Domande del paziente (80)
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, grazie per la condivisione. Quello che lei descrive appare come l’intreccio di più passaggi evolutivi avvenuti tutti insieme e in tempi molto rapidi: un trasferimento geografico, l’inizio di... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, ciò di cui parla sembra il segnale di una grande fatica emotiva più che il segno di un problema “di coppia” in senso stretto. Quando all’interno di una relazione si incrina la fiducia, anche... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, la situazione che descrive merita attenzione e delicatezza, perché sua figlia sembra trovarsi intrappolata in un circolo emotivo in cui forse non è il cibo in sé il vero problema, ma ciò che... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, grazie per la sua condivisione. Quello che racconta non ha nulla di “bizzarro” o folle: è un meccanismo d’ansia molto comprensibile. È come so ricercasse qualcosa di un sollievo immediato in... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, da ciò che racconta sembra che lei si trovi in un contesto lavorativo piuttosto complesso, non solo per la difficoltà tecnica del lavoro che sta imparando, ma anche per le dinamiche relazionali... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno Matteo, da quello che racconta emerge una dinamica molto intensa, ma anche piuttosto chiara nella sua struttura: lei esprime un bisogno affettivo forte e definito (“voglio qualcosa di più”),... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, quello che descrive è molto più comprensibile di quanto possa sembrare, e ha un senso che va oltre il “semplice disgusto”.
Quando lei vede suo padre guardare certi contenuti, non sta reagendo...
Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, grazie per la sua condivisione. Quello che descrive sembra essere davvero molto faticoso, e si sente quanto questo momento stia restringendo progressivamente il suo spazio di vita: non solo per... Altro
Buonasera il mio ex compagno se nè andato di casa dicendo che lo stare male lo portava a fare uso...precisiamo che 5 anni fa avevo trovato qualche traccia sporadica ma mi ha confessato che dalla morte di sua mamma (giugno 2025) è passato da 1,5 gr alla settimana a 8/10gr alla settimana...di preciso l'aumento non so quando è avvenuto ma credo settembre...è 4 settimane fuori casa e dice che non ha più toccato nulla (so che ha anche debiti)...mi chiedevo...possibile che con quella quantità assunta uno smetta così? Non so se crederci...so anche che diventano molto bugiardi...grazie della risposta
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, quello che porta è un dubbio molto comprensibile, perché si trova nel punto in cui si intrecciano due piani diversi: da una parte il bisogno di credere e di dare fiducia, dall’altra i segnali che nel tempo hanno incrinato quella fiducia.
Se restiamo sul piano “tecnico”, un passaggio da un uso saltuario a quantità così elevate (8–10 grammi a settimana) indica un rapporto con la sostanza che difficilmente è occasionale. In questi casi non si parla solo di abitudine, ma spesso di una forma di dipendenza o comunque di uso problematico strutturato. Dentro questa cornice, smettere “di colpo” è possibile, ma è poco frequente che avvenga in modo stabile e soprattutto senza un contesto di supporto (terapeutico, medico, comunitario). Più spesso si osservano fasi: interruzioni temporanee, ricadute, tentativi, promesse sincere ma difficili da mantenere.
C’è poi un altro aspetto che lei stessa intuisce: quando una persona è dentro una relazione con una sostanza, la gestione della verità diventa complessa. Non necessariamente per cattiveria o manipolazione deliberata, ma perché entrano in gioco vergogna, negazione, paura di perdere il legame. Questo può portare a minimizzare, a raccontare versioni parziali, o a dire ciò che in quel momento si vorrebbe fosse vero.
Allo stesso tempo, però, fermarsi solo sulla domanda “è possibile o no?” rischia di spostarla in una posizione di controllo che, di fatto, non le darà mai una certezza piena. La questione forse più centrale diventa: su quali elementi lei può oggi basarsi per fidarsi? Non tanto le parole, ma i comportamenti nel tempo: continuità, assunzione di responsabilità (anche rispetto ai debiti), disponibilità a farsi aiutare, trasparenza non solo dichiarata ma praticata.
Tutto ciò non toglie che lei abbia il diritto di proteggersi da una situazione che può diventare confusiva e logorante.
In altre parole, più che chiederle se credergli o meno in senso assoluto, potrebbe esserle utile chiedersi: cosa mi serve vedere concretamente perché questa fiducia possa essere riaperta? E quali sono i miei limiti, oltre i quali non me la sento di andare?
Questo sposta il focus da lui (che in questo momento è poco prevedibile) a lei, che invece può provare a mantenere una posizione più chiara e tutelante.
Salve , ho un grosso problema (per me ovviamente). Da qualche giorno a questa parte all’improvviso sento di provare qualcosa in più per il mio migliore amico, siamo amici da quasi 10 anni circa, appena conosciuto lo vedevo in maniera diversa, forse mi piaceva ma poi questa cosa subito è cambiata perché lui si era lasciato da poco dopo una lunga storia io anche in quel momento ho avuto dei problemi abbastanza seri con il ragazzo con cui stavo a quel tempo e quindi siamo diventati molto amici lui mi è sempre stato vicino. Lui ha iniziato a divertirsi e andare a letto con tante ragazze perché voleva dimenticare la sua storia e stare bene, nel frattempo io mi sono fidanzata , lui ha iniziato una frequentazione con una ragazza che tutt’oggi sta con lui. Lui è sempre stato presente nella mia vita, magari capitava che non lo sentivo per settimane e poi stavamo ore al telefono per parlare oppure passava a trovarmi a lavoro ,fatto sta che non ci siamo mai staccati . Poi io mi sono lasciata dopo 3 anni e lui mi é stato vicinissimo , ci sentivamo tutti i giorni . É capitato in questi anni che ci siamo baciati e siamo andati a letto insieme , l’anno scorso é venuto a dormire a casa mia perché i miei non c’erano e mi ha tenuta stretta tutta la notte, nonostante ci fosse sempre questa sua fidanzata ma che lui in realtà ha voluto tenere solo perché dopo anni che andavano a letto insieme era arrivato il momento di fare un passo in più ma che non avrebbe dovuto fare a mio parere perché comunque lui l’ha tradita sia con me e anche in altre situazioni. Ad oggi la situazione è questa: lui convive con questa ragazza ma vuole andare via da quella casa ma non ha il coraggio di chiudere quella porta e farla soffrire ma lui sa che è l’unica cosa giusta da fare. Io ultimamente ho smesso di prendere un contraccettivo e avevo gli ormoni a palla allora mi è venuta di fare l’amore con lui e gliel’ho fatto capire, lui ovviamente ha detto subito vediamoci ma poi tra una cosa e l’altra non siamo riusciti e al momento non ne abbiamo più parlato, però in tutto ciò in questi anni lui mi ha sempre chiamata tutti giorni , appena esce da lavoro lui mi chiama , non credo sia normale avendo una fidanzata lui vuole sempre sapere tutto di me. Però io da qualche giorno a questa parte mi sento strana ed è come se mi stessi svegliando da un sonno, forse provo qualcosa per lui, ma poi penso che per come è fatto non potrei mai stare con lui, c’è chi pensa che lui sia innamorato di me ma che non ha il coraggio di dirlo, io quando sento questa cosa rido perché penso a tutte le cavolate che mi racconta e che fa con altre ragazze quindi penso che sia impossibile che sia innamorato di me. Ora io spero che sia solo un momento questo per me e che mi passi , anche perché non voglio perderlo, però mi chiedo come può essere che da un momento all’altro mi sta succedendo questa cosa??? Io ero convinta che lui non piacesse come fidanzato. C’è una mia amica che mi dice sempre fatela finita e sposatevi e basta perché è evidente che lui sia innamorato di te e anche gli estranei spesso mi hanno chiesto perché evidentemente hanno notato dall’esterno qualcosa di più ma io ci ho sempre riso su perché per me era impensabile dicevo con affetto ovviamente ma che è uno particolare figurati, ma lui obiettivamente è una presenza costante nella mia vita sempre . Che faccio ? Che mi succede?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, capisco bene quanto la situazione che descrive la stia mettendo in confusione. Più che qualcosa che nasce “all’improvviso”, quello che racconta ha l’aspetto di un legame che nel tempo è rimasto in una zona ambigua: amicizia molto intensa, intimità emotiva, momenti fisici condivisi, ma senza mai una definizione chiara. In questi casi non è raro che, a un certo punto, qualcosa si “riattivi” o cambi forma.
Mi sembra di comprendere che il vostro rapporto abbia funzionato per anni come uno spazio di grande vicinanza ma senza responsabilità piena: lui ha una relazione ufficiale, ma mantiene con lei un contatto quotidiano, affettivo e anche fisico; lei, a sua volta, ha potuto vivere questo legame come “sicuro” proprio perché non completamente disponibile. Questo tipo di equilibrio, finché regge, tiene insieme il legame. Quando però cambia qualcosa (nel suo caso anche un cambiamento corporeo/ormonale, ma non solo) può emergere una consapevolezza diversa: non tanto che “ora le piace”, ma che forse quel legame ha sempre avuto una componente più complessa.
