Salve dottori, sono una ragazza di 26 anni, ho iniziato un percorso di terapia da qualche settimana,

25 risposte
Salve dottori, sono una ragazza di 26 anni, ho iniziato un percorso di terapia da qualche settimana, questo è il 4 appuntamento, però avevo già avuto qualche pensiero riguardo il come sarei riuscita a intraprendere un percorso, dove sarei arrivata, perché io al momento ho una situazione relazionale con il mio ex ormai, con cui siamo in rapporti(amicizia e non ecco) e con una persona con cui mi sono frequentata prima di lui a distanza però, per cui ho iniziato a provare qualcosa ma a non capire cosa fare e da che parte andare..purtroppo il problema se vogliamo dire, è che il terapeuta però mi dice che dovremo poi concentrarci su di me e lavorare su me stessa, però io al momento non riesco a sentire me stessa, non riesco a capire cosa voglio e cosa no, dove andare o se restare ferma o altro, e non so come ci si possa smuovere ecco, perché io non riesco a sentire i miei bisogni, ho bisogno di qualcosa di più pratico e non so che fare..vorrei interrompere il percorso perché purtroppo non mi sento di andare da nessuna parte, anche se magari è presto ancora per capire? Però io ho bisogno già di qualcosa di concreto su cosa poter fare o meno e i miei bisogni o l'ascolto di me e di ciò che sento io non lo so e non riesco a capirlo..cosa posso fare? Potrei interrompere e magari provare altri o riprovare ma più in la? Il problema nel bloccare e provare qualche altro terapeuta purtroppo sarà il costo..cosa posso fare in generale per tutto?
Dott.ssa Rita Anastasi
Psicologo, Psicologo clinico
Rizziconi
Gentile ragazza,

comprendo profondamente il suo senso di frustrazione. Quando ci si sente in un "vicolo cieco" relazionale, divisi tra un ex e una nuova persona, sentirsi dire che bisogna "lavorare su se stessi" può sembrare un consiglio troppo astratto, quasi come se le venisse chiesto di guardare le stelle mentre sta cercando di capire come non inciampare per strada.

Il fatto che lei non riesca a "sentire i propri bisogni" non è una sua colpa, né un segno che la terapia non fa per lei: è proprio il nucleo del suo malessere. Quando siamo troppo concentrati a rispondere alle aspettative degli altri o a gestire i conflitti esterni, la nostra "bussola interna" si spegne.

Perché si sente bloccata?
Probabilmente lei ha bisogno di un approccio che la aiuti inizialmente a dare un nome a ciò che accade nelle sue relazioni attuali. Nella mia pratica clinica (basata sull'approccio Metacognitivo Interpersonale), non aspettiamo che i bisogni "emergano" magicamente, ma lavoriamo in modo molto concreto:

Analizziamo gli episodi: Cosa succede quando sente l'ex? Cosa prova quando sente l'altra persona?

Identifichiamo i blocchi: Perché in questo momento per lei è così difficile scegliere? Quale paura la tiene ferma?

Costruiamo gli strumenti: Prima di "lavorare su di sé", bisogna capire come lei "funziona" nelle relazioni. Questo è un lavoro molto pratico e operativo.

Cosa fare ora?
Interrompere dopo 4 sedute è una possibilità, ma prima le suggerirei di fare un tentativo di massima onestà con il suo attuale terapeuta. Gli dica chiaramente: "Ho bisogno di concretezza, non riesco a stare sull'ascolto di me stessa se prima non capisco cosa mi succede in queste relazioni". Se sente che il metodo continua a non risuonare con le sue necessità, allora cambiare è un suo diritto.

Il percorso psicologico deve essere un investimento, non un peso economico che non porta frutti. Se desidera un approccio che parta proprio dalla gestione dei suoi "nodi" relazionali per aiutarla a ritrovare la sua direzione, io ricevo a Reggio Calabria e online.

Il primo passo per "sentire se stessa" è proprio questo: darsi il permesso di dire che ciò che sta facendo ora non la sta aiutando.

