Buongiorno Siamo I genitori di un ragazzo di 22 anni che ha scelto un percorso di psicoterapia per
Buongiorno Siamo I genitori di un ragazzo di 22 anni che ha scelto un percorso di psicoterapia per affrontare un periodo difficile fatto di dubbi e paura nel futuro. Devo dire che ha iniziato da circa 1 mese e mezzo. Ogni tanto ci parla e si sfoga. Vorrei capire come poter stargli vicino. Sono preoccupata ma allo stesso tempo fiduciosa. Alle volte al solo chiedergli qualcosa si innescano risposte di malo modo. Non vorrei essere invasiva o sembrare indifferente. Grazie
28 risposte
Buonasera, sono la Psicologa Cannova Angelica e l'indicazione che posso darvi è che aspettate che sia vostra figlia ad avere l'esigenza di raccontarvi, cosi non si sentirà sotto osservazione continua, ma sarà contenta di condividere con voi i suoi progressi.
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Salve il percorso di psicoterapia è un percorso che deve essere rispettato, e meno se ne parla, per il paziente, meglio è. Detto questo, purtorppo non da' nessuna garanzia, anzi nella maggior parte dei casi è quasi inutile. Non che cambi qualcosa, ma se credete che il dolore di vostro figlio vi riguardi in prima persona, potreste valutare se il ragazzo è d'accordo un percorso di terapia familiare, che in certi casi velocizza dei processi. Ci ha mai pensato?
è comprensibile la vostra preoccupazione e il desiderio di stare vicino a vostro figlio nel modo più adeguato possibile: è una posizione delicata, soprattutto quando un figlio adulto attraversa una fase di difficoltà e cambiamento. In linea generale, ciò che può essere maggiormente di aiuto è mantenere una presenza disponibile e non giudicante, lasciando che sia lui a scegliere quando e quanto condividere. Spesso, in questi momenti, anche domande mosse da buone intenzioni possono essere vissute come pressioni; per questo può essere utile comunicargli che siete presenti e pronti ad ascoltarlo, senza la necessità di “capire” o “risolvere” subito ciò che sta vivendo. Le risposte brusche che talvolta emergono fanno parte, in molti casi, della fatica emotiva del periodo e non sono necessariamente un rifiuto del legame, quanto un bisogno di spazio e di autonomia.
Salve, quello che racconta è molto normale quando un membro della famiglia inizia un percorso di psicoterapia in quanto egli si trova ad affrontare un cambiamento, che più passerà il tempo e più sarà evidente, e molto spesso gli altri membri della famiglia si ritrovano "da soli" nel dover accettare tale cambiamento ed agire di conseguenza. Dal poco che ha descritto mi sento di tranquillizzarla rispetto al fatto che suo figlio sta facendo un percorso per se che sicuramente gli permetterà di affrontare il suo periodo difficile. Comprendo però la sua difficoltà nel lasciargli il suo spazio rimanendo comunque un punto di riferimento. Se non ci ha già pensato potrebbe valutare di iniziare un percorso psicologico al fine di tutelare questa sua ambivalenza e di capire, volta per volta in base alla crescita di suo figlio, come gestire i suoi vissuti.
Buongiorno, nelle sue parole si avverte un forte coinvolgimento emotivo, un esserci attento e partecipe. In questo momento vostro figlio sta attraversando un processo di cambiamento profondo, e quando qualcosa si muove dentro, anche il modo di stare in relazione può diventare più delicato, a tratti instabile. La preoccupazione e la fiducia che sente convivono nello stesso spazio emotivo. Non si escludono: si alternano, emergono una alla volta, a seconda di ciò che accade. È comprensibile sentirsi così quando si accompagna una persona amata in una fase di ricerca e di riorientamento. Le risposte brusche che talvolta ricevete possono essere l’espressione di una tensione interna. Quando un ragazzo prova a dare un nuovo senso a sé, al futuro, ai propri confini, il contatto con gli altri può risultare più sensibile. Anche una domanda semplice può essere vissuta come troppo, non per l’intenzione che la muove, ma per lo stato emotivo in cui arriva. Il suo timore di essere invasiva o, al contrario, di apparire distante parla di una grande attenzione al confine tra lei e suo figlio. In questo momento quel confine sembra meno chiaro, più mobile, e questo può generare incertezza, fatica, talvolta smarrimento. Sono vissuti che hanno diritto di esistere, così come le emozioni di suo figlio. C’è una madre che resta in ascolto, anche quando il contatto si fa difficile, e che prova a rispettare il movimento dell’altro senza annullare il proprio sentire. Questa presenza, fatta di attenzione e autenticità, è già una forma di sostegno profondo. Un abbraccio.
