Domande del paziente (18)
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, mi dispiace che stia attraversando un momento così difficile. I sintomi che descrive possono essere molto spaventosi e comprendo la sua preoccupazione. Quando si inizia una terapia farmacologica... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, quello che descrive non indica necessariamente che “ci sia qualcosa che non va” in senso patologico, ma segnala che il suo equilibrio personale e familiare sta probabilmente attraversando una fase... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Capisco quanto questa rottura possa risultare dolorosa e destabilizzante, soprattutto in un momento che per lei aveva un forte valore simbolico e dopo i cambiamenti importanti che aveva fatto per investire... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile Utente,
da ciò che racconta emerge un vissuto di forte solitudine e di bisogno di contatto, più che un reale desiderio di mettere in discussione il suo orientamento sessuale. In un momento di sconforto...
Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve,
quello che descrive è un’esperienza più comune di quanto si possa pensare e non indica necessariamente la presenza di un “disordine”. L’orientamento sessuale può essere vissuto in modo lineare...
Altro
Buongiorno, è molto tempo che sogno una persona che per me è stata importante in passato ma tra noi non c'è stato nulla se non un'amicizia. Nei sogni alle volte siamo felici, altre c'è nostalgia, altre ancora mi consola/mi da affetto e in altre provo a dire che mi dispiace non averci dato una possibilità nel passato. Quando mi sveglio poi non ho una buona giornata e alle volte sento una sensazione di vuoto.
Questa persona non fa più parte della mia vita da molti anni. Mi date un parere in merito? Grazie.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve,
quello che descrive è un’esperienza molto comune e, spesso, emotivamente intensa. I sogni non vanno interpretati come un segnale che “dovrebbe” necessariamente ricontattare questa persona o che sia ancora innamorata di lei. Piuttosto, possono rappresentare il modo in cui la mente rielabora vissuti, legami significativi e aspetti della propria storia personale che, in qualche modo, conservano ancora un significato affettivo.
In una prospettiva sistemico-relazionale, le persone importanti del nostro passato continuano a occupare un posto nel nostro mondo interno, anche quando non fanno più parte concretamente della nostra vita. Talvolta, nei sogni, queste figure possono incarnare bisogni emotivi attuali, come il desiderio di vicinanza, consolazione, comprensione o la necessità di dare un senso a scelte che, col tempo, vengono guardate con nostalgia o con qualche rimpianto.
Il fatto che al risveglio avverta una sensazione di vuoto e che la giornata ne risenta suggerisce che questi sogni tocchino corde profonde del suo vissuto emotivo. Più che concentrarsi sulla persona in sé, potrebbe essere utile chiedersi cosa rappresenti oggi per lei quel legame: forse una possibilità non esplorata, un periodo della vita associato a determinate emozioni, o un bisogno di affetto e riconoscimento che in questo momento sente particolarmente presente.
I sogni, in questo senso, possono essere considerati come un invito ad ascoltare una parte di sé che chiede attenzione, più che come un messaggio da prendere in senso letterale.
Se queste esperienze diventano frequenti o le provocano un disagio significativo, un percorso psicologico potrebbe aiutarla a comprendere meglio il significato personale di questi vissuti e a trasformare il senso di vuoto in una maggiore consapevolezza di ciò di cui sente bisogno oggi.
Un caro saluto.
Ho quasi 49 anni, sposato con figlia di 7 anni, ipocondriaco del tipo evitante da tempo, soffro di anginofobia sin da prima dell adolescenza, un matrimonio in crisi da una vita privo do affetto e sesso. Da un paio di mesi mia moglie si è ammalata di un carcinoma al seno e l anginofobia è aumentata in maniera assurda: se prima riuscivo a periodi a mangiare tranquillo comunque sempre con dell'acqua o delle bevande vicino, negli ultimi periodi si è aggravata .a volte quando sono solo a casa mi sembra di non riuscire ad inghiottire neanche cibo reso in minima poltiglia tipo pezzetto di banana masticato all infinito o acqua. e quando ingoio in questo stato mi sembra che vada quasi nel "buco" sbagliato, percependo fastidio a livello retro gola e collegamento al naso. Si rischia di morire o polmonite ab ingestio?
visita otorino con fibroscopia fatta un paio di mesi fa trovando un po' di reflusso gastroesofageo. Devo fare altro? Sono ipocndriaco e non vorrei fare esami invasivi tipo gastroscopia neanche cibo reso in minima poltiglia tipo pezzetto di banana masticato all infinito o acqua. e quando ingoio in questo stato mi sembra che vada quasi nel "buco" sbagliato, percependo fastidio a livello retro gola e collegamento al naso.
nell atto della deglutizione mi capita di stringere i muscoli della gola superiore e faccio un verso come se volessi bloccare il cibo
se va di trasverso l acqua o un liquido si può morire? delle volte in super ansia pure con i liquidi mi sembra di andare in difficoltà
il problema che quando sono solo ni vergogno a mangiare in pubblico perché faccio delle faccio innaturali perché simulo faccia da soffocamento.
