Gentilissimi, non so se la mia domanda sta in realtà cercando una risposta filosofica, ma vorrei com
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Gentilissimi, non so se la mia domanda sta in realtà cercando una risposta filosofica, ma vorrei comunque provare a porvela.
Sono donna e ho 31 anni. Premetto che so di essere una persona molto ansiosa, estremamente pensierosa, con tendenze seppur "sotto controllo" all'overthinking. Seguo già una psicologa.
Io credo di avere un problema (forse generazionale) con il tempo. Il tempo, o meglio la mancanza di tempo, sono certa che sia il filo conduttore che accompagna tutte le mie ansie.
Cerco di spiegarvi portando in sintesi e all'estremo i pensieri che faccio, volutamente per trasmettervi la sensazione della mia ansia su questo tema.
Se mi agito per questioni lavorative (il lavoro che faccio mi piace ma è precario, non so fare nient'altro che questo e ormai è troppo tardi per buttarmi in qualcosa di nuovo, non ho studi abbastanza specialistici per fare "carriera") sento che il problema principale è che non ho già più tempo, che ormai ho 31 anni e devo capire immediatamente come uscire da questa situazione perchè poi sarà troppo tardi. Perchè poi non avrò più alternative.
Se mi agito per questioni amorose (sono single, ho 31 anni, ormai è troppo tardi, o conosco qualcuno adesso o sarà troppo tardi per tutto) è sempre una questione di tempo. Considerato che è difficilissimo, per me, trovare qualcuno con cui io mi senta pronta a costruire qualcosa, devo calcolare una media di 3 anni per conoscere qualcuno... ne avrò 34! e se poi andrà male? sarà ancora più tardi per tutto, irrimediabilmente tardi!
E quando mi agito perchè (a causa del mio lavoro che mi porta a spostarmi spesso) sento che devo sbrigarmi a capire dove voglio vivere per avere il tempo di costruirmi una situazione, un luogo che posso chiamare casa, perchè poi sarà troppo tardi, perchè non lo posso fare a 40 anni, perchè poi fare amicizie è più difficile, perchè poi saranno già tutti sposati con figli... e qui si ricollega la questione amorosa: devo sbrigarmi, sbrigarmi perchè non c'è più tempo!!
Voglio dire, se io avessi 20 anni, cioè dieci anni in meno, non avrei modo di sentirmi così preoccupata. Mi sento sempre vigile, in tensione, faccio calcoli matematici assurdi che nulla hanno a che vedere con l'imprevedibilità del nostro destino, concetto che grazie alla mia esperienza avrei in teoria già dovuto apprendere, ma che invece rimane lontanissimo da me. Certamente l'ansia mi porta anche ad assumere un arrogante pretesa di "controllo".
La domanda che voglio farvi quindi è: esiste questo tempo? è vero che dopo sarà tutto irrimediabilmente più difficile? perchè "i grandi" che considero saggi proprio per via della loro età e del loro vissuto, spesso partecipano a questo discorso ("fallo ora che poi non potrai più")?
Certamente possiamo parlare di ansie sociali, un discorso silenzioso che ci dice come dovremmo essere e in quale momento esatto della nostra vita. Ma siamo sicuri che sia così sbagliato, se tutti intorno a te effettivamente adempiono a quello schema? La presenza degli altri e di quello che fanno gli altri è un altro grande tema. Immaginiamo un mondo dove tutti sono single alla mia età, e in cui tutti hanno un lavoro precario senza certezze; o un mondo in cui le donne possano fare figli solo dai 35 anni in su: cambierebbe tutta la mia prospettiva!
Il tempo, il tempo, vi assicuro che è il mio più grande problema! E nel frattempo lo vedo passare sotto al mio sguardo, gli anni corrono velocissimi e io comunque non mi sento "dentro" in nulla.
Se non lo pensassi in questi termini, potrei essere felice di quello che ho, di dove sono, del lavoro che faccio, del fatto che sono sola e non ho un compagno. Mentre scrivo si chiariscono anche alcune cose, questo è ciò che si intende con "vivere il presente". Ma mi è così impossibile! Faccio così tanti pensieri sulla mancanza di tempo, che non utilizzo lo spazio che il presente mi mette a disposizione. Sembra una condanna! Ed è tutta una grande contraddizione: io perdo in realtà tantissimo tempo a farmi questi pensieri, quando lo potrei utilizzare per fare altre cose.
Vi ringrazio per lo spazio di sfogo e aspetto con molto interesse le vostre risposte e riflessioni!
Sono donna e ho 31 anni. Premetto che so di essere una persona molto ansiosa, estremamente pensierosa, con tendenze seppur "sotto controllo" all'overthinking. Seguo già una psicologa.
Io credo di avere un problema (forse generazionale) con il tempo. Il tempo, o meglio la mancanza di tempo, sono certa che sia il filo conduttore che accompagna tutte le mie ansie.
Cerco di spiegarvi portando in sintesi e all'estremo i pensieri che faccio, volutamente per trasmettervi la sensazione della mia ansia su questo tema.
Se mi agito per questioni lavorative (il lavoro che faccio mi piace ma è precario, non so fare nient'altro che questo e ormai è troppo tardi per buttarmi in qualcosa di nuovo, non ho studi abbastanza specialistici per fare "carriera") sento che il problema principale è che non ho già più tempo, che ormai ho 31 anni e devo capire immediatamente come uscire da questa situazione perchè poi sarà troppo tardi. Perchè poi non avrò più alternative.
Se mi agito per questioni amorose (sono single, ho 31 anni, ormai è troppo tardi, o conosco qualcuno adesso o sarà troppo tardi per tutto) è sempre una questione di tempo. Considerato che è difficilissimo, per me, trovare qualcuno con cui io mi senta pronta a costruire qualcosa, devo calcolare una media di 3 anni per conoscere qualcuno... ne avrò 34! e se poi andrà male? sarà ancora più tardi per tutto, irrimediabilmente tardi!
E quando mi agito perchè (a causa del mio lavoro che mi porta a spostarmi spesso) sento che devo sbrigarmi a capire dove voglio vivere per avere il tempo di costruirmi una situazione, un luogo che posso chiamare casa, perchè poi sarà troppo tardi, perchè non lo posso fare a 40 anni, perchè poi fare amicizie è più difficile, perchè poi saranno già tutti sposati con figli... e qui si ricollega la questione amorosa: devo sbrigarmi, sbrigarmi perchè non c'è più tempo!!
Voglio dire, se io avessi 20 anni, cioè dieci anni in meno, non avrei modo di sentirmi così preoccupata. Mi sento sempre vigile, in tensione, faccio calcoli matematici assurdi che nulla hanno a che vedere con l'imprevedibilità del nostro destino, concetto che grazie alla mia esperienza avrei in teoria già dovuto apprendere, ma che invece rimane lontanissimo da me. Certamente l'ansia mi porta anche ad assumere un arrogante pretesa di "controllo".
La domanda che voglio farvi quindi è: esiste questo tempo? è vero che dopo sarà tutto irrimediabilmente più difficile? perchè "i grandi" che considero saggi proprio per via della loro età e del loro vissuto, spesso partecipano a questo discorso ("fallo ora che poi non potrai più")?
Certamente possiamo parlare di ansie sociali, un discorso silenzioso che ci dice come dovremmo essere e in quale momento esatto della nostra vita. Ma siamo sicuri che sia così sbagliato, se tutti intorno a te effettivamente adempiono a quello schema? La presenza degli altri e di quello che fanno gli altri è un altro grande tema. Immaginiamo un mondo dove tutti sono single alla mia età, e in cui tutti hanno un lavoro precario senza certezze; o un mondo in cui le donne possano fare figli solo dai 35 anni in su: cambierebbe tutta la mia prospettiva!
Il tempo, il tempo, vi assicuro che è il mio più grande problema! E nel frattempo lo vedo passare sotto al mio sguardo, gli anni corrono velocissimi e io comunque non mi sento "dentro" in nulla.
Se non lo pensassi in questi termini, potrei essere felice di quello che ho, di dove sono, del lavoro che faccio, del fatto che sono sola e non ho un compagno. Mentre scrivo si chiariscono anche alcune cose, questo è ciò che si intende con "vivere il presente". Ma mi è così impossibile! Faccio così tanti pensieri sulla mancanza di tempo, che non utilizzo lo spazio che il presente mi mette a disposizione. Sembra una condanna! Ed è tutta una grande contraddizione: io perdo in realtà tantissimo tempo a farmi questi pensieri, quando lo potrei utilizzare per fare altre cose.
