da qualche tempo sono bloccato in un problema riguardante a pensieri "autoreferenziali"; in pratica
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da qualche tempo sono bloccato in un problema riguardante a pensieri "autoreferenziali"; in pratica quando voglio concentrarmi su qualcosa (X) mi arrivano pensieri tipo: "devo lasciare andare anche questo stesso pensiero" o "sto pensando che devo smettere di pensare". Il problema è che queste frasi parlano di sé stesse e mi sembra un paradosso..mi chiedo "come faccio a lasciare andare proprio il pensiero di lasciare andare?"; questo mi genera confusione, paura di rimanere intrappolato nel loop dei pensieri di mania. So che in teoria dovrei "spostare l'attenzione" ma quando il pensiero è autoreferenziale mi blocco e non so come trattarlo. vorrei capire come affrontare questi pensieri senza entrarci dentro e vivere con serenità.
Buonasera,
Capisco bene la fatica che sta vivendo: i pensieri autoreferenziali, quelli che parlano di sé stessi “devo lasciare andare questo stesso pensiero”, “sto pensando che devo smettere di pensare”, possono creare la sensazione di un paradosso, come se fosse intrappolato in un gioco mentale senza uscita. È un’esperienza molto comune quando c’è molta vigilanza interna e il bisogno di “fare la cosa giusta” con la mente.
Il punto centrale è che il problema non è il contenuto del pensiero, ma il fatto che lei sente di doverci fare qualcosa subito. Più prova a risolverlo, più il pensiero diventa appiccicoso. In realtà, questi pensieri funzionano come un riflesso: si accendono, dicono ciò che dicono, e poi possono spegnersi da soli se lei non entra nella lotta con loro.
Quando arriva un pensiero autoreferenziale, non deve convincersi a “lasciarlo andare”. Può semplicemente riconoscerlo: “Eccolo, è uno di quei pensieri.” Non serve rispondere, né capire come “lasciare andare il lasciar andare”: è proprio questa ricerca di soluzione che lo blocca.
Lei può provare a dare al pensiero un posto più largo: lasciarlo parlare in sottofondo mentre continua ciò che stava facendo, come si farebbe con un rumore lontano. Non è un controllo, è una forma di gentile distanza. Nel tempo la mente impara che non c’è un pericolo da gestire.
Un saluto,
Dott.ssa Susanna Brandolini
Capisco bene la fatica che sta vivendo: i pensieri autoreferenziali, quelli che parlano di sé stessi “devo lasciare andare questo stesso pensiero”, “sto pensando che devo smettere di pensare”, possono creare la sensazione di un paradosso, come se fosse intrappolato in un gioco mentale senza uscita. È un’esperienza molto comune quando c’è molta vigilanza interna e il bisogno di “fare la cosa giusta” con la mente.
Il punto centrale è che il problema non è il contenuto del pensiero, ma il fatto che lei sente di doverci fare qualcosa subito. Più prova a risolverlo, più il pensiero diventa appiccicoso. In realtà, questi pensieri funzionano come un riflesso: si accendono, dicono ciò che dicono, e poi possono spegnersi da soli se lei non entra nella lotta con loro.
Quando arriva un pensiero autoreferenziale, non deve convincersi a “lasciarlo andare”. Può semplicemente riconoscerlo: “Eccolo, è uno di quei pensieri.” Non serve rispondere, né capire come “lasciare andare il lasciar andare”: è proprio questa ricerca di soluzione che lo blocca.
Lei può provare a dare al pensiero un posto più largo: lasciarlo parlare in sottofondo mentre continua ciò che stava facendo, come si farebbe con un rumore lontano. Non è un controllo, è una forma di gentile distanza. Nel tempo la mente impara che non c’è un pericolo da gestire.
Un saluto,
Dott.ssa Susanna Brandolini
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Gentile utente,
quello che descrive è un fenomeno abbastanza comune nei pensieri ossessivi: quando il pensiero riguarda sé stesso o il “pensare”, può sembrare un paradosso e generare ansia. La difficoltà nasce proprio dal volerlo controllare o risolvere subito.
Un modo per affrontarlo è osservarlo senza giudizio, senza cercare di eliminarlo: accettare che il pensiero ci sia, senza entrarci dentro o discuterne, può ridurre progressivamente l’ansia. Spostare l’attenzione su un’attività concreta o sul momento presente aiuta a interrompere il loop.
Se questi pensieri diventano troppo intensi o frequenti, parlarne con uno psicologo può fornire strumenti mirati per gestirli e vivere con più serenità. Un caro saluto
quello che descrive è un fenomeno abbastanza comune nei pensieri ossessivi: quando il pensiero riguarda sé stesso o il “pensare”, può sembrare un paradosso e generare ansia. La difficoltà nasce proprio dal volerlo controllare o risolvere subito.
Un modo per affrontarlo è osservarlo senza giudizio, senza cercare di eliminarlo: accettare che il pensiero ci sia, senza entrarci dentro o discuterne, può ridurre progressivamente l’ansia. Spostare l’attenzione su un’attività concreta o sul momento presente aiuta a interrompere il loop.
Se questi pensieri diventano troppo intensi o frequenti, parlarne con uno psicologo può fornire strumenti mirati per gestirli e vivere con più serenità. Un caro saluto
Capisco bene la fatica che descrivi: quando la mente sembra ripetere gli stessi pensieri su sé stessa, può nascere la sensazione di rimanere bloccato e di non riuscire a liberarsene. Questo vissuto è molto vicino al funzionamento ossessivo, dove i pensieri tendono a ripresentarsi e a imporsi anche quando vorresti lasciarli andare. Non è un difetto tuo, ma una modalità tipica delle ossessioni.
Nel modello di diagnosi interpersonale di Lorna Benjamin, questi pensieri non sono solo sintomi isolati, ma modi di stare in relazione con sé stessi e con gli altri. Spesso le ossessioni nascono come tentativi di proteggere qualcosa di importante: mantenere regole interiorizzate, controllare di non sbagliare, garantirsi di ‘fare la cosa giusta’. In questo senso, il pensiero autoreferenziale diventa una forma di auto-sorveglianza che riproduce dinamiche relazionali profonde.
