Buonasera a tutti, Da un paio di mesi ho preso la decisione di resettare la mia vita, tabula rasa,
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risposte
Buonasera a tutti,
Da un paio di mesi ho preso la decisione di resettare la mia vita, tabula rasa, zero spaccato, poiché non più in linea con la persona che sono oggi né con i miei desideri attuali. Sono molto contenta di questa scelta, mi fa sentire sollevata, e l'obiettivo finale sarà il trasferimento all'estero. Ho così iniziato ad appuntare le azioni necessarie per raggiungere l'obiettivo in questione ma non sto facendo molti progressi. Anzi, mi blocco con estrema facilità. Ho notato, infatti, che aggiungo compiti, quasi dei doveri, inutili o comunque di poco valore per la realizzazione del mio desiderio. Mi sto allontanando da ciò che voglio. Le azioni necessarie rimangono lì, su carta, in attesa, mentre io m'invento che prima devo fare quella determinata cosa altrimenti mi sembra di non poter procedere. Ma quella determinata cosa, se vista con discernimento, è irrilevante. Eppure se non la sbrigo è come se stessi "perdendo" chissà quale esperienza che poi secondo le mie paturnie, è un pilastro importante per il mio futuro all'estero. E una volta portata a compimento me ne viene in mente un'altra, sempre di poco conto, sempre irrilevante. E ancora i passi che contano non vengono fatti. Un circolo vizioso insomma. Sento come un timore silente ma pesante dentro di me che mi impone di chiudere per "bene" questo capitolo della mia vita. Di rallentare l'avvenimento in sé (il trasferimento) perché famiglia e lavoro avranno delle reazioni poco piacevoli. Sento come se avessi il dovere di non scuoterli troppo dalla mia decisione che inevitabilmente porterà cambiamenti anche nelle loro vite.
Qualche consiglio? Come esco da questa empasse?
Grazie
Da un paio di mesi ho preso la decisione di resettare la mia vita, tabula rasa, zero spaccato, poiché non più in linea con la persona che sono oggi né con i miei desideri attuali. Sono molto contenta di questa scelta, mi fa sentire sollevata, e l'obiettivo finale sarà il trasferimento all'estero. Ho così iniziato ad appuntare le azioni necessarie per raggiungere l'obiettivo in questione ma non sto facendo molti progressi. Anzi, mi blocco con estrema facilità. Ho notato, infatti, che aggiungo compiti, quasi dei doveri, inutili o comunque di poco valore per la realizzazione del mio desiderio. Mi sto allontanando da ciò che voglio. Le azioni necessarie rimangono lì, su carta, in attesa, mentre io m'invento che prima devo fare quella determinata cosa altrimenti mi sembra di non poter procedere. Ma quella determinata cosa, se vista con discernimento, è irrilevante. Eppure se non la sbrigo è come se stessi "perdendo" chissà quale esperienza che poi secondo le mie paturnie, è un pilastro importante per il mio futuro all'estero. E una volta portata a compimento me ne viene in mente un'altra, sempre di poco conto, sempre irrilevante. E ancora i passi che contano non vengono fatti. Un circolo vizioso insomma. Sento come un timore silente ma pesante dentro di me che mi impone di chiudere per "bene" questo capitolo della mia vita. Di rallentare l'avvenimento in sé (il trasferimento) perché famiglia e lavoro avranno delle reazioni poco piacevoli. Sento come se avessi il dovere di non scuoterli troppo dalla mia decisione che inevitabilmente porterà cambiamenti anche nelle loro vite.
Qualche consiglio? Come esco da questa empasse?
Grazie
Buongiorno, dalle righe che scrive sembra che questo passo che lei ha deciso di fare impatti con delle paure in realtà che forse lei in questo momento non riesce ad approfondire. Il comportamento potrebbe essere di due tipi: o procrastinazione causata dalla paura del passo oppure questa decisione che lei ha preso è un po' ideale staccata dalla sua vera realtà. se ha bisogno di aiuto sono disponibile anche online. Buona Giornata! Dario Martelli
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Buongiorno,
leggendo le sue parole traspare quanto questa decisione sia importante per lei e per la persona che desidera e sente di essere oggi.
A volte, quando i cambiamenti muovo tanto di noi e di chi ci sta accanto, ci focalizziamo sul sistemare alcuni passaggi minuziosamente come se per partire, per lanciarci in quella nuova avventura avessimo bisogno per forza di chiudere un capitolo, fare un'ultima esperienza o essere certi al cento per cento prima di partire.
Alcune volte, dietro questi "prima devo..." può nascondersi la fatica di lasciare andare ciò che conosciamo per aprirci a questa scommessa che desideriamo, aprendoci anche ai suoi rischi e al timore dell'impatto che le nostre scelte avranno sulle persone che amiamo.