È importante però non fermarsi solo alla domanda “cosa provo?”, ma aggiungerle un’altra domanda: “che tipo di relazione sarebbe possibile, davvero, con questa persona?”. Lei stessa dice una cosa molto lucida: fatica a immaginarselo come partner, per come si comporta, per le bugie, per i tradimenti. Questo è un dato centrale, perché i sentimenti possono anche emergere, ma la qualità concreta di una relazione si costruisce sui comportamenti, non sulle ipotesi.
Un altro aspetto rilevante riguarda lui: al di là di quello che gli altri dicono (“è innamorato di lei”), i fatti mostrano una difficoltà a scegliere, a chiudere una relazione in modo chiaro, a prendersi una responsabilità affettiva piena. Ovviamente dall'altra parte è utile anche interrogarsi su quello che lei comunica esplicitamente e implicitamente a lui.
Quello che le sta succedendo, quindi, può essere letto come un momento di maggiore lucidità emotiva: sta vedendo il legame per quello che è, con tutte le sue sfumature, e questo può far emergere anche una componente affettiva che prima era “coperta” dalla definizione di amicizia.
Potrebbe esserle quindi utile riflettere su cosa lei desidera da una relazione oggi (chiarezza, esclusività, affidabilità…) e quanto questa persona, per come si comporta concretamente, è in grado di offrirle.
A volte la paura più grande, come lei accenna, è perdere l’amicizia. Ma anche restare in una zona ambigua può nel tempo logorare o creare sofferenza. Dare un nome più chiaro a ciò che prova, e soprattutto ai limiti che vuole mettere, è già un primo passo per non restare bloccata in questa oscillazione.
Non è tanto “un momento strano”: è probabilmente un passaggio in cui il suo sistema relazionale si sta iniziando a chiedere più coerenza e meno ambiguità.
Buongiorno dottori. Vi scrivo per richiedere un parere su un evento che mi ha confusa recentemente. Ho 23 anni, sto passando un periodo in cui mi sto preparando per la laurea e successivamente già per cercare lavoro. Sono una che ha bisogno di farsi piani per ogni minima cosa perché altrimenti sento di non avere controllo. Recentemente, è successa una cosa strana, praticamente vi dico già che io sono attratta sia da ragazzi che da ragazze, lo so da 7 anni e non è assolutamente un problema per me, lo accetto e lo vivo come una verità dentro me, anche se preferirei innamorarmi di un uomo perché vorrei avere dei figli e sinceramente preferirei averli nella situazione più classica possibile. Vi dico questo perché è da mesi che so dell’esistenza di una determinata ragazza di circa la mia età, non ci conosciamo davvero, ma è capitato di guardarla da lontano, vederla interagire con i suoi amici e cose così. Appunto per mesi la mia percezione verso di lei è stata neutro-positiva, la trovo bella, solare e simpatica, e sembra anche genuina. L’altra notte però, mi è capitato a caso di fare un sogno in cui lei mi abbracciava, e io sentivo conforto in quell’abbraccio, e mi sentivo come se fossi cotta di lei, soprattutto perché dopo sempre nel sogno siamo sedute in un tavolo vicine e parliamo, ma poi un ragazzo attira la sua attenzione e inizia a parlare con lei, a quel punto sento una sensazione di gelosia, che ricordo ancora ora, e che quando il sogno è finito ho sentito letteralmente la sua mancanza, mi è dispiaciuto che fosse un sogno, dove forse eravamo amiche o comunque avevamo un legame. Ho continuato la mia vita normalmente, ma da quel giorno ogni volta che la vedo sento un’attrazione travolgente. Dire che mi sento attratta da lei fisicamente sarebbe riduttivo, perché non è che io sento attrazione per lei perché mi piace il suo corpo o la trovo “sexy” seppur sia bella, ma sento una sorta di desiderio verso di lei, in generale. È come se io amassi lei, non il suo corpo, ma lei. Infatti, la cosa che più mi accende è il pensiero di baciarla, e se devo essere sincera la bacerei anche molto appassionatamente, cosa molto strana per me, perché io non sento praticamente mai così tanta attrazione per qualcuno per cui non ho nemmeno sentimenti di cotta come minimo, cosa che quando c’è la sento in modo molto più intenso e euforico di qualsiasi attrazione fisica, cosa che appunto come ho detto con lei tecnicamente non c’è stata. Eppure sento un desiderio per lei così forte e anche di lasciarmi andare e perdere il controllo con lei che onestamente mi confonde, non capisco cosa sia successo, ma è tutto nato da quel sogno. Sottolineo che non ci siamo mai nemmeno sfiorate né guardate. Inoltre, voglio precisare che io sono sempre stata più aperta emotivamente nei confronti delle ragazze non per scelta ma per istinto, perché sono molto intuitiva e sento quasi sempre le intenzioni delle persone, e quando ho rapporti con i ragazzi non sento mai quella sincerità e purezza di intenzioni che io tanto amo e che con le ragazze sento di più. I maschi purtroppo soprattutto alla mia età spesso cercano altro, mentre io cerco una grande integrità, maturità, presenza, passione e connessione, cosa che non riesco mai ad associare ai maschi, anche perché o sono sempre con quel fondo di voglia di competizione e arroganza/ricerca di sesso che si percepisce da miglia, oppure sono troppo remissivi e dolci, cosa che purtroppo se eccessiva non mi accende negli uomini, perché anche se la dolcezza è fondamentale per me, io vorrei una via di mezzo fra ragazzo che sa essere forte e farmi sentire protetta ma allo stesso tempo saper essere dolce senza vergognarsene, con un cuore pieno di valori e un vero rispetto non solo per me ma per tutti. Quindi è una cosa rara, e istintivamente connetto meglio con le ragazze, infatti non ho mai avuto cotte emotive per maschi, se non alle elementari per un compagno, quando però appunto quella purezza di intenzioni era ancora presente e non “inquinata” dal testosterone, che a quanto pare li fa andare fuori di testa non lo so, peccato che il testosterone che molti di loro usano spesso per dominare o sentirsi migliore dovrebbe servire a proteggere e non a schiacciare, ma ci vuole un’alta maturità per integrarlo e lo capisco. Però appunto per questo connetto meglio con le ragazze oggi, e collegandomi con il sogno che ho fatto verso quella ragazza, perché secondo voi è esplosa questa attrazione così forte? Secondo voi cosa dovrei fare? Vi ringrazio per il tempo che mi dedicherete per rispondermi, accetto ogni visione e consiglio.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, grazie per la sua condivisione. Parla di un'esperienza emotiva intensa che merita di essere compresa nel suo funzionamento.
Partirei da un punto importante che ha portato: si descrive come una persona che tende a organizzare molto la propria esperienza attraverso il controllo, la pianificazione e una certa coerenza interna. Questo assetto funziona bene nella gestione pratica della vita, ma spesso lascia meno spazio a ciò che è spontaneo, immaginativo e non prevedibile. I sogni, in questo senso, possono funzionare come una sorta di “varco”: mettono in scena bisogni, desideri o configurazioni relazionali che nella veglia restano più contenute o non del tutto esplorate.
Nel suo racconto, il sogno non introduce tanto “quella ragazza” in sé, quanto un’esperienza emotiva più complessa che riguarda il contatto, il conforto, la connessione ma anche la perdita e la gelosia.
Questa sequenza è molto potente perché attiva contemporaneamente desiderio e mancanza. È proprio questa combinazione che, al risveglio, può trasformarsi in un’attrazione percepita come travolgente.
È importante sottolineare che l’intensità che prova non deriva necessariamente da un reale legame con quella persona (che, di fatto, non conosce), ma dal modo in cui quella figura ha iniziato a rappresentare qualcosa per lei. In altre parole, quella ragazza è diventata una sorta di “contenitore” di qualità che lei desidera profondamente: autenticità, calore, presenza emotiva, sicurezza relazionale.
Questo si collega anche a ciò che dice rispetto agli uomini. Il suo discorso appare piuttosto polarizzato: da una parte uomini percepiti come poco integri o troppo sbilanciati, dall’altra donne vissute come più autentiche e accessibili emotivamente. Questa lettura, comprensibile sulla base delle sue esperienze, rischia però di diventare in parte rigida e di orientare automaticamente il suo desiderio verso ciò che sente più sicuro e coerente con i suoi bisogni affettivi.
In questo senso, non è tanto il sogno ad aver “creato” qualcosa dal nulla, ma ad aver acceso e reso più visibile una direzione già presente: il bisogno di una connessione emotiva profonda, non ambigua, non competitiva, non superficiale.
