Salve a tutti, vorrei raccontarvi la mia storia. Ho 23 anni e sono cresciuta in una piccola casa e s
Salve a tutti, vorrei raccontarvi la mia storia. Ho 23 anni e sono cresciuta in una piccola casa e senza tanti soldi. Mio padre meccanico e mamma casalinga, nonostante ciò ci hanno sempre cercato di dare tutto e viziarci. Purtroppo fin da bambina ho assistito a scene un pò violente da parte di mio padre nei confronti di mamma. Si ubriacava e delle volte mentre litigavano la seguiva per tutta la casa ed io piangevo o andavo appresso a loro. Faceva anche uso di sostanze come la cocaina ma in modo sporadico (non avendo tutti questi soldi) Andava velocissimo con la macchina facendoci spaventare e faceva minacce ecc ma anche violenza fisica delle volte su mamma. Ed io piangevo e quando eravamo a delle feste e lui era ubriaco io volevo andare per forza in macchina con loro perché avevo paura a lasciare sola mia mamma (essendo che se non andava se la prendeva dicendole che non si fidava) E più avevamo paura più lui sfacciava dicendo che era un pilota ecc Anni dopo se ne andato di casa con un altra donna con cui ha avuto altri due bambini e poi finendo in un carcere perché lei la denunciato perché era aggressivo, beveva ecc per poi perdonarlo ma è rifinito in carcere e nonostante queeto mi dispiace infatti ho anche pianto. Cosa può aver lasciato in me questa situazione? Io sono una ragazza buona mi definiscono ingenua, dolce ecc non bevo, non fumo e quando vanno veloci mi sale l'ansia
41 risposte
Buon pomeriggio, È comprensibile che oggi possa interrogarsi su ciò che ha vissuto e sulle sue reazioni, ma non è possibile stabilire un rapporto causa-effetto diretto tra esperienze passate e specifici aspetti della sua personalità o delle sue difficoltà attuali. I suoi dubbi e le sue emozioni intorno ai vissuti che racconta possono meritare uno spazio di ascolto. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla proprio a comprendere meglio queste esperienze, il significato che hanno assunto per lei e il modo in cui oggi si intrecciano con il suo vissuto, senza dover necessariamente cercare una spiegazione unica. Potrebbe essere uno spazio prezioso per conoscersi con maggiore consapevolezza e dare un senso alla propria storia. Un caro saluto
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Cara utente, crescere in un ambiente segnato da violenza domestica, imprevedibilità e dipendenze ti ha portata, fin da piccolissima, a sostenere un carico emotivo enorme, arrivando a proteggere tua madre a scapito della tua stessa serenità. Questo tipo di vissuto spesso lascia dentro un'ipervigilanza costante — come l'ansia che provi oggi quando qualcuno guida veloce —, un senso di colpa o compassione anche verso chi ha causato del male, e una spiccata sensibilità che gli altri percepiscono come dolcezza o ingenuità, ma che in realtà è stata la tua strategia per sopravvivere e mantenere la pace. Ti consiglio di intraprendere un percorso di supporto psicologico per comprendere come questo passato influenzi ancora il tuo presente e la tua ansia; questo potrebbe essere un passo fondamentale per liberarti da pesi che non ti appartengono, per rielaborare questi vissuti e prenderti cura delle tue ferite interiori. Resto a disposizione anche online dott.ssa Barbara Piscitelli
Buon pomeriggio, l'infanzia trascorsa all'interno di ambienti dove la violenza è presente possono avere diverse ricadute sul percorso individuale e relazionale di ognuno di noi. Da quanto riferito ha vissuto aspetti traumatici e sperimentato la sensazione di imprevedibilità e allerta per ciò che sarebbe potuto accadere. Le modalità che lei attua e come la descrivono possono farmi pensare ad una donna che ha mantenuto uno stile di vita mite sviluppatosi nell'infanzia per evitare di irritare il padre o di creare ulteriori complessità in casa. Sicuramente sarebbe opportuno approfondire questi temi e credo che se ora si sta interrogando è perché potrebbe essere per lei il momento di farlo. Un caro saluto
Gentilissima, La ringrazio per aver condiviso una storia così intima e dolorosa. È del tutto naturale provare dispiacere per suo padre: l'affetto filiale non si cancella con le sue colpe ed è umano soffrire per chi ci ha dato la vita, a prescindere dal male arrecato. Un'infanzia vissuta nell'incertezza, assistendo alla violenza e al pericolo, lascia infatti impronte profonde sul modo in cui impariamo a stare al mondo. Ciò che ha vissuto da bambina ha probabilmente plasmato la sua personalità attuale in modi molto specifici. L'ansia che le sale quando qualcuno va veloce in auto, ad esempio, è la traccia diretta di un'ipervigilanza appresa da piccola, quando il suo sistema nervoso ha dovuto imparare a restare sempre in allerta per prevedere le minacce. Allo stesso modo, il ricordo di lei che voleva a tutti i costi salire in macchina per proteggere sua madre mostra una forma di "parentificazione" precoce: si è fatta carico della sicurezza di un adulto quando avrebbe dovuto essere lei quella protetta. Questo tipo di vissuto porta spesso a sviluppare un senso di responsabilità schiacciante per il benessere degli altri e a manifestare una spiccata dolcezza o docilità, qualità che spesso nascono dal desiderio profondo di evitare ogni forma di conflitto e di compensare il caos familiare. Infine, la sua scelta di non bere e non fumare rappresenta una sana reazione di difesa, un modo consapevole per distanziarsi dal modello autodistruttivo di suo padre. Lei ha dimostrato una grande resilienza nel preservare la sua sensibilità e la sua bontà all'interno di un contesto così duro. Tuttavia, per liberarsi del tutto da questo peso e vivere la sua giovinezza con maggiore serenità, potrebbe esserle di grande aiuto rielaborare questo passato attraverso un percorso di psicoterapia. Resto a disposizione - un saluto cordiale. Dott.ssa Michelle Borrelli
Salve, "buona ragazza". Non ho dubbi che tu sia una buona ragazza. Lo capisco da quello che scrivi. Si capisce che hai buoni sentimenti che hai verso tuo padre, nonostante abbia fatto cose imperdonabili. Da psicologo, dovendo mi attendere a quello che scrivi, penso che tu sia anche una ragazza forte. Che nonostante i terribili eventi a cui hai assistito, non ti sei ammalata psicologicamente, e soprattutto, credo, psichiatricamente. Un po' d'ansia quando si corre in macchina è del tutto giustificata. Sono convinto che avrai una buona vita. Cerca solo, quando conosci un ragazzo di stare attenta, che non sia come tuo padre. Cerca di non essere troppo "buona". E non metterti in testa di "salvare" qualche ragazzo pieno di problemi. Fa tesoro delle brutte esperienze che purtroppo hai vissuto, e tieniti lontana dalle brutte persone. Tanti auguri. Cordialmente. Dott. Francesco Romano
Cara utente, quello che racconti merita molta delicatezza, soprattutto perché dietro la domanda “cosa può aver lasciato in me?” sembra esserci il tentativo di comprendere qualcosa della donna che sei oggi attraverso la bambina che sei stata. Da piccola ti sei trovata ad assistere a situazioni che probabilmente non avevi gli strumenti per comprendere né, soprattutto, la possibilità di controllare. C'era un padre che poteva essere contemporaneamente una figura affettivamente importante e una fonte di paura, e una madre che sentivi di dover proteggere. Mi colpisce molto quando racconti che alle feste volevi necessariamente tornare in macchina con loro perché avevi paura di lasciarla sola: eri una bambina, eppure sembra che una parte di te si sentisse già responsabile di vigilare su ciò che sarebbe potuto accadere. Forse vale la pena soffermarsi proprio su questo. Che cosa succede a una bambina quando sente di dover controllare gli adulti per assicurarsi che non accada qualcosa di terribile? Può imparare molto presto a osservare gli stati d'animo degli altri, ad anticiparne le reazioni, a essere attenta ai segnali di pericolo. E qualcosa di questa modalità può rimanere anche quando il pericolo non è più quello di allora. L'ansia che oggi compare quando qualcuno guida velocemente, per esempio, potrebbe certamente avere un legame con quelle esperienze. Il corpo conserva tracce che non sempre coincidono con ciò che razionalmente sappiamo: oggi può sapere di essere adulta e che quella macchina non è quella della sua infanzia, ma una parte emotiva di lei potrebbe riconoscere in quella velocità qualcosa di antico, qualcosa che un tempo significava realmente paura e impotenza. Mi incuriosisce anche il modo in cui si descrive: “sono una ragazza buona, ingenua, dolce, non bevo, non fumo”. Sono caratteristiche che possono semplicemente appartenerle, naturalmente. Ma mi domanderei anche se essere “la ragazza buona” non abbia assunto, nella sua storia, un significato particolare. Forse crescere accanto a comportamenti così imprevedibili l'ha portata a costruirsi anche per contrasto: io non sarò così. Essere controllata, buona, non eccedere, non perdere mai il controllo potrebbe essere diventato anche un modo per prendere le distanze da ciò che da bambina la spaventava. È soltanto una possibile lettura, non necessariamente la sua. E poi c'è qualcosa di molto umano nel fatto che abbia pianto quando suo padre è finito in carcere. Non c'è contraddizione. Si può avere paura di qualcuno, essere arrabbiati per ciò che ha fatto e contemporaneamente provare amore, pena, nostalgia o dolore per lui. I legami affettivi, soprattutto quelli con i genitori, raramente obbediscono alla logica del “mi hai fatto soffrire, quindi non provo più nulla”. Forse una parte del lavoro da fare potrebbe essere proprio concedersi questa ambivalenza senza sentirsi ingenua o incoerente. Più che cercare oggi un elenco delle conseguenze che quella storia “deve” averle lasciato, potrebbe essere interessante interrogare insieme a qualcuno come quella bambina abbia imparato a stare nelle relazioni: quanto sente ancora di dover proteggere gli altri, quanto teme la rabbia, quanto riesce a dire di no, quanto si sente responsabile del benessere delle persone che ama e cosa accade quando qualcuno diventa imprevedibile. Non per trovare necessariamente qualcosa che non va in lei, ma per distinguere ciò che oggi desidera davvero da ciò che, molti anni fa, potrebbe aver imparato a fare per sentirsi al sicuro. Con molta delicatezza, Dott.ssa Raffaella Pia Testa
Gentile utente, ciò che ha vissuto durante l’infanzia può aver lasciato delle tracce sul suo modo di percepire la sicurezza, le relazioni e il pericolo, anche se oggi si descrive come una persona dolce, buona e lontana da quei comportamenti. Essere stata esposta a episodi di violenza, minacce e imprevedibilità può averla portata, ad esempio, a sviluppare una maggiore vigilanza verso i segnali di pericolo o una particolare difficoltà a sentirsi al sicuro in alcune situazioni. Anche l’ansia quando qualcuno guida velocemente potrebbe essere collegata alle esperienze vissute, poiché per Lei la velocità potrebbe essere stata associata alla paura e alla perdita di controllo. Il fatto che ancora oggi provi dispiacere e compassione per suo padre non significa che giustifichi ciò che ha fatto: è possibile provare contemporaneamente affetto, paura, rabbia e tristezza. È un po’ come quando un allarme diventa molto sensibile dopo essere scattato numerose volte: anche quando il pericolo non è più presente, può continuare a reagire rapidamente. Un percorso di supporto psicologico potrebbe aiutarla a comprendere come queste esperienze abbiano influenzato il suo presente e a elaborarle in modo più consapevole, senza dover rinunciare alle parti positive di sé che ha sviluppato.
