Buongiorno, sono una ragazza di 24 anni e vi scrivo a causa delle mie insicurezze e paranoie. Qualc
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Buongiorno, sono una ragazza di 24 anni e vi scrivo a causa delle mie insicurezze e paranoie.
Qualche giorno fa é tragicamente e improvvisamente morto il ragazzo di una mia amica, aveva 26 anni.
Mi sono trovata davvero in grande difficoltá nel cercare di capire come comportarmi con lei, siamo amiche ma non strettissime, lei é un'amica molto importante della mia migliore amica e usciamo spesso insieme. Vorrei dimostrarle il mio affetto e la mia vicinanza ma non so come fare, ogni cosa da fare o da dire mi sembra sbagliata, mi sembra di sbagliare e poter peggiorare la situazione, mi sento sbagliata Io e mi sembra confermato questo mio pensiero. Mi rendo peró conto che questa conferma delle mie paranoie sia creata a sua volta da questa mia convinzione di essere sbagliata perché questa sensazione l'avverto in momenti che razionalmente, di solito vanno cosí.
Faccio un esempio per spiegarmi: dopo averle mandato il messaggio di condoglianze la sua risposta é stata "grazie". Razionalmente mi rendo conto che sia dilaniata dal dolore e che l'ultimo suo pensiero sia rispondere a me, ma a me viene da pensare che invece mi abbia risposto in maniera fredda perché non sono stata abbastanza carina o non sia una buona amica.
Mi é successa la stessa cosa lo scorso anno quando é morto mio zio. In quel momento volevo stare accanto a mia nonna, volevo farle arrivare il mio amore ma mi sembrava che ogni mio gesto fosse sbagliato, che i gesti delle altre nipoti fosse piú apprezzato, Che I suoi abbracci nei loro confronti durassero di piú rispetto ai miei e tanti altre percezioni che mi rendo conto siano assurde. Inoltre queste mie sensazioni mi fanno sentire egocentrica ed egoista, perché in questi momenti dovrei concentrarmi sulla sofferenza altrui e non sul mio ego e insicurezze, perché é normale che non sia il centro dei loro pensieri il rispondere bene a me ad UN messaggio o abbracciarmi per piú tempo.
Vorrei capire perché si innesca questo meccanismo in me e come contrastarlo perché in queste situazioni vorrei solo dimostrare il mio affetto sinceramente, senza perdermi nelle mie ansie e paranoie.
Vi ringrazio anticipatamente per quello che fate.
Qualche giorno fa é tragicamente e improvvisamente morto il ragazzo di una mia amica, aveva 26 anni.
Mi sono trovata davvero in grande difficoltá nel cercare di capire come comportarmi con lei, siamo amiche ma non strettissime, lei é un'amica molto importante della mia migliore amica e usciamo spesso insieme. Vorrei dimostrarle il mio affetto e la mia vicinanza ma non so come fare, ogni cosa da fare o da dire mi sembra sbagliata, mi sembra di sbagliare e poter peggiorare la situazione, mi sento sbagliata Io e mi sembra confermato questo mio pensiero. Mi rendo peró conto che questa conferma delle mie paranoie sia creata a sua volta da questa mia convinzione di essere sbagliata perché questa sensazione l'avverto in momenti che razionalmente, di solito vanno cosí.
Faccio un esempio per spiegarmi: dopo averle mandato il messaggio di condoglianze la sua risposta é stata "grazie". Razionalmente mi rendo conto che sia dilaniata dal dolore e che l'ultimo suo pensiero sia rispondere a me, ma a me viene da pensare che invece mi abbia risposto in maniera fredda perché non sono stata abbastanza carina o non sia una buona amica.
Mi é successa la stessa cosa lo scorso anno quando é morto mio zio. In quel momento volevo stare accanto a mia nonna, volevo farle arrivare il mio amore ma mi sembrava che ogni mio gesto fosse sbagliato, che i gesti delle altre nipoti fosse piú apprezzato, Che I suoi abbracci nei loro confronti durassero di piú rispetto ai miei e tanti altre percezioni che mi rendo conto siano assurde. Inoltre queste mie sensazioni mi fanno sentire egocentrica ed egoista, perché in questi momenti dovrei concentrarmi sulla sofferenza altrui e non sul mio ego e insicurezze, perché é normale che non sia il centro dei loro pensieri il rispondere bene a me ad UN messaggio o abbracciarmi per piú tempo.
Vorrei capire perché si innesca questo meccanismo in me e come contrastarlo perché in queste situazioni vorrei solo dimostrare il mio affetto sinceramente, senza perdermi nelle mie ansie e paranoie.
Vi ringrazio anticipatamente per quello che fate.
Buongiorno, La ringrazio per aver condiviso con tanta chiarezza e onestà ciò che sta vivendo. Si sente quanto questa situazione Le abbia attivato dolore, confusione e un forte senso di inadeguatezza, proprio mentre il Suo desiderio più grande è quello di essere presente e affettuosa verso chi soffre.
È comprensibile che, di fronte a eventi così dolorosi come una perdita improvvisa, emergano emozioni intense e difficili da gestire. Quando ci si trova davanti al dolore dell’altro, soprattutto se è profondo e silenzioso, può nascere un senso di smarrimento: non sapere cosa dire o fare, temere di sbagliare, interrogarsi continuamente su come si viene percepiti. In questi momenti, la mente può facilmente spostare l’attenzione su di sé, non per egoismo, ma per tentare di trovare un punto di controllo in una situazione che fa sentire impotenti.
Da ciò che racconta, sembra che in Lei si attivi un meccanismo molto severo di autocritica: ogni gesto, ogni risposta dell’altro viene letta come una possibile conferma di “non essere abbastanza”. Anche se razionalmente sa che il dolore altrui spiega certe reazioni, emotivamente prevale il timore di sbagliare o di non essere vista. Questo può accadere soprattutto a persone molto sensibili, attente ai legami e al bisogno di sentirsi in relazione in modo autentico.
Il fatto che Lei si ponga queste domande e riconosca la differenza tra ciò che pensa e ciò che sente è già un passo importante. Un percorso psicologico potrebbe aiutarLa a comprendere meglio da dove nasce questa insicurezza, a ridurre il peso di questi pensieri e a imparare a stare accanto agli altri senza perdere se stessa, con maggiore fiducia e serenità nei propri gesti di affetto.
Un caro saluto
Dott.ssa Barcella
È comprensibile che, di fronte a eventi così dolorosi come una perdita improvvisa, emergano emozioni intense e difficili da gestire. Quando ci si trova davanti al dolore dell’altro, soprattutto se è profondo e silenzioso, può nascere un senso di smarrimento: non sapere cosa dire o fare, temere di sbagliare, interrogarsi continuamente su come si viene percepiti. In questi momenti, la mente può facilmente spostare l’attenzione su di sé, non per egoismo, ma per tentare di trovare un punto di controllo in una situazione che fa sentire impotenti.
Da ciò che racconta, sembra che in Lei si attivi un meccanismo molto severo di autocritica: ogni gesto, ogni risposta dell’altro viene letta come una possibile conferma di “non essere abbastanza”. Anche se razionalmente sa che il dolore altrui spiega certe reazioni, emotivamente prevale il timore di sbagliare o di non essere vista. Questo può accadere soprattutto a persone molto sensibili, attente ai legami e al bisogno di sentirsi in relazione in modo autentico.
Il fatto che Lei si ponga queste domande e riconosca la differenza tra ciò che pensa e ciò che sente è già un passo importante. Un percorso psicologico potrebbe aiutarLa a comprendere meglio da dove nasce questa insicurezza, a ridurre il peso di questi pensieri e a imparare a stare accanto agli altri senza perdere se stessa, con maggiore fiducia e serenità nei propri gesti di affetto.
Un caro saluto
Dott.ssa Barcella
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Buongiorno,
quello che descrive riguarda il modo in cui lei reagisce emotivamente quando si trova di fronte al dolore di qualcuno a cui vuole bene. In questi momenti sembra emergere un forte bisogno di essere presente in modo autentico, accompagnato però da una difficoltà a fidarsi dei propri gesti.
Quando una persona vive un lutto, le risposte, a volte ridotte al minimo, non sono un segnale rivolto agli altri, ma un effetto diretto della sofferenza. In questo contesto, il valore di un messaggio o di una presenza si misura dal fatto di esserci.
Nel suo caso, l’attenzione tende a spostarsi rapidamente dall’altro a ciò che sente o pensa di sè.
Essere d’aiuto, in queste situazioni, spesso può corrispondere al fare meno con la sensazione di fare poco: un messaggio semplice, una presenza discreta, il rispetto dei tempi dell’altro. Non serve aggiungere altro, né controllare l’effetto che i propri gesti producono.
Il lavoro più utile, per lei, è spostare gradualmente il focus dal giudizio su sé stessa all’atto concreto dell’esserci, così com’è possibile in quel momento. Questo permette di vivere la vicinanza in modo più semplice e meno faticoso, senza perdersi in valutazioni che non portano beneficio.
Se sente che questa modalità si ripresenta in situazioni emotivamente intense, parlarne in un percorso psicologico può aiutarla a riconoscerla prima e a restare più ancorata al presente, invece che ai pensieri su di sé.
Un caro saluto
Dott.ssa Daniela Canorro
Psicosessuologa clinica, Counselor relazionale
quello che descrive riguarda il modo in cui lei reagisce emotivamente quando si trova di fronte al dolore di qualcuno a cui vuole bene. In questi momenti sembra emergere un forte bisogno di essere presente in modo autentico, accompagnato però da una difficoltà a fidarsi dei propri gesti.
Quando una persona vive un lutto, le risposte, a volte ridotte al minimo, non sono un segnale rivolto agli altri, ma un effetto diretto della sofferenza. In questo contesto, il valore di un messaggio o di una presenza si misura dal fatto di esserci.
