Buon pomeriggio e Buon Anno Gentili Dottori..Vorrei scrivo perché mi sento inutile..ho 33 studio far

24 risposte
Buon pomeriggio e Buon Anno Gentili Dottori..Vorrei scrivo perché mi sento inutile..ho 33 studio farmacia e nonostante sia in ritardo e lenta, quando sostengo gli esami prendo ottimi voti, seguo le lezioni, partecipo..ma nonostante ciò mi sento inutile , anche se mi laureassi nessuno verrebbe a chiedere consiglio a me e non sarei in grado di salvare la vita a nessuno..questo perché la figlia di una amica di mia sorella si è laureata a 24 anni in medicina ed e' riuscita anche a capire che un suo familiare aveva una insufficienza cardiaca e viene elogiata da tutti : " è brava, si vede che ha la passione, è riuscita a salvarle la vita " " ci vuole un medico in famiglia"..mi sento inutile..non so neanche fare una puntura.. dopo che è morta mia madre ho pensato che se avesse avuto una figlia come lei non sarebbe morta..e poi quando mia madre stava male, mia sorella fece vedere le analisi a questa ragazza (all'epoca non ancora laureata" e siccome le disse che doveva fare una ecografia, allora mia sorella
disse" solo una studentessa di medicina è riuscita a capire " e mi disse mi disse tempo fa: "i farmacisti non sono medici, non dovrebbero consigliare"...penso che già esistendo questa ragazza ed altre persone perfette laureate giovani e con 110, non ha senso la mia laurea, penso che non mi sceglieranno per un lavoro. Vi chiedo cosa dovrei fare, non so come poter reagire, continuare a studiare. Grazie per il vostro tempo.
Dott.ssa Alina Mustatea
Psicologo, Psicologo clinico
Pomezia
Gentile paziente,
quello che descrive non è inutilità, ma un dolore profondo legato al confronto continuo, alla svalutazione e al lutto non elaborato per sua madre. Il suo senso di inutilità non nasce dai fatti, ma da un sistema di paragoni che la sta schiacciando e che confonde il valore personale con la prestazione, l’età o il ruolo professionale.Lei sta studiando farmacia con impegno, ottiene ottimi voti, partecipa, segue le lezioni. Questi sono dati di realtà. Il fatto che sia n ritardo rispetto a un ideale imposto dall’esterno non annulla né le sue competenze né il suo percorso. Il problema non è ciò che lei è o ciò che fa, ma il modo in cui viene costantemente messa a confronto con figure idealizzate, come questa ragazza laureata in medicina, trasformata quasi in un simbolo di perfezione irraggiungibile.
Il pensiero “se mia madre avesse avuto una figlia come lei non sarebbe morta” è comprensibile, ma è un pensiero carico di colpa e onnipotenza retrospettiva. Nessun figlio può salvare un genitore dalla malattia o dalla morte. Attribuirsi questa responsabilità è una forma di auto punizione che nasce dal dolore, non dalla realtà. Sua madre non è morta perché lei studia farmacia e non medicina, e questo va detto con fermezza.
Farmacisti e medici hanno ruoli diversi, entrambi fondamentali. Non tutti salvano vite diagnosticando una patologia grave, ma moltissime persone vengono aiutate, orientate, rassicurate, curate anche grazie al lavoro dei farmacisti. Ridurre il valore di una professione al “salvare la vita” è una semplificazione crudele e falsa. Il suo contributo, oggi e domani, non si misura con l’eroismo, ma con la competenza, l’etica e la relazione con le persone..Il timore di non essere scelta per un lavoro nasce più dalla svalutazione interiorizzata che da una reale mancanza di capacità. Le persone non cercano solo “i perfetti”, cercano professionisti affidabili, preparati, umani. E lei, da ciò che scrive, lo è.
In questo momento la cosa più importante è continuare a studiare non per dimostrare qualcosa a qualcuno, ma per lei. E parallelamente lavorare in terapia su questi nuclei di confronto, colpa e autosvalutazione, che si sono rafforzati dopo la perdita di sua madre. Senza questo lavoro interno, ogni traguardo rischia di non bastare mai.Lei non è inutile. Sta soffrendo. E la sofferenza, quando è ascoltata e accompagnata, può trasformarsi in forza e consapevolezza!

Un caro saluto,
Dott.ssa Alina Mustatea
Psicologa clinica e giuridica
Psicodiagnosta clinica e forense
Coordinatore genitoriale

Se desidera un supporto per lavorare sul senso di valore personale, sul lutto e sull’autostima, può prenotare una visita.

Risolvi i tuoi dubbi grazie alla consulenza online

Se hai bisogno del consiglio di uno specialista, prenota una consulenza online. Otterrai risposte senza muoverti da casa.

