare soli”, ma scoprire come restare se stessa anche nel contatto con gli altri, trovando un equilibrio tra autenticità e apertura. In questo senso, esiste sempre spazio per essere “strani” e allo stesso tempo in cammino verso il proprio benessere. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Cara, ogni persona è unica, lo standard lo decide l'essere umano rispetto a delle aspettative che si crea. Spesso quando ciò che desideriamo essere non coincide con le aspettative di altri soffriamo, soffermarsi a chiedersi se ciò che desideriamo essere ci rende felici e ci piace è positivo e va rispettato in primis da noi stessi pertanto, non serve conformarsi se non lo si desidera e quando si sta bene non ci si sente diversi ma semplicemente unici con piacere.
Un caro saluto
Un caro saluto
Gentile utente,
Grazie per aver condiviso questa sua riflessione, così sentita e così cruciale. Percepisco la sua fatica nel cercare un percorso di cura che rispetti la sua unicità e che non la costringa a snaturarsi per conformarsi a un ideale di "normalità" preconfezionato.
Mi chiedo, mentre la leggo:
1. Come ha imparato a "definire" la sua "stranezza"? Quali sono le "voci" che le hanno fatto sentire di essere "diversa"? Qual è il "peso" di queste voci nella sua vita?
2. Cosa significa per lei "sentirsi libera"? Quali sono gli "spazi" in cui può esprimere la sua autenticità senza timore di essere giudicata?
3. Qual è la "voce" che le fa dubitare della possibilità di essere "strana" e "guarita" allo stesso tempo? Da dove proviene questa "voce"? Quale "potere" le attribuisce?
4. Come mai ha abbandonato i percorsi terapeutici intrapresi in passato? Cosa non le permetteva di sentirsi "a suo agio" in quegli "spazi"?
5. Se potesse "riscrivere" la "storia" della sua crescita personale, quali "elementi" vorrebbe che fossero presenti? Quale "ruolo" vorrebbe interpretare?
Forse, questo può essere un momento per mettere in discussione l'idea stessa di "normalità", per analizzare criticamente i "discorsi" che circolano nella società e per rivendicare la bellezza e la ricchezza della diversità.
Nella speranza che queste mie domande possano esserle di aiuto, le consiglio di cercare un terapeuta che condivida la sua visione, che la incoraggi a esplorare la sua unicità e che la sostenga nel suo percorso di autorealizzazione, senza imporle modelli o etichette.
Un saluto
Grazie per aver condiviso questa sua riflessione, così sentita e così cruciale. Percepisco la sua fatica nel cercare un percorso di cura che rispetti la sua unicità e che non la costringa a snaturarsi per conformarsi a un ideale di "normalità" preconfezionato.
Mi chiedo, mentre la leggo:
1. Come ha imparato a "definire" la sua "stranezza"? Quali sono le "voci" che le hanno fatto sentire di essere "diversa"? Qual è il "peso" di queste voci nella sua vita?
2. Cosa significa per lei "sentirsi libera"? Quali sono gli "spazi" in cui può esprimere la sua autenticità senza timore di essere giudicata?
3. Qual è la "voce" che le fa dubitare della possibilità di essere "strana" e "guarita" allo stesso tempo? Da dove proviene questa "voce"? Quale "potere" le attribuisce?
4. Come mai ha abbandonato i percorsi terapeutici intrapresi in passato? Cosa non le permetteva di sentirsi "a suo agio" in quegli "spazi"?
5. Se potesse "riscrivere" la "storia" della sua crescita personale, quali "elementi" vorrebbe che fossero presenti? Quale "ruolo" vorrebbe interpretare?
Forse, questo può essere un momento per mettere in discussione l'idea stessa di "normalità", per analizzare criticamente i "discorsi" che circolano nella società e per rivendicare la bellezza e la ricchezza della diversità.
Nella speranza che queste mie domande possano esserle di aiuto, le consiglio di cercare un terapeuta che condivida la sua visione, che la incoraggi a esplorare la sua unicità e che la sostenga nel suo percorso di autorealizzazione, senza imporle modelli o etichette.
Un saluto
Gentile utente, grazie per la sua condivisione.
La sua riflessione è estremamente lucida e importante. Spesso, chi si sente “diverso” in un mondo che premia l’omologazione si trova a vivere un conflitto: cercare accettazione senza rinunciare alla propria autenticità. E no, non dovrebbe mai essere necessario scegliere tra “conformarsi” o “isolarsi”. Essere introversi, avere interessi di nicchia, o non rispecchiare certi canoni sociali non sono problemi da risolvere, ma aspetti identitari da comprendere e valorizzare. Non tutto ciò che esce dalla norma è sintomo di disagio: a volte è semplicemente espressione della propria unicità.
Il vero lavoro terapeutico, quando è rispettoso e sintonizzato, non mira a rendere una persona “più normale”, ma a creare uno spazio in cui possa esplorare liberamente chi è - al di là delle etichette, dei giudizi e delle aspettative sociali.
È comprensibile che abbia interrotto percorsi che le facevano sentire che c’era qualcosa di sbagliato in lei. Ma un buon percorso può, al contrario, aiutarla a distinguere ciò che è ferita da ciò che è identità, e soprattutto a recuperare il diritto di stare bene rimanendo pienamente se stessa.