Vi ringrazio per lo spazio di sfogo e aspetto con molto interesse le vostre risposte e riflessioni!
Buongiorno,
lei descrive in modo straordinariamente lucido la trappola più raffinata dell’ansia: la paura di non avere tempo, che finisce per rubare proprio il tempo che si ha. Quando la mente vive in costante anticipo — “devo sbrigarmi, devo capire, devo decidere” — non vive più, prevede. È come se cercasse di controllare la vita pensando di poterla anticipare, e così la trasforma in una corsa senza arrivo.
In realtà, il “troppo tardi” è quasi sempre un pensiero collettivo più che un dato reale: appartiene alle regole sociali, non al suo ritmo personale. La chiave non è “convincersi che c’è tempo”, ma sospendere per un attimo la corsa, accorgersi che il presente non è un ostacolo ma un luogo. Da lì si può riprendere fiato e riscrivere la direzione, senza la paura di essere in ritardo.
Un caro saluto,
Dott.ssa Alessandra Motta – Psicologa Strategica
lei descrive in modo straordinariamente lucido la trappola più raffinata dell’ansia: la paura di non avere tempo, che finisce per rubare proprio il tempo che si ha. Quando la mente vive in costante anticipo — “devo sbrigarmi, devo capire, devo decidere” — non vive più, prevede. È come se cercasse di controllare la vita pensando di poterla anticipare, e così la trasforma in una corsa senza arrivo.
In realtà, il “troppo tardi” è quasi sempre un pensiero collettivo più che un dato reale: appartiene alle regole sociali, non al suo ritmo personale. La chiave non è “convincersi che c’è tempo”, ma sospendere per un attimo la corsa, accorgersi che il presente non è un ostacolo ma un luogo. Da lì si può riprendere fiato e riscrivere la direzione, senza la paura di essere in ritardo.
Un caro saluto,
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Cara, quello che descrivi è un tema profondamente umano e molto più diffuso di quanto immagini. La tua riflessione sul tempo è intensa, lucida e tocca una delle paure più universali: quella di non riuscire a “stare al passo” con la vita. È come se sentissi una clessidra sempre rovesciata, con la sabbia che scorre più veloce di quanto vorresti, e tu cercassi disperatamente di stringerla per rallentarla. Ma il punto è proprio questo: più tentiamo di controllare il tempo, più ci sfugge, perché il tempo non è qualcosa che si possa possedere o amministrare; è qualcosa che si attraversa. A 31 anni non sei “in ritardo” in nulla, anche se la società ti suggerisce il contrario. Viviamo in un’epoca che ci spinge costantemente a confrontarci con traguardi, scadenze e cronologie prestabilite: il lavoro stabile entro i 30, la coppia “seria” entro i 35, una casa, magari dei figli, e così via. Ma questi schemi non tengono conto delle infinite differenze individuali, delle storie personali, delle circostanze, dei desideri che cambiano. Il rischio è confondere la vita con una corsa a tappe, e ogni volta che non raggiungiamo un “tempo ideale” ci sentiamo in difetto. Quella che chiami ansia del tempo è anche il frutto di un bisogno di controllo: voler prevedere, incasellare, rendere sicuro ciò che per sua natura non lo è. In realtà, la tua mente sta cercando protezione, non perfezione. E per quanto sembri paradossale, l’unico modo per sentirti più “in tempo” è smettere di inseguirlo. Puoi iniziare dalle piccole cose: provare a spostare lo sguardo dal “quanto manca” al “cosa c’è adesso”. È un allenamento mentale, non una resa. Ti accorgerai che quando riesci a restare un po’ più nel presente, anche solo per qualche minuto, la sabbia nella clessidra non sembra più correre: scorre, semplicemente, ma tu sei lì a guardarla, non a rincorrerla. E da lì nasce una forma di pace possibile, quella che non deriva dall’avere tutto “in tempo”, ma dal sentire che, in fondo, sei già dentro la tua vita e che non sei affatto in ritardo.
Buongiorno,
la ringrazio per aver condiviso con tanta chiarezza il suo vissuto. Ha descritto in modo profondo come l’ansia legata al tempo e al controllo possa diventare una presenza costante, togliendo spazio al presente e generando la sensazione che tutto sfugga di mano.
La consapevolezza con cui osserva i suoi pensieri è già una risorsa preziosa: è il punto da cui può iniziare un cambiamento reale. Quando l’attenzione resta fissa sul “non avere più tempo”, il rischio è di sentirsi bloccati in un dialogo interiore senza fine; imparare a spostare il focus su ciò che è possibile fare ora, anche con piccoli passi, può restituire calma e direzione.
Vedo che sta già lavorando con una psicologa, ed è un ottimo punto di partenza: può condividere con lei queste riflessioni per esplorare insieme strategie pratiche per vivere il presente in modo più libero e sereno.
Un caro saluto,
Melania Monaco
la ringrazio per aver condiviso con tanta chiarezza il suo vissuto. Ha descritto in modo profondo come l’ansia legata al tempo e al controllo possa diventare una presenza costante, togliendo spazio al presente e generando la sensazione che tutto sfugga di mano.
La consapevolezza con cui osserva i suoi pensieri è già una risorsa preziosa: è il punto da cui può iniziare un cambiamento reale. Quando l’attenzione resta fissa sul “non avere più tempo”, il rischio è di sentirsi bloccati in un dialogo interiore senza fine; imparare a spostare il focus su ciò che è possibile fare ora, anche con piccoli passi, può restituire calma e direzione.
Vedo che sta già lavorando con una psicologa, ed è un ottimo punto di partenza: può condividere con lei queste riflessioni per esplorare insieme strategie pratiche per vivere il presente in modo più libero e sereno.
Un caro saluto,
Melania Monaco
Gentile utente, comprendo a pieno l'ansia che può derivare dalle sue riflessioni; d'altronde il tema del tempo, e come lo si impiega, ha da sempre occupato la mente dell'uomo, come per i "grandi saggi" ai quali ha accennato. Per quanto riguarda la sua domanda, io penso che siamo troppo agganciati all'idea preconfezionata che esistano degli anni migliori o peggiori della nostra vita: solitamente la gioventù rientra nei primi. Tuttavia, non è detto che sia sempre cosi. Si può al massimo parlare di età differenti con esigenze o complessità differenti, ma che regalano anche gioie altrettanto diverse. Inoltre non penso possiamo passare gran parte delle nostre vite in attesa costante di quello che vorremo o potremo ottenere, non godendoci "il viaggio" per così dire, e le piccole, ma poi forse non così piccole, gioie che ci circondano. Credo bisogni anche collocare gli spunti di "grandi saggi", quindi poeti o artisti presumo, nel contesto culturale e sociale in cui sono vissuti. E' senz'altro educativo leggerli e comprenderli ma senza prenderli come criteri standard attorno ai quali far convergere la nostra vita e il momento in cui ci troviamo, sentendoci in difetto se divergiamo troppo da questi. Nessuno possiede la verità universale su come impiegare il tempo in modo che sia applicabile ad ogni singolo essere umano, ognuno con il proprio vissuto e necessità. Per quanto sia interessante avere chiavi di lettura diverse e spunti di riflessione, che tali devono rimanere. Per quanto riguarda l'aspetto prettamente psicologico, sicuramente l'ansia che tu hai riportato ha un ruolo importante nel mantenere queste tue preoccupazioni; esserne consapevoli e aver iniziato un percorso con una collega è già un grande passo avanti di cui andare fiera. In bocca al lupo per tutto
Salve, innanzitutto la ringrazio per aver condiviso in modo così aperto e profondo i suoi pensieri. Quello che descrive è un vissuto che tocca corde molto umane: il desiderio di dare senso al proprio tempo e la paura che esso scorra troppo in fretta senza riuscire a “stare al passo” con ciò che ci si aspetta dalla vita. La sensazione che il tempo sia un avversario, anziché uno spazio da abitare, può diventare molto faticosa e, come lei racconta, alimentare circoli di ansia e di pensieri ricorsivi che lasciano poco spazio alla serenità. Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, ciò che lei descrive può essere letto come un insieme di pensieri automatici legati a una convinzione profonda: che il valore o la realizzazione personale dipendano dal raggiungere certi obiettivi entro un tempo prestabilito. Questo modo di pensare, anche se comprensibile e condiviso da molti, tende a generare una pressione costante. Ogni scelta diventa allora una corsa contro il tempo, ogni incertezza una minaccia di “ritardo”, ogni momento presente un ostacolo da superare piuttosto che un luogo in cui stare. Spesso, però, non è il tempo in sé a spaventarci, ma il significato che gli attribuiamo. Viviamo in una società che scandisce la vita in tappe prestabilite e propone modelli di successo molto rigidi. Quando non ci riconosciamo in questi schemi, può nascere una sensazione di inadeguatezza e di urgenza. In realtà, la vita raramente segue una linea retta: molte persone costruiscono percorsi affettivi o professionali importanti anche dopo aver attraversato fasi di incertezza o di cambiamento, e spesso proprio quelle esperienze diventano la base per scelte più autentiche. Un lavoro psicologico in questa direzione può aiutarla ad osservare con maggiore distacco questi pensieri, riconoscendo quando diventano rigidi o catastrofici, e imparando a non identificarvisi completamente. Gradualmente è possibile sviluppare una prospettiva più flessibile, che consenta di valorizzare ciò che già c’è nel presente senza sentirsi intrappolata dal futuro. Anche imparare a tollerare l’incertezza, senza vederla come un fallimento, è un passo fondamentale: non si tratta di “smettere di pensare”, ma di costruire un nuovo modo di pensare, più gentile e realistico. È molto significativo che, scrivendo, lei abbia già notato un piccolo spostamento di prospettiva: il riconoscere che, se solo riuscisse a vivere maggiormente il presente, potrebbe sentirsi più serena. Questo è già un punto di partenza prezioso. Non esiste un “tempo giusto” per ogni cosa, ma esiste il proprio tempo, quello in cui si impara, si cambia e si cresce. Ritrovare fiducia in questo tempo personale, al di là dei confronti e delle aspettative esterne, è un percorso possibile e profondamente liberatorio. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Ciò che descrive è qualcosa che molte persone della sua generazione (e non solo) sentono profondamente: la sensazione di dover correre contro il tempo. La sua lucidità nel riconoscerlo è già una forma di consapevolezza preziosa.