mentre mangiavo in due occasioni nel momento di ingoiare ho serrato la gola ed emesso un verso come un rantolo in protezione per non far scendere il cibo. Questa cosa mi ha provocato una sensazione di pseudo acidità alla gola che sembrava arrivasse al naso. Come posso gestire tutto questo? Vi ringrazio.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile Signore,
da ciò che descrive emerge con molta chiarezza quanto questo periodo della sua vita sia caratterizzato da un livello di tensione emotiva estremamente elevato. La malattia di sua moglie rappresenta un evento profondamente destabilizzante che può riattivare e intensificare paure già presenti da molti anni, come l’angoscia legata alla deglutizione e al timore di soffocare. In una prospettiva sistemico-relazionale, i sintomi non vengono considerati soltanto come manifestazioni individuali, ma anche come segnali che esprimono il modo in cui la persona e l’intero sistema familiare stanno cercando di fronteggiare un momento di grande vulnerabilità. La sua difficoltà a deglutire sembra accentuarsi soprattutto nei momenti in cui si sente solo, esposto e privo di un sostegno immediato. Questo elemento suggerisce quanto il senso di sicurezza relazionale abbia un ruolo importante nella regolazione dell’ansia. Quando percepiamo di dover affrontare da soli situazioni emotivamente gravose, il corpo può diventare il luogo in cui si concentra e si esprime la preoccupazione, amplificando sensazioni fisiche che, pur risultando molto intense e realistiche, non indicano necessariamente la presenza di un pericolo organico imminente. Il fatto che la visita otorinolaringoiatrica con fibroscopia abbia evidenziato soltanto un lieve reflusso gastroesofageo costituisce un dato rassicurante. L’ansia può infatti interferire con il normale automatismo della deglutizione, portandola a controllare volontariamente un processo che di solito avviene in modo spontaneo. Questo eccesso di controllo può generare tensione muscolare, sensazioni di blocco e la percezione che cibo o liquidi possano “andare nel posto sbagliato”. Sebbene tali sensazioni siano molto spaventose, non corrispondono necessariamente a un rischio concreto di soffocamento o di polmonite ab ingestis, soprattutto in presenza di una valutazione specialistica recente non indicativa di problematiche strutturali significative. In una lettura sistemico-relazionale, il sintomo può essere compreso come una modalità attraverso cui il suo organismo segnala un sovraccarico emotivo. La malattia di sua moglie, la responsabilità nei confronti di sua figlia, la percezione di un matrimonio da tempo segnato da distanza affettiva e la tendenza ipocondriaca costituiscono elementi che possono concorrere ad aumentare il senso di precarietà e di perdita di controllo. In questo contesto, il timore di non riuscire a deglutire può assumere il significato simbolico di una difficoltà a “mandare giù” un periodo particolarmente doloroso e complesso. Più che focalizzarsi esclusivamente sul sintomo, può essere utile considerare quanto questo momento richieda uno spazio di ascolto e di sostegno per lei. Un percorso psicoterapeutico potrebbe aiutarla a comprendere il significato di queste paure, a ridurre il livello di allerta e a individuare modalità più efficaci per affrontare l’ansia e le profonde preoccupazioni che sta vivendo. In alcuni casi, anche un confronto con il medico curante o con uno specialista può essere utile per valutare ulteriori approfondimenti solo qualora i sintomi dovessero modificarsi o peggiorare significativamente.
Il suo corpo, in questo momento, sembra esprimere una sofferenza che va oltre la sola deglutizione. Accogliere questa esperienza come un segnale del carico emotivo che sta sostenendo può rappresentare il primo passo per affrontarla con maggiore comprensione e con un senso meno minaccioso. Non si tratta di una debolezza, ma del tentativo del suo organismo di adattarsi a una fase di vita particolarmente impegnativa.
quali sono i disturbi della personalità, me ne diagnostico tanti?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
I disturbi di personalità sono modalità relativamente stabili di percepire sé stessi, gli altri e le relazioni, che possono diventare rigide e causare sofferenza o difficoltà significative nella vita affettiva, sociale e lavorativa. Nel Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders vengono raggruppati in tre grandi cluster.
Cluster A –
Disturbo Paranoide di Personalità
Disturbo Schizoide di Personalità
Disturbo Schizotipico di Personalità
Cluster B –
Disturbo Antisociale di Personalità
Disturbo Borderline di Personalità
Disturbo Istrionico di Personalità
Disturbo Narcisistico di Personalità
Cluster C –
Disturbo Evitante di Personalità
Disturbo Dipendente di Personalità
Disturbo Ossessivo-Compulsivo di Personalità
è importante sottolineare che una diagnosi non definisce la persona, ma rappresenta una descrizione di modalità relazionali e strategie di adattamento sviluppate nel tempo all’interno delle esperienze familiari e dei contesti di vita. Molte persone, leggendo le descrizioni di questi disturbi, possono riconoscersi in alcuni tratti; ciò non significa necessariamente avere un disturbo di personalità. La diagnosi clinica viene formulata solo quando tali caratteristiche sono pervasive, rigide e interferiscono in modo significativo con il benessere e con le relazioni. In terapia, l’attenzione non si concentra sull’“etichetta diagnostica”, ma sulla comprensione del significato che determinati schemi relazionali hanno assunto nella storia della persona e su come possano essere trasformati per favorire modalità più flessibili e soddisfacenti di stare con sé stessi e con gli altri
Come dire a mia mamma di voler predere la pillola? Ho 23 anni e mi sto frequentando con una ragazzo da un mesetto. Abbiamo già fatto tutti i preliminari e vorrei spingermi oltre, ma ho il costante terrore di gravidanze indesiderate. Vorrei dire a mia mamma (con cui ho molta confidenza, tranne per queste cose) di voler prendere la pillola ma non so come introdurre l’argomento, essendo l'intimità un argomento tabù in famiglia. L'ultima volta in cui gliel'ho detto mi ha fatto un pò di storie (esempio dicendomi che non ero ancora fidanzata con questo ragazzo, chiedendo se avesse intenzioni serie e chiedendomi cosa dobbiamo fare ecc...). Non mi sento a mio agio a parlare di queste cose con lei, specialmente rapporti sessuali. So anche che potrei affidarmi ad un consultorio, ma se per qualche motivo venisse a sapere che prendo la pillola ? penso sia meglio avvisarla subito. Non so se fidarmi solo del preservativo la prima volta. Come posso avvisarla della mia scelta cercando di limitare l’imbarazzo (suo e di conseguenza anche mio)?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve,