La sua riflessione è estremamente lucida e importante. Spesso, chi si sente “diverso” in un mondo che premia l’omologazione si trova a vivere un conflitto: cercare accettazione senza rinunciare alla propria autenticità. E no, non dovrebbe mai essere necessario scegliere tra “conformarsi” o “isolarsi”. Essere introversi, avere interessi di nicchia, o non rispecchiare certi canoni sociali non sono problemi da risolvere, ma aspetti identitari da comprendere e valorizzare. Non tutto ciò che esce dalla norma è sintomo di disagio: a volte è semplicemente espressione della propria unicità.
Il vero lavoro terapeutico, quando è rispettoso e sintonizzato, non mira a rendere una persona “più normale”, ma a creare uno spazio in cui possa esplorare liberamente chi è - al di là delle etichette, dei giudizi e delle aspettative sociali.
È comprensibile che abbia interrotto percorsi che le facevano sentire che c’era qualcosa di sbagliato in lei. Ma un buon percorso può, al contrario, aiutarla a distinguere ciò che è ferita da ciò che è identità, e soprattutto a recuperare il diritto di stare bene rimanendo pienamente se stessa.
Che bella, questa domanda. E quanto coraggio c’è dentro. Quello che scrivi tocca un nodo profondissimo: la paura che “stare bene” significhi smettere di essere se stessi.
Ma la verità è che la terapia, quella buona, quella che accoglie e non modella, non serve a normalizzarti: serve a farti sentire intera. A farti stare dentro la tua pelle senza fastidio, senza dover chiedere scusa per ciò che sei. Essere “strani” non è un sintomo da correggere, è una forma di autenticità. Il problema nasce solo quando quella diversità diventa una gabbia o una ferita, quando ti fa male o ti impedisce di vivere ciò che desideri.
Ma se la tua unicità è un modo di stare nel mondo che ti rispecchia, che ti dà respiro, allora non è qualcosa da guarire, è qualcosa da custodire. Forse il passo da fare non è chiederti “come posso diventare più normale?” ma “dove posso sentirmi accolta così come sono?”.
Perché la vera terapia non chiede di uniformarsi: ti accompagna a casa, dentro te stessa.
E sì, c’è spazio per essere “strani” e guarire. Anzi, a volte la guarigione passa proprio da lì, dal permettersi di essere liberi, anche quando si è un po’ fuori dal coro.
Un abbraccio,
Raffaella.
Ma la verità è che la terapia, quella buona, quella che accoglie e non modella, non serve a normalizzarti: serve a farti sentire intera. A farti stare dentro la tua pelle senza fastidio, senza dover chiedere scusa per ciò che sei. Essere “strani” non è un sintomo da correggere, è una forma di autenticità. Il problema nasce solo quando quella diversità diventa una gabbia o una ferita, quando ti fa male o ti impedisce di vivere ciò che desideri.
Ma se la tua unicità è un modo di stare nel mondo che ti rispecchia, che ti dà respiro, allora non è qualcosa da guarire, è qualcosa da custodire. Forse il passo da fare non è chiederti “come posso diventare più normale?” ma “dove posso sentirmi accolta così come sono?”.
Perché la vera terapia non chiede di uniformarsi: ti accompagna a casa, dentro te stessa.
E sì, c’è spazio per essere “strani” e guarire. Anzi, a volte la guarigione passa proprio da lì, dal permettersi di essere liberi, anche quando si è un po’ fuori dal coro.
Un abbraccio,
Raffaella.
Buongiorno! Considerato i limiti del contesto e dello strumento, proverò ad offrire un piccolo contributo di pensiero. Nel leggere, ho vissuto una dolorosa sensazione di tristezza e solitudine. Non dice molto di sé e della sua storia, ma ho avuto l’impressione che porti l’esperienza di un mancato riconoscimento, di uno scarso nutrimento della sua unicità. Essere visti, accettati, amati sembra possibile solo a condizione di assecondare e uniformarsi alle aspettative dell’altro, mettendo da parte sé stessa, i suoi desideri, i suoi pensieri, le sue paure. Di conseguenza, essere genuini potrebbe essere “strano”, potrebbe essere motivo di giudizio e di rifiuto. Questo ci porta al suo incipit: “ho iniziato e abbandonato più volte percorsi di terapia che mi facevano sentire anormale e inadatta”. Forse, mantenere una certa distanza dall’altro, sempre pronto a fare del male, giudicare, abbandonare, può attenuare vissuti penosi. Una soluzione di compromesso (con tutte le relative conseguenze) che non deve essere demonizzata, ma compresa e analizzata. Non è un caso se nei precedenti tentativi di instaurare una relazione terapeutica si sono ripetute ancora le stesse dinamiche e si sono attivate ancora le stesse resistenze. Riconoscere di aver bisogno di aiuto, accettare la dipendenza (buona) dal/dalla terapeuta, può produrre la paura di perdere il controllo, di essere finiti in una trappola dalla quale non si riuscirà più a liberarsi, di dover abdicare a sé stessa. Sembra, per certi versi, quello che ha sempre desiderato, temuto, evitato. In bocca al lupo per tutto
Gentile utente,
la sua riflessione è profonda e tocca un punto centrale del lavoro terapeutico: la differenza tra “guarire” e “conformarsi”. Ciò che descrive — la sensazione che la terapia miri a renderla “normale”, omologata, adattata a un modello prestabilito — è purtroppo un’esperienza che alcune persone vivono quando non trovano uno spazio terapeutico realmente rispettoso della propria unicità.