Un caro saluto,

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Dott.ssa Giorgia Colombo
Psicologo, Psicologo clinico
Lentate sul Seveso
Buongiorno,
intanto grazie per la sua domanda. Penso che in una situazione simile alla sua possano ritrovarsi anche altre persone e quindi poter trarre spunto da questo scambio.
E' assolutamente normale non sentirsi "di andare da nessuna parte", fa parte dell'iniziale aspettativa rispetto ad un percorso psicologico, ovvero che possa dare risposte e risolvere difficoltà o problemi già dalle prime sedute. E' ancora presto a mio parere per decidere di interrompere il percorso, proprio per accogliere la possibilità di esplorare l'ascolto di sè e dei suoi bisogni, che dalla sua domanda comprendo sia ancora difficile, e va bene così, anche questo fa parte dell'inizio di un percorso psicologico, cioè poter imparare gradualmente a sentire le nostre sensazioni, emozioni o pensieri. E' così facendo che troverà la direzione migliore per lei.
Contrariamente a ciò che ci si immagina di solito, la/il terapeuta non sanno quello di cui un/a paziente ha bisogno, ma possono aiutarlo/a a comprenderlo ed accompagnarlo/a verso la conoscenza e realizzazione di sè. La massima esperta di sè stessa è lei, la/o psicologa/o è uno strumento che può mostrarle la mappa per orientarsi in ciò che sta vivendo e prendere la strada giusta per lei ed il suo percorso di vita.
Non perda l'occasione di portare al collega questi suoi dubbi, sono prezioso materiale di lavoro terapeutico su cui insieme potrete riflettere.
Le auguro, qualsiasi sarà la sua decisione, di poter presto sentirsi meglio e riuscire ad ascoltarsi, solo così potrà anche rivolgere la sua attenzione alle persone per lei importanti e significative. Se stiamo bene noi con noi stessi/e, possiamo stare bene anche con gli/le altri/e.
Un caro saluto,
Dott.ssa Giorgia Colombo
Prof.ssa Laura Maresca
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Sorrento
Il rapporto con uno psicoterapeuta deve essere innanzitutto di fiducia. Deve sentirsi a proprio agio e ben compresi. Quindi, al di là dello specifico disagio che avverte, certamente il suo cammino terapeutico non procede bene perché non c'è questo senso di affidamento. Nella fattispecie certamente ogni azione proviene dalle dinamiche interne, da cui il richiamo del dottore. Però un buon percorso procede a tappe. Dapprima si aiuta la persona ad orientarsi nel proprio ambito esistenziale e ci si prende cura delle difficoltà contingenti. Solo successivamente si intraprende uno scavo profondo per toccare i nodi che determinano i comportamenti disfunzionali.
Ciao :) capisco i tuoi dubbi, specialmente se questo è il tuo primo percorso. 4 appuntamenti sono davvero pochi per capire se una relazione terapeutica stia funzionando o meno, state imparando a conoscervi e credo sia importante riportare questi tuoi dubbi e necessità al terapeuta. Hai sempre funzionato in un modo e il cervello funziona in maniera abitudinaria, è restio al cambiamento, specialmente quello più profondo. Piano piano potreste costruire insieme degli strumenti che ti permettano di ascoltarti di più e che ti facciano un po' da "bussola" :) se senti di voler cambiare terapeuta è una scelta solo tua, ma tutti i percorsi richiederanno tempo, costanza e fiducia.
Dott.ssa Sharon Pomente
Psicologo, Psicologo clinico
Albano Laziale
Salve, da quello che racconta, è comprensibile sentirsi confusa e un po’ scoraggiata in questa fase, ma la terapia richiede del tempo. Le prime sedute di un percorso terapeutico spesso servono proprio a conoscersi, a capire i propri bisogni e a costruire un clima di fiducia: può essere normale, all’inizio, non avere ancora risposte chiare o sentirsi “bloccati”.
Il fatto che in questo momento senta il bisogno di qualcosa di più concreto è importante e deve darle ascolto; potrebbe piuttosto di interrompere il percorso, parlarne apertamente con il suo terapeuta, condividendo queste difficoltà e quel che lei prova. La terapia è anche un lavoro di collaborazione, e i suoi bisogni possono guidare il modo di lavorare insieme, permettendo anche migliori risultati.

