Salve, onestamente no so bene più a chi rivolgermi... sono al secondo anno di ingegneria. Ho a finit
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Salve, onestamente no so bene più a chi rivolgermi... sono al secondo anno di ingegneria. Ho a finito gli esami del primo anno ad esclusione di due. Quelli del secondo ancora non sono riuscita a darli a causa del fatto che ho perso del tutto la fiducia in me stessa oltre che ogni obiettivo che mi ero prefissata. Con la mente sto cercando di capire cosa possa fare, l'anno scorso sono finita in burnout per il fatto che facevo talmente tante cose per sentirmi viva, che alla fine mi sono ritroavta più vuota di prima.Sono sempre stata descitta come molto sensibile e debole, in realtà io dentro mi sento tutt'altro che cagionevole. Sto cercando di capire chi sono e di ritrvoarmi ma nonostante questo sto il giorno in casa a chiedermi dove effettivmanete la mia vita stia andando. Ingegneria probabilmente nemmeno mi piace siccome ogni lezione mi sembra una tortura. Anche se l'immagine di creare macchine all'inizio mi ispirava, ora non più. Un anno e mezzo fa quando ho preso la decisone l'ho fatto toalmente a caso. L'altra opzione era medicina, e un'altra ancora architettura. Però mi fa paura ogni cosa e non capisco se sto abbandonando ingengeria perchè non mi piace o perchè sarei più felice da un'altra parte. Allo stesso momento abbandonare mi crea ansia come l'idea di iniziare medicina. Insomma sto iniziando a chiedermi se io sia portata per fare l'università, e a quel punto se la risposta fosse no finirei per essere una miserabile che non ce l'ha fatta... So che dipende tutto da me e che se voglio fare l'università posso farla, ma non so davvero che fare mi sento catapultata nel vuoto mentre tutti sembrano vivere la vita universitaria con gioia
Ciao, comprendo profondamente il senso di smarrimento che stai attraversando e vorrei, prima di tutto, restituirti un’immagine di te diversa da quella che vedi riflessa nei tuoi timori. Sentirsi "catapultati nel vuoto" mentre si ha l’impressione che il mondo intorno corra con gioia è un’esperienza estremamente dolorosa, ma è importante che tu sappia che ciò che provi non è un segno di incapacità, bensì il grido di una parte di te che non si sente più ascoltata.
Il burnout che hai vissuto lo scorso anno non è stato un episodio isolato, ma il segnale che hai forzato la tua natura cercando di riempire un vuoto interiore con l’iperattività. Quando dici che dentro non ti senti affatto "cagionevole", esprimi una verità preziosa: la tua forza sta proprio nel fatto che, nonostante la fatica e il senso di tortura che provi a ogni lezione, sei ancora lì a cercare una soluzione. Tuttavia, la tenacia non deve diventare un’arma contro se stessi. La tua mente e il tuo corpo in questo momento si sono fermati non perché tu sia "debole", ma perché stanno cercando di proteggerti da un percorso che, forse, non parla più alla tua anima.
È naturale provare ansia all'idea di abbandonare o di ricominciare altrove, come nel caso di medicina, perché in questo momento la tua fiducia è ai minimi termini e ogni scelta ti sembra un salto nel buio. Ma il valore di una persona non è mai definito dal possesso di una laurea o dalla velocità con cui si conclude un percorso accademico. Non saresti affatto una "miserabile" se decidessi che l'università non è la tua strada, o semplicemente non lo è in questo momento della tua vita. Esistere, esplorarsi e anche fermarsi per capire chi si è veramente sono atti di immenso coraggio, non di fallimento.
Ti invito a guardare a questa crisi non come alla fine di tutto, ma come a una necessaria pausa di riflessione per ricalibrare la tua bussola interiore. Invece di chiederti se sei "portata" per l'università, prova a chiederti di cosa hai bisogno ora per sentirti di nuovo al sicuro e rispettata nelle tue inclinazioni. A volte, per ritrovare la strada, è necessario accettare di essersi persi per un po' e darsi il tempo di respirare senza il peso del giudizio.
Il burnout che hai vissuto lo scorso anno non è stato un episodio isolato, ma il segnale che hai forzato la tua natura cercando di riempire un vuoto interiore con l’iperattività. Quando dici che dentro non ti senti affatto "cagionevole", esprimi una verità preziosa: la tua forza sta proprio nel fatto che, nonostante la fatica e il senso di tortura che provi a ogni lezione, sei ancora lì a cercare una soluzione. Tuttavia, la tenacia non deve diventare un’arma contro se stessi. La tua mente e il tuo corpo in questo momento si sono fermati non perché tu sia "debole", ma perché stanno cercando di proteggerti da un percorso che, forse, non parla più alla tua anima.
È naturale provare ansia all'idea di abbandonare o di ricominciare altrove, come nel caso di medicina, perché in questo momento la tua fiducia è ai minimi termini e ogni scelta ti sembra un salto nel buio. Ma il valore di una persona non è mai definito dal possesso di una laurea o dalla velocità con cui si conclude un percorso accademico. Non saresti affatto una "miserabile" se decidessi che l'università non è la tua strada, o semplicemente non lo è in questo momento della tua vita. Esistere, esplorarsi e anche fermarsi per capire chi si è veramente sono atti di immenso coraggio, non di fallimento.
Ti invito a guardare a questa crisi non come alla fine di tutto, ma come a una necessaria pausa di riflessione per ricalibrare la tua bussola interiore. Invece di chiederti se sei "portata" per l'università, prova a chiederti di cosa hai bisogno ora per sentirti di nuovo al sicuro e rispettata nelle tue inclinazioni. A volte, per ritrovare la strada, è necessario accettare di essersi persi per un po' e darsi il tempo di respirare senza il peso del giudizio.
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Capisco perfettamente quel senso di vertigine che provi. Trovarsi al secondo anno, con il peso di esami arretrati e la sensazione di aver perso la bussola, è un’esperienza molto più comune di quanto l’ambiente universitario lasci trasparire. Quel "vuoto" che senti non è un segno di fallimento, ma un segnale d'allarme che il tuo sistema ti sta inviando perché hai tirato troppo la corda.
Ecco come potremmo analizzare la situazione con un approccio pragmatico e orientato all'azione:
1. Disinnescare l'etichetta della "Miserabile"
Il fatto che tu ti senta "debole" o "sensibile" agli occhi degli altri non definisce la tua capacità di riuscire. Al contrario, il burnout che hai vissuto l'anno scorso dimostra che hai una forza d'urto enorme, solo che l'hai indirizzata nel modo sbagliato: cercando di "riempirti" di attività per non sentire il vuoto.
La realtà: Non finire l'università o cambiare rotta non ti rende una persona che "non ce l'ha fatta". Ti rende una persona che sta ricalibrando il proprio percorso in base a nuovi dati. L'intelligenza è adattamento, non testardaggine verso un obiettivo che non senti più tuo.
2. Analisi della "Tortura": Paura o Incompatibilità?
Dobbiamo capire se il rigetto per Ingegneria derivi dal contenuto o dal contenitore (lo stato emotivo).
Prova questo esercizio: Se domani ti svegliassi e tutti gli esami di ingegneria fossero magicamente superati, saresti felice di fare quel lavoro? O l'idea di "progettare macchine" ti lascia comunque indifferente?
Se l'idea del traguardo finale non ti scalda più, forse la scelta "a caso" di un anno e mezzo fa ha esaurito la sua spinta propulsiva. Se invece è solo lo studio a pesarti, il problema potrebbe essere il metodo o il trauma del burnout non ancora smaltito.
