Ciao a tutti volevo raccontarvi la mia esperienza riguardo le mie diverse terapie. È un discorso un
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Ciao a tutti volevo raccontarvi la mia esperienza riguardo le mie diverse terapie. È un discorso un po’ complesso, cercherò di spiegarlo come meglio posso. Mi sono reso conto che in terapia a volte ci sono delle interferenze filosofiche. Faccio un esempio. Fanno passare per mente ciò che io invece sento nel corpo, oppure faccio un sogno io sento che veniva proprio dalla mia anima e il terapeuta mi dice scopriamo cosa la mente sta cercando di dirci. Questi errori di sintonizzazione mi fanno chiudere anziché aprire. In più mi danno la sensazione che il terapeuta non sia sintonizzato col suo sentire. Mi sembra che a volte é come se non distinguessero la differenza fra ciò che appartiene alla mente e ciò che appartiene all’anima, creando moltissima confusione. Come se parlassimo due lingue diverse. Per anima intendo quella energia, presenza, conoscenza che sentiamo nel corpo, che ci fa sentire presenti, che esistiamo e cosa siamo, senza il bisogno di pensare. Questo è un tema che mi tocca da sempre, da quando sono piccolo e mi ha sempre creato tantissima confusione. Io una mente neanche la sentivo, sentivo solo il mio corpo, la mia energia interna e il campo emozionale (io lo chiamo così) intorno a me. La mente poi l’ho iniziata a costruire negli anni, ma non mi è stato per niente d’aiuto, perché mi allontana da me stesso e poi ci sono principalmente i miei genitori lì dentro, almeno in origine, poi si è aggiunta più roba. Infatti é la mente a condizionarsi e non l’anima. Non mi è mai piaciuta la filosofia perché io sento che si allontana dalla reale esperienza umana, portando le persone a vivere nella mente. Quello che ho riscontrato con tristezza però é quanti di questi presupposti filosofici si ritrovino in terapia, ma anche nel mondo in generale e secondo me ostacolano le persone a comprendere, sentire se stesse e il mondo, per lo meno ostacolano me perché non sento il contatto col terapeuta, o se lo sento é vacillante. Ma non perché c’è una reale incompatibilità tra me e lui/lei ma perché sento che c’è una mente di mezzo. Vedo anche terapeuti che ripetono cose che hanno studiato e boh io provo pure ad ascoltarli e a convincermi ma poi mi chiedo, ma perché? non sento neanche che le dicano in modo sentito. Poi a me sinceramente non risuonano per niente dentro e mi sembrano appunto dei soli concetti mentali. E mi chiedo anche ma che senso ha portarli in terapia? Vi scrivo perché volevo sapere un po’ delle vostre esperienze. Non penso di essere l’unico ad avere avuto questa sensazione, e in passato magari avrei anche accettato di adattarmi a ciò che il terapeuta mi diceva pur di avere qualcuno, come ho fatto, però adesso sinceramente non mi sento più di voler tradire me stesso (anche perché mi sono reso conto di aver sbagliato in passato), ma allo stesso tempo ho bisogno di un contatto sentito con qualcuno per continuare il mio percorso di cura. In più non sento neanche di fare terapia perché è come se fosse spostata su un piano mentale e intellettuale.
Ciao, rispondo con piacere alle tua domanda. Sono quel tipo di terapeuta che crede che la "mente" sia una delle componenti del nostro corpo (corpo = corpo fisico + mente + spirito + energia + emozioni etc), non credo neanche che sia la più importante, ma solo uno dei piani. Detto questo, la psicoterapia non è sempre e solo posta sul piano della mente: ci sono diversi livelli di lavoro a seconda dell'approccio e del terapeuta stesso. Il mio consiglio è di non restare ancorato a ciò che tu hai sempre pensato-percepito essere la terapia. Fai un altro tentativo. Potresti trovare un terapeuta pronto ad accompagnarti a scoprire un altro piano.
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Salve. Ho letto con molta attenzione le sue parole e vorrei provare ad argomentare sul loro contenuto. Leggendola mi sembra di capire che lei fa una netta distinzione fra la ns mente e la ns parte emotiva. Personalmente credo che il benessere psichico di ognuno non può prescindere da una perfetta armonia fra le due parti che sono, per tutti, entrambe fondamentali e di pari importanza. Entrambe comunicano con noi attraverso i propri mezzi ovvero la mente con le parole e quella che lei definisce anima attraverso le emozioni. Chiaramente, per comprenderci, dobbiamo ascoltarci e saperci ascoltare e come risultato di un nostro buon ascolto abbiamo un pensiero logico e una serenità "dell'anima".