Un caro saluto
Dott. Marco Squarcini
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Gentilissima, ciò che descrive è molto comune nelle fasi iniziali di un percorso terapeutico. Quando si inizia, soprattutto se si attraversa una confusione affettiva e relazionale (ma anche se non ce lo siamo mai domandati), è frequente non riuscire a “sentire” i propri bisogni né avere chiarezza su cosa si vuole. Proprio questa difficoltà è spesso parte del lavoro terapeutico, non un ostacolo al suo avvio.
Il fatto che il terapeuta le proponga di concentrarsi su di sé probabilmente non significa ignorare le relazioni che sta vivendo, ma aiutarla a comprendere come si muove emotivamente dentro di esse. Se oggi non riesce a percepire cosa sente o desidera, potrebbe esser legato ad può una fase di sovraccarico emotivo o perché ha imparato, nel tempo, a mettere i bisogni degli altri prima dei propri, ignorando i suoi oppure ad altre ragioni che potrebbero emergere nel suo percorso.
È comprensibile il desiderio di qualcosa di più concreto. Può essere utile condividere apertamente con il terapeuta questa sua esigenza: dire che si sente bloccata, che fatica a percepirsi e che avrebbe bisogno di di indicazioni per orientarsi. La terapia è anche uno spazio in cui negoziare il modo di lavorare insieme.
Dopo solo quattro incontri è ancora presto per valutare se il percorso stia andando “da qualche parte”. Interrompere ora potrebbe privarla della possibilità di attraversare proprio questa fase iniziale di disorientamento, che spesso precede una maggiore chiarezza.
Se col tempo dovesse sentire che non si crea un’alleanza, sarà legittimo rivalutare la scelta del terapeuta. In questo momento forse il focus potrebbe essere proprio portare in seduta esattamente i dubbi e le difficoltà che sta esprimendo.
Un caro saluto, Dott. Marco Squarcini
Dott.ssa Giulia Raiano
Psicologo, Psicologo clinico
Bologna
Buongiorno, grazie per aver condiviso il tuo vissuto. Leggendo le tue parole, quello che emerge è un senso di confusione e frustrazione, ma anche il desiderio di capire te stessa e di fare qualcosa per stare meglio. È normale, soprattutto nelle prime settimane di terapia, sentirsi un po’ bloccati: la mente è piena di pensieri su relazioni, scelte e cosa dovrei fare, e questo spesso sovrasta la possibilità di sentire davvero i propri bisogni. Il fatto che tu non riesca ancora a sentire chiaramente cosa vuoi o di cosa hai bisogno non significa che la terapia non stia funzionando. In queste prime fasi, il percorso è più di osservazione e scoperta: il terapeuta ti aiuta a iniziare a fare spazio dentro di te, anche se può sembrare lento o poco concreto. Questo è un passaggio fondamentale, se provi a saltarlo cercando subito risposte pratiche, rischi di forzare emozioni o scelte che ancora non sono mature. Potresti pensare di parlare apertamente in terapia proprio di quello che hai scritto qui, quindi la difficoltà a sentire te stessa, il desiderio di concretezza, il timore di perdere tempo o denaro. Un buon terapeuta può adattare il percorso anche a questa fase iniziale, proponendo strumenti più pratici per orientarti. Se vorrai approfondire resto a disposizione.
Buona giornata.
Dott.ssa Giulia Raiano
Buongiorno,
quello che descrive è una situazione molto più comune di quanto si pensi, soprattutto nelle prime fasi di un percorso terapeutico.
Le prime sedute spesso non portano subito “risposte concrete”, ma servono a costruire uno spazio sicuro e a comprendere meglio cosa sta accadendo dentro di lei. Se oggi sente di non riuscire a percepire i suoi bisogni, questo non è un fallimento: è già un punto di partenza su cui si può lavorare.
È comprensibile desiderare strumenti pratici e indicazioni più concrete. Potrebbe essere utile parlarne apertamente con il suo terapeuta: esprimere il bisogno di maggiore concretezza o di obiettivi più definiti può aiutare a calibrare meglio il percorso.
Interrompere è sempre una scelta possibile, ma prima di farlo potrebbe essere importante chiarire questi dubbi all’interno della terapia stessa. A volte proprio il momento in cui si sente “di non andare da nessuna parte” è un passaggio significativo del lavoro.
Si dia il tempo di capire se questo spazio può diventare utile per lei.
Dott.ssa Adriana Lorusso
Psicologo, Psicologo clinico
Bari
Buon pomeriggio,
in una situazione del genere chiunque si troverebbe in difficoltà. Si sta interfacciando contemporaneamente con sé stessa, con il suo ex (al quale sono legati ricordi, eventi, emozioni) e con un ragazzo, con cui la relazione resta complessa anche per la distanza.

È quindi comprensibile sentirsi smarrita: le domande che si sta ponendo sono molte e ciascuna richiede tempo, energia e risorse. Potremmo immaginare la sua mente come un computer in sovraccarico, che riceve troppi input simultaneamente. Cosa accade spesso in questi casi? Un blackout.

Da qui, probabilmente, nasce anche il desiderio di interrompere, di “uscire dalla situazione”, e il senso di disorientamento che descrive.

Potrebbe essere utile muoversi a piccoli passi. Dice di non sapere cosa vuole o quali siano i suoi bisogni, ma allo stesso tempo afferma di avere bisogno di qualcosa di concreto: questo è già un punto importante.

Prima di interrompere la terapia, potrebbe provare a parlarne apertamente con il suo terapeuta, dando voce a ciò che sente in uno spazio protetto: “Sto pensando di interrompere perché mi sento bloccata e ho bisogno di qualcosa di più pratico.”

Talvolta facciamo fatica a percepire i nostri bisogni perché sono stati messi da parte a lungo, coperti da paura, senso di colpa o dal timore di perdere l’altro, oppure perché l’attenzione è stata rivolta più all’esterno che a sé stessi.

Darsi il tempo di ascoltarsi non è sempre immediato, ma può diventare uno spazio prezioso per ritrovare chiarezza, passo dopo passo.
Dott.ssa Ylenia De Fusco
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Buongiorno,
quello che descrive è un vissuto molto comprensibile, soprattutto nelle prime fasi di un percorso terapeutico. Dopo poche sedute è frequente sentirsi disorientati, chiedersi “dove sto andando?” e desiderare qualcosa di più concreto e immediato. Quando si è abituati a cercare risposte fuori, fermarsi su di sé può inizialmente aumentare la sensazione di confusione.

La terapia, però, non funziona come un insieme di indicazioni pratiche su cosa fare con una persona o con un’altra. Alla base c’è la motivazione personale e la disponibilità a esplorare ciò che si prova. Il terapeuta non può dirle quale scelta fare, ma può aiutarla a creare le condizioni perché sia lei a sentire con maggiore chiarezza cosa desidera davvero. E il fatto che oggi lei dica “non riesco a sentire i miei bisogni” è già un punto di partenza importante: è proprio da lì che può iniziare il lavoro.