Se lo desideri sono disponibile a lavorare insieme non solo per ridurre la forza di questi pensieri, ma anche per comprenderne il significato: che cosa cercano di proteggere, quale regola interiore mantengono viva. Questo ci aiuta a trasformarli da ostacolo a segnale, e a trovare modi più sereni e liberi di vivere la tua esperienza.
Un caro saluto e l'augurio di trovare presto la serenità che desideri.
Nel modello di diagnosi interpersonale di Lorna Benjamin, questi pensieri non sono solo sintomi isolati, ma modi di stare in relazione con sé stessi e con gli altri. Spesso le ossessioni nascono come tentativi di proteggere qualcosa di importante: mantenere regole interiorizzate, controllare di non sbagliare, garantirsi di ‘fare la cosa giusta’. In questo senso, il pensiero autoreferenziale diventa una forma di auto-sorveglianza che riproduce dinamiche relazionali profonde.
Se lo desideri sono disponibile a lavorare insieme non solo per ridurre la forza di questi pensieri, ma anche per comprenderne il significato: che cosa cercano di proteggere, quale regola interiore mantengono viva. Questo ci aiuta a trasformarli da ostacolo a segnale, e a trovare modi più sereni e liberi di vivere la tua esperienza.
Un caro saluto e l'augurio di trovare presto la serenità che desideri.
Buona sera e grazie per aver portato qui il suo vissuto. Come lei anticipa, è importante riuscire ad avere consapevolezza dell'essenza stessa dei pensieri, che in quanto tali, compaiono per un po' di tempo e poi scompaiono, con una sorta di ciclicità che va a dissolversi. Nella mente "non pensare all'elefante bianco"si traduce nell'immagine dell'oggetto dal quale cerchiamo di distanziarci. Se invece proviamo gradualmente ad accettare il pensiero così com'è, senza abbracciarlo, senza adottarne il significato, ma semplicemente lasciandolo scorrere, il nostro percepito nel tempo sarà meno faticoso e, pian piano più alleggerito. Possono esserle di aiuto esercizi di respirazione adeguatamente praticati, che facilitano l'acquisizione di equilibrio tra l'attivazione di cui parla e il rilassamento.
Resto a disposizione. Un caro saluto, Dott.ssa Letizia Turchetto
Resto a disposizione. Un caro saluto, Dott.ssa Letizia Turchetto
Buonasera, grazie per la condivisione. Capisco quanto questi pensieri possano crearle confusione e preoccupazione. Quando la mente inizia a generare frasi come “devo smettere di pensare” o “devo lasciare andare anche questo pensiero”, è naturale sentirsi intrappolati in un circolo che sembra non avere via d’uscita. In realtà, non è un paradosso né un segnale di qualcosa di grave, ma un meccanismo piuttosto comune quando si cerca di controllare troppo l’attività mentale.
La chiave non sta nel riuscire a “lasciare andare” quel pensiero, ma nel permettergli di esserci senza sforzarsi di eliminarlo. Può dirsi, ad esempio: “Questo pensiero può essere presente. Non devo risolverlo ora.” Quando la mente prova a riformularlo o a ripeterlo, non è necessario rispondere: è sufficiente riconoscerlo e spostarsi, con gentilezza, verso ciò che stava facendo, magari ancorandosi a qualcosa di concreto, come una sensazione corporea o un gesto pratico.
Non è necessario smettere di pensare, ma smettere di combattere con il pensiero. Può rimanere sullo sfondo, mentre lei continua a vivere il suo presente. E questo, gradualmente, restituisce serenità.
Se si tratta con comprensione e non con controllo, la mente ritrova spontaneamente equilibrio. Rimango a disposizione, un saluto.
La chiave non sta nel riuscire a “lasciare andare” quel pensiero, ma nel permettergli di esserci senza sforzarsi di eliminarlo. Può dirsi, ad esempio: “Questo pensiero può essere presente. Non devo risolverlo ora.” Quando la mente prova a riformularlo o a ripeterlo, non è necessario rispondere: è sufficiente riconoscerlo e spostarsi, con gentilezza, verso ciò che stava facendo, magari ancorandosi a qualcosa di concreto, come una sensazione corporea o un gesto pratico.
Non è necessario smettere di pensare, ma smettere di combattere con il pensiero. Può rimanere sullo sfondo, mentre lei continua a vivere il suo presente. E questo, gradualmente, restituisce serenità.
Se si tratta con comprensione e non con controllo, la mente ritrova spontaneamente equilibrio. Rimango a disposizione, un saluto.
Questi tipi di pensieri autoreferenziali possono effettivamente creare una sorta di “loop” mentale molto frustrante e da cui sembra difficile uscire. Ci sono numerose chiavi d’approccio, una di queste consiste nell’apprendere a cambiare la relazione che lei ha con il pensiero, più che tentare di eliminarlo o “lasciarlo andare”, poiché alle volte risulta difficile o controproducente.
Quando si trova nel momento in cui lei pensa “Devo lasciare andare questo pensiero” o “Sto pensando che devo smettere di pensare”, quei pensieri diventano contenuti dell’attenzione stessa e cercare di combatterli può rinforzarli. È come cercare di non pensare a un elefante rosa: più lei ci prova, più il pensiero si presenta.
Ecco alcuni approcci pratici per affrontare questo:
Notare senza giudicare
Riconosci che ti sta arrivando un pensiero autoreferenziale, ma non devi “fare” nulla rispetto a esso. Puoi semplicemente osservarlo come se fosse una nuvola che passa nel cielo, senza attaccamento, senza cercare di respingerlo o modificarlo.
Accettazione e distanziamento
Invece di “lottare” con il pensiero, provi a vederlo come un evento mentale che si presenta e se ne va, non una regola che deve seguire. Può aiutarla il provare a dare al pensiero un’etichetta neutra, etichettandola con “Pensare”, riducendo così la sua potenza emotiva.
Ancoraggio all’azione concreta
Quando si rende conto di essere intrappolato in questi loop, si focalizzi su un’attività semplice e sensoriale: percepire il respiro, sentire i piedi a terra, osservare una cosa concreta intorno. Questo potrebbe spostare l’attenzione in modo non conflittuale.