3. La paralisi della scelta: Medicina, Architettura o Altro?
L'ansia che provi verso Medicina o Architettura è normale: è la paura di sbagliare di nuovo. Ma ricorda che non scegliere è comunque una scelta (quella di restare ferma nel malessere).
Ingegneria, Medicina e Architettura sono mondi diametralmente opposti. La prima è logica pura e astrazione, la seconda è cura e memoria, la terza è estetica e funzione.
Il fatto che tu le abbia considerate tutte suggerisce che forse stai cercando un'identità forte più che una professione specifica.
Cosa possiamo fare nell'immediato?
Prima di prendere decisioni drastiche che aumenterebbero l'ansia, dobbiamo abbassare il volume del rumore mentale:
Stop al confronto: Quella "gioia" che vedi negli altri spesso è solo una facciata o un ritmo diverso. Ognuno ha i suoi tempi. Smetti di guardare i loro libretti e guarda il tuo bisogno di serenità.
Il "Mese Sabatico" Mentale: Concediti un tempo limitato (due settimane o un mese) in cui ti togli l'obbligo di decidere. Non studiare, non pensare a cosa farai. Osserva cosa ti attira naturalmente quando non sei "obbligata" a fare nulla.
Piccoli passi verso la realtà: Vai a seguire una lezione di Architettura o Medicina come uditrice. Senza impegno. Senti l'aria che tira in quelle aule. A volte la realtà è meno spaventosa della fantasia.
Ecco come potremmo analizzare la situazione con un approccio pragmatico e orientato all'azione:
1. Disinnescare l'etichetta della "Miserabile"
Il fatto che tu ti senta "debole" o "sensibile" agli occhi degli altri non definisce la tua capacità di riuscire. Al contrario, il burnout che hai vissuto l'anno scorso dimostra che hai una forza d'urto enorme, solo che l'hai indirizzata nel modo sbagliato: cercando di "riempirti" di attività per non sentire il vuoto.
La realtà: Non finire l'università o cambiare rotta non ti rende una persona che "non ce l'ha fatta". Ti rende una persona che sta ricalibrando il proprio percorso in base a nuovi dati. L'intelligenza è adattamento, non testardaggine verso un obiettivo che non senti più tuo.
2. Analisi della "Tortura": Paura o Incompatibilità?
Dobbiamo capire se il rigetto per Ingegneria derivi dal contenuto o dal contenitore (lo stato emotivo).
Prova questo esercizio: Se domani ti svegliassi e tutti gli esami di ingegneria fossero magicamente superati, saresti felice di fare quel lavoro? O l'idea di "progettare macchine" ti lascia comunque indifferente?
Se l'idea del traguardo finale non ti scalda più, forse la scelta "a caso" di un anno e mezzo fa ha esaurito la sua spinta propulsiva. Se invece è solo lo studio a pesarti, il problema potrebbe essere il metodo o il trauma del burnout non ancora smaltito.
3. La paralisi della scelta: Medicina, Architettura o Altro?
L'ansia che provi verso Medicina o Architettura è normale: è la paura di sbagliare di nuovo. Ma ricorda che non scegliere è comunque una scelta (quella di restare ferma nel malessere).
Ingegneria, Medicina e Architettura sono mondi diametralmente opposti. La prima è logica pura e astrazione, la seconda è cura e memoria, la terza è estetica e funzione.
Il fatto che tu le abbia considerate tutte suggerisce che forse stai cercando un'identità forte più che una professione specifica.
Cosa possiamo fare nell'immediato?
Prima di prendere decisioni drastiche che aumenterebbero l'ansia, dobbiamo abbassare il volume del rumore mentale:
Stop al confronto: Quella "gioia" che vedi negli altri spesso è solo una facciata o un ritmo diverso. Ognuno ha i suoi tempi. Smetti di guardare i loro libretti e guarda il tuo bisogno di serenità.
Il "Mese Sabatico" Mentale: Concediti un tempo limitato (due settimane o un mese) in cui ti togli l'obbligo di decidere. Non studiare, non pensare a cosa farai. Osserva cosa ti attira naturalmente quando non sei "obbligata" a fare nulla.
Piccoli passi verso la realtà: Vai a seguire una lezione di Architettura o Medicina come uditrice. Senza impegno. Senti l'aria che tira in quelle aule. A volte la realtà è meno spaventosa della fantasia.
Buonasera, da quello che scrivi dal mio punto di vista, non è per forza sinonimo di debolezza, ma il risultato di aver spinto troppo a lungo, come una macchina sempre al massimo dei giri che finisce per surriscaldarsi e fermarsi. Non perché sia rotta ma perché ha bisogno di rallentare e fare manutenzione. Il vuoto e la confusione che senti ora sono probabilmente i segnali di questo sovraccarico, e il fatto che tutto ti sembri pesante o senza senso non indica che non sei capace, ma che sei arrivata oltre il limite. La difficoltà a scegliere è possibile che non riguardi solo l’università, ma anche la fiducia in te stessa che si è incrinata a causa di una voce interna molto giudicante che rende ogni opzione spaventosa, come se ogni decisione definisse il tuo valore. Più che trovare subito la strada giusta, questo può essere un momento per fermarti? Per per mettere alla tua macchina di “raffreddarsi” un pò e tornare ad ascoltarti senza pressione? Perché spesso è da lì, e non dalla corsa, che pian piano può riemergere una direzione, che ti auguro possa essere sempre di più tua. Un grosso in bocca al lupo!
Gentile utente,
capisco che non sapere quale direzione prendere nella vita possa creare ansia e paura. Questo momento di difficoltà potrebbe però rivelarsi una risorsa preziosa, un occasione di fermarsi per decidere in modo consapevole la strada da prendere. L'anno precedente invece ha sentito di doversi riempire di cose da fare. Sarebbe interessante indagare se e come le persone significative intorno a lei abbiano reagito a questo suo grande cambiamento.
Le mando un caro saluto - dott.ssa Allieri Valentina
capisco che non sapere quale direzione prendere nella vita possa creare ansia e paura. Questo momento di difficoltà potrebbe però rivelarsi una risorsa preziosa, un occasione di fermarsi per decidere in modo consapevole la strada da prendere. L'anno precedente invece ha sentito di doversi riempire di cose da fare. Sarebbe interessante indagare se e come le persone significative intorno a lei abbiano reagito a questo suo grande cambiamento.
Le mando un caro saluto - dott.ssa Allieri Valentina
Gentilissima, grazie per aver espresso la tua difficoltà. Credo che questo momento di disorientamento in realtà possa essere finalmente la tua occasione per ascoltarti meglio: chi sei davvero? Cosa desideri? Cosa hai lasciato indietro in termini del tuo potere personale, e del tuo poter stare nel piacere? Puoi iniziare ora a impegnarti e a riconoscere meglio te stessa, e ciò che ti nutre davvero?
Cosa ti da più energia, e l’ispirazione?
Poca pietà nei confronti di te stessa e tutti quei giudizi, non sono la compagnia giusta con cui uscire di casa, e iniziare a percepire i tuoi desideri più veri.
Sei giovane, hai tutto il diritto di cercare la tua felicità, e le forze per creare quello che per te ha significato nella tua vita.
Che cosa allora te lo impedisce?
Ogni crisi è un’opportunità e forse è da questo momento di confusione che può nascere in te l'esperienza più forte del desiderio.
Un abbraccio grande
Dott.ssa Costanza Tavian
Cosa ti da più energia, e l’ispirazione?
Poca pietà nei confronti di te stessa e tutti quei giudizi, non sono la compagnia giusta con cui uscire di casa, e iniziare a percepire i tuoi desideri più veri.