Comprendo il suo imbarazzo nel dover affrontare con sua madre un argomento così intimo, soprattutto se in famiglia la sessualità è sempre stata vissuta come un tema delicato o poco condiviso. Allo stesso tempo, il fatto che stia riflettendo su come proteggersi e su come vivere con serenità e responsabilità un possibile passo importante nella sua relazione mostra una grande maturità e consapevolezza. A 23 anni è del tutto legittimo desiderare di compiere scelte autonome riguardo al proprio corpo e alla propria salute. Il desiderio di valutare l’assunzione della pillola anticoncezionale non deve essere letto come qualcosa di cui vergognarsi, ma come un modo per prendersi cura di sé e per vivere la propria intimità con maggiore tranquillità. Parlare di questa decisione con sua madre può certamente suscitare imbarazzo, ma può essere utile mantenere il focus sul fatto che si tratta innanzitutto di una scelta responsabile e ponderata, legata al suo benessere e non necessariamente ai dettagli della relazione che sta vivendo. Dal punto di vista psicologico, confrontarsi con i genitori su temi che riguardano l’affettività e la sessualità rappresenta spesso un passaggio importante nel processo di crescita e di definizione della propria autonomia. Non sempre è semplice sentirsi compresi o accolti, soprattutto quando il genitore tende a porre domande sulle intenzioni del partner o sulla stabilità del rapporto. Tuttavia, ciò che conta è che lei possa riconoscere il diritto di prendere decisioni consapevoli per sé stessa, indipendentemente dal livello di approvazione che potrebbe ricevere. Se sua madre dovesse reagire con preoccupazione o con qualche resistenza, questo non significa necessariamente che non rispetti la sua scelta, ma può riflettere il suo modo di esprimere timori e protezione. Mantenere una comunicazione chiara e serena, centrata sul fatto che desidera tutelarsi e sentirsi più sicura, può aiutarla a contenere l’imbarazzo e a affrontare la conversazione con maggiore tranquillità. In ogni caso, è importante ricordare che la pillola anticoncezionale deve essere prescritta da una ginecologa o da un medico dopo una valutazione specifica. Può anche rivolgersi a un consultorio familiare, dove potrà ricevere informazioni e supporto in modo riservato. Inoltre, l’uso del preservativo rimane fondamentale, soprattutto nelle prime fasi di una relazione, sia per una maggiore protezione dal rischio di gravidanze indesiderate sia per la prevenzione delle infezioni sessualmente trasmissibili. In definitiva, parlare con sua madre di questa decisione può essere vissuto come un passo delicato ma significativo verso una maggiore autonomia personale. Più che cercare di evitare del tutto l’imbarazzo, può essere utile riconoscere che sta compiendo una scelta adulta e responsabile, orientata alla cura di sé e al rispetto dei propri bisogni.
Ho quasi 49 anni, sposato con figlia di 7 anni, ipocondriaco del tipo evitante da tempo, soffro di anginofobia sin da prima dell adolescenza, un matrimonio in crisi da una vita privo do affetto e sesso. Da un paio di mesi mia moglie si è ammalata di un carcinoma al seno e l anginofobia è aumentata in maniera assurda: se prima riuscivo a periodi a mangiare tranquillo comunque sempre con dell'acqua o delle bevande vicino, negli ultimi periodi si è aggravata .a volte quando sono solo a casa mi sembra di non riuscire ad inghiottire neanche cibo reso in minima poltiglia tipo pezzetto di banana masticato all infinito o acqua. e quando ingoio in questo stato mi sembra che vada quasi nel "buco" sbagliato, percependo fastidio a livello retro gola e collegamento al naso. Si rischia di morire o polmonite ab ingestio? visita otorino con fibroscopia fatta un paio di mesi fa trovando un po' di reflusso gastroesofageo. Devo fare altro? Sono ipocndriaco e non vorrei fare esami invasivi tipo gastroscopia neanche cibo reso in minima poltiglia tipo pezzetto di banana masticato all infinito o acqua. e quando ingoio in questo stato mi sembra che vada quasi nel "buco" sbagliato, percependo fastidio a livello retro gola e collegamento al naso. nell atto della deglutizione mi capita di stringere i muscoli della gola superiore e faccio un verso come se volessi bloccare il cibo se va di trasverso l acqua o un liquido si può morire? delle volte in super ansia pure con i liquidi mi sembra di andare in difficoltà il problema che quando sono solo ni vergogno a mangiare in pubblico perché faccio delle faccio innaturali perché simulo faccia da soffocamento. A volte sembra che blocco la deglutizione e sento il cibo che va quasi giù verso il fondo della gola e lì mi sale l amsia e la tachicardia e bevo immediatamente sperando do riuscire a ingoiare mentre mangiavo in due occasioni nel momento di ingoiare ho serrato la gola ed emesso un verso come un rantolo in protezione per non far scendere il cibo. Questa cosa mi ha provocato una sensazione di pseudo acidità alla gola che sembrava arrivasse al naso (come se mamdassi il cibo nella oarte sbagliatq) . Ho rischiato la polmonite ab ingesti? sento fastodiot vago al petto, non è che qualcosa sarà passato do là? come me ne accorgo della polmonite? morirò?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentiissimo/a,
da quanto descrive emerge un quadro di intensa ansia focalizzata sulla deglutizione, che si inserisce in una storia di lunga data caratterizzata da anginofobia e preoccupazioni ipocondriache. Il recente peggioramento della sintomatologia appare temporalmente connesso a un periodo di particolare vulnerabilità personale e familiare, segnato dalla diagnosi di carcinoma mammario di Sua moglie e da una situazione coniugale da tempo percepita come fonte di sofferenza e privazione affettiva.