Evita di “combattere” il pensiero con un altro pensiero. Provare a spostare l’attenzione non significa generare nuovi pensieri o diventare meta-pensatori su come si pensa. Può spostare la sua curiosità verso un’attività o un’immagine che porta calma e presenza.
Progressività e gentilezza
Non pretenda di farlo subito e perfettamente. Ogni volta che prova a usare questi metodi, può compiere un piccolo passo verso il non-ingaggio con il pensiero. Questa pratica graduale riduce paura e confusione nel tempo.
In sostanza, il problema non è il contenuto del pensiero autoreferenziale, ma il modo in cui lo si interpreta e si relaziona ad esso. Invece di “lottare” si chieda: “Che succede se semplicemente lo lascio stare lì, senza fare nulla, e torno a quello che sto facendo?”
La ringrazio per la domanda stimolante e rimango a disposizione.
Quando si trova nel momento in cui lei pensa “Devo lasciare andare questo pensiero” o “Sto pensando che devo smettere di pensare”, quei pensieri diventano contenuti dell’attenzione stessa e cercare di combatterli può rinforzarli. È come cercare di non pensare a un elefante rosa: più lei ci prova, più il pensiero si presenta.
Ecco alcuni approcci pratici per affrontare questo:
Notare senza giudicare
Riconosci che ti sta arrivando un pensiero autoreferenziale, ma non devi “fare” nulla rispetto a esso. Puoi semplicemente osservarlo come se fosse una nuvola che passa nel cielo, senza attaccamento, senza cercare di respingerlo o modificarlo.
Accettazione e distanziamento
Invece di “lottare” con il pensiero, provi a vederlo come un evento mentale che si presenta e se ne va, non una regola che deve seguire. Può aiutarla il provare a dare al pensiero un’etichetta neutra, etichettandola con “Pensare”, riducendo così la sua potenza emotiva.
Ancoraggio all’azione concreta
Quando si rende conto di essere intrappolato in questi loop, si focalizzi su un’attività semplice e sensoriale: percepire il respiro, sentire i piedi a terra, osservare una cosa concreta intorno. Questo potrebbe spostare l’attenzione in modo non conflittuale.
Evita di “combattere” il pensiero con un altro pensiero. Provare a spostare l’attenzione non significa generare nuovi pensieri o diventare meta-pensatori su come si pensa. Può spostare la sua curiosità verso un’attività o un’immagine che porta calma e presenza.
Progressività e gentilezza
Non pretenda di farlo subito e perfettamente. Ogni volta che prova a usare questi metodi, può compiere un piccolo passo verso il non-ingaggio con il pensiero. Questa pratica graduale riduce paura e confusione nel tempo.
In sostanza, il problema non è il contenuto del pensiero autoreferenziale, ma il modo in cui lo si interpreta e si relaziona ad esso. Invece di “lottare” si chieda: “Che succede se semplicemente lo lascio stare lì, senza fare nulla, e torno a quello che sto facendo?”
La ringrazio per la domanda stimolante e rimango a disposizione.
Buonasera, rispondere così in poche righe non è semplice e anche difficile. Forse la risposta può essere provare a rivolgersi a forme di aiuto che passino dal corpo più che dalla mente (o come la meditazione). Unendo questo ad un percorso di aiuto psicologico. Su quest'ultimo posso essere disponibile anche online. Saluti, Dario Martelli
Buongiorno. L'unico suggerimento realistico che le si può offrire è quello di contattare uno specialista così che possa raccontare quanto le capita con questi pensieri ricorsivi e prospettare un eventuale lavoro psicoterapeutico che la accompagni per un periodo di tempo. SG
Buongiorno. Per prima cosa attivare una lotta interna per allontanare questi pensieri potrebbe generare un rinforzo degli stessi. Spostare l'attenzione pio' essere una strategia temporanea ma non risolutiva. Comprendo il disagio e quanto questo possa condizionare le sue attività quotidiane. Potrebbe essere utile approfondire la natura di questo meccanismo, per conoscerlo e affrontarlo con un percorso di consulenza psicologica, ed eventualmente una psicoterapia mirata.
Il tuo dialogo interno, rappresentabile come un bambino che tenta di rispondere alle spinte genitoriali è spesso definito "impasse". E' un lavoro interiore che andrebbe affrontato con uno specialista, così da chiarire meglio il tipo di reazione che tu, oggi nel qui ed ora, hai voluto scegliere.
Ti lascio la mia mail, rinnovando la mia disponibilità. marcoguerrovih@gmail.com
Ti lascio la mia mail, rinnovando la mia disponibilità. marcoguerrovih@gmail.com
Salve io inizierei a mettere un pò di ordine in questa confusione di pensieri, guardandoli uno ad uno e cercando il loro posto dove poterli riporli con serenità, proprio perchè ce ne si è occupati.
Tentare di eliminarli non è la soluzione, anzi aggiunge materiale alla confusione.
Tentare di eliminarli non è la soluzione, anzi aggiunge materiale alla confusione.
Carissimo, capisco benissimo il concetto da lei espresso sui pensieri autoreferenziali. Questi sono forme di meta-pensiero, ovvero, pensieri che riguardano il processo stesso del pensare. Se diventano rigidi e persistenti, possono facilmente generare ansia e la fastidiosa sensazione di "loop" mentale. Rappresentano un tentativo di "controllo cognitivo", in cui la mente cerca di gestire il proprio funzionamento, finendo per produrre concetti che parlano di sé stessa. Non si tratta di veri e propri paradossi logici, ma di semplici contenuti mentali che vengono percepiti come più significativi di quanto siano in realtà. La richiesta di "Lasciare andare il pensiero" è un tipico vicolo cieco logico che la mente non può risolvere. Più si tenta di rispondere a questo "paradosso", più si alimenta il circolo vizioso. Questo schema è un pattern comune nell'ansia e, talvolta, nel pensiero ossessivo. La chiave non è risolvere il contenuto del pensiero, ma cambiare la relazione con esso. Invece di trattarlo come un compito da risolvere, la strategia funzionale è riconoscere cosa sta accadendo e categorizzarlo come un semplice evento mentale. Ciò può aiutarla a interrompere il meccanismo e a tornare all’esperienza sensoriale o al lavoro che stava svolgendo, evitando di dare una risposta al pensiero autoreferenziale. Smettere di lavorare sui meta-pensieri riduce l’ansia e previene il loop. Li consideri come "notifiche mentali": possono comparire, ma non devono assolutamente guidare il suo comportamento o le sue azioni. Se i pensieri autoreferenziali stanno compromettendo in modo rilevante la sua quotidianità o il funzionamento lavorativo, è importante rivolgersi a un professionista della salute mentale. Un supporto qualificato potrà aiutarla a identificare le radici del meta-pensiero, sviluppare strategie efficaci per cambiare prospettiva e apprendere tecniche per osservare i pensieri senza esserne travolto, riconquistando così il controllo sulla sua attenzione e sul suo benessere emotivo. Resto a disposizione per ulteriori indicazioni o approfondimenti. Un caro saluto.
