Gentili Dottori, Vi scrivo per sottoporre alla vostra attenzione una situazione personale estrema c
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Gentili Dottori,
Vi scrivo per sottoporre alla vostra attenzione una situazione personale estrema che sta distruggendo ogni ambito della mia vita. Ho 20 anni e convivo con un’ossessione devastante legata alle dimensioni del mio membro, che si aggirano intorno ai 13 cm in erezione, un dato che per me rappresenta un limite inaccettabile e fonte di una paranoia costante. Questo odio per il mio corpo non è superficiale, ma è un’immagine mentale che mi perseguita al di là della realtà oggettiva. anche in passato quando mi allenavo con costanza e i risultati fisici erano evidenti (per esempio riguardando le vecchie foto) io ricordo che continuavo a detestare me stesso con la stessa intensità.
Il mio malessere si “intreccia”profondamente con la mia bisessualità e con la mia scelta di non cercare mai una relazione stabili a causa di problemi mentali che mi portano a definirmi una persona narcisista e cattiva, cerco esclusivamente il sesso occasionale. Tuttavia sono convinto che in questo tipo di interazioni si possa avere successo solo possedendo un bel fisico, un membro importante e una sicurezza di sé che a me mancano totalmente. Aver passato l'intera adolescenza a precludermi ogni esperienza per questi motivi mi ha portato oggi sulla soglia dei vent'anni a vivere in uno stato di angoscia, ansia e frustrazione talmente potenti da impedirmi di dormire per notti intere, rendendo ormai forse inevitabile il ricorso agli psicofarmaci per gestire il DOC che mi è stato diagnosticato anni fa.
L'odio per il mio fisico e l'invidia per chi ottiene successo grazie alla bellezza generano pensieri intrusivi violenti, arrivando a odiare a chiunque non piaccio e a interrompere frequentazioni perché non posso metabolizzare l’idea di piacere a qualcuno. il mio cervello mi impone che io non devo piacere a nessuno . La cosa più atroce è il sabotaggio psicologico che subisco: ogni volta che vivo un momento potenzialmente felice, come una vacanza o una notizia positiva, il mio cervello mi obbliga a essere triste, dicendomi che non merito alcuna gioia e che devo restare triste.
A volte smetto di parlare a amici per mesi interi e chiudo amicizie come se fossero porte. Scompaio all’improvviso senza dire niente a nessuno. In famiglia odio profondamente tutti e cerco sempre di far stare male gli altri per compiacere il mio ego.
Preciso che non sono nemmeno vergine perché comunque ho avuto diverse esperienze ma mi ritrovo a viverle con profonda angoscia e ansia di essere giudicato.
Vi chiedo un parere perché questa spirale di disprezzo per la mia persona e questa negazione della felicità mi stanno togliendo ogni possibilità di futuro, rendendo la mia esistenza un tormento continuo da cui non riesco a trovare pace.
Vi scrivo per sottoporre alla vostra attenzione una situazione personale estrema che sta distruggendo ogni ambito della mia vita. Ho 20 anni e convivo con un’ossessione devastante legata alle dimensioni del mio membro, che si aggirano intorno ai 13 cm in erezione, un dato che per me rappresenta un limite inaccettabile e fonte di una paranoia costante. Questo odio per il mio corpo non è superficiale, ma è un’immagine mentale che mi perseguita al di là della realtà oggettiva. anche in passato quando mi allenavo con costanza e i risultati fisici erano evidenti (per esempio riguardando le vecchie foto) io ricordo che continuavo a detestare me stesso con la stessa intensità.
Il mio malessere si “intreccia”profondamente con la mia bisessualità e con la mia scelta di non cercare mai una relazione stabili a causa di problemi mentali che mi portano a definirmi una persona narcisista e cattiva, cerco esclusivamente il sesso occasionale. Tuttavia sono convinto che in questo tipo di interazioni si possa avere successo solo possedendo un bel fisico, un membro importante e una sicurezza di sé che a me mancano totalmente. Aver passato l'intera adolescenza a precludermi ogni esperienza per questi motivi mi ha portato oggi sulla soglia dei vent'anni a vivere in uno stato di angoscia, ansia e frustrazione talmente potenti da impedirmi di dormire per notti intere, rendendo ormai forse inevitabile il ricorso agli psicofarmaci per gestire il DOC che mi è stato diagnosticato anni fa.
L'odio per il mio fisico e l'invidia per chi ottiene successo grazie alla bellezza generano pensieri intrusivi violenti, arrivando a odiare a chiunque non piaccio e a interrompere frequentazioni perché non posso metabolizzare l’idea di piacere a qualcuno. il mio cervello mi impone che io non devo piacere a nessuno . La cosa più atroce è il sabotaggio psicologico che subisco: ogni volta che vivo un momento potenzialmente felice, come una vacanza o una notizia positiva, il mio cervello mi obbliga a essere triste, dicendomi che non merito alcuna gioia e che devo restare triste.
A volte smetto di parlare a amici per mesi interi e chiudo amicizie come se fossero porte. Scompaio all’improvviso senza dire niente a nessuno. In famiglia odio profondamente tutti e cerco sempre di far stare male gli altri per compiacere il mio ego.
Preciso che non sono nemmeno vergine perché comunque ho avuto diverse esperienze ma mi ritrovo a viverle con profonda angoscia e ansia di essere giudicato.
Vi chiedo un parere perché questa spirale di disprezzo per la mia persona e questa negazione della felicità mi stanno togliendo ogni possibilità di futuro, rendendo la mia esistenza un tormento continuo da cui non riesco a trovare pace.
Quanto dolore nelle tue parole! Spero tu possa cominciare a prenderti cura di te stesso, la Psicoterapia non è infallibile e richiede tempo ed impegno, ma potrebbe accompagnarti verso un futuro più sereno. In bocca al lupo!
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Buonasera,
da quello che racconti si percepisce quanto questo vissuto sia intenso e pervasivo, e quanta sofferenza tu stia portando avanti da tempo. Non è affatto “superficiale”: quando pensieri ossessivi, immagini mentali intrusive e un forte disprezzo verso di sé si intrecciano, possono arrivare a occupare gran parte della vita, proprio come descrivi.
Allo stesso tempo, è importante dirti che ciò che stai vivendo è comprensibile dal punto di vista clinico e, soprattutto, trattabile. Il fatto che tu abbia già una diagnosi di DOC e che riconosca questi meccanismi (il sabotaggio della felicità, i pensieri che ti impongono regole rigide su di te, l’evitamento delle relazioni) è un punto di partenza molto importante. Non sei “sbagliato” o “cattivo”: sono modalità della mente che, per quanto dolorose, possono essere comprese e gradualmente modificate.
Rispetto al tuo corpo e alle prestazioni sessuali, noto quanto il giudizio su di te sia estremamente severo e poco realistico. Spesso in queste situazioni il problema non è il dato oggettivo, ma il significato che la mente gli attribuisce e il valore personale che ne deriva. Questo è un aspetto su cui in terapia si può lavorare in modo concreto e profondo.
Considerata l’intensità dell’ansia, dell’insonnia e dei pensieri intrusivi, potrebbe essere utile affiancare alla psicoterapia anche una valutazione psichiatrica, non come “ultima risorsa”, ma come possibile supporto per ridurre il carico e permetterti di lavorare meglio su di te.