Buona sera gentile Utente e grazie per aver condiviso il suo pensiero. Dalle sue parole si coglie tutta la sua volontà di stare accanto a suo figlio ma anche la complessità di questo momento per lei. In un momento in cui suo figlio sta partecipando ad un percorso psicologico/psicoterapeutico di supporto ai suoi dubbi e vissuti, anche la figura genitoriale rappresenta un punto di riferimento rilevante. In questo momento, la presenza delle figure genitoriali può di per sè rappresentare un porto sicuro per un figlio che sta affrontando un lavoro psicologico su sè stesso per il proprio benessere. Presenza, ascolto e assenza di giudizio....possono essere modalità e possibili "ponti" per consentirvi di essere vicini. Aggiungo che oltre a suo figlio che sta ricevendo aiuto psicologico, c'è anche lei, con le sue preoccupazioni e i molteplici quesiti sul meglio da farsi. Qualora la situazione attuale divenisse particolarmente complessa nella gestione anche dei suoi vissuti, potrebbe essere utile ricavarsi uno spazio per lasciar decantare anche i suoi pensieri e le relative preoccupazioni. Resto a disposizione. Un caro saluto, Dott.ssa Letizia Turchetto
Gentili genitori, si percepisce molto chiaramente quanto il vostro gesto nasca dall’amore e dal desiderio sincero di aiutare vostro figlio, ed è qualcosa di prezioso. Proprio per questo, però, il modo più utile di stargli accanto in questa fase è spesso esserci senza stringere, offrire presenza senza domande continue, fiducia senza controlli. Quando un ragazzo intraprende un percorso di psicoterapia sta cercando, forse per la prima volta, uno spazio tutto suo per capire chi è e dove sta andando. Le risposte brusche che a volte ricevete non sono un rifiuto di voi, ma il segnale di una fatica interna e del bisogno di difendere un confine che sente fragile. Può bastare fargli sentire che siete disponibili, che può parlarvi quando lo desidera, senza forzarlo né interrogarlo. Questo non è essere indifferenti, ma rispettare la sua libertà e il suo tempo. La fiducia che già sentite è una buona guida: spesso è proprio questo “passo indietro amorevole” a permettere ai figli di fare, piano piano, un passo avanti. Rimango a disposizione per qualunque chiarimento. Dott.ssa Veronica Savio
Buonasera, grazie per aver condiviso un’esperienza così delicata. Da genitore, non è mai semplice e scontato gestire un figlio che vive una situazione di vita particolare e difficile. E' un grande passo per lui aver deciso di intraprendere un percorso di psicoterapia, e onde evitare di essere invasiva o indifferente così come ha scritto, è fondamentale cercare di essere accoglienti e far sentire la propria disponibilità all’ascolto, senza forzare il dialogo quando emergono chiusure o risposte di irritazione. A volte anche il semplice comunicare “se vuoi, io ci sono” può essere sufficiente, lasciando a lui la possibilità di scegliere quando e come aprirsi. Le reazioni di nervosismo o di malo modo che descrivete possono far parte del processo che sta attraversando: non necessariamente indicano mancanza di fiducia o rifiuto, ma talvolta una fatica interna nel gestire emozioni e aspettative. Per quanto riguarda il percorso terapeutico, per rispetto del suo spazio e della sua autonomia, è importante che resti un luogo protetto e riservato per lui. Se vostro figlio lo riterrà opportuno, potrà essere lui stesso a condividere con voi alcuni aspetti del lavoro che sta facendo. Resto comunque disponibile, qualora emergesse un bisogno specifico concordato anche con lui, a valutare insieme come procedere. Un caro saluto Alberto
Gentili genitori, È comprensibile sentirsi allo stesso tempo preoccupati e fiduciosi quando un ragazzo giovane attraversa una fase di dubbi e paure rispetto al futuro. Il fatto che abbia scelto di intraprendere un percorso di psicoterapia è già un segnale importante di consapevolezza e di cura verso se stesso. È positivo che ogni tanto riesca a parlare con voi e a sfogarsi. Allo stesso tempo, le reazioni brusche che descrive possono far parte di un momento delicato: quando una persona sta lavorando su di sé può sentirsi più vulnerabile, confusa o facilmente irritabile, soprattutto se percepisce domande o attenzioni come una pressione, anche se mosse da affetto. Spesso, in questi casi, stare vicino significa soprattutto “esserci”, mostrando disponibilità all’ascolto senza insistere, rispettando i suoi tempi e lasciando che sia lui, quando se la sente, a condividere. Può essere utile comunicargli apertamente che siete presenti e disponibili, ma che rispettate il suo spazio e il suo percorso. Il vostro equilibrio tra attenzione e rispetto dei confini è già un grande sostegno per lui. Continuare a mantenere un clima di fiducia e accoglienza, senza sentirvi né invasivi né indifferenti, è probabilmente la cosa più preziosa che possiate offrirgli in questo momento. Resto a disposizione e vi saluto cordialmente. Dott.ssa Elisa Bruscaglia