Buongiorno, grazie per la sua condivisione. Una relazione terapeutica vissuta unicamente sul piano mentale o intellettuale, se sto capendo correttamente, è una relazione che non può funzionare: questo è un mio pensiero personale, che può non essere generalizzato a tutti, ma io credo che la relazione terapeutica funzioni solo se entrambe le persone, terapeuta e paziente, sono realmente presenti, innanzitutto sul piano emotivo. Se manca l'emotività del terapeuta la relazione manca di qualcosa, e io capisco che lei non si sia sentito compreso e forse nemmeno visto. Credo però che dipenda dal terapeuta o dai terapeuti che ha incontrato, di cui io non so chiaramente nulla e su cui ci sarebbe bisogno forse di approfondire, non da come si fa terapia in generale: io personalmente credo che il terapeuta stesso e la sua emotività siano uno strumento fondamentale perchè la relazione funzioni, e che quel pezzo non possa mancare, almeno nel mio modo di lavorare. Non so se sono riuscita a rispondere alla sua domanda, ma se avesse bisogno di approfondire la questione mi trova a disposizione, anche online. Un caro saluto, dott.ssa Elena Gianotti
Caro/cara lei ha perfettamente ragione ,il terapeuta dovrebbe stare il pi zitto possibile, fare delle sottolineature, delle scansioni, dei piccoli indizi come i suoi lapsus, qualcosa che risuoni soprattutto nel corpo. se si fa una terapia e un interpretazione standard non si tiene conto della particolarità irriducibile del discorso di colui che ci viene a cercare e che con ciò che porta e come lo porta è il solo protagonista della cura
Ciao,
grazie per aver condiviso la tua esperienza in modo così sincero e profondo. Quello che descrivi tocca un punto molto importante del lavoro terapeutico: la sintonizzazione, il sentirsi realmente “in contatto” con chi ci accompagna nel percorso.
È comprensibile che tu possa provare disagio quando percepisci che la terapia si muove su un piano più mentale o concettuale, mentre tu senti il bisogno di restare vicino all’esperienza corporea, emotiva o “animica”. Ci sono diversi modi di fare terapia, e non tutti danno lo stesso spazio alle sensazioni, al corpo o alla dimensione più profonda del sentire. Alcuni approcci sono più “cognitivi” o razionali, altri più esperienziali, corporei o simbolici.
A volte non è tanto una questione di “errore” da parte del terapeuta, ma di linguaggi diversi: se tu parli la lingua del corpo e del sentire, e l’altro parla quella del pensiero o del concetto, il rischio di disallineamento è reale. E, come dici bene, può farti chiudere invece che aprire.
Mi colpisce molto quando scrivi di non voler “tradire te stesso” e, allo stesso tempo, di desiderare un contatto autentico: credo che questo sia un punto fondamentale di ogni percorso di cura. Cercare un terapeuta che riesca a incontrarti sul piano del sentire, del corpo e dell’esperienza vissuta — senza forzarti nella mente — può fare una grande differenza. Ci sono professionisti che lavorano proprio in questa direzione, integrando la dimensione corporea ed energetica con quella psicologica.
La tua consapevolezza è già una risorsa preziosa: sai cosa ti fa bene, cosa ti allontana, e quali linguaggi risuonano davvero con te. Forse il passo successivo può essere quello di cercare una relazione terapeutica che valorizzi questa tua modalità di contatto, così che la terapia torni a essere uno spazio in cui sentirti pienamente presente, non analizzato o interpretato.
Grazie ancora per la condivisione: è una riflessione molto importante anche per chi fa questo mestiere.
Un caro saluto.
Stefano Lagona
grazie per aver condiviso la tua esperienza in modo così sincero e profondo. Quello che descrivi tocca un punto molto importante del lavoro terapeutico: la sintonizzazione, il sentirsi realmente “in contatto” con chi ci accompagna nel percorso.
È comprensibile che tu possa provare disagio quando percepisci che la terapia si muove su un piano più mentale o concettuale, mentre tu senti il bisogno di restare vicino all’esperienza corporea, emotiva o “animica”. Ci sono diversi modi di fare terapia, e non tutti danno lo stesso spazio alle sensazioni, al corpo o alla dimensione più profonda del sentire. Alcuni approcci sono più “cognitivi” o razionali, altri più esperienziali, corporei o simbolici.
A volte non è tanto una questione di “errore” da parte del terapeuta, ma di linguaggi diversi: se tu parli la lingua del corpo e del sentire, e l’altro parla quella del pensiero o del concetto, il rischio di disallineamento è reale. E, come dici bene, può farti chiudere invece che aprire.
Mi colpisce molto quando scrivi di non voler “tradire te stesso” e, allo stesso tempo, di desiderare un contatto autentico: credo che questo sia un punto fondamentale di ogni percorso di cura. Cercare un terapeuta che riesca a incontrarti sul piano del sentire, del corpo e dell’esperienza vissuta — senza forzarti nella mente — può fare una grande differenza. Ci sono professionisti che lavorano proprio in questa direzione, integrando la dimensione corporea ed energetica con quella psicologica.
La tua consapevolezza è già una risorsa preziosa: sai cosa ti fa bene, cosa ti allontana, e quali linguaggi risuonano davvero con te. Forse il passo successivo può essere quello di cercare una relazione terapeutica che valorizzi questa tua modalità di contatto, così che la terapia torni a essere uno spazio in cui sentirti pienamente presente, non analizzato o interpretato.
