Dottori forse sono strana o non riesco a capire bene come funziona la terapia, un percorso psicologi

27 risposte
Dottori forse sono strana o non riesco a capire bene come funziona la terapia, un percorso psicologico, ma io quando vado da un professionista e mi si chiede il perché al primo incontro, poi nei successivi incontri cosa si fa? ci si conosce? O si parla di quel problema per cui si è andati, cioe come funziona, se io espongo il perché, vorrei risolvere quei problemi che mi portano ad andare, e allora poi si continua però a parlare di me, o io posso continuare a parlare di ciò che mi turba, del problema, su cosa ci si concentra? Sulla persona? Perché forse sono io che pretendo di essere capita subito e di avere la soluzione? È un percorso davvero che deve andare piano? Perché non so cosa fare, se continuare o lasciare perdere e tenermi i problemi..premetto che è il secondo incontro ma ho questi pensieri..
Nei primi incontri di terapia si inizia a conoscersi e a capire cosa ti ha portato dal professionista. Si parla del problema principale, ma anche di te, delle tue emozioni e di come vivi la situazione. Non è necessario avere soluzioni immediate: la terapia funziona passo passo, costruendo gradualmente comprensione e strumenti per affrontare le difficoltà.

È importante parlare apertamente con il terapeuta di come ti senti, dei tuoi dubbi e delle aspettative che hai, compreso il desiderio di concentrarti subito sul problema e la sensazione di urgenza di trovare una soluzione. Condividere questo vissuto permette al terapeuta di modulare il percorso sulle tue necessità e chiarire insieme come procedere.

È normale, soprattutto nelle prime fasi, avere la sensazione di voler “non perdere tempo”: due incontri sono ancora una fase iniziale, utile a conoscersi e a impostare il lavoro in modo efficace. Parlare di questo con il terapeuta può aiutarti a sentirti più sicura e a dare senso ai tempi del percorso.

Risolvi i tuoi dubbi grazie alla consulenza online

Se hai bisogno del consiglio di uno specialista, prenota una consulenza online. Otterrai risposte senza muoverti da casa.

Mostra risultati Come funziona?
Carissima,
ogni percorso è personale e individualizzato e inizia, e continua, in maniera molto diversa l’uno dall’altro. Si può per esempio partire dal motivo principale che l’ha spinta a richiedere la consulenza, per poi andare ad indagare e affrontare altre tematiche più o meno correlate. Possono anche emergere, in corso di terapia, argomenti nuovi o mai affrontati prima. È un percorso che può essere breve e focalizzato oppure più lungo e complesso, ma che in generale mi piace definire sempre come “reciproco e in divenire”, con tempi e spazi personali e condivisi tra paziente e terapeuta. Si dia il tempo di valutare e di provare a mettersi in gioco, e se ha dei dubbi o delle perplessità provi a parlarne con il suo professionista di riferimento. Un caro saluto
Dott. Valerio Romano
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Buongiorno,
Capisco benissimo il tuo dubbio, e non c’è nulla di “strano”: molte persone al secondo incontro si chiedono se stanno “facendo bene”, se stanno dicendo le cose giuste e soprattutto quando arriverà qualcosa che assomigli a un aiuto concreto.
In genere il primo colloquio serve a mettere a fuoco cosa ti ha portato lì e come stai, mentre i primi incontri successivi sono spesso una fase di orientamento: si comincia a conoscerti, sì, ma non per curiosità “generica”. Conoscere te serve a capire come il problema si è formato, cosa lo mantiene oggi, cosa lo fa peggiorare o cosa lo attenua, e quali risorse hai. In terapia di solito si lavora su entrambi i piani: il problema che ti fa soffrire e la persona che lo sta vivendo, perché le due cose sono intrecciate.
Non è necessario “capire tutto subito” né avere subito la soluzione. A volte l’effetto iniziale è proprio quello che descrivi: la mente vorrebbe chiarezza immediata, mentre il percorso procede per passi. Questo non significa che debba andare “a vuoto” o all’infinito: può essere utile, già ora, portare al terapeuta esattamente questi pensieri (“mi chiedo cosa si fa nei prossimi incontri”, “ho paura di perdere tempo”, “vorrei capire su cosa ci concentreremo”). È un tema terapeutico importante, perché riguarda aspettative, fiducia e bisogno di essere aiutata.
Quanto al “di cosa si parla”, di solito non c’è una regola rigida: si parte da ciò che ti turba nel presente, ma a volte si torna su aspetti della tua storia o del tuo modo di vivere le emozioni e le relazioni, perché lì si trovano i nodi che rendono quel problema così persistente. In alcuni approcci già dalle prime sedute si definiscono obiettivi e strumenti; in altri si lavora più sul significato, sulle emozioni e sui modelli relazionali. In entrambi i casi, però, la terapia dovrebbe darti progressivamente una sensazione di maggiore comprensione e di maggiore possibilità di scelta.
Il fatto che tu ti stia chiedendo se “pretendi di essere capita subito” è già una buona osservazione: spesso chi soffre da tempo desidera un sollievo rapido, ed è umano. Ma “andare piano” non vuol dire restare fermi: vuol dire costruire basi solide perché il cambiamento non sia solo un consiglio, ma qualcosa che regge nella tua vita.