Spesso la fatica non ha solo a che fare con l'organizzazione pratica di ciò che stiamo costruendo, ma anche con il peso emotivo del cambiamento, con quell'incertezza di come si riassesteranno le persone intorno a noi, come decideranno di starci e se prenderanno parte al nostro nuovo progetto.
Nella mia attività lavoro spesso con expat o con chi sta pianificando di diventarlo, e coi pazienti ragioniamo di quanto prepararsi a un trasferimento all'estero non significa eliminare ogni dubbio, ma continuare a camminare anche in presenza di questi dubbio, e di quanto farsi carico del proprio progetto di vita sia una sfida che ci richiede cura, tempo e spazio per ascoltare cosa desideriamo fare e come poterlo realizzare nel modo giusto per noi.
La terapia in questa direzione è un ottimo spazio dove poter ragionare insieme su questi aspetti e farsi carico delle sfide, dei blocchi, delle fatiche e dei desideri, per costruire un progetto di vita allineato con noi stess* e capace di tenere conto delle persone che amiamo.
Se volesse esplorarlo insieme sono disponibile a costruire un percorso in presenza e/o online.
Un cordiale saluto,
Dott.ssa Silvia Tomaino
leggendo le sue parole traspare quanto questa decisione sia importante per lei e per la persona che desidera e sente di essere oggi.
A volte, quando i cambiamenti muovo tanto di noi e di chi ci sta accanto, ci focalizziamo sul sistemare alcuni passaggi minuziosamente come se per partire, per lanciarci in quella nuova avventura avessimo bisogno per forza di chiudere un capitolo, fare un'ultima esperienza o essere certi al cento per cento prima di partire.
Alcune volte, dietro questi "prima devo..." può nascondersi la fatica di lasciare andare ciò che conosciamo per aprirci a questa scommessa che desideriamo, aprendoci anche ai suoi rischi e al timore dell'impatto che le nostre scelte avranno sulle persone che amiamo.
Spesso la fatica non ha solo a che fare con l'organizzazione pratica di ciò che stiamo costruendo, ma anche con il peso emotivo del cambiamento, con quell'incertezza di come si riassesteranno le persone intorno a noi, come decideranno di starci e se prenderanno parte al nostro nuovo progetto.
Nella mia attività lavoro spesso con expat o con chi sta pianificando di diventarlo, e coi pazienti ragioniamo di quanto prepararsi a un trasferimento all'estero non significa eliminare ogni dubbio, ma continuare a camminare anche in presenza di questi dubbio, e di quanto farsi carico del proprio progetto di vita sia una sfida che ci richiede cura, tempo e spazio per ascoltare cosa desideriamo fare e come poterlo realizzare nel modo giusto per noi.
La terapia in questa direzione è un ottimo spazio dove poter ragionare insieme su questi aspetti e farsi carico delle sfide, dei blocchi, delle fatiche e dei desideri, per costruire un progetto di vita allineato con noi stess* e capace di tenere conto delle persone che amiamo.
Se volesse esplorarlo insieme sono disponibile a costruire un percorso in presenza e/o online.
Un cordiale saluto,
Dott.ssa Silvia Tomaino
Buongiorno,
lei ha capito bene che tutte le cose che le sembra di dover fare prima di organizzare davvero il suo trasferimento sono strategie difensive, che coprono il tema di fondo: voglio davvero andare all'estero? Ha ha anche chiaro dil motivo della sua resistenza ad attuare questo pogetto: "famiglia e lavoro avranno delle reazioni poco piacevoli". E qui, per poter dare qualche consiglio un po' circostanziato avrei bisogno di maggiori informaazioni.La famiglia è quella di origine o la famiglia che ha costruito lei? Dovrebbe cambiare del tutto lavoro, o questo non è necessario? E' chiaro che nell'un caso e nell'altro le situazioni, e anche l'impegno della scelta, sono molto diverse. In ogni caso, c'è un punto su cui lei può riflettere, per rendere più praticabile una decisione:"Sento come se avessi il dovere di non scuoterli troppo dalla mia decisione".La frase è, involontariamente, ambigua.Pensa che sia veramente un suo dovere, o ritiene che in questo ci sia un'esagerazione? E di che entità sono i cambiamenti che la sua decisione comporterà anche nelle loro vite? Mi sembra che, da una posizione esterna come la mia, non si possa dire di più.
lei ha capito bene che tutte le cose che le sembra di dover fare prima di organizzare davvero il suo trasferimento sono strategie difensive, che coprono il tema di fondo: voglio davvero andare all'estero? Ha ha anche chiaro dil motivo della sua resistenza ad attuare questo pogetto: "famiglia e lavoro avranno delle reazioni poco piacevoli". E qui, per poter dare qualche consiglio un po' circostanziato avrei bisogno di maggiori informaazioni.La famiglia è quella di origine o la famiglia che ha costruito lei? Dovrebbe cambiare del tutto lavoro, o questo non è necessario? E' chiaro che nell'un caso e nell'altro le situazioni, e anche l'impegno della scelta, sono molto diverse. In ogni caso, c'è un punto su cui lei può riflettere, per rendere più praticabile una decisione:"Sento come se avessi il dovere di non scuoterli troppo dalla mia decisione".La frase è, involontariamente, ambigua.Pensa che sia veramente un suo dovere, o ritiene che in questo ci sia un'esagerazione? E di che entità sono i cambiamenti che la sua decisione comporterà anche nelle loro vite? Mi sembra che, da una posizione esterna come la mia, non si possa dire di più.
