Buona sera vi scrivo per un aiuto spesso mi si rialza l'ansia e mi fa stare male non controllare i m
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Buona sera vi scrivo per un aiuto spesso mi si rialza l'ansia e mi fa stare male non controllare i miei pensieri. Mi sembra di andare in disperazione e nessuno psicologo o psicoterapeuta che prenda per le corna il mio malessere. Sono un'assistente domiciliare e oggi ho fatto un'affiancamento insieme a all'altra operatrice per andare da 2 sorelle autistiche a casa. Mentre l'operatrice mi diceva tutte le cose io avevo dentro una voce, qualcosa che mi porta alla passività a pensare che non fa per me, l'altra operatrice era carina con me mentre io avevo paura di vederla sospettosa (come se poi mi autosaboto e faccio accadere quello che io penso) l'altro mi vede strana nel comportamento. In quel momento mi irrigidisco riesco ad essere poco spontanea. Devo poi faricare con il pensiero per ritornare in uno stato di calma apparente. La conseguenza è che ho poi pensieri di svalutazione di angoscia e accusa verso di me. Mi butto giù e mi cade l'autostima troppo facilmente da farmi paura. Proietto sull'altro tutto questo non so perché e del fatto che poi mi metto in un atteggiamento di dipendere come di paura a fare le cose spontanee. Mi congelo e si vede dal mio comportamento. Mi sento una sempre sotto giudizio anche quando non ce ne è bisogno. Io ci convivo da tanto tempo e si accentua in situazioni nuove credo. Quando mi viene questo malessere io vorrei sparire, mi vergogno a non avere una solida stima di me. Cosa mi scatena questo. Perchè io faccio così e non trovo la forza di non dare retta a questi pensieri? Ho paura di dipendere e divento una banderuola che non ha carattere e poi non riesco a fare le cose con serenità e spensieratezza. Vi chiedo che meccsnismo è come faccio a spezzarlo si può guarire? Mi ossessiona tanto. Grazie mille
Buongiorno, difficile rispondere alla sua domanda senza approfondimenti. Non mi è chiaro se è attualmente seguito da uno specialista o se lo è stata in passato. Se non fosse seguita le suggerirei di intraprendere un percorso psicologico che possa aiutarla a gestire la sua sintomatologia e a divenire consapevole dei suoi schemi di funzionamento. Se avesse bisogno sono a sua disposizione in presenza o online, per una terapia di tipo relazionale integrata, con il supporto di varie tecniche personalizzate in base al paziente, ai suoi bisogni ed obiettivi con evidenza scientifica. Dott.ssa Susanna Scainelli
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Buongiorno, dai sintomi che scrive sia una situazione molto difficile e che procede da diverso tempo creandole molta preoccupazione e angoscia. Basandosi su un racconto in chat non è possibile né tantomeno utile, dedurne i meccanismi sottostanti, risulta quindi prezioso l'aiuto di uno specialista che possa sostenerla nel comprendere meglio sé stessa e i suoi meccanismi interni vagliando alternative più funzionali alla sua vita. Consiglio di iniziare un percorso psicoterapeutico con pazienza e costanza e di fissare una visita con lo psichiatra per valutare eventualmente un aiuto farmacologico in caso di pensieri persistenti quali di proiezione sull'altro, giudizio costante e rigidità a cui fa riferimento.
Buongiorno, si questo meccanismo si può imparare a gestire. Quello che le succede è che queste modalità adesso sono diventate una parte di lei che si attiva in automatico e contrastarle diventa sempre più difficile.
Imparare a gestire qualcosa di così radicato non è facile, ma si può fare. Anche un sostegno psicologico in questi casi è efficace.
Grazie a lei per la condivisione
Imparare a gestire qualcosa di così radicato non è facile, ma si può fare. Anche un sostegno psicologico in questi casi è efficace.
Grazie a lei per la condivisione
Gentile utente, quello che descrive è un’esperienza molto comune, anche se spesso molto faticosa da vivere. Tutti noi abbiamo un tessuto di apprendimento, dal quale sviluppiamo nel tempo una sorta di “dialogo interno”, cioè il modo in cui parliamo a noi stessi, che deriva in gran parte dalle esperienze di vita e dai contesti in cui siamo cresciuti. Nel suo racconto si possono riconoscere alcuni meccanismi. Da un lato sembra esserci dell’ansia anticipatoria, cioè la tendenza a immaginare in anticipo scenari negativi, accompagnata da quella che in psicologia viene chiamata “profezia che si autoavvera”: più temiamo qualcosa, più rischiamo (in modo non intenzionale) di comportarci in modi che ci avvicinano proprio a quell’esito. Dall’altro lato emerge un dialogo interno molto critico e severo, fatto di pensieri di svalutazione e accusa verso di sé, che inevitabilmente alimenta l’angoscia e il senso di malessere. La domanda “si può guarire?” è importante: più che eliminare completamente i pensieri (cosa che non è possibile), è però assolutamente possibile imparare a gestirli in modo diverso. In questo senso, approcci come la terapia cognitivo-comportamentale lavorano proprio sulla relazione tra pensieri, emozioni e comportamenti. Si impara gradualmente a riconoscere i propri schemi di pensiero, a metterli in discussione e a “ristrutturarli” in modo più realistico e meno penalizzante. Allo stesso tempo si possono apprendere tecniche specifiche per gestire l’ansia e regolare le emozioni. Quando cambiano il modo di pensare e il modo di sentire, anche i comportamenti tendono a modificarsi di conseguenza. È un percorso, ma non è qualcosa di immutabile: si può lavorare su questi meccanismi e stare meglio. Se sente che questa fatica è intensa o persistente, rivolgersi a un professionista cognitivo comportamentale può essere un passo importante per non affrontarla da sola. Le auguro il meglio e resto a disposizione. Dott.ssa Arianna Savastio
Salve, grazie per aver condiviso ciò che sta vivendo.
Da quello che descrive sembra attivarsi, soprattutto nelle situazioni nuove, un circolo di ansia e autocritica: una parte di lei prova a prevenire il giudizio degli altri, ma finisce per irrigidirla e farla sentire ancora più in difficoltà. Questo porta al blocco, alla perdita di spontaneità e alla svalutazione di sé.
Non è un meccanismo raro e non significa che “non ha carattere”: è una modalità appresa nel tempo. Più che combattere i pensieri, può essere utile imparare a riconoscerli senza prenderli come verità assolute.
Con un percorso psicoterapeutico mirato è possibile comprendere e sciogliere questo circolo, sviluppando maggiore sicurezza e libertà nelle relazioni. Se finora non si è sentita aiutata, può valere la pena cercare qualcuno con cui costruire un’alleanza più adatta a lei.
Un caro saluto.
Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa.
Da quello che descrive sembra attivarsi, soprattutto nelle situazioni nuove, un circolo di ansia e autocritica: una parte di lei prova a prevenire il giudizio degli altri, ma finisce per irrigidirla e farla sentire ancora più in difficoltà. Questo porta al blocco, alla perdita di spontaneità e alla svalutazione di sé.
Non è un meccanismo raro e non significa che “non ha carattere”: è una modalità appresa nel tempo. Più che combattere i pensieri, può essere utile imparare a riconoscerli senza prenderli come verità assolute.
Con un percorso psicoterapeutico mirato è possibile comprendere e sciogliere questo circolo, sviluppando maggiore sicurezza e libertà nelle relazioni. Se finora non si è sentita aiutata, può valere la pena cercare qualcuno con cui costruire un’alleanza più adatta a lei.
Un caro saluto.
Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa.
Gentile Paziente,
Quando ci troviamo in situazioni nuove o poco familiari o nelle quali abbiamo delle responsabilità (nel caso che descriveva, ad esempio, un impegno lavorativo importante), l'emersione di uno stato di ansia è del tutto fisiologico inizialmente, poiché queste situazioni ci obbligano ad uscire dalla nostra zona di comfort abituale e ci pongono di fronte a delle sfide inedite di vario tipo.