Se al secondo incontro ti senti confusa, è molto presto per concludere che “non funziona”. Più utile è trasformare il dubbio in una domanda da portare lì: come si lavorerà, quali obiettivi, con che tempi, e come capirete insieme se state andando nella direzione giusta. Questo, in terapia, è assolutamente lecito.

Un caro saluto,
Dott. Valerio Romano
Cara utente,
di solito il primo incontro serve a capire cosa la porta e a iniziare a conoscersi. Nei colloqui successivi non si abbandona il problema: lo si esplora collegandolo alla sua storia, al suo modo di sentire e di stare nelle relazioni. Si lavora sia sul problema che sulla persona, perché i sintomi non nascono nel vuoto: sono tentativi di adattamento che hanno una radice.
È comprensibile desiderare di essere capiti subito e avere una soluzione rapida, ma la terapia non è una riparazione veloce: è più simile a seguire il filo tra le ferite di ieri e i modi in cui oggi ci proteggiamo, per trasformarli. Questo richiede un po’ di tempo e di relazione.
La invito a portare i suoi dubbi al/lla terapeuta: parlare apertamente di come sta vivendo il percorso fa parte del percorso stesso.

Dott.ssa Abbagnano
Dott.ssa Caterina Lo Bianco
Psicologo, Psicologo clinico
Palermo
Gentile utente,
la sua domanda è tutt’altro che “strana”: è una domanda molto intelligente e frequente, soprattutto all’inizio di un percorso terapeutico.
È comprensibile sentirsi confuse dopo i primi incontri e chiedersi “ma cosa stiamo facendo?” o “sto andando nella direzione giusta?”. La terapia non è un colloquio improvvisato né una semplice chiacchierata, ma allo stesso tempo non è nemmeno una “riparazione immediata” del problema.
Provo a spiegarle come funziona, in modo chiaro e concreto.
Nel primo incontro solitamente si porta il motivo della richiesta: ciò che fa stare male, ciò che spinge a chiedere aiuto. È un momento importante, ma non è “tutto”.
Nei colloqui successivi, il lavoro continua proprio da lì: dal problema, attraverso di lei.
Non si sceglie tra “parlare del problema” o “parlare di sé”:
si parla del problema per capire lei, e si capisce lei per poter lavorare sul problema.
Da un punto di vista sistemico, il sintomo non è mai isolato: è un messaggio, qualcosa che ha un senso nella storia della persona, nelle relazioni, nel momento di vita che sta attraversando. Per questo all’inizio il terapeuta può fare domande che sembrano “allargare” il campo: non per perdere tempo, ma per comprendere il contesto in cui quel disagio è nato e si mantiene.
È molto umano desiderare:
• essere capiti subito
• avere una soluzione chiara
• sentire un miglioramento rapido
Ma la terapia è davvero un percorso, non perché debba essere lenta per forza, ma perché il cambiamento autentico richiede comprensione, consapevolezza e fiducia. Nei primi incontri spesso si costruiscono le basi: l’alleanza terapeutica, il senso di sicurezza, la possibilità di sentirsi ascoltati senza giudizio.
Un aspetto importantissimo è questo: lei può (e dovrebbe) portare questi dubbi in seduta. Dire al terapeuta:
“Ho paura di non capire cosa stiamo facendo”
“Temo di aspettarmi soluzioni immediate”
“Mi chiedo se questo percorso fa per me”
non è un problema, è materiale terapeutico prezioso.
Dopo solo due incontri è molto presto per valutare l’efficacia di un percorso. Non significa che debba “resistere a tutti i costi”, ma nemmeno che il dubbio iniziale sia un segnale di fallimento. Spesso è proprio l’inizio di un lavoro più profondo.
Non si deve “tenere i problemi” né forzarsi a restare: si prenda il tempo di capire, di sentire se quello spazio diventa piano piano un luogo suo.
Se vuole, il mio invito è questo: dia voce a ciò che sta pensando, non lo tenga dentro. La terapia non chiede di essere perfetti pazienti, ma persone vere.
Resto a disposizione per eventuali approfondimenti.
Un caro saluto
Dott.ssa Caterina Lo Bianco
Psicologa clinica – orientamento sistemico
Gent.ma utente,
i suoi dubbi e le perplessità sono più che normali. Il percorso psicologico è impegnativo e deve procedere verso un cambiamento (si spera in meglio) che richiede tempo e pazienza. Ma ciò non vuol dire che debba essere doloroso o fonte di ulteriori sofferenze. Ogni approccio hai i suoi metodi, ma per ognuno si richiede un atteggiamento di apertura, disponibilità e curiosità. La motivazione del cliente fa davvero la differenza ed è proprio il cliente a dettare i ritmi del percorso, evidenziando le richieste più importanti, le problematiche più invalidanti. I risultati sono una conseguenza dei comportamenti e dell'impegno, ma non esistono ricette pronte e facili soluzioni. Questo perché, di solito, chi affronta un percorso psicologico, viene da schemi disfunzionali molto radicati nel modo di pensare e di agire. Bisogna prendere consapevolezza che per sostituire vecchie abitudini con nuove strategie più vicine al benessere desiderato si richiedono dei passaggi progressivi.