La valutazione otorinolaringoiatrica con fibroscopia, che ha escluso alterazioni strutturali significative evidenziando esclusivamente segni di reflusso gastroesofageo, costituisce un elemento rassicurante. In condizioni di elevato stress emotivo, infatti, è frequente che l’attenzione costante alle sensazioni corporee e la tensione muscolare involontaria della gola possano generare la percezione di difficoltà nella deglutizione, anche in assenza di un reale impedimento organico. Il fatto stesso di tentare di controllare volontariamente un atto fisiologico automatico come la deglutizione può accentuare ulteriormente il senso di blocco e di allarme.
Per quanto riguarda il timore di aver sviluppato una polmonite ab ingestis, gli episodi descritti non sono di per sé indicativi di tale complicanza. In genere, una polmonite da aspirazione si manifesta con sintomi quali febbre, tosse persistente, difficoltà respiratoria e progressivo peggioramento delle condizioni generali. In assenza di questi segni, il fastidio alla gola e il lieve discomfort toracico risultano più verosimilmente riconducibili alla tensione muscolare, all’iperattivazione ansiosa e all’eventuale reflusso gastroesofageo.
In una prospettiva sistemico-relazionale, il sintomo può essere letto come un segnale che esprime, attraverso il corpo, un importante sovraccarico emotivo. La malattia di Sua moglie, la responsabilità nei confronti di Sua figlia e la percezione di un rapporto coniugale da tempo insoddisfacente possono aver riattivato vissuti profondi di impotenza, solitudine e timore della perdita. In questo senso, la difficoltà a “mandare giù” il cibo può assumere anche un significato simbolico, collegato alla fatica di elaborare e tollerare quanto sta vivendo.
Alla luce di quanto riferito, oltre al monitoraggio medico già effettuato, potrebbe risultare particolarmente utile un percorso psicologico che consenta di comprendere il significato di questi sintomi nel contesto della sua storia personale e familiare e di sviluppare modalità più efficaci per affrontare l’ansia. L’obiettivo non sarebbe soltanto la riduzione della paura di soffocare, ma anche una maggiore comprensione del modo in cui il Suo equilibrio emotivo e relazionale si esprime attraverso il corpo.
cordiali saluti
Salve dottori mi chiedo se il Buddha o altri maestri avessero ragione che l unica strada per la serenità sia la via spirituale , anche se personalmente io mi sento sereno anche se da qualche giorno vedendo alcuni video sto mettendo un po in dubbio la mia situazione, mi chiedo allora chi come me non fa questi tipi di percorsi non può essere felice ? Non può essere una brava persona ? E se anche voi psicologi in futuro vi rendete conto che l unica strada è la spiritualità e tutto il resto è fuffa
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, la sua è una domanda molto profonda e comprensibile, soprattutto quando ci si imbatte in contenuti che mettono in discussione il proprio modo di vivere e di cercare equilibrio.
Dal punto di vista psicologico e, in particolare, in una prospettiva sistemico-relazionale, non esiste un’unica strada valida per tutti verso la serenità. Ogni persona costruisce il proprio benessere attraverso un intreccio di esperienze, relazioni, valori, significati e scelte personali. La spiritualità può rappresentare per alcune persone una risorsa importante, ma non è l’unica via possibile.
Molte persone trovano un senso profondo e una vita soddisfacente attraverso gli affetti, il lavoro, la creatività, la cura degli altri, l’impegno etico e le relazioni significative. La possibilità di essere felici o di essere “una brava persona” non dipende dall’adesione a un percorso spirituale specifico, ma dalla coerenza con i propri valori e dalla qualità delle relazioni che si costruiscono con sé stessi e con gli altri. è interessante osservare che questa domanda emerge proprio in un momento in cui alcuni video hanno introdotto dubbi rispetto a un equilibrio che lei sentiva già presente. Talvolta il confronto con idee molto forti o assolute può generare incertezza, quasi come se esistesse una verità universale alla quale tutti dovrebbero conformarsi. In realtà, il benessere psicologico non si fonda su formule valide per tutti, ma sulla capacità di trovare un proprio modo autentico di attribuire significato alla vita.
Anche la psicologia riconosce che la ricerca di senso è un bisogno umano fondamentale. Tuttavia, non conclude che esista una sola risposta. Piuttosto, considera importante aiutare ogni persona a comprendere quali esperienze, relazioni e convinzioni favoriscano il suo equilibrio e la sua crescita.
Se oggi lei si percepisce come una persona serena e in armonia con i propri valori, questo è già un elemento molto significativo. I dubbi possono essere utili quando aprono nuove riflessioni, ma non devono necessariamente invalidare ciò che finora ha funzionato e le ha consentito di stare bene.
In sintesi, la spiritualità può essere una delle tante strade possibili, ma non è l’unica né una condizione obbligatoria per vivere una vita piena, etica e soddisfacente.
Un caro saluto.
Buongiorno dottori faccio questa domanda perchè in questi giorni mi sta dormentando nel senso quando sento qualche notizia in tv oppure vedo qualcosa sul tavolo ecc... mi passano in mente immagini di farmi del male a me oppure alla gente che ho vicino... questa cosa mi era successo anche l'hanno scorso dopo passata adesso si e ripresentata di nuovo.. in piu sto facendo una cura con il daprxo da 15 anni.. vorrei capire sono solo pensieri o mi devo preoccupare? grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, grazie per aver condiviso quello che sta vivendo. Capisco che questi pensieri possano spaventare molto, soprattutto quando si ripresentano dopo un periodo in cui erano scomparsi.