Nel suo caso, l’attenzione tende a spostarsi rapidamente dall’altro a ciò che sente o pensa di sè.
Essere d’aiuto, in queste situazioni, spesso può corrispondere al fare meno con la sensazione di fare poco: un messaggio semplice, una presenza discreta, il rispetto dei tempi dell’altro. Non serve aggiungere altro, né controllare l’effetto che i propri gesti producono.
Il lavoro più utile, per lei, è spostare gradualmente il focus dal giudizio su sé stessa all’atto concreto dell’esserci, così com’è possibile in quel momento. Questo permette di vivere la vicinanza in modo più semplice e meno faticoso, senza perdersi in valutazioni che non portano beneficio.
Se sente che questa modalità si ripresenta in situazioni emotivamente intense, parlarne in un percorso psicologico può aiutarla a riconoscerla prima e a restare più ancorata al presente, invece che ai pensieri su di sé.
Un caro saluto
Dott.ssa Daniela Canorro
Psicosessuologa clinica, Counselor relazionale
Buongiorno e grazie per la sua condivisione. Posso immaginare quanto sia condizionante il sentirsi sbagliati e tutto il disagio che comporta. Il consiglio che le do è quello di iniziare un percorso di psicoterapia al fine di lavorare su queste sue insicurezze che prendono la forma di paranoie e pensieri intrusivi.
Rimango a disposizione per eventuali chiarimenti.
Cordialmente, dottor Moraschini
Rimango a disposizione per eventuali chiarimenti.
Cordialmente, dottor Moraschini
Buongiorno,
da ciò che scrive sembra che il lutto, con il suo forte impatto emotivo, faccia emergere in modo più netto qualcosa che in lei è già presente: l’attenzione al giudizio dell’altro e, soprattutto, il confronto con chi le sta intorno. In quei momenti non si tratta solo di stare vicino a chi soffre, ma di osservare come quella persona reagisce a lei rispetto agli altri — come nel caso delle altre nipoti — e di leggere queste differenze come segni di maggiore o minore apprezzamento.
Questo confronto sembra attivarsi proprio quando l’altro è meno disponibile a rispondere, e quindi non può offrire rassicurazioni. L’assenza di conferme viene allora colmata da interpretazioni che la mettono in una posizione di difetto. Il punto non è stabilire se queste letture siano giuste o sbagliate, ma riconoscere che in quei momenti lei non sta solo affrontando il dolore altrui: sta anche misurando il proprio valore attraverso lo sguardo degli altri. Interrogare queste dinamiche può essere un'occasione non solo per gestire diversamente situazioni analoghe, ma per cogliere l'occasione di conoscere qualcosa di se stessa e del rapporto che intrattiene con il riconoscimento dell'altro.
da ciò che scrive sembra che il lutto, con il suo forte impatto emotivo, faccia emergere in modo più netto qualcosa che in lei è già presente: l’attenzione al giudizio dell’altro e, soprattutto, il confronto con chi le sta intorno. In quei momenti non si tratta solo di stare vicino a chi soffre, ma di osservare come quella persona reagisce a lei rispetto agli altri — come nel caso delle altre nipoti — e di leggere queste differenze come segni di maggiore o minore apprezzamento.
Questo confronto sembra attivarsi proprio quando l’altro è meno disponibile a rispondere, e quindi non può offrire rassicurazioni. L’assenza di conferme viene allora colmata da interpretazioni che la mettono in una posizione di difetto. Il punto non è stabilire se queste letture siano giuste o sbagliate, ma riconoscere che in quei momenti lei non sta solo affrontando il dolore altrui: sta anche misurando il proprio valore attraverso lo sguardo degli altri. Interrogare queste dinamiche può essere un'occasione non solo per gestire diversamente situazioni analoghe, ma per cogliere l'occasione di conoscere qualcosa di se stessa e del rapporto che intrattiene con il riconoscimento dell'altro.
Buongiorno,
La ringrazio per aver scritto con tanta lucidità e onestà emotiva: ciò che descrive è tutt’altro che banale e, soprattutto, non è segno di egoismo, come teme.
In situazioni di lutto e di forte vulnerabilità emotiva, in Lei sembra attivarsi un meccanismo molto specifico: l’attenzione si sposta dal dolore dell’altro alla paura di “essere sbagliata” nella relazione. Non perché Lei voglia essere al centro, ma perché il dolore altrui diventa uno specchio che riattiva una ferita interna più antica, legata al timore di non essere abbastanza, di non essere scelta, di non essere accolta come vorrebbe.
Il punto cruciale è questo:
Lei razionalmente comprende perfettamente che una risposta breve o un gesto meno caloroso non parlano di Lei, ma del dolore dell’altro. Tuttavia, emotivamente, il Suo sistema interno sembra leggere quelle stesse situazioni come una possibile conferma di un’idea già presente: “c’è qualcosa che non va in me”. È qui che nasce la paranoia, non dalla realtà, ma dalla lente con cui la realtà viene interpretata.
Questo spiega anche perché le stesse dinamiche si siano ripresentate con Sua nonna: nei momenti di perdita, quando l’amore è messo alla prova dall’assenza, il bisogno di sentirsi confermati può diventare molto intenso, quasi urgente. Non è infantilismo, è un bisogno affettivo che chiede rassicurazione.
Il senso di colpa che prova (“dovrei pensare solo a loro”) è comprensibile, ma rischia di essere ingiusto verso di Lei. Le Sue emozioni non annullano la compassione che prova, convivono con essa. Può essere presente per l’altro e avere dentro di sé delle fragilità che si attivano.
Per contrastare questo meccanismo, il primo passo non è “zittire” le paranoie, ma riconoscerle come un segnale, non come una verità. In quei momenti può dirsi, con fermezza ma gentilezza:
“Questo è il mio timore di non essere abbastanza che parla, non la realtà di ciò che sto facendo.”
Il secondo passo è ricordarsi che, nel lutto, la presenza autentica non si misura dall’intensità delle risposte ricevute, ma dall’intenzione con cui viene offerta. Un messaggio, un pensiero, un esserci silenzioso sono già espressioni profonde di affetto, anche quando non vengono “restituite” come Lei spererebbe.
Infine, se questo schema si ripete nel tempo e in contesti diversi, potrebbe essere molto utile esplorarlo in un percorso personale: non perché ci sia qualcosa di sbagliato in Lei, ma perché c’è qualcosa che chiede ascolto e cura.
Lei non è fuori posto nelle relazioni. Sta solo cercando, con grande sensibilità, di amare senza perdersi. E questo, di per sé, è già un segno di maturità emotiva.
La ringrazio per aver scritto con tanta lucidità e onestà emotiva: ciò che descrive è tutt’altro che banale e, soprattutto, non è segno di egoismo, come teme.
In situazioni di lutto e di forte vulnerabilità emotiva, in Lei sembra attivarsi un meccanismo molto specifico: l’attenzione si sposta dal dolore dell’altro alla paura di “essere sbagliata” nella relazione. Non perché Lei voglia essere al centro, ma perché il dolore altrui diventa uno specchio che riattiva una ferita interna più antica, legata al timore di non essere abbastanza, di non essere scelta, di non essere accolta come vorrebbe.
Il punto cruciale è questo:
Lei razionalmente comprende perfettamente che una risposta breve o un gesto meno caloroso non parlano di Lei, ma del dolore dell’altro. Tuttavia, emotivamente, il Suo sistema interno sembra leggere quelle stesse situazioni come una possibile conferma di un’idea già presente: “c’è qualcosa che non va in me”. È qui che nasce la paranoia, non dalla realtà, ma dalla lente con cui la realtà viene interpretata.
Questo spiega anche perché le stesse dinamiche si siano ripresentate con Sua nonna: nei momenti di perdita, quando l’amore è messo alla prova dall’assenza, il bisogno di sentirsi confermati può diventare molto intenso, quasi urgente. Non è infantilismo, è un bisogno affettivo che chiede rassicurazione.
Il senso di colpa che prova (“dovrei pensare solo a loro”) è comprensibile, ma rischia di essere ingiusto verso di Lei. Le Sue emozioni non annullano la compassione che prova, convivono con essa. Può essere presente per l’altro e avere dentro di sé delle fragilità che si attivano.
Per contrastare questo meccanismo, il primo passo non è “zittire” le paranoie, ma riconoscerle come un segnale, non come una verità. In quei momenti può dirsi, con fermezza ma gentilezza:
“Questo è il mio timore di non essere abbastanza che parla, non la realtà di ciò che sto facendo.”
Il secondo passo è ricordarsi che, nel lutto, la presenza autentica non si misura dall’intensità delle risposte ricevute, ma dall’intenzione con cui viene offerta. Un messaggio, un pensiero, un esserci silenzioso sono già espressioni profonde di affetto, anche quando non vengono “restituite” come Lei spererebbe.
Infine, se questo schema si ripete nel tempo e in contesti diversi, potrebbe essere molto utile esplorarlo in un percorso personale: non perché ci sia qualcosa di sbagliato in Lei, ma perché c’è qualcosa che chiede ascolto e cura.
Lei non è fuori posto nelle relazioni. Sta solo cercando, con grande sensibilità, di amare senza perdersi. E questo, di per sé, è già un segno di maturità emotiva.
Gent.ma utente,
la sua riflessione è profonda e testimonia la sua capacità di guardarsi dentro con quel minimo distacco che consente di esprimere grande consapevolezza.
Dalle sue parole si evince il bisogno, anzi quasi la necessità, di ricevere rinforzi positivi nei gesti che compie verso gli altri, nelle parole e nei sentimenti che dimostra. E' quella sensazione di non essere mai abbastanza per chi le sta intorno, di non vedere riconosciuti i suoi sforzi di apertura e sensibilità.
Nel caso della sua amica colpita dal lutto, si è aggiunto un senso di colpa generato dall'aver provato sentimenti contrastanti quando ha ricevuto una risposta "fredda" e laconica, seppur comprensibile vista la tragedia accaduta.
