ho 34 anni e sono un disastro vivente da sempre.. non so se sono nato proprio così o mi ci hanno fat

25 risposte
ho 34 anni e sono un disastro vivente da sempre.. non so se sono nato proprio così o mi ci hanno fatto diventare, perché da piccolo sono stato oggetto di maltrattamenti in famiglia, famiglia che mi ha detto la mia psicologa essere altamente disfunzionale e credo che abbia influito moltissimo sulla mia psiche, sono un mostro di ignoranza e superficialità, non leggo, non guardo telegiornali, non mi informo da sempre su nulla, vivo come se stessi su un altro pianeta, prima non ero cosciente del mio modo di fare, lo trovavo normale adesso ho aperto gli occhi su ciò che sono ma è troppo tardi.. ad esempio ho preso la patente a 18 anni ma non sono capace di guidare in città perché non mi ricordo il significato dei segnali stradali, non so quando ho diritto alla precedenza e quando invece devo darla io, il lavoro mi è stato trovato tramite parenti perché non sono riuscito a finire l’università e non sono stato in grado di trovarlo da solo, lavoro da 7 anni ma è come se fossi arrivato ieri, perché il mio livello di conoscenze è scarso, escono circolari ma non le ho mai lette e se le leggo non ne comprendo il significato oppure me lo dimentico subito dopo, non ho mai letto un manuale operativo, quando mi sforzo di leggere non comprendo a pieno il significato delle parole, come se avessi il cervello sempre in panne.. il mio cervello si rifiuta di assimilare concetti, non so se mi sono spiegato.. poi sono un disastro anche nelle relazioni con gli altri, da anni mi sono isolato e ho fatto tabula rasa, non esco più di casa se non per recarmi a lavoro e vivo con i miei ancora.. non sono capace di cavarmela in nessuna situazione da solo, ho sempre bisogno che qualcuno mi dica cosa fare, ultimamente penso al suicidio ma ho paura del dolore, non so come farò ad andare avanti in futuro quando i miei inizieranno a perdere colpi, come farò ad occuparmi di tanti problemi? Fino ad ora c’è stata sempre mia madre che mi diceva cosa fare, facendo le cose spesso al posto mio.. c’è qualcuno come me?
Dott.ssa Angela Borgese
Psicologo, Psicologo clinico
Gravina di Catania
Buon pomeriggio. Capisco quanto sia stato difficile crescere dentro un ambiente che non ha riconosciuto il suo valore. È comprensibile che oggi lei si senta “incapace”: quando per anni si è ricevuta una certa immagine da fuori, si finisce per crederci. Ma nel modo in cui ne parla si vede anche che qualcosa in lei non si identifica del tutto con quella posizione e vuole trovare un posto più suo.
In un percorso terapeutico può lavorare proprio su questo: ascoltare la sua parola, distinguere ciò che arriva dall’Altro da ciò che invece le appartiene davvero, e darle modo di riprendere contatto con le sue risorse.
Se dovessero tornare pensieri di farsi del male non esiti, chiami subito aiuto o al pronto soccorso.