Da ciò che descrive, sembra che si tratti di immagini intrusive, cioè pensieri o rappresentazioni mentali che compaiono in modo automatico e indesiderato. Il fatto che lei ne sia turbato e che senta il bisogno di chiedere aiuto è un elemento importante: spesso questi pensieri non esprimono un reale desiderio di fare del male, ma segnalano piuttosto un momento di particolare tensione o di vulnerabilità emotiva.
In un’ottica sistemico-relazionale, i sintomi vengono considerati non solo come qualcosa da eliminare, ma anche come un messaggio che ci invita a comprendere meglio cosa sta accadendo nella sua vita in questo periodo. Talvolta, quando aumentano lo stress, le preoccupazioni o i cambiamenti nelle relazioni e nella quotidianità, la mente può manifestare il disagio attraverso pensieri che sembrano estranei e incontrollabili.
Poiché questi episodi si sono già presentati in passato e poi si sono risolti, può essere utile esplorare insieme se in questo momento ci siano situazioni, emozioni o relazioni che stanno generando maggiore pressione. Inoltre, dal momento che assume Daparox da molti anni, sarebbe opportuno confrontarsi anche con il medico o con lo psichiatra che segue la terapia, per valutare se sia necessario un aggiornamento del trattamento.
Le suggerisco quindi di non affrontare da solo questa preoccupazione, ma di parlarne con uno specialista, così da comprendere meglio il significato di questi pensieri e ritrovare maggiore tranquillità.
Se dovesse accorgersi che i pensieri diventano molto intensi o temesse concretamente di poter agire su di essi, è importante contattare tempestivamente il medico curante, il suo psichiatra o rivolgersi al pronto soccorso.
Un caro saluto.
Gentili Dottori, vorrei chiedere un parere psicologico su una situazione familiare che mi sta causando molta ansia e confusione.
Mio padre vuole donarmi una casa di famiglia, con l’idea che debba “restare in famiglia” e che io debba vivere vicino a mia sorella. Mia sorella stessa mi dice che non vorrebbe “estranei accanto” e che per lei è importante che io rimanga lì.
Il problema è che mi sento profondamente combattuta. Razionalmente so che ricevere una casa è un enorme privilegio, soprattutto perché al momento non sono economicamente stabile, sto attraversando un periodo difficile e realisticamente oggi non posso permettermi di vivere altrove in modo indipendente. Quindi questa donazione mi darebbe concretamente un posto dove vivere e una sicurezza materiale importante che in questo momento non riuscirei ad avere da sola.
Allo stesso tempo, però, emotivamente vivo questa situazione come una possibile perdita di libertà. Dopo una recente discussione con mia sorella, ho iniziato a stare molto male: nausea, mal di stomaco, pianto, una sensazione di soffocamento e pensieri come “la mia vita è rovinata” oppure “rimarrò intrappolata per sempre”.
Mi sono resa conto di una cosa importante: se non ci fossero aspettative familiari legate a questa situazione e se avessi abbastanza indipendenza economica, probabilmente sceglierei di vivere altrove. La mia paura principale non è la casa in sé, ma l’idea di dover sopportare per anni dinamiche familiari emotivamente pesanti, sentendomi senza spazio personale e senza una reale possibilità di scegliere la mia vita.
La pressione che sento è sia burocratica che emotiva.
Burocratica perché mio padre mi dice che sarebbe molto difficile vendere la casa in futuro a causa di complicazioni burocratiche/legali.
Emotiva perché vuole donarmi questa casa con l’aspettativa implicita che io non la venda mai a estranei e che la casa resti “all’interno della famiglia”. Anche mia sorella insiste molto sul fatto che non vuole estranei accanto.
Nella mia famiglia, ogni volta che provo a esprimere bisogni o dubbi che escono dal “percorso” già deciso da loro, vengo spesso accusata di creare problemi, complicare la vita agli altri, essere egoista o destabilizzare la famiglia. Questo mi fa sentire estremamente in colpa anche solo per il fatto di desiderare autonomia.
Sono anche terrorizzata dall’idea che accettare la casa significhi moralmente perdere il diritto di cambiare vita in futuro, anche se razionalmente so che le situazioni possono evolvere nel tempo.
L’unica possibile via d’uscita che riesco a immaginare in questo momento sarebbe accettare la donazione, ma chiedere a mio padre di fare un accordo privato in cui si stabilisce che, se un giorno volessi trasferirmi altrove e lui volesse davvero che la casa restasse solo nella famiglia, allora la proprietà della casa potrebbe tornare a lui invece di essere venduta a estranei.
Tuttavia, so già che anche solo proporre questa idea probabilmente porterebbe a discussioni e a una forte pressione emotiva da parte sua, ed è questo che mi paralizza.
Vorrei capire:
- Come posso costruire la sensazione che i miei bisogni siano legittimi quando la famiglia reagisce con senso di colpa o pressione;
- Come prendere decisioni importanti nella mia vita senza sentirsi responsabili della felicità emotiva degli altri.