Il punto centrale, però, è che non devi affrontare tutto questo da solo. Esistono percorsi specifici ed efficaci per il DOC e per il rapporto con il corpo e l’autostima, e iniziare un lavoro terapeutico potrebbe davvero offrirti uno spazio sicuro in cui comprenderti senza giudizio e costruire, passo dopo passo, un modo diverso di stare con te stesso e con gli altri.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
da quello che racconti si percepisce quanto questo vissuto sia intenso e pervasivo, e quanta sofferenza tu stia portando avanti da tempo. Non è affatto “superficiale”: quando pensieri ossessivi, immagini mentali intrusive e un forte disprezzo verso di sé si intrecciano, possono arrivare a occupare gran parte della vita, proprio come descrivi.
Allo stesso tempo, è importante dirti che ciò che stai vivendo è comprensibile dal punto di vista clinico e, soprattutto, trattabile. Il fatto che tu abbia già una diagnosi di DOC e che riconosca questi meccanismi (il sabotaggio della felicità, i pensieri che ti impongono regole rigide su di te, l’evitamento delle relazioni) è un punto di partenza molto importante. Non sei “sbagliato” o “cattivo”: sono modalità della mente che, per quanto dolorose, possono essere comprese e gradualmente modificate.
Rispetto al tuo corpo e alle prestazioni sessuali, noto quanto il giudizio su di te sia estremamente severo e poco realistico. Spesso in queste situazioni il problema non è il dato oggettivo, ma il significato che la mente gli attribuisce e il valore personale che ne deriva. Questo è un aspetto su cui in terapia si può lavorare in modo concreto e profondo.
Considerata l’intensità dell’ansia, dell’insonnia e dei pensieri intrusivi, potrebbe essere utile affiancare alla psicoterapia anche una valutazione psichiatrica, non come “ultima risorsa”, ma come possibile supporto per ridurre il carico e permetterti di lavorare meglio su di te.
Il punto centrale, però, è che non devi affrontare tutto questo da solo. Esistono percorsi specifici ed efficaci per il DOC e per il rapporto con il corpo e l’autostima, e iniziare un lavoro terapeutico potrebbe davvero offrirti uno spazio sicuro in cui comprenderti senza giudizio e costruire, passo dopo passo, un modo diverso di stare con te stesso e con gli altri.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
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Gentilissimo Paziente,
capisco quanto sia pesante vivere in questo modo, e da quello che descrive emerge qualcosa di molto più profondo di una semplice insicurezza fisica. La sofferenza che sta provando è reale e intensa, ma non è causata da un difetto del suo corpo: è il modo in cui la sua mente lo interpreta e lo attacca che sta generando questo tormento continuo.
La misura che riporta è del tutto nella norma, e nella realtà delle relazioni e della sessualità non rappresenta affatto un limite oggettivo. Tuttavia, il punto centrale è che anche se fosse diversa, con ogni probabilità il suo disagio resterebbe. Lei stesso lo ha intuito ricordando che, anche quando era in forma e oggettivamente migliorato, continuava a percepirsi in modo negativo. Questo è un segnale molto chiaro che il problema non è il corpo, ma il meccanismo mentale che lo giudica.
Il disturbo ossessivo-compulsivo, soprattutto quando si lega all’immagine corporea, può diventare estremamente pervasivo. Non si limita a un pensiero fastidioso, ma costruisce una vera e propria narrazione interna: la convince di non valere abbastanza, di non meritare piacere o felicità, di dover rinunciare alle relazioni o sabotarle. Anche quei pensieri in cui “si impone” di essere triste o di non poter stare bene non sono una scelta consapevole né un tratto della sua personalità, ma espressioni del disturbo.
Quando parla di rabbia verso gli altri, di chiusure improvvise, di voler far stare male chi le sta vicino, non sta descrivendo una natura “cattiva” o “narcisista” nel senso clinico del termine. Sta descrivendo un sistema di difesa molto rigido, che probabilmente serve a proteggerla da qualcosa di ancora più difficile da tollerare, come il sentirsi vulnerabile, esposto o giudicabile. È come se il suo cervello preferisse distruggere prima di rischiare di essere ferito.
Anche l’idea che nel sesso occasionale servano necessariamente caratteristiche fisiche eccezionali o una sicurezza totale è una convinzione che il disturbo rafforza, ma che non corrisponde alla realtà. Il fatto stesso che lei abbia già avuto esperienze lo dimostra, ma il DOC tende a ignorare o svalutare queste evidenze, mantenendo intatto il senso di inadeguatezza.
Quello che colpisce maggiormente nel suo racconto è l’intensità globale del malessere: l’insonnia, l’angoscia costante, l’impossibilità di godere dei momenti positivi, l’isolamento, i pensieri intrusivi così forti da condizionare il comportamento. In una situazione così, non si tratta più di “resistere” o di cercare di gestire da solo. È assolutamente indicato un intervento strutturato.
Un percorso di psicoterapia cognitivo-comportamentale specifico per il DOC, soprattutto con tecniche mirate come l’ERP, è uno degli strumenti più efficaci in questi casi. Allo stesso modo, una valutazione psichiatrica non va vista come una sconfitta, ma come un possibile supporto: i farmaci, quando indicati, possono ridurre l’intensità delle ossessioni e renderla più libero di lavorare su di sé in terapia.
In bocca al lupo per il suo percorso!
capisco quanto sia pesante vivere in questo modo, e da quello che descrive emerge qualcosa di molto più profondo di una semplice insicurezza fisica. La sofferenza che sta provando è reale e intensa, ma non è causata da un difetto del suo corpo: è il modo in cui la sua mente lo interpreta e lo attacca che sta generando questo tormento continuo.
La misura che riporta è del tutto nella norma, e nella realtà delle relazioni e della sessualità non rappresenta affatto un limite oggettivo. Tuttavia, il punto centrale è che anche se fosse diversa, con ogni probabilità il suo disagio resterebbe. Lei stesso lo ha intuito ricordando che, anche quando era in forma e oggettivamente migliorato, continuava a percepirsi in modo negativo. Questo è un segnale molto chiaro che il problema non è il corpo, ma il meccanismo mentale che lo giudica.
Il disturbo ossessivo-compulsivo, soprattutto quando si lega all’immagine corporea, può diventare estremamente pervasivo. Non si limita a un pensiero fastidioso, ma costruisce una vera e propria narrazione interna: la convince di non valere abbastanza, di non meritare piacere o felicità, di dover rinunciare alle relazioni o sabotarle. Anche quei pensieri in cui “si impone” di essere triste o di non poter stare bene non sono una scelta consapevole né un tratto della sua personalità, ma espressioni del disturbo.
Quando parla di rabbia verso gli altri, di chiusure improvvise, di voler far stare male chi le sta vicino, non sta descrivendo una natura “cattiva” o “narcisista” nel senso clinico del termine. Sta descrivendo un sistema di difesa molto rigido, che probabilmente serve a proteggerla da qualcosa di ancora più difficile da tollerare, come il sentirsi vulnerabile, esposto o giudicabile. È come se il suo cervello preferisse distruggere prima di rischiare di essere ferito.
Anche l’idea che nel sesso occasionale servano necessariamente caratteristiche fisiche eccezionali o una sicurezza totale è una convinzione che il disturbo rafforza, ma che non corrisponde alla realtà. Il fatto stesso che lei abbia già avuto esperienze lo dimostra, ma il DOC tende a ignorare o svalutare queste evidenze, mantenendo intatto il senso di inadeguatezza.
Quello che colpisce maggiormente nel suo racconto è l’intensità globale del malessere: l’insonnia, l’angoscia costante, l’impossibilità di godere dei momenti positivi, l’isolamento, i pensieri intrusivi così forti da condizionare il comportamento. In una situazione così, non si tratta più di “resistere” o di cercare di gestire da solo. È assolutamente indicato un intervento strutturato.