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Dott. Salvatore Augello
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Palermo
Salve, si che c'è qualcuno come lei. Lei ha la possibilità di elaborare il suo vissuto e regolare la propria mente, dato che sembra talmente piena di elementi terzi da non poter incamerare nulla di nuovo. Tutto questo può avvenire all'interno di una cornice terapeutica.
Cordiali saluti.
Dott.Salvatore Augello
Dott.ssa Giulia Stravaganti
Psicologo, Psicologo clinico
Villafranca di Verona
Gentile anonimo, apprezzo molto il coraggio e la lucidità di questo messaggio.
Ci tenevo per questo a dare la mia risposta.
Cogliendo l'analisi della collega psicologa, la disfunzione familiare favorisce o ostacola la nostra personale evoluzione e il concetto di "normalità" che andiamo costruendo sin dall'infanzia.
Per "normalità" intendo tutto ciò che viviamo come non inconsueto/allarmante, poiché è stato così sin da quando ne abbiamo memoria.
Non so se sia la tua storia, ti porto questo esempio: se siamo stati anticipati, iper-protetti, costantemente corretti o maltrattati nel momento dell'"errore" o dinnanzi ad accenni di autonomia, allora è coerente (=adattativo) mettersi da parte e attendere che, come è sempre stato, sia qualcun altro a gestire quel che c'è da gestire.
E da qui il grandissimo passo di consapevolezza che porti: lo vedi, ti ci interroghi, ti preoccupa. Scegli di non chiudere più gli occhi e di fare il punto, con grande coraggio.
La vivono moltissime persone la tua situazione e ti dirò di più: c'è a chi non basta tutta la vita per cogliere quello che tu hai già colto, mentre tu hai 34 anni e tutte le carte in regola per fare il passo successivo a questa consapevolezza: andare a fondo su cosa (ancora) ti spaventa e avere così modo, accompagnato, di affrontarlo un passo alla volta. In altri termini: di riprendere le redini di una vita che ti appartiene e riuscire a sentirla tale, ravvivandone i colori che nel tempo sembra aver perso. Ci sono ancora.
Maturare ciò che non ha avuto tempo/modo/fiducia di poter essere maturato prima: non è tardi. Ogni cosa che tu racconti (superficialità, passività, terra bruciata) parla di protezione, di uno scudo che pur di proteggerti allontana tutto quello che può.
Fai tesoro di queste emozioni, rendile carburante e motivazione per il cambiamento che si sta facendo spazio nella paura e che ti sta dicendo a gran voce che ha bisogno di emergere.
Dott.ssa Daniela Teresi
Psicologo, Psicoterapeuta, Professional counselor
Roma
Gentile utente, il fatto che tu abbia trovato la forza di raccontare la tua sofferenza è un segnale importante. Non sottovalutare ciò che provi: merita ascolto e cura. Ti incoraggio a rivolgerti a un professionista che possa accompagnarti in questo percorso. Se lo desideri, possiamo parlarne meglio in uno spazio dedicato.
Mi dispiace profondamente leggere tutta la sofferenza che sta portando da così tanto tempo. Le esperienze di maltrattamento e crescita in un ambiente disfunzionale possono lasciare ferite profonde, e ciò che descrive non parla di “disastro” o di “mostro di ignoranza”, ma di una persona che ha dovuto sopravvivere senza gli strumenti, il sostegno e la guida che avrebbe meritato fin da piccolo. La difficoltà nel concentrarsi, nell’apprendere, nel sentirsi all’altezza sono spesso il risultato di queste ferite, non la prova di un suo valore inferiore.
Il fatto che oggi si ponga domande, che senta il bisogno di capire cosa le accade, che si stia confrontando con una psicologa, mostra che dentro di lei c’è più risorsa di quanto pensa. Non è troppo tardi per costruire nuove competenze, nuovi modi di stare al mondo e nuove relazioni.
Capisco anche quanto siano dolorosi i pensieri che sta avendo sulla possibilità di farla finita. Sono un segnale di quanto sia stanco e di quanto abbia bisogno di un sostegno più immediato. Le suggerisco con grande delicatezza di parlarne apertamente con la sua psicologa o, se sente che il peso è troppo forte, di contattare un servizio dedicato a questo tipo di supporto nella sua zona: non perché lei sia “in pericolo” come persona, ma perché merita di non affrontare questo dolore da solo.
Lei non è solo, e non è un caso isolato: ci sono molte persone che, dopo un’infanzia difficile, scoprono in età adulta di aver vissuto sempre in modalità di sopravvivenza.
Non c’è nulla di sbagliato in lei. C’è solo una storia molto pesante che ora chiede ascolto e cura. E questo, oggi, è un passo di grande coraggio.
Ciao.
Mi dispiace davvero tanto per la sofferenza enorme che stai provando ormai da tempo.
Infatti più che “incapacità” credo tu descriva una sofferenza profonda che nasce da un passato difficile e che oggi ti fa sentire bloccato, insicuro e solo.
Non è colpa tua se fai fatica a concentrarti, a ricordare o a sentirti autonomo: quando si cresce in un ambiente disfunzionale, la mente impara a sopravvivere ed è sempre in allerta.