Se, però, questo stato emotivo iniziale si trasforma poi in una serie di pensieri intrusivi negativi che portano ai sintomi da lei descritti (irrigidimento, sospettosità, svalutazione, tono dell'umore basso ed eventuali altre manifestazioni), allora potrebbe trattarsi di un pattern cognitivo, emotivo e comportamentale (una sorta di "circolo vizioso") in cui l'ansia non è più fisiologica ma diventa, bensì, patologica.
In questo modo, non viene più esperita come sentimento iniziale che poi sfuma durante lo svolgimento degli eventi, ma come sentimento costante e ricorrente che permane durante tutto ciò che accade e ci porta ad avere, quando la situazione giunge al termine, delle credenze estremamente negative su noi stessi (tra cui vissuti di vergogna, di auto-giudizio, di malessere).
Questo "meccanismo" o "circolo vizioso" può avere molteplici origini e concause, legate ad eventi di vita pregressi, a relazioni precedenti, a figure di riferimento o caregiver e a tanti altri fattori presenti nella sua storia di vita.
Le consiglio di intraprendere un percorso Psicologico per poter analizzare nel dettaglio questi vissuti pregressi, i pattern ricorrenti, gli eventi attuali e tutti gli aspetti di sé che vengono alla luce naturalmente durante un processo di questo tipo, così da arrivare ad una comprensione di ciò che accade in quei momenti in cui l'ansia la travolge e anche ad una comprensione di sé stessa sempre più completa.
Un percorso di questo tipo richiede tempo, impegno e condivisione, pertanto le suggerisco di non arrendersi qualora avesse già tentato e non avesse riscontrato dei miglioramenti immediati, come credo di evincere dal suo messaggio.
La Relazione Terapeutica è sempre la cura.
Un saluto.
Quando ci troviamo in situazioni nuove o poco familiari o nelle quali abbiamo delle responsabilità (nel caso che descriveva, ad esempio, un impegno lavorativo importante), l'emersione di uno stato di ansia è del tutto fisiologico inizialmente, poiché queste situazioni ci obbligano ad uscire dalla nostra zona di comfort abituale e ci pongono di fronte a delle sfide inedite di vario tipo.
Se, però, questo stato emotivo iniziale si trasforma poi in una serie di pensieri intrusivi negativi che portano ai sintomi da lei descritti (irrigidimento, sospettosità, svalutazione, tono dell'umore basso ed eventuali altre manifestazioni), allora potrebbe trattarsi di un pattern cognitivo, emotivo e comportamentale (una sorta di "circolo vizioso") in cui l'ansia non è più fisiologica ma diventa, bensì, patologica.
In questo modo, non viene più esperita come sentimento iniziale che poi sfuma durante lo svolgimento degli eventi, ma come sentimento costante e ricorrente che permane durante tutto ciò che accade e ci porta ad avere, quando la situazione giunge al termine, delle credenze estremamente negative su noi stessi (tra cui vissuti di vergogna, di auto-giudizio, di malessere).
Questo "meccanismo" o "circolo vizioso" può avere molteplici origini e concause, legate ad eventi di vita pregressi, a relazioni precedenti, a figure di riferimento o caregiver e a tanti altri fattori presenti nella sua storia di vita.
Le consiglio di intraprendere un percorso Psicologico per poter analizzare nel dettaglio questi vissuti pregressi, i pattern ricorrenti, gli eventi attuali e tutti gli aspetti di sé che vengono alla luce naturalmente durante un processo di questo tipo, così da arrivare ad una comprensione di ciò che accade in quei momenti in cui l'ansia la travolge e anche ad una comprensione di sé stessa sempre più completa.
Un percorso di questo tipo richiede tempo, impegno e condivisione, pertanto le suggerisco di non arrendersi qualora avesse già tentato e non avesse riscontrato dei miglioramenti immediati, come credo di evincere dal suo messaggio.
La Relazione Terapeutica è sempre la cura.
Un saluto.
Buongiorno,
Mi spiace molto per il suo stato d'animo e la fatica che prova nelle circostanze lavorative da lei descritte. L'ansia fa parte di noi ed è un'emozione che porta con sé anche molti aspetti positivi. Infatti è grazie a quest'ultima che manteniamo una buona dose di allerta e riusciamo a reagire in modo rapido a situazioni che sono dannose per noi. La cosa importante non è combatterla quanto piuttosto imparare a conoscerla, farla amica e comprendere come gestirla. Un percorso psicoterapeutico potrebbe aiutarla a conoscersi e potrebbe aiutarla a individuare dove si sia originata la paura del giudizio e di conseguenza la bassa autostima. Grazie ad un percorso efficace potrebbe avere gli strumenti per gestire la sua vita e ritrovare il benessere di cui ha bisogno.
Saluti
Mi spiace molto per il suo stato d'animo e la fatica che prova nelle circostanze lavorative da lei descritte. L'ansia fa parte di noi ed è un'emozione che porta con sé anche molti aspetti positivi. Infatti è grazie a quest'ultima che manteniamo una buona dose di allerta e riusciamo a reagire in modo rapido a situazioni che sono dannose per noi. La cosa importante non è combatterla quanto piuttosto imparare a conoscerla, farla amica e comprendere come gestirla. Un percorso psicoterapeutico potrebbe aiutarla a conoscersi e potrebbe aiutarla a individuare dove si sia originata la paura del giudizio e di conseguenza la bassa autostima. Grazie ad un percorso efficace potrebbe avere gli strumenti per gestire la sua vita e ritrovare il benessere di cui ha bisogno.
Saluti
Da ciò che racconta emergono alcuni temi centrali. Innanzitutto una forte sensibilità al giudizio dell’altro, soprattutto nelle situazioni nuove o poco familiari, che attiva una sorta di allarme interno. In quel momento compare una voce critica, svalutante, che le suggerisce di non essere adeguata o di non farcela.
C’è poi il tema della dipendenza e della perdita di solidità interna. Quando l’attenzione è costantemente rivolta all’esterno (“come mi vede?”, “cosa penserà?”), è come se il proprio senso di sé diventasse instabile e legato allo sguardo altrui. Questo può dare quella sensazione di essere “una banderuola”, ma in realtà è l’effetto di un sistema interno molto sensibile alle relazioni, non una mancanza di identità.
Infine, è molto significativo ciò che dice rispetto alla vergogna e al desiderio di “sparire”. Questo indica quanto sia doloroso per lei vivere queste esperienze e quanto sia severo il giudizio che rivolge a se stessa dopo questi episodi.
La domanda “perché non riesco a non dare retta a questi pensieri?” è molto importante. Il punto è che non si tratta di “forza di volontà”. Quando questi pensieri arrivano, non sono semplici idee neutre: sono vissuti come segnali di pericolo, e il suo sistema emotivo li tratta come se fossero veri e urgenti. Cercare di combatterli direttamente spesso li rende ancora più intensi.
Il cambiamento non passa quindi dal “zittire” la mente, ma dal modificare il rapporto con questi stati interni. Imparare, gradualmente, a riconoscere quella voce come una parte di sé che si attiva per protezione (anche se in modo disfunzionale), senza identificarvisi completamente. Parallelamente, è fondamentale lavorare sul corpo e sull’esperienza: ridurre il controllo eccessivo, tollerare piccoli margini di spontaneità anche con un po’ di ansia presente, e scoprire che può “stare” nelle situazioni senza che accada ciò che teme.
C’è poi il tema della dipendenza e della perdita di solidità interna. Quando l’attenzione è costantemente rivolta all’esterno (“come mi vede?”, “cosa penserà?”), è come se il proprio senso di sé diventasse instabile e legato allo sguardo altrui. Questo può dare quella sensazione di essere “una banderuola”, ma in realtà è l’effetto di un sistema interno molto sensibile alle relazioni, non una mancanza di identità.
Infine, è molto significativo ciò che dice rispetto alla vergogna e al desiderio di “sparire”. Questo indica quanto sia doloroso per lei vivere queste esperienze e quanto sia severo il giudizio che rivolge a se stessa dopo questi episodi.
La domanda “perché non riesco a non dare retta a questi pensieri?” è molto importante. Il punto è che non si tratta di “forza di volontà”. Quando questi pensieri arrivano, non sono semplici idee neutre: sono vissuti come segnali di pericolo, e il suo sistema emotivo li tratta come se fossero veri e urgenti. Cercare di combatterli direttamente spesso li rende ancora più intensi.