Grazie ancora per la condivisione: è una riflessione molto importante anche per chi fa questo mestiere.
Un caro saluto.
Stefano Lagona
La mente é il modo che abbiamo per tradurre e comunicare agli altri la nostra anima, che é inconoscibile agli altri.
Cerchi di tradurre i suoi "moti dell'anima" a chi si é rivolto per farsi aiutare.
La terapia é l'incontro di due menti, non di due anime.
Un caro saluto
Cerchi di tradurre i suoi "moti dell'anima" a chi si é rivolto per farsi aiutare.
La terapia é l'incontro di due menti, non di due anime.
Un caro saluto
Buonasera, credo che debba comunicarlo in terapia e che a seconda dell'approccio, ciò che viene indicato con la parola "mente" ha significati e sfumature molto diverse. Inoltre ci sono approcci che si basano sul corpo o su come il cervello processa le informazioni. Il campo è vario e vasto, lei dovrebbe trovare il suo. In merito al non sentirsi pienamente in contatto con lo psicoterapeuta, questo potrebbe essere un effetto della sua storia personale e della relazione di attaccamento.
Cordiali saluti
Dott.ssa Valeria Randisi
Cordiali saluti
Dott.ssa Valeria Randisi
Salve, grazie per questo racconto dettagliato del suo sentire. Comprendo il suo vissuto, sia come terapeuta che come paziente. Anche per me è stato molto difficile trovare un terapeuta che “mi sentisse” e con cui poter fare un percorso che per me avesse un “senso” e questo è uno dei motivi per cui ho poi deciso di intraprendere la carriera di psiterapeuta e ho scelto un indirizzo transpersonale, proprio perché sentivo il bisogno di un approccio più ampio dove altre sfumature, oltre la mente, fossero viste e ascoltate. Il mio consiglio è, dunque, non desista, a volte, per trovare il terapeuta giusto, ci vogliono più tentativi. E, un approccio che con una visione più ampia, potrebbe essere una strada da provare.
Buongiorno,
I suoi quesiti sono molto interessanti e credo avrebbero bisogno di un approfondimento.
Da quello che ho capito lei chiama anima quello che in psicoanalisi è il campo emozionale di mente-corpo, che non sono disgiunti. Corpo, emozione e pensiero ( da non intendersi cone la pura intellettualizzazione) vanno a braccetto e siamo noi.
Se è interessato sappia che esistono delle letture a riguardo . La terapia è l esperienza emozionale e relazionale che abbraccia mente o anima se preferisce, corpo e pensiero .
Un caro saluto
Dott.ssa Cristina Villa
I suoi quesiti sono molto interessanti e credo avrebbero bisogno di un approfondimento.
Da quello che ho capito lei chiama anima quello che in psicoanalisi è il campo emozionale di mente-corpo, che non sono disgiunti. Corpo, emozione e pensiero ( da non intendersi cone la pura intellettualizzazione) vanno a braccetto e siamo noi.
Se è interessato sappia che esistono delle letture a riguardo . La terapia è l esperienza emozionale e relazionale che abbraccia mente o anima se preferisce, corpo e pensiero .
Un caro saluto
Dott.ssa Cristina Villa
Ciao,
ho letto con attenzione la tua riflessione e comprendo profondamente il senso di disconnessione e confusione che descrivi. Ciò che riporti tocca un tema molto importante: il bisogno di sentirsi compresi non solo “con la testa”, ma anche “con il corpo” e “con l’anima”, ovvero in quella dimensione più autentica e vissuta del sé.
Hai colto un punto essenziale: in terapia, il linguaggio e il modo in cui il terapeuta si sintonizza con te sono fondamentali. Quando il terapeuta rimane troppo sul piano cognitivo o concettuale, può nascere la sensazione che qualcosa si perda — che la relazione diventi “mentale” invece che “viva”. È normale sentirsi frustrati o non visti in questi casi, perché la terapia non è solo un esercizio di pensiero, ma un incontro umano, corporeo ed emotivo.
Al tempo stesso, va ricordato che ogni approccio terapeutico ha un suo linguaggio e delle sue cornici teoriche. Alcuni metodi privilegiano l’aspetto cognitivo, altri lavorano sul corpo, sulle emozioni o sulla consapevolezza del momento presente (come la mindfulness o la terapia somatica). Spesso, la chiave è trovare un professionista che riesca a integrare queste dimensioni — mente, corpo e vissuto profondo — in modo coerente e rispettoso della tua esperienza.
Il fatto che tu abbia così chiara la tua esigenza di autenticità e contatto è un ottimo punto di partenza. Ti suggerirei di approfondire questo tema con uno specialista che condivida una visione più esperienziale e corporea del lavoro terapeutico, in modo da sentirti realmente “in contatto” e non solo “analizzato”.