Quello di cui parla comunque sottolinea il suo desiderio che può sfruttare come esperienza di esplorazione. Chiedersi, ad esempio: che tipo di relazione sto immaginando? cosa mi ha fatto sentire quell’abbraccio? cosa rappresenta per me quella gelosia?
Se la situazione lo consente e lo desidera, un contatto reale e graduale con questa ragazza (anche semplicemente conoscitivo) potrebbe aiutarla a distinguere tra la dimensione immaginata e quella concreta.
Infine, un passaggio importante riguarda la sua identità affettiva: lei sembra accettare la propria bisessualità, ma allo stesso tempo mantiene un ideale di vita “più classico” che potrebbe entrare in tensione con ciò che sente spontaneamente. Anche questo può contribuire alla confusione, perché una parte di lei si orienta verso ciò che sente più autentico, mentre un’altra verso ciò che considera più desiderabile o “giusto”.
Non c’è bisogno di scegliere subito una direzione definitiva. Può essere utile restare in ascolto, osservare come si muove il suo desiderio nelle esperienze reali e permettersi di conoscere, prima di decidere.
In sintesi, ciò che sta vivendo non è tanto un evento inspiegabile, ma l’emergere, in forma intensa, di un bisogno relazionale molto chiaro. Sta a lei ora capire come tradurlo nella realtà, senza forzarlo ma nemmeno ignorarlo.
Salve ,scrivo in breve la mia storia perchè vorrei capire se la persona con cui ho intrapreso una relazione quatto anni fa circa potrebbe essere un narcisista patologico Malvagio.Sono una insegnante di 63 anni benestante ,stimata come professionista e considerata di bella presenza.Sono sposata ma mio marito è affetto da una malattia neuridegenerativa e sette anni fa ha subito danni cognitivi,Così che quattro anni fa mentre ero in un momento molto difficicile ,mi sentivo molto sola ho intrapreso una relazione con un uomo che oggi ha 69 anni .Quest'uomo lo conosco da circa 27 anni ed in passato lo avevo incontrato qualche volta in un momento di crisi profonda della relazione con mio marito.In questo tempo a cicli si era sempre presentato ma io no lo avevo più considerato.quando ho deciso di intraprendere la re relazione con lui l'ho fatto anche perchè mi sono fatta convincere dal fatto che lui mi aveva raccontato di essere rimasto vedovo ( sua moglie era morta a causa di un cancro ) e che la sua compagna aveva un mieloma al terzo stadio .all'inizio sembrava andare bene ,ma il suo comportamento era molto strano,mi invia centinaia di messaggi ,banali e pieni di emoji e quando io chiedevo chiarimenti lui spariva ..Nelle varie sparizioni chredendo di essere io la persona sbagliata l'ho cercato cosi la relazine è andata avanti dal 2022 al 2024. In giugno del 2024 dice di avere una depressione e sparisce.Nel luglio del 2025 a causa di una circostanza si ripresenta e mi convince nuovamente a riprendere la relazione nel frattempo io ero venuta a conoscenza (voci di popolo) che lui aveva manipolato più persone sole ,sopratutto done approfittandone per appropriarsi dei loro risparmi , era un bancario ,e per questa ragione era stato sospeso dal suo lavoro ,anche se non si era riuscito a dimostrare nulla .Inoltre che aveva sempre intessuto più relazioni in contemporanea .Ma io che sono una persona buona nonostante i vari dubbi ho deciso di ridargli fiducia .Sembrava che le cose andassero bene lui mi dedicava ,tempo ed attenzioni, fino a quando in gennaio lui sbaglia ad inviare un messaggio ed intuisco che c'era una quarta persona ,chiedo spiegazioni , ma lui sparisce.
Ora mi chiedo potrà ricomparire ancora ? E' un narcisista patologico maligno?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, capisco quanto questa esperienza possa averla confusa e coinvolta, soprattutto perché si è inserita in un momento della sua vita già molto delicato, segnato dalla solitudine e dalla fatica legata alla malattia di suo marito, e proprio in passaggi così complessi alcune relazioni possono assumere un’intensità particolare ma anche diventare più difficili da leggere con lucidità. Mi viene però da spostare leggermente il fuoco della sua domanda, perché cercare di stabilire se questa persona sia un “narcisista patologico maligno” rischia di portarla su un terreno poco utile: le diagnosi, soprattutto fatte a distanza e fuori da un contesto clinico, difficilmente aiutano davvero a comprendere cosa sta accadendo, e spesso l’etichetta dà una spiegazione apparente ma allontana dalla domanda più importante, cioè che tipo di relazione si è creata tra voi e che effetto ha su di lei.
Se si prova a guardare ai fatti che descrive, emerge una dinamica abbastanza chiara fatta di comunicazione molto intensa ma poco profonda, di frequenti sparizioni senza spiegazioni, di ritorni ciclici che riattivano il legame, di dubbi sulla sincerità e sulla presenza di altre relazioni, e di un coinvolgimento che sembra aumentare proprio nei momenti in cui lui si allontana. Al di là di qualsiasi etichetta, questo tipo di andamento è spesso molto destabilizzante perché alterna vicinanza e assenza, creando una sorta di aggancio emotivo difficile da sciogliere, e non è tanto importante come definirlo lui quanto riconoscere che questa modalità relazionale, per come la racconta, appare poco affidabile e potenzialmente dolorosa per lei.
Rispetto alla sua domanda se possa ricomparire, è possibile, proprio perché il modello che descrive sembra ciclico, ma forse la questione più importante diventa un’altra, cioè cosa desidera fare lei se questo dovesse accadere di nuovo, perché lei si definisce una persona buona e questo è certamente un valore, ma nella relazione la bontà rischia di trasformarsi in una disponibilità a tollerare comportamenti che la feriscono o la confondono, e più che fidarsi ancora di lui potrebbe essere utile iniziare a fidarsi maggiormente delle sue percezioni e dei segnali che nel tempo sono già emersi.
In un’ottica più ampia, questa relazione sembra intrecciarsi anche con il bisogno di non sentirsi sola in un momento complesso della sua vita, e dare spazio e dignità a questo bisogno, magari anche in un contesto di supporto personale, può aiutarla a non affidarlo a una relazione che ad oggi appare instabile, perché più che chiedersi chi è lui forse può diventare più utile chiedersi come sta lei dentro questa relazione e cosa è sostenibile per il suo benessere, ed è da lì che possono nascere scelte più protettive e consapevoli.
Ciao, vi scrivo la mia storia per darvi il contesto.
Sono stato fidanzato per 8 anni con una ragazza. In quel periodo ero fuori forma e non mi piacevo, al punto da vivere quasi solo per lavorare e togliermi qualche sfizio, senza mai sentirmi davvero bene con me stesso. Ho comprato casa e siamo andati a convivere, ma negli ultimi due anni il nostro rapporto era diventato più una convivenza tra amici: sì, c’era ancora qualche rapporto, ma mancava tutto il resto.
Lei non lavorava, non aveva molte amicizie ed era bloccata in un percorso universitario che non riusciva a concludere, nonostante ci fossero diversi anni di differenza tra noi. Negli ultimi due anni prima della separazione, io avevo iniziato un grande cambiamento personale, tra dieta e palestra, trasformando il mio corpo. Questo aveva portato anche a una sua crescente gelosia.
Il fatto di vivere lontano dall’università, insieme alla gestione della casa, del cane e ad altre responsabilità, aveva contribuito ad allontanarla dal suo obiettivo. Inoltre, col tempo ho capito che viveva una forma di depressione di cui però non era mai riuscita a parlarmi apertamente: questa cosa mi rendeva nervoso perché, tra le tante cose, le pagavo anche lo psicologo senza però sapere davvero cosa stesse vivendo.
Io ero l’unico a lavorare e a occuparmi delle spese, delle uscite e di tutto il resto. In casa non mi faceva mancare nulla: pulizie ecc., faceva tutto lei, e già questo probabilmente è stato un errore mio.
A un certo punto, di fronte alle attenzioni di una ragazza — in mezzo a tutte quelle che avevo trascurato — non sono riuscito a trattenermi e, anche se non è successo nulla di fisico, ho deciso di lasciare la mia ex. È seguito un mese difficile, con continui messaggi e anche una gravidanza inventata da parte sua. Alla fine lei ha lasciato casa definitivamente.
Dopo poco è iniziata una frequentazione con un’altra ragazza, durata circa tre mesi: molto intensa fisicamente, ma anche tossica, tra love bombing e insicurezze che mi ha trasmesso. Dopo una vacanza finita male, ho chiuso anche questa storia.
Pochi giorni dopo ho conosciuto la mia attuale ragazza: un colpo di fulmine. È molto bella e forse proprio qui ho fatto il mio errore più grande. Dopo pochi giorni abbiamo deciso di convivere.