Sei giovane, hai tutto il diritto di cercare la tua felicità, e le forze per creare quello che per te ha significato nella tua vita.
Che cosa allora te lo impedisce?
Ogni crisi è un’opportunità e forse è da questo momento di confusione che può nascere in te l'esperienza più forte del desiderio.
Un abbraccio grande
Dott.ssa Costanza Tavian
Capisco la confusione e la fatica che stai vivendo, dalle tue parole si sente quanto tu abbia spinto tanto, fino al burnout, e quanto ora ti trovi svuotata e senza direzione. Non è debolezza, ma quello che naturalmente succede quando si va avanti a lungo senza ascoltare davvero cosa si sente dentro, anzi, quasi anestetizzandosi per farcela e corrispondere alle aspettative.
In questo momento non è tanto una questione di “scegliere la cosa giusta” tra ingegneria, medicina o altro, ma di fermarsi e ritrovare un po’ di contatto con te stessa, in uno spazio in cui mettere insieme emozioni e pensieri per poterti orientare, senza dover decidere tutto subito. La paura che senti di sbagliare, di abbandonare, di non essere abbastanza, può rendere ogni scelta ancora più difficile, poiché presa per reazione e non sentita con direzione e consapevolezza.
Il fatto che tu ti stia facendo queste domande riguardo al momento di crisi mi racconta che non sei ferma, ma sei in una fase di ricerca. E questa fase, per quanto scomoda, è essenziale per capire davvero cosa ha senso per te.
Potrebbe esserti utile avere uno spazio in cui esplorare tutto questo con calma, senza giudizio, per conoscere te stessa e distinguere meglio tra emozioni, pensieri, aspettative e desideri. Non devi affrontarlo da sola, e soprattutto non devi decidere il tuo futuro tutto in una volta. Con un percorso di psicoterapia puoi ritrovare l'ascolto e la fiducia in te stessa per dar forma alle tue scelte e passo dopo passo creare una vita che senti di voler vivere davvero.
In questo momento non è tanto una questione di “scegliere la cosa giusta” tra ingegneria, medicina o altro, ma di fermarsi e ritrovare un po’ di contatto con te stessa, in uno spazio in cui mettere insieme emozioni e pensieri per poterti orientare, senza dover decidere tutto subito. La paura che senti di sbagliare, di abbandonare, di non essere abbastanza, può rendere ogni scelta ancora più difficile, poiché presa per reazione e non sentita con direzione e consapevolezza.
Il fatto che tu ti stia facendo queste domande riguardo al momento di crisi mi racconta che non sei ferma, ma sei in una fase di ricerca. E questa fase, per quanto scomoda, è essenziale per capire davvero cosa ha senso per te.
Potrebbe esserti utile avere uno spazio in cui esplorare tutto questo con calma, senza giudizio, per conoscere te stessa e distinguere meglio tra emozioni, pensieri, aspettative e desideri. Non devi affrontarlo da sola, e soprattutto non devi decidere il tuo futuro tutto in una volta. Con un percorso di psicoterapia puoi ritrovare l'ascolto e la fiducia in te stessa per dar forma alle tue scelte e passo dopo passo creare una vita che senti di voler vivere davvero.
Salve, grazie per aver condiviso quello che sta vivendo, non è affatto semplice trovarsi in una situazione così carica di dubbi, stanchezza e senso di smarrimento.
Da ciò che racconta sembrano intrecciarsi più aspetti: la fatica dopo un periodo di forte stress, una perdita di fiducia in sé stessa e una profonda confusione rispetto alla direzione da prendere. In queste condizioni è comprensibile che anche lo studio sia diventato più pesante.
Il fatto che lei si senta così non significa che stia fallendo o che non sia portata per l’università, ma piuttosto che sta attraversando un momento delicato che merita di essere compreso con calma.
In questi momenti può essere facile confrontarsi con gli altri e sentirsi in difetto, ma deve riportare l'attenzione su ciò che prova e che sia giusto per lei.
Non deve trovare subito una risposta su cosa fare, ma fermarsi sul comprendere meglio cosa sta vivendo e cosa sente davvero come suo, senza doversi dare subito una direzione definitiva.
Da ciò che racconta sembrano intrecciarsi più aspetti: la fatica dopo un periodo di forte stress, una perdita di fiducia in sé stessa e una profonda confusione rispetto alla direzione da prendere. In queste condizioni è comprensibile che anche lo studio sia diventato più pesante.
Il fatto che lei si senta così non significa che stia fallendo o che non sia portata per l’università, ma piuttosto che sta attraversando un momento delicato che merita di essere compreso con calma.
In questi momenti può essere facile confrontarsi con gli altri e sentirsi in difetto, ma deve riportare l'attenzione su ciò che prova e che sia giusto per lei.
Non deve trovare subito una risposta su cosa fare, ma fermarsi sul comprendere meglio cosa sta vivendo e cosa sente davvero come suo, senza doversi dare subito una direzione definitiva.
Salve, sicuramente non è semplice fare una scelta di vita così importante come il decidere "cosa si vorrà essere da grandi" e in tutto questo mi sento di considerare due elementi fondamentali:
1) Anche se si persegue e si sceglie un percorso (universitario o lavorativo che sia) non si può sapere effettivamente se possa essere fatto per noi finché non lo si vive, e cambiare in corsa non è necessariamente un errore né tantomeno un fallimento se lo si è scelto consapevolmente a seguito dell'esperienza fatta direttamente.
2) Questo tipo di vissuto è in realtà molto comune negli studenti universitari, anche quelli che sembrano vivere serenamente il percorso accademico, ancor più, mi viene da considerare, in carriere come ingegneria, medicina, architettura (lunghe e impegnative), ma già in generale il contesto accademico è competitivo, pressante, richiestivo, ed è qualcosa di intrinseco a come viene pensato il sistema università; questo costituisce già da solo un fattore di rischio per vissuti ansiosi degli studenti.
Detto questo, capire cosa fare della propria vita è tutt'altro che un compito facile e non sempre lo si può sapere a 20 anni, nonostante anche la nostra cultura lo dia per scontato, e soprattutto non è l'aver fatto l'università o no che garantisce la felicità della propria vita o la "riuscita" o il "fallimento", se cosi si possono definire. Alla sua domanda non c'è una risposta immediata, proprio perché è solo Lei che può darsi del tempo per capire nel profondo quale sia la via che la potrà gratificare e far essere serena, certo non senza affanni e impegno, ma con una giusta quota sostenibile di queste frustrazioni che le possano permettere di perseguire i suoi obiettivi al meglio delle proprie possibilità.
Per una questione cosi ampia e complessa Le consiglierei di rivolgersi ad un/una professionista per un percorso di supporto psicologico cosi da poter affrontare la questione con gli strumenti giusti e con il Suo tempo e poter capire davvero qual è il percorso che fa per Lei, da affrontare in serenità.
Spero di averla aiutata, resto a disposizione in caso
Cordiali Saluti
Dott.ssa Marie Claire Altimari Fuoco
1) Anche se si persegue e si sceglie un percorso (universitario o lavorativo che sia) non si può sapere effettivamente se possa essere fatto per noi finché non lo si vive, e cambiare in corsa non è necessariamente un errore né tantomeno un fallimento se lo si è scelto consapevolmente a seguito dell'esperienza fatta direttamente.
2) Questo tipo di vissuto è in realtà molto comune negli studenti universitari, anche quelli che sembrano vivere serenamente il percorso accademico, ancor più, mi viene da considerare, in carriere come ingegneria, medicina, architettura (lunghe e impegnative), ma già in generale il contesto accademico è competitivo, pressante, richiestivo, ed è qualcosa di intrinseco a come viene pensato il sistema università; questo costituisce già da solo un fattore di rischio per vissuti ansiosi degli studenti.