Credo che il meccanismo di cui parla sia legato al livello della sua autostima. Dalle sue parole e dai suoi esempi, appare che essa sia poggiata sulla valutazione degli altri (quindi sulla stima che essi hanno, o non hanno, per lei), piuttosto che su una schietta osservazione interiore.
L'autostima, però, non ha nulla a che fare con il giudizio degli altri. E' una costruzione di auto-determinazione fondata su due pilastri fondamentali: la gratitudine e l'orgoglio. La gratitudine per i propri valori e per i propri attributi migliori, l'orgoglio per essere capace di portare fuori questi valori e attributi nel comportamento e nel migliorare la vita del mondo che la circonda. Quando si lavora con questa prospettiva, l'autostima diventa una forza che si rigenera da sola, come un loop positivo! Nuovi comportamenti di valore, nuove buone intenzioni, andranno a incrementare la gratitudine verso sé stessi, spingendoci a compiere altre azioni ammirevoli.
E tutto questo, senza bisogno di ricevere conferme dall'esterno. Certo, osservare l'apprezzamento degli altri, così come ricevere i giusti riconoscimenti fa piacere, ma è un qualcosa che si aggiunge a una certezza di fondo su sé stessi che nessuno dovrebbe scalfire.
Provi a immaginare la situazione di essere in una stanza con altre persone, intrattenuti in qualche attività o conversazione, dove vengono fuori le sue qualità e i principi in cui crede davvero. Ora immagini che, al termine di questa scena, lei esca da quella stanza e sia fermamente convinta di aver lasciato una buona impressione, ma sia anche capace di resistere alla tentazione di rientrare nella stanza per verificare quello che gli altri stanno dicendo di lei. Ecco, questa è una reale prova empirica di un buon livello di autostima.
Una buona autostima porta ad autonomia di pensiero e di opinione. Ciò può rendere le persone capaci di quella trasparenza nel manifestarsi all'esterno. Questo vale principalmente per le emozioni e la comunicazione dei sentimenti: quando si agisce secondo i propri valori non ci possono essere rimpianti, sensi di colpa o paranoie che tengano, di fronte alla sincerità di essere semplicemente sé stessi.
Valuti la possibilità di un percorso psicologico di crescita personale per lavorare concretamente sulla sua autostima e raggiungere questa autonomia e indipendenza dal giudizio delle altre persone. Ne gioverà il suo benessere psicologico, la gestione delle emozioni e la possibilità di portare i suoi valori nelle azioni che compie e nelle decisioni che prende.
Sono a disposizione, anche online, per ulteriori informazioni su un percorso di questo tipo.
Le auguro il meglio, Dott. Antonio Cortese
la sua riflessione è profonda e testimonia la sua capacità di guardarsi dentro con quel minimo distacco che consente di esprimere grande consapevolezza.
Dalle sue parole si evince il bisogno, anzi quasi la necessità, di ricevere rinforzi positivi nei gesti che compie verso gli altri, nelle parole e nei sentimenti che dimostra. E' quella sensazione di non essere mai abbastanza per chi le sta intorno, di non vedere riconosciuti i suoi sforzi di apertura e sensibilità.
Nel caso della sua amica colpita dal lutto, si è aggiunto un senso di colpa generato dall'aver provato sentimenti contrastanti quando ha ricevuto una risposta "fredda" e laconica, seppur comprensibile vista la tragedia accaduta.
Credo che il meccanismo di cui parla sia legato al livello della sua autostima. Dalle sue parole e dai suoi esempi, appare che essa sia poggiata sulla valutazione degli altri (quindi sulla stima che essi hanno, o non hanno, per lei), piuttosto che su una schietta osservazione interiore.
L'autostima, però, non ha nulla a che fare con il giudizio degli altri. E' una costruzione di auto-determinazione fondata su due pilastri fondamentali: la gratitudine e l'orgoglio. La gratitudine per i propri valori e per i propri attributi migliori, l'orgoglio per essere capace di portare fuori questi valori e attributi nel comportamento e nel migliorare la vita del mondo che la circonda. Quando si lavora con questa prospettiva, l'autostima diventa una forza che si rigenera da sola, come un loop positivo! Nuovi comportamenti di valore, nuove buone intenzioni, andranno a incrementare la gratitudine verso sé stessi, spingendoci a compiere altre azioni ammirevoli.
E tutto questo, senza bisogno di ricevere conferme dall'esterno. Certo, osservare l'apprezzamento degli altri, così come ricevere i giusti riconoscimenti fa piacere, ma è un qualcosa che si aggiunge a una certezza di fondo su sé stessi che nessuno dovrebbe scalfire.
Provi a immaginare la situazione di essere in una stanza con altre persone, intrattenuti in qualche attività o conversazione, dove vengono fuori le sue qualità e i principi in cui crede davvero. Ora immagini che, al termine di questa scena, lei esca da quella stanza e sia fermamente convinta di aver lasciato una buona impressione, ma sia anche capace di resistere alla tentazione di rientrare nella stanza per verificare quello che gli altri stanno dicendo di lei. Ecco, questa è una reale prova empirica di un buon livello di autostima.
Una buona autostima porta ad autonomia di pensiero e di opinione. Ciò può rendere le persone capaci di quella trasparenza nel manifestarsi all'esterno. Questo vale principalmente per le emozioni e la comunicazione dei sentimenti: quando si agisce secondo i propri valori non ci possono essere rimpianti, sensi di colpa o paranoie che tengano, di fronte alla sincerità di essere semplicemente sé stessi.
Valuti la possibilità di un percorso psicologico di crescita personale per lavorare concretamente sulla sua autostima e raggiungere questa autonomia e indipendenza dal giudizio delle altre persone. Ne gioverà il suo benessere psicologico, la gestione delle emozioni e la possibilità di portare i suoi valori nelle azioni che compie e nelle decisioni che prende.
Sono a disposizione, anche online, per ulteriori informazioni su un percorso di questo tipo.
Le auguro il meglio, Dott. Antonio Cortese
Cara utente,
nei momenti di dolore altrui, quando vorremmo essere presenti “nel modo giusto”, può attivarsi una parte di noi che teme profondamente di sbagliare e di non essere abbastanza. Non è egocentrismo, ma più una vecchia paura che si riaccende proprio quando la relazione conta.
I meccanismi che nota non nascono necessariamente da ciò che l’altro fa, ma più probabilmente dal filtro interno con cui lei legge quei segnali. In situazioni di lutto, dove le risposte emotive sono ridotte e disordinate, questa lente tende a confermare una convinzione già presente: “c’è qualcosa di sbagliato in me”. È come se, davanti al dolore, si attivasse automaticamente un bisogno di conferma affettiva che però, in quel contesto, non può arrivare.
Contrastare questo meccanismo significa riconoscere che la sua ansia parla di un desiderio profondo di essere vicina e significativa per l’altro, che a volte non è dire o fare la cosa perfetta, ma restare, anche nel silenzio, senza giudicarsi.
Qualora vorrà, un percorso psicologico potrà aiutarla a ricollegare questa paura di sbagliare alle sue radici relazionali, così da non viverla più come una colpa o una mancanza personale, ma scoprire magari che sta solo ripetendo un modo imparato per cercare vicinanza e sicurezza.
Un caro saluto.
Dott.ssa Abbagnano
nei momenti di dolore altrui, quando vorremmo essere presenti “nel modo giusto”, può attivarsi una parte di noi che teme profondamente di sbagliare e di non essere abbastanza. Non è egocentrismo, ma più una vecchia paura che si riaccende proprio quando la relazione conta.
I meccanismi che nota non nascono necessariamente da ciò che l’altro fa, ma più probabilmente dal filtro interno con cui lei legge quei segnali. In situazioni di lutto, dove le risposte emotive sono ridotte e disordinate, questa lente tende a confermare una convinzione già presente: “c’è qualcosa di sbagliato in me”. È come se, davanti al dolore, si attivasse automaticamente un bisogno di conferma affettiva che però, in quel contesto, non può arrivare.
Contrastare questo meccanismo significa riconoscere che la sua ansia parla di un desiderio profondo di essere vicina e significativa per l’altro, che a volte non è dire o fare la cosa perfetta, ma restare, anche nel silenzio, senza giudicarsi.
Qualora vorrà, un percorso psicologico potrà aiutarla a ricollegare questa paura di sbagliare alle sue radici relazionali, così da non viverla più come una colpa o una mancanza personale, ma scoprire magari che sta solo ripetendo un modo imparato per cercare vicinanza e sicurezza.
Un caro saluto.
Dott.ssa Abbagnano
Gentilissima, dalle sue parole emerge innanzitutto una buona capacità di osservazione di sé e una notevole consapevolezza di alcuni dei propri processi interni. Lei stessa riconosce, ad esempio, la differenza tra ciò che comprende a livello razionale e ciò che invece sperimenta sul piano emotivo, quando afferma di sapere che la sua amica è travolta dal dolore e di comprendere una sua giustificata e appartente “freddezza”, ma di sentirsi ugualmente ferita o “sbagliata” per una risposta percepita come fredda.
Questo è un punto centrale: la comprensione razionale non sempre è sufficiente a modulare l’impatto emotivo di alcune esperienze, soprattutto quando toccano aree profonde (e spesso radicate nel passato) legate al modo in cui ci percepiamo nelle relazioni.
Da ciò che descrive, sembra che in alcune situazioni specifiche, in particolare quelle in cui è in gioco l’espressione dell’affetto, della vicinanza e della cura, si attivi in lei un vissuto di svalutazione personale. È come se, in assenza di una risposta affettiva chiara, forte, esplicita o immediatamente percepibile dall’altro, emergesse con forza l’idea di essere inadeguata, non abbastanza importante o non “abbastanza giusta”.