Spesso il bisogno di qualcosa di concreto nasce dall’ansia di dover decidere subito. Ma prima delle decisioni esterne, è necessario costruire uno spazio interno di ascolto. La chiave, nel suo caso, potrebbe non essere scegliere tra due persone, ma comprendere cosa rappresentano per lei, cosa attivano, quali paure o bisogni toccano.

È molto importante che porti in terapia anche questi dubbi, la frustrazione, il desiderio di interrompere e il bisogno di maggiore concretezza. Non c’è luogo più sicuro per parlarne che proprio quello spazio che sta costruendo con il suo terapeuta. Condividere apertamente queste perplessità può rafforzare proprio la relazione che si sta creando ridefinire insieme gli obiettivi importanti per il lavoro da svolgere.

Cambiare o interrompere la terapia è una scelta legittima, ma prima potrebbe essere utile chiedersi se il disagio che sente faccia parte del percorso stesso. Spesso è proprio nei momenti di dubbio o blocco che il lavoro può diventare più significativo, soprattutto se questi vissuti vengono condivisi apertamente in seduta.

La terapia non offre soluzioni immediate, ma aiuta a costruire uno spazio interiore da cui le risposte possono emergere, con tempo e partecipazione attiva. Anche il suo dubbio può diventare un punto di partenza importante.

Un caro saluto.
Dott.ssa Daniela Murgianu
Psicoterapeuta, Psicologo
Cagliari
Salve, saper ascoltare se stessi e i propri bisogni è fondamentale per prendere delle decisioni. Deve darsi il tempo necessario affinchè questo sia possibile, in modo da poter fare le scelte migliori per lei.
Dott. Luca Liccardo
Psicologo, Psicoterapeuta
Marano di Napoli
Buonasera, quello che descrive è molto frequente nelle prime fasi di un percorso psicologico. Alla quarta seduta è normale non “vedere ancora risultati concreti” o sentirsi confusi. La terapia, soprattutto all’inizio, può dare proprio la sensazione di essere fermi, perché si sta iniziando a mettere a fuoco ciò che prima era automatico.
Lei dice una cosa molto importante: “non riesco a sentire me stessa, non riesco a capire cosa voglio”. Questo non è un ostacolo alla terapia, è esattamente il punto su cui lavorare. Se oggi fatica a riconoscere i suoi bisogni, è comprensibile che nelle relazioni si trovi in situazioni ambivalenti, tra un ex con cui mantiene un legame e un’altra persona verso cui prova qualcosa ma senza chiarezza.
Quando il terapeuta le dice che dovrete concentrarvi su di lei, probabilmente intende proprio questo: prima di decidere “chi scegliere” o “cosa fare”, è necessario costruire un contatto più stabile con i suoi bisogni, limiti e desideri. Se oggi chiede qualcosa di molto pratico (cosa faccio? con chi sto?), ma dentro sente confusione, qualsiasi decisione rischia di essere presa per ansia o paura, non per scelta autentica.
Il fatto che non senta di “andare da nessuna parte” può essere materiale da portare in seduta. Può dire apertamente al terapeuta: “ho bisogno di qualcosa di più concreto, mi sento bloccata e ho paura di perdere tempo”. Questo non è un fallimento, è parte del lavoro. La qualità dell’alleanza terapeutica si costruisce anche attraverso questi confronti.
Interrompere ora per cercare qualcun altro potrebbe farle rivivere uno schema: quando qualcosa non dà risultati immediati, mi fermo. Tuttavia, se dopo aver espresso i suoi bisogni sente che l’approccio non è adatto a lei, cambiare terapeuta è una possibilità legittima. Non è un tradimento, ma una scelta di compatibilità.
Forse, più che chiederle “cosa devo fare nelle relazioni?”, la domanda iniziale può essere: “perché mi è così difficile restare sola con me stessa senza un riferimento esterno?”. Questo è un nodo centrale.
Si conceda ancora qualche seduta, esplicitando il suo bisogno di concretezza. Spesso il cambiamento inizia proprio quando si porta in terapia la frustrazione verso la terapia stessa.