Detto questo, capire cosa fare della propria vita è tutt'altro che un compito facile e non sempre lo si può sapere a 20 anni, nonostante anche la nostra cultura lo dia per scontato, e soprattutto non è l'aver fatto l'università o no che garantisce la felicità della propria vita o la "riuscita" o il "fallimento", se cosi si possono definire. Alla sua domanda non c'è una risposta immediata, proprio perché è solo Lei che può darsi del tempo per capire nel profondo quale sia la via che la potrà gratificare e far essere serena, certo non senza affanni e impegno, ma con una giusta quota sostenibile di queste frustrazioni che le possano permettere di perseguire i suoi obiettivi al meglio delle proprie possibilità.
Per una questione cosi ampia e complessa Le consiglierei di rivolgersi ad un/una professionista per un percorso di supporto psicologico cosi da poter affrontare la questione con gli strumenti giusti e con il Suo tempo e poter capire davvero qual è il percorso che fa per Lei, da affrontare in serenità.
Spero di averla aiutata, resto a disposizione in caso
Cordiali Saluti
Dott.ssa Marie Claire Altimari Fuoco
Buona sera, potrebbe valutare di iniziare un percorso cognitivo-comportamentale breve mirato a fare chiarezza su questa scelta di studio ma ancora di più mirato a capire cosa realmente le procura soddisfazione e gioia in ottica lavorativa proiettandosi nel futuro. Può visitare il mio profilo e scrivermi. Saluti
Ciao, grazie per aver condiviso la tua esperienza.
Capisco quanto possa essere confuso e faticoso sentirsi così, soprattutto quando perdi fiducia e direzione.
Quello che descrivi non è debolezza: è un momento di sovraccarico in cui stai cercando di capire chi sei e cosa vuoi davvero.
È normale sentirsi bloccata quando si è tra scelte importanti e tanta pressione.
Il fatto che tu ti stia facendo queste domande è già un segnale di consapevolezza, non di fallimento.
Non devi avere tutte le risposte subito, né decidere tutto adesso.
Può essere utile fermarsi insieme a qualcuno e fare un po’ di chiarezza, senza giudizio.
Se ti va, puoi scrivermi o prenotare un primo colloquio conoscitivo: possiamo capire insieme da dove ripartire
Capisco quanto possa essere confuso e faticoso sentirsi così, soprattutto quando perdi fiducia e direzione.
Quello che descrivi non è debolezza: è un momento di sovraccarico in cui stai cercando di capire chi sei e cosa vuoi davvero.
È normale sentirsi bloccata quando si è tra scelte importanti e tanta pressione.
Il fatto che tu ti stia facendo queste domande è già un segnale di consapevolezza, non di fallimento.
Non devi avere tutte le risposte subito, né decidere tutto adesso.
Può essere utile fermarsi insieme a qualcuno e fare un po’ di chiarezza, senza giudizio.
Se ti va, puoi scrivermi o prenotare un primo colloquio conoscitivo: possiamo capire insieme da dove ripartire
Ciao, ciò che ti consiglio è di provare a capire se questa tua indecisione nasce dal bisogno di soddisfare le aspettative altrui , quindi prova a fermarti e a prendere del tempo per capire meglio cosa davvero senti di voler fare indipendentemente da ciò che gli altri si aspettano da te, solo allora potrai capire ciò che davvero conta per te.
Quello che descrivi somiglia molto a un blocco da sovraccarico, una condizione comune quando si cerca di rispondere ad aspettative che non sentiamo più nostre. Sentirsi "nel vuoto" non significa essere privi di valore o di capacità, ma indica che la tua bussola interiore ha bisogno di silenzio per tornare a funzionare.
Non è necessario capire tutto e subito: distinguere tra la fatica del percorso e il reale disinteresse per la materia richiede tempo e uno spazio sicuro in cui parlarne.
Il mio consiglio è di non affrontare questo smarrimento in solitudine. Un percorso di supporto psicologico può aiutarti a fare chiarezza tra le tue paure e i tuoi desideri autentici, restituendoti la fiducia necessaria per scegliere il tuo prossimo passo, qualunque esso sia.
Non è necessario capire tutto e subito: distinguere tra la fatica del percorso e il reale disinteresse per la materia richiede tempo e uno spazio sicuro in cui parlarne.
Il mio consiglio è di non affrontare questo smarrimento in solitudine. Un percorso di supporto psicologico può aiutarti a fare chiarezza tra le tue paure e i tuoi desideri autentici, restituendoti la fiducia necessaria per scegliere il tuo prossimo passo, qualunque esso sia.
Quello che sta vivendo non è “debolezza” e non è nemmeno un fallimento: è un momento di forte disorientamento, che spesso arriva proprio quando si è spinti a scegliere una direzione importante senza aver davvero capito chi si è e cosa si vuole.
Non sei “incapace di fare l’università”. Sei una persona che si è trovata in un percorso scelto più con la testa (o con il caso) che con un contatto reale con sé stessa. E il burnout che descrivi è molto significativo: quando si riempie la vita di cose per sentirsi vivi, ma dentro non c’è direzione, prima o poi si crolla. Non è un errore, è un segnale.
Il punto centrale non è “continuo ingegneria o cambio?”, ma: sto scappando o mi sto ascoltando davvero?
Perché se ogni lezione pesa come una tortura, non è un dettaglio. Ma allo stesso tempo la paura di lasciare — e quella di iniziare altro — indicano che non è solo una questione di facoltà: è la paura di sbagliare strada, di deludere, di non essere abbastanza.
E questo blocca tutto.
In questo momento sei ferma non perché non hai capacità, ma perché sei troppo dentro la testa e troppo poco in contatto con ciò che senti davvero. Così ogni scelta sembra definitiva, pesante, “o tutto o niente”.
La verità è che non devi decidere tutta la tua vita adesso. Devi iniziare a ritrovarti, e da lì le scelte diventano più chiare.
Non prendere decisioni drastiche nel pieno di questo stato. Ma allo stesso tempo non restare fermi a rimuginare. Serve rimettere movimento, ma guidato.
Questa è una situazione che vedo molto spesso: persone intelligenti, sensibili, che si perdono perché non hanno una direzione interna solida. E si può lavorare molto bene su questo, ma va fatto in modo mirato, non da soli nella confusione.
Se vuoi davvero uscirne — non solo scegliere una facoltà, ma capire chi sei e dove stai andando — questo è esattamente il tipo di percorso che si può fare insieme, passo dopo passo, riportando chiarezza dove ora c’è solo caos.
Perché non è essere perduti. Sei solo nel punto in cui devi iniziare a conoscerti davvero.
Non sei “incapace di fare l’università”. Sei una persona che si è trovata in un percorso scelto più con la testa (o con il caso) che con un contatto reale con sé stessa. E il burnout che descrivi è molto significativo: quando si riempie la vita di cose per sentirsi vivi, ma dentro non c’è direzione, prima o poi si crolla. Non è un errore, è un segnale.
Il punto centrale non è “continuo ingegneria o cambio?”, ma: sto scappando o mi sto ascoltando davvero?
Perché se ogni lezione pesa come una tortura, non è un dettaglio. Ma allo stesso tempo la paura di lasciare — e quella di iniziare altro — indicano che non è solo una questione di facoltà: è la paura di sbagliare strada, di deludere, di non essere abbastanza.
E questo blocca tutto.
