Buongiorno, sono un uomo di 29 anni ed ho già pubblicato due domande rivolte a psicologi e psicoter

24 risposte
Buongiorno,
sono un uomo di 29 anni ed ho già pubblicato due domande rivolte a psicologi e psicoterapeuti attraverso le quali chiedevo se nel mio caso fosse utile intraprendere un percorso di questo tipo.
Sono disabile dalla nascita, ho problemi deambulatori con andatura spastica e rigida e tutto questo è peggiorato nel tempo sebbene non sia una patologia degenerativa. Ho iniziato la fisioterapia e le infiltrazioni di tossina botulinica su consiglio dei medici. Tale situazione ha abbassato grandemente la qualità della mia vita e la mia autonomia ed autostima in quanto devo farmi accompagnare se devo uscire di casa o semplicemente per fare il tragitto tra l'auto ed il posto in cui devo recarmi. L'anno scorso ho intrapreso un percorso con una terapeuta ma è durato solamente pochi mesi in quanto sentivo i miei problemi minimizzati e non mi sentivo compreso nelle mie preoccupazioni per il futuro e a volte credo di non essere stato capace di comunicare le difficoltà quotidiane che incontro.
Da questa estate ho iniziato a pensare che per me potesse essere utile acquistare una carrozzina autoportante e pieghevole da tenere in auto in modo da poterla utilizzare al bisogno e diventare il più autonomo e indipendente possibile.
Sono arrivato a questa conclusione perchè dopo il lavoro, nel periodo estivo, ero solito girare in macchina nei pressi della spiaggia e dei lidi della mia città, vedevo tante persone andarci, tanti ragazzi prendere da bere in quei locali montati su tavole di legno sugli scogli che poi vengono smontati a settembre, tanti andare alle fiere del paese e sparare ai barattoli per vincere un peluche, ecc.
Questo mi provoca molta tristezza, senso di impotenza e smarrimento, ed ho capito che non sto vivendo. Voglio andare a mare, al cinema, al ristorante e perchè no anche fare qualche vacanza. So anche che ho molte paure accumulate negli anni e mi fa strano solo pensare che possa avere questo tipo di vita ma credo che se riuscissi a bypassare le difficoltà nello spostarmi e le resistenze psicologiche nell'utilizzare una carrozzina, non avrei più alibi per non iniziare a vivere un pochino.
Sono consapevole di aver accumulato ansie e paure e credo che mi aiuterebbe un pò di terapia ma nel breve ho bisogno di rimedio come questo sebbene sia una scelta tra le più sofferte e combattute che io possa prendere.
Tutto ciò mi ha portato anche ad adottare dei comportamenti evitanti che mi rendono difficile coltivare le amicizie che, con grande fortuna, ho trovato sul posto di lavoro e credo anche, purtroppo, di non aver saputo cogliere l'occasione di conoscere una ragazza con la quale sono rimasto amico e molto tempo prima di non aver potuto "provarci" con la ragazza della quale mi ero innamorato.
Credo di avere molte frustrazioni accumulate e ogni volta che devo chiedere una mano per fare qualcosa mi sento come "umiliato" e un pezzo di autostima se ne va ogni volta. Intorno a me vedo la mia famiglia e i medici allineati nel propinarmi fisioterapia, plantari ecc. ma tutto ciò finirà col farmi perdere tempo ed occasioni perchè il vantaggio che otterrei sarebbe così marginale da non aiutarmi affatto, il tempo passerebbe ancora e non voglio in futuro provare rancore o altro nei confronti di nessuno e pensare che mi avrebbero potuto consigliare meglio.
Di recente mi sono imbattuto in due profili Instagram di due ragazzi che a seguito di incidenti sono rimasti in sedia a rotelle. Loro sono felici dopo tante fatiche, hanno una bella vita, con le sue difficoltà ma anche piena di esperienze, viaggi, serate e vivono in autonomia, ciascuno in una bella relazione sentimentale. Mi trasmettono molta speranza e insegnano che si può avere una vita felice seppur con delle difficoltà e vorrei tanto che questo potesse essere possibile anche per me.
Alla fine ci si salva da soli ma avrei bisogno di qualcuno dalla mia parte che condivida la mia idea, che è molto difficile da spiegare alla mia famiglia, me lo sconsiglierebbero, avendoci già provato con mia madre, e con questo mio sfogo volevo capire se l'idea di utilizzare una carrozzina per uscire di casa può essere una bella soluzione e se posso essere in grado di costruire una bella vita e trovare quella gioia che non provo più da molti anni. Grazie mille a tutti. Un saluto
Dott.ssa Silvia Bertolotti
Psicologo, Sessuologo, Psicoterapeuta
Milano
La sua riflessione racconta molto di sé e del desiderio di ritrovare spazi di libertà e autonomia. Non è semplice convivere con limiti che incidono sulla quotidianità e sulle relazioni, e il fatto che lei stia cercando di immaginare soluzioni concrete mostra quanto sia importante per lei non rassegnarsi. Le emozioni che descrive – la tristezza, il senso di smarrimento, la paura di perdere tempo e occasioni – sono comprensibili e parlano di un bisogno profondo di vivere, non solo di esistere.
L’idea della carrozzina, così come la racconta, sembra legata non a una rinuncia, ma a un tentativo di aprire possibilità, di superare barriere che oggi le impediscono di fare esperienze che desidera. È naturale che questa scelta porti con sé dubbi e resistenze, perché tocca aspetti identitari e paure accumulate negli anni. Eppure, il fatto che lei riesca a immaginare una vita diversa, fatta di mare, cinema, viaggi, amicizie, è già un segnale di speranza.
Non c’è un unico modo giusto di affrontare tutto questo. Forse il punto non è decidere subito, ma concedersi il tempo di ascoltare ciò che sente, senza giudicarsi. A volte, il cambiamento nasce da piccoli passi, da pensieri che iniziano a prendere forma, e dal coraggio di riconoscere che il desiderio di vivere è legittimo. Le storie che ha visto sui social le hanno trasmesso un messaggio importante: che la felicità non dipende dall’assenza di difficoltà, ma dalla possibilità di costruire spazi di libertà dentro i limiti.
Forse, più che cercare risposte definitive, può essere utile lasciare aperta la possibilità di esplorare ciò che sente giusto per sé, con calma, e vedere dove la porta questa riflessione.

