Buongiorno dell età di 18 anni soffro di ansia e attacchi di panico. Ora ho 44 anni e nei ultimi 3 a
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Buongiorno dell età di 18 anni soffro di ansia e attacchi di panico. Ora ho 44 anni e nei ultimi 3 anni a causa di una malattia renale rara che è peggiorata ,ho un rene che funziona poco e devo sperare di non togliere all inizio avevo solo la mia solita ansia ma ultimamente mi sono tornati crisi di pianto ansia forte e non riesco a stare al lavoro e in piu non ho tante amicizie mi sento sola. Faccio una cura con zarelis e xanax che nell ultima settimana mi hanno aumentato. Mi ripetono che li avrò sempre. Fino a un anno mezzo fa avevo un ragazzo che poi mi ha lasciato e quello che mi da piu fastidio è che mi ha cancellato. Non mi parla e non segue piu niente di me e se mi trova difronte mi saluta. Io non sono fatta cosi e mi fa rabbia e tristezza. Non capisci a distanza di tempo mi viene da pensare ancora a questa cosa. Vorrei capire cosa posso fare e perché mi viene da pensare ancora a questa cosa. E non riuscire a cambiare il modo di pensare su tutto.
Grazie
Grazie
Buongiorno,
grazie molte per aver condiviso una parte così delicata della Sua vita. Da quello che racconta si sente tutta la fatica che sta portando avanti da tanti anni, e negli ultimi tempi ancora di più: l’ansia che ritorna forte, il corpo che chiede attenzione con la malattia, il lavoro che diventa difficile da sostenere, e in mezzo a tutto questo anche una solitudine che pesa. È davvero tanto da reggere, e il fatto che oggi si senta così fragile non è un segno di debolezza, ma una risposta umana a un accumulo importante di stress e dolore.
L’ansia e gli attacchi di panico che conosce da anni, in momenti come questo possono riattivarsi con più intensità, soprattutto quando ci sono condizioni fisiche che spaventano e fanno sentire meno al sicuro. Il corpo e la mente si parlano continuamente, e quando uno è sotto pressione, anche l’altro ne risente. Le crisi di pianto, la difficoltà a stare al lavoro, la sensazione di non farcela sono segnali di un sistema che è arrivato al limite e sta chiedendo aiuto.
Anche il pensiero che torna al Suo ex compagno ha un senso preciso. Non è solo nostalgia per la persona, ma è il modo in cui la mente cerca di elaborare una chiusura che non è stata davvero vissuta. Il fatto che lui sia “sparito” senza un confronto lascia dentro una ferita aperta, una parte di Lei che non ha trovato una spiegazione, un senso. Per questo, anche a distanza di tempo, quel pensiero torna: non perché Lei non riesca ad andare avanti, ma perché quella parte emotiva è rimasta in sospeso.
Il punto importante è che non deve “sforzarsi” di smettere di pensare, perché più si prova a bloccare questi pensieri, più diventano insistenti. Piuttosto, è necessario imparare a comprenderli, a dare loro un posto, senza esserne travolta. Allo stesso modo, anche l’ansia non va combattuta con la forza, ma gestita con strumenti adeguati che Le permettano di ritrovare un senso di stabilità e controllo.
Un percorso psicologico in questo momento può fare una grande differenza, perché Le permetterebbe di lavorare su più livelli: contenere l’ansia e gli attacchi di panico, elaborare quella ferita affettiva che è rimasta aperta, e soprattutto aiutarLa a non sentirsi più sola dentro quello che prova.
Non è destinata a stare così per sempre, anche se adesso può sembrarlo. Con il giusto supporto, queste sensazioni possono diventare più gestibili e la Sua vita può tornare ad avere spazi di serenità.
Se se la sente, possiamo iniziare insieme questo lavoro, con calma e rispetto dei Suoi tempi. Non deve affrontare tutto questo da sola. Sono convinto che questo può essere il passo necessario per alleggerire davvero questo peso che sta portando.
grazie molte per aver condiviso una parte così delicata della Sua vita. Da quello che racconta si sente tutta la fatica che sta portando avanti da tanti anni, e negli ultimi tempi ancora di più: l’ansia che ritorna forte, il corpo che chiede attenzione con la malattia, il lavoro che diventa difficile da sostenere, e in mezzo a tutto questo anche una solitudine che pesa. È davvero tanto da reggere, e il fatto che oggi si senta così fragile non è un segno di debolezza, ma una risposta umana a un accumulo importante di stress e dolore.
L’ansia e gli attacchi di panico che conosce da anni, in momenti come questo possono riattivarsi con più intensità, soprattutto quando ci sono condizioni fisiche che spaventano e fanno sentire meno al sicuro. Il corpo e la mente si parlano continuamente, e quando uno è sotto pressione, anche l’altro ne risente. Le crisi di pianto, la difficoltà a stare al lavoro, la sensazione di non farcela sono segnali di un sistema che è arrivato al limite e sta chiedendo aiuto.
Anche il pensiero che torna al Suo ex compagno ha un senso preciso. Non è solo nostalgia per la persona, ma è il modo in cui la mente cerca di elaborare una chiusura che non è stata davvero vissuta. Il fatto che lui sia “sparito” senza un confronto lascia dentro una ferita aperta, una parte di Lei che non ha trovato una spiegazione, un senso. Per questo, anche a distanza di tempo, quel pensiero torna: non perché Lei non riesca ad andare avanti, ma perché quella parte emotiva è rimasta in sospeso.
Il punto importante è che non deve “sforzarsi” di smettere di pensare, perché più si prova a bloccare questi pensieri, più diventano insistenti. Piuttosto, è necessario imparare a comprenderli, a dare loro un posto, senza esserne travolta. Allo stesso modo, anche l’ansia non va combattuta con la forza, ma gestita con strumenti adeguati che Le permettano di ritrovare un senso di stabilità e controllo.
Un percorso psicologico in questo momento può fare una grande differenza, perché Le permetterebbe di lavorare su più livelli: contenere l’ansia e gli attacchi di panico, elaborare quella ferita affettiva che è rimasta aperta, e soprattutto aiutarLa a non sentirsi più sola dentro quello che prova.
Non è destinata a stare così per sempre, anche se adesso può sembrarlo. Con il giusto supporto, queste sensazioni possono diventare più gestibili e la Sua vita può tornare ad avere spazi di serenità.
Se se la sente, possiamo iniziare insieme questo lavoro, con calma e rispetto dei Suoi tempi. Non deve affrontare tutto questo da sola. Sono convinto che questo può essere il passo necessario per alleggerire davvero questo peso che sta portando.
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attendo un suo riscontro se fosse ancora interessata.
cordialmente la Dottoressa Bendetti Vanessa
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Buongiorno,
la situazione che descrive è comprensibilmente molto pesante: convivere da anni con ansia e attacchi di panico, affrontare una malattia renale importante e, nello stesso periodo, vivere una separazione affettiva e una forte solitudine rappresentano più fattori di stress che si sommano. In questi casi è frequente che l’equilibrio emotivo diventi più fragile e che riemergano sintomi intensi come pianto, ansia marcata e difficoltà a lavorare. Non è un segno di debolezza, ma una reazione umana a eventi prolungati e dolorosi.