Il cambiamento non passa quindi dal “zittire” la mente, ma dal modificare il rapporto con questi stati interni. Imparare, gradualmente, a riconoscere quella voce come una parte di sé che si attiva per protezione (anche se in modo disfunzionale), senza identificarvisi completamente. Parallelamente, è fondamentale lavorare sul corpo e sull’esperienza: ridurre il controllo eccessivo, tollerare piccoli margini di spontaneità anche con un po’ di ansia presente, e scoprire che può “stare” nelle situazioni senza che accada ciò che teme.
Buonasera,
da quello che racconta si percepisce quanto questo meccanismo sia faticoso e quanto lei si senta intrappolata in qualcosa che sembra attivarsi da solo, soprattutto nelle situazioni nuove o in cui si sente osservata. Non è mancanza di carattere, né debolezza, sembra più un funzionamento che nel tempo si è strutturato e che oggi si riattiva in modo automatico, quasi come se il suo sistema interno volesse proteggerla, ma finisse per bloccarla.
Provo a restituirle una possibile lettura. Nel momento in cui entra in una situazione nuova, come l’affiancamento con la collega, potrebbe essersi attivato una sorta di “allarme relazionale”, in cui una parte di lei sembra aspettarsi di essere giudicata, vista come inadeguata o non all’altezza. Questo porta il suo corpo a irrigidirsi, i pensieri a diventare più veloci e critici, e lei entra in quella che descrive come passività o congelamento. È una risposta molto comune quando si percepisce, anche inconsciamente, un rischio di valutazione o rifiuto.
La cosa importante è che questo non nasce lì, in quel momento. Quella situazione attuale funziona più come un “innesco” che attiva qualcosa di più antico, una modalità appresa nel tempo di stare nelle relazioni. Quando lei dice “mi sento sempre sotto giudizio”, sta nominando una lente attraverso cui legge l’altro, ma che in realtà parla molto di come lei guarda se stessa.
Il punto cruciale è che, mentre questo accade, si crea un circolo in cui lei si sente osservata e quindi si irrigidisce, si percepisce meno spontanea, interpreta questa cosa come una conferma di essere “strana” o inadeguata e così aumenta l’ansia e l’autocritica. Non è che lei “si autosabota” volontariamente, è che il sistema si autoalimenta.
Capisco anche la sua frustrazione quando dice di non trovare qualcuno che “prenda per le corna” il problema. Però questo tipo di funzionamento non si spezza con la forza o imponendosi di non pensare certe cose. Più lei prova a combattere quei pensieri, più rischia di rimanerci agganciata. Il cambiamento passa piuttosto dal modificare il modo in cui si relaziona a quei pensieri e alle sensazioni che prova.
Un primo passaggio potrebbe essere iniziare a riconoscere quel momento in cui “si attiva il copione”, quasi dandogli un nome, non “sono io sbagliata”, ma “ecco, sta partendo quella parte di me che teme il giudizio”. Questo piccolo spostamento, anche se sembra semplice, introduce una distanza.
Un altro aspetto importante riguarda la sua tendenza a proiettare sull’altro ciò che sente dentro. Quando pensa che l’altra operatrice possa essere sospettosa, spesso sta dando forma esterna a un giudizio interno molto severo. Non è che lei inventa, ma interpreta attraverso quella lente. Lavorare su questo significa lentamente imparare a distinguere ciò che viene da fuori da ciò che nasce dentro di sé.
Rispetto alla domanda “si può guarire”, le direi che più che guarire nel senso di eliminare completamente queste reazioni, è possibile trasformarle, ovvero ridurne l’intensità, riconoscerle prima, non farsi più bloccare allo stesso modo. E questo avviene soprattutto dentro una relazione terapeutica in cui lei possa fare esperienza, nel tempo, di non essere giudicata anche quando si sente così.
Il fatto che lei continui a mettersi in gioco, a lavorare, a esporsi nonostante questa fatica, dice che una parte di lei non si è affatto arresa. Forse non si tratta di trovare la forza per “non dare retta ai pensieri”, ma di costruire, passo dopo passo, un modo diverso di stare con se stessa anche quando quei pensieri arrivano.
Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
da quello che racconta si percepisce quanto questo meccanismo sia faticoso e quanto lei si senta intrappolata in qualcosa che sembra attivarsi da solo, soprattutto nelle situazioni nuove o in cui si sente osservata. Non è mancanza di carattere, né debolezza, sembra più un funzionamento che nel tempo si è strutturato e che oggi si riattiva in modo automatico, quasi come se il suo sistema interno volesse proteggerla, ma finisse per bloccarla.
Provo a restituirle una possibile lettura. Nel momento in cui entra in una situazione nuova, come l’affiancamento con la collega, potrebbe essersi attivato una sorta di “allarme relazionale”, in cui una parte di lei sembra aspettarsi di essere giudicata, vista come inadeguata o non all’altezza. Questo porta il suo corpo a irrigidirsi, i pensieri a diventare più veloci e critici, e lei entra in quella che descrive come passività o congelamento. È una risposta molto comune quando si percepisce, anche inconsciamente, un rischio di valutazione o rifiuto.
La cosa importante è che questo non nasce lì, in quel momento. Quella situazione attuale funziona più come un “innesco” che attiva qualcosa di più antico, una modalità appresa nel tempo di stare nelle relazioni. Quando lei dice “mi sento sempre sotto giudizio”, sta nominando una lente attraverso cui legge l’altro, ma che in realtà parla molto di come lei guarda se stessa.
Il punto cruciale è che, mentre questo accade, si crea un circolo in cui lei si sente osservata e quindi si irrigidisce, si percepisce meno spontanea, interpreta questa cosa come una conferma di essere “strana” o inadeguata e così aumenta l’ansia e l’autocritica. Non è che lei “si autosabota” volontariamente, è che il sistema si autoalimenta.
Capisco anche la sua frustrazione quando dice di non trovare qualcuno che “prenda per le corna” il problema. Però questo tipo di funzionamento non si spezza con la forza o imponendosi di non pensare certe cose. Più lei prova a combattere quei pensieri, più rischia di rimanerci agganciata. Il cambiamento passa piuttosto dal modificare il modo in cui si relaziona a quei pensieri e alle sensazioni che prova.
Un primo passaggio potrebbe essere iniziare a riconoscere quel momento in cui “si attiva il copione”, quasi dandogli un nome, non “sono io sbagliata”, ma “ecco, sta partendo quella parte di me che teme il giudizio”. Questo piccolo spostamento, anche se sembra semplice, introduce una distanza.
Un altro aspetto importante riguarda la sua tendenza a proiettare sull’altro ciò che sente dentro. Quando pensa che l’altra operatrice possa essere sospettosa, spesso sta dando forma esterna a un giudizio interno molto severo. Non è che lei inventa, ma interpreta attraverso quella lente. Lavorare su questo significa lentamente imparare a distinguere ciò che viene da fuori da ciò che nasce dentro di sé.
Rispetto alla domanda “si può guarire”, le direi che più che guarire nel senso di eliminare completamente queste reazioni, è possibile trasformarle, ovvero ridurne l’intensità, riconoscerle prima, non farsi più bloccare allo stesso modo. E questo avviene soprattutto dentro una relazione terapeutica in cui lei possa fare esperienza, nel tempo, di non essere giudicata anche quando si sente così.
Il fatto che lei continui a mettersi in gioco, a lavorare, a esporsi nonostante questa fatica, dice che una parte di lei non si è affatto arresa. Forse non si tratta di trovare la forza per “non dare retta ai pensieri”, ma di costruire, passo dopo passo, un modo diverso di stare con se stessa anche quando quei pensieri arrivano.
Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
Buonasera, la ringrazio per aver condiviso qualcosa di così personale e faticoso. Ciò che descrive, quella vocina che sentiamo dentro, ha lo scopo principale di proteggerci da sensazioni sgradevoli e da segnali percepiti come pericolosi. Come impariamo a parlarci dipende dalla nostra storia di apprendimento; dalle sue parole sembra che abbia sviluppato un atteggiamento molto critico nei confronti di sé stessa, forse dovuto ad esperienze dove il sentirsi sbagliata è stato centrale. In alcune situazioni questa vocina può aiutarci, perché ci salvaguarda e agisce per la nostra sicurezza qualora il pericolo esterno sia reale; in altre, dove il pericolo magari non c'è, la vocina si attiva in allerta lo stesso, ed è in quelle situazioni che non ci aiuta tanto, ci frena. È possibile lavorare sul fatto che quella vocina non sempre corrisponde a verità, trattarla come qualcosa che non si identifica con la nostra persona nella sua globalità, ma come una voce di sottofondo, una trasmissione radiofonica che possiamo decidere di ascoltare oppure no. Possiamo ringraziarla per il fatto che ci vuole proteggere, ma fuori, nella realtà esterna, siamo noi a poter decidere cosa fare anche se percepiamo sensazioni sgradevoli, anche se abbiamo pensieri che ci dicono il contrario. Come ha scritto lei, l'operatrice è stata molto gentile con lei, mentre la vocina le diceva che la sospettava: può decidere di trattare questo pensiero come un piccolo post-it che porta con sé, ma alla fine, anche con il post-it, può continuare a vivere nella direzione che per lei è più importante.
Colgo anche le sue parole "vorrei sparire": capisco che in certi momenti il peso di tutto questo diventi davvero molto grande. È importante che trovi uno spazio in cui poter lavorare su questi pattern con continuità. Il fatto che finora non abbia trovato il professionista giusto non significa che non esista: a volte ci vuole più di un tentativo, e lei merita qualcuno che prenda sul serio quello che porta.
Colgo anche le sue parole "vorrei sparire": capisco che in certi momenti il peso di tutto questo diventi davvero molto grande. È importante che trovi uno spazio in cui poter lavorare su questi pattern con continuità. Il fatto che finora non abbia trovato il professionista giusto non significa che non esista: a volte ci vuole più di un tentativo, e lei merita qualcuno che prenda sul serio quello che porta.
Comprendo quanto possa essere estenuante e doloroso convivere con questa sensazione di costante vulnerabilità, dove l'incontro con l'altro si trasforma improvvisamente in uno specchio deformante che restituisce un'immagine di sé incerta e svalutata. La sofferenza che descrive, questo sentirsi "congelata" e sotto lo sguardo giudicante del mondo, è un'esperienza che tocca le radici stesse del Suo senso di esistere e di agire nel tessuto delle relazioni.
Questo meccanismo di irrigidimento e di "autosabotaggio" che sperimenta, in particolare nelle situazioni nuove o lavorative, può essere letto come l'attivazione di una difesa profonda di fronte al timore di non essere riconosciuta o di essere invasa dalle aspettative altrui. Quando l'identità non si sente saldamente fondata in se stessa, si tende a dipendere eccessivamente dallo sguardo esterno, proiettando sugli altri le proprie paure e finendo per abitare un mondo dove ogni silenzio o gesto dell'interlocutore diventa un verdetto negativo. La passività e il desiderio di "sparire" sono risposte a un'ansia che frammenta la percezione di sé, rendendo difficile agire con spontaneità poiché ci si sente prigionieri di un copione già scritto dal dubbio.
In un percorso di psicoterapia ad orientamento psicodinamico, è possibile esplorare queste matrici relazionali che La portano a sentirsi una "banderuola", cercando di comprendere da dove provenga la necessità di proteggersi attraverso il ritiro e la svalutazione. L'obiettivo non è solo "controllare" il pensiero, ma ricostruire insieme uno spazio interno più solido e accogliente, dove Lei possa sentirsi legittimata a esistere al di là del giudizio altrui. La invito a non scoraggiarsi nella ricerca di un supporto professionale: dare voce a questo malessere all'interno di una relazione terapeutica sicura è il primo passo per trasformare quel "congelamento" in una nuova possibilità di movimento e di vita.
Un saluto
Dott,ssa Giovanna Costanzo
Questo meccanismo di irrigidimento e di "autosabotaggio" che sperimenta, in particolare nelle situazioni nuove o lavorative, può essere letto come l'attivazione di una difesa profonda di fronte al timore di non essere riconosciuta o di essere invasa dalle aspettative altrui. Quando l'identità non si sente saldamente fondata in se stessa, si tende a dipendere eccessivamente dallo sguardo esterno, proiettando sugli altri le proprie paure e finendo per abitare un mondo dove ogni silenzio o gesto dell'interlocutore diventa un verdetto negativo. La passività e il desiderio di "sparire" sono risposte a un'ansia che frammenta la percezione di sé, rendendo difficile agire con spontaneità poiché ci si sente prigionieri di un copione già scritto dal dubbio.
In un percorso di psicoterapia ad orientamento psicodinamico, è possibile esplorare queste matrici relazionali che La portano a sentirsi una "banderuola", cercando di comprendere da dove provenga la necessità di proteggersi attraverso il ritiro e la svalutazione. L'obiettivo non è solo "controllare" il pensiero, ma ricostruire insieme uno spazio interno più solido e accogliente, dove Lei possa sentirsi legittimata a esistere al di là del giudizio altrui. La invito a non scoraggiarsi nella ricerca di un supporto professionale: dare voce a questo malessere all'interno di una relazione terapeutica sicura è il primo passo per trasformare quel "congelamento" in una nuova possibilità di movimento e di vita.
Un saluto
Dott,ssa Giovanna Costanzo
Buonasera, capisco bene la sensazione di confusione che provi, a volte ciò che sentiamo dentro sembra quasi un linguaggio straniero, difficile da tradurre da soli, ed è normale che questo spaventi.
Ci tengo però a tranquillizzarti: questo non è un segnale di qualcosa di "sbagliato" in te, ma anzi può trasformarsi in "benzina" per la tua evoluzione. A volte il punto non è tanto capire la causa del sintomo, ma chiedersi: cosa sta cercando di dirmi questa parte di me? Spesso, iniziando a darsi ascolto con curiosità e gentilezza, si scoprono risorse che non si pensava di avere.
Il mio consiglio è di non rinunciare alla terapia. Questo percorso vive di relazione, a volte si incontrano professionisti bravissimi, ma con cui semplicemente non scatta quella scintilla o quella risonanza necessaria per sentirsi al sicuro. Non è colpa tua e non è colpa loro, è solo questione di trovare la persona giusta con cui sentirti davvero in contatto. Non perderti d’animo, la strada giusta per te esiste.
Spero di esserti stata utile!
Ci tengo però a tranquillizzarti: questo non è un segnale di qualcosa di "sbagliato" in te, ma anzi può trasformarsi in "benzina" per la tua evoluzione. A volte il punto non è tanto capire la causa del sintomo, ma chiedersi: cosa sta cercando di dirmi questa parte di me? Spesso, iniziando a darsi ascolto con curiosità e gentilezza, si scoprono risorse che non si pensava di avere.
Il mio consiglio è di non rinunciare alla terapia. Questo percorso vive di relazione, a volte si incontrano professionisti bravissimi, ma con cui semplicemente non scatta quella scintilla o quella risonanza necessaria per sentirsi al sicuro. Non è colpa tua e non è colpa loro, è solo questione di trovare la persona giusta con cui sentirti davvero in contatto. Non perderti d’animo, la strada giusta per te esiste.
Spero di esserti stata utile!
Gentile utente,
I pensieri che la bloccando e la rendono passiva rispetto alle sue circostanze di vita sono sicuramente difficili da sostenere, mi rendo conto che deve essere molto difficile per lei.
Non si abbatta, attraverso un percorso mirato alla gestione della sua ansia e dei pensieri intrusivi può senz’altro tornare a stare bene.
Le consiglio di farsi aiutare e di puntare sul suo benessere.
Un cordiale saluto,
Dott.ssa Chiara Roselletti
I pensieri che la bloccando e la rendono passiva rispetto alle sue circostanze di vita sono sicuramente difficili da sostenere, mi rendo conto che deve essere molto difficile per lei.