Quando il tempo diventa una minaccia — “sto perdendo tempo”, “è troppo tardi” — in realtà parla la parte più ansiosa e controllante di sé, quella che teme l’imprevisto e vorrebbe garanzie. È comprensibile: viviamo in una società performante, che misura tutto in traguardi e scadenze, e fa sentire “fuori posto” chi non li rispetta.
Ma il tempo della vita non è uguale per tutti né lineare. Le esperienze arrivano quando ci sono le condizioni interiori e concrete per accoglierle. La paura di restare indietro è un’illusione che ci fa perdere proprio ciò che desideriamo: la possibilità di vivere il presente.
Ha ragione quando dice che scrivendo ha iniziato a chiarirsi: è così che si interrompe il circolo dell’ansia, tornando al qui e ora, anche solo per un momento. È un processo, non un interruttore. Potrebbe provare anche con esercizi di meditazione e di respiro.
Non è in ritardo: sta solo imparando a rallentare uno sguardo che finora ha corso troppo. E questo — paradossalmente — è già un modo per riconquistare il suo tempo.
Quando il tempo diventa una minaccia — “sto perdendo tempo”, “è troppo tardi” — in realtà parla la parte più ansiosa e controllante di sé, quella che teme l’imprevisto e vorrebbe garanzie. È comprensibile: viviamo in una società performante, che misura tutto in traguardi e scadenze, e fa sentire “fuori posto” chi non li rispetta.
Ma il tempo della vita non è uguale per tutti né lineare. Le esperienze arrivano quando ci sono le condizioni interiori e concrete per accoglierle. La paura di restare indietro è un’illusione che ci fa perdere proprio ciò che desideriamo: la possibilità di vivere il presente.
Ha ragione quando dice che scrivendo ha iniziato a chiarirsi: è così che si interrompe il circolo dell’ansia, tornando al qui e ora, anche solo per un momento. È un processo, non un interruttore. Potrebbe provare anche con esercizi di meditazione e di respiro.
Non è in ritardo: sta solo imparando a rallentare uno sguardo che finora ha corso troppo. E questo — paradossalmente — è già un modo per riconquistare il suo tempo.
Buonasera, mi sembra che alla fine del suo intervento lei stia già dando una risposta. La questione che lei presenta ha a che fare con il pensiero preventivo, come dice, e con il controllo. Da tutto questo scaturisce ansia e impossibilità a vivere il presente. La vita può cambiare improvvisamente o improvvisamente farci vedere una strada di fiducia ma dobbiamo darle "spazio", non chiuderla in una gabbia. Un percorso psicoterapeutico potrebbe essere utile. Se ritiene sono a disposizione. buona serata! Dario Martelli
Capisco perfettamente quello che descrivi e la sensazione di essere sempre in affanno rispetto al tempo è molto reale, soprattutto in chi ha una personalità ansiosa e riflessiva come la tua. Ma è anche frutto di questo tempo e molti giovani con i quali parlo mi riferiscono questa sensazione di essere in ritardo su una "tabella di marcia" auto imposta. Abbiamo ipotizzato che i tre anni "rubati" dal COVID ne possano essere parziale causa. Quello che provi è una combinazione di ansia esistenziale e pressione sociale: senti il tempo come un nemico perché percepisci delle “scadenze” su lavoro, amore e vita in generale, e questo ti impedisce di vivere il presente. La realtà è che alcune opportunità hanno finestre temporali, ma molte altre restano aperte molto più a lungo di quanto l’ansia ti faccia credere; la vita raramente segue uno schema rigido. Il problema non è il tempo in sé, ma il modo in cui lo percepisci: calcolare scenari futuri e confrontarti con gli altri ti sottrae energia e attenzione al momento presente, generando un circolo vizioso. La consapevolezza di questo, che già dimostri, è un passo importante: significa che puoi iniziare a esercitare un controllo diverso, non sul tempo, ma sul tuo rapporto con esso. Piccoli gesti quotidiani di radicamento, micro-obiettivi concreti e momenti in cui accettare l’incertezza possono aiutarti a ridurre la pressione interna. La vita non è una gara contro il tempo, e il senso di urgenza che senti è in gran parte costruito dall’ansia e dai modelli sociali interiorizzati. Imparare a convivere con questo senso di scadenza senza esserne sopraffatta è possibile, e gradualmente ti permette di vivere di più il presente, invece di subirlo. Non sei in ritardo per nulla, semplicemente sei dentro un processo che richiede pazienza, gentilezza verso te stessa e attenzione alle piccole possibilità che ogni giorno ti offre. Se però le tue tendenze all'ansia dovessero proseguire, ti invito a farti accompagnare da un professionista nel trovare strategie in modo che la tendenza non diventi disturbo. Con calma.
Buongiorno simpatica perditempo,
direi che lei ha bisogno di una consulenza filosofica in merito al concetto di tempo, lei è curiosa e vuole saperne di più di un tema ed argomento affascinatissimo come quello di tempo ed essere.
Se vuole contattarmi iniziamo un percorso.
Un saluto cordiale
Dott.ssa Marzia Sellini
direi che lei ha bisogno di una consulenza filosofica in merito al concetto di tempo, lei è curiosa e vuole saperne di più di un tema ed argomento affascinatissimo come quello di tempo ed essere.
Se vuole contattarmi iniziamo un percorso.
Un saluto cordiale
Dott.ssa Marzia Sellini
Buongiorno, le sue parole descrivono con grande lucidità quanto il tempo possa diventare un tema centrale e fonte di ansia nella vita di molti, soprattutto in una società che ci invita costantemente a misurarci con traguardi, scadenze e confronti.
Da una prospettiva sistemica, potremmo dire che il suo rapporto con il tempo non è solo personale, ma si costruisce dentro una rete di significati condivisi: familiari, culturali, generazionali. Spesso ci viene trasmessa l’idea che esista “il momento giusto” per fare certe cose, e che oltre quella finestra tutto diventi più difficile o addirittura impossibile. È comprensibile quindi che si senta in tensione: sta cercando di corrispondere non solo alle proprie aspettative, ma anche a quelle di un contesto che tende a dare valore alla rapidità e alla produttività. Forse allora non si tratta tanto di “avere o non avere tempo”, quanto di chiedersi a quale tempo sta cercando di appartenere. Esiste un tempo sociale, quello delle tappe e dei paragoni, e un tempo personale, più interno, che parla dei propri desideri, dei propri ritmi, e delle proprie priorità. Trovare un modo per riconoscere e abitare il proprio tempo, senza viverlo come una corsa contro qualcosa, può essere un passaggio prezioso per restituire senso e spazio al presente.