Il fatto che il pensiero torni ancora all’ex partner è altrettanto comprensibile. Le relazioni significative lasciano tracce emotive profonde: quando una chiusura è vissuta come brusca o poco spiegata, la mente tende a “ritornarci” nel tentativo di dare un senso a ciò che è accaduto. Questo non significa essere “bloccati”, ma avere un vissuto emotivo che non ha ancora trovato una piena elaborazione. Rabbia e tristezza possono convivere a lungo quando ci si è sentiti rifiutati o cancellati.
Dal punto di vista psicologico, può essere utile lavorare su due aspetti:
1) Gestione di ansia e umore, integrando la terapia farmacologica con un percorso psicologico mirato, che aiuti a stabilizzare le emozioni e a recuperare funzionalità nella quotidianità.
2) Elaborazione della perdita e della solitudine, per ridurre i pensieri ricorrenti e modificare gradualmente gli schemi di pensiero che oggi la fanno soffrire.
I farmaci possono sostenere la stabilità emotiva, ma difficilmente agiscono da soli sui significati personali delle esperienze vissute. Un percorso psicologico può aiutarla a sentirsi meno sola, a dare un senso a ciò che è accaduto e a costruire modalità più sostenibili di affrontare il presente.
Chiedere supporto non significa rassegnarsi ad “averli per sempre”, ma prendersi cura di sé in modo completo. Con l’aiuto adeguato è possibile migliorare la qualità della vita anche in presenza di condizioni mediche importanti.
la situazione che descrive è comprensibilmente molto pesante: convivere da anni con ansia e attacchi di panico, affrontare una malattia renale importante e, nello stesso periodo, vivere una separazione affettiva e una forte solitudine rappresentano più fattori di stress che si sommano. In questi casi è frequente che l’equilibrio emotivo diventi più fragile e che riemergano sintomi intensi come pianto, ansia marcata e difficoltà a lavorare. Non è un segno di debolezza, ma una reazione umana a eventi prolungati e dolorosi.
Il fatto che il pensiero torni ancora all’ex partner è altrettanto comprensibile. Le relazioni significative lasciano tracce emotive profonde: quando una chiusura è vissuta come brusca o poco spiegata, la mente tende a “ritornarci” nel tentativo di dare un senso a ciò che è accaduto. Questo non significa essere “bloccati”, ma avere un vissuto emotivo che non ha ancora trovato una piena elaborazione. Rabbia e tristezza possono convivere a lungo quando ci si è sentiti rifiutati o cancellati.
Dal punto di vista psicologico, può essere utile lavorare su due aspetti:
1) Gestione di ansia e umore, integrando la terapia farmacologica con un percorso psicologico mirato, che aiuti a stabilizzare le emozioni e a recuperare funzionalità nella quotidianità.
2) Elaborazione della perdita e della solitudine, per ridurre i pensieri ricorrenti e modificare gradualmente gli schemi di pensiero che oggi la fanno soffrire.
I farmaci possono sostenere la stabilità emotiva, ma difficilmente agiscono da soli sui significati personali delle esperienze vissute. Un percorso psicologico può aiutarla a sentirsi meno sola, a dare un senso a ciò che è accaduto e a costruire modalità più sostenibili di affrontare il presente.
Chiedere supporto non significa rassegnarsi ad “averli per sempre”, ma prendersi cura di sé in modo completo. Con l’aiuto adeguato è possibile migliorare la qualità della vita anche in presenza di condizioni mediche importanti.
Buon pomeriggio,
da quello che scrive ho l’impressione che negli ultimi anni si siano accumulate tante fatiche insieme, sia sul piano fisico che emotivo, e che questo abbia reso più fragile un equilibrio che già in passato era messo alla prova dall’ansia. Quello che descrive (il ritorno delle crisi, il pianto, la difficoltà a stare al lavoro) sembra parlare di un carico che a un certo punto diventa difficile da contenere. In questi momenti spesso non è solo “l’ansia” in sé ad aumentare, ma tutto ciò che quella ansia porta con sé, anche a livello più profondo. Mi ha colpito il riferimento al suo ex compagno e al fatto che, a distanza di tempo, questo pensiero torni ancora. Più che il tempo passato, mi viene da pensare che sia rimasto qualcosa di non elaborato legato a quella chiusura così netta, quasi come se una parte di lei fosse rimasta agganciata lì, senza aver avuto la possibilità di dare un senso fino in fondo a quello che è successo. In alcune fasi della vita, soprattutto quando ci si sente più soli o vulnerabili, questi “nodi” tendono a riattivarsi con più forza. Non è tanto un tornare indietro, quanto il riemergere di qualcosa che aveva trovato poco spazio per essere davvero pensato e digerito. Anche il modo in cui parla di sé in modo molto critico, con la sensazione di non riuscire a cambiare il suo modo di pensare, sembra aggiungere ulteriore peso, come se oltre alla fatica ci fosse anche una parte interna che la giudica e la mette sotto pressione. Forse, più che cercare subito di cambiare i pensieri o di allontanarli, potrebbe esserle utile iniziare a guardarli con un po’ più di curiosità, chiedendosi cosa rappresentano e cosa si attiva dentro di lei in quei momenti. Questo tipo di lavoro, però, difficilmente si riesce a fare da soli. Per questo potrebbe essere importante avere uno spazio in cui poter mettere insieme questi aspetti: l’ansia, la malattia, il senso di solitudine, la relazione finita e provare a dar loro un significato più integrato, senza sentirsi sopraffatta. Immagino non sia semplice portare tutto questo da sola. Se vuole, possiamo provare a partire da qui e capire insieme come alleggerire un po’ questo carico.
Un saluto!
da quello che scrive ho l’impressione che negli ultimi anni si siano accumulate tante fatiche insieme, sia sul piano fisico che emotivo, e che questo abbia reso più fragile un equilibrio che già in passato era messo alla prova dall’ansia. Quello che descrive (il ritorno delle crisi, il pianto, la difficoltà a stare al lavoro) sembra parlare di un carico che a un certo punto diventa difficile da contenere. In questi momenti spesso non è solo “l’ansia” in sé ad aumentare, ma tutto ciò che quella ansia porta con sé, anche a livello più profondo. Mi ha colpito il riferimento al suo ex compagno e al fatto che, a distanza di tempo, questo pensiero torni ancora. Più che il tempo passato, mi viene da pensare che sia rimasto qualcosa di non elaborato legato a quella chiusura così netta, quasi come se una parte di lei fosse rimasta agganciata lì, senza aver avuto la possibilità di dare un senso fino in fondo a quello che è successo. In alcune fasi della vita, soprattutto quando ci si sente più soli o vulnerabili, questi “nodi” tendono a riattivarsi con più forza. Non è tanto un tornare indietro, quanto il riemergere di qualcosa che aveva trovato poco spazio per essere davvero pensato e digerito. Anche il modo in cui parla di sé in modo molto critico, con la sensazione di non riuscire a cambiare il suo modo di pensare, sembra aggiungere ulteriore peso, come se oltre alla fatica ci fosse anche una parte interna che la giudica e la mette sotto pressione. Forse, più che cercare subito di cambiare i pensieri o di allontanarli, potrebbe esserle utile iniziare a guardarli con un po’ più di curiosità, chiedendosi cosa rappresentano e cosa si attiva dentro di lei in quei momenti. Questo tipo di lavoro, però, difficilmente si riesce a fare da soli. Per questo potrebbe essere importante avere uno spazio in cui poter mettere insieme questi aspetti: l’ansia, la malattia, il senso di solitudine, la relazione finita e provare a dar loro un significato più integrato, senza sentirsi sopraffatta. Immagino non sia semplice portare tutto questo da sola. Se vuole, possiamo provare a partire da qui e capire insieme come alleggerire un po’ questo carico.