Buonasera,
dal suo racconto emerge un aspetto interessante: non sembra esserci una mancanza di motivazione verso il cambiamento. Al contrario, lei descrive il progetto di trasferirsi all'estero come qualcosa che sente profondamente suo e che le procura persino sollievo. Il blocco, quindi, potrebbe non riguardare tanto la meta quanto ciò che quella meta comporta sul piano emotivo e relazionale.
Talvolta, quando una decisione implica una trasformazione importante della propria vita, la difficoltà non si manifesta come un rifiuto esplicito del cambiamento, ma attraverso continui rinvii, deviazioni e attività collaterali che appaiono necessarie ma che, di fatto, tengono a distanza i passi decisivi. È come se una parte di noi procedesse verso il futuro mentre un'altra chiedesse ancora tempo.
Nel suo messaggio colpisce la frase: "Sento come un timore silente ma pesante dentro di me che mi impone di chiudere per bene questo capitolo della mia vita." Potrebbe essere utile interrogarsi su cosa significhi, per lei, chiudere "per bene". Quale autorizzazione sta aspettando? Da chi? Cosa teme possa accadere se il trasferimento avvenisse senza aver sistemato ogni dettaglio o senza aver preparato tutti alle conseguenze della sua scelta?
In un'ottica esistenziale, i momenti di svolta spesso ci pongono di fronte a una tensione inevitabile: da un lato il desiderio di realizzare la nostra direzione di vita, dall'altro il senso di responsabilità verso i legami e le appartenenze che ci hanno accompagnato fino a quel momento. Non sempre è possibile proteggere completamente gli altri dagli effetti delle nostre decisioni, soprattutto quando si tratta di scelte autentiche e significative.
Forse la domanda centrale non è tanto "come faccio a fare tutto perfettamente prima di partire?", ma "quanto spazio sto concedendo alla paura delle reazioni altrui nel determinare i tempi e le modalità del mio cambiamento?".
Può essere utile distinguere, anche concretamente, tra le attività che avvicinano realmente al trasferimento e quelle che offrono una sensazione temporanea di preparazione o di rassicurazione. A volte la procrastinazione non nasce dalla pigrizia, ma da un conflitto interno che merita di essere ascoltato e compreso.
Un percorso psicologico potrebbe aiutarla proprio a esplorare questo dialogo tra la parte che desidera partire e quella che sente il dovere di restare ancora un po', permettendole di trovare una posizione più consapevole e personale rispetto alla scelta che sta maturando.
Un cordiale saluto.
dal suo racconto emerge un aspetto interessante: non sembra esserci una mancanza di motivazione verso il cambiamento. Al contrario, lei descrive il progetto di trasferirsi all'estero come qualcosa che sente profondamente suo e che le procura persino sollievo. Il blocco, quindi, potrebbe non riguardare tanto la meta quanto ciò che quella meta comporta sul piano emotivo e relazionale.
Talvolta, quando una decisione implica una trasformazione importante della propria vita, la difficoltà non si manifesta come un rifiuto esplicito del cambiamento, ma attraverso continui rinvii, deviazioni e attività collaterali che appaiono necessarie ma che, di fatto, tengono a distanza i passi decisivi. È come se una parte di noi procedesse verso il futuro mentre un'altra chiedesse ancora tempo.
Nel suo messaggio colpisce la frase: "Sento come un timore silente ma pesante dentro di me che mi impone di chiudere per bene questo capitolo della mia vita." Potrebbe essere utile interrogarsi su cosa significhi, per lei, chiudere "per bene". Quale autorizzazione sta aspettando? Da chi? Cosa teme possa accadere se il trasferimento avvenisse senza aver sistemato ogni dettaglio o senza aver preparato tutti alle conseguenze della sua scelta?
In un'ottica esistenziale, i momenti di svolta spesso ci pongono di fronte a una tensione inevitabile: da un lato il desiderio di realizzare la nostra direzione di vita, dall'altro il senso di responsabilità verso i legami e le appartenenze che ci hanno accompagnato fino a quel momento. Non sempre è possibile proteggere completamente gli altri dagli effetti delle nostre decisioni, soprattutto quando si tratta di scelte autentiche e significative.