Dott.ssa Chiara Lagi
Dott.ssa Chiara Lagi
Buongiorno, ti ringrazio per aver condiviso con noi questo tema. Purtroppo questo spazio non è adatto ad affrontare direttamente la questione, dal momento che non consente un'indagine adeguata, che naturalmente sarebbe necessaria. Ma posso confermarti che attraverso un percorso terapeutico potresti trovare utili risorse per far fronte a questo loop. Come hai ben intuito non è possibile pensare di non pensare. Anzi, ti dirò di più: pensare di non pensare è pensare di più! Perchè, per poter negare il pensiero, prima lo devi pensare...si insomma, un bel problema. Non puoi purtroppo impedire al pensiero di arrivare, ma quello che puoi fare è scegliere se dargli importanza, dunque scegliere se rispondere oppure no. Individuare le "domande"/"i pensieri" degni di risposta è un passaggio fondamentale e ancor più fondamentale per interrompere la catena è bloccare la risposta. Il lavoro psicologico e terapeutico può rappresentare un'utile guida per attraversare ed uscire dai labirinti del pensiero. Nella speranza che tu possa trovare una buona guida in questo viaggio, ti auguro buona fortuna. Naturalmente resto a disposizione, Alice.
Buongiorno, capisco quanto possa essere faticoso trovarsi intrappolati in pensieri che sembrano avvitarsi su se stessi. Quando la mente inizia a commentare ciò che sta pensando, soprattutto in modo così autoreferenziale, può nascere la sensazione di essere in un circolo da cui non si riesce più a uscire. Molte persone, in momenti di stress o forte vigilanza interiore, sperimentano qualcosa di simile e si spaventano proprio perché questi pensieri sembrano sfuggire al controllo o assumere un tono quasi paradossale. Quello che descrive sembra nascere da un forte tentativo di monitorare ciò che pensa, quasi come se dovesse tenere tutto sotto osservazione per evitare che sfugga di mano. È un meccanismo che inizialmente sembra una strategia per ritrovare ordine, ma che spesso finisce per aumentare la confusione. Il punto centrale è che non c’è nulla di strano o pericoloso nel fatto che la mente produca pensieri autoreferenziali. La mente ha la tendenza naturale a commentare, analizzare, ripetere, cercare soluzioni. A volte diventa troppo insistente, ma questo non significa che ci sia qualcosa che non va in lei. La domanda che si fa, come faccio a lasciare andare proprio il pensiero di lasciare andare, è molto comune quando ci si ritrova in questo tipo di loop. La verità è che il punto non è riuscire a eliminare il pensiero, ma cambiare il modo in cui si relaziona con esso. Più prova a controllarlo, a zittirlo o a giudicarlo, più quel pensiero tenderà a ripresentarsi. È come cercare di convincere il mare a non fare onde, finendo per sentirsi sopraffatti. Può essere più utile provare a dare a quei pensieri meno importanza di quella che oggi sembrano avere. Non significa approvarli, ma riconoscerli per quello che sono, semplici eventi mentali che non richiedono necessariamente una risposta o una soluzione immediata. Anche il gesto di riportare l’attenzione su qualcosa fuori dal pensiero non è un obbligo da eseguire alla perfezione, ma una possibilità da sperimentare con gentilezza, senza forzature. Se in quel momento il pensiero è molto forte, accorgersene e dirsi che può esserci anche quello, senza entrarci dentro, è già un primo passo verso una maggiore libertà. Spesso ciò che blocca non è il contenuto del pensiero, ma la paura di rimanerci intrappolati. E invece è proprio l’atteggiamento curioso e non giudicante che permette, con il tempo, di rendere quei momenti meno minacciosi. Le può essere utile anche osservare quando questi episodi sono più frequenti, in quali situazioni, con quale livello di stress o stanchezza, perché questo può offrire un quadro più completo di ciò che sta vivendo e permetterle di trovare modalità più efficaci per stare bene. Non c’è nulla di irrevocabile in quello che sta sperimentando e non è un segnale di una perdita di controllo. È una mente che sta cercando di orientarsi, anche se in questo momento lo sta facendo con modalità che la fanno sentire in trappola. Con il giusto supporto e con un po’ di allenamento nel cambiare il modo in cui si rapporta a questi pensieri, può tornare a sentirsi più sereno e presente nella sua vita quotidiana. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno,
i pensieri autoreferenziali che descrive non sono un paradosso da risolvere: sono un punto in cui il linguaggio comincia a rivolgersi a sé stesso.
Il problema non è il contenuto del pensiero, ma il fatto che lei si sente chiamato a rispondergli. La questione, allora, non è “come lasciarlo andare”, ma come non farsi catturare dal suo comando. La terapia può servire proprio a questo: a farle riconoscere la struttura di questi automatismi, a sottrarsi all’idea che il pensiero dica una verità su di lei, e a trovare un’altra posizione rispetto al proprio discorso interno.
Non si tratta di fermare i pensieri, ma di non obbedire al loro imperativo. È lì che può nascere un nuovo modo di stare con sé stesso.
i pensieri autoreferenziali che descrive non sono un paradosso da risolvere: sono un punto in cui il linguaggio comincia a rivolgersi a sé stesso.