“Stare bene” non significa diventare uguali agli altri, né reprimere ciò che ci distingue. Significa piuttosto riuscire a vivere in equilibrio con sé stessi, senza che le proprie differenze diventino motivo di sofferenza, di isolamento o di vergogna. Essere introversa, avere interessi di nicchia o non rispecchiare determinati canoni di femminilità non sono aspetti patologici: sono tratti identitari, parte della sua autenticità, che meritano di essere accolti e integrati, non corretti.
Nel percorso di guarigione dai traumi, lo spazio per la “stranezza” non solo esiste, ma è fondamentale. Il trauma spesso nasce proprio da esperienze in cui non si è stati accettati per come si era — da contesti dove bisognava adattarsi, compiacere, non disturbare. La vera terapia dovrebbe dunque offrirle l’opposto di ciò che l’ha ferita: un luogo dove può essere sé stessa senza doversi giustificare, dove il terapeuta la accompagna a comprendere il suo mondo interno, non a cambiarlo per renderlo più “socialmente accettabile”.
Non tutte le forme di “non conformità” sono segni di disagio. Diventano un problema solo se causano sofferenza o impediscono di vivere in modo pieno e libero. Ma se lei vive i suoi tratti come parte integrante e armoniosa di sé, allora non c’è nulla da “curare”: c’è solo da consolidare la fiducia nella propria identità e imparare a proteggersi da chi giudica o fraintende.
Essere “particolare” non è un limite, ma una forma di ricchezza. Il mondo ha bisogno anche di persone che non si adeguano, che vivono con sensibilità e prospettive diverse — ed è nel rispetto di queste differenze che può nascere un vero benessere, non nell’omologazione.
Cordialmente,
Dottoressa Gloria Giacomin
la sua riflessione è profonda e tocca un punto centrale del lavoro terapeutico: la differenza tra “guarire” e “conformarsi”. Ciò che descrive — la sensazione che la terapia miri a renderla “normale”, omologata, adattata a un modello prestabilito — è purtroppo un’esperienza che alcune persone vivono quando non trovano uno spazio terapeutico realmente rispettoso della propria unicità.
“Stare bene” non significa diventare uguali agli altri, né reprimere ciò che ci distingue. Significa piuttosto riuscire a vivere in equilibrio con sé stessi, senza che le proprie differenze diventino motivo di sofferenza, di isolamento o di vergogna. Essere introversa, avere interessi di nicchia o non rispecchiare determinati canoni di femminilità non sono aspetti patologici: sono tratti identitari, parte della sua autenticità, che meritano di essere accolti e integrati, non corretti.
Nel percorso di guarigione dai traumi, lo spazio per la “stranezza” non solo esiste, ma è fondamentale. Il trauma spesso nasce proprio da esperienze in cui non si è stati accettati per come si era — da contesti dove bisognava adattarsi, compiacere, non disturbare. La vera terapia dovrebbe dunque offrirle l’opposto di ciò che l’ha ferita: un luogo dove può essere sé stessa senza doversi giustificare, dove il terapeuta la accompagna a comprendere il suo mondo interno, non a cambiarlo per renderlo più “socialmente accettabile”.
Non tutte le forme di “non conformità” sono segni di disagio. Diventano un problema solo se causano sofferenza o impediscono di vivere in modo pieno e libero. Ma se lei vive i suoi tratti come parte integrante e armoniosa di sé, allora non c’è nulla da “curare”: c’è solo da consolidare la fiducia nella propria identità e imparare a proteggersi da chi giudica o fraintende.
Essere “particolare” non è un limite, ma una forma di ricchezza. Il mondo ha bisogno anche di persone che non si adeguano, che vivono con sensibilità e prospettive diverse — ed è nel rispetto di queste differenze che può nascere un vero benessere, non nell’omologazione.
Cordialmente,
Dottoressa Gloria Giacomin
Capisco profondamente ciò che descrive. Deve essere stato molto difficile sentirsi giudicata o fraintesa proprio in spazi dove avrebbe dovuto sentirsi accolta e compresa. Il suo modo di essere, con la sua sensibilità e unicità, non è qualcosa da correggere, ma da esplorare con rispetto e curiosità. Se lo desidera, possiamo lavorare insieme per dare spazio a questa autenticità, comprendendo come integrarla nel suo percorso di benessere senza sentirsi costretta a rinunciare a sé stessa.
Un caro saluto
Dott.ssa Barcella
Un caro saluto
Dott.ssa Barcella
Gent.ma utente,
lei dimostra già una profonda consapevolezza di sé stessa e del senso di libertà che prova nell'essere unica e irripetibile. Conservi fino in fondo questa trasparenza e non si lasci attrarre la peso del giudizio del mondo esterno. Quello che ha trovato è qualcosa di prezioso che le servirà per il suo viaggio di guarigione. Si avverte, infatti, la sua inquietudine nel dover colmare dei bisogni di benessere mentale. Ma questo non deve mettere in discussione ciò in cui crede, i valori su cui poggia la sua identità, e gli attributi che la contraddistinguono come persona.