Un percorso di psicoterapia cognitivo-comportamentale specifico per il DOC, soprattutto con tecniche mirate come l’ERP, è uno degli strumenti più efficaci in questi casi. Allo stesso modo, una valutazione psichiatrica non va vista come una sconfitta, ma come un possibile supporto: i farmaci, quando indicati, possono ridurre l’intensità delle ossessioni e renderla più libero di lavorare su di sé in terapia.
In bocca al lupo per il suo percorso!
Buongiorno, la ringrazio per la sincerità ed il coraggio con cui ha descritto quello che sta vivendo. Le sue parole trasmettono chiaramente quanto il suo dolore sia intenso e continuo.
Quello che lei sta vivendo è comprensibili da un punto di vista clinico e trattabile.
Lei parla delle sue dimensioni del pene, ma quello che descrive sembra che il problema non sia realmente lì. Emergono due punti chiave:le ossessioni e il disprezzo per sé stesso. Il fatto che lei, nonostante avesse risultati fisici evidenti continuava a detestarsi mi fa pensare che la sua mente sia orientata a trovare sempre un nuovo motivo per confermare l’idea che non va bene, indipendentemente dalla realtà.
Il dato oggettivo è che le dimensioni del pene sono assolutamente nella norma, ma so che questo non risolverà il problema, perchè la sua mente non sta cercando la verità, ma una certezza assoluta e la perfezione che, quando non trova, attiva ansia e odio.
Il meccanismo che la intrappola segue uno schema preciso: pensiero negativo su di sé, ansia/angoscia, controllo, confronto, ruminazione, autosabotaggio (chiudere le relazioni, isolarsi, provare rabbia), sollievo temporaneo. Questo però fa sì che il pensiero torni ancora più forte.
Inoltre è presente un’immagine negativa di sé con caratteristiche di auto svalutazione profonda spesso legata a schemi più antichi di colpa o vergogna.
Lei si definisce una persona cattiva, ma quello che descrive (odio verso gli altri, sabotaggio delle relazioni sono in realtà dei meccanismi di difesa: meglio allontanare o ferire piuttosto che rischiare di essere rifiutato.
Nel campo della sessualità lei collega il suo valore personale alla prestazione, al fisico e alle dimensioni, ma la sessualità non funziona così.
Le consiglio di intraprendere un percorso di terapia che vada a lavorare sul DOC, sul dismorfismo corporeo e sulla regolazione emotiva.
Le consiglio inoltre anche una valutazione psichiatrica, non come ultima spiaggia ma come supporto alla terapia. Una terapia farmacologica può aiutarla a ridurre l’intensità dei pensieri intrusivi, abbassare l’ansia e permettere alla terapia di funzionare meglio.
Cordiali saluti
Quello che lei sta vivendo è comprensibili da un punto di vista clinico e trattabile.
Lei parla delle sue dimensioni del pene, ma quello che descrive sembra che il problema non sia realmente lì. Emergono due punti chiave:le ossessioni e il disprezzo per sé stesso. Il fatto che lei, nonostante avesse risultati fisici evidenti continuava a detestarsi mi fa pensare che la sua mente sia orientata a trovare sempre un nuovo motivo per confermare l’idea che non va bene, indipendentemente dalla realtà.
Il dato oggettivo è che le dimensioni del pene sono assolutamente nella norma, ma so che questo non risolverà il problema, perchè la sua mente non sta cercando la verità, ma una certezza assoluta e la perfezione che, quando non trova, attiva ansia e odio.
Il meccanismo che la intrappola segue uno schema preciso: pensiero negativo su di sé, ansia/angoscia, controllo, confronto, ruminazione, autosabotaggio (chiudere le relazioni, isolarsi, provare rabbia), sollievo temporaneo. Questo però fa sì che il pensiero torni ancora più forte.
Inoltre è presente un’immagine negativa di sé con caratteristiche di auto svalutazione profonda spesso legata a schemi più antichi di colpa o vergogna.
Lei si definisce una persona cattiva, ma quello che descrive (odio verso gli altri, sabotaggio delle relazioni sono in realtà dei meccanismi di difesa: meglio allontanare o ferire piuttosto che rischiare di essere rifiutato.
Nel campo della sessualità lei collega il suo valore personale alla prestazione, al fisico e alle dimensioni, ma la sessualità non funziona così.
Le consiglio di intraprendere un percorso di terapia che vada a lavorare sul DOC, sul dismorfismo corporeo e sulla regolazione emotiva.
Le consiglio inoltre anche una valutazione psichiatrica, non come ultima spiaggia ma come supporto alla terapia. Una terapia farmacologica può aiutarla a ridurre l’intensità dei pensieri intrusivi, abbassare l’ansia e permettere alla terapia di funzionare meglio.
Cordiali saluti
Salve,
la sua domanda è molto profonda e, soprattutto, molto umana. Quello che descrive non è raro: può accadere che, all’interno di una relazione stabile, soddisfacente e amata, emerga nel tempo una curiosità verso ciò che non si è vissuto, in particolare sul piano affettivo e sessuale. Non è un segnale che “manca qualcosa” nella relazione, ma piuttosto che una parte di sé chiede spazio e riconoscimento.
Più che parlare di “rassegnazione”, che richiama un adattamento passivo e spesso doloroso, può essere più utile pensare in termini di scelta consapevole. Lei si trova di fronte a un conflitto tra due bisogni legittimi: da una parte il valore profondo della relazione che ha costruito, dall’altra il desiderio di esplorazione e novità. Non esiste una soluzione giusta in assoluto, ma esiste la possibilità di comprendere meglio cosa rappresentano per lei questi desideri.
Alcuni spunti di riflessione che possono aiutarla:
Distinguere il desiderio dall’azione: avere fantasie o curiosità non implica necessariamente doverle realizzare. Le fantasie possono anche avere una funzione immaginativa, di vitalità, senza tradursi in comportamento.
Dare un significato al desiderio: cosa rappresenta per lei l’idea di fare altre esperienze? È solo curiosità fisica? È bisogno di conferma, di vitalità, di sentirsi ancora “scelto” o desiderante? Comprendere questo può cambiare molto il modo in cui vive questi pensieri.
Accettare il limite come parte della scelta: ogni scelta importante comporta una rinuncia. Anche restare in una relazione monogama soddisfacente implica rinunciare ad altre possibilità. Non è una perdita “subita”, ma il prezzo inevitabile di ciò che si sceglie di proteggere.
Integrare, non sopprimere: cercare di “far tacere” i pensieri spesso li rende più insistenti. Può essere più utile riconoscerli, accettarli come parte di sé, senza giudizio, imparando a non esserne guidato automaticamente.
Valorizzare la dimensione erotica nella coppia: a volte il desiderio di novità può essere in parte rielaborato all’interno della relazione, attraverso il dialogo, la fantasia condivisa, il rinnovamento dell’intimità, nel rispetto dei limiti dell’altro.
È importante anche riconoscere con grande rispetto la posizione della sua compagna: ha chiarito in modo autentico e coerente i suoi valori e i suoi limiti. Questo rende il conflitto reale, ma anche più definito.
In sintesi, il lavoro non è tanto “rassegnarsi”, quanto arrivare a una scelta che senta davvero sua, assumendosi anche la quota di rinuncia che ogni scelta comporta, senza viverla come una costrizione ma come una direzione di vita.
Un percorso psicologico può aiutarla molto in questo: per esplorare il significato profondo di questi vissuti, gestire la frustrazione e costruire un equilibrio più sostenibile nel tempo.