In questo momento sei ferma non perché non hai capacità, ma perché sei troppo dentro la testa e troppo poco in contatto con ciò che senti davvero. Così ogni scelta sembra definitiva, pesante, “o tutto o niente”.
La verità è che non devi decidere tutta la tua vita adesso. Devi iniziare a ritrovarti, e da lì le scelte diventano più chiare.
Non prendere decisioni drastiche nel pieno di questo stato. Ma allo stesso tempo non restare fermi a rimuginare. Serve rimettere movimento, ma guidato.
Questa è una situazione che vedo molto spesso: persone intelligenti, sensibili, che si perdono perché non hanno una direzione interna solida. E si può lavorare molto bene su questo, ma va fatto in modo mirato, non da soli nella confusione.
Se vuoi davvero uscirne — non solo scegliere una facoltà, ma capire chi sei e dove stai andando — questo è esattamente il tipo di percorso che si può fare insieme, passo dopo passo, riportando chiarezza dove ora c’è solo caos.
Perché non è essere perduti. Sei solo nel punto in cui devi iniziare a conoscerti davvero.
Buonasera, da quello che racconta emerge un senso di smarrimento molto profondo, come se si trovasse in una fase della vita in cui tante direzioni possibili si sono aperte ma nessuna, in questo momento, le appare davvero chiara o sostenibile. È una sensazione che può essere molto destabilizzante, soprattutto quando si accompagna alla perdita di fiducia in se stessi e alla percezione di essere rimasti indietro rispetto agli altri. Quello che descrive rispetto al burnout è un passaggio importante. Quando per un periodo si cerca di riempire la propria vita con molte attività per sentirsi vivi, può accadere che a un certo punto si arrivi a una sorta di svuotamento, come se le energie si esaurissero e ciò che prima dava senso smettesse di farlo. In questi casi non è raro che anche le scelte fatte, come il percorso universitario, inizino a essere messe in discussione. Non necessariamente perché siano sbagliate in assoluto, ma perché la mente, in uno stato di stanchezza e perdita di fiducia, tende a vedere tutto più faticoso e meno significativo. Dal punto di vista cognitivo comportamentale è utile osservare come, in questa fase, alcuni pensieri stiano diventando molto centrali. L’idea di non essere portata per l’università, il timore di diventare una persona che non ce l’ha fatta, il confronto con gli altri che sembrano vivere tutto con leggerezza. Questi pensieri hanno un impatto molto forte sulle emozioni e sul comportamento, perché più vengono presi come verità assolute, più alimentano blocco, evitamento e senso di inadeguatezza. Si crea così un circolo in cui la difficoltà a dare esami aumenta la convinzione di non farcela, e questa convinzione rende ancora più difficile rimettersi in gioco. Allo stesso tempo, è comprensibile la confusione rispetto alla scelta universitaria. Quando dice che ingegneria le sembra una tortura ma allo stesso tempo teme di abbandonarla, si percepisce chiaramente il conflitto tra ciò che sente e ciò che pensa di dover fare. La paura di cambiare strada, così come la paura di restare dove si è, possono entrambe bloccare. In questi casi non è tanto una questione di trovare subito la scelta giusta, ma di riuscire a distinguere ciò che nasce da una reale mancanza di interesse da ciò che è influenzato dalla stanchezza, dall’ansia e dalla perdita di fiducia. Un altro aspetto molto importante è il modo in cui si definisce. Quando si descrive come sensibile e debole agli occhi degli altri, ma dentro sente qualcosa di diverso, sembra esserci una parte di sé che non si riconosce pienamente nelle etichette ricevute. Questo è un punto prezioso, perché indica che c’è una consapevolezza interna che merita di essere ascoltata e compresa meglio. In momenti come questo può essere molto utile fermarsi non per trovare subito una soluzione definitiva, ma per comprendere come sta funzionando la propria mente. Quali pensieri si attivano quando pensa al futuro, come influenzano le emozioni, e come queste emozioni la portano a chiudersi in casa e a rimandare. Questo tipo di consapevolezza è spesso il primo passo per uscire da quella sensazione di essere bloccati. Un percorso di supporto psicologico potrebbe aiutarla proprio in questo. Non tanto per dirle quale facoltà scegliere, ma per aiutarla a ritrovare un senso di direzione interna, a ricostruire la fiducia nelle proprie capacità e a distinguere le scelte guidate dalla paura da quelle più in linea con ciò che desidera davvero. Avere uno spazio in cui poter mettere ordine tra questi pensieri e queste emozioni può permetterle di passare da una sensazione di vuoto a una maggiore chiarezza. Il fatto che si stia facendo queste domande, anche se faticoso, è già un segnale importante. Significa che c’è una parte di lei che sta cercando di capirsi e di orientarsi, anche se al momento sembra tutto confuso. Con il giusto supporto, questa fase può diventare un momento di costruzione, non solo di una scelta universitaria, ma di una conoscenza più profonda di sé. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno, è in realtà comune per i giovani adulti oggi sentirsi in difficoltà con l'università. Mi sembra che i suoi dubbi vadano al di là della scelta relativa allo studio e riguardino la sua identità: potrebbe valutare di rivolgersi a uno psicologo o psicoterapeuta per esaminare meglio questo argomento
Ciao carissima, sono la psicologa Marika e soprattutto grazie per aver condiviso qualcosa di così profondo. Quello che descrivi non è affatto raro, ma quando lo si vive in prima persona può sembrare un vuoto enorme e solitario.
Da quello che scrivi emergono alcune cose importanti.
Prima di tutto: "non sei “debole” né “sbagliata”. Il fatto che tu sia arrivata a un burnout dopo aver fatto “tantissime cose per sentirti viva” racconta il contrario: hai molte energie, aspettative e probabilmente anche una forte esigenza di dare senso a quello che fai. Il problema non è la mancanza di forza, ma piuttosto una direzione che al momento non senti tua.
Quello che stai vivendo sembra un intreccio di tre aspetti:
1. stanchezza emotiva (burnout) → che rende tutto più pesante e svuota la motivazione
2.crisi di identità/di scelta → “chi sono? cosa voglio davvero?”
3. paura di sbagliare → che blocca ogni decisione
Quando queste tre cose si sovrappongono, è normale sentirsi ferma, confusa e senza fiducia.
Ti dico una cosa importante, magari, in questo momento non sei nella condizione migliore per prendere una decisione definitiva sul tuo futuro.
Non perché tu non sia capace, ma perché sei stanca e in dubbio su te stessa. Le scelte fatte in questo stato spesso vengono guidate più dalla fuga (via dall’ansia) che da ciò che davvero desideriamo.
Riguardo ingegneria:
non è detto che tu la voglia lasciare *per le ragioni giuste*, ma nemmeno che tu debba restare per forza. Il punto è un altro:
**non stai evitando solo ingegneria, stai evitando il rischio di scegliere.**
E questo spiega il paradosso che senti:
* restare ti pesa
* cambiare ti spaventa
* fermarti ti fa sentire “fallita”
È una posizione bloccata, non una mancanza di capacità.
Sul pensiero “se non sono portata per l’università sono una miserabile”:
questo è un pensiero molto duro e assoluto. In realtà:
* essere in difficoltà all’università ≠ non essere portata
* cambiare strada ≠ fallire
* rallentare ≠ perdere valore
Stai vivendo una fase di esplorazione, anche se dolorosa.
Provo a lasciarti qualche punto concreto, come farebbe una psicologa in un primo colloquio:
**1. Non decidere tutto adesso**
Riduci l’orizzonte. Non “che faccio della mia vita?”, ma:
→ “cosa riesco a fare nelle prossime 2 settimane?”