Salve, grazie per aver condiviso una parte così delicata della sua storia. Quello che racconta non è affatto banale: da bambina si è trovata più volte esposta a situazioni di violenza, imprevedibilità, abuso di alcol e sostanze e, soprattutto, a una forte sensazione di pericolo e impotenza. Anche se non era lei la persona direttamente aggredita, assistere alla violenza tra i propri genitori può essere un’esperienza profondamente destabilizzante per un bambino. Alcune delle reazioni che descrive oggi possono essere comprensibili alla luce di queste esperienze. Ad esempio, l’ansia quando qualcuno guida velocemente potrebbe essere collegata alle situazioni vissute con suo padre e alla paura che potesse accadere qualcosa. Anche il fatto che da bambina sentisse il bisogno di seguire i suoi genitori e di non lasciare sola sua madre può essere letto come un tentativo di proteggere la persona a cui era affezionata in una situazione nella quale, in realtà, avrebbe avuto bisogno di essere protetta lei. Essere oggi una persona dolce, sensibile, responsabile e non fare uso di alcol o sostanze non significa che quelle esperienze non abbiano lasciato traccia. Talvolta chi cresce in contesti imprevedibili sviluppa una particolare attenzione ai segnali di pericolo, una maggiore ansia in determinate situazioni, il bisogno di controllare ciò che accade o una forte sensibilità verso la sofferenza degli altri. Ma non è possibile stabilire da un racconto quali conseguenze specifiche abbiano avuto quelle esperienze: ogni persona reagisce in modo diverso e possono esserci anche importanti risorse sviluppate nel corso della crescita. È significativo anche che, nonostante ciò che suo padre ha fatto, lei provi dispiacere per la sua situazione e abbia pianto quando è finito in carcere. Questo non significa giustificare la violenza né contraddice la paura che ha provato: si può voler bene a un genitore, provare compassione per lui e contemporaneamente riconoscere che alcuni suoi comportamenti sono stati pericolosi e dolorosi. Non c'è quindi nulla di “sbagliato” nel suo modo di essere. Sarebbe però utile comprendere meglio quanto queste esperienze continuino a influenzare oggi il suo modo di vivere l'ansia, la sicurezza, le relazioni e le emozioni. Per questo è consigliabile approfondire la situazione con uno specialista, attraverso un percorso psicologico/psicoterapeutico che possa aiutarla a dare un significato a ciò che ha vissuto e, se necessario, a elaborarlo con maggiore serenità. Dottoressa Silvia Parisi Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Comprendo il vissuto particolarmente traumatico e doloroso. Aver vissuto tutto questo dolore, fin da bambina, non sarà stato per nulla facile; e sicuramente pensare di andare "avanti" lasciandosi dietro tutte queste cose... può spaventare. Credo sia lecito per lei porsi le giuste domande in un setting adeguato, con una persona per lei di fiducia che possa andare nei luoghi del suo inconscio con le punte dei piedi, accompagnandola per mano ad accettare il suo passato, facendo sì che questo non definisca il suo futuro. la ringrazio per la sua condivisione, e resto a disposizione. Saluti.
Quello che racconti è una storia che merita innanzitutto di essere accolta con grande rispetto. Da bambina ti sei trovata a vivere situazioni che, per la tua età, erano difficili da comprendere e soprattutto da gestire: paura, tensione, imprevedibilità, il timore che potesse accadere qualcosa a tua mamma e, in qualche modo, anche la sensazione di dover essere tu a proteggerla. Mi colpisce molto, per esempio, quando racconti che alle feste volevi necessariamente andare in macchina con loro perché avevi paura di lasciare tua madre sola. È una frase che racconta molto bene quanto, da bambina, tu abbia cercato di trovare un modo per controllare una situazione che in realtà non potevi controllare.Quando si cresce in un ambiente nel quale l'atmosfera può cambiare improvvisamente, il corpo e la mente possono imparare a rimanere molto attenti a ciò che accade intorno. Questo può manifestarsi, anche molti anni dopo, con ansia in determinate situazioni, bisogno di prevedere ciò che succederà, particolare sensibilità verso i conflitti o verso alcuni comportamenti che ricordano, anche solo lontanamente, ciò che si è vissuto.Il fatto che oggi tu non beva, non fumi, non faccia uso di sostanze e che venga descritta come una persona dolce e sensibile non cancella ciò che hai attraversato. E non significa neppure che tu debba necessariamente avere delle conseguenze patologiche. Le persone reagiscono alle esperienze in modi molto diversi e possono sviluppare anche importanti risorse proprio attraversando situazioni difficili.C'è poi un passaggio del tuo racconto che trovo particolarmente umano: nonostante tutto quello che tuo padre ha fatto, dici di essere dispiaciuta per lui e di aver pianto quando è finito in carcere.Anche questo è possibile. Puoi essere stata spaventata da tuo padre, puoi avere sofferto per ciò che è accaduto a tua madre e, contemporaneamente, continuare a volergli bene e provare compassione per lui. Le emozioni non devono necessariamente essere coerenti tra loro per essere autentiche. Non sei obbligata a scegliere tra “mio padre mi ha fatto del male” e “gli voglio bene”: entrambe le cose possono convivere.Forse, più che chiederti “che cosa mi ha lasciato questa situazione?”, potrebbe essere importante iniziare a chiederti: “In che modo quella bambina che cercava di proteggere la mamma vive ancora oggi dentro la donna che sono diventata?”È una domanda che richiede tempo e uno spazio sufficientemente sicuro per poter essere esplorata. Non è possibile stabilire attraverso un racconto online quali siano gli effetti specifici di una storia come la tua, ma credo che ci siano diversi aspetti della tua esperienza che meriterebbero di essere ascoltati con attenzione, senza etichette e senza giudizio.Se senti che alcune di queste esperienze continuano a vivere nel tuo modo di affrontare le relazioni, la paura, il controllo o determinate situazioni, potresti valutare la possibilità di dedicarti uno spazio terapeutico. Un percorso potrebbe aiutarti non soltanto a comprendere ciò che quella storia può averti lasciato, ma anche a riconoscere tutte le risorse che hai sviluppato per attraversarla.Se desiderassi farlo, sarei disponibile ad accompagnarti in questo percorso, con uno sguardo sistemico e relazionale e soprattutto rispettando i tuoi tempi. A volte comprendere la propria storia non significa rimanere dentro il passato, ma poter finalmente smettere di viverlo attraverso il presente.
Buonasera, grazie per aver condiviso una parte così delicata della sua storia. Quello che racconta sembra essere stato molto significativo per lei: da bambina si è trovata più volte a vivere situazioni di paura, imprevedibilità e preoccupazione per l'incolumità di sua madre, assumendo anche una posizione di forte attenzione e protezione nei suoi confronti. Esperienze di questo tipo possono lasciare delle tracce anche a distanza di anni, ad esempio nella difficoltà a sentirsi completamente al sicuro, in una maggiore attenzione ai segnali di pericolo, nell'ansia davanti a situazioni che ricordano quella sensazione di perdita di controllo o nella tendenza a preoccuparsi molto per le persone a cui si vuole bene. Il fatto che oggi provi ansia quando qualcuno guida velocemente potrebbe essere, tra le altre possibilità, qualcosa che merita di essere compreso alla luce delle esperienze che ha vissuto, senza però poter stabilire da un messaggio quale sia la causa. Anche il fatto che, nonostante ciò che suo padre ha fatto, lei provi dispiacere per la sua situazione e abbia pianto per lui non è affatto in contraddizione con quanto ha vissuto: si può essere stati feriti da una persona e, allo stesso tempo, continuare a volerle bene o provare compassione per lei. Se sente che queste esperienze continuano ad avere un peso nella sua vita, un percorso psicologico potrebbe aiutarla a comprendere meglio ciò che è accaduto e il modo in cui queste esperienze possono aver influenzato il suo modo di vivere le relazioni, la sicurezza e le emozioni oggi.