Le consiglierei quindi di approfondire questi aspetti con uno specialista.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
la sua domanda è molto profonda e, soprattutto, molto umana. Quello che descrive non è raro: può accadere che, all’interno di una relazione stabile, soddisfacente e amata, emerga nel tempo una curiosità verso ciò che non si è vissuto, in particolare sul piano affettivo e sessuale. Non è un segnale che “manca qualcosa” nella relazione, ma piuttosto che una parte di sé chiede spazio e riconoscimento.
Più che parlare di “rassegnazione”, che richiama un adattamento passivo e spesso doloroso, può essere più utile pensare in termini di scelta consapevole. Lei si trova di fronte a un conflitto tra due bisogni legittimi: da una parte il valore profondo della relazione che ha costruito, dall’altra il desiderio di esplorazione e novità. Non esiste una soluzione giusta in assoluto, ma esiste la possibilità di comprendere meglio cosa rappresentano per lei questi desideri.
Alcuni spunti di riflessione che possono aiutarla:
Distinguere il desiderio dall’azione: avere fantasie o curiosità non implica necessariamente doverle realizzare. Le fantasie possono anche avere una funzione immaginativa, di vitalità, senza tradursi in comportamento.
Dare un significato al desiderio: cosa rappresenta per lei l’idea di fare altre esperienze? È solo curiosità fisica? È bisogno di conferma, di vitalità, di sentirsi ancora “scelto” o desiderante? Comprendere questo può cambiare molto il modo in cui vive questi pensieri.
Accettare il limite come parte della scelta: ogni scelta importante comporta una rinuncia. Anche restare in una relazione monogama soddisfacente implica rinunciare ad altre possibilità. Non è una perdita “subita”, ma il prezzo inevitabile di ciò che si sceglie di proteggere.
Integrare, non sopprimere: cercare di “far tacere” i pensieri spesso li rende più insistenti. Può essere più utile riconoscerli, accettarli come parte di sé, senza giudizio, imparando a non esserne guidato automaticamente.
Valorizzare la dimensione erotica nella coppia: a volte il desiderio di novità può essere in parte rielaborato all’interno della relazione, attraverso il dialogo, la fantasia condivisa, il rinnovamento dell’intimità, nel rispetto dei limiti dell’altro.
È importante anche riconoscere con grande rispetto la posizione della sua compagna: ha chiarito in modo autentico e coerente i suoi valori e i suoi limiti. Questo rende il conflitto reale, ma anche più definito.
In sintesi, il lavoro non è tanto “rassegnarsi”, quanto arrivare a una scelta che senta davvero sua, assumendosi anche la quota di rinuncia che ogni scelta comporta, senza viverla come una costrizione ma come una direzione di vita.
Un percorso psicologico può aiutarla molto in questo: per esplorare il significato profondo di questi vissuti, gestire la frustrazione e costruire un equilibrio più sostenibile nel tempo.
Le consiglierei quindi di approfondire questi aspetti con uno specialista.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Salve. Mi dispiace molto quando leggo o sento persone che si portano una diagnosi addosso come un'etichetta. E' qualcosa che crea molta sofferenza e che rischia di diventare uno stigma a cui si può rimane incollati per molto tempo. Mi dispiace ma sarò costretto a dirle qualcosa che può risultare banale e che molti colleghi ( almeno spero) le potrebbero ripetere. Il senso di una consultazione psicologica o psichiatrica dovrebbe accompagnare verso un percorso di presa in carico e affinché si inizi un percorso di terapia. Io non so se Lei sta seguendo un percorso, in caso contrario le consiglierei di iniziarne uno. Certo, fare un percorso non vuol dire essere trasformati all'istante; anzi all'istante quasi mai possiamo ottenere in questa vita qualcosa di che abbia valore. Se voglio scalare una montagna o prendere una laurea, o prendere cintura di karate, ci sarà un percorso, ci sarà fatica e difficoltà. Noi tutti dobbiamo imparare a gestire questa fatica, trovando dentro noi stessi il modo i conciliare il desiderio di raggiungere una meta con la capacità di "godersi il viaggio". E qui mi sembra si può fare molto su questo odio di sé che Lei sperimenta. Perché se interiormente si coltiva un atteggiamento critico e severo, alla lunga non c'è nulla che possa dare sollievo e piacere. Non possiamo dipendere da stimoli esterni, perché tutto ciò che possiamo desiderare fuori di noi alla fine, per essere goduto, incontrerà i nostri sensi e la nostra mente. E' qui che risiede quella severità e quella critica che la fa soffrire. La mente può fissarsi sul corpo o su alcune parti per sfogare questa critica di Sè. Quindi per chi ne soffre può apparire oggettivo e urgente cercare di mutare, trasformare l'aspetto. Ma la critica rimarrà. E' su questo che si può concentrare una psicoterapia. Io le auguro sinceramente di trovare un professionista che possa guidarla in questo viaggio perché possa trovare una dimensione di benessere e pienezza che la vita le può dare.
Cordialmente
L.Vecchi
Cordialmente
L.Vecchi
Ciao! Intanto grazie per aver condiviso i tuoi vissuti, si percepisce da ciò che racconti la tua estrema sofferenza legata al Dismorfismo corporeo e al DOC. Avere una diagnosi e un trattamento farmacologico è il primo passo per la cura, manca il passo successivo: dal mio punto di vista, intraprendere un percorso psicoterapeutico mirato (soprattutto grazie all'aiuto dei farmaci) per disinnescare queste ossessioni e ripristinare un senso di valore personale che prescinda dall'estetica, è lo step in più che ti permetterà di fare un switch effettivo per "trovare pace", come hai detto.
Caro ragazzo, ho letto con attenzione tutto quello che ha scritto. Quello che mi colpisce di più non è la lista dei problemi, ma la sua sofferenza dietro le righe e nel riconoscere che ciò che mostra all'esterno agli altri e con gli altri non coincide con ciò che sente dentro.
Forse nessuno sa o sente ciò che alberga dentro di lei, le sue paure e insicurezze.
Credo potrebbe essere utile per lei iniziare un percorso di terapia per riuscire a tirare fuori tutto questo dolore e riuscire finalmente a liberarsene. Le auguro di ritrovare presto la sua serenità.
Forse nessuno sa o sente ciò che alberga dentro di lei, le sue paure e insicurezze.
Credo potrebbe essere utile per lei iniziare un percorso di terapia per riuscire a tirare fuori tutto questo dolore e riuscire finalmente a liberarsene. Le auguro di ritrovare presto la sua serenità.
Gentile utente,
dalle sue parole emerge una sofferenza molto intensa e continua, che sembra occupare gran parte dei suoi pensieri e influenzare profondamente la sua vita quotidiana, le relazioni e l’immagine che ha di sé. Il fatto che descriva pensieri intrusivi, odio verso il suo corpo e la sensazione di non meritare felicità è un segnale importante che merita attenzione e cura.
Il disagio che prova rispetto alle dimensioni del suo corpo sembra andare oltre il dato oggettivo e assumere le caratteristiche di una preoccupazione ossessiva legata all’immagine corporea, come spesso accade in alcune forme di disturbo ossessivo o di dismorfofobia. Anche il fatto che, nonostante risultati fisici evidenti in passato, il giudizio su di sé non cambiasse, fa pensare che il problema non sia nel corpo, ma nel modo in cui la sua mente interpreta e valuta la sua immagine.
I pensieri che descrive sono segnali di un forte malessere emotivo e meritano un intervento mirato. Il fatto che in passato le sia stato diagnosticato un DOC è un elemento importante, perché questo tipo di pensieri intrusivi e ripetitivi può essere collegato proprio a quel funzionamento.