Mi colpisce come questo schema si ripresenti in contesti simili: situazioni di lutto, dolore o forte sofferenza emotiva altrui. In questi momenti, che per loro natura riducono la disponibilità emotiva di chi soffre, lei sembra attribuire a sé stessa il significato di una mancanza o di un errore, pur riconoscendo razionalmente che l’altro non è nella condizione di offrire rassicurazioni o conferme.
In questo senso, il pensiero di “sentirsi sbagliata” appare come un nucleo centrale del suo vissuto, più che una semplice reazione alla singola situazione. Sarebbe importante interrogarsi su questo aspetto: In cosa consiste e come si manifesta più ad ampio spettro, per lei, questo “essere sbagliata”? Da dove nasce questa convinzione? In quali contesti o relazioni tende ad attivarsi maggiormente? Esistono invece situazioni in cui si sente adeguata, riconosciuta, sufficientemente valida?
Queste domande non servono a trovare risposte immediate, ma ad aprire uno primo spazio di riflessione sul significato che lei attribuisce all’affetto, alla reciprocità emotiva e al proprio valore all’interno delle relazioni.
Lei sottolinea inoltre un altro aspetto molto importante: il senso di colpa per il fatto di percepirsi “egocentrica” o “egoista” in momenti in cui, a suo avviso, dovrebbe concentrarsi esclusivamente sul dolore dell’altro. Anche questo vissuto merita attenzione. Spesso, quando un’emozione viene giudicata o svalutata, tende a intensificarsi anziché attenuarsi. Il suo non è egoismo, ma un conflitto interno tra il bisogno di esserci per l’altro e un bisogno profondo di sentirsi emotivamente riconosciuta e legittimata.
Per quanto riguarda il desiderio di “contrastare” questo meccanismo, è importante chiarire che non si tratta di un comportamento isolato da correggere, bensì di un pattern relazionale ed emotivo che tende ad attivarsi in specifiche configurazioni affettive. Intervenire su di esso non significa quindi “eliminare” un pensiero o una reazione, ma iniziare a esplorare, con gradualità, il modo in cui lei vive il dare e il ricevere affetto, il timore di non essere abbastanza e, verosimilmente, anche il suo rapporto personale con la perdita e il lutto.
In questo senso, il primo passo consiste nel maturare una maggiore consapevolezza di questi vissuti e dei pensieri che li accompagnano, osservandoli come processi interni ricorrenti e non come conferme oggettive del proprio valore personale.
Proprio per la profondità e la complessità di tali dinamiche, ritengo tuttavia che avviare una riflessione di questo tipo in autonomia possa risultare difficile e, ancor più, che lo sia il tentativo di modificare, trasformare o integrare questi aspetti di sé senza un adeguato supporto. Aumentare la consapevolezza di determinati vissuti è già di per sé un processo impegnativo; lavorare affinché tali modalità interne possano evolvere e diventare meno condizionanti richiede spesso uno spazio di elaborazione condivisa e una guida competente.
Per questo motivo, qualora questi vissuti dovessero diventare particolarmente intensi, frequenti o fonte di una sofferenza significativa, ad esempio sotto forma di ansia persistente, senso di colpa marcato, ritiro emotivo o umore deflesso, le suggerisco di valutare l’opportunità di intraprendere un percorso psicologico. Uno spazio di ascolto e di elaborazione condivisa potrebbe aiutarla a dare senso a queste dinamiche e a vivere le relazioni affettive con maggiore serenità e autenticità.
Questo è un punto centrale: la comprensione razionale non sempre è sufficiente a modulare l’impatto emotivo di alcune esperienze, soprattutto quando toccano aree profonde (e spesso radicate nel passato) legate al modo in cui ci percepiamo nelle relazioni.
Da ciò che descrive, sembra che in alcune situazioni specifiche, in particolare quelle in cui è in gioco l’espressione dell’affetto, della vicinanza e della cura, si attivi in lei un vissuto di svalutazione personale. È come se, in assenza di una risposta affettiva chiara, forte, esplicita o immediatamente percepibile dall’altro, emergesse con forza l’idea di essere inadeguata, non abbastanza importante o non “abbastanza giusta”.
Mi colpisce come questo schema si ripresenti in contesti simili: situazioni di lutto, dolore o forte sofferenza emotiva altrui. In questi momenti, che per loro natura riducono la disponibilità emotiva di chi soffre, lei sembra attribuire a sé stessa il significato di una mancanza o di un errore, pur riconoscendo razionalmente che l’altro non è nella condizione di offrire rassicurazioni o conferme.
In questo senso, il pensiero di “sentirsi sbagliata” appare come un nucleo centrale del suo vissuto, più che una semplice reazione alla singola situazione. Sarebbe importante interrogarsi su questo aspetto: In cosa consiste e come si manifesta più ad ampio spettro, per lei, questo “essere sbagliata”? Da dove nasce questa convinzione? In quali contesti o relazioni tende ad attivarsi maggiormente? Esistono invece situazioni in cui si sente adeguata, riconosciuta, sufficientemente valida?
Queste domande non servono a trovare risposte immediate, ma ad aprire uno primo spazio di riflessione sul significato che lei attribuisce all’affetto, alla reciprocità emotiva e al proprio valore all’interno delle relazioni.
Lei sottolinea inoltre un altro aspetto molto importante: il senso di colpa per il fatto di percepirsi “egocentrica” o “egoista” in momenti in cui, a suo avviso, dovrebbe concentrarsi esclusivamente sul dolore dell’altro. Anche questo vissuto merita attenzione. Spesso, quando un’emozione viene giudicata o svalutata, tende a intensificarsi anziché attenuarsi. Il suo non è egoismo, ma un conflitto interno tra il bisogno di esserci per l’altro e un bisogno profondo di sentirsi emotivamente riconosciuta e legittimata.
Per quanto riguarda il desiderio di “contrastare” questo meccanismo, è importante chiarire che non si tratta di un comportamento isolato da correggere, bensì di un pattern relazionale ed emotivo che tende ad attivarsi in specifiche configurazioni affettive. Intervenire su di esso non significa quindi “eliminare” un pensiero o una reazione, ma iniziare a esplorare, con gradualità, il modo in cui lei vive il dare e il ricevere affetto, il timore di non essere abbastanza e, verosimilmente, anche il suo rapporto personale con la perdita e il lutto.
In questo senso, il primo passo consiste nel maturare una maggiore consapevolezza di questi vissuti e dei pensieri che li accompagnano, osservandoli come processi interni ricorrenti e non come conferme oggettive del proprio valore personale.
Proprio per la profondità e la complessità di tali dinamiche, ritengo tuttavia che avviare una riflessione di questo tipo in autonomia possa risultare difficile e, ancor più, che lo sia il tentativo di modificare, trasformare o integrare questi aspetti di sé senza un adeguato supporto. Aumentare la consapevolezza di determinati vissuti è già di per sé un processo impegnativo; lavorare affinché tali modalità interne possano evolvere e diventare meno condizionanti richiede spesso uno spazio di elaborazione condivisa e una guida competente.
Per questo motivo, qualora questi vissuti dovessero diventare particolarmente intensi, frequenti o fonte di una sofferenza significativa, ad esempio sotto forma di ansia persistente, senso di colpa marcato, ritiro emotivo o umore deflesso, le suggerisco di valutare l’opportunità di intraprendere un percorso psicologico. Uno spazio di ascolto e di elaborazione condivisa potrebbe aiutarla a dare senso a queste dinamiche e a vivere le relazioni affettive con maggiore serenità e autenticità.
Buongiorno,
la ringrazio per questa sua condivisione.
Ha individuato bene qual è il centro su cui lavorare: questa convinzione di essere sbagliata da dove viene, che storia ha, come è cresciuta con lei questa convinzione? Spesso guardiamo all'esterno cercando conferma di ciò che abbiamo già dentro come convinzioni e talvolta possiamo leggere la realtà in modo parziale per confermarci proprio in quello che già crediamo.
Credo che in lei ci sia un bisogno di dare amore ferito e che, attraverso un percorso di consulenza prima e poi, eventualmente, una psicoterapia, potrebbe individuare quale sia la storia di questo bisogno e come curarlo.
Le auguro il meglio!
Dott. Domenico Samele
la ringrazio per questa sua condivisione.
Ha individuato bene qual è il centro su cui lavorare: questa convinzione di essere sbagliata da dove viene, che storia ha, come è cresciuta con lei questa convinzione? Spesso guardiamo all'esterno cercando conferma di ciò che abbiamo già dentro come convinzioni e talvolta possiamo leggere la realtà in modo parziale per confermarci proprio in quello che già crediamo.
Credo che in lei ci sia un bisogno di dare amore ferito e che, attraverso un percorso di consulenza prima e poi, eventualmente, una psicoterapia, potrebbe individuare quale sia la storia di questo bisogno e come curarlo.
Le auguro il meglio!
Dott. Domenico Samele
Buongiorno,
da quanto scrive emerge un meccanismo ricorrente di ansia e insicurezza in contesti emotivamente intensi. È comprensibile che, di fronte al dolore di un’amica o alla perdita di una persona cara, possa sentirsi in difficoltà e temere di sbagliare nei propri gesti o parole. Queste sensazioni non indicano egoismo o egocentrismo, ma una profonda sensibilità emotiva e una tendenza alla ruminazione, dove i pensieri sul proprio comportamento si sovrappongono alla realtà della situazione.
È importante distinguere tra ciò che sente e la realtà: la brevità di un messaggio o la durata di un abbraccio non riflettono necessariamente il suo valore o l’affetto che prova. In queste situazioni, l’obiettivo non è controllare le reazioni altrui, ma concentrarsi sui gesti sinceri e sul proprio modo di essere presente.
Un percorso psicologico può essere molto utile per rafforzare l’autostima e la sicurezza nel relazionarsi con gli altri, così da sentirsi più stabile e sicura anche nei contesti emotivamente difficili.