Forse la domanda centrale non è tanto "come faccio a fare tutto perfettamente prima di partire?", ma "quanto spazio sto concedendo alla paura delle reazioni altrui nel determinare i tempi e le modalità del mio cambiamento?".
Può essere utile distinguere, anche concretamente, tra le attività che avvicinano realmente al trasferimento e quelle che offrono una sensazione temporanea di preparazione o di rassicurazione. A volte la procrastinazione non nasce dalla pigrizia, ma da un conflitto interno che merita di essere ascoltato e compreso.
Un percorso psicologico potrebbe aiutarla proprio a esplorare questo dialogo tra la parte che desidera partire e quella che sente il dovere di restare ancora un po', permettendole di trovare una posizione più consapevole e personale rispetto alla scelta che sta maturando.
Un cordiale saluto.
Buongiorno! Considerato i limiti del contesto, proverò ad offrire un contributo di pensiero. Sembra che il progetto del “trasferimento” abbia scatenato una forte reazione. “Aggiungo compiti e doveri inutili… invento che prima devo fare quella determinata” una serie di atti mancati che si oppongono, limitano, rallentano, protestano. Sta accadendo qualcosa di significativo. Arrivano come aspetti di sé che chiedono, come possono, di essere ascoltati e non resettati, amputati, strappati via come un molare infetto. Immagino sia una situazione dolorosa che è resa, forse, più difficile dalla sensazione di camminare lungo uno scivoloso crinale tra rabbia e senso di colpa. Se parte, si sente in colpa verso la sua famiglia, ma anche verso quegli aspetti di sé che non si sono sentiti accolti (ora come allora) e che si traducono in “cose inutili” che la trattengono. Se non parte è arrabbiata, perché sente che c’è qualcosa di irrisolto, qualcosa che vuole essere “chiuso bene” per potersi muovere in una direzione adulta, indipendente, genuina. Riconosco che si tratta di una situazione in cui si potrebbe essere tentati di risolvere tutto allontanandosi dalla famiglia, cambiando lavoro o città, tagliando via con il bisturi la causa del dolore. Potare i rami “che fanno male” produce un sollievo immediato ma temporaneo, un effetto per così dire “estetico”. Chissà che questa “impasse” non possa tradursi in un’occasione per prendersi cura delle radici, di quella base solida e sicura di qui abbiamo bisogno per imparare ad andare soli nel mondo. Spero possa cogliere questa opportunità e affidarsi ad una seconda mente con cui ri-pensare le esperienze più significative, i pensieri più dolorosi, le emozioni più forti per vivere OVUNQUE una vita piena e serena. Un caro saluto
Buonasera,
da quello che descrive, sembra che il problema non sia la mancanza di motivazione. Al contrario, il suo progetto appare chiaro e desiderato. Ciò che sembra ostacolarla è la difficoltà ad affrontare il cambiamento e tutto ciò che esso comporta sul piano emotivo e relazionale.
Quando ci troviamo di fronte a una scelta importante, soprattutto se implica un distacco da abitudini, luoghi, persone o ruoli consolidati, può accadere di rimandare inconsapevolmente le azioni realmente decisive. La mente, nel tentativo di proteggerci dall'ansia e dal senso di colpa che il cambiamento può generare, ci porta a concentrarci su compiti secondari, che danno una sensazione di controllo ma non avvicinano all'obiettivo.
Nel suo racconto colpisce un aspetto in particolare: il timore di "scuotere" la famiglia e il contesto lavorativo, quasi la percezione di avere il dovere di accompagnare gli altri nel cambiamento prima ancora di concedersi di vivere il proprio. Spesso queste dinamiche sono legate a un forte senso di responsabilità verso i bisogni altrui e possono tradursi in una forma di autosabotaggio, non perché non si voglia partire, ma perché una parte di sé teme le conseguenze emotive della scelta.
Potrebbe essere utile chiedersi: "Che cosa accadrebbe se facessi oggi il primo passo davvero importante?" e, soprattutto, "Qual è la paura che sto cercando di tenere a distanza occupandomi di altro?".
Se questa sensazione di blocco dovesse persistere, un percorso psicologico potrebbe aiutarla a comprendere il significato di questa difficoltà e a distinguere ciò che appartiene ai suoi desideri da ciò che sente di dover fare per proteggere gli altri.
Le auguro di riuscire a costruire un progetto di vita che tenga conto dei legami importanti, senza che questi diventino un ostacolo alla realizzazione dei suoi obiettivi.
da quello che descrive, sembra che il problema non sia la mancanza di motivazione. Al contrario, il suo progetto appare chiaro e desiderato. Ciò che sembra ostacolarla è la difficoltà ad affrontare il cambiamento e tutto ciò che esso comporta sul piano emotivo e relazionale.