Grazie a chi risponderà.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che descrive sembra mettere in conflitto due bisogni profondamente importanti: da una parte il bisogno di sicurezza, protezione e stabilità materiale, dall’altra il bisogno di autonomia, libertà di scelta e spazio psicologico personale. Quando questi due bisogni entrano in collisione, è molto comune sentirsi paralizzati, confusi e persino avere reazioni fisiche intense come nausea, pianto, senso di soffocamento o pensieri catastrofici. Il Suo corpo sta probabilmente segnalando quanto questa situazione venga vissuta non semplicemente come una decisione pratica, ma come qualcosa che tocca temi molto profondi della Sua identità e del Suo diritto di autodeterminarsi.
Mi colpisce molto una frase che ha scritto: “Se non ci fossero aspettative familiari e avessi indipendenza economica, probabilmente sceglierei di vivere altrove”. Questa consapevolezza è importante perché sembra aiutarLa a distinguere ciò che desidera autenticamente da ciò che sente di dover fare per mantenere equilibrio, appartenenza o approvazione all’interno della Sua famiglia.
Da quello che racconta, il nodo centrale non sembra essere la casa in sé, ma il significato relazionale ed emotivo che questa casa porta con sé. La donazione appare intrecciata ad aspettative implicite: vicinanza, continuità familiare, mantenimento di un certo assetto relazionale, e forse anche una difficoltà, da parte della Sua famiglia, a tollerare scelte individuali percepite come “separazioni” o cambiamenti dell’equilibrio familiare. In contesti di questo tipo, è frequente che il desiderio di autonomia venga vissuto — più o meno esplicitamente — come egoismo, tradimento o minaccia alla stabilità familiare, e questo può portare una persona a sentirsi molto in colpa anche solo per avere bisogni differenti.
È importante però ricordare che il fatto che un bisogno provochi dispiacere o frustrazione negli altri non significa automaticamente che quel bisogno sia sbagliato o illegittimo. Una parte molto delicata del percorso di crescita psicologica riguarda proprio la possibilità di differenziarsi dalla propria famiglia senza sentirsi moralmente “cattivi” per questo. Differenziarsi non significa smettere di amare la propria famiglia, ma riconoscere che si può essere persone separate, con desideri, limiti e progetti di vita propri.
Mi sembra significativo anche il fatto che Lei stia già cercando soluzioni che tengano conto sia dei Suoi bisogni sia di quelli della Sua famiglia, ad esempio immaginando un accordo che permetta eventualmente alla casa di tornare a Suo padre in futuro. Questo suggerisce che non sta agendo con superficialità o egoismo, ma che sta cercando di trovare un equilibrio tra gratitudine, realtà concreta e tutela della Sua libertà futura.
Forse, in questo momento, potrebbe esserle utile spostare temporaneamente il focus dalla domanda “Qual è la decisione perfetta?” alla domanda “Come posso recuperare uno spazio interno in cui sentirmi libera di scegliere?”. Perché quando una persona sente che qualsiasi scelta porterà colpa, pressione o conflitto, il rischio è che la decisione venga presa più per paura che per reale desiderio.
Accettare oggi una casa per necessità economica non significa automaticamente firmare un contratto emotivo irreversibile sulla Sua intera vita futura. Le condizioni delle persone cambiano, i desideri evolvono e una scelta fatta in un momento di difficoltà non elimina il diritto di ridefinire i propri bisogni più avanti. Il punto importante è che qualunque decisione Lei prenda possa nascere il più possibile da una posizione di consapevolezza e non esclusivamente dal timore di deludere o destabilizzare gli altri.
Io e il mio ragazzo (entrambi 33anni) abbiamo una relazione a distanza da tre mesi.
Io vivo all’estero e lui viene da un altro paese in Europa.
È venuto a trovarmi e l'altro giorno stavamo camminando mano nella mano. Era un po' alticcio, mentre camminavamo ho visto un tipo che vedo spesso in centro a chiedere insistentemente soldi. Mi sono allontanata con il mio ragazzo, ma lui era incuriosito e continuava a fissarlo. Gli ho chiesto perché lo avesse fatto e ha iniziato a dire un sacco di cose senza senso, tipo "volevo dargli false speranze", "ero curioso di vedere cosa avesse in mano perché le muoveva", "volevo dargli dei soldi ma tu mi hai portato via", "non so se avresti pensato male di me se non gli avessi dato i soldi", per poi cambiare idea e dire "non gli avrei dato i soldi perché sembrava ben curato e aveva dei bei vestiti".
La frase "volevo dargli false speranze" mi ha fatto infuriare più di ogni altra cosa e ne abbiamo parlato a lungo.
Gli ho riparlato di questo episodio quando ci siamo calmati entrambi e mi ha detto che aveva detto tutte quelle cose perché era in preda al panico e non sapeva cosa dire.
Gli ho fatto notare che quella frase in particolare era estremamente disgustosa e crudele, non mi sarei mai aspettata che una cosa del genere gli uscisse di bocca (perché, anche se lo conosco da poco tempo, mi ha dato l'impressione di essere una persona gentile, aveva dato il giorno stesso dei soldi ad un ragazzo che aveva chiesto dei soldi per il biglietto del treno e la volta prima che ci siamo incontrati aveva dato dei soldi ad un signore per strada che aveva un cagnolino) e lui se n'è reso conto e ha detto che normalmente non direbbe mai una cosa del genere. Ha detto che stava scherzando, ma che era uno scherzo di pessimo gusto.
Ha inoltre aggiunto che dove vive lui ci sono queste persone che lui ha chiamato “gang”, si dividono le zone della città, che chiedono soldi per strada ma in realtà vivono grazie agli aiuti dello Stato e che lui non vuole dare soldi a questo tipo di persone.
Non so cosa pensare o cosa fare.
Mi tratta benissimo, ma non voglio stare con qualcuno che tratta male gli altri o dice cose così cattive.