Non si abbatta, attraverso un percorso mirato alla gestione della sua ansia e dei pensieri intrusivi può senz’altro tornare a stare bene.
Le consiglio di farsi aiutare e di puntare sul suo benessere.
Un cordiale saluto,
Dott.ssa Chiara Roselletti
Leggendoti, arriva una cosa chiara: sei stanca di lottare da sola contro qualcosa che ti invade e ti fa dubitare di te.
E forse la cosa che ti spaventa di più non è l’ansia in sé, ma il sentirti cambiare quando arriva. Come se non fossi più tu. Come se diventassi piccola, fragile, esposta.
Ma vedi… il problema non è che non hai carattere.
È che in certi momenti si attiva una paura così forte del giudizio, dell’errore o di non essere abbastanza, che ti blocca prima ancora di poter essere spontanea.
E allora ti controlli. Ti osservi. Ti correggi. Ti accusi.
E più fai questo, più ti perdi.
Deve essere faticosissimo vivere così.
Ma non sei sbagliata perché succede.
Succede per un motivo.
Spesso questi stati non nascono perché “c’è qualcosa che non va in te”, ma perché una parte di te ha imparato, forse da molto tempo, a stare all’erta. A proteggersi anticipando il rifiuto.
Solo che oggi quella protezione ti fa soffrire.
E qui c’è un punto importante: se si è imparato, si può anche disimparare.
Non devi convincerti con la forza a non pensare.
Non funziona così.
Devi iniziare a capire perché ti credi così facilmente quando una voce interna ti dice che non vali, che l’altro ti giudica, che non ce la farai.
Perché sei così pronta a dare ragione a quella voce… e così poco a te?
Forse questa è la domanda vera.
E forse, più che “spezzare il meccanismo”, c’è da incontrarlo.
Capire da dove viene.
Perché si accende.
Cosa vuole evitare.
E cosa succederebbe se, invece di combatterlo da sola, qualcuno ti aiutasse a leggerlo con te.
Da lì il nodo comincia ad allentarsi.
E sì, può cambiare.
Più di quanto oggi ti sembri possibile.
E forse la cosa che ti spaventa di più non è l’ansia in sé, ma il sentirti cambiare quando arriva. Come se non fossi più tu. Come se diventassi piccola, fragile, esposta.
Ma vedi… il problema non è che non hai carattere.
È che in certi momenti si attiva una paura così forte del giudizio, dell’errore o di non essere abbastanza, che ti blocca prima ancora di poter essere spontanea.
E allora ti controlli. Ti osservi. Ti correggi. Ti accusi.
E più fai questo, più ti perdi.
Deve essere faticosissimo vivere così.
Ma non sei sbagliata perché succede.
Succede per un motivo.
Spesso questi stati non nascono perché “c’è qualcosa che non va in te”, ma perché una parte di te ha imparato, forse da molto tempo, a stare all’erta. A proteggersi anticipando il rifiuto.
Solo che oggi quella protezione ti fa soffrire.
E qui c’è un punto importante: se si è imparato, si può anche disimparare.
Non devi convincerti con la forza a non pensare.
Non funziona così.
Devi iniziare a capire perché ti credi così facilmente quando una voce interna ti dice che non vali, che l’altro ti giudica, che non ce la farai.
Perché sei così pronta a dare ragione a quella voce… e così poco a te?
Forse questa è la domanda vera.
E forse, più che “spezzare il meccanismo”, c’è da incontrarlo.
Capire da dove viene.
Perché si accende.
Cosa vuole evitare.
E cosa succederebbe se, invece di combatterlo da sola, qualcuno ti aiutasse a leggerlo con te.
Da lì il nodo comincia ad allentarsi.
E sì, può cambiare.
Più di quanto oggi ti sembri possibile.
Buonasera, grazie per aver condiviso con tanta chiarezza quello che sta vivendo.
Da ciò che descrive, sembra che in alcune situazioni – soprattutto nuove o percepite come valutative – si attivi un forte stato d’ansia accompagnato da pensieri molto critici verso di sé e dalla sensazione di essere sotto giudizio. Questo può portarla a sentirsi bloccata, meno spontanea e più insicura, alimentando poi un circolo di autosvalutazione e disagio.
Quello che racconta è un meccanismo abbastanza frequente: quando l’ansia aumenta, la mente tende a “proteggersi” anticipando scenari negativi (ad esempio il timore di essere vista come inadeguata), ma questo finisce per farla sentire ancora più in difficoltà nel momento presente.
È importante sapere che non si tratta di mancanza di carattere o forza, ma di un funzionamento che si è probabilmente consolidato nel tempo e che può essere compreso e modificato con un percorso mirato.
Un lavoro psicologico può aiutarla a:
- riconoscere precocemente questi stati interni
- comprendere e ridimensionare i pensieri automatici
- recuperare maggiore spontaneità e sicurezza nelle relazioni
- ridurre il senso di giudizio e autosvalutazione
Il fatto che lei ne sia così consapevole è già un primo passo molto importante.
Se sente che le esperienze precedenti non l’hanno aiutata come sperava, può essere utile cercare un approccio più strutturato e focalizzato su questi meccanismi specifici.
Resto a disposizione se desidera approfondire.
Un caro saluto
Dott.ssa Linda Fusco
Da ciò che descrive, sembra che in alcune situazioni – soprattutto nuove o percepite come valutative – si attivi un forte stato d’ansia accompagnato da pensieri molto critici verso di sé e dalla sensazione di essere sotto giudizio. Questo può portarla a sentirsi bloccata, meno spontanea e più insicura, alimentando poi un circolo di autosvalutazione e disagio.
Quello che racconta è un meccanismo abbastanza frequente: quando l’ansia aumenta, la mente tende a “proteggersi” anticipando scenari negativi (ad esempio il timore di essere vista come inadeguata), ma questo finisce per farla sentire ancora più in difficoltà nel momento presente.
È importante sapere che non si tratta di mancanza di carattere o forza, ma di un funzionamento che si è probabilmente consolidato nel tempo e che può essere compreso e modificato con un percorso mirato.
Un lavoro psicologico può aiutarla a:
- riconoscere precocemente questi stati interni
- comprendere e ridimensionare i pensieri automatici
- recuperare maggiore spontaneità e sicurezza nelle relazioni
- ridurre il senso di giudizio e autosvalutazione
Il fatto che lei ne sia così consapevole è già un primo passo molto importante.
Se sente che le esperienze precedenti non l’hanno aiutata come sperava, può essere utile cercare un approccio più strutturato e focalizzato su questi meccanismi specifici.
Resto a disposizione se desidera approfondire.
Un caro saluto
Dott.ssa Linda Fusco
Salve,la ringrazio per aver condiviso la sua esperienza. Quello che descrive può essere molto faticoso da vivere, ma è anche importante sottolineare che i meccanismi che racconta sono comprensibili e modificabili con un lavoro psicoterapeutico. Da ciò che descrive, sembra che nelle situazioni in cui si sente osservata si attivi una forte ansia legata al giudizio. Questo porta alla comparsa di pensieri automatici come “non sono all’altezza” o “mi vedono strana”, che vengono vissuti come veri e generano blocco, rigidità e perdita di spontaneità.
Si crea così un circolo vizioso: pensieri negativi -ansia - difficoltà nel comportamento - autocritica - calo dell’autostima.
La sensazione di “blocco” che descrive è una reazione automatica del sistema nervoso di fronte a una percezione di minaccia. Allo stesso modo, il “proiettare” sugli altri giudizi negativi è un meccanismo frequente quando ci si sente insicuri.
Questi processi sono comuni e meno insoliti di quanto possa sembrarle, in un percorso cognitivo-comportamentale si lavora per riconoscere i pensieri automatici senza considerarli fatti, ridurre l’autocritica, tollerare meglio l’ansia e recuperare gradualmente spontaneità attraverso l’esperienza.
Un caro saluto
Si crea così un circolo vizioso: pensieri negativi -ansia - difficoltà nel comportamento - autocritica - calo dell’autostima.
La sensazione di “blocco” che descrive è una reazione automatica del sistema nervoso di fronte a una percezione di minaccia. Allo stesso modo, il “proiettare” sugli altri giudizi negativi è un meccanismo frequente quando ci si sente insicuri.