Le consiglio di non creare aspettative nel breve periodo e di affidarsi al professionista che ha scelto. Non è vietato comunque esporre i propri dubbi e fare le domande che sembrano in questo momento farla titubare sull'efficacia della terapia.
Le auguro il meglio,
Dott. Antonio Cortese
Ogni terapeuta lavora in modo leggermente diverso e spesso segue un orientamento terapeutico specifico, che guida il modo di strutturare il percorso. Posso raccontarle, ad esempio, come lavoro io.
Il primo incontro è solitamente conoscitivo per entrambe le parti: serve a capire il motivo della richiesta, cosa la sta facendo soffrire, cosa si aspetta dalla terapia e a iniziare a costruire un’alleanza di lavoro. È uno spazio di esplorazione, non di soluzioni immediate.
Nei successivi incontri, di solito mi avvalgo di una fase di valutazione psicodiagnostica, utilizzando test e questionari standardizzati. Questo permette di comprendere in modo più chiaro e oggettivo la sintomatologia, le aree di sofferenza, ma anche le risorse e i punti di forza della persona. A partire da qui si può costruire insieme un piano di lavoro condiviso.
Quello che viene dopo dipende molto dal caso: con alcune persone il lavoro si concentra su sintomi specifici, che vengono monitorati nel tempo; con altre il percorso è più orientato a comprendere il proprio funzionamento, i modi abituali di pensare, sentire e agire e a trovare modalità più adattive di esprimere se stesse. In ogni caso, parlare del problema e parlare di sé non sono due cose separate, spesso sono strettamente collegate.
È importante sapere che il tempo è un elemento fondamentale della terapia. Comprendere davvero ciò che accade dentro di sé e interiorizzare nuovi modi di pensare e di agire richiede gradualità. Inoltre, il lavoro non avviene solo in seduta, ma anche nella vita quotidiana, tra un incontro e l’altro.
Avere il desiderio di essere capiti subito e di trovare rapidamente una soluzione è umano, ma la terapia è un processo. Dopo solo due incontri è normale avere dubbi, può essere utile portarli direttamente in seduta e condividerli con il professionista, invece di tenerli dentro o pensare di “lasciare perdere”.
Un caro saluto,
Dott. Alessandro Ocera
Dott.ssa Liza Bottacin
Psicologo, Psicoterapeuta, Professional counselor
Padova
Salve, nelle tue molteplici domande colgo molteplici bisogni, quali di: capire come funziona la terapia, di poter ottenere delle eventuali soluzioni, di sentirti veramente ascoltata, e di aprirti, ma non avendo chiaro rispetto a che cosa. Tutti questi quesiti evidenziano che c'è un interesse a fare questo percorso coinvolgendoti, ma - probabilmente anche - che ci sono ancora dei dubbi, stante che sei solo all'inizio del percorso. Evidenzio che la terapia è un processo che ha i suoi tempi, e questi tempi servono proprio per non forzare soluzioni che rischierebbero di essere solo momentanee; inoltre è un processo che richiede di avere pazienza, seppur sempre parametrata all'obiettivo che definirai. Potresti chiederti ora se ti sei sentita veramente ascoltata, accolta nel problema che maggiormente ti turba e ancora che cosa tu ti aspetti dal percorso; nel prossimo incontro potresti confrontarti con il professionista che hai scelto, rispetto a quanto portato qui e alle risposte che ti sei data. Un saluto
Dott.ssa Isabella Maria Burinato
Psicologo, Professional counselor, Psicologo clinico
Desio
Buongiorno, ogni collega ha un approccio diverso ma in linea generale le prime sedute servono proprio per conoscere la persona al di là della problematica che porta.
Abbia pazienza due sedute sono poche per capire l'andamento della terapia, instauri un rapporto di fiducia e abbia un po' di pazienza, vedrà che a un certo punto la problematica prenderà un'altra prospettiva. Con questo tipo di terapia potrà mettere in atto non solo la soluzione di una singola problematica ma un cambiamento interiore che l'aiuterà ad affrontare anche altre situazioni che dovrà affrontare nella vita.

Diversamente, se ha fretta, può rivolgersi a colleghi che si occupano di Terapia Breve o, addirittura, Terapia a Seduta Singola in modo da affrontare solo quello che le preme in questo preciso momento.