Il problema non è il contenuto del pensiero, ma il fatto che lei si sente chiamato a rispondergli. La questione, allora, non è “come lasciarlo andare”, ma come non farsi catturare dal suo comando. La terapia può servire proprio a questo: a farle riconoscere la struttura di questi automatismi, a sottrarsi all’idea che il pensiero dica una verità su di lei, e a trovare un’altra posizione rispetto al proprio discorso interno.
Non si tratta di fermare i pensieri, ma di non obbedire al loro imperativo. È lì che può nascere un nuovo modo di stare con sé stesso.
Salve,
Gentile paziente può capitare che la mente, quando è stanca o in allerta, entri in loop di pensieri che non si fermano, in cui più proviamo a controllarli più loro aumentano.
In questi casi può essere di aiuto non entrare nella logica del pensiero e non focalizzarci su “come faccio a lasciarlo andare?”; ma notarlo, ascoltarlo e tornare a ciò che stavamo facendo, anche se la mente continua a borbottare sullo sfondo.
Non è evitare i pensieri ma si tratta di dargli spazio e poi scegliere di non seguirli ogni volta.
Se però questi pensieri la spaventano o la bloccano, parlarne con un professionista può davvero aiutare a trovare strumenti pratici per ritrovare serenità.
Un saluto
Gentile paziente può capitare che la mente, quando è stanca o in allerta, entri in loop di pensieri che non si fermano, in cui più proviamo a controllarli più loro aumentano.
In questi casi può essere di aiuto non entrare nella logica del pensiero e non focalizzarci su “come faccio a lasciarlo andare?”; ma notarlo, ascoltarlo e tornare a ciò che stavamo facendo, anche se la mente continua a borbottare sullo sfondo.
Non è evitare i pensieri ma si tratta di dargli spazio e poi scegliere di non seguirli ogni volta.
Se però questi pensieri la spaventano o la bloccano, parlarne con un professionista può davvero aiutare a trovare strumenti pratici per ritrovare serenità.
Un saluto
Buonasera, spesso "pensare di non voler pensare" attiva esattamente lo stimolo che vogliamo evitare favorendo un pensiero ricorsivo e circolare, verso il quale Lei sembra provare un legittimo stato di irritazione. Distogliere lo sguardo dal pensiero non rappresenta lo stato ottimale, piuttosto provare a porre attenzione alle emozioni che sottostanno a quel pensiero/blocco potrebbero aiutarLa a comprendere come mai attivi questo meccanismo mentale circolare e ricorsivo. Rimango a disposizione, Dott.ssa Eleonora Aiazzi - psicologa
Buon pomeriggio, capisco la sensazione che descrivi: è come se la mente, invece di camminare in avanti verso l’oggetto su cui vuoi concentrarti, si voltasse continuamente indietro a guardare sé stessa, come uno specchio messo davanti a un altro specchio. E in quell’infinito riflesso cominciano a nascere pensieri che parlano di pensieri, tentativi di lasciar andare che chiedono di lasciar andare se stessi, circoli che sembrano quasi dei piccoli paradossi logici. È normale che tutto questo, a un certo punto, possa generare paura, come se stessi entrando in un labirinto da cui temi di non sapere più uscire.
Quello che stai vivendo non è un inganno della mente né un segno di qualcosa di irreversibile: è un meccanismo molto umano, spesso legato a un eccesso di controllo, come se la mente pretendesse di monitorare ogni singolo processo interno. A volte accade proprio quando ci teniamo molto alla calma, alla presenza, alla lucidità. È paradossale, ma proprio il tentativo di “lasciare andare” può trasformarsi in un nuovo compito, un’ennesima attività da fare — e allora il pensiero che dovrebbe scivolare via, invece, si irrigidisce e si blocca.
Forse può aiutarti immaginare che questi pensieri autoreferenziali non siano nemici da cui difendersi, né problemi logici da risolvere. Potrebbero essere visti come delle onde che si alzano da sole, per un attimo, prima di tornare nella superficie dell’acqua. Non devi convincere l’onda a scomparire, né analizzarla, né “lasciarla andare” con un atto volontario. A volte basta accorgersi che c’è, come ci si accorge del rumore lontano del traffico: lo senti, lo riconosci, ma non costruisci un dialogo con esso.
Il punto non è *vincere* il pensiero, né smettere di pensarlo. È smettere di litigarci.
Quando il pensiero dice: “devo lasciare andare questo pensiero”, puoi provare a rispondere con un gesto interno semplice e morbido, qualcosa come: “Eccolo. Va bene così”. A presto.
Quello che stai vivendo non è un inganno della mente né un segno di qualcosa di irreversibile: è un meccanismo molto umano, spesso legato a un eccesso di controllo, come se la mente pretendesse di monitorare ogni singolo processo interno. A volte accade proprio quando ci teniamo molto alla calma, alla presenza, alla lucidità. È paradossale, ma proprio il tentativo di “lasciare andare” può trasformarsi in un nuovo compito, un’ennesima attività da fare — e allora il pensiero che dovrebbe scivolare via, invece, si irrigidisce e si blocca.
Forse può aiutarti immaginare che questi pensieri autoreferenziali non siano nemici da cui difendersi, né problemi logici da risolvere. Potrebbero essere visti come delle onde che si alzano da sole, per un attimo, prima di tornare nella superficie dell’acqua. Non devi convincere l’onda a scomparire, né analizzarla, né “lasciarla andare” con un atto volontario. A volte basta accorgersi che c’è, come ci si accorge del rumore lontano del traffico: lo senti, lo riconosci, ma non costruisci un dialogo con esso.
Il punto non è *vincere* il pensiero, né smettere di pensarlo. È smettere di litigarci.
Quando il pensiero dice: “devo lasciare andare questo pensiero”, puoi provare a rispondere con un gesto interno semplice e morbido, qualcosa come: “Eccolo. Va bene così”. A presto.
Capiamola subito: quello che descrivi — pensieri che parlano di se stessi (“devo smettere di pensare che devo smettere…”) — sono pensieri intrusivi e autoreferenziali. Non sei “pazzo” né destinato a restare intrappolato: la ricerca mostra che provare a sopprimere un pensiero spesso lo rende più frequente (il famoso effetto del “pensiero bianco”).
dtg.sites.fas.harvard.edu
+1
Qualche principio utile (pratico e breve):
Normalizza e osserva
Trattali come eventi mentali: “Ecco il pensiero: ‘devo smettere di pensare’” invece di identificarti con essi. Dare un nome al pensiero (es. “pensiero di controllo”) riduce la sua presa. Questo è il principio della cognitive defusion.