In una situazione come la sua, è fondamentale non affrontare tutto questo da solo. Se non è già seguito, le consiglierei di intraprendere quanto prima un percorso con uno psicoterapeuta, preferibilmente con esperienza nel trattamento del disturbo ossessivo e dei disturbi dell’immagine corporea. Se invece è già seguito, potrebbe essere utile condividere con il professionista tutta l’intensità dei pensieri che descrive qui, compresa la difficoltà a dormire e l’idea che gli psicofarmaci possano essere necessari: una valutazione psichiatrica, in questi casi, può essere di grande aiuto e non rappresenta una sconfitta, ma uno strumento per ridurre la sofferenza.
È importante anche sottolineare che le dimensioni che riporta rientrano nei parametri comuni, ma soprattutto che la qualità delle relazioni e della sessualità non dipende da un singolo aspetto fisico. Tuttavia, nel suo caso, il punto centrale non sembra essere la realtà oggettiva, ma il giudizio severo e continuo che rivolge verso sé stesso.
La sua richiesta di aiuto è un passo molto significativo: significa che una parte di lei desidera uscire da questa spirale e trovare un modo diverso di stare con sé stesso e con gli altri.
Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
Dott.ssa Veronica Savio
dalle sue parole emerge una sofferenza molto intensa e continua, che sembra occupare gran parte dei suoi pensieri e influenzare profondamente la sua vita quotidiana, le relazioni e l’immagine che ha di sé. Il fatto che descriva pensieri intrusivi, odio verso il suo corpo e la sensazione di non meritare felicità è un segnale importante che merita attenzione e cura.
Il disagio che prova rispetto alle dimensioni del suo corpo sembra andare oltre il dato oggettivo e assumere le caratteristiche di una preoccupazione ossessiva legata all’immagine corporea, come spesso accade in alcune forme di disturbo ossessivo o di dismorfofobia. Anche il fatto che, nonostante risultati fisici evidenti in passato, il giudizio su di sé non cambiasse, fa pensare che il problema non sia nel corpo, ma nel modo in cui la sua mente interpreta e valuta la sua immagine.
I pensieri che descrive sono segnali di un forte malessere emotivo e meritano un intervento mirato. Il fatto che in passato le sia stato diagnosticato un DOC è un elemento importante, perché questo tipo di pensieri intrusivi e ripetitivi può essere collegato proprio a quel funzionamento.
In una situazione come la sua, è fondamentale non affrontare tutto questo da solo. Se non è già seguito, le consiglierei di intraprendere quanto prima un percorso con uno psicoterapeuta, preferibilmente con esperienza nel trattamento del disturbo ossessivo e dei disturbi dell’immagine corporea. Se invece è già seguito, potrebbe essere utile condividere con il professionista tutta l’intensità dei pensieri che descrive qui, compresa la difficoltà a dormire e l’idea che gli psicofarmaci possano essere necessari: una valutazione psichiatrica, in questi casi, può essere di grande aiuto e non rappresenta una sconfitta, ma uno strumento per ridurre la sofferenza.
È importante anche sottolineare che le dimensioni che riporta rientrano nei parametri comuni, ma soprattutto che la qualità delle relazioni e della sessualità non dipende da un singolo aspetto fisico. Tuttavia, nel suo caso, il punto centrale non sembra essere la realtà oggettiva, ma il giudizio severo e continuo che rivolge verso sé stesso.
La sua richiesta di aiuto è un passo molto significativo: significa che una parte di lei desidera uscire da questa spirale e trovare un modo diverso di stare con sé stesso e con gli altri.
Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
Dott.ssa Veronica Savio
Gentile utente, il primo punto importante è provare a scardinare questa prospettiva, altrimenti è destinato a soffrire e invece in lei ci sono tutti gli elementi per poter vivere bene. Metta in cantiere di imparare a volersi bene proprio così e tenersi stretti coloro che le vogliono bene per come è! Forse proprio il suo corpo la sta guidando ad un importante passaggio evolutivo e a portare attenzione a cose più significative e profonde dell'aspetto esteriore, su cui peraltro i gusti sono estremamente soggettivi e variano di persona in persona.
Gentile utente di mio dottore,
affianchi al trattamento farmacologico un percorso di psicoterapia, la aiuterà con il tempo ad affrontare singolarmente tutte le difficoltà qui esposte.
Cordiali saluti
Dott. Diego Ferrara
affianchi al trattamento farmacologico un percorso di psicoterapia, la aiuterà con il tempo ad affrontare singolarmente tutte le difficoltà qui esposte.
Cordiali saluti
Dott. Diego Ferrara
Ha scritto cose molto difficili, e si sente quanto peso porta ogni giorno. C'è una cosa che emerge con chiarezza: la sua mente sembra essersi costruita una narrativa molto rigida su di sé, sul corpo, sul valore, sul meritare o meno qualcosa di buono. Questa narrativa è così radicata che resiste anche alle prove contrarie, e questo è uno dei tratti più caratteristici di certi tipi di sofferenza psicologica. Non è un difetto di personalità, è qualcosa che si è strutturato nel tempo e che ha bisogno di un lavoro specifico per essere modificato.
Ha già una diagnosi, e questo significa che il sistema di cura ha già incrociato la sua storia. Il passo che sembra mancare è un percorso attivo e continuativo, psicoterapeutico e, se necessario, psichiatrico, che affronti questo quadro nella sua complessità. A vent'anni, con una sofferenza di questa intensità, cercare quel supporto adesso può fare una differenza reale.
Ha già una diagnosi, e questo significa che il sistema di cura ha già incrociato la sua storia. Il passo che sembra mancare è un percorso attivo e continuativo, psicoterapeutico e, se necessario, psichiatrico, che affronti questo quadro nella sua complessità. A vent'anni, con una sofferenza di questa intensità, cercare quel supporto adesso può fare una differenza reale.
Gentile utente,
mi spiace molto per il profondo disagio che sta provando.
Le suggerirei caldamente di iniziare un percorso di terapia personale, poiché le dinamiche di cui parla sono complesse e intersecate e non escludo che non riguardino solo il DOC, ma anche altri tratti personologici che forse non ha indagato o non sono chiari.
La terapia cognitivo-comportamentale è un trattamento molto efficace per il DOC, pensieri intrusivi e per i comportamenti di evitamento e chiusura, oltre che per indagare le origini del disprezzo che prova verso di sé e guidarla nell'avere una vita più gratificante e di accettazione verso il suo corpo e se stesso.
Resto a disposizione per un primo colloquio o ulteriori necessità.
Un caro saluto, dott.ssa Giulia Pelini
mi spiace molto per il profondo disagio che sta provando.
Le suggerirei caldamente di iniziare un percorso di terapia personale, poiché le dinamiche di cui parla sono complesse e intersecate e non escludo che non riguardino solo il DOC, ma anche altri tratti personologici che forse non ha indagato o non sono chiari.
La terapia cognitivo-comportamentale è un trattamento molto efficace per il DOC, pensieri intrusivi e per i comportamenti di evitamento e chiusura, oltre che per indagare le origini del disprezzo che prova verso di sé e guidarla nell'avere una vita più gratificante e di accettazione verso il suo corpo e se stesso.
Resto a disposizione per un primo colloquio o ulteriori necessità.
Un caro saluto, dott.ssa Giulia Pelini
Salve,
la ringrazio per aver condiviso con tanta sincerità e profondità un vissuto così complesso e doloroso. Dalle sue parole emerge chiaramente quanto la sofferenza che sta attraversando sia intensa, pervasiva e radicata nel tempo. Il fatto che lei riesca a descriverla con questa lucidità è già un elemento importante, perché indica una consapevolezza che può diventare un punto di partenza nel lavoro terapeutico.