Da una prospettiva sistemica, potremmo dire che il suo rapporto con il tempo non è solo personale, ma si costruisce dentro una rete di significati condivisi: familiari, culturali, generazionali. Spesso ci viene trasmessa l’idea che esista “il momento giusto” per fare certe cose, e che oltre quella finestra tutto diventi più difficile o addirittura impossibile. È comprensibile quindi che si senta in tensione: sta cercando di corrispondere non solo alle proprie aspettative, ma anche a quelle di un contesto che tende a dare valore alla rapidità e alla produttività. Forse allora non si tratta tanto di “avere o non avere tempo”, quanto di chiedersi a quale tempo sta cercando di appartenere. Esiste un tempo sociale, quello delle tappe e dei paragoni, e un tempo personale, più interno, che parla dei propri desideri, dei propri ritmi, e delle proprie priorità. Trovare un modo per riconoscere e abitare il proprio tempo, senza viverlo come una corsa contro qualcosa, può essere un passaggio prezioso per restituire senso e spazio al presente.
Gentile utente,
stare nel "qui ed ora", nel presente, è per tante persone una sfida sempre più grande. Volendo assumere una prospettiva diversa, è già "tutto più difficile".
Come esprime bene, ci sono aspetti che non possiamo "controllare" per cui i calcoli matematici potrebbero non essere il miglior strumento per fronteggiare concretamente le diverse situazioni, ed altri aspetti che invece possiamo gestire nell'ottica causa-effetto.
La invito a provare ad annotarsi (dandosi un tempo massimo e ben definito all'interno della giornata, anche a più riprese) ciò che secondo il suo punto di vista è gestibile e l'aiuta a contenere la sintomatologia ansiosa di cui parla, nonché quelli che sono i suoi bisogni più importanti ad oggi indipendentemente dalla presenza (o possibile presenza) di terzi e le azioni che potrebbe intraprendere (es: cosa mi definisce come persona? che cosa so fare? come lo posso fare? come sto? cosa sento?).
La invito anche a provare a chiedersi che risposta concretamente cerca nel proporre le sue domande qui sul portale. Cosa la porta inoltre a cercare un ulteriore consulto nonostante abbia già un contatto professionale?
Buon lavoro,
dott.ssa S.Z.
stare nel "qui ed ora", nel presente, è per tante persone una sfida sempre più grande. Volendo assumere una prospettiva diversa, è già "tutto più difficile".
Come esprime bene, ci sono aspetti che non possiamo "controllare" per cui i calcoli matematici potrebbero non essere il miglior strumento per fronteggiare concretamente le diverse situazioni, ed altri aspetti che invece possiamo gestire nell'ottica causa-effetto.
La invito a provare ad annotarsi (dandosi un tempo massimo e ben definito all'interno della giornata, anche a più riprese) ciò che secondo il suo punto di vista è gestibile e l'aiuta a contenere la sintomatologia ansiosa di cui parla, nonché quelli che sono i suoi bisogni più importanti ad oggi indipendentemente dalla presenza (o possibile presenza) di terzi e le azioni che potrebbe intraprendere (es: cosa mi definisce come persona? che cosa so fare? come lo posso fare? come sto? cosa sento?).
La invito anche a provare a chiedersi che risposta concretamente cerca nel proporre le sue domande qui sul portale. Cosa la porta inoltre a cercare un ulteriore consulto nonostante abbia già un contatto professionale?
Buon lavoro,
dott.ssa S.Z.
Buongiorno cara, parto da una prima osservazione importante: hai ragione quando parli di una possibile dimensione generazionale, perchè la nostra epoca è fatta di ritmi accelerati, di narrazioni di successo precoce, di traguardi da raggiungere entro date precise, di vite "perfette". Eppure, e questo è fondamentale da comprendere, la pressione sociale esiste ma NON E' la realtà oggettiva: è un copione culturale che abbiamo interiorizzato e che ora ci parla con la voce dell'urgenza.
Quando mi chiedi "esiste questo tempo?", la risposta più onesta che posso darti è esiste nella misura in cui tu gli dai POTERE. Certo, ci sono alcuni vincoli biologici reali (penso alla fertilità femminile, ad esempio), ma la maggior parte delle scadenze che ti terrorizzano sono costruzioni mentali. A 31 anni sei incredibilmente giovane, anche se l'ansia ti sussurra il contrario. Conosco persone che hanno cambiato carriera a 40-50 anni, che hanno incontrato l'amore a 45, che hanno costruito successi ben oltre i 50-60. La vita non si chiude a una data prestabilita, si trasforma continuamente.
Il vero problema, come hai intuito, non è il tempo cronologico: è il rapporto che hai con questo. L'ansia ti sta facendo vivere in un futuro ipotetico e catastrofico, impedendoti di abitare il presente, è come se tu stessi correndo sulla ruota del criceto senza andare da nessuna parte.
io penso che l'ansia del tempo funzioni come un meccanismo di difesa e ti dà l'illusione del controllo, se calcoli, prevedi, pianifichi, ti senti meno in balia dell'incertezza.
Poi c'è un altro aspetto che emerge : il confronto con gli altri che sembrano aver già raggiunto quegli obiettivi e che ti fanno sentire indietro. Ma anche qui devi fermarti e chiederti: quanto ciò che vedo negli altri è reale e quanto è una proiezione della mia ansia? E soprattutto: il fatto che molti seguano un certo percorso lo rende automaticamente quello GIUSTO per te?
Ma ora veniamo al dunque: come si esce da questo circolo vizioso?
Perché è chiaro che la consapevolezza razionale non basta.
Tu sai benissimo, a livello intellettuale, che questi pensieri sono disfunzionali, eppure continuano a dominarti. Questo accade perché l'ansia non si risolve solo con la logica: ha radici più profonde, emotive, che vanno ascoltate e trasformate.
Ti propongo alcune direzioni di lavoro terapeutico che potrebbero esserti utili, da integrare con il percorso che già stai seguendo con la tua psicologa:
1. Lavoro con le parti interne (Voice Dialogue):
l'ansia che senti ha una voce, una personalità propria, potremmo chiamarla "la Controllante" o "la Pianificatrice". Questa parte di te crede di proteggerti dall'incertezza, ma in realtà ti sta imprigionando. Attraverso il Voice Dialogue, potresti entrare in dialogo diretto con questa parte, comprendere le sue paure più profonde, ringraziarla per l'intenzione protettiva, ma anche aiutarla a riconoscere che il suo metodo non funziona. Contemporaneamente, potremmo dare spazio ad altre parti di te: quella che sa godersi il presente, quella che si fida del flusso della vita, quella creativa che non ha bisogno di scadenze.
2. Mindfulness:
la Mindfulness è uno strumento potentissimo che ti insegna, con pazienza e gentilezza, a tornare al qui e ora, a riconoscere i pensieri ansiosi come eventi mentali passeggeri e non come verità assolute. Non si tratta di eliminare i pensieri (cosa impossibile), ma di cambiare il rapporto con essi. Quando ti sorprendi a fare quei "calcoli matematici assurdi", potresti imparare a dire: "Ecco, il pensiero ansioso è tornato. Lo riconosco. Lo lascio passare come una nuvola nel cielo della mente".
3. Lavoro sui sogni (Dreamwork):
i sogni spesso portano messaggi che la mente razionale non riesce a cogliere. Ti inviterei a tenere un diario dei sogni e a portarli in terapia. È probabile che emerga materiale prezioso sulla tua relazione con il tempo, sul senso di urgenza, sulle paure profonde che alimentano l'ansia.
4. Esplorazione delle radici familiari e culturali:
da dove viene questo senso di urgenza? C'è un messaggio familiare trasmesso dalle generazioni precedenti? Aspettative non dichiarate? Modelli di vita che hai inconsapevolmente adottato? Comprendere le origini di questo schema può aiutarti a liberartene.