Gentile Amica, è molto bello che lei voglia stare vicino a suo figlio, si capisce che lo ama molto e vuole il meglio per lui. Una delle cose più difficili quando si ama è ascoltare - e basta. E questo paradossalmente perché vogliamo bene all'altro, e vorremmo dirgli cosa è bene per lui. Non so quale sia il disagio che sta attraversando suo figlio, ma so per certo che lei e suo marito siete molto importanti per lui, il suo porto sicuro. Abbia fiducia! con i migliori auguri, dr. Ventura
Gentili genitori, la preoccupazione che provate è comprensibile, così come è preziosa la fiducia che state cercando di mantenere nel percorso che ha scelto di intraprendere. Il fatto che un ragazzo giovane abbia deciso di iniziare una psicoterapia è già un segnale importante di consapevolezza e di responsabilità verso se stesso. Nei primi mesi di un percorso terapeutico è piuttosto frequente osservare una maggiore sensibilità emotiva: parlare di sé, dei propri dubbi e delle proprie paure può rendere più vulnerabili e, talvolta, più reattivi. Le risposte brusche che descrivete non sono necessariamente un rifiuto nei vostri confronti, ma possono essere l’espressione di una fatica interna, di confusione o del bisogno di proteggere uno spazio personale che in questo momento sente fragile. Stargli vicino, in questa fase, significa soprattutto trovare un equilibrio tra presenza e rispetto. Può essere utile comunicargli apertamente che siete disponibili ad ascoltarlo quando ne sente il bisogno, senza però pretendere spiegazioni o aggiornamenti. Frasi semplici come “Se vuoi parlare, io ci sono” o “Capisco che a volte non hai voglia di rispondere, va bene così” permettono di far sentire il vostro sostegno senza risultare invasivi. Allo stesso tempo, mantenere una quotidianità il più possibile serena e stabile aiuta a trasmettere un senso di sicurezza e normalità. È importante anche che possiate prendervi cura delle vostre emozioni di genitori: sostenere un figlio in difficoltà può essere faticoso e carico di incertezza. Se sentite il bisogno di un confronto, una consulenza genitoriale può aiutarvi a comprendere meglio cosa sta attraversando vostro figlio e come accompagnarlo in modo adeguato, senza sentirvi né troppo presenti né distanti. Sperando di aver dato qualche spunto utile, mi rendo disponibile per un ulteriore ascolto. Un caro saluto, Dott.ssa Erika Messinese
Buongiorno, è comprensibile e legittimo che come genitori vi sentiate preoccupati e allo stesso tempo desiderosi di stargli vicino nel modo migliore possibile. Il fatto che vostro figlio abbia deciso di iniziare un percorso di psicoterapia e che, a volte, condivida con voi parti del suo vissuto è già un segnale importante di consapevolezza e di ricerca di aiuto. Allo stesso tempo, è frequente che in questa fase emergano oscillazioni emotive, chiusure o reazioni che possono apparire brusche: spesso non sono dirette ai genitori, ma esprimono una fatica interna nel dare parole a ciò che sta vivendo. In generale, ciò che può essergli più utile è sentire una presenza disponibile ma non pressante: sapere che ci siete, che potete ascoltarlo se e quando ne sente il bisogno, senza sentirsi interrogato o spinto a spiegare ciò che magari sta ancora elaborando. Anche messaggi semplici, che comunicano fiducia e rispetto dei suoi tempi e disponibilità all'ascolto senza giudizio possono essere molto più efficaci di domande dirette. Un caro saluto
Buongiorno, il fatto che vostro figlio abbia scelto di intraprendere un percorso di psicoterapia è un segnale positivo di consapevolezza e di risorse personali. Come genitori, è possibile mantenere una presenza disponibile ma non pressante, facendogli sentire che siete pronti ad ascoltarlo quando ne sente il bisogno, senza necessariamente forzarlo a parlare ("se vuoi siamo qui"). Può essere utile anche chiedergli apertamente in che modo sente di poter essere sostenuto, lasciando a lui la possibilità di indicare ciò che per lui è d’aiuto in questo momento. Mostrare fiducia in lui e nel percorso può rappresentare già una base importante. Un caro saluto, PR.