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Le sue resistenze ad affrontare la vita, a costruirsi una sua rete sociale, ad esplorarla, attraversarla sono solo in parte derivanti dalle sue difficoltà nella deambulazione per danni originari nell’articolazione, molte sono di natura psicologica: di accettazione dei suoi limiti nel camminare e conseguentemente delle sue modifiche, anomalie fisiche.
Tutti abbiamo presente un modello normale, medio di un corpo umano, la cui definizione deriva deriva dalla latitudine in cui viviamo, dalla cultura di riferimento dominante, dalla storia… In breve il concetto di normalità è astratto, le persone normali fisicamente possono avere altri limiti per esempio scarse risorse psicologiche, un fragile equilibrio mentale ,senz’altro esprimeranno le sue stesse difficoltà psicologiche e lamentazioni: sentimenti negativi, bisogno di approvazione, di accettazione…
Nella sua richiesta di aiuto la sento prevalentemente lamentarsi, piangere, aspettarsi commiserazione, giustificarsi e questo mi conferma che è bloccato psicologicamente.
Riprenda a fare psicoterapia, ma adottando un ruolo attivo, dinamico, di responsabilità, la psicologa’ non fa al posto suo’, la può aiutare a riprendere il suo percorso evolutivo.
E’ vero ha difficoltà nella deambulazione ma è giovane, lavora, ha amici, una famiglia, desideri, progetti: queste sono risorse positive.
Fra qualche giorno entriamo nel 2026, siamo in un epoca moderna, dove la scienza medica e soprattutto nel campo ortopedico è in continua evoluzione.
A proposito ha visto il film ‘ Avatar ‘ di Camerun, il 1° episodio, lo recuperi e lo veda.
Dott. Luca Rochdi
Psicologo, Psicologo clinico
Campobasso
Gentile utente, le consiglio di intraprendere un percorso di supporto psicologico per capire meglio ciò che ha descritto.
Mi occupo di patologie organiche gravi, se dovesse farle piacere mi contatti pure.
Se dovesse avere dei dubbi, può contattarmi premendo il tasto 'messaggio' sul mio profilo.
Resto a disposizione attraverso consulenze online.
Dott. Luca Rochdi
Ciao,

Nel suo racconto non leggo una “resa”, bensì un tentativo maturo di trovare soluzioni concrete per preservare autonomia, dignità e qualità della vita. L’idea di utilizzare una carrozzina, se pensata come strumento e non come etichetta identitaria, può rappresentare un mezzo per ampliare le possibilità e non una sconfitta.

È comprensibile che questa scelta porti con sé resistenze emotive, paure e un senso di lutto rispetto a come avrebbe immaginato la propria vita. Proprio per questo, un percorso psicologico potrebbe aiutarla a elaborare questi vissuti, a lavorare sull’autostima, sulle emozioni di vergogna e sulle dinamiche evitanti che descrive, senza minimizzarle.

Se in una precedente esperienza terapeutica non si è sentito compreso, non significa che la terapia non sia adatta a lei, ma che probabilmente non c’era il giusto incontro. È fondamentale trovare un professionista che sappia accogliere la complessità della disabilità, anche nelle sue implicazioni emotive e identitarie.

Se può esserle utile, lavoro nel campo della disabilità da oltre dieci anni, sia a livello personale che professionale, e sono disponibile anche per incontri online. Non è sempre la soluzione ideale, ma può essere un primo passo per non sentirsi solo in questo momento di scelta così delicato.

Le auguro di riuscire a costruire una vita che senta davvero sua, con gli strumenti che possano sostenerla nel farlo.

Dott.ssa Janett Aruta - Psicologa
Ricevo su MioDottore e in studio a Palermo
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Bruino
Buongiorno,
la ringrazio per aver condiviso una riflessione così profonda, articolata e onesta. Dalle sue parole emerge con grande chiarezza quanto la sua sofferenza non sia legata solo agli aspetti fisici, ma soprattutto all’impatto che questi hanno avuto nel tempo sulla sua autonomia, sull’autostima, sulle relazioni e sulla possibilità di sentirsi davvero “in vita”.
Il senso di tristezza, frustrazione e smarrimento che descrive è comprensibile, soprattutto quando per anni ci si trova a dover rinunciare, rimandare o chiedere aiuto per cose che per altri sono scontate. Non c’è nulla di “sbagliato” nel desiderio di andare al mare, al cinema, di viaggiare, di vivere relazioni affettive e sociali: sono bisogni profondamente umani.
Rispetto all’idea della carrozzina, da un punto di vista psicologico non è uno strumento che definisce una persona, ma può diventare — se vissuto come tale — un mezzo per aumentare autonomia, possibilità e qualità della vita. La sofferenza che accompagna questa scelta non va minimizzata, perché tocca temi identitari molto delicati; allo stesso tempo, il fatto che lei la stia pensando come un modo per “togliere alibi” alla rinuncia e riaprire spazi di vita è un elemento importante e merita ascolto e rispetto.
Un percorso psicologico potrebbe essere un valido supporto non per convincerla di cosa sia giusto o sbagliato fare, ma per aiutarla a dare voce alle paure accumulate, elaborare le perdite, lavorare sul senso di umiliazione legato alla dipendenza dagli altri e accompagnarla nel costruire un’idea di futuro più abitabile e più sua. È altrettanto importante che lei possa trovare un professionista con cui sentirsi realmente compreso e non sminuito nelle sue difficoltà.
La possibilità di una vita piena, significativa e anche felice — pur con delle limitazioni — non è un’illusione, come testimoniano anche le esperienze che ha citato. Costruirla richiede tempo, sostegno e scelte complesse, ma non è preclusa.
Le auguro di poter trovare qualcuno che cammini al suo fianco in questo percorso, aiutandola a trasformare la sopravvivenza in vita vissuta.
Un caro saluto!
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Dott. Sergio Borrelli
Psicologo, Psicologo clinico
Tradate
Buongiorno.
Anche stamattina, come ogni martedì, mi sono recato a casa di un giovane di 23 anni, che conosco e seguo da quando ne aveva 9, che ha la SMA, quindi una malattia neurodegenerativa, ma che nonostante questa sua condizione clinica sta via via incrementando la sua indipendenza. Sta per acquistare una nuova carrozzina, che si chiama bascula, dotata di una serie di accessori, ma già con la bascula vecchia è uscito più volte totalmente da solo per andare in centro paese a bere un caffè e ne è stato molto fiero.
Se le va possiamo incontrarci in un colloquio online e ne parliamo.
Gentile Utente,
grazie per la sua condivisione. Leggendo il suo messaggio si sente quanto negli anni abbia fatto il possibile per andare avanti, seguendo indicazioni, terapie, consigli. Oggi però sembra che tutto questo non basti più, perché il prezzo da pagare in termini di vita, relazioni ed esperienze è diventato troppo alto. L’idea della carrozzina, da come la racconta, non nasce da una resa ma dal desiderio di riprendersi spazio. Dal punto di vista psicologico può essere uno strumento che, se permette di uscire, muoversi, scegliere, può restituire autonomia invece che toglierla. È altresì normale che una decisione così porti con sé paure e resistenze dal momento che incide sul modo in cui si vede, sul rapporto con gli altri, sull’idea di futuro. Allo stesso tempo è comprensibile la stanchezza che emerge quando ci si sente costretti a rinunciare, a fermarsi, a guardare la vita da fuori.
La tristezza, la rabbia e il senso di perdita che descrive non sono segni di debolezza, ma il risultato di anni passati a contenere ed adattarsi. Il rischio, come lei stesso intuisce, è che il tempo passi lasciando solo frustrazione e rimpianto.
Un percorso psicologico può essere utile proprio per questo: non per dirle cosa è giusto fare, ma per darle uno spazio in cui poter parlare davvero di tutto questo, senza sentirsi minimizzato. Per capire come accompagnare scelte difficili e provare, passo dopo passo, a sentirsi di nuovo dentro la vita e non ai margini.
Il fatto che una precedente esperienza non sia andata bene non significa che la terapia non possa aiutarla... serve trovare la persona giusta. Questo perché la terapia è, in primis, un incontro umano, e serve sentire che dall’altra parte c’è qualcuno con cui ci si può capire.
Alla sua domanda: sì, è possibile costruire una vita significativa anche con limiti importanti, quando questi non diventano l’unico modo di definirsi. Lei non coincide con la sua fatica, né con ciò a cui ha dovuto rinunciare finora.... e, se lo desidera, non deve affrontare questo momento da solo.
Resto a disposizione e la ringrazio nuovamente per aver condiviso con così tanta sincerità la sua esperienza.