Un percorso psicologico è, di fondo, un percorso di scoperta, di valorizzazione e di crescita. Non si tratta solo di "star bene", ma di essere autonomi nel gestire le difficoltà della vita e di avere una mente agile e flessibile, capace di trarre vantaggio, in termini di armonia e soddisfazione, dall'interazione con il mondo esterno.
Lei ha già sviluppato evidenti doti di consapevolezza e sa riflettere sul suo mondo interiore. Forse, deve trovare il modo di comunicare meglio con tutto ciò che è fuori, senza che questo la destabilizzi nel suo temperamento e nella sua originalità. Questo può essere un suo obiettivo concreto, così come può esserlo aprirsi con curiosità verso potenzialità ancora da sfruttare e abilità che le piacerebbe coltivare.
Se lo desidera, resto a disposizione.
Le auguro il meglio. Dott. Antonio Cortese
lei dimostra già una profonda consapevolezza di sé stessa e del senso di libertà che prova nell'essere unica e irripetibile. Conservi fino in fondo questa trasparenza e non si lasci attrarre la peso del giudizio del mondo esterno. Quello che ha trovato è qualcosa di prezioso che le servirà per il suo viaggio di guarigione. Si avverte, infatti, la sua inquietudine nel dover colmare dei bisogni di benessere mentale. Ma questo non deve mettere in discussione ciò in cui crede, i valori su cui poggia la sua identità, e gli attributi che la contraddistinguono come persona.
Un percorso psicologico è, di fondo, un percorso di scoperta, di valorizzazione e di crescita. Non si tratta solo di "star bene", ma di essere autonomi nel gestire le difficoltà della vita e di avere una mente agile e flessibile, capace di trarre vantaggio, in termini di armonia e soddisfazione, dall'interazione con il mondo esterno.
Lei ha già sviluppato evidenti doti di consapevolezza e sa riflettere sul suo mondo interiore. Forse, deve trovare il modo di comunicare meglio con tutto ciò che è fuori, senza che questo la destabilizzi nel suo temperamento e nella sua originalità. Questo può essere un suo obiettivo concreto, così come può esserlo aprirsi con curiosità verso potenzialità ancora da sfruttare e abilità che le piacerebbe coltivare.
Se lo desidera, resto a disposizione.
Le auguro il meglio. Dott. Antonio Cortese
Forse ciò che lei chiama stranezza è semplicemente la forma singolare con cui abita il mondo. Quando in terapia o nella vita si sente spinta a conformarsi, sembra che le venga chiesto di rinunciare a quella parte autentica di sé che non rientra negli schemi comuni. Ma stare bene non significa diventare uguali agli altri, bensì trovare un modo personale di vivere in equilibrio con ciò che si è. Forse la vera domanda è se riesce a stare con la sua differenza senza sentirsi giudicata o isolata. Non si tratta di scegliere tra libertà e appartenenza, ma di scoprire come restare fedele a sé stessa anche nello sguardo dell’altro, senza dover correggere ciò che la rende unica.
Buongiorno, grazie per condividere. La situazione che descrive non è rara. Molte persone che hanno vissuti difficili sentono che la terapia anziché un luogo di accoglienza diventi un posto dove sembrare “normali” secondo standard altrui.
Lei non è sbagliata per come è. L’introversione, gli interessi di nicchia, il modo sobrio di raccontarsi fanno parte di lei. E una terapia che rispetta veramente la persona non chiede di uniformarsi, ma riconosce la sua unicità. Non tutte le “stranezze” sono disagi da curare, alcune sono espressioni autentiche di sé e su quelle non serve lavorare per cambiarle, serve spazio per accoglierle.
Esiste uno spazio in cui si può guarire restando sé stessa, con le proprie differenze, senza sacrifici forzati. Un caro saluto, AM
Lei non è sbagliata per come è. L’introversione, gli interessi di nicchia, il modo sobrio di raccontarsi fanno parte di lei. E una terapia che rispetta veramente la persona non chiede di uniformarsi, ma riconosce la sua unicità. Non tutte le “stranezze” sono disagi da curare, alcune sono espressioni autentiche di sé e su quelle non serve lavorare per cambiarle, serve spazio per accoglierle.
Esiste uno spazio in cui si può guarire restando sé stessa, con le proprie differenze, senza sacrifici forzati. Un caro saluto, AM
Buongiorno, quello che descrive è un vissuto distonico rispetto alla propria e alla altrui percezione. Spesso l'ambiente si serve di categorizzazioni per semplificare la realtà e per autorassicurarsi rispetto ad essa. La mente, per facilità, è indotta a incasellare le persone, gli eventi e i comportamenti sociali. Noterà che chi riesce ad apprezzarla per come è, è anche chi vive la propria realtà con un approccio più sereno e rilassato. E' la paura nel non riuscire a definire, identificare l'altro che spesso induce ad etichettare o a giudicare le peculiarità con cui si entra in contatto. Per rispondere alla sua domanda, c'è spazio per tutti in un processo di guarigione, per ogni individuo, con la sua unicità e la sua specifica personalità. Il disagio è tale solo nella misura in cui viene sperimentato dal paziente e solo se per lui è fonte di malessere altrimenti va più che ben così. Un caro saluto. BM
Buongiorno,
la domanda posta è molto interessante, se non si vive questa "stranezza" come disagio o come situazione che conduce al malessere, allora si può avere uno spazio per affrontare altre situazioni che possono invece creare delle difficoltà, come i traumi che ha citato.