In questo quasi anno mi sono ritrovato a gestire praticamente tutto: casa, spese e organizzazione. Abbiamo un conto cointestato su cui mettiamo entrambi la stessa cifra, ma basta solo per il cibo: non copre bollette, uscite o altre spese, che ricadono su di me. Inoltre non mi aiuta né in casa né in altro.
È molto affettuosa e da quel punto di vista sto bene, non mi manca l’affetto. Però sessualmente e fisicamente non mi prende come la precedente, tanto che ho dovuto adattare alcune mie abitudini. Nonostante questo, emotivamente sto bene… o almeno credo.
Sto lavorando molto su me stesso, ma spesso penso di non meritarla, sia a livello fisico che di immagine. Cerco di darle tutto: attenzioni, affetto, regali, cene. Tuttavia il suo passato e i suoi tanti ex mi pesano molto. Spesso fa riferimenti a esperienze vissute (ristoranti, viaggi, cose fatte), anche senza citarli direttamente, e questo mi fa stare male. Gliel’ho detto, ma lei lo fa con leggerezza.
Tutto questo mi porta a vivere una forte disparità emotiva: mi capita di piangere spesso, di pensare di non meritare la felicità. Mi dispiace persino per il mio cane: prima era sempre con la mia ex in casa e non restava mai solo, mentre ora, lavorando entrambi, si ritrova spesso da solo.
Non riesco a lasciarla, anche se ci ho provato più volte. Vederla piangere e promettere che cambierà, senza poi farlo davvero come vorrei, mi blocca e non riesco ad andare fino in fondo.
Devo anche dire che in tante cose è davvero cambiata: probabilmente aveva bisogno di tempo, prima era triste e ora non lo è più, si chiudeva molto mentre oggi lo fa molto meno. Però, nonostante questi miglioramenti, io non mi sento valorizzato né alla pari. Spesso ho la sensazione che non mi ascolti davvero, non mi aiuta, non dà peso alle mie necessità, al mio bisogno di conferme e certezze. L’aiuto pratico è praticamente nullo e quello morale molto poco.
Io mi sono messo subito a sua disposizione in tutto, non le ho fatto mancare niente e l’ho messa al centro della mia vita, cambiando me stesso — di nuovo — per cercare di sentirmi all’altezza e meritarmela. E ora mi trovo così: incapace di lasciarla, ma senza stare mai, mai davvero bene o sentirmi apprezzato.
Lei mi parla di figli e di un “per sempre” insieme, e da una parte questo mi fa piacere, ma dall’altra sono terrorizzato all’idea che la mia vita possa essere sempre così: per sempre, con un peso che sento di portare da solo, sempre di fretta a cercare di fare tutto da solo. In cosa sbaglio? Su cosa posso lavorare o dove ho bisogno di aiuto? Sono andato anche da una psicologa, ma non mi ha mai aiutato davvero, nonostante tante sedute.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, grazie per la sua condivisione. Quello che colpisce nel suo racconto è che sembra esserci un filo rosso che attraversa tutte le relazioni: la tendenza a sentirsi responsabile del benessere dell’altra persona, mettendosi nella posizione di chi sostiene, organizza, compensa, regge il peso pratico ed emotivo della coppia, mentre i suoi bisogni finiscono lentamente sullo sfondo. Non credo che il punto centrale sia capire se le sue partner abbiano sbagliato più o meno di lei, ma osservare il tipo di equilibrio relazionale che si crea ogni volta e il ruolo che tende spontaneamente ad assumere dentro quel sistema.
Per molti anni racconta di essersi sentito “non abbastanza”, poco desiderabile, poco sicuro di sé. Il cambiamento fisico sembra averle dato più attenzione esterna, ma non necessariamente una sicurezza interna stabile. Anzi, a tratti sembra che il suo valore personale continui a dipendere molto dallo sguardo dell’altro: dall’essere scelto, desiderato, confermato, indispensabile. E quando questo accade, allora investe tutto nella relazione, quasi fino ad annullarsi. È come se l’amore diventasse facilmente un luogo in cui dimostrare il proprio valore attraverso il fare, il dare, il sacrificarsi, il sostenere.
Il problema è che quando una relazione si costruisce soprattutto su questa dinamica, spesso si crea una forte asimmetria: uno regge, organizza, rincorre, teme di perdere l’altro; l’altro, anche senza cattiveria, finisce per occupare il centro emotivo della coppia. E più lei sente di dover “meritare” l’amore, più rischia di tollerare situazioni che la fanno stare male pur di non perdere quel legame.
Mi sembra importante anche un altro aspetto: le sue relazioni sembrano partire molto velocemente e molto intensamente. Convivenze rapide, fusioni emotive, cambiamenti drastici fatti subito per adattarsi all’altro. Ma questo potrebbe portare ad entrare più facilmente in dinamiche basate sul bisogno reciproco, sulla paura o sull’idealizzazione, piuttosto che su una compatibilità profonda e costruita nel tempo.
La qeustione degli ex sembra più il punto dove si aggancia una fragilità già presente: il timore di non essere abbastanza, di essere sostituibile, di non avere un valore stabile. Infatti lei stesso dice qualcosa di molto forte: “cerco di cambiare me stesso per sentirmi all’altezza e meritarmela”. Ecco, pootrebbe essere qui uno dei nuclei più importanti del suo malessere: vivere la relazione come qualcosa che deve continuamente guadagnarsi.
Un altro elemento che emerge è la difficoltà a tollerare il conflitto e la separazione. Dice di non riuscire a lasciare quando vede l’altra persona stare male, piangere o promettere cambiamenti. Questo può indicare una forte sensibilità al senso di colpa e alla responsabilità emotiva verso l’altro. Ma restare in una relazione solo perché si teme di ferire l’altro, col tempo, rischia di trasformarsi in una forma di prigionia emotiva sia per lei sia per la partner.
Nel suo racconto il tema non sembra essere soltanto “questa relazione”, ma il modo in cui lei entra e si posiziona nei legami.
Buongiorno, vivo in una città del nord da 21 anni, insieme a mio marito e 2 splendidi figli adolescenti.
Io e mio marito siamo, di un paesino del sud Italia
io ho una storia familiare non facile, mio padre assente, mia madre anaffettiva, controllante, giudicante
a 23 anni ho conosciuto mio marito, appena la nostra unione è diventata ufficiale, sono caduta in depressione, una brutta depressione che ho curato con farmaci e tanta psicoterapia..alla fine del percorso sono arrivata alla conclusione che per stare bene, dovevo scappare dai miei posti..così ho lasciato il lavoro e sono partita, lui con me...
nella città in cui viviamo sono stata benissimo da subito, ci siamo sistemati, sposati, abbiamo due lavori ottimi e due figli che ci danno grandi soddisfazioni, ci sono comunque delle cose di questa città che mi pesano, la considero non del tutto la mia città...mio marito non si è mai ambientato, infatti dice sempre che quando andrà in pensione trascorreremo periodi giù, dove abbiamo una splendida casa.
Abbiamo sempre paragonato la città in cui viviamo a quella vicina al nostro paese d'origine e sempre detto che la nostra vita ideale sarebbe stata lì, conducendo una vita come quella che facciamo ora ma con meno spese e più svaghi, nei fine settimana avremmo potuto goderci la casa, gli amici e i parenti al paese, complici il clima, il mare, i paesaggi, facendo tutte le cose che ora non facciamo, e avendo anche il supporto dei parenti
circa 10 anni fa abbiamo avuto l'occasione di poter rientrare definitivamente ma erano lavori precari, mio marito voleva tornare a tutti i costi, ma io sono di nuovo caduta in grave depressione, ricurata con farmaci. Abbiamo rinunciato
2 anni fa ennesima occasione, appagante per me, ma stavolta è mio marito a rinunciare, in preda all'ansia
ora io sono stata chiamata a colloquio tra un mese per un posto di lavoro al mio paese, un buon posto di lavoro, ci vorrei andare perchè vedo la vita che vorremmo, vivremo in città, io mi sposterei tutti i giorni in attesa di una destinazione più vicina, i ragazzi sono felici di un eventuale trasferimento, mio marito pure...ma io sono in ansia, dormo male, una volta lì penso che la mia mente vada a rivivere tutto il percorso depressivo della pre-partenza di 21 anni fa, il tutto accentuato dal fatto che non conosco bene la nuova città, temo di non riuscire ad ambientarmi e temo di lasciare ciò che ho perchè, in caso di fallimento, non posso poi tornare sui miei passi
sono cresciuta tanto, caratterialmente, emotivamente, lavorativamente, vorrei riuscire a gestire il tutto ma non so, ho bisogno di un parere
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, da quello che racconta sembra che questa decisione non stia toccando soltanto un trasferimento geografico ma qualcosa di più profondo legato alla sua storia personale, familiare e anche di coppia, perché il “sud” nel vostro immaginario non è solo un luogo ma rappresenta contemporaneamente appartenenza, desiderio, nostalgia, possibilità di riparazione ma anche dolore, paura e memoria di una fase molto difficile della sua vita
Nel suo racconto infatti emerge chiaramente come il primo distacco dal paese d’origine abbia avuto quasi una funzione salvifica, come se andare via fosse stato necessario non soltanto per costruire una vita nuova ma anche per proteggere una parte di sé da un ambiente emotivo percepito come soffocante, giudicante e poco nutriente affettivamente, per questo oggi il pensiero del ritorno sembra riattivare non tanto il presente reale quanto il ricordo emotivo della ragazza che allora stava male.