Questi processi sono comuni e meno insoliti di quanto possa sembrarle, in un percorso cognitivo-comportamentale si lavora per riconoscere i pensieri automatici senza considerarli fatti, ridurre l’autocritica, tollerare meglio l’ansia e recuperare gradualmente spontaneità attraverso l’esperienza.
Un caro saluto
Buonasera, quello che descrive è un vissuto molto intenso e faticoso, e si percepisce chiaramente quanto questa esperienza dell’ansia e dei pensieri intrusivi stia influenzando non solo il suo stato emotivo, ma anche il modo in cui si percepisce nel rapporto con gli altri e nelle situazioni nuove. In una prospettiva cognitivo comportamentale, un elemento centrale da cui partire è il legame tra pensieri, emozioni e comportamenti. Quello che racconta sembra inserirsi in un ciclo molto tipico dell’ansia: in una situazione percepita come nuova o valutativa, si attivano pensieri automatici di giudizio su di sé, come il timore di essere osservata, valutata negativamente o di non essere adeguata. Questi pensieri non restano solo a livello mentale, ma generano una forte attivazione emotiva, che lei descrive come blocco, irrigidimento e paura. A quel punto, il corpo e il comportamento tendono ad adattarsi a quello stato interno, portando a una minore spontaneità, maggiore controllo di sé e una sensazione di “non essere naturale”. Questo stesso cambiamento comportamentale viene poi osservato da lei stessa, e spesso interpretato in modo critico, come prova del fatto che qualcosa non va o che gli altri possano notarla in modo negativo. In questo modo si chiude il circolo: il pensiero iniziale alimenta la paura, la paura modifica il comportamento, e il comportamento conferma il pensiero. È importante sottolineare che questo non è un segno di debolezza o mancanza di carattere, ma piuttosto un funzionamento della mente ansiosa che tende a diventare iperattenta al giudizio altrui e a interpretare le situazioni neutre o ambigue in modo minaccioso. Quando questo schema si attiva, la mente entra in una sorta di modalità di “controllo e protezione”, che però paradossalmente riduce la spontaneità e aumenta la sensazione di rigidità. Il fatto che lei riconosca di avere pensieri di autosvalutazione dopo questi momenti è molto importante, perché mostra una capacità di osservazione del proprio funzionamento interno. Tuttavia, questi pensieri tendono a rafforzare ulteriormente il circolo, perché aggiungono una seconda valutazione negativa su ciò che è già stato vissuto come difficile. In ottica cognitivo comportamentale, il lavoro utile non è quello di “bloccare” i pensieri, ma di imparare a riconoscerli come eventi mentali, senza considerarli automaticamente verità o previsioni affidabili. Allo stesso tempo, si lavora per ridurre la tendenza a interpretare ogni segnale interno o esterno come giudizio o pericolo, e per recuperare gradualmente una maggiore flessibilità nel comportamento anche in presenza di ansia. Quello che sta vivendo non è una condizione senza via d’uscita. Al contrario, è un insieme di schemi che possono essere compresi e modificati nel tempo, soprattutto attraverso un lavoro costante su come si interpretano le situazioni e su come si risponde a queste interpretazioni. Il fatto che il problema si accentui nelle situazioni nuove è un’informazione importante, perché indica che il sistema di allarme si attiva soprattutto davanti all’incertezza, e su questo è possibile intervenire in modo mirato. Un percorso psicologico può aiutarla proprio a “prendere per mano” questo meccanismo, riconoscendo i momenti in cui si attiva, imparando a non farsi guidare automaticamente dai pensieri di svalutazione e recuperando progressivamente una maggiore libertà di azione anche in presenza di ansia. Non si tratta di eliminare le emozioni, ma di cambiare il rapporto che si ha con esse. Il fatto che lei si ponga tutte queste domande è già un primo passo importante verso la comprensione del proprio funzionamento interno, che è la base per qualsiasi cambiamento stabile. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Gentile utente, quanto descrive richiama un quadro che, in ottica cognitivo-comportamentale (TCC), possiamo leggere come un circolo di ansia sociale ed autosvalutazione: pensieri automatici negativi (es. "verrò giudicata", "non ne sono capace") attivano emozioni intense e comportamenti di sicurezza (irrigidimento, evitamento, ipercontrollo), che a loro volta confermano le credenze profonde su di sé.
Un percorso TCC può aiutarla a identificare e ristrutturare questi pensieri tramite tecniche come l'auto-monitoraggio (diario ABC), il dialogo socratico e gli esperimenti comportamentali. L'integrazione con interventi di matrice ACT favorisce inoltre l'accettazione delle sensazioni interne e l'orientamento ai propri valori, riducendo la lotta con i pensieri intrusivi.
Quanto descrive non è una condanna né un tratto immutabile: si può lavorare e modificare gradualmente lo schema. Le suggerisco di rivolgersi a uno psicoterapeuta cognitivo-comportamentale per una valutazione approfondita e un percorso strutturato.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Un percorso TCC può aiutarla a identificare e ristrutturare questi pensieri tramite tecniche come l'auto-monitoraggio (diario ABC), il dialogo socratico e gli esperimenti comportamentali. L'integrazione con interventi di matrice ACT favorisce inoltre l'accettazione delle sensazioni interne e l'orientamento ai propri valori, riducendo la lotta con i pensieri intrusivi.
Quanto descrive non è una condanna né un tratto immutabile: si può lavorare e modificare gradualmente lo schema. Le suggerisco di rivolgersi a uno psicoterapeuta cognitivo-comportamentale per una valutazione approfondita e un percorso strutturato.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Quello che descrivi è molto più comune (e comprensibile) di quanto sembri quando ci sei dentro. E no, non è “mancanza di carattere”: è un insieme di meccanismi psicologici che si attivano soprattutto nelle situazioni nuove o percepite come valutative.
Quello che racconti assomiglia a un intreccio di ansia sociale / da prestazione, ipercontrollo dei pensieri, autosvalutazione appresa, proiezione e lettura della mente (“penserà che sono strana”). Da quello che scrivi, c’è un pezzo importante: sentirsi screditata, non aver ricevuto fiducia.
Quando cresci con questo tipo di esperienza, si forma una credenza profonda cioè quella di dover dimostrare di valere, altrimenti verrai giudicata o rifiutata
Il problema non è che hai quei pensieri, il problema è che ci credi e ci lotti contro.
Questo meccanismo non si rompe solo con la forza di volontà, devi cambiare il rapporto con i tuoi pensieri, non devi combatterli ma accettarli, devi riconoscerli ma non seguirli.
Quando ti blocchi, stai tutta dentro la tua testa, prova a fare una cosa concreta:
guarda 3 oggetti nella stanza
ascolta una voce
senti i piedi a terra
Questo serve a uscire dal loop mentale.
Se hai già visto professionisti e non ti sei sentita aiutata, non significa che “non funziona”, può significare probabilmente che non era l’approccio giusto o non ti sei sentita davvero compresa. Hai bisogno di qualcuno che lavori in modo attivo su questi meccanismi, non solo ascolto.
Quello che racconti assomiglia a un intreccio di ansia sociale / da prestazione, ipercontrollo dei pensieri, autosvalutazione appresa, proiezione e lettura della mente (“penserà che sono strana”). Da quello che scrivi, c’è un pezzo importante: sentirsi screditata, non aver ricevuto fiducia.
Quando cresci con questo tipo di esperienza, si forma una credenza profonda cioè quella di dover dimostrare di valere, altrimenti verrai giudicata o rifiutata
Il problema non è che hai quei pensieri, il problema è che ci credi e ci lotti contro.
Questo meccanismo non si rompe solo con la forza di volontà, devi cambiare il rapporto con i tuoi pensieri, non devi combatterli ma accettarli, devi riconoscerli ma non seguirli.
Quando ti blocchi, stai tutta dentro la tua testa, prova a fare una cosa concreta:
guarda 3 oggetti nella stanza
ascolta una voce
senti i piedi a terra
Questo serve a uscire dal loop mentale.