Ogni situazione, che possa sembrare più o meno strana, quando crea uno stato di malessere, allora è qualcosa da affrontare e su cui lavorare.
Resto a disposizione per ulteriori informazioni,
cordiali saluti,
Dott.ssa Angelica Venanzetti
la domanda posta è molto interessante, se non si vive questa "stranezza" come disagio o come situazione che conduce al malessere, allora si può avere uno spazio per affrontare altre situazioni che possono invece creare delle difficoltà, come i traumi che ha citato.
Ogni situazione, che possa sembrare più o meno strana, quando crea uno stato di malessere, allora è qualcosa da affrontare e su cui lavorare.
Resto a disposizione per ulteriori informazioni,
cordiali saluti,
Dott.ssa Angelica Venanzetti
Quello che condividi è molto profondo e tocca un tema centrale nel lavoro terapeutico: la possibilità di stare bene rimanendo se stessi, senza dover rinunciare alle proprie sfumature per adattarsi a un modello “giusto” di normalità.
Purtroppo, può accadere che alcuni percorsi di terapia — per approccio, linguaggio o modalità relazionale — diano la sensazione che il cambiamento coincida con il conformarsi. Ma la crescita psicologica non dovrebbe mai essere un processo di “normalizzazione”. Al contrario, dovrebbe offrire uno spazio in cui poter esplorare la propria unicità in modo sicuro, comprendendo cosa di sé si desidera mantenere, cosa si vuole trasformare e perché.
Essere introversi, avere interessi di nicchia o non identificarsi con certi modelli sociali o di genere non è di per sé indice di disagio: può semplicemente rappresentare la propria autenticità. La terapia, idealmente, dovrebbe aiutare a dare significato a questa autenticità, distinguendo ciò che nasce da una libera scelta da ciò che invece può essere il risultato di una ferita o di una difesa. Non per “correggere” chi sei, ma per permetterti di vivere te stessa con più serenità e libertà.
C’è assolutamente spazio per essere “strani” — se per “strani” intendiamo “diversi”, “non omologati”, “non conformi”. Il lavoro terapeutico più bello e profondo è proprio quello che riconosce e valorizza questa diversità, aiutando a non confonderla con la solitudine o con il rifiuto.
Purtroppo, può accadere che alcuni percorsi di terapia — per approccio, linguaggio o modalità relazionale — diano la sensazione che il cambiamento coincida con il conformarsi. Ma la crescita psicologica non dovrebbe mai essere un processo di “normalizzazione”. Al contrario, dovrebbe offrire uno spazio in cui poter esplorare la propria unicità in modo sicuro, comprendendo cosa di sé si desidera mantenere, cosa si vuole trasformare e perché.
Essere introversi, avere interessi di nicchia o non identificarsi con certi modelli sociali o di genere non è di per sé indice di disagio: può semplicemente rappresentare la propria autenticità. La terapia, idealmente, dovrebbe aiutare a dare significato a questa autenticità, distinguendo ciò che nasce da una libera scelta da ciò che invece può essere il risultato di una ferita o di una difesa. Non per “correggere” chi sei, ma per permetterti di vivere te stessa con più serenità e libertà.
C’è assolutamente spazio per essere “strani” — se per “strani” intendiamo “diversi”, “non omologati”, “non conformi”. Il lavoro terapeutico più bello e profondo è proprio quello che riconosce e valorizza questa diversità, aiutando a non confonderla con la solitudine o con il rifiuto.
Cara utente,
ognuno è strano a modo suo e la stranezza ci può rendere unici nel nostro genere. Non c'è bisogno di conformarsi ad un branco, perchè essendo esseri sociali possiamo far parte di un gruppo ma possiamo anche scegliere con quali persone stare e quindi avere la libertà di fare ciò che piace e ciò che fa stare bene a volte in compagnia altre volte solo con noi stessi. Sicuramente però, per trovare il proprio posto nel mondo è utile conoscersi e stare bene nella propria pelle trovando una propria dimensione: questo è un percorso di conoscenza di sè stessi che avviene naturalmente nel corso della propria vita, ma a volte ci possono essere temi più difficili da capire, o momento meno facile da affrontare o traumi che influenzano particolarmente per cui è necessario un aiuto esterno. Quest'ultimo può essere non solo quello della famiglia e dei pari, ma anche di uno psicologo che con un ascolto attento, empatico e non giudicante permette alla persona di esprimersi: si, perchè in terapia la persona deve poter avere lo spazio di raccontarsi nella sua unicità e lo psicologo può solo tentare di comprenderla per capire meglio come far arrivare al massimo potenziale questa singolarità aiutando il paziente a capirlo da solo mettendo il focus solo su determinate tematiche utile. Purtroppo a volte, come magari è successo a lei, è possibile non trovarsi bene con uno psicologo e quindi anche a pelle avere la sensazione che sia difficile lavorare insieme a lui perchè l'approccio non è ciò che è utile o vicino al paziente stesso. Dunque, se c'è la sensazione di doversi conformare per non far stare male gli altri o perchè si è sbagliati, sarebbe in primi utile parlarne con il proprio psicologo e nel caso poi cambiare professionista. Anche perchè l'obiettivo dello psicologo non è modificare la persona, ma sostenerla in un percorso di benessere e conoscenza di sè stessi che esula dal bisogno di conformarsi a qualcosa.