Quello che descrive sembra andare ben oltre una semplice preoccupazione legata all’aspetto fisico. L’immagine di sé che riporta appare fortemente distorta e accompagnata da pensieri intrusivi, autosvalutanti e coercitivi (“non devo piacere”, “non merito felicità”) che sembrano imporsi contro la sua volontà. Questo tipo di esperienza è spesso associato a dinamiche ossessive e a un funzionamento interno molto severo e punitivo.
Colpisce anche il fatto che, indipendentemente dai cambiamenti oggettivi (come nel caso del suo allenamento passato), la percezione di sé rimanga invariata: questo suggerisce che il nucleo del disagio non risiede nel corpo in sé, ma nel modo in cui viene vissuto e rappresentato internamente.
Lei descrive inoltre comportamenti di ritiro, rottura improvvisa delle relazioni, difficoltà a tollerare il piacere e una tendenza al sabotaggio nei momenti positivi. Tutti questi elementi fanno pensare a una sofferenza profonda nella relazione con sé stesso e con gli altri, dove il contatto emotivo viene vissuto come pericoloso o intollerabile.
È importante sottolineare un punto: il fatto che lei si definisca “narcisista e cattivo” sembra più una forma di giudizio duro verso sé stesso che una reale descrizione della sua persona. Spesso, dietro queste etichette, si nascondono vissuti di vergogna, inadeguatezza e paura del rifiuto molto intensi.
Considerata la diagnosi pregressa di DOC e l’impatto significativo che questi pensieri hanno sulla sua qualità di vita (insonnia, isolamento, angoscia costante), ritengo molto importante che lei possa intraprendere – o proseguire, se già avviato – un percorso psicoterapeutico strutturato.
Quello che sta vivendo, per quanto doloroso, è qualcosa su cui è possibile lavorare. Non è una condanna definitiva né una caratteristica immutabile della sua persona. Il fatto che lei oggi chieda aiuto è un segnale importante: una parte di lei non si è arresa a questa sofferenza.
Resto a disposizione per eventuali approfondimenti e le suggerisco, se possibile, di non affrontare tutto questo da solo.
Un cordiale saluto,
Dott.ssa Evira Cerullo
Psicoterapeuta
la ringrazio per aver condiviso con tanta sincerità e profondità un vissuto così complesso e doloroso. Dalle sue parole emerge chiaramente quanto la sofferenza che sta attraversando sia intensa, pervasiva e radicata nel tempo. Il fatto che lei riesca a descriverla con questa lucidità è già un elemento importante, perché indica una consapevolezza che può diventare un punto di partenza nel lavoro terapeutico.
Quello che descrive sembra andare ben oltre una semplice preoccupazione legata all’aspetto fisico. L’immagine di sé che riporta appare fortemente distorta e accompagnata da pensieri intrusivi, autosvalutanti e coercitivi (“non devo piacere”, “non merito felicità”) che sembrano imporsi contro la sua volontà. Questo tipo di esperienza è spesso associato a dinamiche ossessive e a un funzionamento interno molto severo e punitivo.
Colpisce anche il fatto che, indipendentemente dai cambiamenti oggettivi (come nel caso del suo allenamento passato), la percezione di sé rimanga invariata: questo suggerisce che il nucleo del disagio non risiede nel corpo in sé, ma nel modo in cui viene vissuto e rappresentato internamente.
Lei descrive inoltre comportamenti di ritiro, rottura improvvisa delle relazioni, difficoltà a tollerare il piacere e una tendenza al sabotaggio nei momenti positivi. Tutti questi elementi fanno pensare a una sofferenza profonda nella relazione con sé stesso e con gli altri, dove il contatto emotivo viene vissuto come pericoloso o intollerabile.
È importante sottolineare un punto: il fatto che lei si definisca “narcisista e cattivo” sembra più una forma di giudizio duro verso sé stesso che una reale descrizione della sua persona. Spesso, dietro queste etichette, si nascondono vissuti di vergogna, inadeguatezza e paura del rifiuto molto intensi.
Considerata la diagnosi pregressa di DOC e l’impatto significativo che questi pensieri hanno sulla sua qualità di vita (insonnia, isolamento, angoscia costante), ritengo molto importante che lei possa intraprendere – o proseguire, se già avviato – un percorso psicoterapeutico strutturato.
Quello che sta vivendo, per quanto doloroso, è qualcosa su cui è possibile lavorare. Non è una condanna definitiva né una caratteristica immutabile della sua persona. Il fatto che lei oggi chieda aiuto è un segnale importante: una parte di lei non si è arresa a questa sofferenza.
Resto a disposizione per eventuali approfondimenti e le suggerisco, se possibile, di non affrontare tutto questo da solo.
Un cordiale saluto,
Dott.ssa Evira Cerullo
Psicoterapeuta
Capisco quanto possa essere logorante vivere in un costante stato di allerta, dove ogni centimetro del proprio corpo e ogni interazione con gli altri diventano un tribunale. In un'ottica psicodinamica, questo odio così feroce per la propria immagine e questa spinta a sabotare ogni momento di serenità sembrano parlare di una ferita molto antica, che nulla ha a che fare con i numeri o le proporzioni reali.
È come se la sua mente avesse eletto il corpo a "colpevole" di un malessere più profondo, trasformando un dato fisico in un simbolo di inadeguatezza totale. Questo meccanismo, per quanto doloroso, paradossalmente la protegge: finché il problema sono i 13 centimetri o l'aspetto fisico, la causa dell'infelicità è circoscritta a qualcosa di concreto, evitandole di dover guardare un vuoto interiore che fa molta più paura. Anche definirsi "narcisista e cattivo" o far star male gli altri sembra una forma di difesa; è un modo per dire "vi allontano io prima che possiate farlo voi", riprendendo un controllo che sente di non avere.
Il sabotaggio della gioia e il bisogno di sparire dalle vite altrui suggeriscono che, nel suo mondo interno, esista una parte di sé estremamente severa che le proibisce di essere felice. È come se il piacere o l'intimità fossero percepiti come pericoli, perché la costringerebbero ad abbassare la guardia e a mostrarsi nella sua vulnerabilità. In questo senso, il sesso occasionale diventa l'unico terreno possibile perché permette di restare sulla superficie, dove il giudizio estetico maschera la paura di un incontro umano più profondo.
Questo tormento costante non è una condanna definitiva, ma il segnale di un conflitto che consuma ogni sua energia. Forse, prima di cercare soluzioni pratiche o "routine", sarebbe importante concedersi uno spazio dove questo dolore possa essere accolto senza essere giudicato come "cattiveria". Intraprendere un percorso terapeutico potrebbe aiutarla a capire perché la sua mente ha bisogno di punirla così duramente e come iniziare, lentamente, a disarmare questo nemico interno che le impedisce di vivere.
È come se la sua mente avesse eletto il corpo a "colpevole" di un malessere più profondo, trasformando un dato fisico in un simbolo di inadeguatezza totale. Questo meccanismo, per quanto doloroso, paradossalmente la protegge: finché il problema sono i 13 centimetri o l'aspetto fisico, la causa dell'infelicità è circoscritta a qualcosa di concreto, evitandole di dover guardare un vuoto interiore che fa molta più paura. Anche definirsi "narcisista e cattivo" o far star male gli altri sembra una forma di difesa; è un modo per dire "vi allontano io prima che possiate farlo voi", riprendendo un controllo che sente di non avere.