Un caro saluto,
Dott.ssa Maria Francesca Copani
Buongiorno,
dal suo racconto emerge con molta chiarezza non solo la fatica legata alla sua condizione fisica, ma soprattutto il dolore per tutto ciò che negli anni ha sentito di non poter vivere: uscire, fare esperienze, muoversi in autonomia, costruire relazioni senza doversi sempre fermare prima.

L’idea della carrozzina non appare come una resa, ma come un tentativo concreto di bypassare un limite pratico che oggi le sta togliendo possibilità. Non è lo strumento il punto, ma ciò che potrebbe permetterle: uscire, scegliere, andare al mare, al cinema, al ristorante, iniziare a vivere un po’ di più. In questo senso, è una scelta orientata alla vita, non alla rinuncia.

È comprensibile che questa decisione sia così combattuta: porta con sé paure, resistenze e il peso di anni in cui chiedere aiuto ha intaccato la sua autostima. Ma spesso è solo provando concretamente nuove soluzioni che si scopre cosa davvero ci fa stare meglio e cosa ci restituisce movimento, dentro e fuori.

Un percorso psicologico potrebbe accompagnarla proprio in questo: non per dirle cosa fare, ma per aiutarla a chiarire quali strategie oggi sono più funzionali per lei, anche temporanee, e come attraversare le paure che inevitabilmente emergono quando si prova a cambiare qualcosa di importante.

La speranza che sente nasce da un bisogno autentico di vivere. E, come ha intuito, a volte non è pensando di più che si ritrova la vita, ma iniziando — un passo alla volta — a fare esperienza di ciò che può renderla di nuovo possibile.
Saluti
Dott.ssa Melania Monaco
Dott. Andrea Boggero
Psicologo, Psicologo clinico
Genova
Buongiorno, la ringrazio per aver condiviso una parte così intima e complessa della sua storia. Dalle sue parole emerge una sofferenza profonda, ma anche una grande lucidità e una forte spinta verso la vita, che negli anni è rimasta compressa più dalle circostanze che da una reale mancanza di desiderio o capacità. Vivere con una disabilità dalla nascita, soprattutto quando nel tempo aumenta l’impatto sulla quotidianità, significa confrontarsi ogni giorno non solo con limiti pratici, ma anche con ferite invisibili legate all’autostima, all’autonomia, al sentirsi “come gli altri”. È comprensibile che il dover chiedere aiuto continuamente, anche per gesti semplici, possa essere vissuto come umiliante e che, col tempo, questo intacchi il senso di valore personale. Non è debolezza, è una reazione umana a una condizione che obbliga a dipendere quando dentro si vorrebbe essere liberi. La tristezza e il senso di smarrimento che prova quando vede gli altri vivere esperienze che sente precluse non sono segni di invidia sterile o di lamento, ma il segnale chiaro di un bisogno vitale rimasto insoddisfatto. Lei non sta rinunciando alla vita perché non la desidera, ma perché il costo emotivo e pratico per accedervi è diventato troppo alto. In questo senso, i comportamenti evitanti che descrive non sono il problema, ma la conseguenza di anni di frustrazione e di tentativi falliti di adattamento. L’idea della carrozzina, così come la sta descrivendo, non appare come una resa o una rinuncia, ma come un tentativo di riprendere potere sulla sua esistenza. Il punto centrale non è lo strumento in sé, ma il significato che esso assume per lei. Se questo mezzo le permettesse di ridurre la dipendenza dagli altri, di uscire senza doversi preparare psicologicamente a chiedere aiuto, di scegliere spontaneamente di andare al mare, al cinema o a cena, allora non sarebbe un passo indietro, ma un passo verso l’autonomia e la dignità. Spesso la sofferenza più grande non nasce dalla limitazione fisica, ma dall’impossibilità di scegliere. È comprensibile che questa decisione sia così combattuta. Accettare un ausilio visibile significa anche confrontarsi con immagini interiori dolorose, con paure accumulate e con lo sguardo degli altri. Tuttavia, vale la pena chiedersi se il vero rischio sia l’utilizzo della carrozzina o piuttosto il continuare a rimandare la vita in attesa di un miglioramento che, come lei stesso intuisce, potrebbe essere troppo marginale rispetto al tempo che passa. Le esperienze che ha visto raccontate da altre persone in situazioni simili non sono illusioni irraggiungibili. Trasmettono speranza perché mostrano una verità spesso poco raccontata: una vita piena e soddisfacente non coincide con l’assenza di difficoltà, ma con la possibilità di muoversi nel mondo sentendosi agenti attivi, non spettatori. Il fatto che lei senta risuonare dentro di sé quelle storie è un segnale importante, indica che una parte di lei è pronta a immaginarsi in una vita diversa, più ricca e più autentica. Il dolore per le occasioni mancate, per le relazioni non vissute fino in fondo, parla di un desiderio affettivo ancora vivo. Non è troppo tardi per costruire legami, né per permettersi di essere visto e desiderato. Spesso è proprio quando l’autonomia cresce che anche lo spazio emotivo per l’incontro con l’altro si amplia. È comprensibile anche il bisogno di avere qualcuno dalla sua parte, che non minimizzi, che non si limiti a proporre soluzioni tecniche, ma che riconosca il suo diritto a vivere ora, non tra qualche anno. Sentirsi sostenuti nelle scelte importanti è fondamentale, soprattutto quando la famiglia, pur animata da buone intenzioni, fatica a vedere il mondo dal suo punto di vista. La sua domanda finale è forse la più importante: se può costruire una bella vita e ritrovare la gioia. La risposta non può essere una promessa, ma c’è un elemento che emerge con chiarezza: lei non ha smesso di desiderarla. Questo, di per sé, è già una base solida. Prendere decisioni che aumentino la libertà, anche se faticose e dolorose da accettare, è spesso il primo passo per uscire dalla paralisi e dal rancore futuro che tanto teme. Il suo non è un desiderio irrealistico, ma profondamente umano. E merita di essere ascoltato, rispettato e accompagnato. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Gent.mo utente,
viviamo nel periodo storico migliore per quanto riguarda l'accessibilità per persone che sono diversamente abili. Molte barriere architettoniche sono state finalmente abbattute, ci sono molte leggi che garantiscono a chiunque di poter accedere a locali, impianti sportivi, musei, e altro. Questo senz'altro è un fattore su cui vale la pena che lei rifletta nel prendere la sua decisione in merito all'utilizzo di una sedia a rotelle polifunzionale. in definitiva, se ci pensa, ogni persona, se può, sfrutta vantaggi tecnologici e strumentazioni che migliorano la qualità della vita quotidiana.
Probabilmente, questa eventuale scelta la farà sentire diverso, etichettato e l'allontanerà dalla sua idea di normalità. Ma cos'è la normalità? Un'illusione che non esiste, dettata più da stereotipi mediatici e commerciali che dalla realtà. Ogni persona affronta il suo percorso con insidie, traumi, affanni. Molti devono adattarsi come meglio possono, altri non ci riescono e sono costretti a vivere nella precarietà. C'è chi ha problemi fisici, chi si occupa h24 di persone malate o non autosufficienti, c'è chi ha problemi economici, chi ha dipendenza da sostanze, chi vive con deficit cognitivi.
Guardarsi intorno aiuta a sentirsi meno soli nella propria lotta. E non è vero che ci si salva da soli: creare la giusta rete di supporto è fondamentale per sviluppare la resilienza specifica alla propria condizione. Le opportunità sono molteplici: il supporto psicologico, le associazioni di volontariato, le associazioni sportive (che tanto fanno per gli atleti diversamente abili). Ma è altrettanto vero che si parte da sé stessi nel costruire la propria lista di valori e la scala delle priorità per essere soddisfatti della propria vita.
Lei ha sicuramente una forza d'animo straordinaria e motivazioni profonde per migliorare la qualità della sua vita. Ha sogni da realizzare, bisogni da soddisfare, emozioni positive che desidera vivere quotidianamente. Molto dipenderà da lei, da quanto vuole incidere davvero nel condizionare positivamente il futuro, nonostante le oggettive difficoltà che deve affrontare. Ma proprio quelle difficoltà, fisiche, familiari, relazionali, non devono essere un alibi per rinunciare o per lamentarsi delle mancanze, di chi non la comprende o di chi potrebbe giudicarla solo perché è seduto su una carrozzina. La sua autonomia e auto-determinazione partono da lei, dal sua capacità di guardarsi dentro e scoprire quelle potenzialità uniche che la contraddistinguono, quel temperamento e quei valori che possono farla emergere dalla condizione di insoddisfazione.
Non so quale tipo di intervento psicologico ha affrontato in passato. Non sempre si riesce a trovare il professionista adatto alle proprie richieste specifiche. Non perda, però, la fiducia in questo tipo di opzione per un percorso di crescita personale. Potrebbe fissare diversi obiettivi importanti per lavorare sulla sua autostima, sulle sue potenzialità, sui valori. Potrebbe costruire una speranza sostenibile, fatta di atti consapevoli e vantaggiosi per il suo benessere. Migliorerebbe la gestione delle emozioni e la capacità di veicolarle all'esterno, con ricadute positive nella sue occasioni di relazione.
Lei merita di essere felice e di godere del sono della vita. Ma ciò richiede impegno costante e intenzione, voglia di uscire dalla zona sicura e affrontare di petto le insidie. La felicità non è un meta, ma un viaggio, lungo tutta la vita. E lei può scegliere che tipo di viaggiatore essere: attivo, curioso, emozionato, con la giusta dose di rischio e di imprevisto; oppure un viaggiatore che osserva il mondo dal finestrino, pensando a tutto ciò che c'è fuori e che non potrà mai avere.
Sono a disposizione per approfondire, anche online. Le auguro il meglio.
Un caro saluto, Antonio Cortese
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Buongiorno,
la ringrazio per aver condiviso in modo così chiaro e profondo la sua esperienza: dalle sue parole emerge una grande lucidità, una forte sofferenza emotiva ma anche un autentico desiderio di vita, di autonomia e di futuro.