Con affetto
Dott.ssa Bacchi
da quanto scrive emerge un meccanismo ricorrente di ansia e insicurezza in contesti emotivamente intensi. È comprensibile che, di fronte al dolore di un’amica o alla perdita di una persona cara, possa sentirsi in difficoltà e temere di sbagliare nei propri gesti o parole. Queste sensazioni non indicano egoismo o egocentrismo, ma una profonda sensibilità emotiva e una tendenza alla ruminazione, dove i pensieri sul proprio comportamento si sovrappongono alla realtà della situazione.
È importante distinguere tra ciò che sente e la realtà: la brevità di un messaggio o la durata di un abbraccio non riflettono necessariamente il suo valore o l’affetto che prova. In queste situazioni, l’obiettivo non è controllare le reazioni altrui, ma concentrarsi sui gesti sinceri e sul proprio modo di essere presente.
Un percorso psicologico può essere molto utile per rafforzare l’autostima e la sicurezza nel relazionarsi con gli altri, così da sentirsi più stabile e sicura anche nei contesti emotivamente difficili.
Con affetto
Dott.ssa Bacchi
Salve, la ringrazio per aver scritto con così tanta sincerità. Ciò che descrive è molto più comune di quanto si possa pensare e, soprattutto, non indica che lei sia egoista, fredda o “sbagliata”. Indica piuttosto che è una persona sensibile, attenta alle relazioni e molto esigente con se stessa.
Provo a rispondere con ordine.
1. Cosa sta accadendo dentro di lei --> In situazioni di dolore intenso, come un lutto o una perdita improvvisa, in lei sembra attivarsi un meccanismo che può essere riassunto così: se non faccio o non dico la cosa giusta, significa che non valgo abbastanza come persona o come affetto.
Questo porta a tre reazioni automatiche. La prima è l’iper-responsabilità emotiva. Non sente solo il bisogno di esserci, ma di esserci nel modo perfetto. La seconda è la lettura della mente. Segnali neutri, come un “grazie”, una risposta breve o un abbraccio più corto, vengono interpretati come prove di un suo errore. La terza è la personalizzazione. Emozioni che non hanno a che fare con lei, come il dolore profondo dell’altro, vengono vissute come una reazione diretta alla sua persona.
Questi non sono difetti caratteriali, ma meccanismi ansiosi molto comuni nelle persone empatiche.
2. Perché questo accade soprattutto nei lutti --> Il lutto è una situazione in cui non esiste una risposta giusta, il dolore dell’altro è enorme e incontrollabile e non c’è nulla che lei possa davvero aggiustare.
Per una persona che tende a misurare il proprio valore attraverso le relazioni, questa impotenza è destabilizzante. Così la mente cerca una forma di controllo e la trova nel giudizio su di sé, per esempio pensando che se l’altra persona risponde in modo freddo allora lei ha sbagliato.
Paradossalmente, questo è un tentativo di ridurre il senso di impotenza.
3. La sensazione di essere egoista e perché non lo è --> È comprensibile il suo disagio quando pensa che dovrebbe concentrarsi sul dolore dell’altro e non sulle proprie insicurezze. È però importante distinguere tra egocentrismo, che è il pensiero che il dolore dell’altro debba ruotare attorno a sé, e iper-attenzione ansiosa, che è la paura di non essere abbastanza per l’altro. Da ciò che racconta, lei rientra chiaramente nel secondo caso. Il suo focus su di sé non nasce da egoismo, ma dal timore di ferire, deludere o non essere amata.
4. Una verità importante da interiorizzare --> Nel lutto le persone non valutano, non confrontano e non misurano l’affetto ricevuto. Un semplice “grazie” è spesso tutto ciò che una persona devastata dal dolore riesce a esprimere. Non è un giudizio, non è una valutazione e non è un indice della qualità del suo affetto. Lo stesso vale per sua nonna. Il dolore modifica la percezione, le energie e la capacità emotiva. Gli abbracci non sono classifiche d’amore.
5. Cosa può fare concretamente per contrastare questo meccanismo. Può provare a cambiare la domanda di fondo. Invece di chiedersi se sta facendo abbastanza, può chiedersi se il suo gesto è autentico. Se la risposta è sì, ha già fatto ciò che era possibile. Quando emerge il pensiero di essere stata fredda, inutile o sbagliata, può provare a dirsi che questo è il suo schema che si attiva quando c’è dolore e che non si tratta di un fatto oggettivo. Non è necessario convincersi del contrario, ma evitare di identificarsi completamente con quel pensiero.
Può anche accettare la semplicità. Nel lutto, i gesti più utili sono spesso molto semplici: un “ti penso”, un “sono qui”, un messaggio breve o una presenza silenziosa. La mente cerca qualcosa di speciale, ma il dolore ha bisogno soprattutto di semplicità e verità.
6. La convinzione di fondo --> Nel suo racconto ritorna spesso la sensazione di sentirsi sbagliata. Questa sembra essere una convinzione profonda, probabilmente precedente a questi eventi, che le situazioni emotivamente intense tendono a riattivare.
Se ne avesse la possibilità, un percorso con uno/a psicologo/a potrebbe aiutarla molto. Non perché ci sia qualcosa che non va in lei, ma perché è estremamente severa con se stessa.
7. Un pensiero conclusivo --> Il fatto che lei si ponga queste domande, che voglia esserci senza ferire e che riconosca i propri meccanismi interiori è già una forma di amore molto grande. L’affetto sincero non si misura dalla perfezione del gesto, ma dalla verità con cui nasce. E la sua è evidente.
Se desidera approfondire l'argomento, mi rendo disponibile. Non è sola.
Un caro saluto.
Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa.
Provo a rispondere con ordine.
1. Cosa sta accadendo dentro di lei --> In situazioni di dolore intenso, come un lutto o una perdita improvvisa, in lei sembra attivarsi un meccanismo che può essere riassunto così: se non faccio o non dico la cosa giusta, significa che non valgo abbastanza come persona o come affetto.
Questo porta a tre reazioni automatiche. La prima è l’iper-responsabilità emotiva. Non sente solo il bisogno di esserci, ma di esserci nel modo perfetto. La seconda è la lettura della mente. Segnali neutri, come un “grazie”, una risposta breve o un abbraccio più corto, vengono interpretati come prove di un suo errore. La terza è la personalizzazione. Emozioni che non hanno a che fare con lei, come il dolore profondo dell’altro, vengono vissute come una reazione diretta alla sua persona.
Questi non sono difetti caratteriali, ma meccanismi ansiosi molto comuni nelle persone empatiche.
2. Perché questo accade soprattutto nei lutti --> Il lutto è una situazione in cui non esiste una risposta giusta, il dolore dell’altro è enorme e incontrollabile e non c’è nulla che lei possa davvero aggiustare.
Per una persona che tende a misurare il proprio valore attraverso le relazioni, questa impotenza è destabilizzante. Così la mente cerca una forma di controllo e la trova nel giudizio su di sé, per esempio pensando che se l’altra persona risponde in modo freddo allora lei ha sbagliato.
Paradossalmente, questo è un tentativo di ridurre il senso di impotenza.
3. La sensazione di essere egoista e perché non lo è --> È comprensibile il suo disagio quando pensa che dovrebbe concentrarsi sul dolore dell’altro e non sulle proprie insicurezze. È però importante distinguere tra egocentrismo, che è il pensiero che il dolore dell’altro debba ruotare attorno a sé, e iper-attenzione ansiosa, che è la paura di non essere abbastanza per l’altro. Da ciò che racconta, lei rientra chiaramente nel secondo caso. Il suo focus su di sé non nasce da egoismo, ma dal timore di ferire, deludere o non essere amata.
4. Una verità importante da interiorizzare --> Nel lutto le persone non valutano, non confrontano e non misurano l’affetto ricevuto. Un semplice “grazie” è spesso tutto ciò che una persona devastata dal dolore riesce a esprimere. Non è un giudizio, non è una valutazione e non è un indice della qualità del suo affetto. Lo stesso vale per sua nonna. Il dolore modifica la percezione, le energie e la capacità emotiva. Gli abbracci non sono classifiche d’amore.
5. Cosa può fare concretamente per contrastare questo meccanismo. Può provare a cambiare la domanda di fondo. Invece di chiedersi se sta facendo abbastanza, può chiedersi se il suo gesto è autentico. Se la risposta è sì, ha già fatto ciò che era possibile. Quando emerge il pensiero di essere stata fredda, inutile o sbagliata, può provare a dirsi che questo è il suo schema che si attiva quando c’è dolore e che non si tratta di un fatto oggettivo. Non è necessario convincersi del contrario, ma evitare di identificarsi completamente con quel pensiero.
Può anche accettare la semplicità. Nel lutto, i gesti più utili sono spesso molto semplici: un “ti penso”, un “sono qui”, un messaggio breve o una presenza silenziosa. La mente cerca qualcosa di speciale, ma il dolore ha bisogno soprattutto di semplicità e verità.
6. La convinzione di fondo --> Nel suo racconto ritorna spesso la sensazione di sentirsi sbagliata. Questa sembra essere una convinzione profonda, probabilmente precedente a questi eventi, che le situazioni emotivamente intense tendono a riattivare.
Se ne avesse la possibilità, un percorso con uno/a psicologo/a potrebbe aiutarla molto. Non perché ci sia qualcosa che non va in lei, ma perché è estremamente severa con se stessa.
7. Un pensiero conclusivo --> Il fatto che lei si ponga queste domande, che voglia esserci senza ferire e che riconosca i propri meccanismi interiori è già una forma di amore molto grande. L’affetto sincero non si misura dalla perfezione del gesto, ma dalla verità con cui nasce. E la sua è evidente.
Se desidera approfondire l'argomento, mi rendo disponibile. Non è sola.
Un caro saluto.
Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa.