Quando ci troviamo di fronte a una scelta importante, soprattutto se implica un distacco da abitudini, luoghi, persone o ruoli consolidati, può accadere di rimandare inconsapevolmente le azioni realmente decisive. La mente, nel tentativo di proteggerci dall'ansia e dal senso di colpa che il cambiamento può generare, ci porta a concentrarci su compiti secondari, che danno una sensazione di controllo ma non avvicinano all'obiettivo.
Nel suo racconto colpisce un aspetto in particolare: il timore di "scuotere" la famiglia e il contesto lavorativo, quasi la percezione di avere il dovere di accompagnare gli altri nel cambiamento prima ancora di concedersi di vivere il proprio. Spesso queste dinamiche sono legate a un forte senso di responsabilità verso i bisogni altrui e possono tradursi in una forma di autosabotaggio, non perché non si voglia partire, ma perché una parte di sé teme le conseguenze emotive della scelta.
Potrebbe essere utile chiedersi: "Che cosa accadrebbe se facessi oggi il primo passo davvero importante?" e, soprattutto, "Qual è la paura che sto cercando di tenere a distanza occupandomi di altro?".
Se questa sensazione di blocco dovesse persistere, un percorso psicologico potrebbe aiutarla a comprendere il significato di questa difficoltà e a distinguere ciò che appartiene ai suoi desideri da ciò che sente di dover fare per proteggere gli altri.
Le auguro di riuscire a costruire un progetto di vita che tenga conto dei legami importanti, senza che questi diventino un ostacolo alla realizzazione dei suoi obiettivi.
Gentile utente,
da quello che descrive emerge un forte desiderio di cambiamento e di “ripartenza” della sua vita, insieme però a una difficoltà nel trasformare questo desiderio in azioni concrete e continuative.
Mi sembra che si attivi un circolo abbastanza riconoscibile: da un lato la motivazione e la chiarezza rispetto all’obiettivo (il trasferimento all’estero), dall’altro una serie di passaggi intermedi che finiscono per occupare spazio e tempo, senza però avvicinarla davvero a ciò che desidera.
Questo può accadere quando un cambiamento è importante e coinvolgente: non è raro che si attivino esitazioni, rimandi o attività secondarie che danno la sensazione di “stare preparando tutto bene”, ma che in realtà rallentano il passaggio all’azione.
A questo si aggiunge anche un aspetto emotivo che lei stessa descrive: il timore dell’impatto che la sua scelta potrebbe avere sulle persone vicine. Questo può rendere il cambiamento più faticoso, perché non riguarda solo un progetto personale, ma anche il modo in cui verrà vissuto dagli altri.
In questi casi può essere utile provare a distinguere, passo dopo passo, tra ciò che è realmente necessario per procedere e ciò che invece tende a mantenere tutto in una fase di preparazione continua.
Un cordiale saluto.
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
da quello che descrive emerge un forte desiderio di cambiamento e di “ripartenza” della sua vita, insieme però a una difficoltà nel trasformare questo desiderio in azioni concrete e continuative.
Mi sembra che si attivi un circolo abbastanza riconoscibile: da un lato la motivazione e la chiarezza rispetto all’obiettivo (il trasferimento all’estero), dall’altro una serie di passaggi intermedi che finiscono per occupare spazio e tempo, senza però avvicinarla davvero a ciò che desidera.
Questo può accadere quando un cambiamento è importante e coinvolgente: non è raro che si attivino esitazioni, rimandi o attività secondarie che danno la sensazione di “stare preparando tutto bene”, ma che in realtà rallentano il passaggio all’azione.
A questo si aggiunge anche un aspetto emotivo che lei stessa descrive: il timore dell’impatto che la sua scelta potrebbe avere sulle persone vicine. Questo può rendere il cambiamento più faticoso, perché non riguarda solo un progetto personale, ma anche il modo in cui verrà vissuto dagli altri.
In questi casi può essere utile provare a distinguere, passo dopo passo, tra ciò che è realmente necessario per procedere e ciò che invece tende a mantenere tutto in una fase di preparazione continua.
Un cordiale saluto.
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Buon pomeriggio, sono la dottoressa Tropea Federica, da come lo racconti, sembra che il problema non sia organizzativo ma emotivo. Le attività "irrilevanti" potrebbero essere magari un modo inconsapevole per rimandare un cambiamento che desideri, ma ciò porta con sé paure, sensi di colpa e il timore delle reazioni di famiglia e lavoro.
Per questo, oltre ai consigli pratici, magari ti suggerirei un consulto psicologico: un professionista potrebbe aiutarti a capire cosa c'è dietro questo blocco e a trasformare l'obiettivo in azioni concrete senza farti frenare dall'ansia del cambiamento (ovviamente non perché ci sia qualcosa che non va!). Resto a tua disposizione, buona giornata!
Per questo, oltre ai consigli pratici, magari ti suggerirei un consulto psicologico: un professionista potrebbe aiutarti a capire cosa c'è dietro questo blocco e a trasformare l'obiettivo in azioni concrete senza farti frenare dall'ansia del cambiamento (ovviamente non perché ci sia qualcosa che non va!). Resto a tua disposizione, buona giornata!