Spesso nelle famiglie e nelle coppie succede proprio questo, alcuni luoghi diventano contenitori di significati emotivi molto potenti e allora la mente rischia di sovrapporre il “tornare lì” con il “tornare ad essere quella persona”, ma oggi lei non è più la donna di 21 anni fa, nel frattempo ha costruito competenze, autonomia, relazioni, una famiglia, una solidità interna che allora probabilmente non aveva ancora.
Mi colpisce anche il movimento della coppia nel tempo perché sembra che nei momenti in cui il trasferimento diventa concretamente possibile uno dei due entri in una condizione di forte ansia o blocco, quasi come se questo progetto fosse contemporaneamente desiderato e temuto da entrambi, ed è interessante che il sogno del ritorno vi abbia accompagnati così a lungo forse anche come spazio mentale condiviso, come immagine di una vita più autentica, più semplice, più vicina agli affetti e a una parte identitaria che sentite di non aver mai completamente perso.
Però vivere davvero in un luogo è diverso dal desiderarlo da lontano e credo che una parte della sua ansia nasca anche da questo, dal timore che la realtà possa non coincidere con l’immagine costruita negli anni oppure che il prezzo emotivo del cambiamento sia troppo alto.
Credo allora che il punto non sia decidere rapidamente se partire o restare ma provare a capire cosa realmente la spaventa oggi, se il territorio in sé, la vicinanza alla famiglia d’origine, il lasciare le sicurezze costruite, il timore di non potere tornare indietro oppure la paura che quel ritorno rimetta in contatto parti fragili della sua storia che sente ancora sensibili.
Inoltre può essere utile osservare che questo cambiamento non coinvolgerebbe solo lei individualmente ma tutto il sistema familiare, la coppia, i figli adolescenti, gli equilibri costruiti negli anni, le appartenenze, i ruoli e le aspettative reciproche, per questo è naturale che emerga ansia, perché ogni transizione importante richiede una riorganizzazione non solo pratica ma anche emotiva e relazionale.
Quando una decisione viene vissuta come definitiva e irreversibile il rischio è che il corpo e la mente reagiscano con un forte allarme.
Potrebbe esserle utile affrontare questo passaggio dentro uno spazio terapeutico che non legga la sua ansia come un segnale di incapacità ma come un tentativo della sua storia emotiva di proteggerla da qualcosa che in passato è stato molto doloroso, perché a volte non è il cambiamento in sé a spaventare ma il significato profondo che quel cambiamento assume nella nostra esperienza di vita.
Buonasera ho 29 anni non ho mai avuto una ragazza 0 relazioni per non essere più vergine sono andato a escort ma da 1 anno a questa parte, fra rabbia e frustrazione sono diventato un diavolo soprattutto verso me stesso mi trovo così per via delle circostanze principalmente, avendo un attività ho 0 tempo libero quindi ho vado a fare il dipendente per avere più tempo libero oppure ci metto una pietra sopra , il tempo che passa è un veleno perché io faccio distinzione tra non avere relazioni momentanee e non averne mai avute e quindi 0 esperienze è ritardo per questo vado in tilt, penso rimarrò inferiore a vita. Grazie a chiunque mi darà un parere.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, dalle sue parole sembra emergere una sofferenza che non riguarda soltanto il “non avere avuto una relazione”, ma il significato che nel tempo questa esperienza ha assunto dentro la sua immagine di sé. Come se il confronto con gli altri, e con il tempo che passa, avesse trasformato una mancanza affettiva in una misura del suo valore personale e quando accade questo ogni anno diventa una conferma dolorosa dell’idea di essere “indietro” o “inferiore”.
Potrebbe essere importante soffermarsi proprio su questo punto perché spesso non è l’assenza di esperienze in sé a distruggere l’autostima, ma il modo in cui iniziamo a raccontarci quella assenza in molte storie personali e familiari il valore maschile viene inconsapevolmente associato alla capacità di avere relazioni, esperienza sessuale, sicurezza, e quando ci si sente fuori da quel modello si può iniziare a vivere se stessi come “difettosi” invece che semplicemente come persone con un percorso diverso.
È come se il giudizio interno sia diventato duro e persecutorio quasi come se dentro di lei ci fosse una voce che non lascia spazio alla complessità della sua vita, dei sacrifici fatti, del peso del lavoro, delle possibilità concrete che ha avuto finora.
Il rischio, quando ci si sente troppo in ritardo, è anche quello di guardare ogni incontro attraverso la lente della compensazione o dell’urgenza come se una relazione dovesse cancellare anni di dolore e restituire valore alla persona ma un legame affettivo difficilmente riesce a sostenere questo peso da solo.
Lei oggi non sta parlando soltanto di sesso o di esperienza, sta parlando soprattutto di identità, confronto, vergogna e senso di esclusione e credo che questo meriti uno spazio di ascolto serio, non giudicante, perché dietro quella rabbia probabilmente c’è anche molta solitudine accumulata negli anni.
Salve, vi scrivo per avere una consulenza riguardo una situazione lavorativa in cui mi trovo. Per contesto, lavoro nell’azienda attuale da più di 7 anni in cui progressivamente mi sono affermata, o così pensavo, nei vari ambiti di competenza sempre con impegno e forte dedizione. Il clima aziendale è sempre stato subdolamente tossico, principalmente a causa di una collega che ha reso e continua a rendere il posto un inferno per chiunque si “metta contro” di lei o delle sue idee. Questo ha portato a diversi scontri con diverse personalità nell’azienda che a volte si sono risolte semplicemente con il passare del tempo, e altre volte hanno portato proprio alle dimissioni di alcuni. Io stessa in prima persona ho subito più volte le sue “paturnie” perché caratterialmente sono una persona che preferisce il confronto piuttosto alla falsità e quando alcune cose che mi ha fatto non mi sono state bene ho sempre preferito parlarne direttamente (prese in giro tramite i vari social, turni cambiati per palese ripicca…). Quando ho poi affrontato la persona il più delle volte la situazione si distendeva per passare alla prossima vittima. Per arrivare alla situazione attuale, nell’ultimo periodo c’è stato parecchio stress in tutto l’ambiente anche dovuto all’arrivo imminente di un controllo dai piani alti della sede, che ha portato ad uno “scontro” tra me e il mio datore di lavoro. Da parte sua c’è stata una forte aggressione verbale, con toni di voce fortemente alterati, colpi dati alle ringhiere…, aggressione questa dovuta a detta sua ad una “evidente necessità di essere più aggressivo per poter essere ascoltato visto il forte menefreghismo”. Da parte mia una risposta di difesa in cui appunto affermavo che non capivo il tono dell’attacco e soprattutto le accuse, essendo sempre stata come dicevo fortemente dedita a questo posto di lavoro spesso anche sacrificando molto del mio tempo libero o addirittura presentandomi anche in condizioni di salute fortemente precarie. La discussione non si è conclusa in alcun modo perché alla sua frustrazione sul “perché se parlo con le altre stanno zitte e dicono di sì, quando invece parlo con te hai sempre da rispondermi?” Io non sapevo che risposta dare. Non nego però che questa discussione mi ha lasciato fortemente turbata in primo luogo per la violenza dell’attacco, e poi per l’estraneità dalle accuse che mi rivolgeva. (Solo dopo scoprirò che la discussione che lui faceva non era indirizzata a me!) In ogni caso per giorni io mi sono trovata fortemente destabilizzata da questo episodio aspettandomi che comunque avvenisse un chiarimento una volta che il nervoso del momento fosse passato. Questo non è avvenuto e mi ha lasciato per giorni a pezzi, giorni in cui mi recavo a lavoro senza essere salutata lasciata sola ed esclusa da qualsiasi cosa. Mi sono trovata a non riuscire più a dormire per pensare a come avrei potuto affrontare la situazione, a cosa potevo aver sbagliato, a non mangiare per la sensazione di nausea costante. La cosa che mi ha turbato più di tutte poi è stata la mancanza di empatia da tutto lo staff di colleghe, che mi hanno esclusa da tutto e a malapena mi rivolgevano parola. Questo ha portato alla mia necessità di riaffrontare il mio datore di lavoro per avere un chiarimento, per capire come poter risolvere la situazione. Non è stato facile perché lui ha cercato di evitare il confronto dicendomi anche che