**2. Ricostruisci energia, non performance**
Prima ancora degli esami, serve recuperare un minimo di stabilità:
* uscire di casa ogni giorno (anche poco)
* mantenere ritmi base (sonno, pasti)
* fare una cosa “tua” senza obiettivo
**3. Osserva senza giudicare**
Quando studi o segui una lezione, prova a chiederti:
→ “mi annoia perché non mi interessa o perché sono esaurita?”
Sono due cose molto diverse.
**4. Datti il permesso di cambiare idea**
La scelta fatta un anno e mezzo fa “a caso” non ti condanna.
A 20 anni è normale ricalibrare.
**5. Non affrontare tutto da sola**
Parlane con un professionista: io sono a disposizione e vorrei tanto aiutarti.
Infine, voglio dirti questo con molta chiarezza:
Tu non sei indietro rispetto agli altri, stai solo facendo un percorso più interno.
Molti “sembrano” sereni, ma non significa che lo siano davvero o che abbiano già capito tutto.
Se vuoi, possiamo anche provare insieme a fare un po’ di chiarezza tra ingegneria, medicina e architettura — ma con calma, senza pressione.
A piccoli passi, riuscirai a trovare la tua strada.
Rimango a disposizione
Dott.ssa Marika
Da quello che scrivi emergono alcune cose importanti.
Prima di tutto: "non sei “debole” né “sbagliata”. Il fatto che tu sia arrivata a un burnout dopo aver fatto “tantissime cose per sentirti viva” racconta il contrario: hai molte energie, aspettative e probabilmente anche una forte esigenza di dare senso a quello che fai. Il problema non è la mancanza di forza, ma piuttosto una direzione che al momento non senti tua.
Quello che stai vivendo sembra un intreccio di tre aspetti:
1. stanchezza emotiva (burnout) → che rende tutto più pesante e svuota la motivazione
2.crisi di identità/di scelta → “chi sono? cosa voglio davvero?”
3. paura di sbagliare → che blocca ogni decisione
Quando queste tre cose si sovrappongono, è normale sentirsi ferma, confusa e senza fiducia.
Ti dico una cosa importante, magari, in questo momento non sei nella condizione migliore per prendere una decisione definitiva sul tuo futuro.
Non perché tu non sia capace, ma perché sei stanca e in dubbio su te stessa. Le scelte fatte in questo stato spesso vengono guidate più dalla fuga (via dall’ansia) che da ciò che davvero desideriamo.
Riguardo ingegneria:
non è detto che tu la voglia lasciare *per le ragioni giuste*, ma nemmeno che tu debba restare per forza. Il punto è un altro:
**non stai evitando solo ingegneria, stai evitando il rischio di scegliere.**
E questo spiega il paradosso che senti:
* restare ti pesa
* cambiare ti spaventa
* fermarti ti fa sentire “fallita”
È una posizione bloccata, non una mancanza di capacità.
Sul pensiero “se non sono portata per l’università sono una miserabile”:
questo è un pensiero molto duro e assoluto. In realtà:
* essere in difficoltà all’università ≠ non essere portata
* cambiare strada ≠ fallire
* rallentare ≠ perdere valore
Stai vivendo una fase di esplorazione, anche se dolorosa.
Provo a lasciarti qualche punto concreto, come farebbe una psicologa in un primo colloquio:
**1. Non decidere tutto adesso**
Riduci l’orizzonte. Non “che faccio della mia vita?”, ma:
→ “cosa riesco a fare nelle prossime 2 settimane?”
**2. Ricostruisci energia, non performance**
Prima ancora degli esami, serve recuperare un minimo di stabilità:
* uscire di casa ogni giorno (anche poco)
* mantenere ritmi base (sonno, pasti)
* fare una cosa “tua” senza obiettivo
**3. Osserva senza giudicare**
Quando studi o segui una lezione, prova a chiederti:
→ “mi annoia perché non mi interessa o perché sono esaurita?”
Sono due cose molto diverse.
**4. Datti il permesso di cambiare idea**
La scelta fatta un anno e mezzo fa “a caso” non ti condanna.
A 20 anni è normale ricalibrare.
**5. Non affrontare tutto da sola**
Parlane con un professionista: io sono a disposizione e vorrei tanto aiutarti.
Infine, voglio dirti questo con molta chiarezza:
Tu non sei indietro rispetto agli altri, stai solo facendo un percorso più interno.
Molti “sembrano” sereni, ma non significa che lo siano davvero o che abbiano già capito tutto.
Se vuoi, possiamo anche provare insieme a fare un po’ di chiarezza tra ingegneria, medicina e architettura — ma con calma, senza pressione.
A piccoli passi, riuscirai a trovare la tua strada.
Rimango a disposizione
Dott.ssa Marika
Gentile utente, mi dispiace per la situazione che ha raccontato. Immagino sia molto pesante.
Le consiglio di intraprendere un percorso di supporto psicologico in modo da poter mettere ordine alle idee e migliorare significativamente la sua qualità di vita.
Le auguro il meglio.
Sarei felice di accompagnarla in questo percorso.
Se dovesse avere dei dubbi, può contattarmi premendo il tasto 'messaggio' sul mio profilo.
Resto a disposizione attraverso consulenze online.
Dott. Luca Rochdi
Le consiglio di intraprendere un percorso di supporto psicologico in modo da poter mettere ordine alle idee e migliorare significativamente la sua qualità di vita.
Le auguro il meglio.
Sarei felice di accompagnarla in questo percorso.
Se dovesse avere dei dubbi, può contattarmi premendo il tasto 'messaggio' sul mio profilo.
Resto a disposizione attraverso consulenze online.
Dott. Luca Rochdi
Buongiorno,
Capisco il senso di smarrimento che sta descrivendo, e il fatto che dica “non so più a chi rivolgermi” mi fa pensare che si senta un po’ sola dentro a questo passaggio così confuso e carico di aspettative.
Da quello che racconta, non sembra tanto una questione di “capacità” o di essere portata o meno per l’università, quanto piuttosto un momento in cui si sono intrecciati diversi livelli, quali la fatica accumulata fino al burnout, la perdita di senso rispetto a ciò che sta facendo, e una forte pressione interna su come dovrebbe essere e cosa dovrebbe riuscire a fare. Quando tutto questo si somma, è abbastanza comprensibile che anche ciò che prima poteva incuriosirla – come l’idea di creare macchine – oggi le appaia vuoto o addirittura faticoso.
Mi colpisce anche un altro passaggio, quando dice che spesso è stata descritta come “sensibile e debole”, ma che dentro di sé non si riconosce in questa immagine. Questo è un punto importante, perché sembra esserci una distanza tra come si è sentita vista dagli altri e come invece si percepisce internamente. In alcuni momenti della vita, soprattutto quando si è stanchi o disorientati, queste etichette possono pesare molto e influenzare il modo in cui ci si guarda.
Rispetto alla scelta universitaria, è comprensibile che oggi faccia fatica a distinguere se il desiderio di lasciare ingegneria nasca da un reale disinteresse o dalla stanchezza e dalla perdita di fiducia. Quando si è in una condizione di affaticamento emotivo, spesso tutto perde colore, e diventa difficile capire cosa ci piace davvero. Non è quindi necessario forzarsi subito a prendere una decisione definitiva.
Le farei però una domanda: se una persona a lei vicina vivesse esattamente quello che sta vivendo lei ora, penserebbe davvero che “è una miserabile che non ce l’ha fatta”, oppure riuscirebbe a vedere anche la fatica, il tentativo, e il momento di crisi che sta attraversando? A volte siamo molto più duri con noi stessi di quanto lo saremmo con chiunque altro.