Buongiorno, grazie per aver condiviso con noi i vostri dubbi e la vostra preoccupazione. Il tema di come porsi in un equilibrio delicato tra esserci e non essere, anche solo vissuti, invadenti è spesso sentito da chi ha una persona vicina che ha iniziato un percorso psicologico. Dopo un mese e mezzo di psicoterapia si è ancora in una fase iniziale e spesso possono emerge dubbi, nuove domande a cui non si sa dare ancora risposta, irritabilità o una sensibilità più spiccata. In questo senso le risposte brusche non sono da intendere come una manifestazione di rabbia, distacco o insofferenza verso di voi ma vanno inserite all’interno della cornice dei cambiamenti che può stare sperimentando vostro figlio. Forse più che porre delle domande dirette, che possono essere percepite come invasive o comunque come una violazione del suo spazio personale, potreste ricordargli che voi ci siete, non tanto per rassicurarlo o trovare soluzioni nei momenti di sfogo quanto per accogliere e contenere i vissuti che vostro figlio esprime. Infatti a volte, anche quanto fatto con le migliori intenzioni, i messaggi di rassicurazione (ad es., “vedrai che passa”, “è solo un momento”) rischiano di farlo sentire non capito. Infine, fiducia nella psicoterapia. Il lavoro con la psiche è qualcosa che può essere inteso solo nel lungo periodo. Non è tanto un percorso quantitativo, lineare quanto un percorso che si sviluppa attraverso degli snodi o dei momenti significativi. Con i migliori auguri, dott. Previtali
Buon giorno. Sono una terapeuta familiare e relazionale e le posso dire che la cosa migliore da fare è lasciare che sia lui a. venire a parlarle quando se la sentirà. La terapia apre vasi di Pandora, scombussola, mette in crisi e scatena molte emozioni contrastanti che è già difficile per lui arginare e comprendere, figuriamoci se deve raccontarle a qualcun altro. Se fosse in terapia da me io probabilmente avrei proposto un colloquio anche con i familiari significativi, anche più di uno, ma questo dipende sempre dal modo di lavorare del terapeuta. Il fatto che lei abbia fiducia in suo figlio e nel terapeuta è molto molto importante. Dia tempo e spazio e vedrà che migliorerà anche il vostro dialogo. in bocca al lupo.