I pensieri sul suicidio sono un segnale molto forte del tuo livello di dolore, e meritano ascolto e supporto immediato.
Parlare con uno psicologo ( non si capisce se stai ancora seguendo un percorso o meno) in questo momento può davvero aiutarti a ritrovare stabilità e a costruire più sicurezza e autonomia.
Buone cose , dott.Marziani
Dott. Andrea Boggero
Psicologo, Psicologo clinico
Genova
Buonasera, leggere parole così piene di fatica e vergogna fa capire quanto lei stia vivendo un periodo davvero pesante. Prima di tutto vorrei dirle che ciò che descrive non parla di un disastro vivente, ma di una persona che ha dovuto crescere dentro condizioni molto difficili, senza protezione, senza guida e spesso senza qualcuno che potesse aiutarla a costruire fiducia nelle proprie capacità. È comprensibile che oggi si senta bloccato o inadeguato in molte situazioni: quando per anni ci si è dovuti arrangiare emotivamente da soli, il mondo può apparire complicato e persino minaccioso. Molti dei pensieri che riporta sono duri e impietosi verso di sé. Si definisce ignorante, superficiale, incapace: parole che probabilmente sente da tanto tempo e che, a forza di sentirle, sembrano diventate una verità assoluta. Ma questo non significa che raccontino davvero chi è lei. È molto diverso dire non ho ancora imparato alcune cose da dire non sono capace di farlo. Ciò che lei porta rimanda più a un percorso di vita in cui non ha mai potuto sperimentare con serenità, sbagliare, fare tentativi e crescere con i propri tempi. E il fatto che ora, nonostante le paure, inizi a porsi domande e a guardarsi con occhi diversi mostra una parte di lei che sta cercando un cambiamento. Anche le difficoltà nella memoria, nella concentrazione e nel sentirsi come se il cervello fosse sempre in panne hanno un senso quando per anni si è vissuti in ambienti carichi di tensione o giudizio. La mente, per proteggersi, impara a spegnere alcune funzioni, a evitare ciò che fa sentire inadeguati. Non sono segnali di un fallimento, ma di un affaticamento che può essere compreso e affrontato con calma, un passo alla volta. Capisco anche la sofferenza legata alla solitudine, al sentirsi dipendente dagli altri, al timore del futuro e ai pensieri più bui che descrive. Il fatto che li condivida è già un gesto importante, perché significa che una parte di lei non vuole restare chiusa dentro queste sensazioni. Quando le emozioni diventano così pesanti da far pensare di non farcela più, è fondamentale non restare soli. Parlare con uno psicologo o chiedere supporto a un servizio territoriale in quei momenti può evitare che il peso diventi schiacciante. Non è un segno di debolezza, ma un modo concreto per proteggersi. E vorrei rassicurarlo su un punto: non è vero che è troppo tardi. Non è mai troppo tardi per iniziare a costruire una base più solida, per imparare a gestire meglio alcune situazioni, per recuperare fiducia nelle proprie risorse. Anche piccoli passi, fatti con continuità, portano spesso più cambiamenti di quanto ci si aspetti. Non deve dimostrare tutto subito, non deve recuperare anni in pochi mesi: solo iniziare, senza pretendere la perfezione. La sua domanda finale, c’è qualcuno come me, racconta forse il timore di essere un caso isolato, quasi irrecuperabile. In realtà molte persone che hanno vissuto infanzie difficili o famiglie caotiche si ritrovano da adulti con le stesse sensazioni di spaesamento, di inadeguatezza e di dipendenza. E con il tempo, con un sostegno adeguato, riescono a ritrovare un equilibrio e a costruirsi una vita più libera e serena. Questo percorso è possibile anche per lei. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Salve, credo che la prima cosa che dovrebbe fare e farsi aiutare da uno psicologo. Il problema di non capire, non è dato dal fatto che lei è nato con un deficit mentale, ma dalla sua paura di essere adulto. Paura di sbagliare, paura di mettersi in gioco veramente. Tutto questo dato dalla sua relazione priyxbe non l'ha reso autonomo e indipendente. Crede di non essere in grado di fare niente, senza i suoi ma non e così. Si faccia aiutare, faccia crescere la sua autostima e vedrà che tutto cambierà. Per qualsiasi dubbio rimango a disposizione anche online. Buone cose. Dr.ssa Gabriella Cascinelli
Dott.ssa Alessandra Barcella
Psicologo, Psicologo clinico
Gorlago
Capisco quanto dolore ci sia in ciò che scrive, e apprezzo molto il coraggio che ha avuto nel raccontarlo. Le difficoltà che descrive non parlano di “incapacità”, ma delle conseguenze di un’infanzia segnata da traumi e da un ambiente che non ha potuto sostenerLa. Non è responsabilità Sua essere cresciuto così, e non è affatto troppo tardi per cambiare qualcosa.
Quello che sta vivendo può migliorare con un percorso psicoterapeutico mirato, che La aiuti a comprendere le Sue difficoltà e a costruire strumenti nuovi per gestire la vita quotidiana. Se desidera, posso aiutarLa a orientarsi o accompagnarLa in un cammino di supporto. Non è solo.