La condizione fisica con cui convive da sempre, e il peggioramento funzionale che descrive, non incidono solo sul corpo ma anche sull’identità, sull’autostima, sul senso di libertà e di appartenenza alla vita sociale. La tristezza, la frustrazione, il senso di esclusione e i comportamenti evitanti che racconta sono reazioni comprensibili, non segni di debolezza. Chiedere aiuto, dipendere dagli altri per muoversi, può essere vissuto come umiliante perché tocca profondamente il bisogno umano di autonomia e dignità.

L’idea di utilizzare una carrozzina non va letta come una “resa”, ma come uno strumento. Uno strumento che può aumentare la libertà di movimento, ridurre l’isolamento, restituire possibilità concrete (uscire, viaggiare, incontrare persone, fare esperienze). Dal punto di vista psicologico, spesso ciò che fa più paura non è l’oggetto in sé, ma il significato simbolico che gli attribuiamo: “se uso la carrozzina allora ho perso”, “allora sono meno”. In realtà, per molte persone rappresenta esattamente l’opposto: un mezzo per vivere di più, non di meno.

È molto importante però affiancare a queste scelte pratiche un lavoro psicologico. Le frustrazioni accumulate, le occasioni mancate, le rinunce affettive, la paura del futuro e il dolore di sentirsi “tagliato fuori” meritano uno spazio in cui essere accolti, compresi e rielaborati, senza minimizzazioni. La precedente esperienza terapeutica insoddisfacente non significa che la terapia non possa aiutarla, ma probabilmente che non ha incontrato il professionista o il tipo di ascolto giusto per lei.

Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a:

elaborare il lutto per ciò che non è stato possibile vivere finora;

ricostruire l’autostima al di là della performance fisica;

lavorare sulle paure legate all’autonomia, alle relazioni e all’uso della carrozzina;

ridurre i comportamenti evitanti e riaprire spazi di vita sociale, affettiva e sentimentale;

trovare una posizione più solida e personale anche rispetto alle aspettative della famiglia.

La vita che desidera — fatta di esperienze, relazioni, piacere e significato — è possibile, anche se diversa da quella che aveva immaginato. Le persone che ha visto sui social non sono un’illusione: non significa che il percorso sia semplice, ma che una buona qualità di vita può essere costruita.

Per questo, pur riconoscendo il valore e la legittimità delle sue riflessioni, le consiglio di approfondire queste tematiche con uno specialista, in modo da non essere solo in decisioni così delicate e importanti per il suo presente e il suo futuro.

Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno, la ringrazio per la profondità e la chiarezza con cui ha raccontato la sua storia. Leggendola si avverte molto nettamente una cosa: Lei non sta rinunciando alla vita, al contrario sta cercando con grande lucidità una strada per tornarci dentro. Questo è un punto fondamentale, e merita rispetto.