Buongiorno, la sua preoccupazione è comprensibile e il fatto che si ponga queste domande è già un segnale di attenzione e cura verso suo figlio. Quando un giovane adulto intraprende un percorso di psicoterapia è spesso in una fase di riorganizzazione interna: emergono dubbi, paure insieme a vissuti emotivi più intensi e talvolta faticosi da gestire. Le risposte che accenna non sono rare e, nella maggior parte dei casi, non sono dirette ai genitori in quanto tali, ma esprimono la fatica di dare un nome a ciò che si sta muovendo dentro così come il bisogno di affrontare questo momento in modo più autonomo. A 22 anni, infatti, il lavoro di costruzione della propria identità passa anche attraverso il desiderio di differenziarsi e di sperimentare le proprie risorse senza il sostegno diretto dei genitori. Per stargli vicino senza risultare invadenti può essere utile: Rispettare i suoi tempi, evitando domande insistenti. A volte è meglio far sentire la propria disponibilità (“se vuoi parlare io ci sono”) piuttosto che chiedere spiegazioni/fare troppe domande. Accogliere le sue emozioni senza correggerle, anche quando sono scomode. Sentirsi compresi spesso riduce la tensione emotiva più di qualsiasi consiglio. Mantenere una presenza stabile e coerente, fatta di piccoli gesti quotidiani, che trasmettano interesse e attenzione senza pressione. Non prendere sul personale le risposte di malo modo, provando, quando possibile, a rimandare con calma ciò che osservate ("Capisco che questo non sia un momento facile per parlarne, possiamo riprenderlo quando ti sentirai più tranquillo”/"Non è una domanda obbligatoria, volevo solo farti sapere che se un giorno vorrai parlarne io ci sono.” /"Forse questo tema è delicato, dimmi tu quando e se affrontarlo.”) Il fatto che lui vi parli e si sfoghi con voi, anche solo a tratti, indica che il legame è vivo e che vi percepisce come una base sicura. Continuare a mostrarsi fiduciosi nel percorso che ha scelto, senza controllarlo, è spesso uno dei modi più efficaci per sostenerlo. Qualora il senso di impotenza o la preoccupazione dovessero diventare particolarmente gravosi per voi, può essere utile anche per voi genitori valutare uno spazio di confronto professionale. Un caro saluto. Dott.ssa Chiara Pesce.
Gentili genitori, il fatto che vostro figlio abbia scelto di intraprendere una psicoterapia è già un segnale di maturità e di desiderio di prendersi cura di sé. Nelle prime fasi del percorso è frequente che emergano più tensioni, confusione e irritabilità: non perché la terapia “non funzioni”, ma perché stanno venendo toccati nodi interni che prima erano tenuti a distanza. Le risposte brusche che a volte ricevete non vanno lette come un rifiuto verso di voi, ma come l’espressione di una fatica interna. In questo momento vostro figlio sta cercando di costruire un proprio spazio psichico più autonomo; anche domande mosse da affetto possono essere vissute come pressioni o intrusioni, soprattutto quando lui stesso non ha ancora risposte chiare. Stargli vicino, ora, significa soprattutto offrire una presenza affidabile ma non invadente: fargli sentire che ci siete, senza chiedere continuamente come sta o cosa succede in terapia. È spesso più utile comunicare disponibilità che fare domande, ad esempio con un semplice “quando vuoi parlare, noi ci siamo”. Rispettare i suoi tempi non è indifferenza, ma fiducia nel suo processo. La terapia è uno spazio suo, e il fatto che a volte scelga comunque di sfogarsi con voi indica che il legame è saldo, anche se attraversa una fase delicata. Continuare a essere un punto fermo, calmo e non giudicante, è probabilmente il sostegno migliore che possiate offrirgli ora.
Salve, sicuramente suo figlio ha deciso di fare un passo importante per sè stesso, provi a lasciargli spazio e tempo, anche perchè, da ciò che leggo suo figlio ha dialogo con voi. Il lasciare spazio non si traduce nell'essere indifferenti, ma nel dare fiducia. Si fidi di suo figlio e del suo percorso e accolga i suoi momenti di chiusura, anche se può essere frustrante, controbilanciati da momenti di apertura. In bocca al lupo alla sua famiglia.