Un cordiale saluto.
Dott.ssa Elena Dati
Psicologo, Psicologo clinico
Crema
Buongiorno,
quattro incontri rappresentano una fase di esplorazione davvero iniziale in un percorso terapeutico. È comprensibile che possa sentirsi frustrata: la sensazione di immobilità e il non avere ancora risposte chiare possono far pensare di non andare da nessuna parte.
Tuttavia, il lavoro su di sé è un processo che richiede tempo e anche una certa fatica. Proprio il fatto di non riuscire a sentire con chiarezza i propri bisogni può diventare il punto di partenza del percorso, non un ostacolo.
Se sente il bisogno di maggiore concretezza, può essere utile dirlo apertamente al terapeuta: anche condividere questi dubbi fa parte della terapia. Prima di interrompere, potrebbe concedersi ancora un po’ di tempo per capire se, superata questa fase iniziale, qualcosa inizia a prendere forma.
Resto a disposizione,
un caro saluto.
Dott.ssa Elena Dati
Quello che descrivi è molto frequente all’inizio di un percorso. Dopo 4 sedute è normale non avere ancora risposte chiare o cambiamenti concreti.
Il fatto di non sapere cosa vuoi e di non sentire i tuoi bisogni è già un punto centrale su cui lavorare. Proprio per questo il terapeuta ti propone di concentrarti su di te.
Prima di interrompere, prova a dire apertamente che senti il bisogno di qualcosa di più pratico e di obiettivi più chiari. La terapia si costruisce insieme.
Ha senso cambiare professionista solo se non ti senti compresa o non c’è fiducia. Se invece è impazienza o frustrazione, può valere la pena dare ancora tempo al percorso.
Dott. Andrea Boggero
Psicologo, Psicologo clinico
Genova
Buongiorno, grazie per aver condiviso con tanta sincerità quello che sta vivendo, perché dalle sue parole emerge una fatica molto comprensibile. Quando si inizia un percorso psicologico spesso si immagina di trovare rapidamente risposte chiare o indicazioni concrete su cosa fare nelle situazioni che fanno soffrire. In realtà, soprattutto nelle prime fasi, può accadere esattamente il contrario: emergono confusione, dubbi e persino la sensazione di non sapere più cosa si prova o cosa si vuole. Questo non significa che il percorso non stia funzionando, ma spesso indica che qualcosa dentro di lei sta iniziando a muoversi dopo molto tempo passato a prendere decisioni più in funzione degli altri o delle circostanze che di un reale ascolto personale. Lei descrive una difficoltà molto importante, cioè il non riuscire a sentire i propri bisogni. Questa esperienza è più comune di quanto si pensi. Quando per anni si è cercato equilibrio nelle relazioni adattandosi, cercando di non perdere qualcuno o di non restare soli, può accadere che la bussola interna diventi meno chiara. Non è che i bisogni non esistano, ma sono come coperti da tante voci diverse: il timore di sbagliare, il desiderio di non ferire nessuno, la paura di perdere una relazione o di fare una scelta definitiva. In queste condizioni chiedersi subito cosa vuole davvero può sembrare impossibile, quasi come chiedere a qualcuno di vedere chiaramente dentro una stanza ancora piena di nebbia. Capisco anche il suo bisogno di qualcosa di pratico. Quando si vive una situazione sentimentale complessa, con un ex ancora presente e una nuova conoscenza che suscita emozioni ma anche incertezza, la mente cerca una soluzione veloce per ridurre il disagio. Tuttavia prendere decisioni importanti quando non si sente ancora stabile interiormente rischia di portare più confusione che sollievo. A volte il lavoro su di sé non è un allontanarsi dai problemi concreti, ma è proprio ciò che permette di affrontarli senza continuare a ripetere schemi che fanno soffrire. Il fatto che lei pensi di interrompere dopo quattro incontri è comprensibile se sente frustrazione o immobilità, ma è anche molto presto per valutare davvero dove possa portarla questo percorso. Le prime sedute spesso servono proprio a creare uno spazio sicuro e a comprendere cosa succede dentro di lei, non necessariamente a dare subito soluzioni operative. Questo non significa che non possa esprimere il suo bisogno di maggiore concretezza. Anzi, parlarne apertamente con il terapeuta potrebbe essere molto utile. Dire che sente il bisogno di strumenti più pratici o di capire meglio come muoversi è già un passo importante e può aiutare il lavoro a diventare più aderente a ciò che le serve adesso. A volte si pensa che ascoltare se stessi significhi avere subito una risposta chiara, ma spesso è un processo graduale. Può iniziare anche da cose molto semplici, osservando durante la giornata cosa le dà sollievo e cosa invece la affatica, quando si sente più leggera e quando più tesa, senza pretendere subito grandi decisioni. Non è necessario sapere immediatamente se restare o andare via da una relazione per iniziare a conoscersi meglio. Cambiare terapeuta è sempre una possibilità legittima se non si sente compresa o a suo agio, ma prima potrebbe valere la pena chiedersi se ciò che la spinge a interrompere sia davvero una mancanza di sintonia oppure la fatica naturale di stare dentro un momento di incertezza. Spesso proprio quando emerge il senso di blocco si sta iniziando a toccare qualcosa di importante. Anche la questione economica merita attenzione, perché iniziare e interrompere percorsi ripetutamente può diventare più dispendioso sia emotivamente sia concretamente. Provare a chiarire i suoi dubbi direttamente in seduta potrebbe darle molte informazioni su come proseguire senza dover ripartire ogni volta da capo. Non c’è nulla di sbagliato nel non sapere cosa vuole adesso. A volte la direzione non nasce da una scelta improvvisa, ma dal concedersi il tempo di ascoltarsi senza fretta e senza giudizio. Il fatto che lei stia cercando aiuto dimostra già un desiderio di cambiamento e di maggiore consapevolezza. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Sono d'accordo con il terapeuta quando dice che sarebbe importante riuscire a capire cosa vuoi e di cosa hai bisogno. Forse, però, è una richiesta prematura, poiché non riesci ancora a farlo e senti il bisogno di cose più concrete.
Il mio consiglio è di spiegare bene questa cosa al terapeuta, fargli capire che non hai ancora contatto con i tuoi bisogni e che non hai chiaro dove state andando. In questo modo avete la possibilità di capire insieme qual è il tipo di percorso che fa per te.
In ogni caso, in bocca al lupo per tutto
Dott.ssa Michela Massettini
Psicologo, Psicologo clinico
Perugia
Buongiorno,
quello che descrive è un vissuto piuttosto comune nelle fasi iniziali di un percorso psicologico. Quando si comincia una terapia, soprattutto se si è abituati a cercare risposte rapide o soluzioni pratiche, può risultare frustrante sentirsi invitati a “lavorare su di sé” senza avere ancora la sensazione di sapere cosa si prova o di cosa si ha bisogno.