Un confronto diretto e sincero con il terapeuta può anche essere molto utile: parlargli apertamente delle tue sensazioni può aiutare a chiarire malintesi e, in certi casi, rafforzare la relazione terapeutica.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
ho letto con attenzione la tua riflessione e comprendo profondamente il senso di disconnessione e confusione che descrivi. Ciò che riporti tocca un tema molto importante: il bisogno di sentirsi compresi non solo “con la testa”, ma anche “con il corpo” e “con l’anima”, ovvero in quella dimensione più autentica e vissuta del sé.
Hai colto un punto essenziale: in terapia, il linguaggio e il modo in cui il terapeuta si sintonizza con te sono fondamentali. Quando il terapeuta rimane troppo sul piano cognitivo o concettuale, può nascere la sensazione che qualcosa si perda — che la relazione diventi “mentale” invece che “viva”. È normale sentirsi frustrati o non visti in questi casi, perché la terapia non è solo un esercizio di pensiero, ma un incontro umano, corporeo ed emotivo.
Al tempo stesso, va ricordato che ogni approccio terapeutico ha un suo linguaggio e delle sue cornici teoriche. Alcuni metodi privilegiano l’aspetto cognitivo, altri lavorano sul corpo, sulle emozioni o sulla consapevolezza del momento presente (come la mindfulness o la terapia somatica). Spesso, la chiave è trovare un professionista che riesca a integrare queste dimensioni — mente, corpo e vissuto profondo — in modo coerente e rispettoso della tua esperienza.
Il fatto che tu abbia così chiara la tua esigenza di autenticità e contatto è un ottimo punto di partenza. Ti suggerirei di approfondire questo tema con uno specialista che condivida una visione più esperienziale e corporea del lavoro terapeutico, in modo da sentirti realmente “in contatto” e non solo “analizzato”.
Un confronto diretto e sincero con il terapeuta può anche essere molto utile: parlargli apertamente delle tue sensazioni può aiutare a chiarire malintesi e, in certi casi, rafforzare la relazione terapeutica.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Salve,
accolgo con piacere la sua riflessione, che trovo concettualmente stimolante. Nel suo discorso lei distingue tra “mente” e “anima”, come se si trattasse di due entità separate. Il presupposto terapeutico per cui il suo terapeuta le pone domande legate alla mente nel momento in cui lei riporta il suo sentire, si basa probabilmente sul presupposto di base che noi siamo un’unità inscindibile, composta di corpo e mente. La piena espressione della nostra unicità deriva dall’integrazione di tutte le nostre parti, tra cui quella più razionale e quella più emotiva. Verosimilmente ciò che il suo terapeuta cercava di fare nel momento in cui la invitava a concettualizzare razionalmente un’esperienza emotiva era proprio favorire un processo di integrazione tra queste dimensioni. Dalle sue parole emerge una maggiore aderenza alla dimensione del sentire, che percepisce come più autentica, rispetto a quella razionale, vissuta come influenzata dalle voci dei suoi genitori o delle persone intorno a lei, tra cui anche il terapeuta. Ritengo importante potersi riappropriare della capacità di connettere ciò che si sente interiormente con ciò che si pensa, così da poter riconoscere come propri non solo i vissuti somatici, ma anche i propri pensieri.
Per eventuali approfondimenti resto a disposizione.
Cordialmente,
dott.ssa Luciana Bastianini
accolgo con piacere la sua riflessione, che trovo concettualmente stimolante. Nel suo discorso lei distingue tra “mente” e “anima”, come se si trattasse di due entità separate. Il presupposto terapeutico per cui il suo terapeuta le pone domande legate alla mente nel momento in cui lei riporta il suo sentire, si basa probabilmente sul presupposto di base che noi siamo un’unità inscindibile, composta di corpo e mente. La piena espressione della nostra unicità deriva dall’integrazione di tutte le nostre parti, tra cui quella più razionale e quella più emotiva. Verosimilmente ciò che il suo terapeuta cercava di fare nel momento in cui la invitava a concettualizzare razionalmente un’esperienza emotiva era proprio favorire un processo di integrazione tra queste dimensioni. Dalle sue parole emerge una maggiore aderenza alla dimensione del sentire, che percepisce come più autentica, rispetto a quella razionale, vissuta come influenzata dalle voci dei suoi genitori o delle persone intorno a lei, tra cui anche il terapeuta. Ritengo importante potersi riappropriare della capacità di connettere ciò che si sente interiormente con ciò che si pensa, così da poter riconoscere come propri non solo i vissuti somatici, ma anche i propri pensieri.
Per eventuali approfondimenti resto a disposizione.