ScienceDirect
+1
Non lottare/sopprimere
Più provi a cancellarlo, più probabilmente tornerà. Invece lascia che ci sia senza reagire (osservalo e lascialo scorrere).
Wikipedia
Tecniche pratiche da usare subito (2–3 minuti)
Respira lentamente (respirazione consapevole: inspiro 4, trattengo 2, espiro 6) per abbassare l’attivazione.
“Etichetta” il pensiero: mentalmente dì “pensiero: devo smettere di pensare” e poi riporta gentilmente l’attenzione all’attività X.
Grounding a 5 sensi: nota 5 cose che vedi, 4 che senti, 3 che tocchi, 2 che annusi, 1 che gusti — utile per riportare attenzione al presente.
Urge surfing: se compare l’impulso di “entrare” nel loop, osserva le sensazioni fisiche associate e aspetta che cambino come un’onda (non inseguire il contenuto).
PositivePsychology.com
+1
Allenamento quotidiano
Pratica brevi esercizi di mindfulness (5–10 min) per aumentare la capacità di osservare i pensieri senza farsi catturare. Le tecniche di defusione (ACT) aiutano a ridurre il peso e la “veridicità” dei pensieri.
ScienceDirect
+1
Quando sospettare qualcosa di più strutturato (e perché consultare uno specialista)
Se i pensieri sono molto frequenti, prolungati, ti costringono a controlli/rituali, evitamenti o consumo di molto tempo/energia quotidiana, è opportuno valutare il quadro perché potrebbero essere parte di un disturbo ossessivo-compulsivo o di ruminazione trattabile con terapie specifiche. Le linee guida raccomandano CBT con Exposure and Response Prevention (ERP) e, quando necessario, farmaci / supporto psichiatrico.
NICE
+2
PMC
+2
Breve esercizio da provare adesso (da copiare-incollare):
Fermati 30 secondi. Respira lentamente.
Pensa una frase: “Sto avendo il pensiero: ‘devo smettere di pensare’.” Ripetila mentalmente 1 volta.
Notare dove senti tensione nel corpo. Senti l’onda passar via senza seguirla.
Riporta l’attenzione all’attività X con gentilezza (se ti distrai, riporta senza giudizio).
è comunque consigliabile approfondire con uno specialista per valutare se sia utile un percorso di CBT/ERP, tecniche di mindfulness/defusione o altro supporto personalizzato.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
dtg.sites.fas.harvard.edu
+1
Qualche principio utile (pratico e breve):
Normalizza e osserva
Trattali come eventi mentali: “Ecco il pensiero: ‘devo smettere di pensare’” invece di identificarti con essi. Dare un nome al pensiero (es. “pensiero di controllo”) riduce la sua presa. Questo è il principio della cognitive defusion.
ScienceDirect
+1
Non lottare/sopprimere
Più provi a cancellarlo, più probabilmente tornerà. Invece lascia che ci sia senza reagire (osservalo e lascialo scorrere).
Wikipedia
Tecniche pratiche da usare subito (2–3 minuti)
Respira lentamente (respirazione consapevole: inspiro 4, trattengo 2, espiro 6) per abbassare l’attivazione.
“Etichetta” il pensiero: mentalmente dì “pensiero: devo smettere di pensare” e poi riporta gentilmente l’attenzione all’attività X.
Grounding a 5 sensi: nota 5 cose che vedi, 4 che senti, 3 che tocchi, 2 che annusi, 1 che gusti — utile per riportare attenzione al presente.
Urge surfing: se compare l’impulso di “entrare” nel loop, osserva le sensazioni fisiche associate e aspetta che cambino come un’onda (non inseguire il contenuto).
PositivePsychology.com
+1
Allenamento quotidiano
Pratica brevi esercizi di mindfulness (5–10 min) per aumentare la capacità di osservare i pensieri senza farsi catturare. Le tecniche di defusione (ACT) aiutano a ridurre il peso e la “veridicità” dei pensieri.
ScienceDirect
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Quando sospettare qualcosa di più strutturato (e perché consultare uno specialista)
Se i pensieri sono molto frequenti, prolungati, ti costringono a controlli/rituali, evitamenti o consumo di molto tempo/energia quotidiana, è opportuno valutare il quadro perché potrebbero essere parte di un disturbo ossessivo-compulsivo o di ruminazione trattabile con terapie specifiche. Le linee guida raccomandano CBT con Exposure and Response Prevention (ERP) e, quando necessario, farmaci / supporto psichiatrico.
NICE
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PMC
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Breve esercizio da provare adesso (da copiare-incollare):
Fermati 30 secondi. Respira lentamente.
Pensa una frase: “Sto avendo il pensiero: ‘devo smettere di pensare’.” Ripetila mentalmente 1 volta.
Notare dove senti tensione nel corpo. Senti l’onda passar via senza seguirla.
Riporta l’attenzione all’attività X con gentilezza (se ti distrai, riporta senza giudizio).
è comunque consigliabile approfondire con uno specialista per valutare se sia utile un percorso di CBT/ERP, tecniche di mindfulness/defusione o altro supporto personalizzato.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno,
ringraziandola per la domanda, che descrive una situazione in cui potrebbero ritrovarsi anche altre persone, le risponderei che non è certamente facile lasciare andare questi pensieri "autoreferenziali", ma che è possibile attraverso pratiche psico corporee che le permettono di allenarsi ad osservare i pensieri e non aggrapparsi ad essi, senza giudizio rispetto ad essi, senza dare loro potere, senza sentirsi intrappolato in essi.
Mi riferisco nello specifico a pratiche di mindfulness assistite da professionisti psicologi e psicologhe e pratiche di biotransenergetica, che consentono di ampliare lo sguardo oltre il livello mentale dei pensieri, osservando anche ciò che accade a livello corporeo, emotivo, energetico (sensazioni di calore/freddo, formicolii, brividi e scosse a livello del corpo) e transpersonale (ricordi, immagini, sensazioni che vanno oltre il nostro livello personale).