In realtà, il fatto di non riuscire a sentire con chiarezza i propri bisogni è spesso proprio il punto di partenza del lavoro terapeutico. Dopo solo quattro incontri è ancora una fase iniziale, in cui si costruiscono fiducia, conoscenza reciproca e maggiore consapevolezza. Il “concreto” in terapia non sempre arriva sotto forma di indicazioni immediate, ma nasce gradualmente dal riconoscere ciò che si prova, ciò che manca e ciò che è davvero importante per sé.

Se sente questa difficoltà, potrebbe essere utile parlarne apertamente con il suo terapeuta, esprimendo il bisogno di maggiore chiarezza o di strumenti più operativi. La terapia è uno spazio di collaborazione, e condividere questi dubbi può aiutare a orientare meglio il percorso.

Interrompere così presto rischia di non darle il tempo necessario per capire se questo lavoro può davvero aiutarla. Allo stesso tempo, è importante che lei si senta coinvolta e parte attiva nel processo.

Un percorso psicologico può accompagnarla proprio nel ritrovare il contatto con se stessa, con i propri bisogni e con la direzione che desidera dare alle sue scelte. Se lo desidera, resto disponibile anche per colloqui online, per un confronto e un eventuale supporto in questo momento di incertezza.

Un caro saluto,
Dott.ssa Michela Massettini – Psicologa
Dott.ssa Chiara Ilardi
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Salve,
la ringrazio per aver condiviso qualcosa di così delicato e posso ben capire quanto possa essere stato difficile fare questo primo grande passo. Da come scrive si sente molta confusione, ma anche tanta consapevolezza. Molto probabilmente si è resa conto che si trova in una fase di blocco, che non riesce a sentire chiaramente i suoi bisogni e che questo la fa sentire ferma, quasi disorientata. È una sensazione molto più comune di quanto immagina, soprattutto quando si è coinvolti in dinamiche relazionali complesse come la sua ed un ex con cui il legame non è del tutto chiuso e una nuova persona che riattiva emozioni ma anche dubbi.
Vorrei dirle una cosa importante: il fatto che lei al quarto incontro non senta ancora “movimento” o risposte concrete non significa che la terapia non stia funzionando. Le prime sedute spesso servono proprio a creare uno spazio sicuro e a iniziare a mettere ordine nel caos interno. Quando dice “non riesco a sentire me stessa”, in realtà sta già portando un tema molto centrale: il distacco dai propri bisogni. Questo è materiale terapeutico prezioso, anche se al momento ti sembra solo frustrazione.
Capisco però anche il suo bisogno di qualcosa di più pratico, di strumenti concreti. Alcuni approcci terapeutici sono più focalizzati sull’esplorazione emotiva, altri integrano tecniche più operative. Potrebbe essere utile parlarne apertamente con il suo terapeuta: dirgli che sente il bisogno di strumenti più concreti, di esercizi, di indicazioni pratiche per iniziare a riconnettersi con te stessa. La terapia è uno spazio dialogico, non deve solo “seguire”, può anche chiedere.
Allo stesso tempo, è assolutamente legittimo chiedersi se si sente davvero a tuo agio con lui. L’alleanza terapeutica cioè quella sensazione di fiducia, sintonia, collaborazione è uno degli elementi più importanti per il buon esito di un percorso. E non è affatto scontato che si crei con qualsiasi psicologo. Se sente che manca qualcosa, darsi il permesso di ascoltare questa sensazione è sano.
Proprio per questo, ad esempio, io personalmente non faccio pagare il primo colloquio: credo sia fondamentale che la persona abbia la possibilità di conoscermi e capire se si sente di iniziare un percorso insieme a me. La terapia è un lavoro di squadra, e senza una base di fiducia reciproca diventa molto più faticoso.
Interrompere non è un fallimento. Ma prima di farlo, potrebbe provare a portare in seduta esattamente ciò che ha scritto qui: il dubbio, la frustrazione, la paura di non andare da nessuna parte. La risposta del terapeuta a questa tua condivisione potrebbe già dirle molto sulla qualità dell’alleanza.
Nel frattempo, sul piano pratico, potrebbe iniziare con piccoli esercizi molto semplici:
- Tenere un diario quotidiano con tre domande: Cosa ho provato oggi? In quale momento mi sono sentita più a disagio? In quale momento un po’ più serena?
- Notare le sensazioni corporee quando pensa all’ex e quando pensa all’altra persona: il corpo spesso percepisce prima della mente.
- Sospendere temporaneamente le decisioni importanti, se possibile, e concentrarsi sull’osservare senza dover scegliere subito.
Non deve avere ora tutte le risposte. A 26 anni è normale attraversare fasi di ridefinizione profonda, soprattutto nelle relazioni. Il “non so cosa voglio” non è un difetto: è spesso l’inizio di un processo di scoperta.
Qualunque scelta lei faccia ovvero continuare, fermarsi, cambiare terapeuta o prendersi una pausa cerchi di farlo non per frustrazione immediata, ma dopo aver ascoltato davvero cosa sente rispetto a quella relazione terapeutica.
Le mando un carissimo saluto e le auguro di trovare uno spazio in cui tu possa sentirsi accolta e compresa davvero.