Mostra risultati Come funziona?
Buon pomeriggio, dal suo messaggio emerge un dolore profondo, amplificato dal lutto e da continui confronti che rischiano di farle perdere di vista il suo valore.
Sentirsi in difficoltà dopo una perdita così importante è umano, ma non definisce né le sue capacità né il senso del suo percorso.
Il suo impegno e i risultati parlano di competenze reali, anche se oggi fa fatica a riconoscerle.
Un percorso psicologico può aiutarla a elaborare questo dolore e a ricostruire fiducia in sé, al di là dei paragoni.
Se lo desidera, può essere un primo passo per prendersi cura di sé in questo momento delicato. Possiamo concordare insieme un incontro conoscitivo e capire come posso esserle utile. L'aspetto, Dott.ssa Alessandra Corti
Dott.ssa Fortunata La Mura
Psicoterapeuta, Psicologo
Pompei
Buon pomeriggio, e grazie per aver condiviso qualcosa di così doloroso e intimo.
Nelle tue parole sento un peso profondo, fatto di confronto, di lutto e di una ferita che sembra toccare il tuo valore come persona, prima ancora che come studentessa o futura professionista.
Ciò che emerge con forza è come tu stia guardando te stessa quasi esclusivamente attraverso gli occhi degli altri. Il tuo senso di “inutilità” non nasce da ciò che fai davvero — perché studi, partecipi, ottieni buoni risultati — ma da un confronto continuo che ti pone sempre “un passo indietro”, come se il tuo valore dipendesse dall’essere uguale o migliore di qualcun altro. In questo confronto, tu scompari.
C’è poi un nodo molto delicato: la morte di tua madre. Qui il dolore sembra intrecciarsi a un senso di colpa e a un pensiero durissimo verso di te: “se fossi stata diversa, forse non sarebbe andata cosi”. Questo è un pensiero comprensibile nel lutto, ma è anche un pensiero che schiaccia, perché ti attribuisce un potere — e una responsabilità — che nessun figlio dovrebbe portare. La perdita, così, non resta solo una ferita da piangere, ma diventa una prova contro di te.
Le parole di tua sorella, gli elogi rivolti all’altra ragazza, sembrano aver dato forma a una convinzione molto rigida: che esistano professioni “che salvano” e altre che non contano; persone “giuste” e persone “di troppo”. In questa logica, tu ti collochi automaticamente dalla parte sbagliata. Ma questa è una costruzione relazionale, non una verità su di te.
In Gestalt lavoriamo molto su ciò che è presente ora: ora tu sei una donna di 33 anni che studia, che tiene, che va avanti nonostante il dolore, che sente di non bastare e soffre per questo. Questo “sentirsi inutile” non è un difetto da correggere, ma un messaggio da ascoltare: parla di un bisogno di riconoscimento, di dignità, di legittimazione. Parla anche di una rabbia e di una tristezza che forse non hanno ancora trovato spazio.
Non posso dirti cosa “dovresti fare”. Posso però dirti che il modo in cui ti stai guardando oggi è molto severo, e poco gentile con la tua storia. Continuare a studiare o fermarti non è la vera domanda. La domanda più profonda sembra essere: chi sei tu, al di là dei paragoni, dei voti, delle etichette professionali? E che posto dai al tuo dolore, invece di usarlo per condannarti?
Un percorso terapeutico può aiutarti per tornare a sentire te stessa come una persona intera, non come un confronto perso in partenza. Per dare voce a ciò che è rimasto in sospeso con tua madre, con tua sorella, e soprattutto con te.
Ti sono vicina. Quello che provi ha senso, anche se fa molto male. E merita ascolto, non giudizio.
Ti abbraccio.
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Buon pomeriggio,

dalle sue parole emerge una sofferenza profonda, fatta di dolore per la perdita di sua madre, confronto costante con gli altri e una svalutazione di sé che sembra andare ben oltre le sue reali competenze. È importante dirlo chiaramente: il sentirsi “inutile” non è un dato di realtà, ma uno stato emotivo, spesso legato a lutti non elaborati, ferite relazionali e a un confronto ingiusto e continuo.

Il percorso che sta facendo non è affatto privo di valore: studiare Farmacia, sostenere esami con ottimi risultati, partecipare attivamente alle lezioni richiede impegno, capacità e costanza. Il fatto di essere più lenta o in ritardo non definisce né la sua intelligenza né il suo valore personale o professionale. Ogni professione sanitaria ha ruoli, competenze e responsabilità diverse: il farmacista non è un “medico mancato”, ma un professionista fondamentale nella tutela della salute, con un sapere specifico e prezioso.

Il confronto con questa ragazza laureata in Medicina, così come alcune frasi ricevute da persone significative, sembrano aver toccato un punto molto sensibile, probabilmente amplificando il senso di colpa e di impotenza legato alla malattia e alla morte di sua madre. Pensare che “se fossi stata diversa, lei sarebbe viva” è un pensiero comprensibile nel lutto, ma è anche molto doloroso e irrealistico: la responsabilità di una malattia o di una perdita non può ricadere su una figlia.

Alla domanda “cosa dovrei fare?”, la risposta non è smettere di studiare o rinunciare a se stessa, ma fermarsi ad ascoltare questa sofferenza. Sarebbe davvero importante approfondire tutto questo con uno specialista, per lavorare sul lutto, sull’autostima e su questi pensieri svalutanti che oggi la fanno stare così male. Un percorso psicologico può aiutarla a ridare senso al suo cammino e a riconoscere il suo valore, al di là dei confronti e dei giudizi esterni.

Un caro saluto
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Gentile Dott.ssa,

la ringrazio per aver condiviso il suo vissuto con tanta apertura. Dalle sue parole emerge una sofferenza significativa, caratterizzata da un forte senso di inutilità, da un confronto costante e penalizzante con gli altri e da una profonda svalutazione delle sue competenze personali e professionali.

È importante sottolineare che il sentirsi “lenta”, “in ritardo” o “non abbastanza” non equivale a esserlo realmente. Al contrario, lei descrive un percorso universitario in cui, nonostante le difficoltà percepite, ottiene ottimi risultati agli esami, partecipa attivamente alle lezioni e dimostra impegno e capacità. Il fatto che questi elementi oggettivi non riescano a tradursi in un senso di soddisfazione o fiducia in sé suggerisce la presenza di una fragilità dell’autostima e di un ridotto senso di autoefficacia.

Il confronto con figure percepite come più giovani, più rapide o più “brillanti” sembra aver assunto un ruolo centrale nel modo in cui valuta se stessa, fino a mettere in discussione il significato stesso della sua laurea e la possibilità di essere scelta o riconosciuta professionalmente.