Il sabotaggio della gioia e il bisogno di sparire dalle vite altrui suggeriscono che, nel suo mondo interno, esista una parte di sé estremamente severa che le proibisce di essere felice. È come se il piacere o l'intimità fossero percepiti come pericoli, perché la costringerebbero ad abbassare la guardia e a mostrarsi nella sua vulnerabilità. In questo senso, il sesso occasionale diventa l'unico terreno possibile perché permette di restare sulla superficie, dove il giudizio estetico maschera la paura di un incontro umano più profondo.
Questo tormento costante non è una condanna definitiva, ma il segnale di un conflitto che consuma ogni sua energia. Forse, prima di cercare soluzioni pratiche o "routine", sarebbe importante concedersi uno spazio dove questo dolore possa essere accolto senza essere giudicato come "cattiveria". Intraprendere un percorso terapeutico potrebbe aiutarla a capire perché la sua mente ha bisogno di punirla così duramente e come iniziare, lentamente, a disarmare questo nemico interno che le impedisce di vivere.
Buona sera caro utente, è chiaro che ha bisogno di aiuto perché in questo momento si trova a dover fronteggiare una pletora di problemi che s'intrecciano e si fortificano l'un l'altro: pensieri ossessivi e compulsivi, evitamento, ansia generalizzata, depressione, insonnia, una mancata accettazione del suo corpo, ecc. ecc. Bisogna cominciare prima da un problema e poi man mano risalire... se ha piacere mi scriva, le risponderò con piacere.
Buonasera,
da ciò che scrive si sente quanto la sofferenza sia intensa e quanto occupi ogni spazio della sua vita. Non riguarda solo il corpo, ma soprattutto il modo in cui la sua mente le parla: un dialogo interno molto duro, che la giudica, la svaluta e le impedisce di vivere con serenità anche i momenti positivi.
Il punto centrale non è la dimensione del corpo in sé, ma il significato che ha assunto per lei e il meccanismo che si è creato. Il fatto che questa insoddisfazione si ripresenti anche in altri ambiti, come quando si allenava o nelle relazioni, fa pensare a uno schema più profondo, coerente con una componente ossessiva: non una verità su di lei, ma un circuito mentale che si autoalimenta e che più viene ascoltato, più diventa potente.
Anche i pensieri di essere “cattivo” o di non meritare felicità sembrano inserirsi in questo stesso meccanismo, portandola a isolarsi e a interrompere i rapporti proprio quando potrebbero farle bene. È come se una parte di lei cercasse il contatto e la vita, mentre un’altra la spingesse a chiudere tutto.
In questo momento è davvero importante che non affronti tutto da solo. Un percorso psicologico mirato, soprattutto su questi aspetti ossessivi, può aiutarla a prendere distanza da questi pensieri e a ridurne l’impatto, permettendole nel tempo di costruire un rapporto meno persecutorio con se stesso.
Il fatto che lei riesca a descrivere con tanta lucidità ciò che sta vivendo e che senta il bisogno di un confronto è già un segnale importante: significa che dentro di lei c’è anche una parte che vuole stare meglio e che non si è arresa.
Non è una condizione immutabile. Con il giusto supporto, questo circolo può essere compreso e modificato.
Un caro saluto.
da ciò che scrive si sente quanto la sofferenza sia intensa e quanto occupi ogni spazio della sua vita. Non riguarda solo il corpo, ma soprattutto il modo in cui la sua mente le parla: un dialogo interno molto duro, che la giudica, la svaluta e le impedisce di vivere con serenità anche i momenti positivi.
Il punto centrale non è la dimensione del corpo in sé, ma il significato che ha assunto per lei e il meccanismo che si è creato. Il fatto che questa insoddisfazione si ripresenti anche in altri ambiti, come quando si allenava o nelle relazioni, fa pensare a uno schema più profondo, coerente con una componente ossessiva: non una verità su di lei, ma un circuito mentale che si autoalimenta e che più viene ascoltato, più diventa potente.
Anche i pensieri di essere “cattivo” o di non meritare felicità sembrano inserirsi in questo stesso meccanismo, portandola a isolarsi e a interrompere i rapporti proprio quando potrebbero farle bene. È come se una parte di lei cercasse il contatto e la vita, mentre un’altra la spingesse a chiudere tutto.
In questo momento è davvero importante che non affronti tutto da solo. Un percorso psicologico mirato, soprattutto su questi aspetti ossessivi, può aiutarla a prendere distanza da questi pensieri e a ridurne l’impatto, permettendole nel tempo di costruire un rapporto meno persecutorio con se stesso.
Il fatto che lei riesca a descrivere con tanta lucidità ciò che sta vivendo e che senta il bisogno di un confronto è già un segnale importante: significa che dentro di lei c’è anche una parte che vuole stare meglio e che non si è arresa.
Non è una condizione immutabile. Con il giusto supporto, questo circolo può essere compreso e modificato.
Un caro saluto.
Buongiorno,
la ringrazio per aver condiviso in modo così aperto quello che sta vivendo.
Dalle sue parole emerge una sofferenza intensa, che coinvolge sia il rapporto con la sua immagine corporea sia un insieme di pensieri intrusivi e giudizi molto duri su di sé, che tendono a ripetersi e a condizionare profondamente il suo modo di stare nelle relazioni e nella vita quotidiana.
Quello che descrive non riguarda tanto un aspetto fisico in sé, quanto un funzionamento interno caratterizzato da autocritica molto forte, rigidità e pensieri ossessivi che sembrano prendere il sopravvento.
Rispetto a questo tipo di difficoltà esistono percorsi psicologici specifici ed efficaci, e quando necessario anche un supporto medico/psichiatrico, che possono aiutare a lavorare in modo strutturato su questi meccanismi.
Il fatto che lei riesca a raccontare con chiarezza ciò che le accade è già un elemento importante.
Le consiglierei di non affrontare questa situazione da solo, ma di rivolgersi a uno specialista per iniziare un percorso adeguato.
Resto a disposizione per eventuali informazioni.
Un cordiale saluto!
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
la ringrazio per aver condiviso in modo così aperto quello che sta vivendo.
Dalle sue parole emerge una sofferenza intensa, che coinvolge sia il rapporto con la sua immagine corporea sia un insieme di pensieri intrusivi e giudizi molto duri su di sé, che tendono a ripetersi e a condizionare profondamente il suo modo di stare nelle relazioni e nella vita quotidiana.
Quello che descrive non riguarda tanto un aspetto fisico in sé, quanto un funzionamento interno caratterizzato da autocritica molto forte, rigidità e pensieri ossessivi che sembrano prendere il sopravvento.
Rispetto a questo tipo di difficoltà esistono percorsi psicologici specifici ed efficaci, e quando necessario anche un supporto medico/psichiatrico, che possono aiutare a lavorare in modo strutturato su questi meccanismi.
Il fatto che lei riesca a raccontare con chiarezza ciò che le accade è già un elemento importante.
Le consiglierei di non affrontare questa situazione da solo, ma di rivolgersi a uno specialista per iniziare un percorso adeguato.
Resto a disposizione per eventuali informazioni.
Un cordiale saluto!
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Buongiorno, la mia riflessione parte da un dato che ha citato all'inizione della richiesta: le dimensioni del suo membro. La lunghezza di 13 cm risulta cadere perfettamente nella media internazionale; esistono dei criteri precisi per la misurazione del pene che le suggerisco di cercare anche online; eventualmente valuti la visita da un medico andrologo. Capita a molti uomini di commettere dei piccoli errori nella misurazione del pene che poi si riflettono sui pensieri che sviluppano successivamente.