Un caro saluto
Dott.ssa Claudia Fontanella
ognuno è strano a modo suo e la stranezza ci può rendere unici nel nostro genere. Non c'è bisogno di conformarsi ad un branco, perchè essendo esseri sociali possiamo far parte di un gruppo ma possiamo anche scegliere con quali persone stare e quindi avere la libertà di fare ciò che piace e ciò che fa stare bene a volte in compagnia altre volte solo con noi stessi. Sicuramente però, per trovare il proprio posto nel mondo è utile conoscersi e stare bene nella propria pelle trovando una propria dimensione: questo è un percorso di conoscenza di sè stessi che avviene naturalmente nel corso della propria vita, ma a volte ci possono essere temi più difficili da capire, o momento meno facile da affrontare o traumi che influenzano particolarmente per cui è necessario un aiuto esterno. Quest'ultimo può essere non solo quello della famiglia e dei pari, ma anche di uno psicologo che con un ascolto attento, empatico e non giudicante permette alla persona di esprimersi: si, perchè in terapia la persona deve poter avere lo spazio di raccontarsi nella sua unicità e lo psicologo può solo tentare di comprenderla per capire meglio come far arrivare al massimo potenziale questa singolarità aiutando il paziente a capirlo da solo mettendo il focus solo su determinate tematiche utile. Purtroppo a volte, come magari è successo a lei, è possibile non trovarsi bene con uno psicologo e quindi anche a pelle avere la sensazione che sia difficile lavorare insieme a lui perchè l'approccio non è ciò che è utile o vicino al paziente stesso. Dunque, se c'è la sensazione di doversi conformare per non far stare male gli altri o perchè si è sbagliati, sarebbe in primi utile parlarne con il proprio psicologo e nel caso poi cambiare professionista. Anche perchè l'obiettivo dello psicologo non è modificare la persona, ma sostenerla in un percorso di benessere e conoscenza di sè stessi che esula dal bisogno di conformarsi a qualcosa.
Un caro saluto
Dott.ssa Claudia Fontanella
Buongiorno,
partiamo dal fatto che fare terapia non ha lo scopo di normalizzarsi, nel senso di allinearsi alla norma. Significa liberarsi da ciò che pesa, non da ciò che sei. La terapia non serve a cambiare per piacere agli altri o per sembrare “meno strana”.
Serve a stare meglio con se stessi, a capire cosa dentro di te fa rumore, cosa ti confonde o ti ferisce e imparare a dare a tutto questo un posto, un senso, una voce.
Non è un percorso per “aggiustarti”, perché non sei rotta.
È un modo per ritrovare te stessa, per distinguere ciò che davvero ti appartiene da ciò che hai imparato a portare solo per essere accettata. Ricorda anche che ogni terapeuta è diverso, non sempre si trova subito “la persona giusta”, e va bene così.
A volte serve incontrarne più di uno, finché non senti quel click, quella sintonia che fa sentire visti, compresi, al sicuro.
Perché la terapia funziona soprattutto grazie a quell’alleanza terapeutica, a quel legame particolare che permette di lavorare insieme.
Detto ciò, è solo tua la decisione di riprovare un altra strada se ne senti la necessità, magari anche solo per smettere di metterti in discussione... oppure se vivere la tua vita per come ti fa star bene farlo. Spero di esserti stata d'aiuto. Saluti Dr.ssa Debora Fiore
partiamo dal fatto che fare terapia non ha lo scopo di normalizzarsi, nel senso di allinearsi alla norma. Significa liberarsi da ciò che pesa, non da ciò che sei. La terapia non serve a cambiare per piacere agli altri o per sembrare “meno strana”.
Serve a stare meglio con se stessi, a capire cosa dentro di te fa rumore, cosa ti confonde o ti ferisce e imparare a dare a tutto questo un posto, un senso, una voce.
Non è un percorso per “aggiustarti”, perché non sei rotta.
È un modo per ritrovare te stessa, per distinguere ciò che davvero ti appartiene da ciò che hai imparato a portare solo per essere accettata. Ricorda anche che ogni terapeuta è diverso, non sempre si trova subito “la persona giusta”, e va bene così.
A volte serve incontrarne più di uno, finché non senti quel click, quella sintonia che fa sentire visti, compresi, al sicuro.
Perché la terapia funziona soprattutto grazie a quell’alleanza terapeutica, a quel legame particolare che permette di lavorare insieme.
Detto ciò, è solo tua la decisione di riprovare un altra strada se ne senti la necessità, magari anche solo per smettere di metterti in discussione... oppure se vivere la tua vita per come ti fa star bene farlo. Spero di esserti stata d'aiuto. Saluti Dr.ssa Debora Fiore
Ciao,
la tua riflessione è molto profonda e tocca un punto centrale: spesso, nei percorsi di terapia, si rischia di confondere il “benessere” con l’aderenza a un modello di normalità. Invece stare bene non deve significare per forza diventare “come gli altri”, ma sentirsi in sintonia con sé stessi, dentro la propria unicità. Secondo il mio approccio non esistono persone “strane” o “normali”, ma modi diversi di dare significato all’esperienza. La terapia può diventare uno spazio per esplorare proprio questo — come ti racconti, come ti senti vista, e come costruire un senso di appartenenza senza dover rinunciare a ciò che ti rende autentica e appunto stare bene nei tuoi termini. Forse il punto non è scegliere tra conformarti o restare sola, ma capire come poter stare libera con gli altri senza sentirti in difetto per come sei e come affrontare i rimandi delle altre persona che toccano questi tasti per te delicati.