Dal punto di vista psicologico, il disagio che esprime non riguarda tanto le sue reali capacità, quanto il modo in cui interpreta se stessa e il proprio valore. Per questo motivo, un percorso di sostegno psicologico potrebbe rappresentare uno spazio utile e protetto per lavorare su diversi aspetti:
• il rafforzamento dell’autostima, imparando a riconoscere e validare le proprie competenze;
• lo sviluppo del senso di autoefficacia, ovvero la fiducia nella propria capacità di affrontare le sfide e costruire un futuro professionale coerente con le proprie risorse;
• la riduzione del confronto costante con gli altri, che attualmente sembra alimentare sentimenti di inadeguatezza;
• l’elaborazione delle aspettative esterne interiorizzate, che rischiano di oscurare la sua identità e i suoi obiettivi personali.

Il valore di un percorso di studi e di una professione non si misura esclusivamente dalla rapidità, dall’età o dal giudizio altrui, ma dalla competenza costruita nel tempo e dalla possibilità di occupare un ruolo significativo e utile nella realtà in cui si opera. Tuttavia, per poter riconoscere questo valore, è spesso necessario un lavoro psicologico che aiuti a guardarsi con maggiore equilibrio e benevolenza.

Chiedere supporto in una fase di forte dubbio non è un segno di debolezza, ma un passo importante verso una maggiore consapevolezza di sé e delle proprie risorse. Un percorso di sostegno potrebbe aiutarla a ritrovare fiducia, chiarezza e motivazione, indipendentemente dai confronti che oggi la fanno soffrire.

Resto a disposizione per eventuali approfondimenti e le auguro di poter intraprendere un cammino di maggiore fiducia in se stessa.

Un cordiale saluto,
Dott./Dott.ssa Claudia L. Pellicani
Psicologo/a
Buongiorno,
dalle sue parole emerge sofferenza legata a un forte senso di inutilità, che sembra essersi intensificato dopo la perdita di sua madre e attraverso continui confronti con modelli percepiti come “perfetti”. Il dolore che descrive sembra non riguardare le sue reali competenze ma il modo in cui lei percepisce il suo valore personale, misurato attraverso il confronto e il giudizio altrui.
Il suo percorso di studi, che prosegue con impegno e ottimi risultati, parla di risorse importanti che oggi fatica a riconoscere. Il senso di inadeguatezza che descrive merita ascolto e cura. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a elaborare questi vissuti, a ridimensionare il confronto svalutante e a ricostruire un’immagine di sé più realistica e meno punitiva, prendendosi cura del modo in cui oggi guarda a se stessa.
Un caro saluto, PR.
Dott.ssa Lucia Mattia
Psicologo, Psicologo clinico
Potenza
Salve, le consiglio vivamente di intraprendere un percorso psicologico per esplorare da dove derivi il suo perfezionismo e la sua mancanza di autostima. Quello che lei sperimenta è comune a molti studenti universitari. Chiedendo aiuto si può stare meglio e recuperare serenità. Si lasci aiutare. Saluti
Dr. Leopoldo Tacchini
Psicologo, Psicologo clinico, Neuropsicologo
Figline Valdarno
Gentilissima, sa che le dico? Mi piacerebbe avere una figlia come Lei! Sicuramente è una ragazza sensibile e di cuore. Peccato che questa piattaforma non permette un dialogo, perché non ho mai ricevuto una vostra risposta. Ma mi creda, sento che vorrei darle una mano anche gratuitamente. Questi sensi di colpa, questa bassa autostima indicano con certezza uno stato depressivo, così comune tra voi giovani donne. Ognuno ha il suo destino, l'idea di poter salvare la persona più cara è una illusione, non devo spiegarlo, salvo che abbiamo commesso gravi omissioni. Le competenze del/la farmacista sono molto sottovalutate, lo dico perché anch'io da giovane ho sostenuto alcuni esami di farmacia, poi ho cambiato strada. Però, visto che Lei riferisce buoni risultati ed è probabilmente appassionata alle materie di studio, può considerare uno sbocco che non sia solo le otto ore al pubblico. Ad esempio alcune di voi si specializzano in naturopatia. Mi vengono in mente i video su YT di Carlotta Gnavi, che è una farmacista naturopata con eccellenti competenze. Insomma, se è brava pensi a laurearsi, ormai non credo abbia senso fermarsi. Forse ha bisogno di un periodo di sostegno psicologico, una volta ripartiti è tutto più facile. Consideri anche proprio l'aiuto della naturopatia, ad esempio un complesso B ad alta dose sostiene l'umore e la motivazione come anche diversi prodotti fitoterapici, oggi è molto citato il Cordyceps ed altri più noti come la Rodiola, l'eleuterococco ed altri. Molti cari auguri! dr. Tacchini Leopoldo
Buonasera, la ringrazio per aver condiviso pensieri così profondi e dolorosi. Dalle Sue parole emerge un senso di inutilità che fa molto male, e che non nasce dal nulla: arriva dopo una perdita enorme come quella di Sua madre, e si alimenta continuamente dal confronto con gli altri e da frasi che hanno colpito punti già molto fragili dentro di Lei. È comprensibile che oggi tutto questo La faccia sentire “meno”, anche se oggettivamente non lo è.

Lei non è inutile. Sta studiando farmacia, con impegno, buoni risultati, partecipazione. Il fatto che il Suo percorso sia più lento non lo rende meno valido, né meno dignitoso. La lentezza, spesso, è il segno di una storia più pesante sulle spalle, non di una minore capacità. Dopo un lutto importante, come quello che ha vissuto, molte persone vanno avanti “funzionando”, ma dentro portano una ferita che consuma energie ogni giorno.

Il confronto con questa ragazza laureata in medicina sembra aver toccato un punto molto delicato: non tanto il valore della professione, quanto il dolore di pensare “se io fossi stata diversa, forse mia madre sarebbe viva”. Questo pensiero è comprensibile, ma è anche profondamente ingiusto verso di Lei. La malattia e la morte di Sua madre non dipendono da ciò che Lei è o non è, né da quello che avrebbe potuto sapere. Questo è un senso di colpa che nasce dal dolore, non dalla realtà.