Sono disponibile ad approfondire ulteriormente quanto brevemente descritto sopra, anche online.
Un caro saluto,
Dott.ssa Giorgia Colombo
ringraziandola per la domanda, che descrive una situazione in cui potrebbero ritrovarsi anche altre persone, le risponderei che non è certamente facile lasciare andare questi pensieri "autoreferenziali", ma che è possibile attraverso pratiche psico corporee che le permettono di allenarsi ad osservare i pensieri e non aggrapparsi ad essi, senza giudizio rispetto ad essi, senza dare loro potere, senza sentirsi intrappolato in essi.
Mi riferisco nello specifico a pratiche di mindfulness assistite da professionisti psicologi e psicologhe e pratiche di biotransenergetica, che consentono di ampliare lo sguardo oltre il livello mentale dei pensieri, osservando anche ciò che accade a livello corporeo, emotivo, energetico (sensazioni di calore/freddo, formicolii, brividi e scosse a livello del corpo) e transpersonale (ricordi, immagini, sensazioni che vanno oltre il nostro livello personale).
Sono disponibile ad approfondire ulteriormente quanto brevemente descritto sopra, anche online.
Un caro saluto,
Dott.ssa Giorgia Colombo
Salve, grazie per aver deciso di condividere questo suo vissuto attuale. I dialoghi interni, e il modo in cui parliamo a noi stessi, condiziona ilo nostro benessere e il nostro ambiente circostante. Il dialogo interno — cioè il modo in cui parliamo a noi stessi nella mente — è uno degli elementi più potenti della psicologia. Modella emozioni, comportamenti, autostima, decisioni e perfino la percezione della realtà.
È la voce interiore che commenta ciò che vive:
“Ce la farò”
“Non sono abbastanza”
“E se sbaglio?”
“Posso provarci, un passo alla volta”
Non è solo “chiacchiericcio mentale”: è un vero processo cognitivo che influenza le emozioni. Intraprendere un percorso di supporto psicologico, può aiutarla ad imparare strategie per affrontare al meglio la sua realtà quotidiana. Resto a sua disposizione.
È la voce interiore che commenta ciò che vive:
“Ce la farò”
“Non sono abbastanza”
“E se sbaglio?”
“Posso provarci, un passo alla volta”
Non è solo “chiacchiericcio mentale”: è un vero processo cognitivo che influenza le emozioni. Intraprendere un percorso di supporto psicologico, può aiutarla ad imparare strategie per affrontare al meglio la sua realtà quotidiana. Resto a sua disposizione.
Gentile utente,
i pensieri che descrive appartengono alla categoria dei pensieri autoreferenziali e, per come li racconta, hanno una forte componente di auto–osservazione: Lei non pensa solo a “lasciare andare”, ma pensa al fatto che sta pensando, creando così un loop che diventa ansiogeno. È un meccanismo frequente nelle persone molto riflessive o in periodi di stress: la mente “si guarda funzionare” e questo genera il timore di rimanere intrappolati nei propri processi mentali.
È importante chiarire che non è un paradosso irrisolvibile e non indica perdita di controllo: è semplicemente un eccesso di monitoraggio interno. Più cerca di “risolvere” il pensiero, più lo attiva.
Ci sono alcuni aspetti che può considerare per affrontarlo:
Non tentare di controllare il pensiero autoreferenziale.
Il problema non è il contenuto, ma lo sforzo di eliminarlo. La mente produce pensieri in modo automatico: può trattarli come eventi passeggeri, senza doverci trovare una logica.
Distinguere il pensiero dall’azione.
Il pensiero “devo smettere di pensare” non implica che Lei debba farlo o sappia farlo. È solo una frase mentale, non un compito da eseguire.
Usare un approccio di accettazione.
Invece di chiedersi come “lasciare andare il pensiero di lasciare andare”, può provare a notare:
“Ecco di nuovo un pensiero che parla di sé stesso.”
E poi tornare all’attività che stava facendo, senza doverlo chiudere.
Coinvolgere i sensi per uscire dal loop.
Suoni, temperatura, contatto con gli oggetti: riportare la mente a qualcosa di concreto riduce la sovrapposizione di pensieri.
Dare un posto al pensiero invece di combatterlo.
Spesso è più efficace pensare:
“La mia mente sta facendo quello che fa quando è stressata, non devo risolverlo.”
Così si interrompe la ricerca della “soluzione perfetta” che alimenta il loop.
Se questi episodi La bloccano spesso o generano ansia intensa, un percorso psicologico può aiutarla a lavorare sulla relazione con i pensieri, non sul loro contenuto. Approcci come ACT o mindfulness-based sono particolarmente indicati proprio per i pensieri autoreferenziali e ricorsivi.
Non è intrappolato in nulla: è solo un meccanismo mentale che può imparare a riconoscere e gestire.
Resto a disposizione,
Dott.ssa Sara Petroni – Psicologa
i pensieri che descrive appartengono alla categoria dei pensieri autoreferenziali e, per come li racconta, hanno una forte componente di auto–osservazione: Lei non pensa solo a “lasciare andare”, ma pensa al fatto che sta pensando, creando così un loop che diventa ansiogeno. È un meccanismo frequente nelle persone molto riflessive o in periodi di stress: la mente “si guarda funzionare” e questo genera il timore di rimanere intrappolati nei propri processi mentali.
È importante chiarire che non è un paradosso irrisolvibile e non indica perdita di controllo: è semplicemente un eccesso di monitoraggio interno. Più cerca di “risolvere” il pensiero, più lo attiva.
Ci sono alcuni aspetti che può considerare per affrontarlo:
Non tentare di controllare il pensiero autoreferenziale.
Il problema non è il contenuto, ma lo sforzo di eliminarlo. La mente produce pensieri in modo automatico: può trattarli come eventi passeggeri, senza doverci trovare una logica.
Distinguere il pensiero dall’azione.
Il pensiero “devo smettere di pensare” non implica che Lei debba farlo o sappia farlo. È solo una frase mentale, non un compito da eseguire.
Usare un approccio di accettazione.