È giusto condannarlo per questo episodio o dovrei aspettare e vedere come si comporterà in futuro?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che racconti sembra averti colpita molto, e comprendo il perché. A volte non è tanto il gesto in sé a ferire, quanto il significato che attribuiamo a certe parole, soprattutto quando arrivano da qualcuno verso cui stiamo costruendo fiducia e da cui ci aspettiamo sensibilità e gentilezza. La frase che lui ha detto ha probabilmente toccato qualcosa di molto importante per te, legato ai tuoi valori e al modo in cui pensi vadano trattate le persone più vulnerabili. È quindi assolutamente comprensibile che tu ti sia sentita delusa, arrabbiata e persino confusa rispetto all’immagine che ti eri fatta di lui.
Allo stesso tempo, credo sia importante non cercare di definire l’intera persona a partire da un singolo episodio, soprattutto in una situazione emotivamente carica, in cui lui stesso era alterato dall’alcol, confuso e apparentemente in difficoltà nel spiegare cosa stesse pensando. Le spiegazioni incoerenti che ti ha dato sembrano più il tentativo disorganizzato di giustificarsi o di uscire da un momento di tensione che un discorso lucido e realmente rappresentativo dei suoi valori profondi. Questo naturalmente non rende automaticamente accettabile quella frase, né cancella il tuo disagio, ma può aiutare a contestualizzarla.
Mi sembra significativo anche il fatto che tu abbia osservato in altre occasioni comportamenti molto diversi da parte sua: mi racconti di episodi in cui si è mostrato disponibile e generoso verso altre persone in difficoltà. Questo suggerisce che forse ci troviamo davanti a una persona che può aver detto qualcosa di molto infelice, più che a qualcuno sistematicamente crudele o privo di empatia. Spesso ciò che ci aiuta davvero a comprendere chi abbiamo accanto non è il singolo momento storto, ma la continuità dei comportamenti nel tempo.
Forse, più che chiederti subito se lui sia “una brutta persona” o se questo episodio debba bastare per definirlo, potrebbe esserti utile osservare con calma come si comporta nelle diverse situazioni: come parla degli altri, come reagisce davanti alla fragilità, quanto riesce a mettersi in discussione, e soprattutto se episodi di questo tipo restano eccezioni o diventano un modo abituale di stare nel mondo.
Il tuo disagio non va minimizzato, perché ti sta comunicando qualcosa di importante sui tuoi limiti e sui tuoi valori. Ma allo stesso tempo non sei obbligata a trarre una conclusione definitiva immediatamente. In una relazione, soprattutto all’inizio, può essere sano concedersi il tempo di osservare la persona nella sua complessità, senza ignorare i segnali che ci fanno stare male ma neppure riducendo qualcuno esclusivamente al suo momento peggiore.
Buongiorno,
mi sono trasferita a 8 mesi in una nuova città con il mio compagno, dopo la stessa laurea conseguita da entrambi. Lui ha trovato lavoro subito, io no. Negli ultimi due mesi ho avuto una patologia di compressione dello stretto toracico, sono finita in pronto soccorso pensando al peggio ma sto fisicamente bene. Da allora, circa due mesi, ho iniziato ad avere attacchi d'ansia, il mio medico di base mi ha prescritto lo Xanax, che uso quasi quotidianamente da un mese. Inizio a svegliarmi piangendo, a provare sentimenti negativi anche verso le mie due gattine, talvolta violenti ma mai messi in atto. I dolori fisici si spostano, prima la spalla, poi diventa la caviglia, poi il collo, senza criterio nè sforzi che li giustifichino. Mi sono trasferita a Torino, dal sud, sperando di avere più opportunità (ho una laurea in Informatica) eppure mi ritrovo senza un euro, un lavoro, nè la possibilità di fare qualche corso che mi interessi e mi dia gioia. Non riesco neanche a uscire di casa a volte, mi devo sforzare, anche se sto che molto spesso uscendo mi sento meglio. Dormo male, stringo i denti ogni notte, riguardo le stesse serie tv ogni giorno per sostituire i pensieri distruttivi. Sento le ambulanze passare ogni 5 minuti o quasi, i corvi che gracchiano, i bambini urlare fuori dalla finestra e mi sembra di impazzire. Sto pensando di tornare giù da mia mamma, ma a 29 anni mi sembra un fallimento. Ho pensato ad autismo, ADHD, depressione ma ovviamente non so cosa ho, se ho qualcosa, o se sto solo lentamente impazzendo.
Ho paura
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente,
dalle parole che scrive emerge una sofferenza importante, che coinvolge sia il piano emotivo sia quello fisico. In poco tempo si è trovata ad affrontare numerosi cambiamenti: un trasferimento lontano dai propri riferimenti affettivi, la ricerca di un lavoro, una problematica di salute vissuta con grande spavento e la necessità di adattarsi a un nuovo contesto di vita. È comprensibile che tutto questo possa aver richiesto molte energie. Mi colpisce come descriva una sensazione di allarme costante, accompagnata da preoccupazioni sul proprio stato di salute, difficoltà nel sonno, pensieri molto critici verso se stessa e un forte senso di smarrimento. Tuttavia, da ciò che racconta, non mi sembra di leggere segnali di una perdita di contatto con la realtà o di un "impazzire", quanto piuttosto l'espressione di una condizione di sofferenza che merita ascolto e attenzione. Talvolta, quando attraversiamo periodi particolarmente complessi, il corpo e la mente cercano modalità diverse per comunicarci un disagio che fatichiamo a elaborare. Più che concentrarsi immediatamente su una possibile etichetta diagnostica, potrebbe essere utile chiedersi cosa stia accadendo nella sua vita in questo momento e quali significati abbiano per lei queste difficoltà.