lui non aveva niente di cui parlare perché non c’era nessuna situazione. Una volta che sono riuscita ad instaurare un dialogo civile ho cercato di spiegare le mie ragioni della risposta e cercando di capire le sue ragioni per una reazione così aggressiva (qui scoprivo che la sua era una discussione mirata a tutti non solo a me). Più ho provato a spiegargli che secondo me un attacco così aggressivo non poteva portare a nulla di buono più ricevevo risposte fredde e dure. Purtroppo questo muro mi ha fatto vacillare, tanto da farmi arrivare a chiedergli se veramente quindi non avevo nessun valore per quella azienda e se questo trattamento secondo lui era meritato. Da notare è che il primo scontro era stato in presenza della collega di cui parlavo all’inizio, mentre questo secondo incontro lei non era presente. Comunque dopo un po di conversazione ci siamo spiegati e anche lui ha ammesso lo stress e l’aggressività del suo atteggiamento. Per me questa seconda discussione era necessaria per un suo intervento nell’atteggiamento di tutto lo staff, affinché intervenisse perché io potessi trovare un ambiente lavorativo vivibile e non così provante come era stato fino a quel giorno. E da questa seconda discussione sono uscita lievemente positiva e lievemente rincuorata, anche dal fatto che mi ha detto “hai fatto bene a parlarne perché magari io ero ancora innervosito dalla situazione ma parlandone siamo tutti più tranquilli”. Dopo questo confronto io ho avuto i miei giorni di riposo e sono rientrata a lavoro il giorno prima dei controlli in cui ingenuamente, e nuovamente, mi sono trattenuta oltre orario cercando di mostrarmi più positiva anche con le colleghe. Il giorno dopo, giorno dei controlli, arrivo a lavoro e il clima era invece di nuovo di ferro. A malapena saluti, la collega aveva nuovamente stretto la morsa sulle altre tanto ad arrivare al fatto che durante l’ora di pranzo loro si sono prese da mangiare se lo sono divise tra di loro chiedendosi le une con le altre cosa volevano dandomi le spalle e ignorandomi e mangiando davanti a me come se non esistessi. La giornata è stata lunga ed infernale.. e da lì ho capito che non c’era soluzione. Avergli parlato non ha fatto che peggiorare ulteriormente la situazione e io ero ormai 15 giorni sull’orlo dell’esaurimento nervoso, 15 giorni senza mangiare quasi nulla e senza dormire piangendo ogni giorno per l’ansia di cosa mi avrebbe aspettato il giorno dopo. L’ultimo giorno mi sono dovuta recare dal dottore in preda al panico che mi ha dato delle gocce e mi ha consigliato del riposo perché non erano condizioni normali. Io non so più neanche se ho sbagliato o non ho sbagliato, ma mi è sembrato come se volessero eliminarmi per essere quella che risponde, e che tutto è andato giù molto rapidamente. Non mi sembra che ci sia una alternativa sé non andare via, perché arrivare a pensare a gesti estremi pur di non dover andare in quell’ambiente mi sembra assurdo! La mia problematica è una sola, ora sono in malattia e mi sto piano piano riprendendo, ma so già che rientrare lì dopo aver preso una malattia sarebbe un circolo infinito di ritorsioni. Allo stesso tempo però il mio compagno lavora lì con me, e non voglio denunciare per mobbing per evitare ritorsioni anche a lui.. cosa mi consigliate di fare? Io non so più dove sbattere la testa…
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, grazie per la condivisione. Quello che racconta colpisce molto perché non sembra il resoconto di un singolo litigio lavorativo, ma di un sistema relazionale che nel tempo ha costruito equilibri fondati sulla paura, sul silenzio e sull’esclusione di chi prova a portare confronto o pensiero critico. E spesso, in contesti così, la persona che “risponde” non viene vissuta come qualcuno che dialoga, ma come qualcuno che rompe un assetto implicito che gli altri hanno imparato a tollerare per sopravvivere.
Nel suo racconto emerge una cosa importante: lei ha continuato a leggere quella realtà come se l’impegno, la dedizione e la disponibilità dovessero naturalmente generare riconoscimento e tutela. Ma purtroppo alcuni ambienti funzionano secondo logiche differenti, dove il valore personale passa in secondo piano rispetto agli equilibri di potere, alle alleanze e alla gestione della tensione interna. E questo crea una forte dissonanza emotiva, perché ci si sente improvvisamente trattati come “inermi” proprio nel luogo in cui si è investito tantissimo di sé.
Mi colpisce anche il fatto che lei continui a chiedersi se ha sbagliato qualcosa. È comprensibile, come se dovesse trovare la colpa che spiega l’esclusione.
Il punto forse più delicato però non è nemmeno la collega o il datore di lavoro, ma ciò che questa situazione ha prodotto dentro di lei: insonnia, nausea, pianto quotidiano, paura anticipatoria, perdita dell’appetito, fino ai pensieri estremi pur di non rientrare lì. Quando il corpo arriva a questi livelli di allarme spesso significa che non sta più reagendo solo a un conflitto, ma a una percezione di minaccia continua e senza via d’uscita. E questo merita di essere preso molto sul serio.
Credo quindi che in questo momento la priorità non sia decidere immediatamente se denunciare o meno, ma recuperare lucidità e stabilità emotiva, perché dopo settimane vissute in uno stato di allerta così intenso è difficile prendere decisioni realmente libere. A volte si sente il bisogno urgente di “fare qualcosa” per interrompere il dolore, ma le scelte importanti fatte mentre si è esausti rischiano di essere guidate solo dalla sopravvivenza.
Potrebbe essere utile allora iniziare a spostare la domanda da “come faccio a farmi accettare lì dentro?” a “quanto questo ambiente è compatibile con il mio benessere e con l’idea di vita che voglio costruire?”. Perché dal suo racconto sembra che lei abbia tentato molte strade: confronto diretto, chiarimento, disponibilità, comprensione dello stress altrui, impegno ulteriore. Eppure il sistema è tornato rapidamente identico a prima. Questo spesso è un segnale importante: alcune dinamiche non cambiano perché servono inconsapevolmente a mantenere l’equilibrio del gruppo.
Non significa necessariamente che debba licenziarsi domani mattina, né che l’unica strada sia una denuncia, soprattutto considerando il coinvolgimento del suo compagno. Ma forse può iniziare a pensarsi non più soltanto come qualcuno che deve “resistere”, bensì come una persona che ha il diritto di interrogarsi su quali contesti meritino davvero tutta questa sofferenza.
Io e il mio ragazzo (entrambi 33anni) abbiamo una relazione a distanza da tre mesi.
Io vivo all’estero e lui viene da un altro paese in Europa.
È venuto a trovarmi e l'altro giorno stavamo camminando mano nella mano. Era un po' alticcio, mentre camminavamo ho visto un tipo che vedo spesso in centro a chiedere insistentemente soldi. Mi sono allontanata con il mio ragazzo, ma lui era incuriosito e continuava a fissarlo. Gli ho chiesto perché lo avesse fatto e ha iniziato a dire un sacco di cose senza senso, tipo "volevo dargli false speranze", "ero curioso di vedere cosa avesse in mano perché le muoveva", "volevo dargli dei soldi ma tu mi hai portato via", "non so se avresti pensato male di me se non gli avessi dato i soldi", per poi cambiare idea e dire "non gli avrei dato i soldi perché sembrava ben curato e aveva dei bei vestiti".
La frase "volevo dargli false speranze" mi ha fatto infuriare più di ogni altra cosa e ne abbiamo parlato a lungo.
Gli ho riparlato di questo episodio quando ci siamo calmati entrambi e mi ha detto che aveva detto tutte quelle cose perché era in preda al panico e non sapeva cosa dire.
Gli ho fatto notare che quella frase in particolare era estremamente disgustosa e crudele, non mi sarei mai aspettata che una cosa del genere gli uscisse di bocca (perché, anche se lo conosco da poco tempo, mi ha dato l'impressione di essere una persona gentile, aveva dato il giorno stesso dei soldi ad un ragazzo che aveva chiesto dei soldi per il biglietto del treno e la volta prima che ci siamo incontrati aveva dato dei soldi ad un signore per strada che aveva un cagnolino) e lui se n'è reso conto e ha detto che normalmente non direbbe mai una cosa del genere. Ha detto che stava scherzando, ma che era uno scherzo di pessimo gusto.
Ha inoltre aggiunto che dove vive lui ci sono queste persone che lui ha chiamato “gang”, si dividono le zone della città, che chiedono soldi per strada ma in realtà vivono grazie agli aiuti dello Stato e che lui non vuole dare soldi a questo tipo di persone.