Spero di esserle stata di aiuto, la saluto cordialmente.
Dott.ssa Eleonora Pupo
Psicoterapeuta, Psicologo
Orvieto Scalo
E' assolutamente legittimo provare queste preoccupazioni all'inizio di un percorso di psicoterapia. Intraprendere un lavoro su di sé è un investimento importante e raccontarsi non è mai facile: ci vuole molto coraggio!

Le sue sono domande lecite, ma mi posso permettere di chiederle se ne ha parlato già con il suo terapeuta? Anche questi dubbi, il desiderio di soluzioni rapide e il timore di non essere compresi sono parte integrante del percorso e parlano profondamente di lei!
Portare alla luce queste sue perplessità in seduta aiuterà lei e il/la collega a lavorarci su!
Dr. Ivano Ancora
Psicoterapeuta, Psicologo
Torino
Buongiorno.
Quando un/a paziente mi dice di essere venuta in terapia perché vuole capire, la mia risposta è che non posso aiutarla! Capire non serve per sentirsi bene con sé stessi.
Sentirsi bene con sé stessi, d'altronde, permette di raggiungere una consapevolezza fino ad allora inaccessibile. Una persona consapevole è una persona in grado di prendere decisioni finalizzate alla propria Crescita. Gli approcci terapeutici sono molteplici. Due sedute sono poche. Si basi sul sentire! Se sente che il percorso terapeutico accresce la Sua fiducia in sé stessa e la Sua propensione ad andare avanti nella Vita, continui. Altrimenti...
La saluto cordialmente.
Dott.ssa Anna Tosi
Psicologo, Psicologo clinico
Caldiero
Buongiorno, i suoi dubbi sono legittimi ed è importante cercare delle risposte che la soddisfino. Premetto che un percorso di psicoterapia può avere impostazioni diverse a seconda dell'approccio del terapeuta. Quindi le spiegherò come solitamente si struttura una terapia secondo il mio approccio, quello di tipo Cognitivo-Comportamentale. Solitamente si dedica una prima fase alla comprensione del problema che porta la persona in terapia. Questa fase richiede un'analisi del contesto di vita della persona, ma anche degli accenni rispetto al suo passato. In modo molto variabile, possono volerci circa 4 o 5 incontri. Successivamente, si strutturano degli obiettivi concordati insieme, definendo le priorità di lavoro. Da qui, inizia la fase di intervento, caratterizzata dall'utilizzo di tecniche da parte del terapeuta e dalla costruzione di strumenti che possono aiutare la persona a fronteggiare il problema o il sintomo in maniera diversa. Spesso viene data l'indicazione di applicare le tecniche sperimentate in seduta, anche durante la settimana, affinchè si ottengano dei risultati in modo generalizzato. Quando il problema è rientrato, si procede con una fase di monitoraggio in cui le sedute calano di intensità, al fine da permettere alla persona che diventi autonoma nell'utilizzo degli strumenti acquisiti in terapia. Le tempistiche del percorso non sono mai definibili a priori, ma dipendono da vari fattori. In alcuni casi qualche mese di terapia può bastare, in altri ci vuole un po' più tempo. Considerato che lei ha appena iniziato questo percorso, le consiglio di prendersi del tempo (una decina di sedute) per valutare l'efficacia del percorso. Inoltre è molto importante che ogni dubbio o disagio che vive rispetto a quanto fatto in terapia lo condivida con il professionista che la segue, in modo da affrontare insieme gli ostacoli che possono minare l'efficacia del lavoro fatto insieme. Per altri dubbi, resto a disposizione. Dott.ssa Anna Tosi
Dott.ssa Cecilia Calamita
Psicologo clinico, Psicologo
Roma
Gentile utente,
i suoi dubbi sono leciti. Al netto delle differenze tra i vari approcci, la terapia è uno spazio libero e protetto in cui poter parlare di sé, dei propri problemi, delle proprie relazioni. Può seguire il filo che preferisce, avendo a mente che se il professionista ha bisogno di altre informazioni gliele chiederà. Si fidi del processo e del suo terapeuta. Si tratta di un percorso molto graduale, in cui a fare la differenza sono la relazione che si instaura e l'alleanza terapeutica. Rimango a disposizione per lei
Dott.ssa Cecilia Calamita
Dott.ssa Antonietta Diana
Psicologo, Psicologo clinico
Varese
Buongiorno, sono una psicologa clinica e innanzitutto ti consiglierei di esporre queste perplessità al tuo terapeuta. Questi pensieri sono anch'essi importanti al fine di un buon percorso terapeutico.
Ora farò un esempio concreto che potrà aiutarti a capire. Cosa succede quando cadi, ti sbucci un ginocchio ed inizi a sanguinare? Prendi un cerotto e copri la ferita così non sanguinerà più, giusto?
Metaforicamente, lo psicologo è colui che ti aiuta a capire che stai sanguinando, come ti sei fatta male, se la caduta è dovuto ad altre cause nascoste e tante altre cose. Lo psicologa ti aiuta a capire come non cadere più e se dovessi nel caso ricadere, sapere come non sanguinare più in quelle occasioni. Ecco, è un percorso lungo, a volte difficile e sicuramente ha bisogno di tempo. Spero di averti aiutata!
Dott.ssa Veronica De Iuliis
Psicologo, Psicologo clinico
Cogliate
Gentile utente,
le domande che pone sono molto frequenti e assolutamente legittime. La terapia non è un luogo in cui si dà una soluzione immediata, ma un percorso in cui, a partire dal motivo della richiesta, si costruisce gradualmente una comprensione più profonda di ciò che le accade.