Buonasera,
da ciò che descrive emerge una situazione molto frequente quando si è di fronte a un cambiamento importante e profondamente significativo per la propria vita. Da una parte sente entusiasmo, sollievo e coerenza rispetto alla decisione presa; dall'altra, sembra esserci una componente emotiva che rallenta il passaggio dall'idea all'azione.
Il fatto che continui ad aggiungere compiti secondari o poco rilevanti potrebbe non essere una questione di mancanza di volontà o organizzazione, bensì una forma di evitamento. Talvolta la mente ci porta a concentrarci su attività accessorie perché sono meno cariche emotivamente rispetto ai passi davvero decisivi. In questo modo si mantiene una sensazione di movimento e produttività, ma si rimanda ciò che genera maggiore ansia o conflitto.
Nelle sue parole colpisce molto il riferimento al bisogno di "chiudere bene" il capitolo attuale e alla preoccupazione per le reazioni di familiari e colleghi. È possibile che una parte di lei desideri procedere, mentre un'altra senta il peso della responsabilità verso le persone coinvolte. Quando convivono bisogni diversi – affermare sé stessi e, contemporaneamente, proteggere gli altri dal cambiamento – può nascere una sorta di stallo.
Potrebbe essere utile chiedersi:
Qual è il timore concreto che si nasconde dietro il rinvio?
Cosa accadrebbe se iniziasse subito a compiere i passi più importanti verso il trasferimento?
Di cosa si sente responsabile rispetto alle reazioni degli altri?
Esiste davvero un modo perfetto e indolore per comunicare una decisione che inevitabilmente comporterà cambiamenti?
Spesso attendiamo di sentirci completamente pronti o di aver sistemato ogni dettaglio prima di agire, ma nelle grandi transizioni questa condizione raramente arriva. Talvolta è proprio l'azione graduale a ridurre l'incertezza, non il contrario.
Un altro esercizio utile potrebbe essere distinguere, nero su bianco, tra attività "necessarie per il trasferimento" e attività "che mi fanno sentire più tranquilla ma che non sono indispensabili". Questa distinzione aiuta a riconoscere quando si sta seguendo il progetto e quando invece si sta cercando di gestire l'ansia legata al cambiamento.
Consideri inoltre che trasferirsi all'estero non significa necessariamente chiudere tutto in modo perfetto. Può essere sufficiente chiudere in modo sufficientemente buono, accettando che qualche aspetto rimanga incompleto o che alcune persone possano non condividere la sua scelta.
Poiché questa difficoltà sembra essere collegata non tanto all'organizzazione pratica quanto ai vissuti emotivi che accompagnano il cambiamento, potrebbe essere utile approfondire la situazione con uno specialista, per comprendere meglio le paure, i sensi di responsabilità e i conflitti interiori che stanno alimentando questo blocco.
Un cordiale saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
da ciò che descrive emerge una situazione molto frequente quando si è di fronte a un cambiamento importante e profondamente significativo per la propria vita. Da una parte sente entusiasmo, sollievo e coerenza rispetto alla decisione presa; dall'altra, sembra esserci una componente emotiva che rallenta il passaggio dall'idea all'azione.
Il fatto che continui ad aggiungere compiti secondari o poco rilevanti potrebbe non essere una questione di mancanza di volontà o organizzazione, bensì una forma di evitamento. Talvolta la mente ci porta a concentrarci su attività accessorie perché sono meno cariche emotivamente rispetto ai passi davvero decisivi. In questo modo si mantiene una sensazione di movimento e produttività, ma si rimanda ciò che genera maggiore ansia o conflitto.
Nelle sue parole colpisce molto il riferimento al bisogno di "chiudere bene" il capitolo attuale e alla preoccupazione per le reazioni di familiari e colleghi. È possibile che una parte di lei desideri procedere, mentre un'altra senta il peso della responsabilità verso le persone coinvolte. Quando convivono bisogni diversi – affermare sé stessi e, contemporaneamente, proteggere gli altri dal cambiamento – può nascere una sorta di stallo.
Potrebbe essere utile chiedersi:
Qual è il timore concreto che si nasconde dietro il rinvio?
Cosa accadrebbe se iniziasse subito a compiere i passi più importanti verso il trasferimento?
Di cosa si sente responsabile rispetto alle reazioni degli altri?
Esiste davvero un modo perfetto e indolore per comunicare una decisione che inevitabilmente comporterà cambiamenti?
Spesso attendiamo di sentirci completamente pronti o di aver sistemato ogni dettaglio prima di agire, ma nelle grandi transizioni questa condizione raramente arriva. Talvolta è proprio l'azione graduale a ridurre l'incertezza, non il contrario.