Cordialmente,
dott.ssa Luciana Bastianini
Buongiorno! Nel rispetto della relazione terapeutica esistente e considerato i limiti dello strumento, proverò ad offrire un contributo di pensiero. Sembra che ogni esperienza di psicoterapia le lasci l’amaro in bocca, la dolorosa sensazione della mancanza di una solida e genuina sintonia con il/la terapeuta. Come se l’altro parlasse e cercasse di imporle una lingua diversa. Potremmo immaginare che abbia imparato molto presto a non fare affidamento sulla “mente” altrui. Potrebbe aver sempre sentito il rapporto con l'altro come vacillante e insicuro. Da bambini, per superare e dare senso alle fitte delle coliche, al dolore dei dentini che spuntano, ai vissuti incomprensibili, ci si affida a mamma e papà, alla capacità della loro mente di accogliere i messaggi del bambino o della bambina per predigerirli e restituirli in una forma più accettabile e sensata. Se la mente dell’altro è sentita come impegnata, distratta, indisponibile, non resta che fare da soli; non resta che sopravvivere a quanto viene sentito come disinteresse o interesse poco genuino. La “mente costruita negli anni” (forse in un’atmosfera di solitudine e incomprensione) sembra essere una mente troppo piena, confusa, invasa. Una mente che non ha potuto rimbalzare sull’altro per nascere e crescere; che non ha avuto la possibilità di creare lo spazio per costruire associazioni, collegamenti, legami tra le diverse dimensioni del sé (metafora di corpo, mente, anima); che appare di intralcio, inutile, svuotata di senso. Posso solo provare ad immaginare quanto sia difficile fidarsi e affidarsi (in famiglia, nelle amicizie, nelle relazioni sentimentali, in terapia). Nel rispetto del lavoro che sta facendo con il/la collega e della vostra relazione, non mi sento di andare oltre. Spero di averle dato l'occasione per pensare a quanto le sta accadendo e forse le accade da sempre da un punto di vista più intimo e profondo. In bocca al lupo per tutto
Buonasera gentile utente, trovo il suo quesito molto interessante. "La mancata sintonizzazione" con il terapeuta può dipendere dal suo approccio: ha mai cercato di rivolgersi a indirizzi esistenziali oppure psicosintetici in cui la dimensione trans-personale, la nostra unicità, il contatto con il nostro centro e quindi con la nostra anima è di primaria importanza? Se sente di "adattarsi" ad un terapeuta forse è già sbagliato in partenza. L'alleanza terapeutica, in quanto altro elemento che cura, farebbe fatica a costruirsi. Se lei sente il suo corpo ed è attento alle sue sensazioni questo lo sentirà e basterà trovare la persona giusta. Per l'altro quesito che porta mi trovo a confermare che il solo piano mentale non basta per fare terapia: l'essere umano ha tante altre funzioni psicologiche (immaginazione, intuizione, impulso/desiderio, emozione/sentimento, sensazione, che se armonizzati attorno ad un centro, e quindi all'anima può immergersi in un bel percorso terapeutico, ma soprattutto umano. Per cui fiducia, e buona ricerca! Se vuole possiamo sentirci online, il mio approccio è psicosintetico.
Buongiorno,
mi spiace per l’esperienza che ci ha descritto. Deve essere frustrante la dissonanza di cui parla, e la contrapposizione tra il bisogno di parlare con qualcuno e l’incompatibilità di trovare la mente nella stanza della terapia quando vorrebbe trattare di più dell’anima.
Nel tempo i termini evolvono nei loro significati, e in un dato momento diverse parole hanno sovrapposizioni di significati. Potrebbe essere interessante trasformare il limite di queste contraddizioni in un’opportunità per lei per fare una ricerca, con curiosità, sull’evoluzione del significato dei termini che ha citato nei vari momenti storici e contesti: anima, corpo, mente, intellettuale, filosofia, terapia.
Tra i vari orientamenti di psicoterapia e più in generale nei paradigmi dei professionisti sanitari i significati di mente e corpo possono mutare, anche nel tempo, e possono essere condivisibili o meno dai non sanitari. Nel paradigma medico-biologico, che si muove attraverso concetti e strumenti scientifici, possiamo trovare la collocazione e il significato scientifico di “anima”? Domanda complessa ma sfidante, non crede? A maggior ragione per il fatto che psicoterapia letteralmente significherebbe “terapia dell’anima”, ma la psiche come concetto nel tempo ha mutato i suoi confini linguistici, semantici, categoriali.
Ogni persona può dare un significato diverso a un termine in un contesto diverso, e anche questa appare come una contraddizione. Ciò può farci soffrire e darci frustrazione oppure potremmo accettarla come fenomeno naturale e proprio del linguaggio e dell’essere umano.
È molto bella e personale la sua definizione di anima come “energia, presenza, conoscenza che sentiamo nel corpo, che ci fa sentire presenti, che esistiamo e cosa siamo, senza il bisogno di pensare”. Paradossalmente, tra le discipline che si sono più impegnate nel definire l’anima, mi corregga se sono in errore, c’è la filosofia, quella che non le piace. Contraddizione che potrebbe essere frustrante o stimolante. E incuriosirla piacevolmente.
Ci potrebbero essere alcune alternative interessanti e sfidanti per la dissonanza che vive. Potrebbe accettare le contraddizioni nell’uso e nel significato dei termini nei vari tempi e contesti e negli altri da un contesto che legittima o veicola un dato significato ad un altro. Oppure provare a valutare e scegliere, tra i vari approcci, tutti altrettanto validi, un/una terapeuta costruttivista - si può informare e cercarne - che come prassi accetta e lavora con i significati che la persona porta in terapia. O entrambe.