Buongiorno. Raccontare la propria storia con questa lucidità è già un primo passo di grande consapevolezza. La situazione che ha vissuto ha inevitabilmente lasciato un'eredità: la sensazione di dover essere sempre vigile e responsabile della sicurezza degli altri. L'ansia per la velocità, il no all'alcol e la sua natura protettiva sono le risposte del suo corpo e della sua mente a un'infanzia segnata dall'instabilità. Ha imparato a fare da "ancora" in una casa in tempesta, ed è naturale che le lacrime per suo padre riflettano il dolore per ciò che avrebbe voluto che lui fosse. Essere definita "ingenua" o "buona" spesso nasconde la necessità di mantenere un mondo pulito e controllato per contrastare il caos vissuto. Riconoscere queste tracce è il punto di partenza per smettere di portare pesi non suoi e costruire la sua sicurezza personale.
Buongiorno quello che racconta significa essere cresciuta in un ambiente nel quale, accanto all'affetto familiare, erano presenti imprevedibilità, paura e violenza. Per una bambina assistere alle aggressioni verso la madre, temere che possa accaderle qualcosa e sentire di doverla accompagnare per proteggerla rappresenta un'esperienza emotivamente molto impegnativa. Esperienze di questo tipo possono lasciare una particolare sensibilità al pericolo: essere molto attenti agli stati d'animo degli altri, avere bisogno di prevedere ciò che potrebbe succedere, spaventarsi quando qualcuno perde il controllo o provare ansia in situazioni che ricordano quelle vissute. Il fatto che oggi la velocità in automobile le provochi ansia è quindi comprensibile: il suo corpo può aver associato quella situazione alla paura sperimentata da bambina. Lei sembra essere stata, almeno in alcuni momenti, una bambina che cercava di proteggere la propria madre, assumendosi emotivamente una responsabilità troppo grande per la sua età. Questo può influenzare anche da adulti il modo di vivere le relazioni, per esempio portando a preoccuparsi molto degli altri, a tollerare troppo, a sentirsi responsabili del loro benessere o a fare fatica a mettere i propri bisogni al primo posto. Non è affatto contraddittorio che abbia pianto quando suo padre è finito in carcere. Si può aver avuto paura di un genitore e contemporaneamente volergli bene: nella vita affettiva sentimenti apparentemente opposti possono convivere. Se sente che queste esperienze continuano a condizionare le sue paure o le sue relazioni, un percorso psicologico potrebbe aiutarla a comprendere che cosa quella bambina ha dovuto imparare per sentirsi al sicuro e quanto di quelle modalità le sia ancora necessario oggi.
Buongiorno, sono la Dott.ssa Morena, psicologa. Ha vissuto da bambina situazioni in cui avrebbe avuto bisogno di sentirsi al sicuro, ma si è ritrovata invece a preoccuparsi per sua madre e a cercare di prevedere cosa sarebbe potuto succedere. È comprensibile che alcune esperienze possano essere rimaste dentro di lei, anche se oggi è una persona dolce, responsabile e lontana da quei comportamenti. Anche l’ansia quando qualcuno va veloce, per esempio, potrebbe avere un significato: il corpo a volte ricorda ciò che la mente ha imparato a temere. E una cosa importante: il fatto che oggi provi dispiacere per suo padre, fino a piangere per quello che gli sta accadendo, non rende meno grave ciò che ha vissuto. Si può voler bene a qualcuno e, allo stesso tempo, riconoscere il male che ci ha fatto. Se ti va, possiamo provare a capire insieme cosa di quella bambina è ancora presente nella persona che sei oggi.
Gentile utente, la ringrazio per aver raccontato la sua storia. È importante intraprendere un percorso di supporto psicologico per rielaborare il tutto e trovare strategie utili per vivere al meglio i momenti difficili descritti. Sarei felice di accompagnarla in questo percorso. Se dovesse avere dei dubbi, può contattarmi premendo il tasto 'messaggio' sul mio profilo. Resto a disposizione attraverso consulenze online. Dott. Luca Rochdi
Carissima, purtroppo la situazione di tuo padre è tipica di chi possiede un disturbo della personalità che lo rende dipendente dall'alcool. Non c'è molto da fare per arginare la situazione se non isolare tua madre dal contatto con lui. E' una buona cosa che tuo padre sia finito in carcere così non avrà l'occasione di fare del male a nessuno. Purtroppo questo bisogna dirlo senza aspettarsi facili soluzioni. Prova a concentrare la tua attenzione sui tuoi programmi di vita, cerca di realizzarti sapendo che purtroppo non potrai avere un aiuto vero da tuo padre. Puoi sempre rimanere legata a tua madre per ogni tipo di aiuto. Lo hai un ragazzo che ti voglia bene ? Questo potrebbe molto aiutarti, così come avere degli amici sui quali potere contare. TI auguro tutto il bene possibile. Rimango a tua disposizione per ogni eventuale approfondimento del discorso Ti ringrazio della tua domanda Dott Gabriele Lenti Psicoterapeuta Genova
Buongiorno, aver assistito fin da bambina a violenza, minacce, abuso di alcol e situazioni di forte imprevedibilità può lasciare conseguenze anche molti anni dopo, ad esempio maggiore ansia, ipervigilanza e paura nelle situazioni percepite come pericolose. Anche il fatto che oggi provi ansia quando qualcuno guida velocemente potrebbe essere collegato a quelle esperienze. Essere una persona dolce e non aver sviluppato gli stessi comportamenti di suo padre non significa però che ciò che ha vissuto non l'abbia segnata. E provare ancora affetto o dispiacere per lui è assolutamente comprensibile. Le consiglierei di intraprendere un percorso psicologico, che possa aiutarla a comprendere ed elaborare ciò che ha vissuto. Cordiali saluti.
Salve, quello che racconta è un'infanzia caratterizzata da molta imprevedibilità: da bambina non doveva preoccuparsi di proteggere sua madre, eppure si trovava a farlo perché percepiva che poteva accadere qualcosa di pericoloso. È comprensibile che un'esperienza del genere possa lasciare delle tracce anche molti anni dopo. Potrebbe aver sviluppato una particolare attenzione ai segnali di pericolo, una maggiore necessità di controllo e una difficoltà a sentirsi completamente al sicuro, soprattutto in situazioni che richiamano quelle vissute allora, come la velocità in automobile. Anche il fatto che lei senta di dover essere molto attenta agli altri o che si preoccupi profondamente per suo padre, nonostante ciò che ha vissuto, potrebbe meritare di essere esplorato. Essere oggi una ragazza dolce, sensibile e non incline all'uso di sostanze non contraddice affatto la sua storia. Anzi, è importante non pensare che ciò che ha vissuto debba necessariamente trasformarsi in un determinato comportamento o in una diagnosi. Il fatto che lei abbia ancora pianto per suo padre, nonostante la violenza che ha subito indirettamente, è altrettanto comprensibile: si può provare contemporaneamente amore, compassione, rabbia e dolore verso un genitore. Non deve scegliere una sola emozione. Se sente che alcune di queste esperienze continuano a influenzare il modo in cui vive le relazioni, la sicurezza o le sue emozioni, un percorso psicologico potrebbe aiutarla non tanto a “cancellare” il passato, quanto a comprenderne le tracce e a costruire un senso di sicurezza più stabile nel presente. Un caro saluto. Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa.