Nei primi incontri si lavora sia sul problema che ha portato la persona in terapia, sia sulla conoscenza di come quel problema si inserisce nella sua storia, nel modo di sentire e di stare nelle relazioni. Parlare “di sé” e parlare “del problema” non sono due cose separate: spesso sono intrecciate.

È comprensibile desiderare di essere capiti subito e di stare meglio rapidamente, ma il cambiamento richiede tempo e un ritmo che si costruisce insieme al terapeuta. Anche i dubbi che sta vivendo ora possono diventare materiale importante da portare in seduta.

Prima di interrompere, può essere utile concedersi ancora spazio e parlarne apertamente con il professionista. La terapia è un percorso, non una prestazione immediata.

Un caro saluto.
Veronica De Iuliis Psicologa
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Capisco molto bene i suoi dubbi: sono pensieri assolutamente comuni, soprattutto all’inizio di un percorso psicologico, e non indicano affatto che ci sia “qualcosa che non va” in lei.

Provo a chiarire come funziona, in modo semplice.

Il primo incontro serve soprattutto a capire cosa ha portato la persona a chiedere aiuto, cosa sta vivendo, quali sono le difficoltà principali e quali aspettative ha rispetto alla terapia. È una sorta di “messa a fuoco” iniziale.

Nei colloqui successivi, il lavoro non è separato in modo rigido tra “parlare del problema” o “parlare di sé”: le due cose vanno insieme.
Si continua a parlare di ciò che la turba, dei problemi concreti che l’hanno portata in terapia, ma allo stesso tempo si esplora come lei vive quelle difficoltà, come reagisce emotivamente, che significato hanno per lei, che schemi o dinamiche possono mantenerle nel tempo. Il focus non è solo sul “problema in sé”, ma sulla persona nel suo insieme, perché è lì che avviene il cambiamento.

È molto comprensibile desiderare di essere capiti subito e di avere rapidamente una soluzione, soprattutto quando si soffre. Tuttavia la terapia è davvero un percorso, che richiede un minimo di tempo per costruire fiducia, comprensione profonda e interventi efficaci. Andare “piano” non significa perdere tempo, ma creare basi solide per un cambiamento reale e duraturo.

Dopo solo due incontri è frequente sentirsi confusi, pieni di domande o addirittura più scombussolati: spesso iniziare a parlare di sé smuove emozioni che prima erano tenute a bada. Questo non è un segnale che la terapia non funzioni, ma che qualcosa si sta muovendo.

Il mio consiglio è di portare apertamente questi pensieri al professionista che la sta seguendo: anche il dubbio sul continuare o meno fa parte del lavoro terapeutico e può essere molto utile affrontarlo insieme. In ogni caso, per orientarsi meglio e capire cosa è più adatto a lei, è consigliabile approfondire con uno specialista.

Un caro saluto
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Dott.ssa Camilla Sabatini
Psicologo, Psicologo clinico
Trieste
Salve, il processo terapeutico non segue un ritmo lineare. Per alcuni problemi ci può volere più tempo, per altri meno. Se si trova al secondo incontro è ancora presto per trarre conclusioni. Si lasci andare al processo e si lasci guidare dal suo terapeuta. Per qualsiasi dubbio, ne può parlare direttamente con il suo terapeuta, anche questo può essere terapeutico.
Dott.ssa Maria Pandolfo
Psicologo, Psicologo clinico
Pisa
Buonasera, i dubbi che esprimi sono molto comuni e per nulla 'strani'. Spesso si arriva in terapia con l'urgenza di risolvere un problema specifico, quasi come se si andasse dal medico per un dolore fisico: si indica il punto che fa male e ci si aspetta la cura.

In psicologia, però, il sintomo o il problema che ti ha portata qui è solo la punta di un iceberg. Se ci concentrassimo solo su quello, faremmo un lavoro superficiale. Il percorso si sposta 'sulla persona' perché il problema non vive nel vuoto: vive dentro la tua storia, le tue relazioni e il tuo modo di sentire. Per risolverlo davvero, dobbiamo capire chi sei tu mentre vivi quel problema.

Nei primi incontri ci si conosce, è vero, ma è una conoscenza finalizzata: io cerco di leggere la tua 'guida interiore' e di capire quali sono i blocchi o i patti invisibili che ti impediscono di stare bene. Non è un percorso che deve andare piano per forza, ma deve avere i tempi giusti affinché tu possa sentire che non stiamo solo mettendo un cerotto, ma stiamo creando una guarigione silenziosa e duratura.