Le faccio tanti auguri. Dott. Giovanni Iacoviello
mi spiace per l’esperienza che ci ha descritto. Deve essere frustrante la dissonanza di cui parla, e la contrapposizione tra il bisogno di parlare con qualcuno e l’incompatibilità di trovare la mente nella stanza della terapia quando vorrebbe trattare di più dell’anima.
Nel tempo i termini evolvono nei loro significati, e in un dato momento diverse parole hanno sovrapposizioni di significati. Potrebbe essere interessante trasformare il limite di queste contraddizioni in un’opportunità per lei per fare una ricerca, con curiosità, sull’evoluzione del significato dei termini che ha citato nei vari momenti storici e contesti: anima, corpo, mente, intellettuale, filosofia, terapia.
Tra i vari orientamenti di psicoterapia e più in generale nei paradigmi dei professionisti sanitari i significati di mente e corpo possono mutare, anche nel tempo, e possono essere condivisibili o meno dai non sanitari. Nel paradigma medico-biologico, che si muove attraverso concetti e strumenti scientifici, possiamo trovare la collocazione e il significato scientifico di “anima”? Domanda complessa ma sfidante, non crede? A maggior ragione per il fatto che psicoterapia letteralmente significherebbe “terapia dell’anima”, ma la psiche come concetto nel tempo ha mutato i suoi confini linguistici, semantici, categoriali.
Ogni persona può dare un significato diverso a un termine in un contesto diverso, e anche questa appare come una contraddizione. Ciò può farci soffrire e darci frustrazione oppure potremmo accettarla come fenomeno naturale e proprio del linguaggio e dell’essere umano.
È molto bella e personale la sua definizione di anima come “energia, presenza, conoscenza che sentiamo nel corpo, che ci fa sentire presenti, che esistiamo e cosa siamo, senza il bisogno di pensare”. Paradossalmente, tra le discipline che si sono più impegnate nel definire l’anima, mi corregga se sono in errore, c’è la filosofia, quella che non le piace. Contraddizione che potrebbe essere frustrante o stimolante. E incuriosirla piacevolmente.
Ci potrebbero essere alcune alternative interessanti e sfidanti per la dissonanza che vive. Potrebbe accettare le contraddizioni nell’uso e nel significato dei termini nei vari tempi e contesti e negli altri da un contesto che legittima o veicola un dato significato ad un altro. Oppure provare a valutare e scegliere, tra i vari approcci, tutti altrettanto validi, un/una terapeuta costruttivista - si può informare e cercarne - che come prassi accetta e lavora con i significati che la persona porta in terapia. O entrambe.
Le faccio tanti auguri. Dott. Giovanni Iacoviello
Quando la mente del terapeuta diventa un ostacolo al sentire
Condivido molto di quello che scrivi.
I pensieri, come entità coscienti, compaiono gradualmente nel corso della crescita: prima c’è coscienza, spontaneità e intuizione.
Quando il terapeuta lavora solo con la mente “pensata” — senza passare per la propria esperienza vissuta — la psicologia rischia di diventare un esercizio intellettuale, più culturale che umano.
Invece di liberare, appesantisce: produce pensieri che servono da stampelle per spiegare una realtà troppo ampia per essere contenuta nei nostri schemi razionali.
Molti pazienti lamentano un difetto di sintonizzazione empatica: il terapeuta interpreta, mentre loro desiderano essere sentiti.
Non chiedono teorie, ma presenza.
Dietro questo bisogno c’è una ricerca di contatto incarnato, reale, e insieme la paura di essere manipolati o “letti” da un linguaggio che sembra più accademico che autentico.
E a volte — come giustamente intuisci — anche il terapeuta ha paura: paura di assumersi la responsabilità di un’esperienza creativa, intuitiva, di uscire dal sicuro conforto dei libri per entrare nella vulnerabilità del sentire.
Ma l’essere umano non è solo razionalità: è anche intuizione, sensibilità, corpo e creatività.
Un terapeuta che dimentica questa dimensione riduce la vita a un sistema di categorie rassicuranti ma sterili.
Molti pazienti lo percepiscono subito: si sentono “studiati”, non incontrati.
Una vecchia favola lo esprime bene.
Aristotele, passeggiando sulla spiaggia, vede un uomo che tenta di riempire una buca con l’acqua del mare.
«Non riuscirai mai a contenere il mare in quella buca», gli dice.
L’uomo si volta: è Eraclito, e risponde: «E tu non fai lo stesso, cercando di racchiudere l’universo dentro la tua ragione?».
È ciò che accade quando la mente vuole spiegare la vita invece di viverla.
E in terapia, questo può diventare un ostacolo enorme.
Il rapporto col terapeuta, allora, diventa anche un rapporto con la conoscenza.