La sofferenza che descrive non nasce solo dalla difficoltà motoria in sé, ma dal modo in cui questa ha progressivamente limitato la Sua autonomia, la spontaneità, la possibilità di scegliere. Ogni volta che deve chiedere aiuto per fare qualcosa di semplice, Lei non perde solo un gesto pratico: perde un pezzo di identità, di dignità, di immagine di sé. È comprensibile che questo, nel tempo, abbia eroso la Sua autostima e generato rabbia, frustrazione, evitamento, tristezza profonda. Non c’è nulla di “esagerato” o di “psicologico” in senso riduttivo in quello che prova: è una reazione umana a una vita che sente bloccata.

La carrozzina, nel Suo racconto, non è una resa, ma un mezzo. È uno strumento per recuperare libertà, non per sancire una sconfitta. Il conflitto che vive è soprattutto simbolico: da un lato il desiderio di vivere, dall’altro la paura che usare una carrozzina significhi “accettare” una condizione che non ha scelto e che Le è costata moltissimo. È una lotta interna durissima, perché tocca l’identità, non la tecnica.

Vorrei dirLe una cosa con grande chiarezza: l’autonomia non è definita da come ci si muove, ma da quanto si può scegliere. Se una carrozzina Le permette di andare al mare, al cinema, di uscire la sera, di non dipendere sempre da qualcuno, allora non Le toglie valore: glielo restituisce. Il corpo può avere limiti, ma la vita non deve per forza restringersi insieme a essi.

È molto significativo che Lei abbia riconosciuto i comportamenti evitanti. Non perché siano “sbagliati”, ma perché sono una risposta di protezione: evitare per non sentire dolore, esclusione, confronto. Il problema è che, a lungo andare, l’evitamento non protegge più, ma impoverisce. E Lei questo lo ha capito con una lucidità rara: “non sto vivendo”. Questa consapevolezza è già un punto di svolta.

Rispetto alla terapia, capisco profondamente la Sua delusione. Non sempre il primo incontro è quello giusto, soprattutto quando la sofferenza è complessa e intreccia corpo, identità, futuro, desiderio. Una buona terapia, nel Suo caso, non dovrebbe minimizzare nulla, ma stare esattamente lì: nel lutto per ciò che non è stato possibile, nella rabbia per le occasioni perse, nella paura di esporsi, ma anche nella costruzione concreta di una vita possibile. Non per “accettare tutto”, ma per scegliere come vivere *nonostante* tutto.

I ragazzi che ha visto sui social non sono un modello irrealistico: sono una testimonianza. Non perché la loro vita sia perfetta, ma perché mostrano che **la felicità non arriva quando il corpo funziona meglio, ma quando la vita riprende spazio**. E questo spazio spesso passa da decisioni dolorose, non da miglioramenti marginali.

Lei non sta cercando un alibi, come teme. Sta cercando un ponte. E a volte il ponte non è la fisioterapia in più, ma un cambio di prospettiva: “come posso vivere adesso, non tra dieci anni?”. Questo non significa rinunciare alle cure, ma smettere di rimandare la vita in attesa di un miglioramento che potrebbe non arrivare mai nella forma sperata.

Alla Sua domanda finale rispondo con onestà professionale ed empatia umana: sì, l’idea di utilizzare una carrozzina per uscire di casa può essere una soluzione sensata, dignitosa e vitale, se nasce – come nel Suo caso – dal desiderio di vivere, non dalla disperazione. E sì, Lei può costruire una vita piena, fatta di relazioni, affetto, esperienze, amore. Non una vita “nonostante”, ma una vita vera.

Non deve convincere subito la Sua famiglia. Prima di tutto deve essere Lei a sentirsi legittimato nella Sua scelta. Se vuole, posso aiutarLa a mettere ordine tra le paure, a distinguere ciò che è lutto da ciò che è possibilità, e a capire come accompagnare questo passaggio senza che diventi un peso identitario. Non è solo in questo cammino, anche se spesso lo ha sentito così. Rimango a disposizione, un caro saluto!
Dott.ssa Caterina Lo Bianco
Psicologo, Psicologo clinico
Palermo
Gentile Utente,
la ringrazio per aver condiviso una riflessione così profonda, lucida e dolorosamente onesta. Nel suo racconto non c’è solo la sofferenza legata alla disabilità, ma soprattutto il dolore – spesso invisibile agli altri – di una vita che sente di stare scorrendo accanto, più che di essere vissuta.
Vorrei dirle subito una cosa con chiarezza, perché è centrale: il suo non è un problema “di forza di volontà” né di rassegnazione, e non c’è nulla di sbagliato nel desiderio di trovare soluzioni concrete per vivere meglio, ora.
La carrozzina: rinuncia o strumento di libertà?
Dal punto di vista psicologico, l’uso di una carrozzina non è un fallimento, né una resa alla disabilità. Può essere, al contrario, uno strumento di autonomia, esattamente come un paio di occhiali lo è per chi vede poco.
Il punto non è “quanto cammino”, ma “quanto vivo”.
Molte persone interiorizzano l’idea – spesso trasmessa inconsapevolmente da familiari e contesti sanitari – che “finché cammini, devi farlo a ogni costo”. Ma quando il costo diventa isolamento, rinuncia, evitamento, perdita di autostima e di esperienze di vita, allora è legittimo fermarsi e chiedersi:
questa strategia mi sta aiutando a vivere o mi sta tenendo fermo?
Da ciò che racconta, la carrozzina non rappresenta per lei una chiusura, bensì un ponte: verso il mare, le relazioni, le serate, il cinema, la possibilità di sentirsi un uomo di 29 anni e non solo “un corpo da trattare”.
L’umiliazione e la dipendenza
Il sentimento di umiliazione che descrive quando deve chiedere aiuto è comprensibilissimo. Non nasce dalla disabilità in sé, ma dalla dipendenza forzata e dalla perdita di agency. Recuperare autonomia, anche attraverso ausili, spesso ricostruisce l’autostima, non la distrugge.
Molti pazienti scoprono, col tempo, che la vergogna iniziale nell’uso della carrozzina lascia spazio a qualcosa di nuovo: la possibilità di scegliere, di dire “vado”, senza dover chiedere il permesso o l’accompagnamento.
Le relazioni e l’amore
Le occasioni relazionali mancate che cita non parlano di incapacità affettiva, ma di evitamento protettivo: quando si vive con la paura di essere un peso, ci si ritira prima ancora di provarci.
Ma le esperienze che ha visto sui social – pur filtrate – raccontano una verità importante: la disabilità non esclude l’amore, il desiderio, la progettualità. Ciò che spesso blocca non è il corpo, ma l’immagine che si costruisce di sé.
La famiglia e il conflitto
Il fatto che la sua famiglia fatichi a condividere questa idea non significa che lei stia sbagliando. Spesso i familiari restano ancorati alla speranza di “migliorare” il corpo, mentre la persona che vive quella condizione sente l’urgenza di migliorare la vita. Sono due bisogni diversi, entrambi comprensibili, ma non sempre compatibili.
La terapia
Lei ha già fatto un passo importante interrompendo un percorso in cui non si sentiva compreso. Non è un fallimento: è capacità di ascoltarsi.
Un percorso psicoterapeutico, soprattutto se centrato sul vissuto corporeo, sull’identità e sull’autonomia, potrebbe aiutarla a:
• elaborare le frustrazioni accumulate negli anni
• lavorare sulle paure e sull’autoimmagine
• accompagnare emotivamente scelte importanti come quella che sta valutando
• ricostruire fiducia nelle relazioni e nel futuro
In conclusione
Sì, è possibile costruire una bella vita, non una vita “perfetta” o “senza difficoltà”, ma una vita piena di senso, relazioni, esperienze e dignità.
E sì, l’idea di utilizzare una carrozzina può essere una scelta sana, funzionale e profondamente rispettosa di sé, se orientata alla vita e non alla rinuncia.
Lei non sta chiedendo di arrendersi: sta chiedendo di vivere.
E questo, dal punto di vista psicologico, è un segnale di grande vitalità.
Resto con l’idea che nessuno si salva completamente da solo, ma che trovare qualcuno “dalla propria parte” può fare una differenza enorme.
Le auguro di non smettere di cercare quello spazio.
Un caro saluto,
Dott.ssa Caterina Lo Bianco – Psicologa ad orientamento Sistemico-Relazionale
Dott.ssa Giorgia Giustolisi
Psicologo clinico, Psicologo
Viagrande
Salve,
comprendo la frustrazione che ha provato e continua a provare. La carrozzina può essere il mezzo pratico per riprendersi un aspetto annesso alla libertà, ma la felicità nasce da come si vivono queste nuove possibilità. Oltre a questo strumento, intraprendere un percorso personale potrebbe aiutarla a gestire le ansie e a comunicare meglio i suoi bisogni alla famiglia.
le auguro di trovare la forza e il coraggio di vivere la vita che desidera,
Saluti
Dott.ssa Olga Agata Pirracchio
Psicologo clinico, Psicologo
Bronte
Buongiorno, ho letto con attenzione il suo messaggio e comprendo le sue difficoltà, essere "visti" aldilà delle difficoltà è davvero arduo, ci vuole una sensibilità ed un coraggio non da poco. Ci terrei a fare un appunto, non tutto quello che vediamo della vita degli altri, soprattutto filtrato dai social, corrisponde a verità, la felicità degli altri è un concetto davvero relativo. Ma se questo può fungere da sprone va benissimo. Ci sono paure e reticenze che hanno bisogno di essere ascoltate ed accolte per trasformarsi in potenzialità, quelle che sono sicura lei possiede. Però devo dissentire perché nessuno si salva da solo. Abbiamo bisogno dell'Altro, sempre, che ci accolga , rispetti e comprenda. Se nel suo percorso di vita non ha trovato un terapeuta o uno psicologo che rispondesse a pieno delle sue esigenze, non demorda, sono certa troverà qualcuno pronto/a ad ascoltarla.
Le auguro il meglio
Saluti
Dott.ssa Sara Petroni
Psicologo clinico, Psicologo
Tarquinia
Gentile utente,