Un caro saluto
Dott.ssa Barcella
Dott.ssa Tetiana Molodii
Psicologo, Psicologo clinico
Milano
Buongiorno,
il fatto che lei sia consapevole di ciò che ha descritto è già un passo molto importante. Il suo modo di funzionare l’ha aiutata a sopravvivere e ad arrivare fino a questo punto: non va sminuito. Al contrario, rappresenta una buona base da cui partire per aggiungere nuove risorse che potranno migliorare la sua situazione.
Le auguro buon lavoro e un percorso sereno.
Dott.ssa Eva Meuti
Psicologo, Psicologo clinico
Ardea
Grazie per aver condiviso con tanta sincerità quello che stai vivendo. Da ciò che descrivi emerge un grande carico emotivo e una profonda stanchezza, comprensibile considerando la tua storia e le difficoltà che stai affrontando. Non sei “un disastro”: sei una persona che ha attraversato esperienze molto dolorose e che oggi sta cercando di capire cosa gli sta succedendo.

I pensieri che racconti meritano ascolto e supporto. Non devi affrontarli da solo: parlarne con un professionista, come già stai facendo, è un passo importante e può aiutarti a ritrovare punti di appoggio, a comprendere meglio le tue difficoltà e a costruire, gradualmente, risorse nuove.

Se senti che i pensieri suicidari diventano più intensi, ti invito a cercare subito aiuto, contattando il tuo terapeuta o un servizio di emergenza. Chiedere sostegno non è un segno di debolezza, ma di cura verso te stesso.
Dott.ssa Sara Petroni
Psicologo clinico, Psicologo
Tarquinia
Gentile utente,
la storia che racconta descrive un funzionamento profondamente influenzato dal contesto in cui è cresciuto. In una famiglia disfunzionale, soprattutto quando sono presenti maltrattamenti o ruoli invertiti, è molto frequente che non si sviluppino in modo solido quelle competenze emotive, decisionali e organizzative che permettono di sentirsi autonomi nell’età adulta. Non è un “difetto” personale: è una conseguenza di ciò che ha dovuto attraversare.

La difficoltà nel concentrarsi, nel comprendere testi, nel ricordare informazioni e nel gestire situazioni pratiche può essere legata a un funzionamento emotivo costantemente in allerta, tipico di chi ha dovuto adattarsi a un ambiente imprevedibile. Quando ci si sente sopraffatti, il cervello tende a bloccare l’assimilazione di nuovi stimoli: non è mancanza di intelligenza, ma un effetto della storia di vita.

Anche l’isolamento, il senso di inadeguatezza e la paura di non farcela da solo sono segnali molto coerenti con un quadro di sofferenza accumulata negli anni, non con un’incapacità stabile o definitiva. La percezione di “essere un disastro” nasce dal confronto con aspettative rigide e dal fatto che molte responsabilità sono sempre state prese in carico da altri, lasciando poco spazio all’autonomia.