Dott.ssa Chiara Ilardi
Dott. Diego Ferrara
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Quarto
Buongiorno,
parli delle sue perplessità in merito al percorso al suo terapista, potrebbe essere un importante spunto su cui soffermarsi e da cui ripartire.
Cordiali saluti
Dott. Diego Ferrara
Dott. Fabio Mallardo
Psicoterapeuta, Psicologo
Venezia
Buongiorno,
capisco il senso di smarrimento che descrivi: quando si fatica a sentire i propri bisogni o a capire cosa si prova, può emergere il desiderio di indicazioni più concrete e rapide. È una condizione più comune di quanto si pensi e spesso rappresenta proprio un punto di partenza importante del percorso terapeutico.

Il lavoro su di sé, che il suo terapeuta le propone, ha proprio l’obiettivo di aiutarla gradualmente a riconoscere ciò che sente, chiarire i suoi bisogni e orientarsi nelle scelte relazionali. Nelle prime fasi può capitare di non percepire subito cambiamenti o direzioni chiare: il tempo e la costruzione di una relazione di fiducia sono parte essenziale del processo.

Potrebbe essere utile condividere apertamente con il suo terapeuta questi dubbi, il bisogno di maggiore concretezza e le sue aspettative rispetto al percorso. Il confronto sincero permette spesso di ridefinire obiettivi, modalità di lavoro o strumenti più adatti a lei.

Se, nonostante il dialogo, non dovesse sentirsi a suo agio, è legittimo valutare altre possibilità, ma senza fretta: la sensazione di “blocco” può essere già un tema significativo su cui lavorare.

Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta

Ricevo anche on-line
Buongiorno, leggo dalle sue parole molta confusione e un forte senso di stallo. La difficoltà nel 'sentire' i propri bisogni e il desiderio di avere indicazioni più pratiche sono sensazioni molto comprensibili quando ci si trova in un turbinio di emozioni e incertezze relazionali come il suo.
Le chiedo se ha provato a condividere questi esatti dubbi con il terapeuta che la sta seguendo. Durante un percorso psicologico è normale attraversare dei momenti in cui ci si sente 'fermi' o in cui l'approccio proposto sembra non risuonare con le proprie necessità immediate.
Le suggerisco di parlare apertamente con il collega: porti in seduta proprio questa sua frustrazione e il suo bisogno di maggiore concretezza. La terapia è un lavoro di squadra e si costruisce anche ricalibrando gli obiettivi insieme passo dopo passo. Qualora, dopo esservi confrontati chiaramente su questo, doveste ravvisare che il percorso non può proseguire in modo funzionale per lei, potrete valutare insieme come procedere o se interrompere.
Il primo passo per sbloccarsi, a volte, è proprio comunicare a chi ci sta aiutando che ci si sente persi e che si ha bisogno di strumenti diversi.
Buongiorno,
grazie per aver condiviso i suoi stati d'animo.
il volersi concentrare su di lei da parte del terapeuta è più che comprensibile, la terapia serve proprio a questo, anche perchè è solo lavorando su di lei e concentrandosi su di lei che tutte gli interrogativi che ha potrebbero trovare una risposta.
Se continuare o meno il percorso può e deve sceglierlo solo lei, così come prendere la decisione, eventuale, di cercare un altro professionistya.
La terapia non le dice cosa deve fare o dove deve andare, la terapia smuove pian piano delle cose affinchè lei possa rendersi conto di dove vuole andare e di cosa vuole fare
Dott.ssa Cecilia Cicchetti
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Milano
Capisco la sua impazienza. Quando dice “non sento me stessa”, sta già portando il nodo centrale: la difficoltà a riconoscere i suoi bisogni.
Il desiderio di qualcosa di “più pratico” nasce spesso dall’angoscia dell’incertezza. Ma in quattro sedute è presto perché emerga chiarezza, soprattutto se da tempo fatica a orientarsi nelle relazioni.
Interrompere ora potrebbe essere una modalità già conosciuta: quando aumenta il disagio, si cambia direzione. Provi invece a portare al terapeuta proprio questo dubbio e la voglia di mollare.
Non sapere cosa vuole non è un fallimento. È esattamente il punto da cui iniziare.
Dott.ssa Manuela Valentini
Psicologo, Psicologo clinico
Melfi
Buongiorno,
Quando una persona inizia un percorso psicologico, soprattutto nei primi incontri, è frequente provare esattamente ciò che descrive: confusione, difficoltà a “sentire” i propri bisogni, la sensazione di non muoversi. Non è un segnale che c’è qualcosa che non va in lei, né che la terapia sia “sbagliata”. È spesso la fase iniziale del lavoro.