Buongiorno. La ringrazio per aver condiviso questo suo vissuto così profondo e faticoso. Le sue parole descrivono una sofferenza molto comune: quella di chi, pur volendo sinceramente bene agli altri, finisce per restare prigioniero del giudizio verso se stesso proprio nei momenti di maggiore fragilità. Quello che lei definisce "egocentrismo" o "paranoia" non è un difetto del suo carattere, ma un meccanismo di difesa che scatta in automatico. È come se lei avesse una sorta di "filtro" interno impostato su un’idea fissa: "io non vado bene, gli altri sì". Quando accade qualcosa di forte, come un lutto, la sua mente smette di guardare la realtà oggettiva — un’amica distrutta che non ha forze per scrivere — e inizia a cercare conferme a quel vecchio pensiero di inadeguatezza. Non è egoismo; è una forma di iper-vigilanza. Da piccola, probabilmente, ha imparato che doveva monitorare ogni minimo segnale di chi le stava intorno per sentirsi accettata o al sicuro. Oggi, davanti al silenzio del lutto, quella vecchia strategia si riattiva prepotentemente. La sua parte razionale capisce la situazione, ma la sua parte emotiva "sente" diversamente perché, sotto stress, le vecchie paure infantili prendono il sopravvento sulla logica del presente. Provi a fare un piccolo esercizio di "osservazione" senza condannarsi. Quando sente che un abbraccio è stato "troppo breve" o un messaggio "troppo freddo", si fermi un istante e provi a dirsi: "Questa è la mia vecchia paura che parla, non è la realtà". Piuttosto che sforzarsi di non sembrare egoista, provi a guardare la cosa da un punto di vista diverso: quando lei accetta un semplice "grazie" senza rimanerci male e senza aspettarsi che l'altra la rassicuri, sta facendo un gesto di vicinanza incredibile. In quel momento, lei sta mettendo in pausa il suo bisogno di sentirsi "una buona amica" per lasciare tutto lo spazio possibile al dolore dell'altra persona. Accettare il silenzio o la freddezza di chi soffre, senza prendersela sul personale, è il modo più onesto e generoso di voler bene a qualcuno. Le auguro di cuore di iniziare a guardarsi con la stessa tenerezza che riserva alla sua amica. Spero che lei possa pian piano scoprire che la sua presenza ha valore di per sé, non per la "perfezione" dei suoi gesti o delle sue parole, ma per la sincerità del suo esserci. Merita di vivere le sue relazioni con la leggerezza di chi sa che, anche nel silenzio, può essere amata e apprezzata.
La tua reazione al "grazie" dell'amica ha messo in luce emozioni che appartengono alle relazioni precoci, carenti, probabilmente, di una continuità affettiva. Quando l'altro vive il lutto è talmente assorbito dal suo dolore che diventa emotivamente assente e questa assenza provoca in te sensazioni di vuoto ed esclusione che ti portano a dire "sono io sbagliata". Lavorare su una sicurezza interiore più stabile affinché il tuo valore non abbia bisogno di un rispecchiamento continuo nell'altro.
Buonasera, capisco la sua difficoltà nel gestire le insicurezze in momenti così delicati. La morte di una persona cara è un evento traumatico e, in questi frangenti, è normale sentirsi insicuri su come comportarsi o cosa dire. I suoi pensieri, come interpretare una risposta breve come fredda, sono legati a una forte empatia e al desiderio di essere di supporto, ma anche alle sue ansie e insicurezze. La mente tende a concentrarsi su questi dettagli, che spesso vengono interpretati in modo distorto.
Il meccanismo che descrive è legato alla paura di non essere abbastanza, ma è importante ricordare che la sua preoccupazione per l’altro dimostra quanto ci tenga. Per contrastare questa ansia, può cercare di concentrarsi sul gesto stesso, come un messaggio o una presenza silenziosa, senza aspettarsi reazioni specifiche. Spesso, la cosa più importante è semplicemente esserci, senza forzare nulla.
Continui a lavorare su sé stessa, come sta facendo con la psicoterapia. La consapevolezza di queste dinamiche è già un grande passo. L'affetto che vuole dimostrare è genuino, e a volte le reazioni degli altri non riflettono l’impatto che i suoi gesti hanno. Essere presenti, anche con piccoli gesti, è già un atto significativo. Un caro saluto
Il meccanismo che descrive è legato alla paura di non essere abbastanza, ma è importante ricordare che la sua preoccupazione per l’altro dimostra quanto ci tenga. Per contrastare questa ansia, può cercare di concentrarsi sul gesto stesso, come un messaggio o una presenza silenziosa, senza aspettarsi reazioni specifiche. Spesso, la cosa più importante è semplicemente esserci, senza forzare nulla.
Continui a lavorare su sé stessa, come sta facendo con la psicoterapia. La consapevolezza di queste dinamiche è già un grande passo. L'affetto che vuole dimostrare è genuino, e a volte le reazioni degli altri non riflettono l’impatto che i suoi gesti hanno. Essere presenti, anche con piccoli gesti, è già un atto significativo. Un caro saluto
Buonasera, quello che scrive è davvero interessante, sembra quasi che lei tema di non riuscire a dimostrare agli altri il suo affetto e la sua vicinanza. A volte le persone hanno bisogno di più affetto, altre di meno affetto, soprattutto avanti ad un lutto, è complesso prevedere esattamente di cosa si avrà bisogno la persona e in quali quantità, è un periodo complicato che va rispettato e trattato con cura. La sua intenzione generosa di stare vicino ai suoi cari in questi momenti di per sè non può essere celata, noi trasmettiamo anche implicitamente; con lo sguardo, la gestualità, il tono di voce e la vicinanza del corpo le nostre intenzioni e gli altri le colgono . A volte i non detti parlano più di tante parole . Se per lei è importante dimostrare il suo affetto sinceramente allora si ascolti, si sintonizzi con gli altri e sia sè stessa seguendo il suo sentire, così nell'autenticità trasmetterà quella che è la più generosa e prosociale delle intenzioni: partecipare al dolore dell'altro. Un carissimo saluto!
Dott.ssa Giulia Piccinini
Dott.ssa Giulia Piccinini
Ciao, grazie per la tua richiesta di supporto in questo spazio! Dalle tue parole arriva grande sensibilità e il desiderio sincero di esserci per l’altro. Insieme a questo sembra però anche attivarsi in te una voce interna che trasforma ogni gesto in una possibile prova di attenzione e riconoscimento esterno. Così, anche se razionalmente sai che il dolore dell’altro non riguarda te, emotivamente vivi una forte paura di non essere abbastanza e di non essere accolta.
Forse il punto non è fare o dire la cosa ‘giusta’, ma permetterti di esserci per come sei, riconoscendo e accogliendo anche la tua parte vulnerabile. Il supporto di un professionista potrà senz’altro aiutarti ad osservare i tuoi bisogni più profondi in un contesto accogliente e non giudicante e a dare voce a queste tue parti, affinché tu possa costruire una relazione più gentile con te stessa e vivere la vicinanza agli altri con maggiore serenità. Tanti auguri per il tuo futuro! Dott.ssa Alessandra Mascellani
Forse il punto non è fare o dire la cosa ‘giusta’, ma permetterti di esserci per come sei, riconoscendo e accogliendo anche la tua parte vulnerabile. Il supporto di un professionista potrà senz’altro aiutarti ad osservare i tuoi bisogni più profondi in un contesto accogliente e non giudicante e a dare voce a queste tue parti, affinché tu possa costruire una relazione più gentile con te stessa e vivere la vicinanza agli altri con maggiore serenità. Tanti auguri per il tuo futuro! Dott.ssa Alessandra Mascellani
Buongiorno,
in momenti emotivamente intensi, come il lutto, può attivarsi un meccanismo di autosvalutazione che porta a leggere le reazioni altrui in modo molto critico verso se stessi. Potrebbe cogliere queste esperienze come un segnale per intraprendere un percorso psicologico, al fine di comprendere meglio l’origine di questi vissuti e distinguere ciò che appartiene alla sofferenza dell’altro da ciò che attiva le sue insicurezze. Questo può aiutarla a vivere le relazioni con maggiore serenità e consapevolezza. Un caro saluto, PR.
in momenti emotivamente intensi, come il lutto, può attivarsi un meccanismo di autosvalutazione che porta a leggere le reazioni altrui in modo molto critico verso se stessi. Potrebbe cogliere queste esperienze come un segnale per intraprendere un percorso psicologico, al fine di comprendere meglio l’origine di questi vissuti e distinguere ciò che appartiene alla sofferenza dell’altro da ciò che attiva le sue insicurezze. Questo può aiutarla a vivere le relazioni con maggiore serenità e consapevolezza. Un caro saluto, PR.
Gentile ragazza,
quello che sta vivendo non parla di egoismo né di mancanza di empatia, ma di un meccanismo interno molto preciso che si attiva in lei proprio nei momenti in cui entra in contatto con il dolore altrui. Quando qualcuno vicino soffre intensamente, il suo mondo affettivo sembra spostarsi: invece di poter restare semplicemente accanto all’altro, una parte di lei inizia a interrogarsi su sé stessa, su come viene vista, su se “sta facendo bene o male”. Non perché voglia essere al centro, ma perché il dolore dell’altro risveglia una sua antica insicurezza.
In queste situazioni, la sofferenza esterna funziona come uno specchio che riattiva una convinzione profonda: “sono sbagliata”, “non sono abbastanza”, “non arrivo mai nel modo giusto”. Da quel momento in poi, ogni gesto dell’altro – un messaggio breve, un abbraccio più o meno lungo, una risposta neutra – viene inconsciamente letto come una conferma di questa idea, anche quando razionalmente sa che non è così. È lo stesso schema che descrive nel ricordo della morte di suo zio: contesti diversi, ma identico vissuto interno.
Il punto importante è che questo processo non nasce dal presente, ma da qualcosa di più antico: probabilmente dall’esperienza di dover “misurare” l’amore, l’approvazione o la vicinanza, come se fossero risorse scarse e non sempre disponibili. Nei momenti di lutto, dove l’altro è inevitabilmente chiuso nel proprio dolore, questa ferita si riattiva con forza, perché l’assenza emotiva non viene vissuta come comprensibile, ma come personale.