È vero: farmacisti e medici hanno ruoli diversi. Ma diversi non significa inferiori. Il farmacista non “salva vite” solo con gesti eclatanti, ma con competenza, responsabilità, attenzione quotidiana. E soprattutto, Lei non deve dimostrare di valere attraverso il paragone con qualcuno di “perfetto”. Quel modello di perfezione che Le viene messo davanti non tiene conto della Sua storia, delle Sue ferite, della Sua umanità.

Il problema, più che la laurea, sembra essere il modo in cui oggi Lei guarda sé stessa: attraverso uno sguardo molto duro, svalutante, che probabilmente si è rafforzato dopo la perdita di Sua madre. Per questo, oltre a continuare a studiare – perché il Suo percorso ha senso – sarebbe davvero importante che Lei potesse trovare uno spazio psicologico in cui elaborare il lutto, il senso di colpa e questo confronto costante che La sta schiacciando.

Lei non è arrivata fin qui per caso. E non è vero che non servirà a nessuno. Forse oggi non riesce a vederlo, ma il valore di una persona e di una professione non si misura né con l’età né con i voti, né con il ruolo di “salvatore”. Rimango a disposizione, un saluto.
Dott.ssa Ilaria Bresolin
Psicologo, Neuropsicologo
Breda di Piave
Gentile utente, leggo nelle sue parole un grande peso, alimentato da un confronto con gli altri che in questo momento sta agendo come una lente che porta solo sofferenza e sconforto.
È comprensibile che il dolore per la perdita di sua madre e i commenti della sua famiglia abbiano creato in lei l'illusione che esista un solo modo per essere "utili" o "bravi", ma c'è bisogno di uno sforzo maggiore per comprendere come la realtà sia un po' più ricca di sfumature.
Il fatto che lei dica che è lenta negli studi, questo non è un dato utile a definire le sue capacità e qualità di professionista, anzi è molto più importante essere partecipi e soprattutto avere la passione verso quello che si studia.
Inoltre un medico e un farmacista hanno ruoli diversi ma complementari: il farmacista è spesso il primo presidio sanitario sul territorio, ma non deve saper fare una puntura o diagnosticare un'insufficienza cardiaca per essere essenziale; deve saper gestire il farmaco, che è lo strumento con cui si cura quella stessa patologia.
Sicuramente affrontare la questione con un* psicolog* potrebbe esserle utile per affrontare tutti quei piccoli pensieri e distorsioni che in questo momento non le sono utili, oltre che il lutto di sua madre.
Potrebbe essere importante anche iniziare a pensare a tutte le cose che è riuscita a guadagnare nel corso della sua vita, proprio per farle capire quanto "inutile" non è sicuramente un aggettivo che la descrive, sono sicura.
Spero di esserle stata d'aiuto, dott.ssa Ilaria Bresolin.
Dott.ssa Sara Rocco
Psicologo, Psicologo clinico
Sassari
Buongiorno, bisogna capire l'origine di questo senso di fallimento e di sconfitta. Potrebbe derivare da un rapporto non adeguato con uno dei suoi familiari in termini di sottovalutazione e minimizzazione. E' importante fare un percorso per ricostruire l'autostima e la fiducia in se stessa e nelle proprie capacità.
Saluti.
Dott.ssa Sara Rocco
Dott.ssa Tonia Caturano
Psicoterapeuta, Sessuologo, Psicologo
Pioltello
Buon pomeriggio,
La ringrazio per aver scritto e per aver affidato a queste righe un vissuto così doloroso. Nelle Sue parole non c’è inutilità, ma una sofferenza profonda che nasce dal confronto, dal lutto e da una ferita che sembra non essersi mai davvero rimarginata.
Lei racconta fatti molto chiari: studia, si impegna, partecipa, ottiene ottimi voti. Eppure tutto questo non riesce a tradursi in un senso di valore personale. È come se ogni Suo risultato venisse immediatamente sminuito da un paragone esterno, fino a farLe sentire che il Suo percorso non abbia diritto di esistere. Questo non parla di incapacità, ma di uno sguardo su di Sé diventato estremamente severo e punitivo.
Il confronto con questa ragazza laureata in medicina sembra aver assunto un significato che va oltre la realtà dei fatti. Non è solo una questione di professioni diverse, ma il simbolo di ciò che Lei sente di non essere stata, soprattutto nel momento più doloroso: la malattia e la perdita di Sua madre. Il pensiero “se avesse avuto una figlia come lei non sarebbe morta” è un pensiero comprensibile nel dolore, ma profondamente ingiusto verso di Lei. La morte di Sua madre non è dipesa da ciò che Lei è o non è stata, né dal Suo percorso di studi. Eppure sembra che Lei stia portando addosso una colpa che non Le appartiene.
Le frasi che Le sono state dette — “i farmacisti non sono medici”, “solo una studentessa di medicina è riuscita a capire” — hanno probabilmente colpito proprio lì dove la ferita era già aperta. Non definiscono la realtà, ma hanno contribuito a costruire dentro di Lei l’idea di non valere abbastanza, di essere “di troppo”, sostituibile. Questo tipo di svalutazione, quando si intreccia al lutto, può diventare devastante.
In una prospettiva umanistica, il problema non è se continuare o meno a studiare, ma **che significato ha assunto per Lei questo percorso**. Oggi sembra essere diventato il luogo in cui si gioca il Suo diritto di esistere, di essere riconosciuta, di avere dignità. Nessuna laurea, però, può colmare una ferita di questo tipo, così come nessun confronto potrà mai restituirLe ciò che ha perso.
Lei non è inutile. È una persona che sta cercando di andare avanti portando un peso enorme, spesso in silenzio. Il sentirsi “lenta” non è un difetto: è il segno di qualcuno che sta attraversando qualcosa di molto più grande degli esami universitari.
Un colloquio conoscitivo potrebbe offrirLe uno spazio in cui fermarsi, dare parola a questo dolore, separare ciò che è Suo da ciò che Le è stato messo addosso, e iniziare a ricostruire uno sguardo su di Sé che non sia basato sul paragone o sulla colpa. Non per decidere se valga la pena continuare a studiare, ma per capire come continuare a vivere senza sentirsi costantemente in difetto.
Se lo desidera, resto disponibile ad accoglierLa per un primo incontro. A volte il primo vero passo non è scegliere cosa fare, ma permettersi di essere ascoltati davvero.
Dott.ssa Eleonora Rossini
Psicologo, Terapeuta, Professional counselor
Forlì
Gentile Signora,
la ringrazio per aver scritto con tanta sincerità. Da quello che racconta emerge una sofferenza profonda, che non riguarda il suo valore reale, ma il modo in cui oggi lei lo percepisce, soprattutto alla luce di confronti dolorosi e di un lutto non elaborato.