Pretendersi capita subito è un tuo bisogno legittimo, ma la soluzione non è una formula magica che il professionista ti consegna: è una scoperta che farete insieme. Ti suggerisco di portare questi tuoi pensieri proprio in seduta: dire 'mi sento confusa su come stiamo lavorando' è spesso il momento in cui la terapia fa il salto di qualità più grande.

Datti il tempo di fiorire, non rinunciare a te stessa per paura dell'attesa.

Un caro saluto,

Dott.ssa Maria Pandolfo Psicologa Clinica e della Riabilitazione
Dott.ssa Chiara Avelli
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Buonasera, quelli che descrive sono dubbi molto frequenti e assolutamente legittimi, soprattutto all’inizio di un percorso psicologico. Nei primi incontri la terapia serve principalmente a conoscersi: il professionista raccoglie informazioni su di lei, sulla sua storia, sul motivo della richiesta e su come il problema si manifesta nella sua vita, mentre lei inizia a capire se si sente accolta e compresa. Il focus non è “o la persona o il problema”, ma entrambi: si parte dal problema che l’ha portata in terapia e, gradualmente, si esplora come quel problema si intreccia con il suo modo di sentire, pensare e relazionarsi. È normale desiderare di essere capita subito e di avere rapidamente una soluzione, ma la terapia è un processo che richiede tempo perché il cambiamento stabile non avviene in modo immediato. Parlare più volte di ciò che la turba non significa girare a vuoto, ma iniziare a dare senso e forma al disagio. Dopo solo due incontri è comprensibile sentirsi confuse e incerte sul proseguire: questo non indica che la terapia “non funzioni”, ma che è in una fase iniziale. Questi stessi pensieri possono essere portati apertamente al professionista, diventando parte del lavoro terapeutico. La terapia procede generalmente a piccoli passi e non è un segno di fallimento aver bisogno di tempo; al contrario, è spesso il presupposto per un cambiamento più profondo. Dott.ssa Chiara Avelli
Dott.ssa Silvana Grilli
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Buonasera,
la sua domanda non è affatto strana, anzi è molto importante e legittima. Molte persone si pongono interrogativi simili all’inizio di un percorso psicoterapeutico.

Quando si avvia una terapia, è normale che i primi incontri siano dedicati soprattutto a conoscersi reciprocamente: lei entra in contatto con il terapeuta e con il suo modo di lavorare, mentre il terapeuta inizia a conoscere la sua storia, il problema che porta e, più in generale, chi è lei come persona. Questo perché le difficoltà che viviamo oggi non nascono nel vuoto, ma si sviluppano all’interno della nostra storia, delle relazioni che abbiamo vissuto e che viviamo, delle esperienze che ci hanno formati. È in questo contesto che si strutturano i nostri modi di sentire, di stare con gli altri e anche le nostre fragilità. Per questo la terapia non si concentra solo sul “problema” in sé, ma sulla persona nella sua interezza, ed è proprio in questa comprensione più ampia che spesso si trovano le radici della sofferenza.

La terapia è un percorso che procede con gradualità, e questo all’inizio può risultare frustrante. Non funziona come una visita medica in cui si riceve una soluzione immediata: qui si lavora su aspetti complessi e profondi, come i modelli relazionali, i significati che attribuiamo alle esperienze, gli schemi che tendiamo a ripetere. Tutto questo richiede tempo, pazienza e la possibilità di costruire una relazione di fiducia.

Al secondo incontro è del tutto normale avere dubbi, sentirsi incerti o chiedersi se valga la pena continuare. Forse si aspettava di sentirsi subito compresa o di percepire già un cambiamento, e invece si trova in una fase in cui sembra che “non stia succedendo nulla”. Anche questa sensazione fa parte dell’inizio del percorso.

Il suggerimento è di portare questi dubbi direttamente in terapia. Parlare di come si sente rispetto al percorso, di ciò che la frustra o delle aspettative che ha, è materiale terapeutico prezioso. Anche il modo in cui vive la relazione con il terapeuta, i dubbi che emergono e le domande che si pone fanno parte del lavoro stesso. Il professionista che la segue accoglierà questi vissuti e potrà aiutarla a comprendere meglio cosa state costruendo insieme.