Non so cosa pensare o cosa fare.
Mi tratta benissimo, ma non voglio stare con qualcuno che tratta male gli altri o dice cose così cattive.
È giusto condannarlo per questo episodio o dovrei aspettare e vedere come si comporterà in futuro?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve. Capisco come mai quella frase l’abbia colpita così tanto. Spesso al contenuto “razionale” di ciò che viene detto, si aggiunge il fatto che improvvisamente la persona che abbiamo davanti sembra diversa dall’immagine che ci eravamo costruiti di lei.
Soprattutto nelle prime fasi una relazione piccoli episodi possono assumere un peso enorme perché diventano quasi dei “test” inconsapevoli su chi sia davvero l’altro.
Allo stesso tempo però credo sia importante distinguere un episodio isolato da un funzionamento stabile della persona. Da quello che racconta emerge un uomo che in altre occasioni si è mostrato disponibile verso chi chiedeva aiuto e questo rende significativo il fatto che lei sia rimasta così spiazzata da quella frase specifica. Sembra quasi che in quel momento lei abbia visto comparire qualcosa che non riusciva a integrare con il resto della sua immagine di lui.
Mi colpisce anche il contesto: lui era alticcio, si è sentito osservato e giudicato dalla sua domanda, ha iniziato a contraddirsi, a dire cose confuse, a cambiare versione continuamente. Questo non rende bella la frase detta, ma potrebbe raccontare più un momento di imbarazzo, impulsività o difesa che una reale posizione etica profonda. A volte quando ci sentiamo messi sotto pressione diciamo cose provocatorie, ciniche o assurde pur di uscire dal disagio, salvo poi renderci conto dopo di quanto suonino violente.
Più che fermarsi alla singola frase forse può essere utile osservare il pattern nel tempo da un lato, ma dall'altro anche cercare di capire cosa sia avvenuto in quel momento. Nelle relazioni comunque è la continuità dei comportamenti a raccontare maggiormente una persona, non soltanto un episodio isolato.
Credo anche che questa situazione possa dirle qualcosa di lei e dei suoi valori: evidentemente il tema della sensibilità verso gli altri è molto importante per lei e quindi è comprensibile che abbia bisogno di capire se accanto ha qualcuno compatibile da questo punto di vista. Non tanto per decidere subito se “condannarlo” o assolverlo, ma per capire se nel tempo si sente al sicuro dentro il modo in cui lui guarda il mondo e gli altri esseri umani.
Buonasera, scrivo su questo forum perché ho bisogno di capire cosa sta passando per la testa di questo ragazzo con cui mi frequento da 7 mesi ma non c'è mai stata un'etichetta ufficiale.
Lui è una persona difficile, è adhd, ha sofferto di depressione, carenze affettive dalla mamma e nella sua ultima relazione (6 mesi) è stato tradito, e quanto mi dice quella relazione per lui è stata pesante sia a livello psicologico che fisico.
Noi ci siamo conosciuti a novembre, poco dopo che lui si era lasciato, accordandoci con una scopamicizia. I primi mesi scorrono molto lineari ma da febbraio in poi le cose iniziano a farsi più pesanti. Si sentiva che entrambi ci stavamo legando in modo non indifferente, gite fuori porta insieme, appuntamenti, tutto bene, ma l'etichetta non arrivava mai. Quando lui è via per il weekend (siamo studenti fuorisede ma lui vive vicino) mi scrive poco, tante volte sono io che comincio la conversazione. Quando siamo insieme invece va tutto bene, come se fossimo fidanzati. A marzo siamo ufficialmente diventati esclusivi ma comunque senza dire "fidanzati", nonostante chiunque attorno a noi ci vede come fidanzati. I mesi successivi li passiamo nel migliore dei modi, si sta benissimo insieme. Qualche litigio qua e là ma che nella sostanza non conta nulla, anzi credo che le discussioni ogni tanto facciano bene alla coppia perché entrambi mettono impegno nel risolvere e quindi non si è indifferenti all'altro. Nell'effettivo continuiamo a comportarci come una coppia, buon sesso, baci, carezze, effort ecc.
Nell'ultima settimana è cambiato tutto. Eravamo a casa di una nostra amica che, parlando al telefono con una sua amica a sua volta, menziona questo ragazzo come il mio fidanzato, senza nemmeno pensarci perché appunto tutti ormai lo danno per scontato. Quella sera prosegue in modo normale e anche i giorni successivi, fino a ieri che, dopo avermi invitato dove abita lui (io non c'ero mai stata quindi è un evento non da poco) mi dice "ma noi siamo fidanzati?" io lo guardo e ovviamente gli dico di no, ma perché appunto nell'effettivo non lo siamo, lui come se tirasse un sospiro di sollievo e gli dico "ti farebbe così schifo l'idea?" lui mi dice di no, ma che secondo lui non ci potrà mai essere nulla perché secondo lui siamo incompatibili, nel mentre mi diceva che non aveva mai voluto così bene ad una persona come che a me. Io chiedo spiegazioni su questa "incompatibilità" e mi risponde in modo vago "eh perché a me delle cose di te non piacciono, come viceversa", che a me come spiegazione non regge granché perché in 7 mesi le volte che abbiamo discusso si contano sulle dita di una mano e quindi raramente ci siamo trovati in situazioni difficili per la coppia. Io martedì andrò comunque da lui, ma non so come iniziare a prendere questa cosa, perché dopo mesi e mesi che va avanti sto iniziando ad avere bisogno di più chiarezza. Io non credo alla sua favoletta dell'essere incompatibili, quando fino a qualche giorno fa mi diceva che siamo una coppia bilanciata. La sera poi è tutto tornato alla normalità e lui si è comportato come suo solito, ovvero come una persona che vedendola pensi "questa ragazza gli piace".
Come dovrei gestirla? Grazie in anticipo.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, dalla sua descrizione colpisce un aspetto: la domanda che sembra occupare maggiormente il suo pensiero è “cosa passa per la testa di lui?”, mentre forse il punto centrale della vicenda è un altro, cioè cosa sta accadendo nella relazione tra voi nel momento in cui viene nominata e definita.
Spesso, nelle relazioni che nascono come frequentazioni senza impegno e che progressivamente assumono caratteristiche di una coppia, il passaggio dall’esperienza vissuta all’etichetta ufficiale non è solo una formalità. Per alcune persone rappresenta un cambiamento simbolico importante: finché il rapporto resta implicito può essere vissuto con maggiore libertà, mentre quando viene nominato può attivare paure, aspettative, responsabilità o timori di sofferenza.
Da quello che racconta, non sembra che lui stia comunicando un rifiuto della relazione in senso stretto. Al contrario, descrive comportamenti che parlano di coinvolgimento, esclusività, progettualità e vicinanza emotiva. È interessante però che il tema emerga proprio dopo che qualcun altro vi ha definiti pubblicamente come fidanzati. Talvolta non è il legame a spaventare, ma ciò che quel legame significa.
Allo stesso tempo, credo sia utile non trasformare automaticamente la sua spiegazione in una “favoletta”. Quando una persona parla di incompatibilità in modo vago può certamente essere confusa, difensiva o spaventata, ma può anche stare cercando di esprimere un disagio che non riesce ancora a mettere bene in parole. Il rischio è che, nel tentativo di capire se lui abbia paura dell’impegno, si perda di vista ciò che lui sta effettivamente cercando di comunicare.
In un’ottica relazionale, più che chiedersi se lui abbia ragione o torto sull’incompatibilità, potrebbe essere interessante osservare la funzione che questo discorso sta assumendo tra voi. Per mesi avete costruito una relazione che assomiglia a una coppia; quando dall’esterno arriva una definizione più chiara, lui introduce un dubbio sulla possibilità di esserlo davvero. È come se il sistema relazionale avesse raggiunto una soglia oltre la quale lui sentisse il bisogno di rallentare o ridefinire le distanze.
Martedì forse potrebbe essere utile spostare la conversazione da “perché sei fatto così?” a “che cosa desideriamo entrambi da questa relazione?”. Perché dopo sette mesi la questione non sembra essere se siete o meno fidanzati sulla carta, ma se state andando nella stessa direzione e con aspettative compatibili.
Più che cercare di decifrare lui, potrebbe essere importante comprendere cosa sia diventato necessario per lei in questo momento. La richiesta di chiarezza che descrive appare infatti molto comprensibile e sembra nascere dal fatto che la relazione, crescendo, sta chiedendo ad entrambi una definizione che finora era rimasta sospesa.