il Suo messaggio è molto lucido e profondo, e restituisce con chiarezza non solo le difficoltà oggettive che affronta, ma soprattutto il peso emotivo che queste hanno avuto nel tempo sulla Sua autonomia, sulla Sua identità e sul modo in cui guarda al futuro. Non emerge una persona “rassegnata”, ma qualcuno che sta cercando con grande onestà una strada per tornare a sentirsi vivo, presente nella propria vita e non soltanto spettatore.

L’idea di utilizzare una carrozzina non va letta come una resa o come un fallimento, ma come una possibile strategia di adattamento funzionale. Quando uno strumento aumenta l’autonomia, riduce l’evitamento e permette di accedere a esperienze significative, può rappresentare una risorsa, non una sconfitta. La sofferenza che descrive non sembra legata tanto alla disabilità in sé, quanto alla perdita progressiva di libertà, di spontaneità e di possibilità di scelta. In questo senso, il desiderio di “bypassare” alcuni limiti per poter vivere esperienze che oggi Le sono precluse è comprensibile e legittimo.

È altrettanto comprensibile la resistenza psicologica che accompagna questa scelta. La carrozzina, simbolicamente, può evocare paure profonde legate all’immagine di sé, allo sguardo degli altri e a ciò che è stato interiorizzato nel corso degli anni. Tuttavia, ciò che Lei descrive con grande chiarezza è che il costo emotivo dell’evitamento, della rinuncia e del continuo chiedere aiuto sta diventando più alto del costo di affrontare quella paura. Questo è un passaggio importante, che merita di essere ascoltato e rispettato.

Il senso di umiliazione che prova ogni volta che deve dipendere dagli altri non parla di debolezza, ma di un forte bisogno di autodeterminazione. Allo stesso modo, le occasioni mancate sul piano affettivo e relazionale sembrano essere più il risultato di una progressiva chiusura protettiva che di una reale impossibilità di essere desiderabile o amabile. Le esperienze che ha osservato, anche attraverso i social, non vanno idealizzate, ma possono rappresentare una testimonianza concreta del fatto che una vita piena, ricca di relazioni e significato, è possibile anche attraversando percorsi complessi.

Il Suo desiderio di avere “qualcuno dalla Sua parte” non è una richiesta di approvazione cieca, ma di comprensione e alleanza. Un percorso psicologico, se impostato in modo rispettoso e non minimizzante, potrebbe aiutarLa proprio a integrare questa scelta, a lavorare sulle paure accumulate e a costruire un senso di identità che non sia definito solo dalla limitazione, ma anche dalle possibilità che può ancora creare. È importante che Lei si senta ascoltato e riconosciuto, non spinto in una direzione “tecnicamente corretta” ma emotivamente distante da ciò che sente.

La carrozzina, in questo momento, può essere pensata non come ciò che La definisce, ma come uno strumento che potrebbe permetterLe di riappropriarsi di spazi, esperienze e desideri. La gioia che cerca non è irraggiungibile, ma probabilmente richiede scelte coraggiose e un accompagnamento adeguato. Il fatto che oggi stia ponendo queste domande è già un segnale di movimento e di vita.

Un caro saluto
Dott.ssa Sara Petroni
Dal tuo racconto emerge una grande lucidità, una profonda capacità di auto-osservazione e, soprattutto, un forte desiderio di vita che nonostante tutto non si è spento. Questo è un elemento prezioso.

La tua sofferenza non nasce “solo” dalla disabilità in sé, ma da ciò che essa ha progressivamente intaccato: autonomia, spontaneità, possibilità di scegliere, senso di dignità e continuità nel tempo. Quando una persona si accorge di stare sopravvivendo invece che vivendo, il dolore che ne deriva è autentico e merita ascolto, non minimizzazione.

È comprensibile che tu abbia interrotto il precedente percorso terapeutico: quando il dolore viene percepito come ridimensionato o non colto nella sua portata esistenziale, la relazione terapeutica perde la sua funzione. Questo non significa che la terapia “non faccia per te”, ma che non tutte le terapie e non tutti i terapeuti sono adatti a ogni fase della vita.