Quello che racconti è una storia molto importante, perché da bambina ti sei trovata dentro una situazione che non potevi controllare e che, soprattutto, non avresti dovuto avere il compito di gestire. Eppure sembra che tu abbia assunto molto presto una posizione di attenzione nei confronti di tua madre: quando tuo padre beveva, diventava aggressivo o minacciava, tu non pensavi soltanto alla tua paura, ma cercavi di assicurarti che tua madre fosse al sicuro. In termini sistemico-familiari, potremmo chiederci se tu abbia occupato, almeno in parte, una posizione di “bambina che si prende cura”. Non necessariamente perché qualcuno te l'abbia esplicitamente chiesto, ma perché il clima familiare ti portava a monitorare ciò che accadeva, anticipare le reazioni di tuo padre e cercare di proteggere tua madre. Il fatto che tu volessi salire in macchina con loro quando tuo padre era ubriaco, per esempio, sembra raccontare molto bene questa cosa: avevi paura, ma contemporaneamente sentivi che non potevi permetterti di lasciare sola tua madre. Una bambina che vive ripetutamente situazioni imprevedibili può imparare che la sicurezza dipende dall'anticipare ciò che farà l'altro. Può diventare molto attenta agli stati d'animo, ai toni della voce, ai segnali di rabbia, al comportamento delle persone. Da adulta questa modalità può rimanere anche quando il pericolo non c'è più. Per questo non mi stupirebbe che oggi tu possa avere una certa ansia quando qualcuno guida velocemente. Il tuo corpo potrebbe aver imparato molto tempo fa che “macchina + velocità + uomo alterato = possibile pericolo”. Non significa che tu sia debole o eccessivamente ansiosa: significa che una parte di te ha imparato a stare all'erta. Allo stesso tempo, definirei con molta cautela il tuo essere “buona, ingenua e dolce”. Sono caratteristiche che possono appartenerti davvero, ma mi chiederei anche quanto della tua disponibilità verso gli altri sia una tua scelta e quanto sia diventata una modalità per mantenere la pace e non creare conflitti. Quando cresci in una famiglia nella quale l'umore di una persona può cambiare improvvisamente e provocare paura negli altri, è possibile imparare inconsapevolmente a essere accomodanti, a non disturbare, a comprendere molto l'altro e magari a comprendere meno i propri bisogni. Non è detto che sia ciò che è successo a te, ma sarebbe una domanda interessante da esplorare. C'è poi un altro elemento che trovo molto significativo: tuo padre ti ha fatto paura, ma tu dici anche che quando è finito in carcere hai pianto e ti è dispiaciuto. Questo non è affatto contraddittorio. Puoi aver paura di una persona, riconoscere il male che ha fatto e contemporaneamente volerle bene. In una prospettiva sistemica non cercherei di obbligarti a scegliere tra “mio padre è cattivo” e “mio padre è mio padre e quindi devo volergli bene”. Potresti tenere insieme entrambe le cose: è mio padre, gli voglio bene, mi dispiace per lui e per quello che gli è successo; e allo stesso tempo quello che ha fatto a mia madre e a noi è stato violento e non era responsabilità mia. Anzi, una parte del lavoro potrebbe consistere proprio nel restituire le responsabilità agli adulti a cui appartenevano. Tuo padre era responsabile del suo bere, del suo uso di sostanze, della sua aggressività, delle sue minacce e delle sue azioni. Tua madre era un'adulta che meritava protezione, ma proteggerla non doveva essere il compito di una bambina. E tu, da bambina, avevi il diritto semplicemente di essere figlia. Mi interesserebbe molto sapere, oggi, cosa succede dentro di te quando qualcuno è arrabbiato con te. Oppure quando percepisci che una persona sta cambiando umore. Oppure quando devi dire “no”. Ti viene paura di deluderla? Cerchi immediatamente di calmarla? Ti senti responsabile delle emozioni degli altri? Hai bisogno di capire continuamente cosa l'altro sta pensando? Queste domande sarebbero forse più interessanti della semplice domanda “che trauma mi ha lasciato?”. E soprattutto non darei per scontato che il fatto che tu oggi sia dolce, non beva, non fumi e sia una persona tranquilla sia necessariamente una conseguenza patologica di ciò che hai vissuto. Può esserci anche una parte di te che ha costruito consapevolmente valori molto diversi da quelli che ha visto in casa. Quello che mi sembra importante, però, è che la bambina che piangeva mentre seguiva i genitori per casa non debba più sentirsi responsabile di tenere tutto sotto controllo. Oggi sei adulta e puoi progressivamente imparare che la rabbia degli altri non è automaticamente una tua responsabilità, che puoi allontanarti da una situazione pericolosa, che puoi dire no e che non devi salvare qualcuno per meritare amore. E c'è una cosa che mi sento di farti notare è che il fatto che tu sia riuscita a rimanere affettuosa e sensibile non significa che ciò che hai vissuto non ti abbia fatto male. A volte le conseguenze di un'infanzia così non si manifestano diventando aggressivi o sviluppando dipendenze; possono manifestarsi nell'ipercontrollo, nell'ansia, nella paura del conflitto, nel sentirsi responsabili degli altri o nella difficoltà a riconoscere i propri bisogni. In ogni caso trovo comunque la tua "risposta" psico-fisica estremamente resiliente; non hai affrontato le sofferenza della tua vita trasformandole in rabbia ma trovi il coraggio di parlarne.
Gentile utente, la sua storia mostra con grande chiarezza il peso che ha dovuto sostenere fin da bambina, quando si è trovata a doversi occupare della sicurezza del suo sistema familiare. Il fatto che lei pianga per suo padre, nonostante le violenze da lui commesse, non è un segno di debolezza né un errore, ma la manifestazione di ciò che, in ottica sistemico-relazionale, viene chiamato "lealtà invisibile": il legame con un genitore non si spezza con la violenza e il suo dolore esprime il lutto per il padre che avrebbe voluto e meritato di avere. Il fatto di essere salita in macchina per proteggere sua madre mostra come lei sia stata "parentificata", assumendo il ruolo di protettrice degli adulti quando invece avrebbe dovuto essere solo una bambina tutelata. Ciò che questa situazione ha lasciato in lei è evidente sia nella sua grande sensibilità, sia nell'aver costruito un'identità rigorosamente opposta a quella paterna ("non bevo, non fumo, sono buona"). Tuttavia, definirsi "ingenua" e provare ansia di fronte alla velocità sono i segnali con cui il suo corpo le ricorda il terrore e la paura di perdere il controllo che ha vissuto. Per evitare che questo passato influenzi le sue future scelte affettive, rischiando di riprodurre dinamiche di salvataggio o di sottomissione, le consiglio vivamente di intraprendere un percorso di psicoterapia ad orientamento sistemico-relazionale. Un terapeuta potrà aiutarla a elaborare questi traumi, consentendole di passare dal ruolo di "bambina protettrice" a quello di donna libera di definire i propri confini con sicurezza e senza sensi di colpa.
Buongiorno, sicuramente le dinamiche di violenza domestica possono aver strutturato una dimensione traumatica importante che non le consente di vivere a pieno e serenamente la sua vita ancora oggi, dove magari basta poco per potersi agitare o angosciare. L' invito sarebbe quello di fare un bel lavoro su di sé, affinché con il tempo, possa venire fuori da tutto sto dolore, sta sofferenza, e questi ricordi lancinanti. Cordiali saluti Dott. Diego Ferrara
Salve, ciò che racconta è una storia tutt'altro che semplice e, soprattutto, è importante non sottovalutare quanto possa essere stato difficile vivere da bambina situazioni nelle quali la persona che avrebbe dovuto rappresentare sicurezza e protezione era, al tempo stesso, fonte di paura. Una bambina che assiste a violenza, minacce, abuso di alcol e comportamenti imprevedibili può imparare molto presto a stare in allerta, a controllare l'ambiente e a preoccuparsi continuamente che possa accadere qualcosa. Il fatto che lei volesse rimanere accanto a sua madre per proteggerla, ad esempio, fa pensare a quanto si sia sentita investita di una responsabilità che non avrebbe dovuto appartenere a una bambina. Oggi alcune delle sue reazioni potrebbero essere collegate a quelle esperienze. L'ansia quando qualcuno guida velocemente, per esempio, potrebbe essere una risposta appresa dal suo sistema di allarme: nella sua infanzia la velocità e l'imprevedibilità erano associate a situazioni realmente pericolose. Anche alcune caratteristiche che gli altri definiscono come "ingenuità", dolcezza o bontà non devono necessariamente essere considerate un problema; tuttavia, sarebbe interessante capire se, in alcune relazioni, lei tende a fidarsi molto, a mettere i bisogni degli altri davanti ai propri o a tollerare comportamenti che la fanno stare male. C'è poi un aspetto particolarmente importante: il fatto che oggi lei provi dispiacere e pianga per suo padre, nonostante ciò che ha vissuto. Non è affatto una contraddizione. È possibile voler bene a un genitore e contemporaneamente riconoscere che alcuni suoi comportamenti sono stati dannosi e spaventosi. Comprendere questo può aiutarla a liberarsi dall'idea che, per riconoscere la sofferenza subita, debba necessariamente smettere di volergli bene. Non è possibile stabilire da un racconto quali conseguenze psicologiche specifiche abbiano lasciato quelle esperienze. Però credo che valga la pena esplorare con uno psicologo quanto quelle paure siano ancora presenti oggi, il modo in cui vive la fiducia e la sicurezza nelle relazioni e quanto spesso senta di dover "controllare" ciò che accade per evitare che qualcosa vada storto. Il fatto che lei sia riuscita a crescere mantenendo sensibilità, affetto e attenzione verso gli altri dice anche qualcosa della sua capacità di affrontare ciò che ha vissuto. Non deve però trasformare questa capacità di resistere in un obbligo a sopportare sempre tutto. Le mando un caloroso saluto Dott. Michele Basigli Perugia
Salve. Mi dispiace molto leggere la sua condivisione. Da bambina si è trovata dentro una situazione nella quale una figura che avrebbe dovuto rappresentare protezione e sicurezza poteva diventare, soprattutto quando beveva o faceva uso di sostanze, fonte di paura e imprevedibilità. E lei, pur essendo una bambina, sembra aver assunto anche una posizione di vigilanza nei confronti di sua madre: seguirli, voler salire in macchina con loro, preoccuparsi di non lasciarla sola. In qualche modo ha cercato di proteggere chi avrebbe dovuto proteggere lei. Esperienze di questo tipo possono lasciare delle tracce anche quando, crescendo, non ci si percepisce come persone “traumatizzate”. Possono contribuire, per esempio, a una maggiore sensibilità verso i conflitti, l’aggressività, la perdita di controllo o le situazioni imprevedibili. L’ansia quando qualcuno guida velocemente potrebbe essere anche comprensibile alla luce della sua storia: non significa necessariamente che ci sia un disturbo, ma che il suo sistema di allerta potrebbe aver imparato molto presto che perdere il controllo può essere pericoloso. Anche il fatto che lei oggi venga descritta come dolce, buona, ingenua e che non faccia uso di alcol o sostanze merita di essere guardato senza giudizio. A volte, nelle famiglie caratterizzate da imprevedibilità e paura, i figli sviluppano modalità molto attente a mantenere la tranquillità, evitare il conflitto e non creare ulteriori problemi. Non significa però che questi aspetti della sua personalità siano necessariamente “conseguenze” del passato: sono caratteristiche che andrebbero comprese all’interno della sua storia complessiva. E c’è un altro elemento importante: il fatto che oggi le dispiaccia per suo padre e che abbia pianto per lui non cancella ciò che ha subito. Si può voler bene a un genitore, provare compassione per la sua storia e contemporaneamente riconoscere la paura che ha fatto vivere alla propria famiglia. Le relazioni familiari raramente sono fatte soltanto di amore oppure soltanto di dolore. Più che chiedersi se questa storia l’abbia “rovinata”, potrebbe essere interessante chiedersi che cosa ha imparato, da bambina, sulle relazioni, sulla sicurezza, sul dover proteggere gli altri e sul poter o non poter esprimere la propria paura. Sono domande che, se sente che alcune di queste esperienze continuano a influenzarla, potrebbe esplorare con uno psicoterapeuta: non per cercare un’etichetta, ma per dare un significato alla sua storia e distinguere ciò che appartiene al passato da ciò che oggi è realmente suo.