la tua riflessione è molto profonda e tocca un punto centrale: spesso, nei percorsi di terapia, si rischia di confondere il “benessere” con l’aderenza a un modello di normalità. Invece stare bene non deve significare per forza diventare “come gli altri”, ma sentirsi in sintonia con sé stessi, dentro la propria unicità. Secondo il mio approccio non esistono persone “strane” o “normali”, ma modi diversi di dare significato all’esperienza. La terapia può diventare uno spazio per esplorare proprio questo — come ti racconti, come ti senti vista, e come costruire un senso di appartenenza senza dover rinunciare a ciò che ti rende autentica e appunto stare bene nei tuoi termini. Forse il punto non è scegliere tra conformarti o restare sola, ma capire come poter stare libera con gli altri senza sentirti in difetto per come sei e come affrontare i rimandi delle altre persona che toccano questi tasti per te delicati.
Buongiorno,
assolutamente, all’interno di un percorso psicologico c’è pieno spazio anche per essere “strani” . In particolare nell'Acceptance and Commitment Therapy, ciò che si rileva non è conformarsi o eliminare le proprie peculiarità, ma vivere coerentemente con i propri valori. I giudizi esterni o la percezione di stranezza diventano significativi solo se interferiscono con la sua vita o il suo benessere; altrimenti, possono essere osservati con accettazione e distacco, come nuvole che passano nel cielo, mentre lei rimane centrata sui suoi valori e interessi autentici.
Un caro saluto,
dott.ssa Alice Taravella
assolutamente, all’interno di un percorso psicologico c’è pieno spazio anche per essere “strani” . In particolare nell'Acceptance and Commitment Therapy, ciò che si rileva non è conformarsi o eliminare le proprie peculiarità, ma vivere coerentemente con i propri valori. I giudizi esterni o la percezione di stranezza diventano significativi solo se interferiscono con la sua vita o il suo benessere; altrimenti, possono essere osservati con accettazione e distacco, come nuvole che passano nel cielo, mentre lei rimane centrata sui suoi valori e interessi autentici.
Un caro saluto,
dott.ssa Alice Taravella
Gentile, mi dispiace per i suoi percorsi di terapia,non li ritenga inutili, aprono nuovi spazi di esplorazione. Sicuramente c'è da lavorare su più fronti e lei ci ha provato; secondo me prima di tutto è necesssario concentrarsi nel mettere a frutto concretamente la sua particolarità invece che stare attenti a come reagiscono gli altri ad essa.
Rimango a disposizione per un percorso onilne.
Buon proseguimento
Dott. Paolo Valentini
Rimango a disposizione per un percorso onilne.
Buon proseguimento
Dott. Paolo Valentini
Buonasera, penso che la tua domanda tocchi un nodo cruciale: la confusione tra guarigione e normalizzazione. Quello che descrivi è il riflesso di un approccio alla psicologia che confonde il benessere con l'adattamento sociale
Non è patologico essere introversa, avere interessi di nicchia, non aderire ai codici estetici della femminilità dominante. Eppure certi "sguardi terapeutici" possano far sentire ogni tua peculiarità come un sintomo da correggere, un ostacolo alla "normalità" piuttosto che un tratto autentico della tua identità. Questo è profondamente sbagliato perchè la terapia non dovrebbe mai chiederti di smussare chi sei per rassicurare gli altri o per rientrare in una casella prestabilita.
La stranezza, l'unicità, la particolarità diventano problematici SOLO quando ti fanno soffrire, quando ti isolano, quando ti impediscono di vivere relazioni significative o di realizzare i tuoi progetti di vita. Tu mi dici che hai trovato amici con cui condividere i tuoi interessi, che non vivi queste passioni in modo ossessivo o totalizzante: questo mi dice che hai costruito una vita che ha senso per te, che hai trovato connessioni autentiche pur mantenendo la tua individualità. Questo non è un fallimento, è esattamente ciò che la terapia dovrebbe supportare.
La domanda da farti non è "devo cambiare per piacere agli altri?", bensì "sto vivendo la vita che voglio vivere?". Se la risposta è che ti senti intrappolata tra conformismo forzato e solitudine, allora sì, c'è qualcosa su cui lavorare, ma non nel senso di modellarti diversamente. Piuttosto, si tratta di rafforzare la tua capacità di abitare chi sei con maggiore sicurezza e minore vulnerabilità al giudizio esterno, e di imparare a scegliere con consapevolezza quali relazioni e contesti nutrono la tua autenticità piuttosto che schiacciarla.
E se la terapia ti chiede di rinunciare a chi sei, non è guarigione.
Quello che io ti propongo è un percorso che parta dall'accoglienza totale di chi sei, senza alcuna agenda di "correzione". Attraverso il Voice Dialogue, si possono esplorare le diverse parti che ci abitano. Per te sarebbe quella parte che si sente libera e autentica nei suoi interessi, quella che si sente ferita dai giudizi, quella che forse teme di restare sola se non si adegua, quella che si arrabbia per dover sempre spiegare o giustificare la propria diversità. Dare spazio a questi aspetti, ascoltandoli senza giudizio, ti aiuterebbe a comprendere quali sono i tuoi bisogni autentici e quali invece sono risposte difensive al giudizio esterno.