Un percorso psicoterapeutico mirato può aiutarLa a ricostruire gradualmente fiducia, competenze e capacità di gestione della quotidianità, partendo da passi realistici e sostenibili. Non è “troppo tardi”: è un processo che molte persone iniziano proprio nel momento in cui diventano consapevoli di ciò che hanno vissuto.

Dott.ssa Sara Petroni
Dott.ssa Gloria Giacomin
Psicologo, Psicologo clinico
Bologna
Gentile,
Capisco quanto sia doloroso guardarsi dentro e avere la sensazione di essere rimasto indietro rispetto agli altri. Quello che mi colpisce nel suo racconto è che Lei attribuisce ogni difficoltà a un difetto personale, come se fosse nato “sbagliato”, ma la sua storia parla di tutt’altro. Crescere in un ambiente maltrattante e disfunzionale non lascia semplicemente qualche segno, modella profondamente il modo in cui ci si percepisce, come si impara, come ci si sente nel mondo e in relazione agli altri. Lei oggi interpreta queste ferite come incapacità o ignoranza, mentre sono reazioni molto tipiche di chi non ha avuto sicurezza, guida emotiva, protezione e validazione nelle fasi in cui tutto questo sarebbe stato necessario.
Il fatto che faccia fatica a memorizzare, a concentrarsi o a capire testi complessi non è un indice del suo valore intellettivo, ma spesso è un effetto dello stress cronico, della scarsa autostima e di un sistema emotivo che da anni è in costante allerta. Anche il suo isolamento non è un segno di debolezza ma un tentativo, forse l’unico che aveva a disposizione, per ridurre la sofferenza. E il pensiero di non farcela da solo nasce dalla sensazione di non aver mai potuto sperimentare autonomia, non dalla mancanza di capacità reali.
È importante che Lei non rimanga solo con idee di suicidio. Non significano che vuole davvero farla finita, ma che è allo stremo e che il senso di fallimento ha preso il sopravvento sulla possibilità di vedere un futuro diverso. Parlare apertamente con la sua psicologa di questi pensieri è un passo fondamentale e, se dovessero intensificarsi, è necessario contattare immediatamente il medico, il servizio di emergenza o un numero di ascolto per garantirle sicurezza.
Lei non è un caso isolato e non è un “disastro”. È una persona che ha affrontato molto più di quanto avrebbe dovuto e che sta iniziando a vedere la realtà del proprio vissuto con maggiore lucidità. Questo è il punto da cui spesso parte il cambiamento. Non serve diventare un’altra persona da un giorno all’altro, serve costruire poco alla volta abilità che non Le sono state insegnate, recuperare fiducia, fare passi graduali verso l’autonomia e farsi accompagnare in questo percorso con continuità terapeutica.
Il valore del suo percorso non si misura in ciò che non ha ancora imparato ma nella possibilità, concreta, di iniziare a farlo ora con un sostegno adeguato.

Cordiali saluti
Dott.ssa Gloria Giacomin
Dott.ssa Gloria Palombelli
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Buonasera,

grazie per aver condiviso la tua esperienza.
Da quello che racconti, sembra che tu stia vivendo una grande sensazione di inadeguatezza. Crescere in una famiglia disfunzionale o aver subito maltrattamenti può farci sentire incapaci o dipendenti da altri, perché ormai abbiamo imparato a credere a giudizi severi o convinzione tipo: "non sono/sarò mai abbastanza” o "non sono in grado di farlo /di farlo da solo".
Questo può rendere difficile anche vivere la nostra vita quotidiana, perché questi pensieri sono molto radicati in noi e sono alla base di tutto ciò che pensiamo, crediamo o diciamo. Ad esempio, se penso di non essere capace di socializzare, potrei evitare di chiamare un amico, di partecipare a una cena o di parlare con i vicini. Solo al pensiero di non essere all'altezza crea in me una forte frustrazione che faccio molta fatica a gestire. La mia mente utilizzarà molte forze e energie per gestire queste emozioni. Così, la prossima volta che si presenta l'occasione di chiamare un amico, andare ad una cena o incontrare il vicino fuori la porta, per evitare di affrontare emozioni faticose e per risparmiare le energie eviterò di interagire già in partenza. E quindi uscirò ad un orario diverso da quello del mio vicino, rifiuterò l'invito a cena ecc. Queste strategie non fanno altro, però, che confermare un mio pensiero: ovvero che non sono capace a socializzare. Questo tipo di ragionamento può verificarsi per tutte le convinzioni su noi stessi che abbiamo.
Queste difficoltà non significano che tu sia sbagliato, ma che il tuo cervello ha reagito a un ambiente difficile e ha sviluppato strategie alternative per affrontare la vita.

Il fatto che tu scriva qui e parli apertamente di tutto questo mi fa pensare che tu abbia molta voglia di capire te stesso e migliorarti, oltre che far emergere molta speranza nel futuro. Queste sono risorse molto importanti, da cui puoi partire per iniziare a prenderti cura di te e costruire più autonomia e fiducia.

Il mio consiglio è di considerare una valutazione psicodiagnostica. Questo ti aiuterebbe a dare un nome a ciò che stai vivendo, a capire come la tua storia e i tuoi meccanismi hanno influito su di te e a trovare strategie che funzionano per affrontare le sfide quotidiane. L’obiettivo non è trovare un “difetto” o ricevere un etichetta, ma comprendere che alcuni modi di pensare o reagire sono stati sviluppati per sopravvivere in un ambiente difficile. Puoi sempre, sempre imparare nuovi modi per gestire la tua vita e le relazioni. Anche a 60 anni.