Una cosa che voglio dirti: NON SEI IN RITARDO. La vita non è una gara e non c'è un podio dove devi salire, Ci sono solo percorsi diversi, tempi diversi, storie uniche. La tua storia sta ancora scrivendosi, e hai tutto il diritto di prenderti il tempo che ti serve. Un cordiale saluto
Dott.ssa Marzia Mazzavillani
Psicologa clinica - Voice Dialogue - Mindfulness - Dreamwork
Quando mi chiedi "esiste questo tempo?", la risposta più onesta che posso darti è esiste nella misura in cui tu gli dai POTERE. Certo, ci sono alcuni vincoli biologici reali (penso alla fertilità femminile, ad esempio), ma la maggior parte delle scadenze che ti terrorizzano sono costruzioni mentali. A 31 anni sei incredibilmente giovane, anche se l'ansia ti sussurra il contrario. Conosco persone che hanno cambiato carriera a 40-50 anni, che hanno incontrato l'amore a 45, che hanno costruito successi ben oltre i 50-60. La vita non si chiude a una data prestabilita, si trasforma continuamente.
Il vero problema, come hai intuito, non è il tempo cronologico: è il rapporto che hai con questo. L'ansia ti sta facendo vivere in un futuro ipotetico e catastrofico, impedendoti di abitare il presente, è come se tu stessi correndo sulla ruota del criceto senza andare da nessuna parte.
io penso che l'ansia del tempo funzioni come un meccanismo di difesa e ti dà l'illusione del controllo, se calcoli, prevedi, pianifichi, ti senti meno in balia dell'incertezza.
Poi c'è un altro aspetto che emerge : il confronto con gli altri che sembrano aver già raggiunto quegli obiettivi e che ti fanno sentire indietro. Ma anche qui devi fermarti e chiederti: quanto ciò che vedo negli altri è reale e quanto è una proiezione della mia ansia? E soprattutto: il fatto che molti seguano un certo percorso lo rende automaticamente quello GIUSTO per te?
Ma ora veniamo al dunque: come si esce da questo circolo vizioso?
Perché è chiaro che la consapevolezza razionale non basta.
Tu sai benissimo, a livello intellettuale, che questi pensieri sono disfunzionali, eppure continuano a dominarti. Questo accade perché l'ansia non si risolve solo con la logica: ha radici più profonde, emotive, che vanno ascoltate e trasformate.
Ti propongo alcune direzioni di lavoro terapeutico che potrebbero esserti utili, da integrare con il percorso che già stai seguendo con la tua psicologa:
1. Lavoro con le parti interne (Voice Dialogue):
l'ansia che senti ha una voce, una personalità propria, potremmo chiamarla "la Controllante" o "la Pianificatrice". Questa parte di te crede di proteggerti dall'incertezza, ma in realtà ti sta imprigionando. Attraverso il Voice Dialogue, potresti entrare in dialogo diretto con questa parte, comprendere le sue paure più profonde, ringraziarla per l'intenzione protettiva, ma anche aiutarla a riconoscere che il suo metodo non funziona. Contemporaneamente, potremmo dare spazio ad altre parti di te: quella che sa godersi il presente, quella che si fida del flusso della vita, quella creativa che non ha bisogno di scadenze.
2. Mindfulness:
la Mindfulness è uno strumento potentissimo che ti insegna, con pazienza e gentilezza, a tornare al qui e ora, a riconoscere i pensieri ansiosi come eventi mentali passeggeri e non come verità assolute. Non si tratta di eliminare i pensieri (cosa impossibile), ma di cambiare il rapporto con essi. Quando ti sorprendi a fare quei "calcoli matematici assurdi", potresti imparare a dire: "Ecco, il pensiero ansioso è tornato. Lo riconosco. Lo lascio passare come una nuvola nel cielo della mente".
3. Lavoro sui sogni (Dreamwork):
i sogni spesso portano messaggi che la mente razionale non riesce a cogliere. Ti inviterei a tenere un diario dei sogni e a portarli in terapia. È probabile che emerga materiale prezioso sulla tua relazione con il tempo, sul senso di urgenza, sulle paure profonde che alimentano l'ansia.
4. Esplorazione delle radici familiari e culturali:
da dove viene questo senso di urgenza? C'è un messaggio familiare trasmesso dalle generazioni precedenti? Aspettative non dichiarate? Modelli di vita che hai inconsapevolmente adottato? Comprendere le origini di questo schema può aiutarti a liberartene.
Una cosa che voglio dirti: NON SEI IN RITARDO. La vita non è una gara e non c'è un podio dove devi salire, Ci sono solo percorsi diversi, tempi diversi, storie uniche. La tua storia sta ancora scrivendosi, e hai tutto il diritto di prenderti il tempo che ti serve. Un cordiale saluto
Dott.ssa Marzia Mazzavillani
Psicologa clinica - Voice Dialogue - Mindfulness - Dreamwork
Buongiorno, le rispondo con una frase che un mio docente mi ha insegnato, nella speranza possa aiutarla. "Ha tempo chi sa di non aver tempo per far tutto".
Il tempo ha una dimensione molto soggettiva e una più "oggettiva" Non ci manca il tempo, spesso ci manca un obiettivo che ci serve per dare senso al tempo e utilizzarlo al meglio.
Le posso consigliare di praticare la Mindfulness, aiuta molto a creare radicamento.
Le invio un caro saluto.
Il tempo ha una dimensione molto soggettiva e una più "oggettiva" Non ci manca il tempo, spesso ci manca un obiettivo che ci serve per dare senso al tempo e utilizzarlo al meglio.
Le posso consigliare di praticare la Mindfulness, aiuta molto a creare radicamento.
Le invio un caro saluto.
Buonasera, grazie per la tua riflessione così autentica e profonda. Hai descritto in modo profondo e lucido un tema che tocca tantissime persone: il tempo. L’ansia che racconti nasce spesso dal bisogno di controllo e dal confronto con le aspettative sociali, che ci fanno credere che esista un’età “giusta” per tutto. In realtà, ogni vita ha i suoi tempi, e non esiste un “troppo tardi” per costruire qualcosa di significativo. Lavorare, come stai già facendo con la tua psicologa, sulla flessibilità psicologica può aiutarti a vivere più nel presente, accettando ciò che non puoi controllare e scegliendo ciò che conta davvero per te.
Gentilissima, arriva tutta la sua "corsa contro il tempo", ma quante belle domande si sta già facendo! Mi fa venire in mente la distinzione che tempo addietro facevano già gli antichi, quella tra chronos e kairos, il tempo cronometrato e il tempo interno...e quella meravigliosa domanda che si pone anche il fisico C.Rovelli, "siamo noi che abitiamo nel tempo o il tempo abita in noi?". E' probabile che quando non utilizziamo il tempo a nostra disposizione nel modo in cui vorremmo, è lì che questo ci sembra scivolare tra le mani e correre velocissimo. E' lì che, allora, facciamo spazio alle nostre questioni esistenziali. E' un po' un effetto paradosso, per cui le nostre ansie sul tempo ci danno l'occasione di riflettere su dove ci troviamo, sulla fatica che facciamo, sul momento giusto che non sembra mai arrivare. Ma il momento giusto per chi? Ognuno ha un proprio kairos, un proprio orologio interno che tiene traccia dei passi che siamo/non siamo pronti a fare, di quanto possiamo reggere in quel determinato momento, di quanto, nonostante tutto l'impegno che ci mettiamo, siamo sempre noi, e ci ritroviamo impreparati e dubbiosi di fronte allo specchio. Forse la lotta contro il tempo è una lotta contro di noi, nella speranza che qualcosa cambi, che le condizioni siano favorevoli, che l'ansia che si prova a un certo punto scompaia etc etc... Scordiamocelo: noi siamo quello che siamo e la realtà è quella che è. Partiamo da lì e facciamocene qualcosa. Le sue domande sono già preziosissime. Buon percorso, un caro saluto
Gentile utente,
grazie per aver condiviso con tanta apertura e dettaglio le sue riflessioni. Dal suo racconto emerge chiaramente quanto l’ansia e la preoccupazione per il tempo stiano influenzando la sua vita quotidiana e la sua serenità. La sensazione di dover “fare tutto subito” e la difficoltà a vivere pienamente il presente sono temi comuni in chi tende all’overthinking e all’ansia anticipatoria.
Si tratta di un percorso complesso, che merita un approfondimento individuale con uno specialista, perché ciascuna esperienza personale ha sfumature uniche. Un professionista potrà aiutarla a esplorare le convinzioni legate al tempo, a gestire l’ansia e a sviluppare strategie pratiche per vivere più serenamente il presente senza sentirsi “condannata” dal passare degli anni.
Affrontare queste riflessioni in un contesto terapeutico permette anche di distinguere ciò che dipende da pressioni sociali o generazionali da ciò che realmente sente e desidera per sé.