Riguardo alla carrozzina, è importante fare una distinzione fondamentale:
non è una resa, non è una sconfitta, non è una rinuncia alla speranza.
Dal punto di vista psicologico può rappresentare uno strumento di libertà, non un simbolo di fallimento. Il fatto che tu la stia pensando come un mezzo per andare, scegliere, partecipare dice molto chiaramente che non stai rinunciando alla vita, ma stai cercando un modo per riappropriartene.

La resistenza emotiva che senti è comprensibile: usare una carrozzina tocca temi profondi di identità, immagine di sé, stigma interiorizzato e paura dello sguardo altrui. Ma ciò che colpisce è che tu stesso lo riconosci: se riuscissi a superare questo, non avrei più alibi per non vivere. Questo è un passaggio di grande maturità.

Le emozioni che descrivi — tristezza nel vedere gli altri vivere esperienze che senti negate, senso di umiliazione nel dover chiedere aiuto, evitamento relazionale, rimpianti affettivi — non sono segni di fragilità personale, ma reazioni umane a una limitazione che è diventata anche sociale ed emotiva, non solo fisica.

È comprensibile anche il tuo timore che l’insistenza esclusiva su fisioterapia e ausili “minimi” possa costarti tempo di vita. A volte l’intento medico è conservativo, mentre il bisogno della persona è esistenziale. Non sempre queste due prospettive coincidono, ed è legittimo che tu cerchi una strada che tenga conto non solo del corpo, ma anche della tua età, dei desideri, delle relazioni, della progettualità.

Le figure che hai incontrato sui social non sono un modello da imitare, ma una prova concreta che la felicità non è incompatibile con la disabilità, quando l’autonomia e il diritto all’esperienza vengono messi al centro. La speranza che senti non è ingenua: è radicata nella realtà.

Alla tua domanda finale si può rispondere così, con onestà:
sì, è possibile costruire una vita piena, significativa e affettivamente ricca, anche partendo da dove sei ora. Ma non da solo. Non perché tu non sia capace, ma perché nessuno dovrebbe affrontare un passaggio identitario così profondo senza un alleato.

Un percorso psicologico, se ben scelto, potrebbe aiutarti non a “convincerti” di qualcosa, ma a dare senso, legittimità e direzione alle scelte che senti già maturare dentro di te. E trovare finalmente qualcuno che stia dalla tua parte, non contro le tue paure ma accanto ad esse.

Non stai chiedendo troppo.
Stai chiedendo di vivere.