Buongiorno, sicuramente vostro figlio starà provando a fare chiarezza dentro di se, attraverso il percorso che ha scelto di fare. Quindi potrebbero esserci momenti più difficili per lui. Provate ad esserci quando lui sentirà l’esigenza di quest’apertura e condivisione, rispettando i suoi spazi quando non sentirà quest’esigenza. Il consiglio inoltre, é di pensare anche voi di essere supportati con dei colloqui psicologici in questo momento che a quanto pare non vi é facile. Saluti Dott. Maurizio Di Benedetto
Buongiorno, è normale sentirsi preoccupati quando un figlio attraversa un periodo di difficoltà e ha scelto di intraprendere un percorso psicoterapeutico. È importante riconoscere che il suo percorso è personale e che il vostro ruolo principale è offrire presenza, ascolto e sostegno senza forzare conversazioni o consigli. Alcuni suggerimenti pratici possono essere: Mostrare interesse senza giudizio: semplici frasi come “Se vuoi parlare, io ci sono” possono essere più efficaci di domande dirette sul suo stato d’animo. Rispetto dei suoi spazi: dare libertà di condividere quando lui si sente pronto aiuta a non innescare reazioni difensive. Ascolto attivo e empatico: lasciare che esprima i suoi pensieri e sentimenti senza interromperlo o correggerlo. Attenzione al proprio benessere: anche voi genitori potete trovare utile supporto o momenti di confronto per gestire ansia e preoccupazioni. Ogni persona reagisce in modo diverso all’apertura emotiva, e la cosa più importante è mantenere un equilibrio tra vicinanza e rispetto dei confini. È consigliabile approfondire questi aspetti con uno specialista, che potrà guidarvi su come accompagnarlo al meglio in questo periodo. Dottoressa Silvia Parisi Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno, siete molto cari a voler stare accanto a vostro figlio in un momento così delicato e un grosso in bocca al lupo a lui! Dal mio punto di vista dipende da quanta sofferenza vi causa, nel senso: • se è un peso grande per voi potreste ipotizzare di iniziare un percorso di sostegno alla genitorialità, • se invece è un peso gestibile, cercate di mostrare la vostra presenza anche solo rendendovi disponibili e presenti. Condividete come vi sentite se vi va, cosa pensate e provate. Un in bocca al lupo per tutti! Un caro saluto, Dott.ssa Francomano Ilaria
Grazie per aver condiviso la vostra preoccupazione. Il fatto che vi stiate preoccupando per trovare l'equilibrio tra il voler proteggere e il rispettare lo spazio di vostro figlio è sintomo di cura. Stargli vicino non significa necessariamente chiedere come si sente ma offrirgli una presenza affidabile e non giudicante. A volte è sufficiente fargli sapere che siete disponibili ad ascoltarlo quando ne avrà voglia, senza forzare il confronto. Questo gli permette di sentire il sostegno senza viverlo come un’invasione. Potete anche riconoscere apertamente la vostra difficoltà, dicendogli che state cercando il modo giusto per essergli d’aiuto e magari provare a trovare insieme una soluzione. Vi auguro il meglio, Dott. Daniele Migliore
Gentile utente, restare in ascolto di vostro figlio ma al tempo stesso mantenere la giusta distanza può essere un buon modo per stargli vicino. Sta già facendo un percorso psicologico, sono certo che se dovesse avere bisogno di voi, ve lo farà presente. Tanti auguri per tutto! Resto a disposizione, Dott. Luca Rochdi
Buongiorno, i tempi della psicoterapia non sono veloci e serve tempo perché i dubbi e la paura del futuro possano trovare rassicurazione. Apprezzo e stimo molto l'attenzione a trovare la giusta misura di vicinanza: penso che il modo migliore sia accogliere le volte in cui vostro figlio condivide qualcosa di sé e non fare ulteriori domande, ma manifestare a parole e nei fatti la vostra vicinanza e la vostra presenza, rispettando i confini che lui mette. Vi auguro il meglio! Dott. Domenico Samele
Buonasera, sicuramente vostro figlio sta affrontando un periodo particolare e il fatto che abbia saputo riconoscerlo e chiedere aiuto è un enorme passo, la vostra vicinanza e supporto sicuramente gli sono d'aiuto. Non ci sono linee guida ufficiali in questi casi ma vanno accettate anche le risposte date in malo modo che sono la normalità se date da un ragazzo di 22 anni ai genitori in determinati contesti. Potreste provare a dirgli, piuttosto che porgli domande che potrebbero sortire l'effetto contrario, che appoggiate le sue scelte e che gli siete vicino e che se non siete li a chiedergli "come stai" ogni due secondi non è per indifferenza ma per rispettare il suo spazio e il suo tempo ma che, in qualsiasi momento lui voglia, voi ci siete.