Ricorda che siamo più della somma delle nostre difficoltà e dei nostri difetti. Non sei un disastro, sei una persona che ha affrontato circostanze complesse e che può ancora imparare a conoscere sé stesso e costruire una vita più serena.

Un caro saluto,
Dott.ssa Gloria Palombelli
Dr. Massimiliano Siddi
Psicoterapeuta, Psicologo clinico, Terapeuta
Roma
Capisco quanto tu stia soffrendo, ma quello che descrivi non fa di te un “disastro”: sono le conseguenze molto reali di una crescita traumatica e di anni in cui non ti è stato insegnato a sentirti capace. Le difficoltà di memoria, concentrazione e autonomia non indicano mancanza di valore, ma sovraccarico emotivo. Non è troppo tardi per cambiare: con l’aiuto della psicoterapia e piccoli passi concreti puoi recuperare sicurezza e competenze. È importante che tu parli subito dei pensieri suicidari con un professionista, perché meriti sostegno e protezione. Non sei solo, e ciò che senti è più comune di quanto credi.
Dott.ssa Chantal Danna
Psicologo, Psicologo clinico
Aosta
Buongiorno,
mi sento di dirle che non è un disastro e non è solo; le difficoltà che sta vivendo in questo momento, dal blocco mentale all'isolamento, sono comprensibili e sono connesse alle gravi esperienze del suo passato, come i maltrattamenti e la famiglia disfunzionale. Il suo cervello non si sta rifiutando di assimilare concetti, ma sta reagendo al trauma, ed è importante riconoscere che la tua consapevolezza attuale non è un segno che sia "troppo tardi", ma il primo, coraggioso passo verso il cambiamento. . La sua priorità assoluta deve essere quella di continuare a parlare apertamente di tutto questo con la sua psicologa. Per iniziare ad affrontare le difficoltà quotidiane, non cerchi di risolvere tutto subito: provi ad adottare il metodo dei "mini-obiettivi", concentrandosi su un solo paragrafo da capire al lavoro o un solo concetto stradale da memorizzare, e cominci a superare l'isolamento con interazioni brevi e neutre. Infine, usi l'aiuto di sua madre non per farsi fare le cose, ma per farsi guidare mentre le fa lei stesso, così da internalizzare l'autonomia che teme di non avere per il futuro. Non deve risolvere tutti i problemi in una volta, ma solo concentrarti sul continuare il suo percorso di supporto oggi.
Cordialmente.
Dott.ssa Chantal Danna
Dott.ssa Lavinia Sestito
Psicologo clinico, Psicologo
Roma
Ciao,
ti sei posto una domanda bellissima, sono nato cosi?
La risposta è NO. Tutti nasciamo perfettamente sani, affettivamente sani.
Sono le situazioni che viviamo e subiamo con le persone attorno a noi, che segnano il nostro sviluppo psico-affettivo.
Da quel che leggo forse sei lievemente dislessico e la tua memoria di lavoro fa un po' fatica a trattenere info che per te non sono importanti.
Non è una cosa grave, sicuramente i continui "maltrattamenti" in famiglia non hanno aiutato.
Hai 34 anni e sei ancora in grado di fare di tutto credimi.
Il giusto tempo e la giusta terapia faranno il resto.
Un caro saluto
Lavinia
Dott.ssa Veronica Savio
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Medolla
Gentile utente,
la sua sofferenza emerge con grande chiarezza, così come la sensazione di “essere indietro” rispetto agli altri e di non avere gli strumenti per vivere da adulto. Vorrei dirle con molta sincerità che non è un “disastro vivente”, né un “mostro”: queste sono parole che nascono dalla ferita profonda lasciata da ciò che ha vissuto in famiglia, dove probabilmente non ha ricevuto né sicurezza né incoraggiamento, ma critiche, svalutazioni e poca guida emotiva.
Quando un bambino cresce in un contesto disfunzionale, può imparare a sentirsi sbagliato, incapace, e a dubitare costantemente di sé. Questo non significa che valga meno degli altri o che non possa imparare: significa che non le è stato insegnato come farlo, e oggi si trova da solo a cercare di recuperare terreno.
Le difficoltà che descrive sono molto più spesso effetti dello stress cronico, dell’ansia e della bassa autostima che non della mancanza di capacità reali. Quando si vive in uno stato di allerta da anni, il cervello si difende proprio così: chiude, si blocca, non assimila.
Anche l’isolamento e il bisogno continuo di essere guidato da qualcuno non sono “difetti caratteriali”, ma conseguenze di un’infanzia in cui non si è sentito al sicuro né accompagnato nel diventare autonomo.
Il pensiero del suicidio è un segnale importante della sofferenza che sta attraversando. La invito davvero a parlarne apertamente con la sua psicologa e, se questi pensieri diventassero più intensi o sentisse di poter perdere il controllo, a contattare subito il 112 o il servizio di emergenza della sua zona. Non deve affrontare tutto da solo.
Vorrei lasciarle alcuni punti chiave:
- ciò che ha vissuto ha avuto un impatto, ma non definisce definitivamente chi è;
- lei non ha colpa per ciò che non le è stato insegnato;
- si può imparare anche a 34 anni, poco per volta, con supporto adeguato;
- la terapia può aiutarla a costruire autostima, autonomia e competenze che non ha ricevuto;
- c’è davvero una possibilità di cambiamento, anche se oggi non la sente.
Non è l’unico a vivere queste difficoltà: molte persone cresciute in famiglie disfunzionali si ritrovano adulte con le stesse sensazioni, e con un percorso mirato riescono a trovare un modo nuovo di stare al mondo.
Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
Dott.ssa Veronica Savio
Buongiorno dopo aver letto con estrema attenzione la sua lettera ed essere dispiaciuta per tutta la sofferenza che che ne emerge, potrei consigliarle per quanto riguarda la la fatica di memoria e di comprensione del significato delle parole di richiedere una valutazione per eventuali disturbi specifici di apprendimento.
Talvolta tali difficoltà possono causare non solo difficoltà scolastiche e lavorative, ma anche psicologiche e relazionali.
Sperando di esserle stata utile, la saluto cordialmente.
Dott.ssa Alina Mustatea
Psicologo, Psicologo clinico
Pomezia
Gentile paziente,
quello che sta vivendo non è un segno di “essere un disastro” o di “essere nato sbagliato”. È, al contrario, la conseguenza diretta e molto dolorosa di una storia familiare altamente disfunzionale, in cui lei non ha ricevuto ciò che serve a un bambino per sviluppare sicurezza, autonomia, fiducia nelle proprie capacità. Non è colpa sua se oggi fatica: è il risultato di anni in cui non è stato accompagnato, sostenuto e valorizzato.
I sintomi che descrive difficoltà di concentrazione, memoria fragile, paura di sbagliare, tendenza a fuggire dalle responsabilità, isolamento sociale, sensazione di essere “sempre in panne” sono frequenti in chi ha subito traumi emotivi e maltrattamenti durante l’infanzia. Lei non è incapace: lei è ferito.
E ciò che percepisce come “non comprendo, non ricordo, non riesco” è spesso il modo in cui la mente traumatizzata si protegge, non un difetto di intelligenza. Il fatto che oggi sia consapevole del problema è già un primo, enorme passo che molte persone non riescono a fare per tutta la vita...non è troppo tardi. E non è solo.
Il dolore che riporta ,compresi i pensieri suicidari ,deve essere accolto con serietà e con un supporto professionale continuo. La paura del dolore fisico, che oggi la frena, è un segnale importante: significa che una parte di lei vuole vivere, ma non sa più come farlo senza sentirsi sopraffatto.
Nessuno nasce sapendo guidare, comprendere circolari, affrontare problemi complessi: queste sono competenze che si imparano, passo dopo passo. Ma se un bambino cresce in un clima di paura, disprezzo o trascuratezza, il cervello impara più a sopravvivere che a funzionare. È questo che sta pagando oggi.
E c’è un punto fondamentale che voglio dirle con molta sincerità:
non può affrontare da solo tutto questo. Ed è giusto così.
Il suo bisogno di avere qualcuno che la guidi non è debolezza: è una ferita non ancora curata. Con una psicoterapia stabile, un lavoro graduale e un eventuale supporto medico, è possibile ritrovare autonomia, chiarezza e dignità.
Molti pazienti con storie simili alla sua, con un percorso adeguato, hanno ricostruito una vita che prima sembrava impossibile.
La prego: se i pensieri di suicidio tornano in modo insistente, contatti subito il 112 o la guardia medica, o si rivolga al pronto soccorso. La sua vita conta, e merita un aiuto immediato.Lei non è solo, e ciò che prova è comprensibile. Con il supporto giusto può costruire un futuro diverso da quello che immagina in questo momento.