Un altro esercizio utile potrebbe essere distinguere, nero su bianco, tra attività "necessarie per il trasferimento" e attività "che mi fanno sentire più tranquilla ma che non sono indispensabili". Questa distinzione aiuta a riconoscere quando si sta seguendo il progetto e quando invece si sta cercando di gestire l'ansia legata al cambiamento.
Consideri inoltre che trasferirsi all'estero non significa necessariamente chiudere tutto in modo perfetto. Può essere sufficiente chiudere in modo sufficientemente buono, accettando che qualche aspetto rimanga incompleto o che alcune persone possano non condividere la sua scelta.
Poiché questa difficoltà sembra essere collegata non tanto all'organizzazione pratica quanto ai vissuti emotivi che accompagnano il cambiamento, potrebbe essere utile approfondire la situazione con uno specialista, per comprendere meglio le paure, i sensi di responsabilità e i conflitti interiori che stanno alimentando questo blocco.
Un cordiale saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno,
da ciò che racconti, sembra che il problema non sia la mancanza di motivazione o di chiarezza rispetto a ciò che desideri. Al contrario, hai individuato un obiettivo importante e senti persino sollievo all'idea di perseguirlo. Quello che sembra bloccarti è il passaggio dalla decisione all'azione.
Spesso, quando ci troviamo davanti a un cambiamento significativo, la mente mette in atto strategie molto sottili per rallentarlo. Una di queste consiste proprio nel concentrarsi su attività secondarie, apparentemente utili, che danno la sensazione di stare procedendo senza però affrontare i passaggi realmente decisivi. Non si tratta di pigrizia o mancanza di volontà: può essere un modo per tenere a distanza le emozioni che il cambiamento porta con sé.
Nel tuo messaggio emerge una possibile chiave di lettura quando parli del bisogno di "chiudere bene" questo capitolo della tua vita e del timore delle reazioni di famiglia e lavoro. È come se una parte di te fosse già proiettata verso il futuro, mentre un'altra sentisse il dovere di proteggere chi resterà, di non deludere nessuno, di non creare troppi scossoni. In questo senso, le attività irrilevanti potrebbero rappresentare una sorta di pausa continua, un modo per rimandare il momento in cui il cambiamento diventerà concreto e inevitabile.
A volte è utile chiedersi: "Se domani completassi il primo vero passo verso il trasferimento, quale sarebbe la mia paura più grande?". Non quella pratica o organizzativa, ma quella emotiva. Deludere qualcuno? Sentirsi egoista? Perdere un'appartenenza? Fare un errore irreversibile? Spesso il blocco si trova lì.
Potrebbe anche aiutarti distinguere tra ciò che è necessario e ciò che è rassicurante. Le attività rassicuranti danno l'impressione di prepararti, ma non ti avvicinano davvero all'obiettivo. Le attività necessarie, invece, sono spesso quelle che generano più disagio e più resistenza proprio perché rendono il cambiamento reale.
Infine, prova a considerare che "chiudere bene" non significa necessariamente chiudere tutto alla perfezione. Alcuni passaggi della vita richiedono di tollerare una certa quota di incompiutezza, di dispiacere e persino di disaccordo da parte degli altri. Non sempre possiamo realizzare un cambiamento importante senza che qualcuno ne sia toccato o senza provare un senso di colpa momentaneo.
Se senti che questo blocco continua a ripresentarsi e a rallentare progetti che per te sono importanti, potrebbe essere utile confrontarti con uno psicologo. A volte uno spazio di riflessione aiuta a riconoscere quali paure stanno chiedendo di essere ascoltate e quali, invece, stanno inconsapevolmente prendendo il timone delle nostre scelte.
Un caro saluto,
Dott. Valerio Romano
da ciò che racconti, sembra che il problema non sia la mancanza di motivazione o di chiarezza rispetto a ciò che desideri. Al contrario, hai individuato un obiettivo importante e senti persino sollievo all'idea di perseguirlo. Quello che sembra bloccarti è il passaggio dalla decisione all'azione.
Spesso, quando ci troviamo davanti a un cambiamento significativo, la mente mette in atto strategie molto sottili per rallentarlo. Una di queste consiste proprio nel concentrarsi su attività secondarie, apparentemente utili, che danno la sensazione di stare procedendo senza però affrontare i passaggi realmente decisivi. Non si tratta di pigrizia o mancanza di volontà: può essere un modo per tenere a distanza le emozioni che il cambiamento porta con sé.
Nel tuo messaggio emerge una possibile chiave di lettura quando parli del bisogno di "chiudere bene" questo capitolo della tua vita e del timore delle reazioni di famiglia e lavoro. È come se una parte di te fosse già proiettata verso il futuro, mentre un'altra sentisse il dovere di proteggere chi resterà, di non deludere nessuno, di non creare troppi scossoni. In questo senso, le attività irrilevanti potrebbero rappresentare una sorta di pausa continua, un modo per rimandare il momento in cui il cambiamento diventerà concreto e inevitabile.