Buongiorno, la vostra preoccupazione è comprensibile e il fatto che vostro figlio abbia scelto di intraprendere una psicoterapia è già un segnale importante di responsabilità verso di sé. In questa fase, spesso l’aiuto più efficace non è “fare di più”, ma trovare il giusto equilibrio tra presenza e rispetto dei suoi spazi. Quando una persona sta lavorando su di sé può diventare più sensibile o reattiva: non è necessariamente un rifiuto dei genitori, ma il segno di un processo interno in corso. È utile tenere a mente anche questo: nel tentativo di aiutare, senza volerlo, possiamo trasmettere due messaggi opposti. Da un lato amore e vicinanza, dall’altro il dubbio che l’altro non sia capace o non ce la faccia da solo. Questo può aumentare la tensione, soprattutto in chi sta cercando di ritrovare fiducia in sé. Può aiutare quindi: offrire disponibilità senza insistere (“se vuoi parlarne, io ci sono”); evitare domande frequenti o richieste di aggiornamenti; non prendere sul personale le risposte brusche; comunicare fiducia nelle sue risorse e nel percorso che ha scelto. Stargli vicino, in questo momento, significa soprattutto esserci senza invadere, fidandosi del lavoro che sta facendo e permettendogli di sentire che può farcela con le proprie forze, sapendo però di non essere solo. Dott.ssa Melania Monaco
Buongiorno, il suo fidanzato non potrà parlarle di quello che accade in seduta, ma resti fiduciosa del fatto che la psicoterapia lo aiuterà ad uscire da una condizione al momento difficile. Stia li e osservi da lontano. Cordiali Saluti Dott. Diego Ferrara
Buongiorno, capisco molto bene la sua preoccupazione. Quando un figlio adulto attraversa un periodo difficile e decide di iniziare un percorso di psicoterapia, per un genitore possono nascere sentimenti diversi e anche un po’ contrastanti: da una parte il sollievo nel sapere che ha scelto di farsi aiutare, dall’altra il timore di non sapere come comportarsi, di dire troppo, di dire troppo poco, di essere invadenti oppure di sembrare distanti. Il fatto che suo figlio abbia scelto autonomamente di iniziare un percorso è già un elemento importante. Significa che, almeno in parte, ha riconosciuto un disagio e sta cercando uno spazio in cui comprenderlo. Allo stesso tempo, un mese e mezzo è ancora un tempo relativamente breve. All’inizio di una psicoterapia possono emergere emozioni, dubbi, stanchezza, irritabilità o bisogno di distanza, perché la persona sta iniziando a guardare dentro aspetti che magari prima evitava, teneva confusi o cercava di gestire da sola. Questo non significa necessariamente che qualcosa stia andando male, ma può spiegare perché a volte possa reagire male anche a domande semplici. Da un punto di vista cognitivo comportamentale, è utile osservare il legame tra quello che accade fuori e quello che può attivarsi dentro di lui. Una domanda posta da un genitore, anche se fatta con affetto, potrebbe essere interpretata da lui come pressione, controllo, aspettativa, giudizio o richiesta di rassicurazione. Magari lei chiede “come va?” con il desiderio sincero di stargli vicino, ma lui in quel momento potrebbe sentire “devo spiegare”, “devo tranquillizzarli”, “non posso stare male”, “si aspettano che migliori subito”. Naturalmente questa è solo un’ipotesi, ma aiuta a capire che spesso non è solo la domanda in sé a generare la reazione, bensì il significato che quella domanda assume per la persona in quel momento. Per questo, più che chiedergli continuamente come sta o cosa sta facendo in terapia, può essere utile comunicargli una disponibilità calma e non pressante. Per esempio, potrebbe dirgli che avete piacere di ascoltarlo quando sente il bisogno di parlare, ma che non volete forzarlo. Un messaggio di questo tipo può aiutarlo a percepire che non deve difendersi dalla vostra preoccupazione, ma può appoggiarsi a una presenza stabile. A volte stare vicino significa anche tollerare il fatto che l’altro non voglia raccontare tutto, soprattutto quando si tratta di un figlio ormai adulto che sta costruendo una propria autonomia emotiva. È comprensibile che, quando lui risponde male, lei possa sentirsi ferita o spaventata. Tuttavia, in quei momenti può essere utile non entrare subito in una dinamica di scontro. Se possibile, provi a fare