Tornare temporaneamente vicino alle proprie figure di riferimento non equivale necessariamente a un fallimento. A volte prendersi cura di sé significa anche riconoscere di aver bisogno di sostegno in una fase delicata della propria vita.
Le suggerisco di valutare, appena possibile, un supporto psicologico, perché la sofferenza che descrive non dovrebbe essere affrontata da sola. Nel frattempo, se dovesse percepire un peggioramento dei pensieri negativi o sentirsi in difficoltà nel gestirli, non esiti a rivolgersi tempestivamente ai servizi sanitari del territorio.
Cordiali Saluti
Salve, sono una ragazza di 28 anni e da circa un’annetto soffro di ansia anticipatoria. Ho paura di perdere le persone che amo, prima i miei genitori e ora che convivo e sono incinta il mio compagno. Vivo costantemente con l’ansia, evito di allontanarmi in auto con lui perché ho paura. So di aver bisogno di un supporto psicologico ma attualmente non posso andare e quindi vorrei sapere se esiste qualche modo per lavorare su me stessa
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile Utente,
dalle Sue parole emerge una condizione di forte preoccupazione che sembra accompagnare in modo costante la sua quotidianità. Mi colpisce come le paure che descrive riguardino soprattutto le persone a cui è più legata affettivamente e come si siano intensificate in una fase della vita caratterizzata da importanti cambiamenti, quali la convivenza e la gravidanza.
Talvolta l'ansia può rappresentare un segnale che ci invita a prestare attenzione a vissuti profondi legati alla sicurezza, ai legami e alle trasformazioni che stiamo attraversando. Per questo motivo, oltre a cercare strategie per gestire i sintomi, potrebbe essere utile interrogarsi sul significato che queste paure stanno assumendo nella sua esperienza attuale.
In attesa di poter intraprendere un percorso psicologico, potrebbe aiutarla dedicare uno spazio all'ascolto di ciò che prova, magari annotando pensieri, emozioni e situazioni che attivano maggiormente l'ansia, senza giudicarli o contrastarli immediatamente. Questo può rappresentare un primo passo per conoscerla meglio e comprenderne il funzionamento.
Le suggerisco comunque, non appena ne avrà la possibilità, di valutare un supporto professionale, affinché non debba affrontare da sola un carico emotivo che appare significativo.
Un caro saluto.
Premetto che non ho nessuna patologia o malattia diagnosticata.
Il mio problema è che mi sento così inutile, mi sento sola ogni giorno anche se ho le persone intorno, io sono totalmente apatica, penso sempre che tutti in realtà mi odino, sono sempre lì zitta e tranquilla sento di essere una brava persona ma di non essere abbastanza per nessuno,non sento di avere uno scopo nella vita.
Ogni giorno mi sento sempre più a pezzi, perché mi sento così? Stamattina mi sono detta oggi devo essere positiva con me stessa ma quando sono tornata a casa ho pianto.
tutti sono felici io non ci riesco, perché non ho niente di bello nella mia vita, ho paura di sentirmi per sempre così
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve,
da quello che racconta emerge una sofferenza profonda, fatta di solitudine, senso di inadeguatezza e fatica nel riconoscere il proprio valore. Immagino quanto possa essere doloroso vivere ogni giorno con questi pensieri e con la sensazione di non riuscire a stare bene nonostante l'impegno che mette nel provarci. Le emozioni che descrive meritano ascolto e attenzione, soprattutto perché sembrano accompagnarla da tempo e influenzare il modo in cui guarda sé stessa e le relazioni con gli altri. Il fatto che oggi abbia trovato il coraggio di esprimerle è già un passo importante. Più che chiederci perché si sente così, potrebbe essere utile iniziare a esplorare insieme quando queste sensazioni hanno iniziato a farsi sentire e quale storia raccontano della Sua esperienza di vita. Non è detto che ciò che prova oggi debba accompagnarla per sempre, ma credo che meriti uno spazio sicuro in cui poter essere compreso e accolto.
Sono in difficoltà forse . Ho questo desiderio di masturbarmi abbastanza spesso. Pensieri piccanti eppure dopo la fine di una relazione e l’inizio di un altra , mi sembra che l’eros si sia impossessato di me . Non capisco come sia possibile che ha 47 anni e una vita atletica e professionalmente appagante sento il desiderio di esplorare il mio corpo come fatto mai prima. Non ci sono blocchi emotivi oppure altro eppure, in contesti non convenzionali, tipo in un areo piuttosto che in un cinema, mi viene una voglia incredibile di fare l amore con me stesso. Chiaramente non lo faccio ma quando arrivo a casa non resisto. Bo forse sono matto oppure sto esplorando lati di me sconosciuti
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che mi descrive non mi fa pensare affatto a qualcosa di "folle". Mi sembra piuttosto che stia attraversando una fase della sua vita in cui il desiderio e il rapporto con il suo corpo stanno assumendo una forma nuova e più intensa. Talvolta, dopo cambiamenti importanti come la fine di una relazione e l'inizio di un'altra, alcune parti di noi possono trovare modalità diverse per esprimersi. Mi incuriosisce capire insieme che significato abbia per Lei questa esperienza: cosa rappresentano questi momenti, cosa evocano, come vive questo contatto con il suo corpo e con il desiderio. Più che concentrarci sulla frequenza o sulla "normalità" di ciò che accade, credo possa essere utile esplorare quale funzione stia assumendo oggi nella sua storia personale e relazionale.
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Ernia del disco lombare
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certamente un'ernia potrebbe essere la causa del suo…