Buongiorno, quello che ha vissuto durante l’infanzia non è stato semplicemente assistere a qualche litigio tra genitori. Da bambina si è trovata ripetutamente esposta a situazioni nelle quali non poteva prevedere con certezza cosa sarebbe successo: suo padre beveva, diventava aggressivo, seguiva sua madre per casa, talvolta arrivava alla violenza fisica, guidava in modo che vi spaventava e, soprattutto, lei sentiva di dover controllare ciò che accadeva per assicurarsi che sua madre fosse al sicuro. È comprensibile chiedersi oggi che traccia possa aver lasciato tutto questo. Non è possibile stabilire attraverso un racconto quali conseguenze specifiche abbia avuto su di lei, né sarebbe corretto attribuirle un’etichetta. È però possibile comprendere alcuni meccanismi che esperienze del genere possono favorire. Quando un bambino cresce in un ambiente nel quale la stessa persona può essere contemporaneamente un genitore amato e una fonte di paura, impara molto presto a osservare l’ambiente. Può diventare particolarmente attento al tono della voce, agli stati d’animo degli adulti, ai segnali che potrebbero anticipare un litigio, all’alcol assunto, alla velocità dell’automobile, a qualsiasi elemento che permetta di capire in anticipo se stia per succedere qualcosa. Da bambina, in un certo senso, questa attenzione aveva una funzione. Se suo padre era ubriaco e lei temeva che potesse comportarsi male con sua madre, seguirli, controllare la situazione o voler essere presente poteva darle almeno l’impressione di poter fare qualcosa. Ovviamente non spettava a una bambina proteggere un genitore dall’altro, ma un bambino non ragiona in questi termini. Può semplicemente sentire: "se resto vicino alla mamma forse posso controllare quello che succede". Il problema è che alcune modalità apprese in periodi di reale instabilità possono rimanere attive anche quando si diventa adulti. In una prospettiva cognitivo comportamentale sarebbe quindi interessante capire se oggi il suo sistema di allarme tenda ad attivarsi molto rapidamente quando riconosce qualcosa che assomiglia alle situazioni vissute allora. L’esempio della velocità in automobile è molto significativo. Per altre persone una macchina che procede velocemente può essere soltanto fastidiosa. Per lei può richiamare qualcosa di molto più antico: velocità, perdita di controllo, paura, impossibilità di fermare chi sta guidando. Il corpo può reagire prima ancora che lei abbia formulato consapevolmente un pensiero. Può comparire tensione, ansia, bisogno che l’altra persona rallenti, attenzione continua alla strada. Questo non significa necessariamente che lei stia "esagerando". Significa che quella situazione potrebbe avere per lei un significato emotivo particolare, costruito attraverso esperienze reali. Anche il fatto che oggi venga descritta come una persona dolce, buona o ingenua non è in contraddizione con ciò che ha vissuto. A volte ci si aspetta quasi che chi cresce assistendo alla violenza debba necessariamente diventare aggressivo a sua volta. Non funziona così. Le persone possono sviluppare risposte molto diverse. Qualcuno può diventare particolarmente sensibile alla sofferenza degli altri, evitare fortemente il conflitto, cercare di non fare mai del male, preoccuparsi molto delle persone amate oppure avere difficoltà a tollerare situazioni nelle quali qualcuno è arrabbiato. Sarebbe interessante capire se una parte della sua dolcezza sia semplicemente una caratteristica autentica del suo carattere e se, accanto a questa, esista anche la tendenza a essere molto accomodante per evitare tensioni. Per esempio, potrebbe essere utile osservare come reagisce quando qualcuno si arrabbia con lei. Riesce a sostenere il conflitto oppure sente immediatamente il bisogno di calmare l’altra persona? Ha paura quando qualcuno alza la voce? Le capita di controllare molto l’umore degli altri? Si sente facilmente responsabile del loro benessere? Tende a tollerare comportamenti che la fanno stare male perché teme ciò che potrebbe accadere mettendo un limite? Non significa che tutte queste cose debbano necessariamente riguardarla. Sono semplicemente alcuni aspetti che avrebbe senso esplorare per comprendere che cosa abbia realmente lasciato la sua storia, invece di partire da conclusioni generiche. Un altro tema importante potrebbe essere proprio quello della responsabilità. Lei racconta che da bambina voleva andare in macchina con i suoi genitori perché aveva paura di lasciare sua madre sola con suo padre. È un’immagine molto forte, perché mostra una bambina che cerca di occupare una posizione di protezione. Un bambino, però, non dovrebbe avere il compito di controllare se un adulto farà del male a un altro adulto. Crescendo, quella modalità può qualche volta trasformarsi nella sensazione che, se una persona a cui vogliamo bene sta male, dobbiamo intervenire. Oppure nella difficoltà a separarci emotivamente dai problemi familiari perché una parte di noi continua a sentirsi necessaria. Anche il rapporto con suo padre merita una considerazione importante. Dice che, nonostante ciò che ha fatto e nonostante sia finito in carcere, le dispiace e ha pianto. Questo non è affatto incomprensibile. Le emozioni verso un genitore non obbediscono a un processo semplice nel quale, se una persona si è comportata male, allora automaticamente si smette di volergli bene. Può essere arrabbiata con suo padre, riconoscere la gravità di alcuni suoi comportamenti e nello stesso tempo sentirne la mancanza, provare pena per lui, ricordare momenti positivi o desiderare che fosse stato diverso. Non è necessario scegliere una sola versione di lui. Può essere suo padre, una persona verso cui prova affetto, e contemporaneamente una persona che ha avuto comportamenti che l’hanno spaventata e che hanno fatto soffrire la sua famiglia. A volte uno dei passaggi più difficili consiste proprio nel permettersi questa complessità senza pensare: "se mi dispiace per lui allora sto giustificando ciò che ha fatto", oppure, al contrario, "se riconosco quello che ha fatto allora significa che non gli voglio bene". Le due cose possono convivere. Potrebbe essere importante anche comprendere che cosa significa per lei oggi essere "una brava ragazza". Il fatto che non beva e non fumi può essere semplicemente una sua scelta personale, e va rispettata come tale. Ma potrebbe essere interessante chiedersi se, oltre alla preferenza, esista anche un bisogno di essere molto diversa da suo padre. A volte chi cresce accanto a comportamenti vissuti come caotici costruisce interiormente una regola molto forte: "io non sarò mai così". Questa regola può persino essere utile, ma se diventa troppo rigida può trasformarsi nel bisogno di controllarsi continuamente e di non permettersi mai di sbagliare, arrabbiarsi o perdere il controllo. Anche questo è qualcosa che eventualmente potrebbe essere esplorato. Il punto quindi non è chiedersi soltanto "che trauma mi ha lasciato?", come se dovesse necessariamente esserci una conseguenza precisa. Sarebbe più utile chiedersi quali collegamenti esistano tra ciò che ha imparato allora e il modo in cui oggi reagisce alle situazioni. Per esempio: una persona guida velocemente, il suo corpo si allarma, compare il pensiero che possa succedere qualcosa e sente il bisogno che rallenti. Oppure qualcuno alza la voce, lei percepisce immediatamente pericolo e cerca di calmare la situazione. Oppure una persona cara è in difficoltà e lei sente di dover intervenire. Ricostruire questi collegamenti permette di capire quali reazioni appartengano al presente e quali siano, almeno in parte, state allenate dalle esperienze passate. Un percorso psicologico potrebbe essere molto utile proprio in questo senso, e non necessariamente perché lei oggi debba stare "molto male". Potrebbe essere uno spazio per comprendere quanto la bambina che doveva stare attenta a ciò che succedeva continui, in alcune situazioni, a influenzare la donna di ventitré anni che è diventata. Un lavoro ad orientamento cognitivo comportamentale potrebbe aiutarla a riconoscere i pensieri automatici che compaiono nelle situazioni di allarme, il significato che attribuisce alla perdita di controllo, il rapporto con il conflitto, l’eventuale tendenza a sentirsi responsabile degli altri e il modo in cui reagisce quando qualcosa le ricorda, anche indirettamente, ciò che ha vissuto. Non si tratterebbe di trascorrere necessariamente mesi a raccontare soltanto il passato. Il passato sarebbe utile nella misura in cui permette di comprendere meglio il presente: perché alcune cose la toccano molto, perché certe situazioni attivano una risposta così forte e quali schemi ha imparato a utilizzare per sentirsi al sicuro. Potrebbe essere importante anche lavorare affinché oggi riesca progressivamente a distinguere una situazione realmente pericolosa da una situazione che il suo sistema di allarme interpreta come tale perché somiglia a qualcosa già vissuto. Questo non significa convincersi che ogni paura sia irrazionale. Se qualcuno guida in modo pericoloso, chiedergli di rallentare è perfettamente legittimo. L’obiettivo sarebbe piuttosto evitare che il passato debba decidere automaticamente il livello di paura del presente. Infine, il fatto che provi ancora dispiacere per suo padre non dovrebbe diventare un motivo per giudicarsi. Può provare affetto senza cancellare ciò che è successo. Può comprendere che lui abbia avuto una storia complessa senza trasformare questa comprensione in una giustificazione. E può riconoscere ciò che ha vissuto senza essere obbligata a costruire tutta la propria identità attorno a quelle esperienze. Forse la domanda più utile non è soltanto "cosa mi ha lasciato tutto questo?", ma anche "quanto di ciò che ho imparato allora mi serve ancora oggi e quanto, invece, posso finalmente iniziare a lasciare andare?". È proprio una domanda di questo tipo che potrebbe valere la pena approfondire con un professionista, con gradualità e senza forzare ricordi o conclusioni, per comprendere meglio il suo funzionamento e permetterle di scegliere più liberamente come vivere oggi le relazioni, il conflitto, la sicurezza e la responsabilità verso gli altri. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno, mi spiace per quello che ha vissuto. Sicuramente sarebbe utile affrontare ed elaborare tutto ciò in un percorso psicologico perchè cosa le possa aver lasciato è una cosa totalmente soggettiva. Se vuole rimango disponibile a tale scopo.