La perdita di sua madre è un evento centrale nel suo racconto. Quando una persona amata muore, soprattutto in modo legato alla salute, è molto frequente che la mente cerchi un “se solo…”: se fossi stata più capace, più veloce, più preparata, forse sarebbe andata diversamente. Questo pensiero, però, è una forma di senso di colpa retroattivo, comprensibile ma ingiusto verso di sé. La malattia e la morte di una persona non dipendono dalle competenze di un familiare, e tantomeno dal fatto di essere farmacista o medico.

Il confronto con questa ragazza laureata giovane in medicina ha assunto per lei un valore simbolico molto forte: rappresenta non solo “chi ce l’ha fatta”, ma chi avrebbe potuto salvare, chi viene riconosciuta, elogiata, vista. In questo confronto lei non sta mettendo a paragone due percorsi professionali, ma due immagini di valore personale: da una parte “chi è utile e importante”, dall’altra “chi è inutile e inadeguata”. Questo è il punto più doloroso, e anche il meno realistico.

Lei descrive di essere lenta, sì, ma anche costante, presente, capace di ottenere ottimi risultati. Questo parla di competenze reali, non di inutilità. Il problema è che oggi il suo metro di giudizio non è ciò che sa fare, ma ciò che non può fare: salvare una vita, fare una diagnosi, essere un medico. Ma la farmacia non è una medicina di serie B, e il valore di una professione non si misura solo nei gesti eroici o nelle emergenze.

Le frasi che ha ricevuto (“i farmacisti non sono medici”, “ci vuole un medico in famiglia”) hanno probabilmente riattivato una ferita già aperta: quella di non sentirsi mai abbastanza, mai scelta, mai decisiva. Questo può portare a pensieri molto duri verso se stessi, come “non ha senso che io mi laurei” o “non mi sceglieranno mai”. Questi pensieri, però, sono espressione del dolore, non della realtà.

In questo momento la domanda non è tanto se continuare a studiare, ma come prendersi cura di questa parte di sé che si sente inutile e in colpa. Continuare gli studi può avere senso, ma solo se accompagnato da un lavoro su questi vissuti, altrimenti ogni traguardo rischia di sembrare vuoto.

Le suggerirei di valutare un percorso psicologico: non perché lei “non ce la fa”, ma perché sta portando un carico emotivo molto grande fatto di lutto, confronto, svalutazione e aspettative irrealistiche su di sé. Uno spazio terapeutico potrebbe aiutarla a:
separare il suo valore personale dagli eventi di salute di sua madre
elaborare il lutto senza trasformarlo in autoaccusa
ridefinire la sua identità professionale in modo più realistico e umano
uscire dal confronto distruttivo con ideali di perfezione irraggiungibili

Lei non è inutile. È una persona che soffre e che sta cercando di dare un senso a ciò che ha perso. E questo merita ascolto, non giudizio — soprattutto da parte sua verso se stessa.