Se hai già visto professionisti e non ti sei sentita aiutata, non significa che “non funziona”, può significare probabilmente che non era l’approccio giusto o non ti sei sentita davvero compresa. Hai bisogno di qualcuno che lavori in modo attivo su questi meccanismi, non solo ascolto.
Buongiorno,
quello che descrive arriva in modo molto chiaro, soprattutto in quella sensazione di bloccarsi, irrigidirsi e sentirsi subito sotto giudizio, anche quando fuori non c’è nulla di esplicito.
Da come lo racconta, sembra attivarsi una sorta di voce interna molto critica e svalutante, che entra proprio nei momenti in cui per lei qualcosa è più nuovo o esposto. Spesso, in questi casi, non è tanto “mancanza di forza”, ma un meccanismo più profondo, che prende il nome di "sabotatore interno" e che si è sviluppato con l'intento di proteggere… ma che in realtà non fa altro che stabilizzare la sofferenza
Non è qualcosa che si spegne semplicemente “non ascoltandolo”, perché si muove a un livello più automatico e profondo.
Più che combatterlo, può diventare importante iniziare a riconoscerlo e capire quando si attiva e cosa porta con sé. È da lì che si può iniziare, piano piano, a interrompere questo circolo e ritrovare un modo più libero di stare e di essere.
È un lavoro che si può fare, il suo sabotatore interno non è qualcosa che la definisce, ma qualcosa che può essere compreso e trasformato.
Resto a disposizione,
Dott.ssa Elena Petitti
quello che descrive arriva in modo molto chiaro, soprattutto in quella sensazione di bloccarsi, irrigidirsi e sentirsi subito sotto giudizio, anche quando fuori non c’è nulla di esplicito.
Da come lo racconta, sembra attivarsi una sorta di voce interna molto critica e svalutante, che entra proprio nei momenti in cui per lei qualcosa è più nuovo o esposto. Spesso, in questi casi, non è tanto “mancanza di forza”, ma un meccanismo più profondo, che prende il nome di "sabotatore interno" e che si è sviluppato con l'intento di proteggere… ma che in realtà non fa altro che stabilizzare la sofferenza
Non è qualcosa che si spegne semplicemente “non ascoltandolo”, perché si muove a un livello più automatico e profondo.
Più che combatterlo, può diventare importante iniziare a riconoscerlo e capire quando si attiva e cosa porta con sé. È da lì che si può iniziare, piano piano, a interrompere questo circolo e ritrovare un modo più libero di stare e di essere.
È un lavoro che si può fare, il suo sabotatore interno non è qualcosa che la definisce, ma qualcosa che può essere compreso e trasformato.
Resto a disposizione,
Dott.ssa Elena Petitti
Gentile utente, da ciò che descrive sembra che nelle situazioni nuove o relazionalmente significative si attivi un forte stato di allarme: lei non è più semplicemente dentro la situazione, ma inizia a osservarsi, giudicarsi e anticipare lo sguardo dell’altro.
Non parlerei di mancanza di carattere o di debolezza. Sembra piuttosto un modo doloroso di proteggersi dal rischio di sentirsi giudicata o non all’altezza. Si può lavorare su questo. Un percorso psicologico può aiutarla a comprendere quando si attiva questo meccanismo. Non si tratta solo di “scacciare i pensieri”, ma di imparare a riconoscere il modo in cui prendono potere su di lei e a recuperare una presenza più libera nelle situazioni.
Non parlerei di mancanza di carattere o di debolezza. Sembra piuttosto un modo doloroso di proteggersi dal rischio di sentirsi giudicata o non all’altezza. Si può lavorare su questo. Un percorso psicologico può aiutarla a comprendere quando si attiva questo meccanismo. Non si tratta solo di “scacciare i pensieri”, ma di imparare a riconoscere il modo in cui prendono potere su di lei e a recuperare una presenza più libera nelle situazioni.
La ringrazio per aver condiviso questo vissuto così faticoso. Quello che lei descrive come un "congelarsi" o sentirsi una "banderuola" è una reazione che conosco bene, è come se, davanti agli altri, la sua parte più spontanea si nascondesse per paura di essere giudicata, lasciando spazio a un’ansia che cerca di controllare tutto, ma finisce solo per bloccarla. Leggendo le sue parole si sente quanto questo "congelarsi" la faccia soffrire, ma vorrei dirle subito che quello che le succede ha un senso e, soprattutto, se ne può uscire.
Il meccanismo che scatta in lei è una protezione, quando si sente osservata o in una situazione nuova, la sua mente si mette in allarme e, per paura di sbagliare o essere giudicata, la blocca. È come se lei smettesse di guardare il mondo con i suoi occhi e iniziasse a guardarsi attraverso quelli (presunti) degli altri, finendo per sentirsi inadeguata. Non è una mancanza di carattere, ma un modo in cui la sua ansia cerca di proteggerla da un possibile rifiuto, anche se poi l'effetto è quello di farla sentire "passiva".
Per spezzare questo circolo non serve "combattere" i pensieri o sforzarsi di avere più stima di sé dall'oggi al domani. Si inizia invece comprendendo che quel giudizio che sente arrivare dagli altri è quasi sempre il riflesso di come lei tratta se stessa in quel momento. In un percorso terapeutico si lavora per abbassare questo controllo e permettersi di essere spontanea, un passo alla volta, senza il terrore di dover essere perfetta.
Sì, si può assolutamente guarire, perché questo non è un difetto di fabbrica, ma un modo di stare nelle relazioni che ha imparato nel tempo e che può "disimparare". La sua capacità di descrivere così bene cosa prova è già un segnale che ha tutte le risorse per riprendersi il suo spazio e vivere il lavoro e la quotidianità con molta più spensieratezza.
Il meccanismo che scatta in lei è una protezione, quando si sente osservata o in una situazione nuova, la sua mente si mette in allarme e, per paura di sbagliare o essere giudicata, la blocca. È come se lei smettesse di guardare il mondo con i suoi occhi e iniziasse a guardarsi attraverso quelli (presunti) degli altri, finendo per sentirsi inadeguata. Non è una mancanza di carattere, ma un modo in cui la sua ansia cerca di proteggerla da un possibile rifiuto, anche se poi l'effetto è quello di farla sentire "passiva".
Per spezzare questo circolo non serve "combattere" i pensieri o sforzarsi di avere più stima di sé dall'oggi al domani. Si inizia invece comprendendo che quel giudizio che sente arrivare dagli altri è quasi sempre il riflesso di come lei tratta se stessa in quel momento. In un percorso terapeutico si lavora per abbassare questo controllo e permettersi di essere spontanea, un passo alla volta, senza il terrore di dover essere perfetta.
Sì, si può assolutamente guarire, perché questo non è un difetto di fabbrica, ma un modo di stare nelle relazioni che ha imparato nel tempo e che può "disimparare". La sua capacità di descrivere così bene cosa prova è già un segnale che ha tutte le risorse per riprendersi il suo spazio e vivere il lavoro e la quotidianità con molta più spensieratezza.
Gentile utente,
dalle sue parole emerge potente il suo malessere e di questo mi dispiace molto.
Da quello che scrive, sembra che abbia già provato percorsi di psicoterapia che però non sono stati per lei efficaci. Purtroppo, per rispondere sulla natura di questi meccanismi automatici, però, non basta lo spazio offerto su questa piattaforma.
Un professionista che la possa accogliere nel suo studio avrà invece lo spazio sufficiente per potersi occupare di lei con la giusta cura. Le pongo una domanda: oltre al fatto che queste modalità automatiche e negative non siano state risolte, potrebbe essere che la paura di affidarsi senza perdere il suo centro sia un’altra difficoltà nell’accedere a un percorso di cura?
In un percorso terapeutico che indaga le profondità della psiche, per modificare dei comportamenti automatici e rendere i risultati duraturi ci vuole tempo. Forse, affidandosi a un professionista e confidando nelle sue capacità, pian piano potrà scardinarli; magari con un sostegno farmacologico che intanto attenui i sintomi e le faccia sentire un sollievo più immediato che le permetta così anche di vivere più serenamente l’esplorazione di sé.
Rimango a sua disposizione.