La sensazione di essere egocentrica nasce dopo, come un secondo livello di giudizio: prima si attiva l’insicurezza, poi arriva la colpa per il fatto stesso di sentirla. Ma in realtà lei non sta togliendo spazio alla sofferenza dell’altro: sta cercando di reggere contemporaneamente due dolori, quello dell’amica e quello che si riaccende dentro di lei.
Contrastare questo meccanismo non significa forzarsi a “pensare meno a sé”, ma riconoscere che in questi momenti la sua mente sta facendo un errore prevedibile: sta interpretando il silenzio, la distanza o la neutralità dell’altro come un giudizio su di lei. Quando riesce a vedere questo passaggio – “questa è la mia insicurezza che parla, non la realtà” – il meccanismo perde gradualmente forza.
Dimostrare affetto, in questi casi, non richiede gesti perfetti né parole speciali. Spesso basta una presenza sobria, rispettosa, anche silenziosa. Il fatto che lei desideri sinceramente esserci, senza invadere e senza ferire, è già una forma di amore autentico. Il lavoro più importante, forse, è permettersi di non essere impeccabile e di non dover misurare il valore dei propri gesti attraverso le reazioni altrui.
Imparare a stare accanto al dolore dell’altro senza usarlo – inconsciamente – per giudicare sé stessa è un percorso possibile. E il fatto che lei se ne accorga, lo interroghi e voglia capirlo è già un primo passo molto significativo.
quello che sta vivendo non parla di egoismo né di mancanza di empatia, ma di un meccanismo interno molto preciso che si attiva in lei proprio nei momenti in cui entra in contatto con il dolore altrui. Quando qualcuno vicino soffre intensamente, il suo mondo affettivo sembra spostarsi: invece di poter restare semplicemente accanto all’altro, una parte di lei inizia a interrogarsi su sé stessa, su come viene vista, su se “sta facendo bene o male”. Non perché voglia essere al centro, ma perché il dolore dell’altro risveglia una sua antica insicurezza.
In queste situazioni, la sofferenza esterna funziona come uno specchio che riattiva una convinzione profonda: “sono sbagliata”, “non sono abbastanza”, “non arrivo mai nel modo giusto”. Da quel momento in poi, ogni gesto dell’altro – un messaggio breve, un abbraccio più o meno lungo, una risposta neutra – viene inconsciamente letto come una conferma di questa idea, anche quando razionalmente sa che non è così. È lo stesso schema che descrive nel ricordo della morte di suo zio: contesti diversi, ma identico vissuto interno.
Il punto importante è che questo processo non nasce dal presente, ma da qualcosa di più antico: probabilmente dall’esperienza di dover “misurare” l’amore, l’approvazione o la vicinanza, come se fossero risorse scarse e non sempre disponibili. Nei momenti di lutto, dove l’altro è inevitabilmente chiuso nel proprio dolore, questa ferita si riattiva con forza, perché l’assenza emotiva non viene vissuta come comprensibile, ma come personale.
La sensazione di essere egocentrica nasce dopo, come un secondo livello di giudizio: prima si attiva l’insicurezza, poi arriva la colpa per il fatto stesso di sentirla. Ma in realtà lei non sta togliendo spazio alla sofferenza dell’altro: sta cercando di reggere contemporaneamente due dolori, quello dell’amica e quello che si riaccende dentro di lei.
Contrastare questo meccanismo non significa forzarsi a “pensare meno a sé”, ma riconoscere che in questi momenti la sua mente sta facendo un errore prevedibile: sta interpretando il silenzio, la distanza o la neutralità dell’altro come un giudizio su di lei. Quando riesce a vedere questo passaggio – “questa è la mia insicurezza che parla, non la realtà” – il meccanismo perde gradualmente forza.
Dimostrare affetto, in questi casi, non richiede gesti perfetti né parole speciali. Spesso basta una presenza sobria, rispettosa, anche silenziosa. Il fatto che lei desideri sinceramente esserci, senza invadere e senza ferire, è già una forma di amore autentico. Il lavoro più importante, forse, è permettersi di non essere impeccabile e di non dover misurare il valore dei propri gesti attraverso le reazioni altrui.
Imparare a stare accanto al dolore dell’altro senza usarlo – inconsciamente – per giudicare sé stessa è un percorso possibile. E il fatto che lei se ne accorga, lo interroghi e voglia capirlo è già un primo passo molto significativo.
Buongiorno,
la ringrazio per aver scritto con tanta lucidità e profondità. Il suo messaggio restituisce molto bene non solo il dolore legato alla perdita che ha toccato persone a lei vicine, ma soprattutto il conflitto interno che si attiva in queste situazioni.
Quello che descrive non è segno di egoismo o mancanza di empatia. Al contrario, emerge una forte sensibilità verso l’altro unita a una tendenza a rivolgere lo sguardo in modo molto critico verso se stessa. Nei momenti di lutto o di forte sofferenza emotiva, soprattutto quando il legame è significativo ma non “definito” come strettissimo, è frequente che alcune persone sperimentino un senso di inadeguatezza: il timore di dire o fare la cosa sbagliata, la paura di non essere abbastanza, il bisogno di conferme implicite.
Il meccanismo che descrive sembra funzionare così: una convinzione di fondo (“sono sbagliata”, “non faccio mai abbastanza”) porta a interpretare segnali neutri o comprensibili, come un “grazie” breve o una reazione contenuta, come conferme di quella convinzione. Lei stessa nota con chiarezza come queste interpretazioni non siano sostenute dalla realtà oggettiva, ma questo non le rende per questo meno impattanti sul piano emotivo. Questo è un aspetto molto importante: capire razionalmente una cosa non significa automaticamente sentirla.
Il fatto che lo stesso vissuto si sia presentato anche in un lutto familiare passato suggerisce che non sia tanto la singola situazione a generare il disagio, quanto un modo abituale di stare nelle relazioni nei momenti emotivamente intensi. In questi contesti, il bisogno di “fare bene” e di sentirsi riconosciuta può entrare in conflitto con la consapevolezza che l’altro è immerso nel proprio dolore, generando senso di colpa e autocritica.
Un punto centrale, che lei coglie molto bene, è che la vicinanza non si misura dalla risposta ricevuta, dalla durata di un abbraccio o dal modo in cui l’altro reagisce. Nei momenti di lutto, spesso il gesto più autentico è proprio la presenza discreta, anche silenziosa, che non richiede un riscontro immediato.
Per contrastare questo meccanismo, può essere utile:
-riconoscere quando sta parlando la parte più critica di sé, senza darle automaticamente ragione;
-riportare l’attenzione sull’intenzione del gesto (esserci, esprimere affetto), più che sull’effetto percepito;
-ricordarsi che il dolore dell’altro può ridurre la capacità di risposta, ma non annulla il valore di ciò che viene offerto.
Se sente che queste dinamiche di autosvalutazione e rimuginio si ripresentano spesso e le creano sofferenza, potrebbe essere utile uno spazio di confronto psicologico per esplorare più a fondo queste convinzioni su di sé e il modo in cui influenzano le sue relazioni, soprattutto nei momenti delicati.
La ringrazio per la fiducia e per la cura con cui ha raccontato il suo vissuto. La capacità di porsi queste domande è già un segnale di grande consapevolezza.
Un cordiale saluto,
Dott.ssa Carmen Coppola - Psicologa a Milano, Sesto S.G, Online.
la ringrazio per aver scritto con tanta lucidità e profondità. Il suo messaggio restituisce molto bene non solo il dolore legato alla perdita che ha toccato persone a lei vicine, ma soprattutto il conflitto interno che si attiva in queste situazioni.
Quello che descrive non è segno di egoismo o mancanza di empatia. Al contrario, emerge una forte sensibilità verso l’altro unita a una tendenza a rivolgere lo sguardo in modo molto critico verso se stessa. Nei momenti di lutto o di forte sofferenza emotiva, soprattutto quando il legame è significativo ma non “definito” come strettissimo, è frequente che alcune persone sperimentino un senso di inadeguatezza: il timore di dire o fare la cosa sbagliata, la paura di non essere abbastanza, il bisogno di conferme implicite.
Il meccanismo che descrive sembra funzionare così: una convinzione di fondo (“sono sbagliata”, “non faccio mai abbastanza”) porta a interpretare segnali neutri o comprensibili, come un “grazie” breve o una reazione contenuta, come conferme di quella convinzione. Lei stessa nota con chiarezza come queste interpretazioni non siano sostenute dalla realtà oggettiva, ma questo non le rende per questo meno impattanti sul piano emotivo. Questo è un aspetto molto importante: capire razionalmente una cosa non significa automaticamente sentirla.
Il fatto che lo stesso vissuto si sia presentato anche in un lutto familiare passato suggerisce che non sia tanto la singola situazione a generare il disagio, quanto un modo abituale di stare nelle relazioni nei momenti emotivamente intensi. In questi contesti, il bisogno di “fare bene” e di sentirsi riconosciuta può entrare in conflitto con la consapevolezza che l’altro è immerso nel proprio dolore, generando senso di colpa e autocritica.
Un punto centrale, che lei coglie molto bene, è che la vicinanza non si misura dalla risposta ricevuta, dalla durata di un abbraccio o dal modo in cui l’altro reagisce. Nei momenti di lutto, spesso il gesto più autentico è proprio la presenza discreta, anche silenziosa, che non richiede un riscontro immediato.
Per contrastare questo meccanismo, può essere utile:
-riconoscere quando sta parlando la parte più critica di sé, senza darle automaticamente ragione;
-riportare l’attenzione sull’intenzione del gesto (esserci, esprimere affetto), più che sull’effetto percepito;
-ricordarsi che il dolore dell’altro può ridurre la capacità di risposta, ma non annulla il valore di ciò che viene offerto.