Un caro saluto,
Dott.ssa Alina Mustatea, Psicologa clinica e giuridica, Psicodiagnosta clinica e forense, Coordinatore genitoriale.
Se desidera iniziare un percorso di sostegno per ritrovare stabilità e serenità, può prenotare una visita.
Ciao. Posso immaginare che quello che stai vivendo ti stia facendo sentire sopraffatto e molto solo, e apprezzo la sincerità con cui stai condividendo tutto questo. Le parole dure che usi verso di te “disastro”, “mostro”, “ignorante” , non raccontano davvero chi sei, ma il peso della sofferenza che porti dentro da molto tempo. Crescere in un ambiente familiare disfunzionale o maltrattante può lasciare ferite profonde, e molte delle difficoltà che descrivi sono coerenti con ciò che hai vissuto. Non sono una tua colpa, né un segno di mancanza di valore.
Il fatto che oggi tu ti renda conto di come ti senti e di ciò che non sta funzionando non significa che sia “troppo tardi”. Anzi, questa consapevolezza è un passo importante, e può diventare l’inizio di un percorso di cambiamento. Molte persone che hanno avuto storie simili alla tua, con il tempo e con il giusto supporto, hanno imparato a conoscere meglio se stesse, a sviluppare nuove competenze e a sentirsi più sicure nella propria vita quotidiana.
Vorrei anche dirti che non sei l’unica persona a sentirsi in questo modo: più di quanto immagini, altre persone cresciute in contesti difficili hanno sperimentato difficoltà similari. E nonostante questo, con il tempo, hanno trovato strade nuove.
Il fatto che tu abbia trovato le parole per descrivere ciò che provi è un segnale importante: significa che dentro di te c’è una parte che desidera capirsi meglio e stare meglio.
Quando parli dei tuoi pensieri suicidari, è fondamentale prenderli molto sul serio.
Non dovresti rimanere da solo con tutto questo. Se in qualsiasi momento senti che la situazione sta diventando troppo pesante o che potresti farti del male, ti chiedo davvero di contattare subito qualcuno che possa offrirti un aiuto immediato: un servizio di emergenza, una guardia medica o un numero di ascolto specializzato. La tua sicurezza viene prima di tutto.
Vorrei anche incoraggiarti a valutare l’idea di intraprendere un percorso psicologico. Parlare con un professionista può offrirti uno spazio sicuro in cui comprendere meglio ciò che stai vivendo, alleggerire il peso che ti porti dentro da tanto tempo e trovare gradualmente strumenti più efficaci per affrontare la sofferenza.
Non è un passo che devi fare da solo, né un segno di debolezza, è un gesto di cura verso te stesso.
Dott.ssa Stefania Militello
Psicologo, Psicologo clinico
Sassari
Gentile Utente,
la sofferenza che descrive è profonda e il modo in cui parla di sé è estremamente duro. È importante partire da un punto chiave: ciò che ha vissuto nell’infanzia come maltrattamenti, ambiente familiare disfunzionale, mancanza di supporto e modelli adeguati, può avere un impatto significativo sullo sviluppo emotivo, cognitivo e relazionale. Le difficoltà che oggi sperimenta non definiscono “chi è”, ma raccontano un percorso in cui non ha ricevuto gli strumenti necessari per crescere in modo sicuro e autonomo.
Le sensazioni di “non capire”, di dimenticare facilmente, di sentirsi inadeguato o in ritardo rispetto agli altri sono molto comuni in persone che hanno vissuto traumi precoci, trascuratezza emotiva, forte ansia e scarso sostegno. Non sono segnali di essere “sbagliato”, ma esiti di ferite che non ha avuto modo di elaborare.
I pensieri suicidari che riferisce richiedono attenzione immediata. Non è obbligato a gestire tutto da solo. Se in questo periodo sente di essere in pericolo o teme di poter farsi del male, è fondamentale contattare subito: il 112, il Servizio di Urgenza Psichiatrica della sua zona, oppure rivolgersi al Pronto Soccorso più vicino. Sono passi necessari per proteggerla e non sono un fallimento, ma una forma di cura verso sé stesso.
Parallelamente, le sarebbe molto utile un percorso psicologico continuativo: non per “aggiustare” ciò che crede rotto, ma per ricostruire competenze, fiducia e autonomia che non ha potuto sviluppare in passato. Un terapeuta può aiutarla a lavorare sul trauma, sulla bassa autostima e sulle difficoltà attentive e cognitive che descrive.
Nessuna delle difficoltà che riporta è definitiva o irrisolvibile: con il tempo e il giusto supporto possono migliorare in modo significativo. Non è troppo tardi per cambiare direzione, è tardi solo per continuare a soffrire da solo.
Un caro saluto, e si rivolga quanto prima a un professionista per essere seguito in modo adeguato.
Dott.ssa Tania Zedda
Psicologo, Psicologo clinico
Quartu Sant'Elena
Buongiorno, grazie per aver condiviso un pezzo così doloroso della tua storia.
Le parole che usi su di te sono molto dure, ma già il fatto che tu riesca a collegare il tuo stato attuale ai maltrattamenti subiti da piccolo e a una famiglia altamente disfunzionale mostra che non sei “fuori dal mondo”: stai iniziando a capire da dove arriva tanta sofferenza.
Le difficoltà che racconti, la fatica a capire e ricordare ciò che leggi, l’insicurezza nella guida nonostante la patente, il non sentirti mai competente al lavoro, l’isolamento sociale, il bisogno continuo che qualcuno ti dica cosa fare, non dimostrano che sei stupido o irrecuperabile. Indicando piuttosto un funzionamento che è stato segnato dal trauma, dalla mancanza di sostegno, forse anche da difficoltà mai valutate fino in fondo. E tutto questo si è poi appoggiato su un’autostima molto fragile.
È comprensibile che, pensando al futuro senza i tuoi, tu ti senta terrorizzato e senza risorse. I pensieri di suicidio di cui parli sono segnali di quanto il peso sia grande, non una colpa. È importante che tu non resti solo con queste idee: continuare a parlarne con la tua psicologa è fondamentale, e se dovessi sentirti davvero in pericolo è importante contattare i servizi di emergenza.