Un cordiale saluto,
Dott.ssa Marzia Mazzavillani
Psicologa clinica - Voice Dialogue - Mindfulness - Dreamwork
Non è patologico essere introversa, avere interessi di nicchia, non aderire ai codici estetici della femminilità dominante. Eppure certi "sguardi terapeutici" possano far sentire ogni tua peculiarità come un sintomo da correggere, un ostacolo alla "normalità" piuttosto che un tratto autentico della tua identità. Questo è profondamente sbagliato perchè la terapia non dovrebbe mai chiederti di smussare chi sei per rassicurare gli altri o per rientrare in una casella prestabilita.
La stranezza, l'unicità, la particolarità diventano problematici SOLO quando ti fanno soffrire, quando ti isolano, quando ti impediscono di vivere relazioni significative o di realizzare i tuoi progetti di vita. Tu mi dici che hai trovato amici con cui condividere i tuoi interessi, che non vivi queste passioni in modo ossessivo o totalizzante: questo mi dice che hai costruito una vita che ha senso per te, che hai trovato connessioni autentiche pur mantenendo la tua individualità. Questo non è un fallimento, è esattamente ciò che la terapia dovrebbe supportare.
La domanda da farti non è "devo cambiare per piacere agli altri?", bensì "sto vivendo la vita che voglio vivere?". Se la risposta è che ti senti intrappolata tra conformismo forzato e solitudine, allora sì, c'è qualcosa su cui lavorare, ma non nel senso di modellarti diversamente. Piuttosto, si tratta di rafforzare la tua capacità di abitare chi sei con maggiore sicurezza e minore vulnerabilità al giudizio esterno, e di imparare a scegliere con consapevolezza quali relazioni e contesti nutrono la tua autenticità piuttosto che schiacciarla.
E se la terapia ti chiede di rinunciare a chi sei, non è guarigione.
Quello che io ti propongo è un percorso che parta dall'accoglienza totale di chi sei, senza alcuna agenda di "correzione". Attraverso il Voice Dialogue, si possono esplorare le diverse parti che ci abitano. Per te sarebbe quella parte che si sente libera e autentica nei suoi interessi, quella che si sente ferita dai giudizi, quella che forse teme di restare sola se non si adegua, quella che si arrabbia per dover sempre spiegare o giustificare la propria diversità. Dare spazio a questi aspetti, ascoltandoli senza giudizio, ti aiuterebbe a comprendere quali sono i tuoi bisogni autentici e quali invece sono risposte difensive al giudizio esterno.
Un cordiale saluto,
Dott.ssa Marzia Mazzavillani
Psicologa clinica - Voice Dialogue - Mindfulness - Dreamwork
Gentile signora, sembra che lei si stia ponendo una domanda alla base della psicologia sociale, ovvero quanto sia necessario il conformarsi e quanto tutelare la propria individualità. Più di questo forse, che resta un quesito astratto, la aiuterebbe chiedersi dove finisce lei e dove inizia l'altro, quanto è rigido questo confine e quali importanza rivesta nella sua vita. Le "stranezze" possono anche essere meri punti di vista: da una parte sembra che lei stia bene con se stessa, che senta di essere completa e si accetti per com'è, però rimane forse ancora turbata nel vedersi attraverso lo sguardo di un altro. La invito a lavorare su questa distanza.
Salve,
le sue parole arrivano dritte e raccontano una fatica che, purtroppo, in molti vivono ma pochi dicono: quella di sentirsi “fuori posto” anche in terapia, proprio dove si dovrebbe poter essere se stessi.
La verità è che stare bene non significa “aggiustarsi” o diventare più simili agli altri, ma imparare a stare nel mondo con la propria forma, anche se non è quella che ci si aspetta.
Essere “strani”, “particolari”, “diversi” — come le hanno detto — non è una diagnosi, ma un modo di essere, di comportarsi ed esprimersi. Se quelle differenze non le tolgono la possibilità di vivere, amare o sentirsi connessa, allora non sono un problema da risolvere, ma parti da conoscere e, magari, proteggere.
La guarigione non è mai conformità, ma libertà.
E lo spazio per essere strani c’è, basta trovare chi non voglia “normalizzarla”, ma incontrarla davvero, così com’è
le sue parole arrivano dritte e raccontano una fatica che, purtroppo, in molti vivono ma pochi dicono: quella di sentirsi “fuori posto” anche in terapia, proprio dove si dovrebbe poter essere se stessi.
La verità è che stare bene non significa “aggiustarsi” o diventare più simili agli altri, ma imparare a stare nel mondo con la propria forma, anche se non è quella che ci si aspetta.
Essere “strani”, “particolari”, “diversi” — come le hanno detto — non è una diagnosi, ma un modo di essere, di comportarsi ed esprimersi. Se quelle differenze non le tolgono la possibilità di vivere, amare o sentirsi connessa, allora non sono un problema da risolvere, ma parti da conoscere e, magari, proteggere.
La guarigione non è mai conformità, ma libertà.
E lo spazio per essere strani c’è, basta trovare chi non voglia “normalizzarla”, ma incontrarla davvero, così com’è
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