Gentile Utente, buongiorno. In base a ciò che a raccontato, ho l'impressione che ciò che ha vissuto durante l’infanzia e l’adolescenza è stato molto delicato e può averla esposta a paura, allerta e senso di responsabilità verso sua madre, oltre che a sentimenti contrastanti verso suo padre. Esperienze di questo tipo possono lasciare una maggiore ansia nelle situazioni percepite come pericolose, difficoltà a fidarsi, timore dei conflitti o la tendenza a occuparsi molto degli altri, anche quando non dipende da lei. Tuttavia, non è possibile stabilire con certezza quali conseguenze abbiano avuto senza conoscerla meglio: il fatto che lei sia dolce e sensibile non significa che sia “ingenua”, né che ci sia qualcosa che non va in lei, al contrario, in base al suo vissuto alle volte può essere inteso come un vero atto di coraggio visto che rimane educatamente aperta alle relazioni. Un percorso potrebbe aiutarla a comprendere meglio le sue reazioni, elaborare le esperienze vissute e sviluppare strumenti per gestire l’ansia. Potremmo inoltre integrare tecniche di mindfulness e lavorare sugli schemi relazionali, qualora emergessero difficoltà nei rapporti con gli altri. Come tanti altri psicologi e psicoterapeuti, la mia prima seduta è gratuita (anche online) e possiamo comprendere insieme, e in modo più dettagliato, di che tipo di percorso ha bisogno. Non c’è obbligo di un successivo appuntamento, né ad alcun altro impegno successivo. Rimango a disposizione e le auguro un sereno proseguimento di giornata.
Salve, quello che ha vissuto durante l'infanzia è stato molto impegnativo e può lasciare delle conseguenze anche molti anni dopo. Essere esposta a violenza, imprevedibilità, abuso di sostanze e alla paura che potesse accadere qualcosa a sua madre può averla portata, ad esempio, a sviluppare una forte attenzione ai segnali di pericolo e un bisogno di controllare ciò che accade intorno a lei. Anche l'ansia quando qualcuno guida velocemente potrebbe essere collegata a quelle esperienze, considerando ciò che racconta dell'atteggiamento di suo padre alla guida. E il fatto che lei oggi sia una persona dolce, non beva e non faccia uso di sostanze non è affatto in contrasto con ciò che ha vissuto: non siamo destinati a ripetere necessariamente i comportamenti dei nostri genitori. Anche il fatto che provi dispiacere e pianga per suo padre, nonostante ciò che ha fatto, è comprensibile. Si può riconoscere la gravità dei comportamenti di una persona e contemporaneamente continuare a volerle bene. Potrebbero esserci altri aspetti della sua storia che oggi influenzano il modo in cui vive le relazioni, la fiducia, la paura del conflitto o il bisogno di proteggere gli altri. Non significa però che ci sia necessariamente un disturbo. Se sente che queste esperienze continuano a condizionarla, un percorso psicologico potrebbe aiutarla a elaborarle e a comprendere meglio ciò che ancora oggi porta con sé.
Grazie di cuore per aver condiviso la sua esperienza. Quello che racconta è una storia molto dolorosa, soprattutto perché queste esperienze sono avvenute durante l'infanzia e hanno coinvolto proprio le figure dalle quali un bambino dovrebbe sentirsi protetto e al sicuro. Un'esperienza traumatica, soprattutto se proviene da un genitore, può lasciare dentro di noi ferite importanti. Per comprendere davvero come il trauma di ieri possa incidere sulla sua vita di oggi, sulle sue emozioni, sulle relazioni e sul modo in cui percepisce il pericolo e la sicurezza, sarebbe necessario affrontare un percorso psicologico approfondito. I sentimenti di dispiacere che prova per suo padre non cancellano ciò che ha subito. Si può provare affetto, dolore o compassione per una persona e, allo stesso tempo, riconoscere quanto ci abbia fatto soffrire. Un percorso potrebbe aiutarla proprio a dare un significato alla sua storia, a comprendere le tracce che ha lasciato in lei e a fare maggiore chiarezza anche sui sentimenti che ancora prova nei confronti di suo padre, senza che tutto questo debba necessariamente definire il suo futuro. Le auguro di poter trovare uno spazio in cui sentirsi finalmente al sicuro e libera di guardare alla sua storia con maggiore serenità.
Grazie per la tua condivisione così profonda ed intima. Sicuramente le esperienze che facciamo in qualche modo creano dei contorni per il nostro sentire anche da adulte e per elaborare una situazione delicata come questa c'è bisogno di un tempo dedicato all'interno di una terapia personale. Ti auguro di poter riconoscere quando alcune cose accadono ora, ma le lenti con le quali le guardi e vivi appartengono all'esperienza che hai descritto. Dott.ssa Francesca Stanca
In una casa dove il pericolo entrava spesso insieme al padre, una bambina impara in fretta a tenere d'occhio chi sembra più esposto in quel momento. Quando insisteva per salire in macchina piuttosto che lasciare sola sua madre, probabilmente non stava solo obbedendo alla paura: si era convinta, senza saperlo, che la sua presenza potesse davvero proteggerla. Un compito enorme, per una bambina. Eppure prendersene carico dava un senso a una situazione altrimenti fuori controllo. Quell'allarme, tarato su un pericolo reale, può essere rimasto acceso anche ora che il pericolo non c'è più. Un po' come un rilevatore di fumo che continua a suonare in una cucina dove non brucia niente, perché una volta, in quella casa, di fuoco ce n'era stato davvero. L'ansia quando qualcuno guida veloce potrebbe essere proprio questo: il corpo che ricorda quel periodo prima ancora che la mente lo faccia. Da piccoli non si è ancora capaci di separare bene quello che succede intorno da quello che dipende da noi: si tende a sentire che tutto ciò che accade in famiglia, nel bene e nel male, abbia in qualche modo a che fare con la propria persona. È un modo di pensare immaturo, non una colpa del bambino, ma proprio per questo può portare a conclusioni sbagliate: chi vive scene di violenza in casa può arrivare a pensare che, se succede, un motivo in lui debba pur esserci, e che quindi non meriti di essere protetto come gli altri bambini. Un'idea nata da una mente troppo piccola per capire che un genitore può avere fragilità sue, indipendenti da chi gli sta vicino, ma che può restare attiva anche molti anni dopo. Lei si descrive come una ragazza buona, ingenua, dolce, l'opposto di suo padre: vale la pena chiedersi se dietro quella bontà così definita non resti anche il timore, mai dichiarato, che un proprio errore possa in qualche modo giustificare un trattamento peggiore, o renderla meno degna di cura. Anche il dispiacere per suo padre, nonostante tutto, ha una sua logica: il legame con chi ci ha messo al mondo raramente si scioglie del tutto, anche quando in quella relazione ci sono stati paura e dolore. Portare questi fili, uno per uno, dentro un percorso con un professionista potrebbe aiutarla a guardarli con più calma, senza doverli sciogliere da sola.
Salve, quello che racconta merita innanzitutto di essere accolto con molta delicatezza, perché lei da bambina si è trovata a vivere situazioni che non avrebbero dovuto essere sulle spalle di una bambina. Non era compito suo controllare suo padre, proteggere sua madre, seguirla per assicurarsi che non le accadesse qualcosa o cercare di capire se quella sera lui fosse ubriaco, arrabbiato o pericoloso. Eppure, da quello che racconta, lei ha imparato molto presto a farlo. È molto significativo anche il fatto che oggi, a 23 anni, lei si descriva come una persona buona, dolce, ingenua, che non beve e non fuma, ma che va in ansia quando qualcuno guida velocemente. È possibile che alcune delle reazioni che oggi considera semplicemente “il suo carattere” siano invece legate anche a ciò che ha vissuto. Quando da bambini assistiamo ripetutamente a situazioni imprevedibili, minacciose o fuori dal nostro controllo, possiamo imparare a vivere con un livello di allerta molto elevato. La mente può diventare estremamente attenta ai segnali di pericolo, anche quando il pericolo non è più presente. E c'è un'immagine del suo racconto che trovo particolarmente significativa: lei bambina che vuole salire in macchina con i suoi genitori perché ha paura di lasciare sua madre sola con suo padre. È una bambina che, invece di poter pensare a giocare, sentirsi protetta e affidarsi agli adulti, si sente responsabile della sicurezza di una persona adulta. Questo tipo di esperienza può lasciare tracce profonde nel modo in cui una persona vive la sicurezza, la fiducia, il conflitto e persino le relazioni affettive. Anche il fatto che oggi la velocità in macchina le provochi ansia non va necessariamente letto come qualcosa di “strano”. Il suo corpo potrebbe aver imparato, molti anni fa, che una macchina guidata in modo pericoloso può significare paura, perdita di controllo e possibilità che accada qualcosa di grave. Il corpo spesso conserva associazioni che la nostra parte razionale non considera più necessarie. E c'è un altro elemento che mi sentirei di sottolineare: il fatto che lei provi ancora dispiacere per suo padre, che abbia pianto sapendolo in carcere, non contraddice assolutamente quello che ha vissuto. Si può essere stati feriti da un genitore e continuare ad amarlo. Si può riconoscere la gravità dei suoi comportamenti e, contemporaneamente, provare compassione per lui. Non deve scegliere tra “mio padre mi ha fatto del male” e “gli voglio bene”. Entrambe le cose possono essere vere. Anzi, forse una delle cose più importanti da esplorare sarebbe proprio questa: quanto di quella bambina che cercava di proteggere sua madre vive ancora oggi nella ragazza che deve essere sempre attenta, che percepisce rapidamente il pericolo, che potrebbe sentirsi responsabile del benessere degli altri o che fatica a lasciarsi andare completamente alla sicurezza? Mi occupo direttamente di queste tematiche e ho già incontrato storie in cui esperienze familiari caratterizzate da conflittualità, abuso di sostanze, imprevedibilità e paura hanno continuato a influenzare la persona anche molti anni dopo che gli eventi erano terminati. Questo non significa affatto che lei sia “danneggiata” o destinata a stare male. Al contrario, significa che alcune sue reazioni possono avere una storia e, proprio per questo, possono essere comprese e rielaborate. Lei oggi sembra essere diventata una persona molto diversa dall'ambiente nel quale è cresciuta: non beve, non fuma, è sensibile, attenta e sembra avere una forte consapevolezza di ciò che non vuole riprodurre nella propria vita. Ma sarebbe interessante capire se questa sua bontà e questa sua dolcezza siano sempre vissute come una libera scelta oppure se, qualche volta, siano anche un modo per evitare il conflitto, non disturbare, non far arrabbiare gli altri o mantenere intorno a sé quella sicurezza che da bambina non poteva avere. Sono domande che meritano uno spazio tutto suo, perché dietro il semplice “cosa può aver lasciato in me?” potrebbe esserci molto di più. Potrebbe esserci il modo in cui ha imparato a percepire il pericolo, a gestire la paura, a proteggere le persone che ama e a sentirsi al sicuro nelle relazioni. Se sente che alcune di queste dinamiche le appartengono ancora oggi, mi contatti. Possiamo lavorarci insieme con calma, cercando non semplicemente di eliminare l'ansia, ma di capire da dove viene e restituirle quella sensazione di sicurezza che da bambina non ha potuto avere quanto avrebbe meritato.