Un cordiale saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
grazie per aver condiviso con tanta apertura e dettaglio le sue riflessioni. Dal suo racconto emerge chiaramente quanto l’ansia e la preoccupazione per il tempo stiano influenzando la sua vita quotidiana e la sua serenità. La sensazione di dover “fare tutto subito” e la difficoltà a vivere pienamente il presente sono temi comuni in chi tende all’overthinking e all’ansia anticipatoria.
Si tratta di un percorso complesso, che merita un approfondimento individuale con uno specialista, perché ciascuna esperienza personale ha sfumature uniche. Un professionista potrà aiutarla a esplorare le convinzioni legate al tempo, a gestire l’ansia e a sviluppare strategie pratiche per vivere più serenamente il presente senza sentirsi “condannata” dal passare degli anni.
Affrontare queste riflessioni in un contesto terapeutico permette anche di distinguere ciò che dipende da pressioni sociali o generazionali da ciò che realmente sente e desidera per sé.
Un cordiale saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Hai descritto in modo molto lucido un fenomeno che, più che “filosofico”, ha solide radici psicologiche e neurocognitive. Il tuo rapporto conflittuale con il tempo è tipico delle menti ansiose: quando l’ansia è alta, il cervello vive in una costante percezione di urgenza, come se il tempo fosse sempre insufficiente. L’amigdala segnala “pericolo” e la corteccia prefrontale, che serve a pianificare e relativizzare, perde flessibilità. Così il pensiero si irrigidisce con logiche spesso errate. Il tuo “problema con il tempo” non è tanto nel tempo reale, ma nel tempo mentale, cioè nel modo in cui lo percepisci: frammentato, in corsa, sempre in scadenza. È come se la tua mente fosse continuamente proiettata in un futuro da evitare o da controllare, impedendoti di abitare davvero il presente. Questo genera la contraddizione che descrivi: nel tentativo di “non sprecare tempo”, finisci per perderlo in pensieri e "calcoli". Hai colto perfettamente l’aspetto sociale: viviamo in un contesto che impone tappe e scadenze (“a 30 anni devi…”), e il confronto continuo con gli altri amplifica la paura di essere “indietro”. Ma il "tempo psicologico" non è uguale per tutti: c’è chi costruisce a 25 anni e chi fiorisce a 40, e la neuroplasticità del cervello ci consente di apprendere, cambiare e amare in qualunque fase della vita.
Il lavoro che puoi fare con la tua psicologa che puoi iniziare già da ora è trasformare la percezione del tempo da nemico a spazio: concentrarti su ciò che puoi fare oggi senza che debba avere un valore immediato o definitivo
Il lavoro che puoi fare con la tua psicologa che puoi iniziare già da ora è trasformare la percezione del tempo da nemico a spazio: concentrarti su ciò che puoi fare oggi senza che debba avere un valore immediato o definitivo
Cara, grazie per aver condiviso con tanta sincerità i tuoi pensieri.
Ciò che racconti tocca un tema molto presente in tante persone oggi: la paura del tempo che scorre, la sensazione di dover “fare tutto subito” o sarà troppo tardi.
È una pressione che viene da dentro, ma anche da fuori — da modelli sociali che ci dicono quando dovremmo sistemarci, avere certezze, trovare l’amore, riuscire nella carriera.
Ma il tempo reale non è così rigido. È personale, non standard.
La vita non segue una linea retta e non scade a 30, 35 o 40 anni.
Molti cambiamenti, svolte, relazioni importanti accadono dopo i famosi “tempi giusti”.
Il problema, come dici bene, non è il tempo in sé, ma il pensiero che sia finito — e il senso di urgenza che ne deriva.
Se riesci, prova ogni tanto a sospendere quel pensiero e chiederti: non cosa dovrei fare, ma cosa desidero davvero ora?
Hai già tanta consapevolezza. Con il giusto supporto, puoi imparare a rallentare quei pensieri e ritrovare fiducia nel tuo tempo.
Un abbraccio
Ciò che racconti tocca un tema molto presente in tante persone oggi: la paura del tempo che scorre, la sensazione di dover “fare tutto subito” o sarà troppo tardi.
È una pressione che viene da dentro, ma anche da fuori — da modelli sociali che ci dicono quando dovremmo sistemarci, avere certezze, trovare l’amore, riuscire nella carriera.
Ma il tempo reale non è così rigido. È personale, non standard.
La vita non segue una linea retta e non scade a 30, 35 o 40 anni.
Molti cambiamenti, svolte, relazioni importanti accadono dopo i famosi “tempi giusti”.
Il problema, come dici bene, non è il tempo in sé, ma il pensiero che sia finito — e il senso di urgenza che ne deriva.
Se riesci, prova ogni tanto a sospendere quel pensiero e chiederti: non cosa dovrei fare, ma cosa desidero davvero ora?
Hai già tanta consapevolezza. Con il giusto supporto, puoi imparare a rallentare quei pensieri e ritrovare fiducia nel tuo tempo.
Un abbraccio
Gentile utente,
Grazie per aver condiviso questa riflessione profonda e articolata.
Le pongo alcune domande, sperano che possano aiutarla nella sua riflessione:
Come ha imparato a "misurare" il tempo? Quali sono gli strumenti, i modelli, i riferimenti che utilizza per orientarsi nel flusso degli eventi?
Cosa significa per lei "vivere il presente"? Quali sono le azioni, i pensieri, i comportamenti che le permettono di connettersi con il momento attuale?
Qual è la "voce" interiore che le suggerisce di affrettarsi, di sbrigarsi, di non perdere tempo? Da dove proviene questa "voce"? Quale autorità le conferisce? Come mai si paragona agli altri? Cosa cerca di ottenere attraverso questo confronto?
Se potesse "riscrivere" la "storia" del tempo, come la immaginerebbe? Quali elementi vorrebbe che fossero presenti?
Comprendo il suo desiderio di trovare una risposta definitiva ai suoi interrogativi e di liberarsi dall'ansia che la opprime. Tuttavia, vorrei invitarla a considerare questa ricerca come un'opportunità per esplorare il suo rapporto con il tempo, per mettere in discussione le sue convinzioni e per costruire una narrazione più personale e autentica.
Un saluto. Le consiglio vivamente di proseguire questo percorso di riflessione con la sua psicologa, per approfondire le tematiche emerse e per trovare nuove strategie per affrontare l'ansia e per vivere il presente in modo più consapevole e sereno.
Grazie per aver condiviso questa riflessione profonda e articolata.
Le pongo alcune domande, sperano che possano aiutarla nella sua riflessione:
Come ha imparato a "misurare" il tempo? Quali sono gli strumenti, i modelli, i riferimenti che utilizza per orientarsi nel flusso degli eventi?
Cosa significa per lei "vivere il presente"? Quali sono le azioni, i pensieri, i comportamenti che le permettono di connettersi con il momento attuale?
Qual è la "voce" interiore che le suggerisce di affrettarsi, di sbrigarsi, di non perdere tempo? Da dove proviene questa "voce"? Quale autorità le conferisce? Come mai si paragona agli altri? Cosa cerca di ottenere attraverso questo confronto?
Se potesse "riscrivere" la "storia" del tempo, come la immaginerebbe? Quali elementi vorrebbe che fossero presenti?
Comprendo il suo desiderio di trovare una risposta definitiva ai suoi interrogativi e di liberarsi dall'ansia che la opprime. Tuttavia, vorrei invitarla a considerare questa ricerca come un'opportunità per esplorare il suo rapporto con il tempo, per mettere in discussione le sue convinzioni e per costruire una narrazione più personale e autentica.
Un saluto. Le consiglio vivamente di proseguire questo percorso di riflessione con la sua psicologa, per approfondire le tematiche emerse e per trovare nuove strategie per affrontare l'ansia e per vivere il presente in modo più consapevole e sereno.
Buongiorno, la tua domanda non è solo filosofica: è profondamente umana.
Quello che descrivi, l’ansia del tempo, la sensazione di “non avere più margine”, è una forma molto diffusa di sofferenza contemporanea. E tu l’hai raccontata con una chiarezza che dice già molto del tuo livello di consapevolezza.
L’idea di “non avere più tempo” è il modo in cui la mente ansiosa cerca di controllare la paura dell’incertezza. Quando dici “devo sbrigarmi, devo capire subito, devo decidere”, in realtà non stai parlando del tempo, ma del bisogno di non restare sospesa, di avere un appiglio, una direzione che ti metta al riparo dal non sapere come andrà.