Un saluto!
Gentile signora,
la ringrazio di aver condiviso una parte così importante e delicata della sua storia.
Da ciò che racconta, sembra stia affrontando contemporaneamente più situazioni dolorose: la condizione medica, la fine di una relazione, i vissuti di solitudine e il riacutizzarsi di ansia e attacchi di panico. È comprensibile che tutto questo insieme possa risultare difficile da sostenere. Il fatto che sia già in cura e che i farmaci siano stati rivalutati è importante, ma potrebbe essere altrettanto utile affiancare (o proseguire, qualora presente) un percorso psicologico che le permetta di dare spazio e significato a ciò che sente. Con il giusto supporto è possibile, gradualmente, trasformare il modo in cui questi pensieri si presentano e l'impatto che hanno su di lei.
la ringrazio di aver condiviso una parte così importante e delicata della sua storia.
Da ciò che racconta, sembra stia affrontando contemporaneamente più situazioni dolorose: la condizione medica, la fine di una relazione, i vissuti di solitudine e il riacutizzarsi di ansia e attacchi di panico. È comprensibile che tutto questo insieme possa risultare difficile da sostenere. Il fatto che sia già in cura e che i farmaci siano stati rivalutati è importante, ma potrebbe essere altrettanto utile affiancare (o proseguire, qualora presente) un percorso psicologico che le permetta di dare spazio e significato a ciò che sente. Con il giusto supporto è possibile, gradualmente, trasformare il modo in cui questi pensieri si presentano e l'impatto che hanno su di lei.
Salve, la difficoltà che sta vivendo è comprensibile: sta affrontando insieme una fragilità fisica e l'interruzione di una relazione, che porta con sé vissuti di perdita da elaborare. In queste condizioni è normale che l’ansia aumenti e che il pensiero torni su ciò che è rimasto irrisolto. Continuare a pensarci non è debolezza, ma un tentativo della mente di dare senso a un dolore e a un rifiuto che non sono stati elaborati.
La terapia farmacologica può aiutare a contenere i sintomi, ma da sola non basta. È importante affiancare un percorso psicoterapeutico che lavori su:
gestione dell’ansia e degli attacchi di panico, riduzione del rimuginio e dei pensieri ripetitivi, elaborazione della rottura relazionale. Un approccio utile potrebbe essere la terapia cognitivo-comportamentale, Un saluto,
La terapia farmacologica può aiutare a contenere i sintomi, ma da sola non basta. È importante affiancare un percorso psicoterapeutico che lavori su:
gestione dell’ansia e degli attacchi di panico, riduzione del rimuginio e dei pensieri ripetitivi, elaborazione della rottura relazionale. Un approccio utile potrebbe essere la terapia cognitivo-comportamentale, Un saluto,
Buongiorno,
da quello che descrive sta attraversando più livelli di fatica contemporaneamente: una condizione medica importante, il riacutizzarsi dell’ansia e una perdita affettiva che sembra non essersi ancora chiusa emotivamente.
Il fatto che il pensiero torni su quella relazione non è “strano”: quando qualcosa resta senza una vera elaborazione, tende a ripresentarsi nel tempo, soprattutto nei momenti di maggiore vulnerabilità.
In questi casi, oltre alla terapia farmacologica, può essere molto utile un percorso psicologico che aiuti a lavorare sia sull’ansia attuale sia su ciò che è rimasto in sospeso a livello emotivo, così da ridurre l’intensità dei sintomi e modificare gradualmente il modo di pensare che oggi sente bloccato.
Se desidera, possiamo approfondire insieme la sua situazione e capire come intervenire in modo mirato.
da quello che descrive sta attraversando più livelli di fatica contemporaneamente: una condizione medica importante, il riacutizzarsi dell’ansia e una perdita affettiva che sembra non essersi ancora chiusa emotivamente.
Il fatto che il pensiero torni su quella relazione non è “strano”: quando qualcosa resta senza una vera elaborazione, tende a ripresentarsi nel tempo, soprattutto nei momenti di maggiore vulnerabilità.
In questi casi, oltre alla terapia farmacologica, può essere molto utile un percorso psicologico che aiuti a lavorare sia sull’ansia attuale sia su ciò che è rimasto in sospeso a livello emotivo, così da ridurre l’intensità dei sintomi e modificare gradualmente il modo di pensare che oggi sente bloccato.
Se desidera, possiamo approfondire insieme la sua situazione e capire come intervenire in modo mirato.
Buongiorno a te. Capisco profondamente questo senso di soffocamento, come se la vita stesse bussando alla porta con troppa intensità tra la salute che vacilla e un cuore che non trova pace. Quarantatré anni di convivenza con l'ansia stancano, e quando si aggiunge il corpo che "tradisce" con una malattia rara, è umano sentirsi fragili.
Quel ragazzo che l'ha "cancellata" le fa così male perché il suo silenzio urla più di mille parole: è un vuoto che si somma al vuoto della solitudine che prova oggi. Quel pensiero fisso non è un errore, è il suo bisogno di essere riconosciuta e vista, proprio ora che si sente invisibile al lavoro o tra gli amici che mancano. Non è che lei non riesca a cambiare modo di pensare, è che il suo dolore sta cercando una casa, una spiegazione che dia un senso a tutta questa fatica.
Le cure farmacologiche sono un sostegno, ma non sono la sua identità. Lei è molto più di una diagnosi renale o di un attacco di panico.
Le andrebbe di provare a spostare lo sguardo, anche solo per un istante, da ciò che lui ha cancellato a ciò che di prezioso è rimasto in lei e che merita di essere curato con la stessa dedizione che mette nelle sue terapie?
Quel ragazzo che l'ha "cancellata" le fa così male perché il suo silenzio urla più di mille parole: è un vuoto che si somma al vuoto della solitudine che prova oggi. Quel pensiero fisso non è un errore, è il suo bisogno di essere riconosciuta e vista, proprio ora che si sente invisibile al lavoro o tra gli amici che mancano. Non è che lei non riesca a cambiare modo di pensare, è che il suo dolore sta cercando una casa, una spiegazione che dia un senso a tutta questa fatica.