Salve dottori ho una bellissima famiglia con mia moglie e una piccolina di 2 anni , ho sempre pensato o meglio o sempre cercato di essere un buon padre ad oggi mi sento sereno della mia vita e della mia famiglia , da un po di tempo mi sono imbattuto con dei video di un counseling filosofico dove sostiene che inconsapevolmente tutti facciamo del male ai nostri figli se non si fa un percorso di risveglio di distruzione del ego altrimenti non ameremo mai veramente i nostri figli sinceramente queste parole mi hanno destabilizzato un po , perché sembra una persona così profonda e forse lo è , anche parlando con un mio amico psicologo le sue parole non mi hanno aiutato molto perché penso che un counseling di filosofa mistica buddista la sua parole sia superiore a quella di tutti essendo che parla di aspetti così profondi come faceva il sommo maestro il Buddha il problema che io non mi sento di fare questo tipo di percorso e adesso mi sento sbagliato forse dovrei forzarmi per raggiungere la vera libertà che pensavo di avere invece a quanto pare è falsa ed inconsapevole grazie per un vostro supporto
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente, colpisce come da una parte lei descriva una vita che sente piena, affettivamente viva, con una moglie e una bambina verso cui percepisce presenza e cura, e dall’altra come alcune parole ascoltate dall’esterno abbiano improvvisamente incrinato questa sensazione di fiducia facendola sentire “non abbastanza consapevole” o addirittura sbagliato.
Credo sia importante distinguere un aspetto: una riflessione filosofica o spirituale può certamente offrire spunti profondi, ma diventa problematica quando rischia di trasformarsi in una misura assoluta con cui giudicare sé stessi o il proprio modo di amare. Nelle relazioni umane, e soprattutto nella genitorialità, non esiste uno stato di perfezione interiore da raggiungere prima di poter amare davvero un figlio. Anzi, spesso i figli crescono proprio dentro la possibilità di avere accanto genitori umani, con limiti, fragilità, dubbi, riparazioni e autenticità.
Dal suo racconto non emerge un uomo indifferente o inconsapevole, ma piuttosto una persona molto interrogante, che si mette in discussione e che teme di poter fare del male proprio perché tiene profondamente al legame con sua figlia. Questo è molto diverso dall’assenza di amore.
Mi sembra anche che lei stia attribuendo a questa figura filosofica una sorta di autorità “superiore”, quasi definitiva, mentre contemporaneamente svaluta il proprio sentire interno. È interessante chiedersi come mai le parole di qualcuno incontrato attraverso dei video abbiano avuto più forza della sua esperienza concreta di padre, marito e persona. A volte, quando un discorso si presenta come “profondo” o “illuminato”, può generare l’idea che esista una verità assoluta a cui adeguarsi, ma questo rischia di allontanare dal contatto con ciò che realmente si vive nelle relazioni quotidiane.
Anche nelle tradizioni spirituali autentiche, il percorso non dovrebbe nascere dalla paura di essere sbagliati o dalla forzatura, ma da un movimento personale e libero. Se lei sente che quel tipo di cammino non le appartiene, questo non significa automaticamente che viva in modo falso o inconsapevole.
Una domanda più funzionale da porsi potrebbe essere: “come sto nella relazione con mia figlia, con mia moglie e con me stesso?”. Ed è una domanda a cui spesso rispondono più i gesti quotidiani, la capacità di esserci, di riconoscere gli errori e di costruire legami, che non l’adesione ad una teoria assolutistica.
buongiorno ho 52 anni e ho perso mio marito di 50 anni in poco tempo per un tumore aggressivo
Lui era quello forte.. quello che mi sosteneva.. l'ottimista.. mentre io la parte fragile (sono trapiantata renale da 3 anni) abbiamo vissuto un amore di 13 anni e convissuto per 8 anni... ... sono passati più di tre mesi... non ho nessun familiare accanto ..non ne posso parlare..perchè dicono che devo reagire ..ho una mamma anziana ed un fratello più grande... vorrei che mi chiamassero e mi dicessero come va?
come sto.. invece nulla.... mia madre si chiama.... ma non posso dire che sto male... solo cosa hai mangiato tutto ok come va il lavoro.
Mio fratello non chiama mai ... dice che posso chiamarlo io... lui dice che non chiama nessuno e ha detto che non sono l'unica a soffrire ...
Ma sono io una pazza... ? nel senso io vorrei sentire il loro aiuto il loro sostegno invece sto impazzendo perché non ne posso parlare...
come se lui non fosse esistito? sbaglio a voler "pretendere " un loro aiuto?
sto malissimo si aggiunge anche i miei suoceri che sin dall'inizi non mi hanno "accettato"... perché ho portato loro via il figlio da casa...
e non ho mai avuto rapporti... tranne pranzi... qualche compleanno di mio marito...(ma questo è un problema minore... il problema serio che stanno facendo storie per l'eredità specialmente il padre ... ed io sono distrutta )
Sono nel vuoto assoluto.. io e lui eravamo sempre insieme.. uniti...
ora sono nella voragine e non trovo nessun sostegno da parte di persone che conosco... sto frequentando una psicologa ed un gruppo
ma è un incubo.. possibile che i familiari invece di avvicinarsi si allontanano? non capisco... se ad un familiare muore un compagno... io lo chiamerei .. msg di sostegno ecc. invece il vuoto assoluto.. così non supererò mai... perché mi sento ancora più sola.. già sapevo che potevo contare solo su di lui... ma ora che non c'è più non solo ne ho la conferma... ma ho un dolore allucinante che nessuno può capire... e devo pure recitare si ok.. ho mangiato si ok sto bene.. e di lui... basta non se ne parla... ma è mai possibile?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, dalle sue parole emerge un dolore molto intenso, che non riguarda soltanto la perdita di suo marito, ma anche la perdita di quella relazione che rappresentava il suo principale punto di riferimento emotivo. Quando una coppia vive per anni una forte vicinanza, la morte di uno dei partner non lascia soltanto un’assenza, ma modifica profondamente l’equilibrio della vita dell’altro.
Il suo vissuto non appare affatto “pazzo” o eccessivo. Lei sta attraversando un lutto recente per una persona con cui condivideva quotidianità, progetti, sostegno reciproco e identità di coppia. È comprensibile desiderare che le persone più vicine si accorgano della sua sofferenza, la chiamino, le chiedano come sta e le permettano di parlare di suo marito. Il bisogno di essere accompagnati nel dolore è un bisogno umano e relazionale e che permette allo stesso tempo di non sentirsi sminuiti o non riconosciuti per quello che proviamo.
A volte, però, le famiglie reagiscono alle perdite in modi molto diversi. Ci sono persone che si avvicinano, altre che si allontanano, non necessariamente per mancanza di affetto ma perché non sanno come stare accanto alla sofferenza. Alcuni pensano che “non parlarne” aiuti a proteggere chi soffre, altri credono che dopo un certo tempo si debba “reagire”. Sono modalità che spesso finiscono per aumentare il senso di solitudine di chi è in lutto.
Leggendo la sua storia, mi colpisce anche un altro aspetto: sembra che già prima della morte di suo marito lei avvertisse di poter contare principalmente su di lui. La sua scomparsa, quindi, non ha creato soltanto un vuoto affettivo, ma ha anche reso più evidente una fragilità della rete relazionale che la circonda. In questi casi il dolore del lutto può intrecciarsi con una ferita più antica: quella di non sentirsi sufficientemente vista, sostenuta o accolta dalle persone significative.
È importante anche ricordare che tre mesi, rispetto alla perdita di un coniuge dopo tredici anni di relazione, rappresentano un tempo molto breve. Il fatto che lei pianga, senta la mancanza, abbia bisogno di parlare di lui e percepisca una profonda solitudine non significa che stia elaborando male il lutto. Significa che sta vivendo una perdita enorme.
Mi sembra molto significativo che abbia già intrapreso un percorso psicologico e che frequenti un gruppo. Proprio perché oggi sente di non trovare nei familiari la vicinanza che desidererebbe, questi spazi possono diventare luoghi importanti dove il legame con suo marito può continuare ad essere raccontato, ricordato e condiviso, senza che venga messo a tacere.
Forse una domanda che potrebbe accompagnare il suo percorso non è tanto se sia sbagliato desiderare più sostegno dai suoi familiari, quanto come costruire, accanto al dolore per la perdita di suo marito, una rete di relazioni che possa sostenerla nel presente. Perché nessuno può sostituire la persona amata, ma il lutto diventa spesso più sopportabile quando non si è costretti ad attraversarlo completamente da soli.
Le auguro di continuare a trovare spazi in cui il suo dolore possa essere ascoltato e riconosciuto, perché il bisogno di parlare di chi abbiamo amato non è un ostacolo all’elaborazione del lutto: molto spesso ne rappresenta una parte fondamentale.
Domande più frequenti
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Ernia del disco lombare
Gentile paziente,
certamente un'ernia potrebbe essere la causa del suo…