Invece di chiedersi come “lasciare andare il pensiero di lasciare andare”, può provare a notare:
“Ecco di nuovo un pensiero che parla di sé stesso.”
E poi tornare all’attività che stava facendo, senza doverlo chiudere.
Coinvolgere i sensi per uscire dal loop.
Suoni, temperatura, contatto con gli oggetti: riportare la mente a qualcosa di concreto riduce la sovrapposizione di pensieri.
Dare un posto al pensiero invece di combatterlo.
Spesso è più efficace pensare:
“La mia mente sta facendo quello che fa quando è stressata, non devo risolverlo.”
Così si interrompe la ricerca della “soluzione perfetta” che alimenta il loop.
Se questi episodi La bloccano spesso o generano ansia intensa, un percorso psicologico può aiutarla a lavorare sulla relazione con i pensieri, non sul loro contenuto. Approcci come ACT o mindfulness-based sono particolarmente indicati proprio per i pensieri autoreferenziali e ricorsivi.
Non è intrappolato in nulla: è solo un meccanismo mentale che può imparare a riconoscere e gestire.
Resto a disposizione,
Dott.ssa Sara Petroni – Psicologa
Quando cerca di scacciare quei pensieri, sembra che essi rispondano parlandole di nuovo di sé, come un gioco di specchi che la intrappola proprio nel tentativo di uscirne. Forse in quel paradosso c’è qualcosa che merita attenzione, più che eliminazione. Può provare a considerare che il problema non sia il pensiero in sé ma il peso che assume per lei, il timore di perderne la gestione. Se invece di lottare provasse ad ascoltare cosa porta con sé quel ritorno insistente, magari scoprirebbe un messaggio più profondo sul suo modo di stare nelle cose. Se lo desidera, potrebbe essere utile farsi accompagnare in questo tipo di esplorazione per non affrontarla da solo e trovare un modo più sereno di convivere con ciò che la mente le propone.
I pensieri che descrivi sono pensieri metacognitivi autoreferenziali, cioè pensieri che parlano del fatto stesso di pensare. Ad esempio:
• “Sto pensando che devo smettere di pensare.”
• “Devo lasciar andare anche questo stesso pensiero.”
• “Come faccio a lasciare andare il pensiero che devo lasciare andare?”
Sono pensieri che diventano autoregolativi, cioè tentano di controllare il flusso mentale stesso.
Quando la mente prova a controllare i propri contenuti, entra facilmente in un paradosso:
Più cerco di non pensare qualcosa, più lo penso.
Questo è il paradosso del controllo mentale (Wegner).
È un meccanismo normale della mente umana, non un segnale di mania o di “loop patologico”.
Quando arriva un pensiero autoreferenziale, la mente tenta di capirlo o rispondergli per risolvere il paradosso.
Ma proprio nel tentativo di risolverlo, la mente:
• aumenta la vigilanza,
• amplifica il pensiero,
• crea la sensazione di blocco,
• produce la sensazione di “loop”,
• genera ansia.
Il pensiero è paradossale di suo, quindi più cerchi una soluzione logica, più la mente si aggancia.
Non sei intrappolato: è la strategia di controllo che crea la sensazione di trappola.
Non devi “lasciare andare il pensiero di lasciare andare”
La domanda:
“Come faccio a lasciare andare il pensiero che dice di lasciare andare?”
È già un gioco mentale impossibile da vincere.
Perché richiede di usare il pensiero per controllare il pensiero.
Il punto non è farlo sparire, ma togliere importanza al contenuto e cambiare rapporto con esso.
Psicologo Stramandinoli Massimo Domenico
• “Sto pensando che devo smettere di pensare.”
• “Devo lasciar andare anche questo stesso pensiero.”
• “Come faccio a lasciare andare il pensiero che devo lasciare andare?”
Sono pensieri che diventano autoregolativi, cioè tentano di controllare il flusso mentale stesso.
Quando la mente prova a controllare i propri contenuti, entra facilmente in un paradosso:
Più cerco di non pensare qualcosa, più lo penso.
Questo è il paradosso del controllo mentale (Wegner).
È un meccanismo normale della mente umana, non un segnale di mania o di “loop patologico”.
Quando arriva un pensiero autoreferenziale, la mente tenta di capirlo o rispondergli per risolvere il paradosso.
Ma proprio nel tentativo di risolverlo, la mente:
• aumenta la vigilanza,
• amplifica il pensiero,
• crea la sensazione di blocco,
• produce la sensazione di “loop”,
• genera ansia.
Il pensiero è paradossale di suo, quindi più cerchi una soluzione logica, più la mente si aggancia.
Non sei intrappolato: è la strategia di controllo che crea la sensazione di trappola.
Non devi “lasciare andare il pensiero di lasciare andare”
La domanda:
“Come faccio a lasciare andare il pensiero che dice di lasciare andare?”
È già un gioco mentale impossibile da vincere.
Perché richiede di usare il pensiero per controllare il pensiero.
Il punto non è farlo sparire, ma togliere importanza al contenuto e cambiare rapporto con esso.
Psicologo Stramandinoli Massimo Domenico
Gentilissimo,
grazie aver condiviso la sua esperienza. Potrebbe essere utile capire meglio quanto questi pensieri interferiscono nella sua vita quotidiana. L'approccio cognitivo-comportamentale risulta essere funzionale per questo tipo di situazioni.
grazie aver condiviso la sua esperienza. Potrebbe essere utile capire meglio quanto questi pensieri interferiscono nella sua vita quotidiana. L'approccio cognitivo-comportamentale risulta essere funzionale per questo tipo di situazioni.
Buongiorno, le consiglio di rivolgersi allo psicologo che la segue e che quindi potrà aiutarla. Cordiali saluti.
Salve, i pensieri autoreferenziali, nascono quando dobbiamo sicuramente pensare a qualcosa che o ci spaventa, o che ci fa fatica trovare una soluzione o che ci bloccano su una decisione. Forse si dovrebbe concentrare di più sul capire quando arrivino, che cosa dovrebbe affrontare e vedrà che in questo modo riesce a tenerli sotto controllo. Per qualsiasi dubbio rimango a disposizione anche online. Dott.ssa Gabriella Cascinelli
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