Le cure farmacologiche sono un sostegno, ma non sono la sua identità. Lei è molto più di una diagnosi renale o di un attacco di panico.
Le andrebbe di provare a spostare lo sguardo, anche solo per un istante, da ciò che lui ha cancellato a ciò che di prezioso è rimasto in lei e che merita di essere curato con la stessa dedizione che mette nelle sue terapie?
Le consiglio di intraprendere un percorso di supporto psicologico
Buonasera,
leggendo il suo messaggio si percepisce quanto, in questo momento, stiano convergendo più livelli di fatica: da una parte una storia lunga di ansia e attacchi di panico, dall’altra il peggioramento della condizione fisica, e insieme anche una dimensione affettiva segnata da una rottura che sembra essere rimasta molto viva dentro di lei.
Nel suo racconto emerge un senso di sovraccarico: le crisi di pianto, l’ansia più intensa, la difficoltà a stare al lavoro, la sensazione di solitudine. Sono tutti segnali che qualcosa dentro sta chiedendo spazio e attenzione, soprattutto in una fase in cui il corpo stesso è diventato fonte di preoccupazione e incertezza.
Entrando un po’ più nel cuore della sua domanda, può accadere che un legame affettivo lasci tracce profonde non solo per ciò che è stato, ma anche per come si è interrotto. Il fatto che questa persona l’abbia “cancellata”, può aver lasciato qualcosa di aperto, come una parte della relazione che non ha trovato una conclusione interna.
In questi casi, il pensiero che ritorna su quell’esperienza è un movimento della mente che prova, in qualche modo, a dare senso a ciò che è rimasto sospeso.
Allo stesso tempo, da una parte sembra esserci in lei una spinta a voler andare avanti, a stare meglio; dall’altra una parte più emotiva che resta agganciata sia alla perdita, sia alla situazione attuale di fragilità.
Quando il corpo, le relazioni e il senso di sicurezza personale vengono messi alla prova contemporaneamente, è come se l’equilibrio interno diventasse più delicato, e alcuni pensieri o vissuti trovassero più facilmente spazio e intensità.
In questo senso, uno spazio psicologico potrebbe aiutarla a comprendere questi pensieri nel loro significato, a dare voce a ciò che è rimasto in sospeso e a costruire, passo dopo passo, un modo più sostenibile di stare dentro ciò che prova.
Un caro saluto, Dott.ssa Silvana Grilli
leggendo il suo messaggio si percepisce quanto, in questo momento, stiano convergendo più livelli di fatica: da una parte una storia lunga di ansia e attacchi di panico, dall’altra il peggioramento della condizione fisica, e insieme anche una dimensione affettiva segnata da una rottura che sembra essere rimasta molto viva dentro di lei.
Nel suo racconto emerge un senso di sovraccarico: le crisi di pianto, l’ansia più intensa, la difficoltà a stare al lavoro, la sensazione di solitudine. Sono tutti segnali che qualcosa dentro sta chiedendo spazio e attenzione, soprattutto in una fase in cui il corpo stesso è diventato fonte di preoccupazione e incertezza.
Entrando un po’ più nel cuore della sua domanda, può accadere che un legame affettivo lasci tracce profonde non solo per ciò che è stato, ma anche per come si è interrotto. Il fatto che questa persona l’abbia “cancellata”, può aver lasciato qualcosa di aperto, come una parte della relazione che non ha trovato una conclusione interna.
In questi casi, il pensiero che ritorna su quell’esperienza è un movimento della mente che prova, in qualche modo, a dare senso a ciò che è rimasto sospeso.
Allo stesso tempo, da una parte sembra esserci in lei una spinta a voler andare avanti, a stare meglio; dall’altra una parte più emotiva che resta agganciata sia alla perdita, sia alla situazione attuale di fragilità.
Quando il corpo, le relazioni e il senso di sicurezza personale vengono messi alla prova contemporaneamente, è come se l’equilibrio interno diventasse più delicato, e alcuni pensieri o vissuti trovassero più facilmente spazio e intensità.
In questo senso, uno spazio psicologico potrebbe aiutarla a comprendere questi pensieri nel loro significato, a dare voce a ciò che è rimasto in sospeso e a costruire, passo dopo passo, un modo più sostenibile di stare dentro ciò che prova.
Un caro saluto, Dott.ssa Silvana Grilli
Buongiorno, quello che descrive è il racconto di una grande fatica emotiva che si è accumulata nel tempo, e che oggi sembra essersi intensificata a causa di più fattori insieme: la preoccupazione per la salute, la solitudine, la fine della relazione e il ritorno di un’ansia che in passato era già presente. È comprensibile che tutto questo, sommato, la faccia sentire sopraffatta, fragile e con la sensazione di non riuscire più a gestire ciò che prima riusciva a tenere sotto controllo. Dal punto di vista cognitivo comportamentale è importante osservare come i momenti della vita più stressanti tendano ad attivare dei meccanismi già conosciuti, come l’ansia e i pensieri ripetitivi. Non è come se fosse tornata indietro o come se tutto il lavoro fatto negli anni fosse stato inutile, ma piuttosto come se alcune parti di lei, più sensibili e vulnerabili, si fossero riattivate in risposta a ciò che sta vivendo adesso. Il corpo e la mente, in queste situazioni, iniziano a funzionare in modo più “allarmato”, e questo porta sia ai sintomi fisici che ai pensieri insistenti. Il fatto che lei continui a pensare al suo ex partner, anche a distanza di tempo, non è segno di debolezza o di incapacità di andare avanti, ma spesso è legato al modo in cui la mente cerca di dare senso a qualcosa che è rimasto aperto. Quando una relazione finisce senza una chiusura emotiva chiara, o con modalità che non rispecchiano il proprio modo di essere, la mente tende a tornarci sopra, quasi come se cercasse una risposta che non ha ricevuto. In questo senso, non è tanto la persona in sé a rimanere “incastrata”, ma il significato che quella relazione ha avuto e il modo in cui si è conclusa. In parallelo, si nota anche un altro aspetto importante: la presenza di pensieri che sembrano diventare molto rigidi e generalizzati, come l’idea che le crisi “ci saranno sempre” o che non si riuscirà a stare meglio. Questo tipo di pensieri, quando si radicano, tendono a influenzare molto l’umore e le emozioni, alimentando un circolo in cui più ci si sente giù, più la mente conferma quelle convinzioni, e viceversa. È come se la mente iniziasse a raccontare una storia che sembra sempre più vera, ma che in realtà è solo una delle possibili letture della situazione. Un altro elemento che emerge è la solitudine. Avere poche relazioni e sentirsi poco sostenuti amplifica moltissimo sia l’ansia che la tristezza, perché manca quello spazio di condivisione che spesso aiuta a ridimensionare i pensieri e a sentirsi meno soli nelle difficoltà. Anche questo è un fattore che contribuisce a mantenere il malessere nel tempo. Allo stesso tempo, è importante sottolineare che il fatto che lei si stia facendo queste domande e stia cercando di capire cosa le sta succedendo è già un segnale molto significativo. Significa che una parte di lei non si è arresa a questo stato, ma sta cercando una via per stare meglio e per comprendere il proprio funzionamento. Un percorso di supporto, in particolare con un orientamento cognitivo comportamentale, potrebbe aiutarla proprio in questo senso: non tanto a eliminare di colpo l’ansia o i pensieri, ma a capire come nascono, come si mantengono e come è possibile modificarne gradualmente l’impatto. Lavorare su questi aspetti permette spesso di ridurre quella sensazione di essere in balia delle proprie emozioni e di ritrovare una maggiore stabilità, anche quando le situazioni esterne restano complesse. È un lavoro che si costruisce passo dopo passo, andando a sciogliere quei nodi che oggi sembrano molto stretti, ma che con il tempo possono diventare più gestibili. E soprattutto permette di dare un senso più chiaro a ciò che sta vivendo, senza sentirsi “sbagliata” o bloccata in qualcosa che non cambia. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno,
dal suo racconto emerge una sofferenza emotiva intensa e prolungata, in cui si intrecciano ansia, vissuti depressivi, solitudine e l’impatto psicologico della malattia e di una perdita affettiva non elaborata.