Vivendo queste situazioni familiari così difficili e disfunzionali, durante l'infanzia e l'adolescenza, le traiettorie evolutive dei figli possono prendere strade contrapposte: in un caso si figli possono emulare gli atteggiamenti del genitore disfunzionale, sospinti anche inconsapevolmente verso quelle strade sbagliate. Oppure, come nel tuo caso, consapevolmente hai compreso come certi atteggiamenti portino a una disarmonia totale per tutta la famiglia e quindi hai scelto la strada opposta. Tuo padre è stato per te, un perfetto esempio e modello di come "non bisogna essere". Devi essere orgogliosa di te stessa perché hai maturato grandi valori, riuscendo a distaccarti da condotte pericolose e disfunzionali, e oltretutto l'hai fatto senza provare odio, ma soltanto provando compassione e dispiacere. Quando ti sale l'ansia usa qualche tecnica immaginativa, siediti un angolo tranquillo, respira profondamente, chiudi gli occhi... immagina di essere in un contesto aperto, visualizza tuo padre che in macchina sfreccia volece, tu non hai potuto fare nulla per fermarlo pur con tutto il tuo affetto. Poi visualizza te stessa che cammini lenta mentre osservi il paesaggio e lo ammiri, godi della meraviglia della natura e apprezzi la vita, che ti restituirà molto perché lo meriti davvero.
Buongiorno, quello che racconta è una storia familiare molto intensa, soprattutto considerando che lei era una bambina e si è trovata più volte esposta a situazioni di paura, imprevedibilità e violenza tra i suoi genitori. In particolare, colpisce il fatto che già da piccola sentisse di dover stare accanto a sua madre, fino a volerla seguire o accompagnare per proteggerla quando suo padre era ubriaco o aggressivo. Un bambino non dovrebbe trovarsi nella posizione di dover proteggere un genitore, e immagino quanto possa essere stato faticoso vivere contemporaneamente la paura per ciò che poteva accadere e il desiderio di tenere insieme la propria famiglia. Esperienze di questo tipo possono lasciare delle tracce, ma non è possibile stabilire a distanza e sulla base di un singolo racconto esattamente quali siano nel suo caso. Potrebbero, per esempio, aver contribuito a sviluppare una maggiore attenzione ai segnali di pericolo, una sensibilità particolare verso i conflitti o verso le situazioni in cui una persona perde il controllo, e una difficoltà a sentirsi completamente tranquilla quando percepisce che qualcosa potrebbe diventare imprevedibile. Anche l'ansia che descrive quando qualcuno va velocemente in macchina potrebbe avere un significato in questa direzione, considerando che proprio la velocità e i comportamenti rischiosi di suo padre erano associati, nella sua esperienza, alla paura che potesse accadere qualcosa. Mi sembra però importante non leggere soltanto queste caratteristiche come delle conseguenze negative. Il fatto che lei si descriva come dolce, sensibile e attenta agli altri potrebbe essere anche il risultato di un modo che ha sviluppato per orientarsi nelle relazioni e cercare sicurezza. Sarebbe interessante comprendere, però, se questa sua attenzione verso gli altri oggi le permetta di costruire relazioni soddisfacenti oppure se, in alcune situazioni, la porti a mettere i bisogni altrui davanti ai propri, a sentirsi responsabile del benessere delle persone che ama o ad avere difficoltà a riconoscere e proteggere i propri confini. Anche il fatto che, nonostante tutto ciò che è accaduto, lei provi dispiacere per suo padre e abbia pianto per la sua situazione non è affatto una contraddizione. Si può avere paura di una persona, essere stati feriti da alcuni suoi comportamenti e, contemporaneamente, continuare a volerle bene, provare compassione o desiderare che stia meglio. Le relazioni familiari raramente sono riducibili a sentimenti semplici e univoci, soprattutto quando coinvolgono figure genitoriali. Forse la domanda più interessante, quindi, non è soltanto "che cosa mi ha lasciato questa situazione?", ma anche "in che modo ciò che ho vissuto continua eventualmente a entrare nelle mie relazioni e nel modo in cui affronto la paura, il conflitto e il bisogno di proteggere le persone a cui voglio bene?". Questo sarebbe un aspetto molto utile da esplorare all'interno di un percorso psicologico, ricostruendo la sua storia familiare e osservando come le esperienze vissute allora possano dialogare con il suo modo attuale di stare nelle relazioni. Il fatto che oggi riesca a raccontare con tanta chiarezza ciò che ha vissuto è già un elemento importante, non significa necessariamente che quelle esperienze debbano determinare il suo presente. Comprenderne il significato può aiutarla a distinguere ciò che appartiene alla sua storia da ciò che desidera scegliere per sé oggi. Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona giornata.
Quello che racconta descrive un’infanzia nella quale, accanto alla presenza e alle cure dei suoi genitori, ha vissuto anche situazioni di paura, imprevedibilità e violenza. Per una bambina assistere a episodi di questo tipo può essere molto destabilizzante, soprattutto quando sente di dover controllare ciò che accade o proteggere un genitore. Il fatto che da piccola volesse rimanere accanto a sua madre quando suo padre aveva bevuto, ad esempio, fa pensare a quanto precocemente abbia imparato a stare in allerta e a preoccuparsi della sicurezza degli altri. In alcune persone esperienze simili possono lasciare una maggiore sensibilità al pericolo, ansia in determinate situazioni, bisogno di controllo, difficoltà a sentirsi completamente al sicuro oppure una tendenza a occuparsi molto degli altri. Il fatto che oggi la velocità in automobile le provochi ansia potrebbe avere un collegamento con quelle esperienze, anche se naturalmente non è possibile stabilirlo con certezza attraverso un forum. Anche il dispiacere che prova per suo padre, nonostante ciò che è accaduto, non è necessariamente contraddittorio. I legami affettivi possono contenere contemporaneamente paura, rabbia, affetto, delusione e compassione. Essere stata ferita dal comportamento di un genitore non significa automaticamente smettere di volergli bene. Più che chiedersi quale “etichetta” abbiano lasciato queste esperienze, potrebbe essere utile domandarsi quanto oggi influenzino il suo modo di vivere le relazioni, la paura, il conflitto, la fiducia e il bisogno di proteggere gli altri. Se sente che alcuni di questi aspetti le provocano sofferenza, un percorso psicologico potrebbe aiutarla a ricostruire il significato di ciò che ha vissuto e a distinguere ciò che appartiene al passato da ciò che oggi continua ad attivarsi nel presente.