un passo indietro e a mantenere un tono fermo ma accogliente. Può dirgli qualcosa come: “Capisco che forse adesso non ti va di parlarne. Io ci sono, ma non voglio metterti pressione”. In questo modo non si lascia trascinare dalla reazione del momento, ma nemmeno si annulla o fa finta di niente. Un altro aspetto importante è non trasformare la psicoterapia in qualcosa da monitorare dall’esterno. È naturale voler sapere se sta funzionando, cosa dice il terapeuta, se lui sta meglio, quali passi sta facendo. Però il percorso deve restare uno spazio suo, nel quale possa sentirsi libero di portare anche pensieri difficili, ambivalenze, rabbia, paure e confusione. Se percepisce che ogni seduta deve poi essere “rendicontata” in famiglia, potrebbe chiudersi di più. Se invece sente che può parlarne solo quando vuole, è più probabile che, con il tempo, scelga spontaneamente di condividere qualcosa. La vostra presenza può essere molto importante, ma deve essere una presenza che non invade e non abbandona. Questo equilibrio non è semplice. Essere troppo presenti può farlo sentire controllato, mentre essere troppo silenziosi può farlo sentire solo. Una buona via di mezzo potrebbe essere quella di mantenere piccoli segnali concreti di vicinanza, senza insistere troppo sul contenuto del suo disagio. Un invito a mangiare insieme, una passeggiata, una frase semplice, un gesto quotidiano possono comunicare molto più di tante domande. Può anche essere utile separare il suo malessere dal vostro bisogno di rassicurazione. Quando un figlio sta male, il genitore vorrebbe comprensibilmente capire subito, intervenire, sistemare, proteggere. Ma alcune fasi della vita richiedono anche il tempo della confusione e della ricerca personale. Voi potete esserci, ma non potete sostituirvi al suo percorso. Questo può essere doloroso da accettare, ma spesso è proprio ciò che permette al figlio di sentirsi rispettato e non trattato come fragile o incapace. In un’ottica cognitivo comportamentale, potrebbe essere utile anche per voi genitori osservare quali pensieri si attivano quando lo vedete chiuso, irritabile o spaventato dal futuro. Per esempio: “sta peggiorando”, “non sappiamo aiutarlo”, “se non parla è un brutto segno”, “forse abbiamo sbagliato qualcosa”, “dobbiamo fare qualcosa subito”. Questi pensieri possono aumentare l’ansia e portarvi, anche senza volerlo, a fare più domande o a cercare più conferme. Comprendere questi meccanismi può aiutarvi a rispondere in modo più sereno e meno reattivo. Non è necessario diventare perfetti. È sufficiente essere disponibili, rispettosi e coerenti. Se capita una risposta brusca, potete anche riprendere il discorso in un secondo momento, senza accusarlo, dicendo che vi dispiace quando il dialogo diventa teso, ma che capite che sta attraversando un momento delicato. Questo gli permette di vedere che le relazioni possono reggere anche momenti di fatica, senza trasformarsi subito in conflitto o distanza. Se la vostra preoccupazione dovesse diventare molto intensa, oppure se vi sentiste spesso bloccati tra paura di chiedere e paura di tacere, potrebbe essere utile anche per voi avere uno spazio di confronto psicologico. Non necessariamente perché ci sia qualcosa di sbagliato in voi, ma perché accompagnare un figlio in difficoltà può attivare molti vissuti personali e familiari. Un supporto a orientamento cognitivo comportamentale può aiutare a comprendere meglio quali schemi comunicativi si attivano in famiglia, quali paure guidano le reazioni e come trovare modalità più efficaci per stare accanto a lui senza sostituirsi al suo percorso. In sintesi, il modo migliore per stargli vicino è fargli sentire che ci siete, senza pretendere che vi racconti tutto; rispettare i suoi tempi, senza diventare freddi; accogliere i suoi sfoghi, senza trasformarli subito in soluzioni; mantenere un dialogo aperto, ma non pressante. Il fatto che lei sia preoccupata ma anche fiduciosa è comprensibile e può diventare una buona base: la preoccupazione la aiuta a non minimizzare, la fiducia la aiuta a non invadere. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Tutti i contenuti, in particolare domande e risposte, sono di natura informativa e non possono in alcun caso sostituire una diagnosi medica.