Il persistere di questi pensieri e stati emotivi appare comprensibile e indica un carico interno significativo.
Per comprendere più a fondo ciò che sta vivendo e affrontarlo in modo adeguato, è importante rivolgersi a uno psicologo o a uno psicoterapeuta.
Cordialmente,
Dott.ssa Elisa Fiora
dal suo racconto emerge una sofferenza emotiva intensa e prolungata, in cui si intrecciano ansia, vissuti depressivi, solitudine e l’impatto psicologico della malattia e di una perdita affettiva non elaborata.
Il persistere di questi pensieri e stati emotivi appare comprensibile e indica un carico interno significativo.
Per comprendere più a fondo ciò che sta vivendo e affrontarlo in modo adeguato, è importante rivolgersi a uno psicologo o a uno psicoterapeuta.
Cordialmente,
Dott.ssa Elisa Fiora
Buongiorno da quello che ci scrive capisco che non stia passando un buon momento sia a livello di salute sia a livello emotivo. È comprensibile che sia preoccupata per la situazione del rene, ne ha parlato con il medico? Spesso in questi momenti ci preoccupiamo di scenari negativi e catastrofici che non sono ancora presenti dunque il consiglio è quello di stare con i dati oggetti e reali che ha davanti al momento e che riguardano quindi la su situazione di salute fisica.
Sul piano sentimentale capisco come sia stato doloroso per lei sentirsi cancellata e questo non è ancora oggi stato elaborato e quindi accettato per questo le fa ancora molto male. Potrebbe rivolgersi a qualche collega nella sua zona oppure richiedere un colloquio presso i consultori del suo territorio in modo da poter mettere parola ed ordine in quello che prova. Una buona giornata
Sul piano sentimentale capisco come sia stato doloroso per lei sentirsi cancellata e questo non è ancora oggi stato elaborato e quindi accettato per questo le fa ancora molto male. Potrebbe rivolgersi a qualche collega nella sua zona oppure richiedere un colloquio presso i consultori del suo territorio in modo da poter mettere parola ed ordine in quello che prova. Una buona giornata
Ciao! Quello che stai passando è un carico pesantissimo e vorrei prima di tutto dirti che è assolutamente umano sentirsi così. A 44 anni ti trovi a gestire una malattia renale che ti mette di fronte alla fragilità del corpo, e farlo sentendosi soli è una prova di resistenza enorme.
Il punto non è che il tuo cervello è "guasto" o che i farmaci non bastano, ma che il tuo modo di sentirti nel mondo è stato scosso da troppi fronti contemporaneamente.
Il fatto che tu pensi ancora al tuo ex e al suo modo di ignorarti non è "sbagliato" e non significa che sei debole. Quel suo "cancellarti" è una ferita che brucia perché avviene proprio mentre la tua salute ti fa sentire vulnerabile. Quando il corpo ci tradisce (come con la malattia renale), abbiamo un bisogno viscerale di essere "visti" e confermati dagli altri. Il fatto che lui ti tratti come un'estranea ti rimanda un'immagine di te come "invisibile" o "facilmente sostituibile", ed è questo che fa rabbia e tristezza, non solo la fine della storia in sé.
La tua ansia e le crisi di pianto non sono solo "i soliti attacchi di panico", ma sono il modo in cui il tuo corpo sta urlando che la situazione attuale è troppo faticosa da portare da sola. Quando ti dicono che "li avrai sempre", ti stanno dando una condanna che ti toglie il futuro, ma in realtà l'ansia è una risposta a come vivi il presente. Se oggi ti senti sola e minacciata dalla malattia, è ovvio che l'ansia bussi alla porta.
Cosa puoi fare per iniziare a cambiare prospettiva?
Invece di sforzarti di "non pensare" al tuo ex o alla malattia (cosa che fa venire ancora più ansia), prova a chiederti: "Cosa posso fare oggi per non sentirmi invisibile?". Non serve una folla di amici, a volte basta riprendere un piccolo spazio di valore per te stessa, qualcosa che non dipenda né dal tuo rene, né dal tuo ex.
Il fatto che tu non riesca a stare al lavoro ti dice che in questo momento la tua "casa interiore" ha bisogno di riparazioni urgenti. I farmaci aiutano a gestire l'urgenza, ma non possono darti quel senso di compagnia e di valore che meriti. Il segreto non è "cambiare il modo di pensare" con la forza di volontà, ma iniziare a trattarti come tratteresti la tua migliore amica se fosse nella tua situazione: con meno severità e più carezze.
Quella rabbia che provi per il tuo ex, se la guardi bene, è una scintilla di vita: ti dice che tu sai di meritare di meglio di un saluto freddo per strada. Prova a usare quella forza per te, invece che contro di lui.
Il punto non è che il tuo cervello è "guasto" o che i farmaci non bastano, ma che il tuo modo di sentirti nel mondo è stato scosso da troppi fronti contemporaneamente.
Il fatto che tu pensi ancora al tuo ex e al suo modo di ignorarti non è "sbagliato" e non significa che sei debole. Quel suo "cancellarti" è una ferita che brucia perché avviene proprio mentre la tua salute ti fa sentire vulnerabile. Quando il corpo ci tradisce (come con la malattia renale), abbiamo un bisogno viscerale di essere "visti" e confermati dagli altri. Il fatto che lui ti tratti come un'estranea ti rimanda un'immagine di te come "invisibile" o "facilmente sostituibile", ed è questo che fa rabbia e tristezza, non solo la fine della storia in sé.
La tua ansia e le crisi di pianto non sono solo "i soliti attacchi di panico", ma sono il modo in cui il tuo corpo sta urlando che la situazione attuale è troppo faticosa da portare da sola. Quando ti dicono che "li avrai sempre", ti stanno dando una condanna che ti toglie il futuro, ma in realtà l'ansia è una risposta a come vivi il presente. Se oggi ti senti sola e minacciata dalla malattia, è ovvio che l'ansia bussi alla porta.