Buongiorno piacere Matilde Quello che ha vissuto da bambina non è qualcosa di “poco importante” e non mi stupisce che oggi si chieda che cosa possa aver lasciato dentro di lei. Essere esposti ripetutamente a litigi, minacce, aggressività e alla paura che possa accadere qualcosa a una persona che amiamo può portare un bambino a vivere in uno stato di allerta, cercando continuamente di capire se e quando potrebbe succedere qualcosa di pericoloso. Mi ha colpito molto quando racconta che, da bambina, cercava di non lasciare sua madre da sola e arrivava a voler andare in macchina con loro proprio per paura di ciò che avrebbe potuto accadere. A quell’età non avrebbe dovuto essere lei a sentirsi responsabile della sicurezza della mamma. È possibile che abbia imparato molto presto a monitorare l’ambiente, gli stati d’animo degli altri e i segnali che potevano anticipare un pericolo. Questo può aiutare a comprendere anche alcuni aspetti che racconta di sé oggi, come l’ansia quando è in macchina ad alta velocità. Non significa naturalmente che ogni sua reazione attuale dipenda necessariamente da quelle esperienze, ma il nostro modo di reagire alle situazioni può essere influenzato anche da ciò che abbiamo imparato molto presto a percepire come pericoloso. E vorrei sottolineare un’altra cosa: il fatto che lei oggi si descriva come una persona dolce, tranquilla, che non beve e non fuma, non cancella ciò che ha vissuto e non significa che quelle esperienze non abbiano avuto un impatto. Al contrario, spesso le persone che crescono in contesti imprevedibili sviluppano una grande attenzione verso gli altri e un forte desiderio di mantenere intorno a sé serenità e stabilità. Non è possibile stabilire da qui quali conseguenze specifiche abbiano avuto quelle esperienze, ma se sente che alcune paure, l’ansia o il bisogno di controllare ciò che accade continuano a condizionarla, potrebbe essere molto utile parlarne con uno psicologo. Un percorso potrebbe aiutarla non soltanto a comprendere meglio il legame con il passato, ma soprattutto a distinguere ciò che appartiene a quella bambina che doveva stare all’erta da ciò che oggi, da adulta, non ha più bisogno di affrontare nello stesso modo. E forse la cosa più importante è questa: quella bambina ha fatto quello che poteva per sentirsi al sicuro. Oggi può imparare, con il tempo, che non deve più essere lei a proteggere tutti e che può sentirsi al sicuro anche senza rimanere continuamente in allerta. Spero di averla aiutata
Buongiorno, ciò che ha vissuto da bambina non è stato semplicemente “assistere ai litigi” dei suoi genitori. Nel suo racconto compaiono paura, minacce, comportamenti imprevedibili, abuso di alcol e sostanze e anche episodi di violenza fisica nei confronti di sua madre. Lei, ancora bambina, arrivava persino a voler essere presente per paura di lasciarla sola. Non è possibile stabilire da queste righe “che cosa le abbia lasciato” tutto questo come se esistesse una conseguenza uguale per tutti. Mi sembra però significativo osservare come lei abbia imparato molto presto a stare attenta a ciò che accadeva intorno a sé, soprattutto quando percepiva un possibile pericolo. Anche l'ansia che oggi sente quando qualcuno guida velocemente può avere un significato comprensibile nella sua storia: da bambina quella situazione non rappresentava semplicemente la velocità di un'automobile, ma era associata alla paura, alla perdita di controllo e all'impossibilità di sentirsi al sicuro. C'è poi un altro elemento importante: il fatto che oggi le dispiaccia per suo padre e che abbia pianto sapendolo in carcere non cancella ciò che ha fatto né rende contraddittori i suoi sentimenti. È possibile provare affetto per un genitore e, contemporaneamente, riconoscere la sofferenza e la paura che alcuni suoi comportamenti hanno provocato. Mi colpisce infine che senta il bisogno di descriversi come “buona”, “ingenua”, “dolce”, precisando che non beve e non fuma. Forse, più che cercare quali “segni” dovrebbe avere dopo ciò che ha vissuto, potrebbe essere importante comprendere come quell'ambiente familiare abbia contribuito al suo modo di percepire il pericolo, di prendersi cura degli altri e di stare oggi nelle relazioni. Se sente che questi vissuti continuano ad avere spazio nella sua vita, un percorso psicologico potrebbe permetterle di ripercorrerli non per cercare necessariamente qualcosa che “non va” in lei, ma per distinguere ciò che apparteneva a quella bambina, costretta a convivere con situazioni più grandi di lei, da ciò che oggi può scegliere e costruire come adulta. Un caro saluto, Dott.ssa Cinzia Scirè Psicologa e Mediatrice Familiare
In età adulta, esperienze di questo tipo possono talvolta riflettersi sull'ansia, sulla fiducia negli altri, sulla gestione del conflitto, sulla necessità di sentirsi in controllo o sulle modalità con cui ci si prende cura delle persone che si amano. Il fatto che lei si ponga questa domanda può essere una buona occasione per comprendere meglio cosa di quella storia appartenga al passato e cosa, eventualmente, continui a influenzare il suo modo di vivere il presente. Sono disponibile a fornirle il mio supporto personale Dott.ssa Elena Sofia Papanikolaou
Mi dispiace per quello che ha vissuto. Crescere in un ambiente in cui ci sono paura, imprevedibilità, abuso di alcol o sostanze, minacce e violenza tra i genitori può lasciare tracce profonde, anche quando da adulti si appare “forti” o molto funzionali. Non significa che debba necessariamente sviluppare un disturbo, ma può restare una maggiore sensibilità al pericolo, difficoltà a sentirsi davvero al sicuro, bisogno di controllare ciò che accade, paura quando qualcuno guida velocemente, tendenza a prendersi cura degli altri o a sentirsi responsabile del loro benessere. Il fatto che da bambina volesse stare in macchina con i suoi genitori per proteggere sua madre dice quanto presto abbia dovuto assumere un ruolo emotivamente troppo grande per la sua età. È importante anche sapere che può provare dispiacere per suo padre nonostante ciò che è accaduto: affetto e dolore possono convivere. Credo che per lei sarebbe molto utile iniziare un supporto psicologico, proprio per comprendere cosa di quella storia è ancora presente oggi e quali aspetti invece appartengono al passato. Se vuole, può prenotare una consulenza con me, online o in presenza; può anche scrivermi direttamente per approfondire e consultare la mia agenda per verificare le disponibilità. un caro saluto. Dott. Giulio Blasilli
Gentile utente, quello che ha vissuto da bambina è stato un contesto molto impegnativo, nel quale si è trovata più volte a percepire paura e imprevedibilità, arrivando persino a sentirsi responsabile di proteggere sua madre. È possibile che esperienze di questo tipo lascino una maggiore sensibilità verso le situazioni di conflitto, di perdita di controllo o di pericolo. Anche l'ansia quando qualcuno guida velocemente potrebbe essere collegata a ciò che ha sperimentato, ma non è possibile stabilirlo con certezza attraverso poche righe. Il fatto che oggi lei sia una persona dolce, attenta e che abbia scelto di non bere o fare uso di sostanze non cancella ciò che ha vissuto, ma racconta anche il modo in cui ha costruito se stessa nonostante quelle esperienze. E il fatto che provi dispiacere per suo padre, arrivando a piangere per ciò che gli accade, non significa che debba giustificare i suoi comportamenti: si può voler bene a qualcuno e contemporaneamente riconoscere il dolore e la paura che ha provocato. Potrebbe esserle utile, se sente che queste esperienze continuano a condizionarla, approfondirle con un professionista, non perché ci sia qualcosa che non va in lei, ma per dare un significato alla sua storia e comprendere meglio ciò che ancora oggi porta con sé. Un caro saluto.
Buongiorno, grazie per aver condiviso una parte così importante e delicata della sua storia. Crescere in un ambiente familiare caratterizzato da paura, imprevedibilità, uso di sostanze e comportamenti aggressivi può avere un impatto significativo sullo sviluppo, anche quando insieme alle difficoltà ci sono stati affetto e attenzione da parte dei genitori. L'infanzia è infatti il periodo in cui iniziamo a costruire il nostro modo di percepire noi stessi, gli altri e il mondo che ci circonda, e le relazioni con le figure di riferimento possono influenzare anche il modo in cui successivamente viviamo le relazioni e le situazioni che percepiamo come pericolose. Il fatto che oggi, per esempio, la velocità in macchina le provochi ansia potrebbe essere comprensibile alla luce delle esperienze che ha vissuto, ma non è possibile stabilire da un messaggio quali siano esattamente gli effetti che questa storia ha avuto su di lei. Essere oggi una persona dolce, sensibile e attenta non cancella ciò che ha vissuto da bambina, così come il fatto che suo padre abbia avuto comportamenti molto problematici non significa che lei debba necessariamente averne sviluppato delle conseguenze evidenti. Potrebbero però esserci aspetti della sua esperienza che non ha ancora avuto modo di elaborare pienamente. Per questo potrebbe essere utile parlarne in psicoterapia, non perché ci sia necessariamente qualcosa che “non va” in lei, ma per comprendere meglio ciò che queste esperienze hanno lasciato, dare un significato alle sue reazioni e capire se alcune modalità che oggi la accompagnano hanno origine anche in quel periodo della sua vita. Rimango disponibile se desidera approfondire ulteriormente la situazione.
Gentile Utente, più che chiederci in astratto che cosa questa storia “possa averle lasciato”, credo sia importante partire da ciò che racconta di quella bambina. Mentre suo padre beveva, diventava aggressivo o guidava in modo che percepivate come pericoloso, lei non poteva semplicemente essere una bambina: **osservava quello che succedeva, aveva paura e cercava persino di non lasciare sola sua madre**. In qualche modo sembrava sentirsi responsabile di esserci, controllare e proteggere. Esperienze di questo tipo possono lasciare una particolare sensibilità verso le situazioni nelle quali si percepisce di perdere il controllo o di non sapere che cosa farà l'altro. L'ansia che oggi prova quando qualcuno guida velocemente, ad esempio, può essere comprensibile alla luce della sua storia, senza che questo significhi necessariamente che ogni sua caratteristica attuale debba essere ricondotta al passato. Mi incuriosisce anche il modo in cui si descrive: *“sono una ragazza buona, ingenua, dolce, non bevo, non fumo”*. Mi chiederei quanto questa identità appartenga semplicemente a ciò che lei è e quanto, eventualmente, sia stata costruita anche **in contrapposizione a ciò che da bambina l'ha spaventata**: “io non voglio essere come lui”. E c'è un altro elemento importante: nonostante tutto ciò che suo padre ha fatto, quando è finito in carcere lei ha sofferto e ha pianto. Non c'è nulla di contraddittorio. Possiamo essere stati profondamente feriti da una persona e continuare ad amarla, desiderarla come genitore o provare dolore per ciò che le accade. Forse oggi potrebbe essere prezioso esplorare non soltanto ciò che questa storia le ha tolto, ma anche **quali ruoli ha imparato ad assumere nelle relazioni**: tende ancora a preoccuparsi molto degli altri? A proteggerli? A sentirsi responsabile del loro benessere? A mettere in secondo piano ciò che prova lei? Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a conoscere quella bambina che ha dovuto prestare tanta attenzione agli adulti e, oggi, permetterle di comprendere chi desidera essere al di là della storia della sua famiglia. Un cordiale saluto, Marica Romano Psicologa
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