Un caro saluto, Dott.ssa Silvana Grilli
Dott. Andrea Boggero
Psicologo, Psicologo clinico
Genova
Buonasera, la sua domanda è molto comprensibile e tutt’altro che strana. Anzi, è una domanda che molte persone si fanno all’inizio di un percorso psicologico, anche se spesso non trovano il coraggio di esprimerla. Quando si decide di chiedere aiuto, di solito lo si fa perché si sta male e si vorrebbe stare meglio il prima possibile. È quindi naturale aspettarsi di capire subito come funzionerà, cosa si farà negli incontri successivi e, soprattutto, quando arriveranno delle risposte o un sollievo. All’inizio di un percorso può esserci una sensazione di smarrimento. Dopo aver spiegato il motivo per cui si è chiesto aiuto, può nascere la domanda che lei pone molto chiaramente: e adesso cosa succede. Nei primi incontri lo spazio serve sia a parlare del problema che l’ha portata lì, sia a conoscerla come persona. Non perché il problema venga messo da parte, ma perché quel problema esiste dentro una storia, dentro un modo di sentire, di pensare e di reagire. Capire come lei vive ciò che la fa soffrire è già parte del lavoro. Non esiste un momento in cui si smette di parlare del problema per parlare solo di lei, o viceversa. Le due cose procedono insieme. Lei può continuare a portare ciò che la turba, ciò che le crea disagio, i pensieri che la fanno stare male anche da una settimana all’altra. Allo stesso tempo, piano piano, emergono collegamenti, schemi ricorrenti, modi abituali di affrontare le difficoltà che aiutano a dare un senso più ampio a quello che sta vivendo. Questo non avviene tutto subito, ed è normale che all’inizio possa sembrare che manchi una direzione chiara. È importante anche riconoscere quello che lei stessa intuisce, cioè il desiderio di essere capita subito e di avere una soluzione rapida. Questo desiderio non è sbagliato, nasce dalla sofferenza. Tuttavia il percorso psicologico raramente funziona come una risposta immediata o una ricetta pronta. È più simile a un cammino in cui, passo dopo passo, si costruisce una comprensione più profonda e, di conseguenza, un cambiamento più stabile. Andare piano non significa perdere tempo, ma creare le basi perché ciò che emergerà sia davvero utile e duraturo. Il fatto che dopo solo il secondo incontro lei stia già riflettendo su questi aspetti indica coinvolgimento e attenzione, non incapacità o fallimento. Spesso nei primi colloqui si attivano dubbi del tipo sto facendo bene oppure sto sbagliando tutto, forse non fa per me, forse dovrei smettere e tenere i problemi. Sono pensieri molto comuni, soprattutto in chi è abituato a cavarsela da solo o teme di affidarsi troppo. Vale la pena dare spazio a questi pensieri e, se possibile, portarli apertamente nel percorso, perché anche questi dubbi raccontano qualcosa di importante di lei. La terapia non chiede di avere subito fiducia cieca o pazienza infinita. Chiede solo di concedersi un po’ di tempo per capire se quello spazio può diventare un luogo sicuro dove esplorare ciò che fa soffrire, senza la pressione di dover guarire immediatamente. Decidere di continuare o meno può essere più semplice dopo aver chiarito queste aspettative e aver dato modo al percorso di prendere forma. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Dott.ssa Donatella Costanzo
Psicologo, Psicologo clinico
Milano
Gentile Signora,
la ringrazio per aver espresso con tanta sincerità i suoi dubbi: non sono affatto strani, anzi sono molto comuni e comprensibili, soprattutto all’inizio di un percorso. La terapia non richiede di essere “capiti subito” né di avere soluzioni immediate: è uno spazio in cui, poco alla volta, si conosce la persona e si dà senso insieme a ciò che la fa stare male. Si parla del problema, certo, ma anche di lei, perché le due cose sono profondamente collegate.
Sì, è un percorso che procede con gradualità, e i primi incontri servono proprio a costruire fiducia e orientamento. Avere questi pensieri al secondo incontro è normale e non significa che stia sbagliando qualcosa.
Prima di pensare di rinunciare o tenersi tutto dentro, le suggerisco di portare questi dubbi direttamente in seduta: parlarne può essere già parte del lavoro terapeutico.
Le mando un caro saluto e un augurio di prendersi il tempo che merita.
Cordiali saluti
Dott. Daniele Migliore
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Gentilissima, grazie per aver condiviso la sua preoccupazione.
La terapia è un percorso graduale, non una soluzione immediata. Ciò che oggi fa soffrire spesso è legato a modalità che si sono formate nel tempo. Per questo l’attenzione è sia sul problema sia sulla persona che lo vive: le due cose non sono separate.
Nei primi incontri si costruisce la comprensione della persona insieme al problema. È normale sentirsi confusi e avere dubbi dopo pochi colloqui.
Si senta libera di portare queste preoccupazioni in seduta: il modo in cui vive l’attesa, il timore di perdere tempo, il bisogno di risposte rapide. Anche questo fa parte del lavoro terapeutico.
Le auguro il meglio,