Cosa puoi fare per iniziare a cambiare prospettiva?
Invece di sforzarti di "non pensare" al tuo ex o alla malattia (cosa che fa venire ancora più ansia), prova a chiederti: "Cosa posso fare oggi per non sentirmi invisibile?". Non serve una folla di amici, a volte basta riprendere un piccolo spazio di valore per te stessa, qualcosa che non dipenda né dal tuo rene, né dal tuo ex.
Il fatto che tu non riesca a stare al lavoro ti dice che in questo momento la tua "casa interiore" ha bisogno di riparazioni urgenti. I farmaci aiutano a gestire l'urgenza, ma non possono darti quel senso di compagnia e di valore che meriti. Il segreto non è "cambiare il modo di pensare" con la forza di volontà, ma iniziare a trattarti come tratteresti la tua migliore amica se fosse nella tua situazione: con meno severità e più carezze.
Quella rabbia che provi per il tuo ex, se la guardi bene, è una scintilla di vita: ti dice che tu sai di meritare di meglio di un saluto freddo per strada. Prova a usare quella forza per te, invece che contro di lui.
Buongiorno ho letto il suo messaggio. Comprendo che convivere con un malessere così profondo da tanti anni possa risultare difficile tanto da compromettere la vita di tutti i giorni. Per "riuscire a cambiare il modo di pensare" occorre farsi aiutare e quello che le suggerisco è di intraprendere un percorso psicologico, darsi un'occasione, se lo desidera.
Le auguro il meglio
Saluti.
Le auguro il meglio
Saluti.
Salve, quello che sta vivendo è molto comprensibile: negli ultimi anni si sono sovrapposti eventi importanti – la malattia, la paura per il futuro, la solitudine e una perdita affettiva significativa. È naturale che il suo sistema emotivo si sia “riattivato” con ansia e tristezza più intense.
Il fatto che il pensiero torni ancora al suo ex non significa che “non riesce ad andare avanti”, ma che quella relazione ha avuto un valore e si è chiusa senza un vero spazio di elaborazione. Quando una chiusura è brusca o poco condivisa, la mente tende a tornarci per cercare un senso.
Allo stesso tempo, l’ansia forte e le crisi di pianto possono essere anche un segnale che oggi ha bisogno di più sostegno, non solo farmacologico ma anche relazionale. Non è vero che “li avrà sempre” nello stesso modo: con il giusto supporto possono cambiare e diventare più gestibili.
Potrebbe aiutarla iniziare (o riprendere) un percorso psicologico, dove poter dare spazio sia alla paura legata alla salute sia al vissuto di perdita e solitudine, costruendo anche nuove connessioni.
Non è sola in quello che prova, anche se ora lo sente così. Un passo alla volta, è possibile stare meglio.
Un caro saluto.
Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa
Il fatto che il pensiero torni ancora al suo ex non significa che “non riesce ad andare avanti”, ma che quella relazione ha avuto un valore e si è chiusa senza un vero spazio di elaborazione. Quando una chiusura è brusca o poco condivisa, la mente tende a tornarci per cercare un senso.
Allo stesso tempo, l’ansia forte e le crisi di pianto possono essere anche un segnale che oggi ha bisogno di più sostegno, non solo farmacologico ma anche relazionale. Non è vero che “li avrà sempre” nello stesso modo: con il giusto supporto possono cambiare e diventare più gestibili.
Potrebbe aiutarla iniziare (o riprendere) un percorso psicologico, dove poter dare spazio sia alla paura legata alla salute sia al vissuto di perdita e solitudine, costruendo anche nuove connessioni.
Non è sola in quello che prova, anche se ora lo sente così. Un passo alla volta, è possibile stare meglio.
Un caro saluto.
Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa
Buon pomeriggio carissima/o,
la ringrazio per aver condiviso una parte così importante e delicata della sua storia. Dalle sue parole emerge chiaramente quanta fatica stia affrontando: convivere da anni con ansia e attacchi di panico, insieme a una malattia fisica importante, e in più il dolore per una relazione finita in modo così brusco e “senza spiegazioni”. È comprensibile che tutto questo, sommato, possa farla sentire sopraffatta e sola.
Quello che sta vivendo ha molto senso, anche se è doloroso. Nei momenti in cui il corpo è più vulnerabile – come nel caso della sua condizione renale – il sistema emotivo tende ad attivarsi maggiormente. L’ansia può aumentare, e possono riemergere modalità già conosciute, come gli attacchi di panico o il pianto improvviso. Non è un segno di debolezza, ma di un sistema che sta cercando, con fatica, di adattarsi a tante fonti di stress.
Rispetto alla relazione passata, il fatto che lei continui a pensarci non significa che “non riesce ad andare avanti”, ma che probabilmente quella chiusura così netta e senza un vero confronto ha lasciato delle domande aperte e delle emozioni non elaborate. La mente tende a tornare proprio lì dove qualcosa è rimasto in sospeso, cercando un senso o una forma di “chiusura”. Rabbia e tristezza, in questo caso, sono reazioni molto comprensibili.
Anche il pensiero “mi ripetono che li avrò sempre” può avere un impatto importante: quando iniziamo a vedere l’ansia come qualcosa di permanente e immutabile, è facile sentirsi senza via d’uscita. In realtà, oggi sappiamo che ansia e attacchi di panico possono essere compresi e gestiti in modo efficace, fino a ridursi anche in maniera significativa. Un percorso cognitivo-comportamentale può aiutarla proprio su più livelli:
comprendere e gestire i meccanismi dell’ansia e del panico;
lavorare sui pensieri ricorrenti e su quella sensazione di “non riuscire a cambiare modo di pensare”;
elaborare la perdita della relazione e le emozioni rimaste bloccate;
affrontare il senso di solitudine e costruire gradualmente nuove risorse relazionali.
Non si tratta di “cancellare” ciò che prova, ma di imparare a stare in modo diverso con questi pensieri ed emozioni, così che non abbiano più lo stesso peso nella sua vita quotidiana.
Se lo desidera, possiamo fissare un colloquio : sarà uno spazio sicuro in cui poter mettere ordine a tutto questo, con calma, e capire insieme da dove iniziare e come costruire un percorso adatto a lei.
Se lo desidera può trovare il mio profilo su Mio Dottore sono la Dott.ssa Ilaria redivo . La ringrazio e la saluto cordialmente
la ringrazio per aver condiviso una parte così importante e delicata della sua storia. Dalle sue parole emerge chiaramente quanta fatica stia affrontando: convivere da anni con ansia e attacchi di panico, insieme a una malattia fisica importante, e in più il dolore per una relazione finita in modo così brusco e “senza spiegazioni”. È comprensibile che tutto questo, sommato, possa farla sentire sopraffatta e sola.