Un caro saluto.
Eleonora Rossini
Psicologa clinica
Dott.ssa Francesca Casolari
Psicologo, Psicologo clinico
Modena
salve, inizi con un percorso psicologico con un psicoterapeuta
Dott.ssa Chiara Lagi
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Ragazza cara, l’analisi della tua situazione riferita mi fa pensare che il nucleo del problema non risieda in un’incapacità accademica o professionale, ma ad una mancata elaborazione del lutto di tua madre che genera senso di colpa e autosvalutazione costanti. La convinzione che una tua diversa preparazione medica avrebbe potuto salvare tua madre è un riflesso del dolore, non della realtà. Il senso di colpa è un modo in cui la mente cerca di dare un significato a un evento inaccettabile ed è comune nei traumi da perdita. Il confronto che instauri con la figura della giovane laureata in medicina non è un parametro di realtà, ma una proiezione delle tue ferite e dei paragoni familiari. Quel confronto non misura il tuo valore, ma solo quanto ti senti ferita dagli altri. La costante autosvalutazione ti induce a percepire l’attività del farmacista non una libera scelta professionale, ma come un "ripiego" che confermerebbe la tua presunta inutilità. Al contrario, il tuo rendimento accademico, caratterizzato da ottimi voti e partecipazione attiva, è la prova tangibile di una competenza e di un valore intellettuale che il tuo dolore attuale ti impedisce di riconoscere. Il farmacista, inoltre, non fa diagnosi, ma tutela la salute, orienta, previene errori. Questa è la sua Mission. Quello che definisci "lentezza" è, in termini psicologici, un naturale rallentamento dovuto al dispendio di energie psichiche necessarie per gestire il trauma. Non sei meno capace; sei semplicemente una persona che sta studiando mentre affronta una fatica emotiva estrema. Ti suggerisco, a tal proposito, un percorso clinico che miri ad elaborare il lutto, a disinnescare il senso di colpa e ricostruire un’immagine di te più stabile. È necessario ridefinire un'identità che non dipenda dal giudizio esterno o dalla necessità di "riparare" il passato, permettendoti di abitare la tua professione di farmacista per quella che è: un ruolo di alta responsabilità e tutela della salute pubblica. In bocca al lupo.
Dott.ssa Chiara Lagi
 Gabriele Lungarella
Psicologo, Psicoterapeuta
Roma
Gentile utente,
leggendo le sue parole si sente un dolore profondo che va ben oltre l’università o il confronto con altre persone. Il senso di inutilità che descrive sembra intrecciarsi con il lutto per sua madre e con il bisogno, umano e comprensibile, di dare un significato a quella perdita. In questi momenti è facile trasformare il confronto in una sentenza su se stessi, ma questo non rende giustizia né alla sua storia né a ciò che sta costruendo.
Il valore di una persona (e di un professionista) non si misura dall’età della laurea, dal voto o da un singolo episodio. La farmacia è una professione sanitaria con competenze proprie, diverse da quelle del medico, non per questo minori o inutili. Aiutare non significa “salvare una vita” in modo eroico: significa anche informare, prevenire, accompagnare, essere un riferimento affidabile. E questo richiede studio, responsabilità e presenza, qualità che lei dimostra quando dice di impegnarsi, seguire le lezioni e ottenere buoni risultati.
Il confronto con questa ragazza sembra aver toccato una ferita già aperta: l’idea di non essere “abbastanza” e il pensiero doloroso che, se lei fosse stata diversa, forse sua madre sarebbe ancora viva. È importante dirlo con chiarezza: questa è una colpa che non le appartiene. La malattia e la morte di una persona non dipendono dal valore o dalle capacità di un figlio.
Prima ancora di chiederle se continuare a studiare, le direi che forse ora ha bisogno di uno spazio in cui poter elaborare il lutto e queste convinzioni così dure verso se stessa. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a separare ciò che è dolore da ciò che è giudizio, e a ritrovare uno sguardo più realistico e gentile su di sé.
Continuare a studiare ha senso se sente che questa strada le appartiene, non se deve diventare una gara con qualcuno o una prova del suo valore. Lei non è inutile. Sta attraversando un momento di grande fragilità, e questo merita ascolto, non condanna.

Un saluto affettuoso,
Gabriele
Dott.ssa Paola Vitale
Psicologo, Psicologo clinico
Catania
Gentile utente,
leggendo il suo messaggio si percepisce un dolore profondo che va ben oltre lo studio o il lavoro. Il senso di inutilità che descrive non nasce dal suo valore reale, ma da una ferita emotiva molto importante, legata alla perdita di sua madre e al continuo confronto con modelli idealizzati.

Il confronto che sta facendo con questa ragazza più giovane, brillante e celebrata dagli altri è comprensibile, ma è anche molto ingiusto verso se stessa. Sta mettendo a paragone due storie completamente diverse, due percorsi diversi e, soprattutto, due ruoli diversi. La professione del farmacista non è una “medicina di serie B”, né è vero che non abbia valore o utilità. Un farmacista competente, preparato e presente svolge una funzione fondamentale nella tutela della salute delle persone, anche se spesso viene data per scontata.

Nel suo racconto emerge però qualcosa di ancora più centrale: la morte di sua madre. È come se dentro di lei si fosse radicata l’idea dolorosa che, se lei fosse stata “più brava”, “più veloce”, “più simile a qualcun altro”, forse sua madre si sarebbe potuta salvare. Questo tipo di pensiero è molto frequente nel lutto, ma è profondamente ingiusto e crudele verso chi lo porta. La malattia e la morte non dipendono dalle competenze di una figlia, e attribuirsi questa responsabilità è un modo, spesso inconscio, di cercare un senso a una perdita che senso non ne ha.

Il fatto che lei, nonostante le difficoltà e i tempi più lunghi, ottenga buoni risultati, segua le lezioni e partecipi, parla di una persona motivata, capace e perseverante. La lentezza non è un difetto morale, e non toglie valore alle sue competenze né al suo futuro professionale. Il mondo reale non è fatto solo di eccellenze precoci e voti perfetti, ma di professionisti affidabili, empatici e competenti, qualità che non si misurano con l’età o con un 110.

Le parole di sua sorella e i commenti ascoltati sembrano aver toccato un punto molto vulnerabile, alimentando la sensazione di essere “di troppo” o sostituibile. In realtà, nessuna professione sanitaria esiste per togliere spazio a un’altra. Medici e farmacisti non competono, ma svolgono ruoli diversi e complementari.

Più che chiederle se continuare a studiare, la domanda importante è come prendersi cura di questo senso di colpa, di inadeguatezza e di dolore che sta portando da sola. Sarebbe molto utile poter elaborare tutto questo all’interno di un percorso psicologico, soprattutto il lutto per sua madre e l’immagine severa e svalutante che ha costruito di sé.

Continuare a studiare può avere senso, ma non come una corsa per dimostrare qualcosa o per competere con qualcuno. Può avere senso se diventa una scelta per sé, per costruire un’identità professionale che le appartenga, con i suoi tempi e le sue caratteristiche.

Lei non è inutile. Sta soffrendo. E questo merita ascolto, non giudizio.
Gentile utente,
la ringrazio per aver condiviso con così tanta sincerità quello che sta vivendo. Comprendo quanto possa essere doloroso sentirsi inutile nonostante i suoi successi accademici e l'impegno che mette nello studio.

Quello che emerge dalle sue parole è un dolore molto profondo che sembra intrecciare diversi aspetti: la perdita di sua madre, i confronti con altre persone, le parole che le sono state dette. Questi elementi sembrano alimentare un senso di inadeguatezza che la sta schiacciando e che le rende difficile riconoscere il valore di ciò che sta facendo.
Il senso di inutilità che prova, i pensieri rispetto alla morte di sua madre, il continuo confrontarsi con gli altri, sono tutti aspetti che meritano di essere accolti e compresi in un percorso di sostegno psicologico. Lavorare su questi temi potrebbe aiutarla a elaborare il dolore, a riconoscere il proprio valore e a trovare un modo più sereno di vivere il suo percorso di studi e la sua vita.