E ancora, mi chiedo, nella sua famiglia o tra le persone importanti per lei, come viene vissuto il tema del “cambiare strada” o del “fermarsi”? È visto come un fallimento o come una possibilità? Questo spesso influenza molto il modo in cui noi stessi interpretiamo le nostre scelte.
Quello che sta vivendo non è un vuoto senza senso, ma un momento di ridefinizione. Può fare paura, perché non ha ancora contorni chiari, ma non è necessariamente un segnale che “non è fatta per l’università”. Potrebbe essere, piuttosto, un momento in cui ha bisogno di rallentare, capire meglio cosa sente, e differenziare ciò che è suo da ciò che sente di dover essere.
Non deve risolvere tutto subito. Può provare, passo dopo passo, a dare un po’ più di forma a questo momento, senza giudicarlo.
Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona giornata.
Capisco il senso di smarrimento che sta descrivendo, e il fatto che dica “non so più a chi rivolgermi” mi fa pensare che si senta un po’ sola dentro a questo passaggio così confuso e carico di aspettative.
Da quello che racconta, non sembra tanto una questione di “capacità” o di essere portata o meno per l’università, quanto piuttosto un momento in cui si sono intrecciati diversi livelli, quali la fatica accumulata fino al burnout, la perdita di senso rispetto a ciò che sta facendo, e una forte pressione interna su come dovrebbe essere e cosa dovrebbe riuscire a fare. Quando tutto questo si somma, è abbastanza comprensibile che anche ciò che prima poteva incuriosirla – come l’idea di creare macchine – oggi le appaia vuoto o addirittura faticoso.
Mi colpisce anche un altro passaggio, quando dice che spesso è stata descritta come “sensibile e debole”, ma che dentro di sé non si riconosce in questa immagine. Questo è un punto importante, perché sembra esserci una distanza tra come si è sentita vista dagli altri e come invece si percepisce internamente. In alcuni momenti della vita, soprattutto quando si è stanchi o disorientati, queste etichette possono pesare molto e influenzare il modo in cui ci si guarda.
Rispetto alla scelta universitaria, è comprensibile che oggi faccia fatica a distinguere se il desiderio di lasciare ingegneria nasca da un reale disinteresse o dalla stanchezza e dalla perdita di fiducia. Quando si è in una condizione di affaticamento emotivo, spesso tutto perde colore, e diventa difficile capire cosa ci piace davvero. Non è quindi necessario forzarsi subito a prendere una decisione definitiva.
Le farei però una domanda: se una persona a lei vicina vivesse esattamente quello che sta vivendo lei ora, penserebbe davvero che “è una miserabile che non ce l’ha fatta”, oppure riuscirebbe a vedere anche la fatica, il tentativo, e il momento di crisi che sta attraversando? A volte siamo molto più duri con noi stessi di quanto lo saremmo con chiunque altro.
E ancora, mi chiedo, nella sua famiglia o tra le persone importanti per lei, come viene vissuto il tema del “cambiare strada” o del “fermarsi”? È visto come un fallimento o come una possibilità? Questo spesso influenza molto il modo in cui noi stessi interpretiamo le nostre scelte.
Quello che sta vivendo non è un vuoto senza senso, ma un momento di ridefinizione. Può fare paura, perché non ha ancora contorni chiari, ma non è necessariamente un segnale che “non è fatta per l’università”. Potrebbe essere, piuttosto, un momento in cui ha bisogno di rallentare, capire meglio cosa sente, e differenziare ciò che è suo da ciò che sente di dover essere.
Non deve risolvere tutto subito. Può provare, passo dopo passo, a dare un po’ più di forma a questo momento, senza giudicarlo.
Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona giornata.
Buongiorno,
da quello che scrive si sente chiaramente quanto si stia sentendo confusa, stanca e un po’ persa in questo momento. Non è una sensazione leggera, e non è nemmeno qualcosa da sottovalutare.
Quello che descrive non parla di “non essere portata”, ma di un periodo di forte sovraccarico e perdita di fiducia dopo il burnout. Quando si arriva a questo punto, è molto facile iniziare a mettere in dubbio tutto: le scelte fatte, le proprie capacità, il futuro.
Il rischio è cercare subito una risposta definitiva (“lascio o continuo?”, “questa facoltà è giusta o no?”), ma quando si è in questo stato, qualsiasi decisione rischia di essere guidata più dalla paura che da ciò che si desidera davvero.
Prima delle scelte, c’è un passaggio fondamentale: ritrovare un minimo di stabilità interna e ricostruire fiducia in sé. Solo da lì diventa possibile capire davvero cosa si vuole e cosa fa per lei.
Il fatto che lei si stia facendo tutte queste domande non è un segno di debolezza, ma di consapevolezza. È un momento delicato, ma anche importante.
Proprio per questo, affrontarlo da sola può essere molto faticoso: un supporto psicologico potrebbe aiutarla concretamente a fare chiarezza, senza sentirsi “bloccata” o sopraffatta.
Un caro saluto!
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
da quello che scrive si sente chiaramente quanto si stia sentendo confusa, stanca e un po’ persa in questo momento. Non è una sensazione leggera, e non è nemmeno qualcosa da sottovalutare.
Quello che descrive non parla di “non essere portata”, ma di un periodo di forte sovraccarico e perdita di fiducia dopo il burnout. Quando si arriva a questo punto, è molto facile iniziare a mettere in dubbio tutto: le scelte fatte, le proprie capacità, il futuro.
Il rischio è cercare subito una risposta definitiva (“lascio o continuo?”, “questa facoltà è giusta o no?”), ma quando si è in questo stato, qualsiasi decisione rischia di essere guidata più dalla paura che da ciò che si desidera davvero.
Prima delle scelte, c’è un passaggio fondamentale: ritrovare un minimo di stabilità interna e ricostruire fiducia in sé. Solo da lì diventa possibile capire davvero cosa si vuole e cosa fa per lei.
Il fatto che lei si stia facendo tutte queste domande non è un segno di debolezza, ma di consapevolezza. È un momento delicato, ma anche importante.
Proprio per questo, affrontarlo da sola può essere molto faticoso: un supporto psicologico potrebbe aiutarla concretamente a fare chiarezza, senza sentirsi “bloccata” o sopraffatta.
Un caro saluto!
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Sono la dottoressa Maria Cristina Giuliani, psicologa e sessuologa.
Da ciò che scrive, mi sembra che il punto non sia soltanto l’università o la scelta della facoltà, ma un vissuto più ampio di smarrimento, stanchezza emotiva e perdita di fiducia. Quando una persona arriva a sentirsi svuotata, bloccata, senza direzione, e inizia a dubitare di ogni scelta, spesso non è perché “non vale abbastanza” o “non è portata”, ma perché sta attraversando un momento di forte sovraccarico interno, in cui diventa difficile distinguere ciò che non piace davvero da ciò che semplicemente oggi non si riesce più a sostenere.
Lei racconta di un burnout vissuto l’anno scorso, del tentativo di fare tante cose per sentirsi viva, per poi ritrovarsi ancora più vuota. Questo passaggio è molto significativo, perché fa pensare a una condizione in cui, forse, ha cercato di reagire spingendosi molto, fino però a perdere il contatto con ciò che sentiva davvero. Quando si vive così a lungo in uno stato di pressione, di aspettative e di disorientamento, anche studiare, scegliere, progettare il futuro e perfino immaginarsi in un percorso universitario possono diventare fonte di angoscia più che di crescita.