Un caro saluto
dalle sue parole emerge potente il suo malessere e di questo mi dispiace molto.
Da quello che scrive, sembra che abbia già provato percorsi di psicoterapia che però non sono stati per lei efficaci. Purtroppo, per rispondere sulla natura di questi meccanismi automatici, però, non basta lo spazio offerto su questa piattaforma.
Un professionista che la possa accogliere nel suo studio avrà invece lo spazio sufficiente per potersi occupare di lei con la giusta cura. Le pongo una domanda: oltre al fatto che queste modalità automatiche e negative non siano state risolte, potrebbe essere che la paura di affidarsi senza perdere il suo centro sia un’altra difficoltà nell’accedere a un percorso di cura?
In un percorso terapeutico che indaga le profondità della psiche, per modificare dei comportamenti automatici e rendere i risultati duraturi ci vuole tempo. Forse, affidandosi a un professionista e confidando nelle sue capacità, pian piano potrà scardinarli; magari con un sostegno farmacologico che intanto attenui i sintomi e le faccia sentire un sollievo più immediato che le permetta così anche di vivere più serenamente l’esplorazione di sé.
Rimango a sua disposizione.
Un caro saluto
Buonasera. Sento dalle tue parole quanta sofferenza ti provochi questo "congelamento" e quanto sia faticoso convivere con una voce interiore che ti rema contro proprio nei momenti in cui avresti bisogno di sicurezza. Quello che descrivi è un meccanismo psicologico molto preciso, ed è possibile non solo comprenderlo, ma anche spezzarlo. Ovviamente, ci tengo a dire che non è possibile fare diagnosi soltanto leggendo quanto hai scritto ma...
Quello che sperimenti è un classico esempio di profezia che si autoavvera, alimentata da processi cognitivi che la Terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT) analizza così:
1. Pensieri Automatici Negativi (PAN): in situazioni nuove, la tua mente genera pensieri come "Mi vedono strana" o "Non fa per me". Non sono fatti, ma interpretazioni deformate dalla paura.
2. Monitoraggio di Sé: ti concentri così tanto sul tuo comportamento per "non sembrare strana" che diventi rigida. Questo sposta la tua attenzione dall'esterno (il lavoro) all'interno (il tuo disagio).
3. Risposta di "Freezing" (Congelamento): quando il cervello percepisce un pericolo (il giudizio altrui), attiva una risposta arcaica di sopravvivenza. Ti blocchi, diventi passiva e perdi la spontaneità.
4. Rinvio e Svalutazione: una volta finita la situazione, analizzi l'accaduto confermando i tuoi timori: "Ecco, sono stata una banderuola". Questo abbassa l'autostima e prepara il terreno per l'ansia successiva.
Dici che nessuno ha ancora "preso per le corna" il tuo malessere. La CBT è l'approccio d'elezione per questo tipo di problematiche perché è pratica, orientata allo scopo e strutturata. Ecco come ti aiuterebbe:
- Ristrutturazione Cognitiva: imparerai a identificare quella "voce" non come una verità assoluta, ma come un errore del tuo sistema di allarme. Imparerai a rispondere ai pensieri di svalutazione con prove oggettive.
- Esposizione Graduale ed Esperimenti Comportamentali: Invece di subire la passività, concorderai con il terapeuta dei piccoli passi per "testare" se gli altri ti giudicano davvero o se è una tua proiezione.
- Training di Assertività: lavorerai sul "carattere" che senti di non avere, imparando tecniche per comunicare i tuoi dubbi senza sentirti inferiore.
- Mindfulness e Accettazione: per gestire il "battito del cuore" e il congelamento senza spaventarti ulteriormente.
Non sei "senza carattere", sei solo incastrata in un'abitudine mentale molto dolorosa. Il fatto che tu riesca a descrivere così bene i tuoi processi interni (proiezione, autosabotaggio, congelamento) indica che hai già una grande consapevolezza, che è il primo passo fondamentale per il cambiamento.
Cerca uno psicoterapeuta specializzato in CBT (Terapia Cognitivo-Comportamentale) così da poter affrontare un percorso focalizzato sulla gestione dell'ansia sociale e sul potenziamento dell'autostima.
Meriti di svolgere il tuo lavoro con la serenità che la tua sensibilità merita.
Non sei sola in questo, e quella "voce" può essere educata a tacere.
Quello che sperimenti è un classico esempio di profezia che si autoavvera, alimentata da processi cognitivi che la Terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT) analizza così:
1. Pensieri Automatici Negativi (PAN): in situazioni nuove, la tua mente genera pensieri come "Mi vedono strana" o "Non fa per me". Non sono fatti, ma interpretazioni deformate dalla paura.
2. Monitoraggio di Sé: ti concentri così tanto sul tuo comportamento per "non sembrare strana" che diventi rigida. Questo sposta la tua attenzione dall'esterno (il lavoro) all'interno (il tuo disagio).
3. Risposta di "Freezing" (Congelamento): quando il cervello percepisce un pericolo (il giudizio altrui), attiva una risposta arcaica di sopravvivenza. Ti blocchi, diventi passiva e perdi la spontaneità.
4. Rinvio e Svalutazione: una volta finita la situazione, analizzi l'accaduto confermando i tuoi timori: "Ecco, sono stata una banderuola". Questo abbassa l'autostima e prepara il terreno per l'ansia successiva.
Dici che nessuno ha ancora "preso per le corna" il tuo malessere. La CBT è l'approccio d'elezione per questo tipo di problematiche perché è pratica, orientata allo scopo e strutturata. Ecco come ti aiuterebbe:
- Ristrutturazione Cognitiva: imparerai a identificare quella "voce" non come una verità assoluta, ma come un errore del tuo sistema di allarme. Imparerai a rispondere ai pensieri di svalutazione con prove oggettive.
- Esposizione Graduale ed Esperimenti Comportamentali: Invece di subire la passività, concorderai con il terapeuta dei piccoli passi per "testare" se gli altri ti giudicano davvero o se è una tua proiezione.
- Training di Assertività: lavorerai sul "carattere" che senti di non avere, imparando tecniche per comunicare i tuoi dubbi senza sentirti inferiore.
- Mindfulness e Accettazione: per gestire il "battito del cuore" e il congelamento senza spaventarti ulteriormente.
Non sei "senza carattere", sei solo incastrata in un'abitudine mentale molto dolorosa. Il fatto che tu riesca a descrivere così bene i tuoi processi interni (proiezione, autosabotaggio, congelamento) indica che hai già una grande consapevolezza, che è il primo passo fondamentale per il cambiamento.
Cerca uno psicoterapeuta specializzato in CBT (Terapia Cognitivo-Comportamentale) così da poter affrontare un percorso focalizzato sulla gestione dell'ansia sociale e sul potenziamento dell'autostima.
Meriti di svolgere il tuo lavoro con la serenità che la tua sensibilità merita.
Non sei sola in questo, e quella "voce" può essere educata a tacere.
Buonasera,
da ciò che racconta sembra che, soprattutto nelle situazioni nuove, si attivi un circuito: un pensiero di essere giudicata, poi irrigidimento, blocco, e infine autosvalutazione.
Non è tanto una questione di “controllare i pensieri”, quanto di come lei li prende subito come verità su di sé e come questo la porta a chiudersi e sentirsi inadeguata.
Il punto centrale sembra la difficoltà a tollerare lo sguardo dell’altro senza trasformarlo automaticamente in giudizio.
Può essere utile iniziare a riconoscere questo meccanismo mentre accade, più che cercare di eliminarlo subito.
da ciò che racconta sembra che, soprattutto nelle situazioni nuove, si attivi un circuito: un pensiero di essere giudicata, poi irrigidimento, blocco, e infine autosvalutazione.
Non è tanto una questione di “controllare i pensieri”, quanto di come lei li prende subito come verità su di sé e come questo la porta a chiudersi e sentirsi inadeguata.
Il punto centrale sembra la difficoltà a tollerare lo sguardo dell’altro senza trasformarlo automaticamente in giudizio.
Può essere utile iniziare a riconoscere questo meccanismo mentre accade, più che cercare di eliminarlo subito.
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