Resto a disposizione se desidera approfondire.
Cordiali saluti,
Dott.ssa Veronica Moderana
Gentile utente,
la ringrazio per aver condiviso una parte così intima e dolorosa della sua esperienza. Le sue parole arrivano cariche di fatica, di lutto, di confronto e di una profonda svalutazione di sé che merita molta attenzione e rispetto.
Vorrei dirle una cosa con chiarezza, prima di tutto: quello che lei sta vivendo non parla della sua inutilità, ma di una ferita profonda che è stata riattivata. La perdita di sua madre, il confronto costante con figure idealizzate, e alcune frasi ricevute da persone significative hanno creato dentro di lei una narrazione molto dura, ingiusta e punitiva.
Lei descrive una realtà oggettiva importante:
– studia farmacia,
– sostiene gli esami con ottimi voti,
– è presente, partecipa, si impegna.
Questi non sono dettagli: sono indicatori di competenza, responsabilità e capacità. Il fatto di essere “in ritardo” o di sentirsi “lenta” non è sinonimo di incapacità; spesso è il segno di una persona che approfondisce, che sente il peso delle cose, che non passa superficialmente.
Il confronto con questa ragazza – giovane, brillante, elogiata – sembra essere diventato qualcosa di più di un semplice paragone: è diventato uno specchio crudele attraverso cui lei guarda se stessa. Ma attenzione: quello specchio non è neutro, è deformato dal dolore. In particolare da un pensiero molto potente e carico di colpa:
“Se mia madre avesse avuto una figlia come lei, forse non sarebbe morta.”
Questo è un pensiero comprensibile, ma non è un pensiero giusto. È il tentativo, umano e disperato, di dare un senso a una perdita che senso non ha. Nessuna figlia, nessuna professione, nessuna competenza può “garantire” la vita di una persona cara. Attribuirsi questo potere significa, senza volerlo, attribuirsi anche una colpa insostenibile.
Dal punto di vista sistemico-relazionale, emerge chiaramente come il valore che lei attribuisce a se stessa sia oggi fortemente legato allo sguardo degli altri: agli elogi rivolti a qualcun altro, alle frasi svalutanti ricevute, al confronto familiare. Quando il riconoscimento arriva solo dall’esterno, basta poco perché tutto crolli.
Un altro punto fondamentale:
farmacisti e medici non sono in competizione, ma svolgono ruoli diversi e complementari. Dire che “i farmacisti non sono medici” è una banalità che non toglie valore alla formazione, alla responsabilità e al ruolo clinico del farmacista. Il suo lavoro non è “salvare vite in modo spettacolare”, ma prendersi cura, prevenire, orientare, intercettare segnali, accompagnare le persone. Questo è fondamentale, anche se meno celebrato.
Lei oggi non soffre perché “non sa fare una puntura”. Soffre perché sente di non avere diritto di esistere professionalmente accanto a modelli idealizzati, e perché una parte di lei ha interiorizzato l’idea di “non essere abbastanza”.
Alla sua domanda: “Cosa dovrei fare?”
Le risponderei così:
1. Continui a studiare, non per dimostrare qualcosa agli altri, ma perché questo percorso parla di lei, della sua storia, del suo modo di prendersi cura.
2. Sarebbe molto importante avere uno spazio terapeutico tutto suo, dove poter elaborare il lutto di sua madre e sciogliere il legame tra amore, colpa e valore personale.
3. In terapia si potrebbe lavorare su questa voce interna svalutante, che oggi non la protegge ma la ferisce.
Lei non è inutile.
È una persona che ha sofferto, che si è sentita messa in ombra, che porta un dolore non riconosciuto. E proprio per questo, se lo vorrà, potrà diventare una professionista capace di grande sensibilità e umanità.
Il valore non è essere “la più giovane”, “la più brillante” o “quella che salva tutti”.
Il valore è esserci, con competenza e con cuore.
E da quello che scrive, lei questo lo possiede già.
Resto a disposizione.
Un caro saluto,
Dott.ssa Caterina Lo Bianco – Psicologa clinica, Psicologa ad orientamento Sistemico-Relazionale
Salve, dalle sue parole emerge un dolore profondo, fatto di lutti, confronti continui e di un senso di svalutazione che sembra accompagnarla da tempo.
Il confronto con questa giovane laureata in medicina, così come le frasi pronunciate da persone a lei vicine, sembrano aver rinforzato una visione molto rigida: come se il valore di una persona e di una professione dipendessero solo dall’età, dal voto o dalla capacità di “salvare vite” in modo diretto. In realtà, ogni percorso ha tempi, competenze e responsabilità diverse, e il ruolo del farmacista è tutt’altro che inutile: è una figura sanitaria fondamentale, che si occupa di cura, prevenzione, educazione e supporto ai pazienti.
Il pensiero legato a sua madre appare particolarmente carico di colpa e di dolore: immaginare che, se lei fosse stata diversa o “più brava”, le cose sarebbero andate diversamente è un peso enorme da portare. È importante ricordare che la malattia e la morte non sono responsabilità dei figli, né dipendono dalle competenze che una persona può o non può avere. Questo tipo di pensieri, per quanto comprensibili nel lutto, rischiano di essere molto auto-punitivi.
Il fatto che lei, nonostante le difficoltà, continui a studiare, partecipi alle lezioni e ottenga buoni risultati, parla di impegno, perseveranza e capacità. Forse oggi la domanda più importante non è se continuare o meno a studiare, ma come prendersi cura di questo dolore e di questa immagine di sé così severa.
Un percorso di supporto psicologico potrebbe aiutarla a elaborare il lutto per sua madre, a sciogliere il senso di colpa e a costruire un’immagine di sé più realistica e compassionevole, svincolata dal confronto costante con gli altri.
Un caro saluto. Dr Daniele Rossetti
Dott. Francesco Libera
Psicologo, Psicologo clinico