Se sente che queste dinamiche di autosvalutazione e rimuginio si ripresentano spesso e le creano sofferenza, potrebbe essere utile uno spazio di confronto psicologico per esplorare più a fondo queste convinzioni su di sé e il modo in cui influenzano le sue relazioni, soprattutto nei momenti delicati.
La ringrazio per la fiducia e per la cura con cui ha raccontato il suo vissuto. La capacità di porsi queste domande è già un segnale di grande consapevolezza.
Un cordiale saluto,
Dott.ssa Carmen Coppola - Psicologa a Milano, Sesto S.G, Online.
Buongiorno,
quello che descrivi è una reazione comune in situazioni di grande dolore altrui, soprattutto quando ci si trova a dover gestire empatia, vicinanza e le proprie insicurezze. La sensazione di “sbagliare” o di non essere abbastanza è spesso amplificata dal nostro dialogo interno e dai meccanismi di autocritica, che possono trasformare normali esitazioni o incertezze in ansie o paranoie.
Nel contesto del lutto, è importante ricordare che ogni persona elabora il dolore a modo proprio: la brevità o la semplicità di una risposta non indica una valutazione negativa nei tuoi confronti, ma piuttosto lo stato emotivo della persona che sta soffrendo. Allo stesso modo, i gesti che ti sembrano confrontabili con quelli degli altri non sono una misura del tuo affetto: il semplice fatto di esserci, di scrivere un messaggio o di offrire ascolto è già un modo significativo di dimostrare vicinanza.
Il meccanismo che descrivi – pensare di sbagliare e sentirsi confermata nelle proprie paure quando l’altro reagisce in modo neutro – è tipico di schemi di autocritica e di iper-riflessione emotiva. Può creare un circolo in cui la tua attenzione si sposta dalla cura dell’altro al giudizio su te stessa. Per contrastarlo può aiutare:
Ricordare che il lutto limita la disponibilità emotiva dell’altro, non il valore del tuo gesto.
Focalizzarti sulle azioni concrete di vicinanza (messaggi, presenza discreta, ascolto) senza aspettarti una “risposta perfetta”.
Osservare i tuoi pensieri senza giudicarli, riconoscendo che sono automatici e non necessariamente veri.
Affrontare questi schemi e imparare a gestire ansia e insicurezze richiede spesso un percorso guidato: parlarne con uno specialista può aiutarti a comprendere meglio questi meccanismi e a trovare strategie personalizzate per vivere la vicinanza affettiva senza sentirti sopraffatta.
È quindi consigliabile approfondire la situazione con uno specialista.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
quello che descrivi è una reazione comune in situazioni di grande dolore altrui, soprattutto quando ci si trova a dover gestire empatia, vicinanza e le proprie insicurezze. La sensazione di “sbagliare” o di non essere abbastanza è spesso amplificata dal nostro dialogo interno e dai meccanismi di autocritica, che possono trasformare normali esitazioni o incertezze in ansie o paranoie.
Nel contesto del lutto, è importante ricordare che ogni persona elabora il dolore a modo proprio: la brevità o la semplicità di una risposta non indica una valutazione negativa nei tuoi confronti, ma piuttosto lo stato emotivo della persona che sta soffrendo. Allo stesso modo, i gesti che ti sembrano confrontabili con quelli degli altri non sono una misura del tuo affetto: il semplice fatto di esserci, di scrivere un messaggio o di offrire ascolto è già un modo significativo di dimostrare vicinanza.
Il meccanismo che descrivi – pensare di sbagliare e sentirsi confermata nelle proprie paure quando l’altro reagisce in modo neutro – è tipico di schemi di autocritica e di iper-riflessione emotiva. Può creare un circolo in cui la tua attenzione si sposta dalla cura dell’altro al giudizio su te stessa. Per contrastarlo può aiutare:
Ricordare che il lutto limita la disponibilità emotiva dell’altro, non il valore del tuo gesto.
Focalizzarti sulle azioni concrete di vicinanza (messaggi, presenza discreta, ascolto) senza aspettarti una “risposta perfetta”.
Osservare i tuoi pensieri senza giudicarli, riconoscendo che sono automatici e non necessariamente veri.
Affrontare questi schemi e imparare a gestire ansia e insicurezze richiede spesso un percorso guidato: parlarne con uno specialista può aiutarti a comprendere meglio questi meccanismi e a trovare strategie personalizzate per vivere la vicinanza affettiva senza sentirti sopraffatta.
È quindi consigliabile approfondire la situazione con uno specialista.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Salve,
lei descrive un meccanismo emotivo piuttosto comune in chi tende a vivere con forte ansia e insicurezza, soprattutto nei momenti delicati e di lutto altrui. La sua mente, in presenza di dolore intenso nelle persone care, tende a concentrarsi su se stessa e sulla paura di sbagliare, creando sensazioni di inadeguatezza e paranoie riguardo alle proprie azioni. Non è egoismo: è un riflesso della sua attenzione al giudizio e al timore di non essere all’altezza, amplificato dallo stress emotivo della situazione.
È importante distinguere tra il desiderio sincero di stare vicino a chi soffre e i pensieri intrusivi che le fanno credere di fare sempre “troppo poco” o di non essere adeguata. Il lutto e la sofferenza rendono le persone spesso poco reattive o terse nelle risposte, come nel caso del semplice “grazie” che ha ricevuto: non significa freddo o mancata considerazione, ma che la sua amica è immersa nel dolore e non ha risorse emotive per altro.
Per contrastare questi pensieri, può essere utile praticare due strategie: accettare che non possiamo controllare la reazione emotiva altrui e concentrarsi su gesti concreti di supporto, anche piccoli, senza rimuginare sul “giusto” o “sbagliato”. Tecniche di mindfulness e auto-riflessione guidata possono aiutarla a osservare i pensieri di inadeguatezza senza identificarvisi, riducendo ansia e paranoia.
Se desidera, un percorso psicologico potrebbe aiutarla a gestire questi schemi di ansia e autosvalutazione, migliorando la sua capacità di stare accanto agli altri in momenti difficili senza sentirsi sopraffatta dai propri timori.
Saluti, resto a disposizione.
lei descrive un meccanismo emotivo piuttosto comune in chi tende a vivere con forte ansia e insicurezza, soprattutto nei momenti delicati e di lutto altrui. La sua mente, in presenza di dolore intenso nelle persone care, tende a concentrarsi su se stessa e sulla paura di sbagliare, creando sensazioni di inadeguatezza e paranoie riguardo alle proprie azioni. Non è egoismo: è un riflesso della sua attenzione al giudizio e al timore di non essere all’altezza, amplificato dallo stress emotivo della situazione.
È importante distinguere tra il desiderio sincero di stare vicino a chi soffre e i pensieri intrusivi che le fanno credere di fare sempre “troppo poco” o di non essere adeguata. Il lutto e la sofferenza rendono le persone spesso poco reattive o terse nelle risposte, come nel caso del semplice “grazie” che ha ricevuto: non significa freddo o mancata considerazione, ma che la sua amica è immersa nel dolore e non ha risorse emotive per altro.
Per contrastare questi pensieri, può essere utile praticare due strategie: accettare che non possiamo controllare la reazione emotiva altrui e concentrarsi su gesti concreti di supporto, anche piccoli, senza rimuginare sul “giusto” o “sbagliato”. Tecniche di mindfulness e auto-riflessione guidata possono aiutarla a osservare i pensieri di inadeguatezza senza identificarvisi, riducendo ansia e paranoia.
Se desidera, un percorso psicologico potrebbe aiutarla a gestire questi schemi di ansia e autosvalutazione, migliorando la sua capacità di stare accanto agli altri in momenti difficili senza sentirsi sopraffatta dai propri timori.
Saluti, resto a disposizione.
Grazie per aver condiviso la sua preoccupazione.
Da quello che racconta sembra che le situazioni di perdita attivino in lei non soltanto l'empatia per il dolore dell'altro ma anche un timore profondo di non essere "abbastanza". Quando l'altro soffre lei cerca segnali che le confermino di essere riconosciuta e vista. In assenza di questi segnali, la mente colma il vuoto con l’idea di essere sbagliata.
Quando una persona soffre raramente è in grado di dare le risposte che ci aspettiamo. Quindi può essere frustrante misurare il proprio valore affettivo proprio nei momenti in cui l’altro non lo può restituire.
Contrastare questo meccanismo non significa zittire l’ansia, ma riconoscere che il suo bisogno di essere rassicurata è legittimo, anche se oggi si attiva in modo sproporzionato. Forse può iniziare a pensare che la vicinanza non si misura nelle reazioni immediate dell’altro.
Portare questo tema in un percorso psicologico potrebbe aiutarla a capire da dove nasce questa paura di non essere scelta e a liberare i gesti affettivi dal peso del giudizio su di sé.
Le auguro il meglio,
Dott. Daniele Migliore
Da quello che racconta sembra che le situazioni di perdita attivino in lei non soltanto l'empatia per il dolore dell'altro ma anche un timore profondo di non essere "abbastanza". Quando l'altro soffre lei cerca segnali che le confermino di essere riconosciuta e vista. In assenza di questi segnali, la mente colma il vuoto con l’idea di essere sbagliata.
Quando una persona soffre raramente è in grado di dare le risposte che ci aspettiamo. Quindi può essere frustrante misurare il proprio valore affettivo proprio nei momenti in cui l’altro non lo può restituire.
Contrastare questo meccanismo non significa zittire l’ansia, ma riconoscere che il suo bisogno di essere rassicurata è legittimo, anche se oggi si attiva in modo sproporzionato. Forse può iniziare a pensare che la vicinanza non si misura nelle reazioni immediate dell’altro.
Portare questo tema in un percorso psicologico potrebbe aiutarla a capire da dove nasce questa paura di non essere scelta e a liberare i gesti affettivi dal peso del giudizio su di sé.
Le auguro il meglio,
Dott. Daniele Migliore
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