Un caro saluto.
Alma Magnani - Psicologa
Dott.ssa Arianna Amatruda
Psicologo, Psicologo clinico
Nocera Inferiore
La tua riflessione è lucida e profondamente orientata alla vita, non alla rinuncia. Usare una carrozzina non è un fallimento, ma uno strumento per recuperare autonomia, dignità e possibilità, riducendo l’evitamento che oggi ti limita. Il dolore che descrivi nasce più dalle rinunce forzate che dalla disabilità in sé. Affiancare questa scelta a un percorso terapeutico che validi davvero la tua esperienza può aiutarti a elaborare frustrazioni e paure accumulate. Potresti valutare anche l'idea di iniziare un percorso di terapia familiare, in modo tale da lavorare anche insieme alla tua famiglia sulle tue e sulle loro fatiche. è possibile costruire una vita piena e significativa.
La ringrazio per aver condiviso la sua esperienza con sincerità. Le sue parole restituiscono con grande chiarezza non solo le difficoltà oggettive che affronta ogni giorno, ma anche il peso emotivo, identitario e relazionale che queste comportano. È evidente che lei abbia fatto un lavoro di riflessione molto serio e consapevole su di sé, sulla sua storia e su ciò che desidera per il suo futuro.
Vorrei dirle innanzitutto che la sua sofferenza è legittima. Non è eccessiva, non è “da minimizzare” e non è il risultato di una mancanza di forza. Vivere con una disabilità motoria, soprattutto quando l’autonomia diminuisce nel tempo, comporta un continuo confronto con limiti, perdite, adattamenti forzati e sguardi esterni. Tutto questo incide profondamente sul modo in cui percepisce se stesso e le sue risorse. Il senso di umiliazione che descrive quando deve chiedere aiuto è purtroppo una conseguenza frequente di una cultura che fatica ancora a essere realmente inclusiva, e non un segnale di una sua fragilità personale.
In un’ottica anti-abilista, è fondamentale ribaltare una narrazione molto diffusa: la carrozzina non è una sconfitta, non è una rinuncia, non è “arrendersi”. È uno strumento, al pari di un paio di occhiali o di un ausilio tecnologico, che può aumentare l’autonomia, la libertà di movimento e quindi la qualità della vita. Il desiderio di poter andare al mare, al cinema, a una fiera di paese, in vacanza o semplicemente di uscire senza dipendere costantemente da qualcun altro non è un capriccio: è un bisogno fondamentale. La sua idea di utilizzare una carrozzina pieghevole come supporto non cancella la fisioterapia, né invalida il lavoro medico; semplicemente afferma che la sua vita non può essere messa “in pausa” in attesa di miglioramenti marginali.
È molto significativa la consapevolezza che lei ha maturato rispetto ai comportamenti evitanti. Riconoscere di aver evitato situazioni, relazioni, opportunità per paura, stanchezza o per proteggersi dal dolore è un passaggio cruciale. L’evitamento spesso nasce come strategia di sopravvivenza, ma nel tempo rischia di restringere sempre di più lo spazio di vita, alimentando frustrazione, solitudine e rimpianto. Il fatto che lei lo veda con tanta chiarezza è una risorsa enorme.
Allo stesso modo, è importante valorizzare le sue risorse: ha un lavoro e relazioni significative nate in quell’ambiente, ha una capacità di introspezione degna di nota, è in grado di riconoscere ciò che gli altri rappresentano per lei (come i profili Instagram che le trasmettono speranza, non in modo idealizzato ma realistico), ha un desiderio autentico di vivere, non solo di “funzionare”.
Rispetto al percorso terapeutico precedente, è comprensibile che lei si sia sentito non visto né compreso. Purtroppo non tutti i professionisti hanno una formazione adeguata sul tema della disabilità. Questo non significa che la terapia non possa aiutarla, ma che è fondamentale trovare una/uno psicologa/o che lavori in modo rispettoso, non abilista, capace di accogliere sia il dolore sia il desiderio di autodeterminazione. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a: elaborare le paure accumulate negli anni; lavorare sul senso di vergogna e di umiliazione interiorizzata; costruire strategie alternative all’evitamento; rafforzare l’autostima e l’identità al di là della disabilità; sostenere scelte concrete (come l’uso della carrozzina) senza viverle come fallimenti.
Lei si chiede se può essere in grado di costruire una bella vita e trovare un po' di serenità. La risposta, per quanto nessuno possa garantire un percorso privo di difficoltà, è che non "nonostante” la disabilità, ma **insieme** ad essa, integrandola nella sua vita in modo funzionale e dignitoso, può farlo.
Il fatto che lei senta il bisogno di qualcuno “dalla sua parte” è profondamente umano. Anche se, come dice, alla fine ci si salva da soli, nessuno dovrebbe farlo in totale solitudine. Cercare alleati — professionisti, pari, comunità — non è una debolezza, ma una forma di cura verso se stessi.
Resto a sua disposizione, se lo desidera, per continuare a riflettere insieme su questi temi. Le auguro di poter costruire, passo dopo passo, una vita che senta davvero sua.
Dott.ssa Ilaria De Pretto
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Buongiorno, quello che emerge con grande chiarezza è il tuo desiderio di vivere, non di rinunciare. L’idea della carrozzina non appare come una resa, ma come uno strumento di autonomia e di libertà, e questo è un passaggio psicologicamente molto importante. La sofferenza che descrivi nasce più dalla limitazione e dalla dipendenza che dal mezzo in sé, e usare ciò che ti permette di muoverti, scegliere, uscire, fare esperienze può essere un atto di cura verso te stesso. Le paure, l’evitamento e le frustrazioni accumulate meritano sicuramente uno spazio terapeutico, ma nel frattempo è legittimo cercare soluzioni concrete per non rimandare ancora la vita. Sì, una vita piena, affettiva e soddisfacente è possibile anche per te, e non stai sbagliando a volerla costruire ora, con gli strumenti che ti consentono più dignità e autonomia.
Dott.ssa Angela Borgese
Psicologo, Psicologo clinico
Gravina di Catania
Gentile utente, dal suo racconto emerge con molta chiarezza che il nodo non è la carrozzina in sé, ma la possibilità di tornare a vivere. In poche parole, il problema non è il limite corporeo, ma il fatto che quel limite sia diventato il luogo in cui il suo desiderio si è fermato, bloccato dall’attesa di “migliorare abbastanza” o di non dipendere da nessuno.
La carrozzina, così come lei la pensa, non è una resa: è uno strumento. Può rappresentare un passaggio simbolico importante, perché sposta la questione dal “non posso” al “come posso”. E questo ha un effetto diretto sull’autostima e sull’autonomia, molto più di qualsiasi piccolo miglioramento funzionale ottenuto a costo di rinunce alla vita.
L’umiliazione che sente nel chiedere aiuto non nasce dal bisogno in sé, ma dal fatto di sentirsi costantemente nella posizione di chi dipende dall’Altro. Riappropriarsi del proprio movimento, anche attraverso una carrozzina, può invece restituirle una posizione attiva, scelta, non subita.
Lei non sta cercando una soluzione perfetta, ma una via per non rimandare ancora la vita. Questo è un punto molto lucido del suo discorso. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla ad attraversare le paure e le resistenze legate a questa scelta, senza negarle né forzarle, ma accompagnandola a farne qualcosa di suo.
Sì, è possibile costruire una vita piena, affettiva, desiderante. Non eliminando il limite, ma trovando il modo di non lasciargli decidere tutto.
Un caro saluto.
Gentile utente,
il suo messaggio mostra con grande chiarezza quanta consapevolezza, lucidità e sofferenza ci siano dietro a queste riflessioni. L’idea della carrozzina, per come la racconta, non appare come una sconfitta, ma come un tentativo concreto di avvicinarsi a ciò che per lei è importante: uscire, incontrare persone, frequentare luoghi di interesse, vivere esperienze e costruire legami. In questo senso, non è tanto lo strumento in sé ad essere centrale, quanto più la direzione verso cui lei desidera muoversi, nonostante questa scelta possa essere accompagnata da paure.
Il fatto che altre persone con disabilità riescano a costruire una vita ricca non garantisce un esito uguale per tutti, ma testimonia che una vita significativa è possibile anche in presenza di queste difficoltà. Alla luce di ciò, la sua felicità non dovrà necessariamente avere la stessa forma, ma può comunque esistere!
Lei non sta chiedendo il permesso di vivere, sta cercando un modo per farlo e trovare la strada che sentiamo nostra spesso richiede tentativi, aggiustamenti e tempo. Potrebbe essere sensato, per lei, fare esperienza della carrozzina, darsi la possibilità di capire se la fa sentire più libero e autonomo, sapendo che, se non dovesse sentirsi a suo agio, potrà comunque rivedere e modulare questa scelta?
Le faccio un grande in bocca al lupo!
Dott.ssa Lucrezia Lovisato
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Torino
Buongiorno,
la ringrazio per aver condiviso la sua esperienza e le riflessioni che sta facendo rispetto alla sua qualità di vita e alle scelte che sta valutando.
È importante precisare che noi psicologi non possiamo fornire consigli o indicazioni su decisioni pratiche o sanitarie, soprattutto attraverso un messaggio scritto e senza una conoscenza diretta della persona e della sua situazione complessiva. Le scelte che riguardano l’utilizzo di ausili, come una carrozzina, restano decisioni personali e vanno eventualmente valutate con i professionisti sanitari di riferimento e tenendo conto di ciò che per lei è più utile nel quotidiano e di ciò che le permette di stare meglio.
Orientare le scelte verso ciò che le permette di stare meglio, di muoversi con maggiore libertà e di partecipare più facilmente alle attività che per lei sono importanti può essere un criterio valido e legittimo.
Per quanto riguarda il supporto psicologico, un percorso con uno psicologo o psicoterapeuta può offrire uno spazio di ascolto in cui parlare delle difficoltà, delle paure e delle decisioni che sta valutando, con l’obiettivo di accompagnarla nelle scelte e nel miglioramento della qualità della vita, nel rispetto dei suoi tempi e delle sue esigenze. Qualora in passato non si sia sentito compreso, può essere utile considerare un professionista diverso, poiché la qualità dell’alleanza terapeutica è un aspetto fondamentale.



Dott.ssa Stefania Militello
Psicologo, Psicologo clinico
Sassari
Gentile Utente,
la ringrazio per aver condiviso una parte così importante di sé. È comprensibile la fatica legata alla riduzione dell’autonomia, al timore per il futuro e al desiderio di vivere una vita più piena. La carrozzina pieghevole, se valutata con i professionisti sanitari che la seguono, può rappresentare una possibilità concreta per aumentare libertà e partecipazione sociale: non è un fallimento, ma uno strumento per muoversi con meno ostacoli. Molte persone, come ha visto, trovano in ausili adeguati una strada per stare meglio e recuperare spazi di vita.
Allo stesso tempo, il vissuto emotivo che descrive merita un sostegno mirato. Un nuovo percorso psicologico, con un professionista con cui si senta compreso, potrebbe aiutarla a lavorare su autostima, paure e relazioni, in parallelo al percorso medico.
Può costruirsi una vita più ricca di esperienze e relazioni, passo a passo, con gli strumenti giusti. Chiedere aiuto è un atto di cura verso di sé, non un limite. Un caro saluto.

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