Trento
Buongiorno. Nel risponderle parto con una premessa, non le posso dare una risposta alla domanda "cosa fare". Credo nessuno possa farlo, in quanto nessuno è in grado di prevedere il futuro. Detto questo mi arriva la sofferenza che sta provando, il senso di inadeguatezza dato dal confronto con un'altra persona e anche di responsabilità per eventi sui quali non aveva alcun controllo. Quindi, in un contesto come questo, più che fornirle delle risposte mi verrebbe da suggerirle altre domande, per provare a mettere in discussione quello che sembra essere un meccanismo di ruminazione colpevolizzante su eventi passati e di rimuginio ansioso sul suo futuro. Alcune chiaramente riguardano aspetti più personali, che eviterei in questa chat, però altre potrebbero essere funzionali, ad esempio: "come mai sento il bisogno di fare confronti con gli altri? e come mai proprio con questa persona in particolare?" e "se anche non sono perfetta come credo di dover essere, questo che significa per me?". Quello che voglio evidenziare è che la professione di farmacista è chiaramente diversa da quella del medico ma non vuol dire che sia meno importante, è appunto diversa. Concludo proponendole questo paragone, per sistemare una macchina che ha qualche problema la si porta dal meccanico. Questo vuol forse dire che il gommista è inutile? No, semplicemente sono due mestieri affini ma diversi che riguardano entrambi il funzionamento dell'auto e senza i quali tocca andare a piedi
Dott.ssa Sara Luongo
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Gentile utente, il vissuto che descrive arriva come particolarmente intenso e doloroso. L’esperienza di un lutto significativo può generare il bisogno di attribuire un senso a ciò che è accaduto, talvolta attraverso l’idea di avere avuto un ruolo determinante o una responsabilità che, in realtà, nessuna figura, né familiare né professionale, può realisticamente assumere in modo assoluto. La ragazza a cui fa riferimento sembra aver assunto, nel suo racconto, una funzione di confronto costante, diventando un parametro di valutazione del proprio valore personale. In questa dinamica, l’altro rischia di non essere più percepito come individuo nella sua complessità, ma come termine di paragone idealizzato, associato a competenza, riconoscimento e approvazione. È importante considerare che i percorsi di studio, i tempi di formazione e i risultati raggiunti non sono indicatori univoci di capacità professionale, efficacia relazionale o valore personale. Il confronto continuo può contribuire a mantenere un vissuto di insufficienza, soprattutto se il senso di adeguatezza risulta legato prevalentemente allo sguardo e al giudizio esterni.
In questa fase, potrebbe non essere necessario assumere decisioni definitive rispetto al proprio percorso formativo o professionale. Potrebbe invece essere utile dedicare attenzione ai vissuti emotivi legati alla perdita, al dolore e alla convinzione di valere nella misura in cui riesce a “salvare” qualcuno, che sembrano occupare uno spazio significativo nella sua esperienza attuale. Un percorso di supporto psicologico potrebbe offrire uno spazio adeguato per esplorare tali aspetti, favorendo una maggiore comprensione delle dinamiche interne che influenzano il modo in cui valuta se stessa e il proprio valore.
Dott. Fabio Nenci
Psicologo clinico, Psicologo
San Maurizio Canavese
Buongiorno,
cosa la farebbe sentire utile? ci sono stati dei momenti della sua vita dove si è sentita utile?
cosa significa per lei sentirsi utile? se oggi fosse già laureata si sentirebbe utile?
Dott.ssa Federica Giudice
Psicologo, Psicologo clinico
Milano
Sento molto dolore e un profondo senso di inadeguatezza nelle tue parole, ma come psicologa vorrei aiutarti a spostare il riflettore da "lei" a te.
Il tuo malessere nasce da un confronto impari e da un lutto non ancora pienamente elaborato Attribuire a una studentessa la capacità di "salvare" qualcuno e a te la "colpa" di non averlo fatto è un’ingiustizia che stai commettendo verso te stessa per dare un senso a un evento tragico e incontrollabile Ti senti inutile perché guardi la "perfezione" altrui (24 anni, 110 e lode). Ma il mercato del lavoro e la vita reale cercano competenza ed empatia, non solo velocità. Il fatto che tu prenda ottimi voti dimostra che la materia la possiedi. Quindi in sintesi la tua laurea ha senso perché il mondo non ha bisogno solo di "medici prodigio", ma di professionisti umani che hanno attraversato il dolore e sanno cosa significa lottare. Se hai bisogno di parlarne ultimamente puoi scrivermi se ti va

Stai ancora cercando una risposta? Poni un'altra domanda

  • La tua domanda sarà pubblicata in modo anonimo.
  • Poni una domanda chiara, di argomento sanitario e sii conciso/a.
  • La domanda sarà rivolta a tutti gli specialisti presenti su questo sito, non a un dottore in particolare.
  • Questo servizio non sostituisce le cure mediche professionali fornite durante una visita specialistica. Se hai un problema o un'urgenza, recati dal tuo medico curante o in un Pronto Soccorso.
  • Non sono ammesse domande relative a casi dettagliati, richieste di una seconda opinione o suggerimenti in merito all'assunzione di farmaci e al loro dosaggio
  • Per ragioni mediche, non verranno pubblicate informazioni su quantità o dosi consigliate di medicinali.

Il testo è troppo corto. Deve contenere almeno __LIMIT__ caratteri.


Scegli il tipo di specialista a cui rivolgerti
Lo utilizzeremo per avvertirti della risposta. Non sarà pubblicato online.
Tutti i contenuti pubblicati su MioDottore.it, specialmente domande e risposte, sono di carattere informativo e in nessun caso devono essere considerati un sostituto di una visita specialistica.