Non è vero che è troppo tardi: a 34 anni si può ancora lavorare tanto su di sé. Si può esplorare meglio come funziona la tua mente, trovare strategie concrete per comprendere i testi, allenare memoria e attenzione, ma soprattutto curare la vergogna e il senso di inadeguatezza che ti porti dietro. E, un po’ alla volta, costruire piccole autonomie reali.
Tu chiedi se c’è qualcuno come te: sì, ci sono altre persone che arrivano all’età adulta sentendosi indietro, incapaci, impaurite. E molte, con un percorso giusto per loro, trovano una forma di vita più gestibile, meno spaventosa. Quello che ti è successo non è colpa tua, e la persona che sei oggi è il risultato di una storia difficile, non di un difetto di nascita.
Grazie per aver avuto il coraggio di scrivere. È un segnale che, nonostante la disperazione, una parte di te sta ancora cercando una via, e quella parte merita di essere ascoltata e aiutata.
Dott.ssa Martina Scandola
Psicologo, Psicologo clinico
Milano
Mi colpisce molto la precisione con cui descrivi il tuo mondo interno.
Sai, il modo in cui parli di te stesso non mostra affatto la superficialità o l’ignoranza che dici di avere. Mostra, al contrario, una mente che sta iniziando — forse per la prima volta — a guardarsi davvero.
Dal punto di vista psicoanalitico, quello che esponi non è la storia di un uomo “nato male”, ma la storia di un bambino cresciuto in un ambiente che non ha potuto offrirgli le condizioni minime per sviluppare fiducia, concentrazione, autonomia e senso di sé.
Quando dici:
“Non so se sono nato così o mi ci hanno fatto diventare” questa è esattamente la domanda che porta molte persone in terapia.
E spesso la risposta è che si diventa così quando si cresce in un contesto dove:
non c’è stato uno sguardo che ha contenuto le tue emozioni,
non c’è stata una mente adulta che ha insegnato alla tua mente a funzionare,
non c’è stata sicurezza sufficiente per imparare, sbagliare, crescere.
In famiglie molto disfunzionali o maltrattanti, il bambino impara presto a “sopravvivere”, non a conoscere.
La mente si ritira, il pensiero si spegne, le funzioni cognitive si bloccano perché la priorità, allora, era un’altra: non sentire troppo, non soffrire troppo, non destabilizzarsi.
Così, da adulto, puoi ritrovarti con:
difficoltà a concentrarti,
difficoltà a capire ciò che leggi,
difficoltà a ricordare le regole,
dipendenza dagli altri nelle decisioni,
paura del mondo esterno,
tendenza all’isolamento,
un’autostima che non è mai stata costruita.
Tutte queste cose, in psicoterapia, non vengono lette come “difetti”, ma come conseguenze di un ambiente che non ti ha permesso di crescere in modo sano.
E sai, la parte più importante è questa:
le difficoltà che descrivi non sono identità. Sono ferite. E le ferite possono essere curate.
Quella sensazione di “cervello sempre in panne”
Questa è una descrizione molto tipica nelle persone che hanno avuto infanzie traumatiche o trascuranti.
La psicoanalisi lo chiama arresto dello sviluppo delle funzioni dell’Io.
Non significa che tu non possa apprendere.
Significa che non hai avuto un ambiente che ti aiutasse a farlo.
La tua mente non è rotta.
È stata costretta a svilupparsi senza sostegno, come una pianta cresciuta al buio.
“Non so cavarmela, ho sempre bisogno che qualcuno mi dica cosa fare.”
Questo non dice nulla sulla tua intelligenza.
Dice moltissimo sul tipo di relazione che hai avuto con le figure genitoriali.
Se una madre, per esempio, ha fatto le cose al posto tuo, se ti ha trasmesso — anche senza volerlo — l’idea che tu non fossi capace, il risultato è proprio quello che vivi oggi: una difficoltà interna a sentirti soggetto attivo, una difficoltà a tollerare l’incertezza, a prendere iniziative.
In terapia, questa parte può essere compresa, nutrita e lentamente trasformata.
“C’è qualcuno come me?”
Sì. Molte persone vivono storie molto simili alla tua.
Persone che sono arrivate alla vita adulta senza avere radici interne, senza aver sviluppato strumenti che di solito si costruiscono nell’infanzia.
In terapia, queste persone scoprono una cosa fondamentale:
non è mai troppo tardi per iniziare a costruire ciò che non si è ricevuto.
Il fatto che tu oggi riesca a vedere con così tanta precisione il tuo funzionamento è, paradossalmente, un primo segno di ripresa: qualcosa dentro di te si sta svegliando.
La domanda che ti fai — “come farò quando i miei non ci saranno?” — non nasce da incapacità.
Nasce dall’emergere del tuo vero Sé, che finalmente vuole crescere.
E adesso?
La tua sofferenza è reale e merita uno spazio sicuro, costante, non giudicante.
Quello che stai vivendo è proprio il tipo di materiale su cui la psicoterapia lavora: storia personale, traumi precoci, difficoltà cognitive secondarie al trauma, dipendenza relazionale, senso di inadeguatezza, paura del futuro, pensieri di morte.
Non sei solo, e soprattutto non sei “finito”.
Sei nel punto in cui molte persone iniziano davvero il loro percorso terapeutico.
E io sono qui, se vuoi continuare a esplorare passo dopo passo quello che senti.
Dott.ssa Fiorenza Di Leo
Psicologo, Psicologo clinico
Catania
Potrebbe essere molto pesante e doloroso guardarsi dentro e vedere solo errori o mancanze.
Il fatto che adesso riesca a guardare la sua vita con più consapevolezza non significherebbe che sia troppo tardi. Spesso il cambiamento potrebbe cominciare proprio quando una persona inizia a vedere ciò che prima non vedeva. Anche il fatto che lei lavori da anni, nonostante la fatica che descrive, potrebbe raccontare che dentro di lei esiste comunque una parte che prova a resistere e ad andare avanti.
I pensieri di morte che racconta meritano di essere presi molto sul serio e non dovrebbero restare chiusi dentro.
Forse la cosa più importante adesso sarebbe non restare da solo con questo peso. Parlare apertamente con qualcuno che possa ascoltarla e aiutarla a mettere ordine in queste paure potrebbe essere un primo passo per non sentirsi più così perso. Anche piccoli cambiamenti, fatti con qualcuno accanto, a volte possono aprire strade che da soli sembrerebbero impossibili.

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