Il paziente teme di perdere la propria autenticità, di “tradire se stesso” affidandosi a parole che suonano derivate dai manuali più che da un’esperienza viva.
Quello che desidera davvero è un terapeuta capace di condividere lo spazio del sentire, non solo quello del pensiero.
Rifiutare del tutto la mente sarebbe un estremo.
Ma occorre evitare che i pensieri diventino proprietari di tutto lo spazio della coscienza.
In terapia questo significa imparare a sentire prima di capire: tornare al corpo, al respiro, alla presenza concreta dell’incontro umano.
Perché solo lì — nel contatto reale e non concettuale — nasce la possibilità di cura autentica.
Dott. Francesco Paolo Coppola – Napoli – Psicologo e Psicoterapeuta
Condivido molto di quello che scrivi.
I pensieri, come entità coscienti, compaiono gradualmente nel corso della crescita: prima c’è coscienza, spontaneità e intuizione.
Quando il terapeuta lavora solo con la mente “pensata” — senza passare per la propria esperienza vissuta — la psicologia rischia di diventare un esercizio intellettuale, più culturale che umano.
Invece di liberare, appesantisce: produce pensieri che servono da stampelle per spiegare una realtà troppo ampia per essere contenuta nei nostri schemi razionali.
Molti pazienti lamentano un difetto di sintonizzazione empatica: il terapeuta interpreta, mentre loro desiderano essere sentiti.
Non chiedono teorie, ma presenza.
Dietro questo bisogno c’è una ricerca di contatto incarnato, reale, e insieme la paura di essere manipolati o “letti” da un linguaggio che sembra più accademico che autentico.
E a volte — come giustamente intuisci — anche il terapeuta ha paura: paura di assumersi la responsabilità di un’esperienza creativa, intuitiva, di uscire dal sicuro conforto dei libri per entrare nella vulnerabilità del sentire.
Ma l’essere umano non è solo razionalità: è anche intuizione, sensibilità, corpo e creatività.
Un terapeuta che dimentica questa dimensione riduce la vita a un sistema di categorie rassicuranti ma sterili.
Molti pazienti lo percepiscono subito: si sentono “studiati”, non incontrati.
Una vecchia favola lo esprime bene.
Aristotele, passeggiando sulla spiaggia, vede un uomo che tenta di riempire una buca con l’acqua del mare.
«Non riuscirai mai a contenere il mare in quella buca», gli dice.
L’uomo si volta: è Eraclito, e risponde: «E tu non fai lo stesso, cercando di racchiudere l’universo dentro la tua ragione?».
È ciò che accade quando la mente vuole spiegare la vita invece di viverla.
E in terapia, questo può diventare un ostacolo enorme.
Il rapporto col terapeuta, allora, diventa anche un rapporto con la conoscenza.
Il paziente teme di perdere la propria autenticità, di “tradire se stesso” affidandosi a parole che suonano derivate dai manuali più che da un’esperienza viva.
Quello che desidera davvero è un terapeuta capace di condividere lo spazio del sentire, non solo quello del pensiero.
Rifiutare del tutto la mente sarebbe un estremo.
Ma occorre evitare che i pensieri diventino proprietari di tutto lo spazio della coscienza.
In terapia questo significa imparare a sentire prima di capire: tornare al corpo, al respiro, alla presenza concreta dell’incontro umano.
Perché solo lì — nel contatto reale e non concettuale — nasce la possibilità di cura autentica.
Dott. Francesco Paolo Coppola – Napoli – Psicologo e Psicoterapeuta
Buongiorno, gli argomenti trattati portano alla luce alcuni elementi molto importanti legati a quella unità del Sè costituita da mente corpo, pensieri emozioni sensazioni; tutto il nostro sentire è tale in un rispecchiamento che all'interno della relazione terapeutica è il Contatto. Credo sia molto importante che lei affronti i suoi pensieri, le sensazioni e emozioni con il suo terapeuta e insieme potete sicuramente comprendere quale è l'alemento che stà alla base di questo suo disagio ( dissonanza cognitiva)
Credo valga la pena affrontare per trovare un sollievo e non farsi imbrigliare da situazioni dove se siamo in terapia è certamente per provare ad affrontare cio che ci fa stare male.
Credo valga la pena affrontare per trovare un sollievo e non farsi imbrigliare da situazioni dove se siamo in terapia è certamente per provare ad affrontare cio che ci fa stare male.
Buonasera,
quello che descrive è un vissuto molto importante e tutt’altro che raro. In terapia, la qualità del contatto emotivo e la percezione di essere compresi “nella propria lingua interiore” sono fondamentali. Quando il lavoro sembra spostarsi troppo sul piano mentale o concettuale, è naturale che si attivi una sensazione di distanza o di perdita di autenticità.
Ogni terapeuta porta con sé una propria formazione e un proprio linguaggio — alcuni più orientati all’aspetto cognitivo, altri a quello corporeo o esperienziale — ma ciò che davvero conta è la possibilità di sentirsi visti e accolti per come si è. Parlare apertamente con la propria terapeuta di queste sensazioni può essere molto utile: spesso permette di chiarire malintesi, di trovare un linguaggio comune e di rendere il percorso più vivo e coerente con il proprio modo di sentire.