Per quanto riguarda invece l'immagine corporea di sè di cui parla le consiglierei di non affrontare tutto questo da solo: un confronto con uno psichiatra e un percorso psicoterapeutico possono aiutarla a ridurre l’intensità di questi pensieri e a comprendere meglio cosa le accade.
Il tema della sessualità è un tema dove non è molto complesso tracciare una linea tra ciò che è normale e ciò che non lo è. Le uniche regole che esistono riguardano il fatto che sia una pratica sicura, sana e consensuale tra i partner.
Se la sofferenza diventa troppo intensa, cerchi aiuto quanto prima: non è qualcosa che deve gestire da solo.
Un cordiale saluto,
Antonio Pagni Fedi
Per quanto riguarda invece l'immagine corporea di sè di cui parla le consiglierei di non affrontare tutto questo da solo: un confronto con uno psichiatra e un percorso psicoterapeutico possono aiutarla a ridurre l’intensità di questi pensieri e a comprendere meglio cosa le accade.
Il tema della sessualità è un tema dove non è molto complesso tracciare una linea tra ciò che è normale e ciò che non lo è. Le uniche regole che esistono riguardano il fatto che sia una pratica sicura, sana e consensuale tra i partner.
Se la sofferenza diventa troppo intensa, cerchi aiuto quanto prima: non è qualcosa che deve gestire da solo.
Un cordiale saluto,
Antonio Pagni Fedi
Quello che descrivi è molto intenso, e si sente quanto questa esperienza non sia solo un pensiero sul tuo corpo, ma qualcosa che ti attraversa completamente, fino a influenzare il modo in cui vivi le relazioni, il piacere, perfino i momenti che potrebbero essere positivi.
Mi colpisce un aspetto in particolare: tu stesso dici che non è una questione “oggettiva”, ma un’immagine mentale che ritorna, insiste, si impone. Questo è un punto molto importante, perché sposta il focus da come sei fatto a come la tua mente tratta ciò che sei. Anche il fatto che, in passato, nonostante risultati fisici evidenti, il disprezzo fosse identico, sembra andare nella stessa direzione: non è qualcosa che cambia al cambiare del corpo.
In questo senso, quello che descrivi ha molto a che fare con il funzionamento ossessivo. Non tanto perché “pensi troppo”, ma perché sembra esserci una parte della tua mente che:
ti attacca,
ti giudica,
ti impone regole rigide su cosa dovresti essere,
e soprattutto non ti permette di uscire da quel circuito.
Quando dici che il tuo cervello “ti obbliga” a essere triste o che non devi piacere a nessuno, stai descrivendo bene questa esperienza: non è una scelta, è qualcosa che si impone.
Allo stesso tempo, dentro quello che racconti c’è anche un’altra dinamica molto forte: una sorta di sistema interno che ti mette in una posizione senza via d’uscita. Da una parte desideri il contatto, il sesso, il riconoscimento. Dall’altra, nel momento in cui qualcosa si avvicina, scatta il sabotaggio: l’angoscia, il ritiro, l’idea di non meritare, fino a chiudere i rapporti. È come se la possibilità di stare bene diventasse pericolosa e andasse immediatamente annullata.
Quando ti definisci “narcisista e cattivo”, mi sembra importante non prendere questa etichetta alla lettera. A volte parole così dure sono il modo in cui quella stessa parte critica della mente organizza l’esperienza: non tanto per descriverti davvero, ma per tenerti dentro un’immagine negativa stabile, che non cambia.
Il punto forse più rilevante, però, è un altro: tu stai già facendo qualcosa di molto importante, cioè riconoscere che questo funzionamento ti sta togliendo spazio di vita. Non lo stai normalizzando, non lo stai minimizzando. Questo è un passaggio tutt’altro che scontato.
Capisco anche il pensiero sugli psicofarmaci. In alcuni casi possono aiutare a ridurre l’intensità dell’angoscia e dei pensieri intrusivi, creando un po’ più di margine. Ma difficilmente, da soli, modificano quel tipo di dialogo interno che descrivi. Per quello serve un lavoro psicologico che entri proprio nel modo in cui questi pensieri funzionano e nel rapporto che hai con essi.
Forse una prima direzione, senza voler risolvere tutto subito, potrebbe essere iniziare a distinguere — anche solo mentalmente — tra:
quello che pensi
e il modo in cui la tua mente ti parla.
Per esempio, quando emerge “non devi piacere a nessuno”, provare a riconoscerlo non come una verità su di te, ma come un tipo di pensiero che la tua mente produce. Può sembrare una differenza piccola, ma nel tempo può cambiare il rapporto con questi contenuti.
Mi colpisce un aspetto in particolare: tu stesso dici che non è una questione “oggettiva”, ma un’immagine mentale che ritorna, insiste, si impone. Questo è un punto molto importante, perché sposta il focus da come sei fatto a come la tua mente tratta ciò che sei. Anche il fatto che, in passato, nonostante risultati fisici evidenti, il disprezzo fosse identico, sembra andare nella stessa direzione: non è qualcosa che cambia al cambiare del corpo.
In questo senso, quello che descrivi ha molto a che fare con il funzionamento ossessivo. Non tanto perché “pensi troppo”, ma perché sembra esserci una parte della tua mente che:
ti attacca,
ti giudica,
ti impone regole rigide su cosa dovresti essere,
e soprattutto non ti permette di uscire da quel circuito.
Quando dici che il tuo cervello “ti obbliga” a essere triste o che non devi piacere a nessuno, stai descrivendo bene questa esperienza: non è una scelta, è qualcosa che si impone.
Allo stesso tempo, dentro quello che racconti c’è anche un’altra dinamica molto forte: una sorta di sistema interno che ti mette in una posizione senza via d’uscita. Da una parte desideri il contatto, il sesso, il riconoscimento. Dall’altra, nel momento in cui qualcosa si avvicina, scatta il sabotaggio: l’angoscia, il ritiro, l’idea di non meritare, fino a chiudere i rapporti. È come se la possibilità di stare bene diventasse pericolosa e andasse immediatamente annullata.
Quando ti definisci “narcisista e cattivo”, mi sembra importante non prendere questa etichetta alla lettera. A volte parole così dure sono il modo in cui quella stessa parte critica della mente organizza l’esperienza: non tanto per descriverti davvero, ma per tenerti dentro un’immagine negativa stabile, che non cambia.
Il punto forse più rilevante, però, è un altro: tu stai già facendo qualcosa di molto importante, cioè riconoscere che questo funzionamento ti sta togliendo spazio di vita. Non lo stai normalizzando, non lo stai minimizzando. Questo è un passaggio tutt’altro che scontato.
Capisco anche il pensiero sugli psicofarmaci. In alcuni casi possono aiutare a ridurre l’intensità dell’angoscia e dei pensieri intrusivi, creando un po’ più di margine. Ma difficilmente, da soli, modificano quel tipo di dialogo interno che descrivi. Per quello serve un lavoro psicologico che entri proprio nel modo in cui questi pensieri funzionano e nel rapporto che hai con essi.
Forse una prima direzione, senza voler risolvere tutto subito, potrebbe essere iniziare a distinguere — anche solo mentalmente — tra:
quello che pensi
e il modo in cui la tua mente ti parla.
Per esempio, quando emerge “non devi piacere a nessuno”, provare a riconoscerlo non come una verità su di te, ma come un tipo di pensiero che la tua mente produce. Può sembrare una differenza piccola, ma nel tempo può cambiare il rapporto con questi contenuti.
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