Quello che sta vivendo ha molto senso, anche se è doloroso. Nei momenti in cui il corpo è più vulnerabile – come nel caso della sua condizione renale – il sistema emotivo tende ad attivarsi maggiormente. L’ansia può aumentare, e possono riemergere modalità già conosciute, come gli attacchi di panico o il pianto improvviso. Non è un segno di debolezza, ma di un sistema che sta cercando, con fatica, di adattarsi a tante fonti di stress.
Rispetto alla relazione passata, il fatto che lei continui a pensarci non significa che “non riesce ad andare avanti”, ma che probabilmente quella chiusura così netta e senza un vero confronto ha lasciato delle domande aperte e delle emozioni non elaborate. La mente tende a tornare proprio lì dove qualcosa è rimasto in sospeso, cercando un senso o una forma di “chiusura”. Rabbia e tristezza, in questo caso, sono reazioni molto comprensibili.
Anche il pensiero “mi ripetono che li avrò sempre” può avere un impatto importante: quando iniziamo a vedere l’ansia come qualcosa di permanente e immutabile, è facile sentirsi senza via d’uscita. In realtà, oggi sappiamo che ansia e attacchi di panico possono essere compresi e gestiti in modo efficace, fino a ridursi anche in maniera significativa. Un percorso cognitivo-comportamentale può aiutarla proprio su più livelli:
comprendere e gestire i meccanismi dell’ansia e del panico;
lavorare sui pensieri ricorrenti e su quella sensazione di “non riuscire a cambiare modo di pensare”;
elaborare la perdita della relazione e le emozioni rimaste bloccate;
affrontare il senso di solitudine e costruire gradualmente nuove risorse relazionali.
Non si tratta di “cancellare” ciò che prova, ma di imparare a stare in modo diverso con questi pensieri ed emozioni, così che non abbiano più lo stesso peso nella sua vita quotidiana.
Se lo desidera, possiamo fissare un colloquio : sarà uno spazio sicuro in cui poter mettere ordine a tutto questo, con calma, e capire insieme da dove iniziare e come costruire un percorso adatto a lei.
Se lo desidera può trovare il mio profilo su Mio Dottore sono la Dott.ssa Ilaria redivo . La ringrazio e la saluto cordialmente
Buongiorno, da ciò che racconta emerge un quadro di grande carico emotivo, comprensibilmente aumentato negli ultimi anni. Alla sua storia di ansia e attacchi di panico si sono aggiunti nell'ultimo periodo eventi molto impegnativi: una malattia fisica importante, la fine di una relazione significativa e una sensazione di solitudine. In questo contesto, l’intensificarsi dei sintomi – come ansia, crisi di pianto e difficoltà a stare al lavoro – non rappresenta un “fallimento”, ma una reazione del tutto comprensibile a uno stato di stress prolungato. Inoltre, il fatto che il pensiero torni ancora al suo ex partner non è insolito: quando una relazione si interrompe in modo brusco e senza un confronto chiarificatore, può rimanere un vissuto di mancata chiusura che porta la mente a ritornarci nel tempo. Questo accade ancora di più nei momenti in cui ci si sente più vulnerabili o soli, perché quella relazione rappresentava un punto di riferimento affettivo significativo. Anche la difficoltà a modificare questi pensieri è coerente con uno stato ansioso: il rimuginio è un processo automatico, non volontario, che tende a mantenersi quando il livello di attivazione emotiva è elevato. Alla luce di tutto questo, accanto alla terapia farmacologica che sta già seguendo, può essere particolarmente utile l’avvio di un percorso di psicoterapia. Uno spazio di questo tipo le consentirebbe di elaborare la perdita affettiva, comprendere e gestire i meccanismi dell’ansia e del panico, affrontare il vissuto di solitudine e costruire nel tempo modalità di regolazione emotiva più efficaci.
Un caro saluto, Dott.ssa Ester Negrola - Psicologa Clinica
Un caro saluto, Dott.ssa Ester Negrola - Psicologa Clinica
Buongiorno,
spesso la sintomatologia ansiosa e gli attacchi di panico devono essere inquadrati a livello esistenziale all'interno della nostra storia di vita per poter comprendere a pieno perchè si presentano in quel particolare momento storico e in che contesto. Sicuramente gli eventi degli ultimi tempi possono aver causato diverse fatiche emotive che andrebbero comprese a fondo e contestualizzate.
spesso la sintomatologia ansiosa e gli attacchi di panico devono essere inquadrati a livello esistenziale all'interno della nostra storia di vita per poter comprendere a pieno perchè si presentano in quel particolare momento storico e in che contesto. Sicuramente gli eventi degli ultimi tempi possono aver causato diverse fatiche emotive che andrebbero comprese a fondo e contestualizzate.
Buongiorno, mi sembra che lei abbia diverse emozioni difficili da gestire in questo momento, penso sarebbe importante che lei faccia anche un percorso psicologico o psicoterapeutico oltre che farmacologico. L'ha mai fatto in passato?
Buonasera, capisco la sua sofferenza. La terapia farmacologica le sarà d'aiuto, ma è indispensabile associare a questa un percorso psicologico in maniera da poter affrontare la fine della relazione e tutti i sentimenti ad essa connessi in un posto sicuro. Inoltre, potrebbe aiutarla anche a trovare delle strategie per gestire i suoi pensieri, ma innanzitutto a capire come mai resta intrappolata in questa situazione.
Resto a disposizione per un consulto,
Dott.ssa Guida
Resto a disposizione per un consulto,
Dott.ssa Guida
Buongiorno,
la ringrazio per aver condiviso una parte così delicata della sua storia.
Quello che descrive ha molto senso: negli ultimi anni ha dovuto affrontare diverse situazioni difficili, sia sul piano fisico (la malattia renale) sia su quello emotivo (la fine della relazione e il senso di solitudine). È comprensibile che l’ansia, che già conosce da tempo, in questo momento si sia intensificata.
Per quanto riguarda il pensiero ricorrente verso il suo ex compagno, spesso accade che quando una relazione si interrompe in modo brusco, senza possibilità di confronto o chiusura, dentro di noi rimanga qualcosa di “in sospeso”. Non è debolezza, ma un tentativo naturale della mente di dare senso a ciò che non è stato elaborato fino in fondo.
Le crisi di pianto, l’ansia forte e la difficoltà a stare al lavoro sono segnali importanti: indicano che in questo momento sta portando un carico emotivo significativo. La terapia farmacologica può aiutare a contenere i sintomi, ma accanto a questa potrebbe essere molto utile anche un percorso psicologico, che le permetta di lavorare su questi vissuti, ritrovare un senso di stabilità e costruire nuove risorse.
Non è detto che “sarà sempre così”: con il giusto supporto è possibile modificare il modo in cui si vivono l’ansia e i pensieri, e tornare a sentirsi più padroni della propria vita.
Le auguro di potersi dare ascolto e di non affrontare tutto questo da sola.
Un caro saluto,
dott.ssa Veronica De Iuliis
la ringrazio per aver condiviso una parte così delicata della sua storia.
Quello che descrive ha molto senso: negli ultimi anni ha dovuto affrontare diverse situazioni difficili, sia sul piano fisico (la malattia renale) sia su quello emotivo (la fine della relazione e il senso di solitudine). È comprensibile che l’ansia, che già conosce da tempo, in questo momento si sia intensificata.