Molte persone arrivano in terapia proprio perché non riescono più a distinguere ciò che vogliono, ciò che sentono, ciò che è giusto per loro. Non è un punto di partenza anomalo.
Il fatto che lei senta la necessità di strumenti più pratici è un’informazione importante. Ogni terapeuta ha un proprio stile, ma un percorso efficace dovrebbe sempre tenere conto delle esigenze della persona.
Prima di pensare a interrompere, può essere molto utile portare apertamente questo tema in seduta. Non come critica, ma come parte del lavoro. Ad esempio: “In questo momento faccio fatica a percepire i miei bisogni e ho bisogno di un approccio più pratico. Possiamo integrare strumenti più concreti?”
Il professionista dovrebbe accogliere questa richiesta e discuterla con lei.
Quattro incontri sono davvero pochi per valutare l’efficacia di un percorso. Le prime sedute servono a conoscersi, comprendere la sua storia, costruire un’alleanza di lavoro. È normale che non ci siano ancora cambiamenti tangibili.

Detto questo, la sua sensazione non va ignorata. È un elemento clinico importante e merita spazio.

Interrompere o cambiare terapeuta
È una possibilità legittima. Tuttavia, prima di farlo, può essere utile chiedersi:
ho comunicato al terapeuta ciò che mi serve?
La sensazione di blocco riguarda il terapeuta o il momento che sto vivendo?

Sto cercando un cambiamento immediato perché la situazione emotiva è molto intensa?

Cambiare terapeuta non è un fallimento, ma farlo troppo presto può portare a ricominciare continuamente senza arrivare alla parte più profonda del lavoro.
Nel frattempo, può come supporto al lavoro iniziato, tenere un piccolo diario: non emozioni complesse, ma semplici osservazioni (“oggi mi ha fatto stare meglio…”, “oggi mi ha pesato… ecc.
Il tema economico è un fattore reale e comprensibile, valuti con le sue esigenze come meglio fare.
Se desidera resto a disposizione per ulteriori approfondimenti anche in modalità online.
Le auguro serenità,
Dr.ssa Manuela Valentini
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Gentile utente,
quello che descrive è molto comune nelle prime fasi di un percorso terapeutico: quando si è immersi in relazioni ambivalenti (come con l’ex e con una frequentazione a distanza) è facile sentirsi confusi, “divisi” e con la sensazione di non sapere cosa si vuole davvero. Questa confusione non è un fallimento del percorso, ma spesso è proprio il punto di partenza del lavoro su di sé.

Il fatto che lei non riesca a “sentire i suoi bisogni” non significa che non li abbia: in molte persone l’ascolto di sé è bloccato da abitudini relazionali, paura di sbagliare, timore di restare soli, bisogno di approvazione o da una storia affettiva complessa. La terapia, soprattutto nelle prime sedute, non dà risposte pratiche immediate perché il primo passo è creare uno spazio sicuro in cui poter riconoscere emozioni, bisogni e schemi che finora hanno guidato le sue scelte in modo automatico. È normale che all’inizio questo sembri astratto o poco “concreto”.

Detto questo, è legittimo il suo bisogno di maggiore concretezza. Può essere utile portare apertamente al terapeuta proprio questa difficoltà: chiedere di lavorare in modo più strutturato e pratico, con piccoli obiettivi (ad esempio: imparare a riconoscere cosa prova in alcune situazioni, distinguere ciò che desidera da ciò che teme, osservare come si muove nelle relazioni). A volte basta chiarire le aspettative reciproche per rendere il percorso più aderente ai propri bisogni.

Interrompere ora può dare un sollievo momentaneo, ma spesso rischia di riprodurre lo stesso schema che vive nelle relazioni: fermarsi quando emergono confusione e fatica. Valuterei, prima di sospendere, di concedersi ancora qualche incontro e di condividere con il terapeuta i suoi dubbi, la frustrazione e il bisogno di qualcosa di più “pratico”. Se dopo un tempo ragionevole (qualche altro colloquio) non dovesse sentirsi minimamente compresa o aiutata, allora ha senso pensare a un cambiamento di professionista. Anche l’aspetto economico è importante: esistono servizi pubblici (come quelli del Servizio Sanitario Nazionale) o consultori che offrono supporto psicologico a costi ridotti.

Nel frattempo, a livello pratico, può iniziare con piccoli esercizi quotidiani:

prendersi qualche minuto al giorno per chiedersi “cosa sto provando adesso?” senza giudicarsi;

scrivere su un quaderno cosa le dà sollievo e cosa la mette in difficoltà nelle relazioni;

notare quando tende a restare in situazioni che non la soddisfano per paura di perdere l’altro.

Questi non risolvono tutto, ma aiutano ad allenare l’ascolto di sé che ora sente “spento”.

In sintesi: la sua sensazione di smarrimento è comprensibile e non indica che la terapia non funzioni; spesso è proprio il segnale che si sta toccando qualcosa di importante. È consigliabile approfondire questi aspetti con uno specialista, valutando insieme tempi, modalità e aspettative del percorso.

Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa – Psicoterapeuta – Sessuologa

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