Mi colpisce anche il modo in cui parla di sé: dice che gli altri l’hanno sempre descritta come sensibile e debole, ma che dentro di sé non si sente affatto cagionevole. Questo è un punto molto importante, perché spesso persone molto sensibili vengono lette come fragili, quando in realtà hanno una vita interiore intensa, profonda, e proprio per questo possono soffrire molto quando non trovano una direzione che sentono autentica. Essere sensibili non significa essere deboli. Significa, spesso, sentire moltissimo.
Rispetto alla facoltà, credo sia fondamentale non forzarsi a trovare subito una risposta definitiva. In questo momento lei si sta chiedendo se ingegneria non le piaccia davvero, se sarebbe più felice altrove, se medicina o architettura possano rappresentare alternative, oppure se il problema sia più generale e riguardi il suo rapporto con l’università stessa. Sono domande importanti, ma probabilmente oggi le risultano insostenibili proprio perché sta cercando di risolverle da una condizione emotiva già molto affaticata.
Quando si è così in crisi, il rischio è prendere decisioni solo per fuggire dall’ansia o, al contrario, restare immobili per paura di sbagliare. In entrambi i casi si rimane bloccati. Per questo, prima ancora di decidere cosa fare dell’università, potrebbe essere utile fermarsi a comprendere meglio in che stato si trova lei: se è esausta, demotivata, spaventata dal fallimento, scollegata dai suoi desideri, oppure se tutto questo insieme sta appannando anche la possibilità di sentire cosa le piace davvero.
Vorrei dirle con chiarezza una cosa: il fatto che oggi lei sia in difficoltà non significa affatto che non sia adatta all’università, né tantomeno che sarebbe “una miserabile che non ce l’ha fatta”. Questo è il linguaggio duro della sofferenza, non la verità su di lei. Ci sono momenti della vita in cui si può perdere il filo, rallentare, cambiare strada, sospendere, ripensarsi. Tutto questo non definisce il suo valore.
Credo che in questo momento lei avrebbe bisogno di uno spazio in cui non sentirsi giudicata né spinta a scegliere in fretta, ma accompagnata a rimettere ordine dentro di sé. Un percorso psicologico con una psicologa o uno psicologo, potrebbe aiutarla molto a distinguere la stanchezza profonda dalla mancanza di motivazione, la paura di fallire da un reale disinteresse per il percorso intrapreso, e soprattutto a recuperare fiducia nelle sue capacità decisionali. Non è detto che il problema sia “non essere portata”. A volte il problema è essersi persi, essersi sovraccaricati, o aver fatto scelte senza avere ancora abbastanza contatto con se stessi. E questo si può comprendere, elaborare e trasformare.
Lei non è in ritardo sulla vita, e non è sbagliata perché oggi non riesce a vedere con chiarezza la strada. Sta attraversando un momento complesso, e merita di essere ascoltata con attenzione, non giudicata sulla base degli esami dati o non dati.
Un caro saluto,
dott.ssa Maria Cristina Giuliani.
Da ciò che scrive, mi sembra che il punto non sia soltanto l’università o la scelta della facoltà, ma un vissuto più ampio di smarrimento, stanchezza emotiva e perdita di fiducia. Quando una persona arriva a sentirsi svuotata, bloccata, senza direzione, e inizia a dubitare di ogni scelta, spesso non è perché “non vale abbastanza” o “non è portata”, ma perché sta attraversando un momento di forte sovraccarico interno, in cui diventa difficile distinguere ciò che non piace davvero da ciò che semplicemente oggi non si riesce più a sostenere.
Lei racconta di un burnout vissuto l’anno scorso, del tentativo di fare tante cose per sentirsi viva, per poi ritrovarsi ancora più vuota. Questo passaggio è molto significativo, perché fa pensare a una condizione in cui, forse, ha cercato di reagire spingendosi molto, fino però a perdere il contatto con ciò che sentiva davvero. Quando si vive così a lungo in uno stato di pressione, di aspettative e di disorientamento, anche studiare, scegliere, progettare il futuro e perfino immaginarsi in un percorso universitario possono diventare fonte di angoscia più che di crescita.
Mi colpisce anche il modo in cui parla di sé: dice che gli altri l’hanno sempre descritta come sensibile e debole, ma che dentro di sé non si sente affatto cagionevole. Questo è un punto molto importante, perché spesso persone molto sensibili vengono lette come fragili, quando in realtà hanno una vita interiore intensa, profonda, e proprio per questo possono soffrire molto quando non trovano una direzione che sentono autentica. Essere sensibili non significa essere deboli. Significa, spesso, sentire moltissimo.
Rispetto alla facoltà, credo sia fondamentale non forzarsi a trovare subito una risposta definitiva. In questo momento lei si sta chiedendo se ingegneria non le piaccia davvero, se sarebbe più felice altrove, se medicina o architettura possano rappresentare alternative, oppure se il problema sia più generale e riguardi il suo rapporto con l’università stessa. Sono domande importanti, ma probabilmente oggi le risultano insostenibili proprio perché sta cercando di risolverle da una condizione emotiva già molto affaticata.
Quando si è così in crisi, il rischio è prendere decisioni solo per fuggire dall’ansia o, al contrario, restare immobili per paura di sbagliare. In entrambi i casi si rimane bloccati. Per questo, prima ancora di decidere cosa fare dell’università, potrebbe essere utile fermarsi a comprendere meglio in che stato si trova lei: se è esausta, demotivata, spaventata dal fallimento, scollegata dai suoi desideri, oppure se tutto questo insieme sta appannando anche la possibilità di sentire cosa le piace davvero.
Vorrei dirle con chiarezza una cosa: il fatto che oggi lei sia in difficoltà non significa affatto che non sia adatta all’università, né tantomeno che sarebbe “una miserabile che non ce l’ha fatta”. Questo è il linguaggio duro della sofferenza, non la verità su di lei. Ci sono momenti della vita in cui si può perdere il filo, rallentare, cambiare strada, sospendere, ripensarsi. Tutto questo non definisce il suo valore.
Credo che in questo momento lei avrebbe bisogno di uno spazio in cui non sentirsi giudicata né spinta a scegliere in fretta, ma accompagnata a rimettere ordine dentro di sé. Un percorso psicologico con una psicologa o uno psicologo, potrebbe aiutarla molto a distinguere la stanchezza profonda dalla mancanza di motivazione, la paura di fallire da un reale disinteresse per il percorso intrapreso, e soprattutto a recuperare fiducia nelle sue capacità decisionali. Non è detto che il problema sia “non essere portata”. A volte il problema è essersi persi, essersi sovraccaricati, o aver fatto scelte senza avere ancora abbastanza contatto con se stessi. E questo si può comprendere, elaborare e trasformare.
Lei non è in ritardo sulla vita, e non è sbagliata perché oggi non riesce a vedere con chiarezza la strada. Sta attraversando un momento complesso, e merita di essere ascoltata con attenzione, non giudicata sulla base degli esami dati o non dati.
Un caro saluto,
dott.ssa Maria Cristina Giuliani.
Buongiorno, Dalla descrizione della sua situazione mi sembra in una situazione di blocco universitario che è molto comune ma che richiede alcune accortezze per essere superato. In senso generale direi che la priorità sia individuare in modo più preciso possibile il suo desiderio rispetto al suo percorso di studio e agli interessi che più la "accendono" in modo da costruire una vita più soddisfacente possibile per lei. Delle volte questo percorso avviene naturalmente ma in alcuni casi, in cui ci si sente particolarmente persi e confusi, può essere più indicato rivolgersi a un professionista che potrebbe aiutarla a districare questa matassa nel modo più rapido e preciso possibile. Spero di averla aiutata e le auguro una buona giornata.
Stai ancora cercando una risposta? Poni un'altra domanda
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