È una forma di autodifesa, e anche un paradosso: più provi a stringere il tempo, più ti sfugge. Il punto non è se “dopo” sarà davvero troppo tardi.
È che oggi ti sembra di poter stare bene solo se le cose accadono al momento giusto, quello che hai deciso tu.
Ma la vita, lo sappiamo, ha altri piani. Non c’è una tempistica universale: c’è il ritmo soggettivo di ognuno, che non sempre coincide con lo schema sociale o con la biologia.
Certo, la società amplifica questa fretta: ci misura attraverso traguardi, fasi, cronologie.
Ma quella voce che ti dice “ormai è tardi” non è la realtà: è una voce interna, costruita negli anni, che somma aspettative, confronti, paragoni.
E più la ascolti, più il presente diventa una stanza stretta in cui non c’è spazio nemmeno per respirare.
Il lavoro terapeutico, che già stai facendo, è proprio questo: trasformare la paura del tempo in un rapporto più realistico e gentile con te stessa.
Non si tratta di smettere di pensare, ma di iniziare a pensare in modo diverso: dal “quanto mi resta?” al “come voglio abitare il tempo che ho, adesso?”.
Il tempo non è un nemico, anche se l’ansia te lo fa sembrare così.
Spero di esserti stata d'aiuto. Buona Giornata. Dott.ssa Debora Fiore
Quello che descrivi, l’ansia del tempo, la sensazione di “non avere più margine”, è una forma molto diffusa di sofferenza contemporanea. E tu l’hai raccontata con una chiarezza che dice già molto del tuo livello di consapevolezza.
L’idea di “non avere più tempo” è il modo in cui la mente ansiosa cerca di controllare la paura dell’incertezza. Quando dici “devo sbrigarmi, devo capire subito, devo decidere”, in realtà non stai parlando del tempo, ma del bisogno di non restare sospesa, di avere un appiglio, una direzione che ti metta al riparo dal non sapere come andrà.
È una forma di autodifesa, e anche un paradosso: più provi a stringere il tempo, più ti sfugge. Il punto non è se “dopo” sarà davvero troppo tardi.
È che oggi ti sembra di poter stare bene solo se le cose accadono al momento giusto, quello che hai deciso tu.
Ma la vita, lo sappiamo, ha altri piani. Non c’è una tempistica universale: c’è il ritmo soggettivo di ognuno, che non sempre coincide con lo schema sociale o con la biologia.
Certo, la società amplifica questa fretta: ci misura attraverso traguardi, fasi, cronologie.
Ma quella voce che ti dice “ormai è tardi” non è la realtà: è una voce interna, costruita negli anni, che somma aspettative, confronti, paragoni.
E più la ascolti, più il presente diventa una stanza stretta in cui non c’è spazio nemmeno per respirare.
Il lavoro terapeutico, che già stai facendo, è proprio questo: trasformare la paura del tempo in un rapporto più realistico e gentile con te stessa.
Non si tratta di smettere di pensare, ma di iniziare a pensare in modo diverso: dal “quanto mi resta?” al “come voglio abitare il tempo che ho, adesso?”.
Il tempo non è un nemico, anche se l’ansia te lo fa sembrare così.
Spero di esserti stata d'aiuto. Buona Giornata. Dott.ssa Debora Fiore
La tua riflessione è intensissima e tocca un tema che in molti, soprattutto oggi, sentono sulla propria pelle: il tempo che scorre, la paura di non riuscire a “fare in tempo”, di restare indietro, di non essere dove “si dovrebbe essere”.
È come se la vita fosse diventata una corsa a tappe prestabilite: lavoro stabile, relazione, casa, figli… e chi non rispetta l’ordine o i tempi si sente fuori gioco. Ma la verità è che non esiste un tempo universale. Esiste solo il proprio tempo, quello che ciascuno costruisce passo dopo passo, spesso anche inciampando, tornando indietro, cambiando direzione.
L’ansia che descrivi nasce proprio dal tentativo di controllare qualcosa che per sua natura non si può controllare: la vita, con i suoi ritmi, le sue pause, le sue sorprese. È come voler costringere il mare a restare fermo. E più ci proviamo, più ci stanchiamo, più ci sembra di “perdere tempo”.
Ma forse non stai perdendo tempo: stai imparando qualcosa di fondamentale su di te, sul tuo modo di stare nel mondo, su quanto ti pesa quel senso di urgenza che ti accompagna.
C’è una parte di te che sente di “dover arrivare”, e un’altra che forse vorrebbe solo vivere, respirare, sentirsi presente dove si trova.
Non è facile far convivere queste due parti: una spinge verso il futuro, l’altra chiede di restare nel presente. Ma è proprio nel dialogo tra le due che può nascere una forma di pace.
Imparare a vivere nell’“hic et nunc” — nel qui e ora — non significa smettere di avere obiettivi o sogni, ma riconoscere che la vita accade adesso, anche mentre non è “perfetta”. Accade in quel lavoro che forse non è definitivo ma ti permette di esprimerti, nelle relazioni che ancora non sono “la storia giusta” ma ti aiutano a conoscerti meglio, nei momenti di incertezza che ti obbligano a guardarti dentro.
Ogni fase ha un senso, anche se non lo vediamo subito. E non c’è un’età giusta per cominciare o per cambiare: c’è solo il momento in cui finalmente ci sentiamo pronti — e quello è sempre il momento giusto.
Forse il punto non è “avere tempo”, ma fare spazio: dentro di sé, per accogliere ciò che c’è, qui e ora, anche se non coincide con l’idea che avevamo immaginato.
Il tempo non è qualcosa da inseguire, ma un luogo da abitare. E quando impariamo a starci, con gentilezza e senza fretta, allora il tempo smette di correre contro di noi e torna a scorrere insieme a noi.
È come se la vita fosse diventata una corsa a tappe prestabilite: lavoro stabile, relazione, casa, figli… e chi non rispetta l’ordine o i tempi si sente fuori gioco. Ma la verità è che non esiste un tempo universale. Esiste solo il proprio tempo, quello che ciascuno costruisce passo dopo passo, spesso anche inciampando, tornando indietro, cambiando direzione.
L’ansia che descrivi nasce proprio dal tentativo di controllare qualcosa che per sua natura non si può controllare: la vita, con i suoi ritmi, le sue pause, le sue sorprese. È come voler costringere il mare a restare fermo. E più ci proviamo, più ci stanchiamo, più ci sembra di “perdere tempo”.
Ma forse non stai perdendo tempo: stai imparando qualcosa di fondamentale su di te, sul tuo modo di stare nel mondo, su quanto ti pesa quel senso di urgenza che ti accompagna.
C’è una parte di te che sente di “dover arrivare”, e un’altra che forse vorrebbe solo vivere, respirare, sentirsi presente dove si trova.
Non è facile far convivere queste due parti: una spinge verso il futuro, l’altra chiede di restare nel presente. Ma è proprio nel dialogo tra le due che può nascere una forma di pace.
Imparare a vivere nell’“hic et nunc” — nel qui e ora — non significa smettere di avere obiettivi o sogni, ma riconoscere che la vita accade adesso, anche mentre non è “perfetta”. Accade in quel lavoro che forse non è definitivo ma ti permette di esprimerti, nelle relazioni che ancora non sono “la storia giusta” ma ti aiutano a conoscerti meglio, nei momenti di incertezza che ti obbligano a guardarti dentro.
Ogni fase ha un senso, anche se non lo vediamo subito. E non c’è un’età giusta per cominciare o per cambiare: c’è solo il momento in cui finalmente ci sentiamo pronti — e quello è sempre il momento giusto.
Forse il punto non è “avere tempo”, ma fare spazio: dentro di sé, per accogliere ciò che c’è, qui e ora, anche se non coincide con l’idea che avevamo immaginato.
Il tempo non è qualcosa da inseguire, ma un luogo da abitare. E quando impariamo a starci, con gentilezza e senza fretta, allora il tempo smette di correre contro di noi e torna a scorrere insieme a noi.
Buongiorno,
la sua riflessione è molto lucida e tocca un tema che accomuna molte persone oggi: la percezione del tempo come qualcosa che sfugge, da cui bisogna continuamente “recuperare terreno”.
Quello che descrive — l’ansia legata all’idea di “essere in ritardo” rispetto a tappe sociali o personali — è spesso collegato al bisogno di controllo e alla difficoltà di sostare nel presente. La mente ansiosa tende a proiettarsi in avanti per evitare l’incertezza, ma paradossalmente così perde proprio il tempo che cerca di salvare.