Dott. Daniele Migliore
Dott.ssa Paola Taddeolini
Psicologo, Psicologo clinico
Brescia
Buongiorno,
i dubbi che esprime sono molto comuni, soprattutto all’inizio di un percorso, e non indicano che lei sia “strana” o che stia sbagliando qualcosa. Al contrario, mostrano un bisogno legittimo di capire dove sta andando e cosa aspettarsi.
In genere il primo incontro serve a portare il motivo della richiesta: ciò che fa soffrire, ciò che ha spinto a chiedere aiuto. Nei colloqui successivi non si abbandona quel problema, ma lo si esplora in modo più ampio, cercando di comprenderne il significato all’interno della sua storia, del suo modo di sentire, di reagire e di stare nelle relazioni. Per questo spesso si parla “di lei”: non per allontanarsi dal problema, ma per capire come quel problema si è costruito e perché oggi si ripresenta.
Il lavoro terapeutico non è una conversazione generica né una semplice raccolta di informazioni, ma un processo graduale. All’inizio si costruisce una conoscenza reciproca e un clima di fiducia; parallelamente, lei può continuare a portare ciò che la turba, gli episodi concreti, i pensieri, le emozioni. Non c’è un unico focus rigido perchè la persona e il problema che porta non sono separati, ma intrecciati.
È comprensibile desiderare di essere capiti subito e di ricevere una soluzione rapida, soprattutto quando si sta male. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, il cambiamento richiede tempo, perché non si tratta di capire solo cosa fare, ma anche il modo in cui si vivono certe difficoltà. Questo non significa restare fermi o parlare a vuoto, ma procedere con un ritmo che permetta una comprensione più profonda e duratura.
Il fatto che al secondo incontro lei abbia questi pensieri è normale. Può essere molto utile portarli direttamente al professionista con cui sta lavorando. Parlare delle sue aspettative, dei suoi dubbi e delle sue perplessità fa parte del percorso stesso.
Smettere ora per tenersi i problemi rischia di lasciarla sola con le stesse domande. Darsi un po’ di tempo, o qualche incontro in più, può aiutarla a capire se questo spazio può davvero diventare utile per lei. La terapia non è una corsa, ma un processo al quale serve tempo, soprattutto all'inizio serve tempo per orientarsi.
La saluto,
Dott.ssa Paola Taddeolini
Dott.ssa Rossella Carrara
Psicologo, Psicologo clinico
Bergamo
Buongiorno, le consiglio di fare tutte queste domande allo psicologo con cui ha iniziato il percorso. Cordiali saluti.
Dott.ssa Sara Magliocca
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Seregno
Buonasera, la ringrazio per aver scritto questo messaggio.
E no: non è “strana”. Questi dubbi sono comunissimi, soprattutto ai primi incontri.
Di solito all’inizio succede una cosa un po’ frustrante: si parla tanto, sembra di girare intorno… e nella testa viene spontaneo pensare: “ok ma quando iniziamo a risolvere?”.
In realtà, anche se può non sembrare, si sta già lavorando. I primi colloqui servono a capire bene che cosa l’ha portata lì, quanto sta male, cosa le succede nei momenti difficili
e soprattutto a costruire un modo di capirla davvero.
Poi non è che si smette di parlare del problema: ci si torna sempre. Solo che piano piano si capisce come funziona quel problema dentro di lei, e da lì si inizia a sciogliere qualcosa.
E sì: all’inizio è normale voler essere capiti subito e voler subito la soluzione. Però la terapia è un percorso, e spesso ha bisogno di qualche incontro per ingranare davvero.
La cosa più importante che posso dirle è questa: porti questi pensieri esattamente come sono al/alla terapeuta al prossimo incontro. È una cosa molto utile da dire in seduta e spesso aiuta tantissimo a orientare il lavoro.
Un caro saluto,
Dott.ssa Sara Magliocca
Ogni persona è unica. Tu sei unica. Sei unica nel tuo modo di pensare, nel tuo modo di emozionarti e nelle tue modalità di comportamento. Un percorso psicologico non ha un inizio e una fine prestabiliti, mi sento di dirti che si capisce fra paziente e professionista strada facendo dove ci si trova nel percorso iniziato insieme. Se senti il bisogno di parlare con un professionista, fallo subito perchè può solo che darti sostegno. Se vorrai contattarmi, insieme in un ambiente sicuro proveremo ad esplorare come ti senti e quale obiettivo desideri raggiungere.

Stai ancora cercando una risposta? Poni un'altra domanda

  • La tua domanda sarà pubblicata in modo anonimo.
  • Poni una domanda chiara, di argomento sanitario e sii conciso/a.
  • La domanda sarà rivolta a tutti gli specialisti presenti su questo sito, non a un dottore in particolare.
  • Questo servizio non sostituisce le cure mediche professionali fornite durante una visita specialistica. Se hai un problema o un'urgenza, recati dal tuo medico curante o in un Pronto Soccorso.
  • Non sono ammesse domande relative a casi dettagliati, richieste di una seconda opinione o suggerimenti in merito all'assunzione di farmaci e al loro dosaggio
  • Per ragioni mediche, non verranno pubblicate informazioni su quantità o dosi consigliate di medicinali.

Il testo è troppo corto. Deve contenere almeno __LIMIT__ caratteri.


Scegli il tipo di specialista a cui rivolgerti
Lo utilizzeremo per avvertirti della risposta. Non sarà pubblicato online.
Tutti i contenuti pubblicati su MioDottore.it, specialmente domande e risposte, sono di carattere informativo e in nessun caso devono essere considerati un sostituto di una visita specialistica.