Per quanto riguarda il pensiero ricorrente verso il suo ex compagno, spesso accade che quando una relazione si interrompe in modo brusco, senza possibilità di confronto o chiusura, dentro di noi rimanga qualcosa di “in sospeso”. Non è debolezza, ma un tentativo naturale della mente di dare senso a ciò che non è stato elaborato fino in fondo.
Le crisi di pianto, l’ansia forte e la difficoltà a stare al lavoro sono segnali importanti: indicano che in questo momento sta portando un carico emotivo significativo. La terapia farmacologica può aiutare a contenere i sintomi, ma accanto a questa potrebbe essere molto utile anche un percorso psicologico, che le permetta di lavorare su questi vissuti, ritrovare un senso di stabilità e costruire nuove risorse.
Non è detto che “sarà sempre così”: con il giusto supporto è possibile modificare il modo in cui si vivono l’ansia e i pensieri, e tornare a sentirsi più padroni della propria vita.
Le auguro di potersi dare ascolto e di non affrontare tutto questo da sola.
Un caro saluto,
dott.ssa Veronica De Iuliis
Buongiorno,
dal suo racconto emerge un vissuto di ansia che sembra riattivarsi con maggiore intensità nei periodi di stress, come quello che sta attraversando. In questi momenti è comprensibile che possano riemergere anche pensieri legati a esperienze passate ancora emotivamente significative. Alla terapia farmacologica, potrebbe essere utile affiancare un percorso psicologico che la aiuti a comprendere meglio questi meccanismi e a ritrovare maggiore equilibrio e benessere. Un caro saluto, PR.
dal suo racconto emerge un vissuto di ansia che sembra riattivarsi con maggiore intensità nei periodi di stress, come quello che sta attraversando. In questi momenti è comprensibile che possano riemergere anche pensieri legati a esperienze passate ancora emotivamente significative. Alla terapia farmacologica, potrebbe essere utile affiancare un percorso psicologico che la aiuti a comprendere meglio questi meccanismi e a ritrovare maggiore equilibrio e benessere. Un caro saluto, PR.
Gentile utente, i dispiace tanto per la situazione che ha descritto. Sicuramente la malattia renale impatta tanto sulla qualità di vita ed in periodi fragili anche per altre problematiche è possibile sentirsi con tanti pensieri.
Le consiglio di intraprendere un supporto psicologico con il fine anche di apprendere strategie utili al miglioramento della qualità di vita.
Io mi occupo di malattie organiche (oncologiche e croniche e in particolare renali).
Sarei felice di accompagnarla in questo percorso.
Se dovesse avere dei dubbi, può contattarmi premendo il tasto 'messaggio' sul mio profilo.
Resto a disposizione attraverso consulenze online.
Dott. Luca Rochdi
Le consiglio di intraprendere un supporto psicologico con il fine anche di apprendere strategie utili al miglioramento della qualità di vita.
Io mi occupo di malattie organiche (oncologiche e croniche e in particolare renali).
Sarei felice di accompagnarla in questo percorso.
Se dovesse avere dei dubbi, può contattarmi premendo il tasto 'messaggio' sul mio profilo.
Resto a disposizione attraverso consulenze online.
Dott. Luca Rochdi
Gentile utente, grazie per aver condiviso la sua situazione.
Da ciò che racconta emerge un periodo molto carico, in cui si intrecciano la preoccupazione per la salute, il ritorno di ansia e attacchi di panico e una perdita affettiva che sembra non essersi ancora chiusa davvero dentro di lei. Quando più aspetti della vita diventano instabili, è possibile che la mente torni a riattivare vecchi vissuti e a soffermarsi su ciò che è rimasto in sospeso.
Il pensiero verso il suo ex compagno potrebbe non riguardare solo lui, ma ciò che quella relazione rappresentava in termini di sicurezza, presenza e riconoscimento. Il modo in cui lui si è allontanato, senza un contatto, può aver lasciato una ferita aperta che oggi, in un momento di maggiore fragilità, torna a farsi sentire con più forza. Non è tanto una questione di tempo passato, ma di significato emotivo che non ha trovato ancora uno spazio per essere elaborato.
Ritengo importante che lei possa dare attenzione a questo intreccio tra ansia, solitudine e vissuti relazionali. Se questi aspetti restano poco compresi, il rischio è che i pensieri continuino a ripresentarsi, mantenendo uno stato di sofferenza che incide anche sulla sua quotidianità e sul lavoro. Comprendere ora cosa sta accadendo dentro di lei può aiutarla a non restare bloccata in questo circolo.
Prenoti un primo colloquio per esplorare i suoi vissuti, ricevere un primo parere professionale e valutare i passi successivi.
Per ogni eventuale approfondimento sono a sua disposizione, sia online che in presenza.
Un caro saluto,
Dott. Mauro Terracciano.
Da ciò che racconta emerge un periodo molto carico, in cui si intrecciano la preoccupazione per la salute, il ritorno di ansia e attacchi di panico e una perdita affettiva che sembra non essersi ancora chiusa davvero dentro di lei. Quando più aspetti della vita diventano instabili, è possibile che la mente torni a riattivare vecchi vissuti e a soffermarsi su ciò che è rimasto in sospeso.
Il pensiero verso il suo ex compagno potrebbe non riguardare solo lui, ma ciò che quella relazione rappresentava in termini di sicurezza, presenza e riconoscimento. Il modo in cui lui si è allontanato, senza un contatto, può aver lasciato una ferita aperta che oggi, in un momento di maggiore fragilità, torna a farsi sentire con più forza. Non è tanto una questione di tempo passato, ma di significato emotivo che non ha trovato ancora uno spazio per essere elaborato.
Ritengo importante che lei possa dare attenzione a questo intreccio tra ansia, solitudine e vissuti relazionali. Se questi aspetti restano poco compresi, il rischio è che i pensieri continuino a ripresentarsi, mantenendo uno stato di sofferenza che incide anche sulla sua quotidianità e sul lavoro. Comprendere ora cosa sta accadendo dentro di lei può aiutarla a non restare bloccata in questo circolo.
Prenoti un primo colloquio per esplorare i suoi vissuti, ricevere un primo parere professionale e valutare i passi successivi.
Per ogni eventuale approfondimento sono a sua disposizione, sia online che in presenza.
Un caro saluto,
Dott. Mauro Terracciano.
Buongiorno, pur non conoscendo tutta la sua storia, comprendo che a seguito del suo stato di salute e della fine della relazione possa sentirsi cosi vulnerabile e in ansia. Non la aiuta colpevolizzarsi per il fatto di pensare ancora a quanto accaduto; serve il giusto tempo per elaborare le ferite ma ognuno possiede risorse impensabili e le auguro che possa scoprirle dentro di sè, anche attraverso un percorso di consapevolezza con l'aiuto di un professionista se lo desidera. Partire dall'accoglienza delle proprie parti senza giudicarle è il primo passo per trasformarle!
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