La terapia funziona meglio quando mente, corpo ed emozione possono dialogare insieme, senza che uno prevalga sull’altro.
quello che descrive è un vissuto molto importante e tutt’altro che raro. In terapia, la qualità del contatto emotivo e la percezione di essere compresi “nella propria lingua interiore” sono fondamentali. Quando il lavoro sembra spostarsi troppo sul piano mentale o concettuale, è naturale che si attivi una sensazione di distanza o di perdita di autenticità.
Ogni terapeuta porta con sé una propria formazione e un proprio linguaggio — alcuni più orientati all’aspetto cognitivo, altri a quello corporeo o esperienziale — ma ciò che davvero conta è la possibilità di sentirsi visti e accolti per come si è. Parlare apertamente con la propria terapeuta di queste sensazioni può essere molto utile: spesso permette di chiarire malintesi, di trovare un linguaggio comune e di rendere il percorso più vivo e coerente con il proprio modo di sentire.
La terapia funziona meglio quando mente, corpo ed emozione possono dialogare insieme, senza che uno prevalga sull’altro.
Salve,
la psicoterapia in genere lavora soprattutto con le emozioni. E' molto strana l'esperienza che riporta vista la difficoltà riscontrata con diversi terapeuti. Andrebbe meglio compresa la sua aspettativa rispetto al sentire; potrebbe aver idealizzato troppo l aspetto dell'empatia a discapito della mente stessa. Ad ogni modo, provi ad iniziare un percorsi di psicoterapia cercando uno specialista che lavori nel profondo, potrebbe avvicinarsi alla sua idea di cura e comprensione.
Cordiali saluti
Dott. Diego Ferrara
la psicoterapia in genere lavora soprattutto con le emozioni. E' molto strana l'esperienza che riporta vista la difficoltà riscontrata con diversi terapeuti. Andrebbe meglio compresa la sua aspettativa rispetto al sentire; potrebbe aver idealizzato troppo l aspetto dell'empatia a discapito della mente stessa. Ad ogni modo, provi ad iniziare un percorsi di psicoterapia cercando uno specialista che lavori nel profondo, potrebbe avvicinarsi alla sua idea di cura e comprensione.
Cordiali saluti
Dott. Diego Ferrara
Dr. Maria Tiziana Maricchiolo
Psicologo, Psicoterapeuta, Professional counselor
San Giovanni la Punta
Buongiorno, potrebbe essere utile un lavoro psico-corporeo e l'approccio psicoterapeutico fornito dall'analisi bioenergetica che la aiuti a rilasciare le memorie corporee collegate ad eventi traumatici e restituirle una maggiore connessione con il sentire, presenza e stabilità emotiva.
Salve paziente anonimo
Io credo che le sue profonde riflessioni in realtà nascono dalla mancanza di connessione empatia simpatia con il suo terapeuta
Non è lei che deve analizzare
Lei deve affidarsi e riesce a farlo se trova la persona che lo accoglie e lo fa sentire a casa
Poi ognuno ha la sua tecnica e il suo sapere.. La terapia è di fatto un alchimia che si crea nel momento in cui le anime si incontrano ognuno con il suo sentire
Di solito la persona porta un disagio
Il terapeuta lo ha vissuto studiato si è confrontato.. Sa accogliere il disagio e sa guidare la persona
Io attualmente faccio meditazione animica a ma... Le posso anche dire che non è per tutti.. Dipende dal disagio che la persona porta e da quanto è in grado di riconoscere il suo disagio
Altrimenti è un girare a vuoto senza più o meno concludere nulla
In bocca al lupo
Dott.ssaLorenzini Maria santa psicoterapeuta
Io credo che le sue profonde riflessioni in realtà nascono dalla mancanza di connessione empatia simpatia con il suo terapeuta
Non è lei che deve analizzare
Lei deve affidarsi e riesce a farlo se trova la persona che lo accoglie e lo fa sentire a casa
Poi ognuno ha la sua tecnica e il suo sapere.. La terapia è di fatto un alchimia che si crea nel momento in cui le anime si incontrano ognuno con il suo sentire
Di solito la persona porta un disagio
Il terapeuta lo ha vissuto studiato si è confrontato.. Sa accogliere il disagio e sa guidare la persona
Io attualmente faccio meditazione animica a ma... Le posso anche dire che non è per tutti.. Dipende dal disagio che la persona porta e da quanto è in grado di riconoscere il suo disagio
Altrimenti è un girare a vuoto senza più o meno concludere nulla
In bocca al lupo
Dott.ssaLorenzini Maria santa psicoterapeuta
Buongiorno, comprendo bene ciò che dice. La terapia, per come la intendo io, deve considerare la persona su tutti i livelli del suo essere. Il fatto che non abbia ancora trovato un terapeuta con questa prospettiva non significa che non ce ne siano.
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