Non è una questione solo “filosofica”: è un’esperienza emotiva reale, che nasce dall’incontro tra vissuti personali e pressioni culturali (l’idea di dover avere tutto “a posto” entro una certa età, ad esempio).
È importante riconoscere che il tempo della vita non è uguale per tutti, e che sentirsi “fuori tempo” non significa davvero esserlo — significa piuttosto essere troppo sintonizzati sul ritmo degli altri, e poco sul proprio.
Sta già facendo un ottimo lavoro nel portare queste riflessioni in terapia: condividere con la sua psicologa proprio questi pensieri — la paura di “non avere più tempo” e la fatica a vivere il presente — può aprire uno spazio prezioso per comprendere come questa urgenza si è costruita nella sua storia e come può trovare un ritmo più suo, più autentico.
Un caro saluto,
Dr. Michele Mezzino
la sua riflessione è molto lucida e tocca un tema che accomuna molte persone oggi: la percezione del tempo come qualcosa che sfugge, da cui bisogna continuamente “recuperare terreno”.
Quello che descrive — l’ansia legata all’idea di “essere in ritardo” rispetto a tappe sociali o personali — è spesso collegato al bisogno di controllo e alla difficoltà di sostare nel presente. La mente ansiosa tende a proiettarsi in avanti per evitare l’incertezza, ma paradossalmente così perde proprio il tempo che cerca di salvare.
Non è una questione solo “filosofica”: è un’esperienza emotiva reale, che nasce dall’incontro tra vissuti personali e pressioni culturali (l’idea di dover avere tutto “a posto” entro una certa età, ad esempio).
È importante riconoscere che il tempo della vita non è uguale per tutti, e che sentirsi “fuori tempo” non significa davvero esserlo — significa piuttosto essere troppo sintonizzati sul ritmo degli altri, e poco sul proprio.
Sta già facendo un ottimo lavoro nel portare queste riflessioni in terapia: condividere con la sua psicologa proprio questi pensieri — la paura di “non avere più tempo” e la fatica a vivere il presente — può aprire uno spazio prezioso per comprendere come questa urgenza si è costruita nella sua storia e come può trovare un ritmo più suo, più autentico.
Un caro saluto,
Dr. Michele Mezzino
Gent.ma utente,
lei solleva una problematica che sicuramente affligge moltissime persone al giorno d'oggi. Esiste addirittura la materia del Time Management, una disciplina che si occupa del modo più efficace di sfruttare il tempo a disposizione per portare a tempo tutti gli obiettivi personali. In realtà, piegare il tempo alla nostra volontà è solo un'illusione mentale, così come lo è pensare di poterlo sfruttare per colmare tutte le nostre mancanze.
Il tempo scorre costante e inarrestabile ed è proprio questo che lo rende... innocuo! non è una variabile, non è una dimensione che si altera e come tale non ha bisogno di essere gestito. Proprio così, gestire il tempo non serve a nulla.
La vita degli esseri umani, dunque, non è condizionata dal tempo a disposizione, non ci sono scadenze temporali, non c'è alcun conto alla rovescia, mia cara utente. La mente umana, invece, abile sabotatrice e legata al bias della negatività, vorrebbe farci credere che ci manca sempre il tempo per fare tutto quello che vorremmo, oppure che c'è un tempo limite per essere o diventare qualcuno. Ecco l'ansia che sta sperimentando relativamente al tempo: la paura di non saper cogliere il momento opportuno, di non rispettare assurde tabelle di marcia, di rimanere indietro con la vita e di finire le carte a disposizione nel mazzo delle potenzialità. L'ansia genera il tentativo di controllo, pensieri su pensieri che si accavallano sul tempo, a volte come tiranno insensibile, altre volte come bene primario che ci manca più dell'aria.
L'overthinking può essere la conseguenza delle ansie e delle preoccupazioni, ma può anche diventarne la causa, perché quell'incessante parlottio mentale può provocare irritabilità, stanchezza, confusione, in altri termini malessere psicologico.
La risposta a questa apparente condanna mentale l'ha già trovata, gentile utente: vivere il presente. Il presente non è un punto di congiunzione minuscolo tra passato e futuro, bensì una porta della realtà che si apre alla nostra attenzione. Il presente è la consapevolezza di ciò che accade ora, fuori e dentro di noi, al nostro corpo e all'ambiente circostante, ciò che percepiamo con i sensi, ciò che proviamo a livello emotivo, ciò a cui pensiamo. Si dice "essere presenti" per dichiarare di partecipare alla vita in questo momento con il massimo coinvolgimento. Il tempo non rallenterà, avrà sempre la sua solita inarrestabile cadenza, ma lo staremo occupando in un modo diverso, attivo e partecipe, pienamente consapevole.
In questo stato di consapevolezza si prendono le decisioni, si mettono in moto azioni, si comunica con gli altri, si affrontano i problemi, si creano idee, progetti e obiettivi. Nel presente c'è la vera libertà di scelta, anche quella di sganciarsi dalla ruminazione sul tempo e dalla paura di non averne abbastanza.
Le consiglio di avvicinarsi alla Mindfulness come disciplina che insegna a muovere l'attenzione sul presente, un'abilità della mente che può e deve essere allenata per funzionare al meglio.
Spero di averla aiutata a vedere il suo problema con il tempo da una prospettiva più ampia.
Un caro saluto, Dott. Antonio Cortese
lei solleva una problematica che sicuramente affligge moltissime persone al giorno d'oggi. Esiste addirittura la materia del Time Management, una disciplina che si occupa del modo più efficace di sfruttare il tempo a disposizione per portare a tempo tutti gli obiettivi personali. In realtà, piegare il tempo alla nostra volontà è solo un'illusione mentale, così come lo è pensare di poterlo sfruttare per colmare tutte le nostre mancanze.
Il tempo scorre costante e inarrestabile ed è proprio questo che lo rende... innocuo! non è una variabile, non è una dimensione che si altera e come tale non ha bisogno di essere gestito. Proprio così, gestire il tempo non serve a nulla.
La vita degli esseri umani, dunque, non è condizionata dal tempo a disposizione, non ci sono scadenze temporali, non c'è alcun conto alla rovescia, mia cara utente. La mente umana, invece, abile sabotatrice e legata al bias della negatività, vorrebbe farci credere che ci manca sempre il tempo per fare tutto quello che vorremmo, oppure che c'è un tempo limite per essere o diventare qualcuno. Ecco l'ansia che sta sperimentando relativamente al tempo: la paura di non saper cogliere il momento opportuno, di non rispettare assurde tabelle di marcia, di rimanere indietro con la vita e di finire le carte a disposizione nel mazzo delle potenzialità. L'ansia genera il tentativo di controllo, pensieri su pensieri che si accavallano sul tempo, a volte come tiranno insensibile, altre volte come bene primario che ci manca più dell'aria.
L'overthinking può essere la conseguenza delle ansie e delle preoccupazioni, ma può anche diventarne la causa, perché quell'incessante parlottio mentale può provocare irritabilità, stanchezza, confusione, in altri termini malessere psicologico.
La risposta a questa apparente condanna mentale l'ha già trovata, gentile utente: vivere il presente. Il presente non è un punto di congiunzione minuscolo tra passato e futuro, bensì una porta della realtà che si apre alla nostra attenzione. Il presente è la consapevolezza di ciò che accade ora, fuori e dentro di noi, al nostro corpo e all'ambiente circostante, ciò che percepiamo con i sensi, ciò che proviamo a livello emotivo, ciò a cui pensiamo. Si dice "essere presenti" per dichiarare di partecipare alla vita in questo momento con il massimo coinvolgimento. Il tempo non rallenterà, avrà sempre la sua solita inarrestabile cadenza, ma lo staremo occupando in un modo diverso, attivo e partecipe, pienamente consapevole.
In questo stato di consapevolezza si prendono le decisioni, si mettono in moto azioni, si comunica con gli altri, si affrontano i problemi, si creano idee, progetti e obiettivi. Nel presente c'è la vera libertà di scelta, anche quella di sganciarsi dalla ruminazione sul tempo e dalla paura di non averne abbastanza.
Le consiglio di avvicinarsi alla Mindfulness come disciplina che insegna a muovere l'attenzione sul presente, un'abilità della mente che può e deve essere allenata per funzionare al meglio.
Spero di averla aiutata a vedere il suo problema con il tempo da una prospettiva più ampia.
Un caro saluto, Dott. Antonio Cortese
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