A volte è utile chiedersi: "Se domani completassi il primo vero passo verso il trasferimento, quale sarebbe la mia paura più grande?". Non quella pratica o organizzativa, ma quella emotiva. Deludere qualcuno? Sentirsi egoista? Perdere un'appartenenza? Fare un errore irreversibile? Spesso il blocco si trova lì.
Potrebbe anche aiutarti distinguere tra ciò che è necessario e ciò che è rassicurante. Le attività rassicuranti danno l'impressione di prepararti, ma non ti avvicinano davvero all'obiettivo. Le attività necessarie, invece, sono spesso quelle che generano più disagio e più resistenza proprio perché rendono il cambiamento reale.
Infine, prova a considerare che "chiudere bene" non significa necessariamente chiudere tutto alla perfezione. Alcuni passaggi della vita richiedono di tollerare una certa quota di incompiutezza, di dispiacere e persino di disaccordo da parte degli altri. Non sempre possiamo realizzare un cambiamento importante senza che qualcuno ne sia toccato o senza provare un senso di colpa momentaneo.
Se senti che questo blocco continua a ripresentarsi e a rallentare progetti che per te sono importanti, potrebbe essere utile confrontarti con uno psicologo. A volte uno spazio di riflessione aiuta a riconoscere quali paure stanno chiedendo di essere ascoltate e quali, invece, stanno inconsapevolmente prendendo il timone delle nostre scelte.
Un caro saluto,
Dott. Valerio Romano
Buonasera, forse occorre che lei tenga conto che c'è una parte di lei che non approva la sua decisione, che ha delle obiezioni e si manifesta attraverso quel timore silente che la rallenta. Non significa che lei non debba portare avanti la sua decisione, certamente ben ponderata e positiva per lei MA tutte le obiezioni vanno valutate e superate perchè il cambiamento che ha in mente avvenga serenamente... Dott.ssa Franca Vocaturi
Quello che descrive come un "circolo vizioso" è in realtà un meccanismo di difesa inconscio molto comune, legato alla gestione dell'ansia e del senso di colpa. Rispondo direttamente alla sua richiesta d'aiuto evidenziando i nodi cruciali di questa impasse e come affrontarli:
La procrastinazione protettiva: I compiti irrilevanti o di poco conto che continua ad aggiungere alla sua lista non sono errori di valutazione, ma "ammortizzatori emotivi". Poiché il trasferimento all'estero rappresenta un salto nel vuoto e un distacco definitivo, la sua mente crea dei micro-doveri per darle l'illusione di essere in movimento, mentre in realtà sta solo posticipando il momento della rottura.
Il peso del senso di colpa relazionale: La chiave del blocco risiede nella seconda parte del suo messaggio. Il timore delle reazioni spiacevoli di famiglia e colleghi le sta creando un forte "conflitto di lealtà". Sentire il dovere di non "scuoterli troppo" la spinge a rallentare. Sta cercando di "scontare" in anticipo il senso di colpa per la sua partenza, facendosi carico delle emozioni altrui.
La responsabilità emotiva: Un principio fondamentale per sbloccarsi è ricordare che lei è responsabile delle sue scelte e del modo (rispettoso) in cui le comunicherà, ma non è responsabile delle reazioni emotive degli altri. Parenti e datori di lavoro avranno diritto a essere dispiaciuti o contrariati, ma dilazionare i passi importanti inventando scuse burocratiche non renderà il colpo meno duro per loro, prolungherà solo la sua ansia.
Come uscire da questa impasse (consigli pratici):
Applichi la regola dell'essenziale: Prenda la sua lista di compiti e isoli solo le 3 azioni macro senza le quali il trasferimento fisicamente non può avvenire (es. documenti, budget, alloggio). Sposti tutto il resto in una "Lista del Poi" e si imponga di non guardarla finché i 3 passi principali non saranno compiuti.
Ridefinisca il "chiudere per bene": Spesso pensiamo che una chiusura ottimale coincida con il lasciare tutti felici e d'accordo. Non è così. Una chiusura sana richiede onestà e chiarezza, non l'assenza di conflitto o di dispiacere. Accetti che questo cambiamento solleverà un po' di polvere.
Dovrà gestire l'ansia del distacco e a "autorizzarsi" a vivere la sua vita, imparando a tollerare il fatto che la sua felicità possa momentaneamente scontentare qualcuno.
Ha già fatto la scelta più difficile nella sua mente; ora si tratta solo di permettere alle sue gambe di camminare in quella direzione.
Un cordiale saluto,
Dott.ssa Angela Miccichè
La procrastinazione protettiva: I compiti irrilevanti o di poco conto che continua ad aggiungere alla sua lista non sono errori di valutazione, ma "ammortizzatori emotivi". Poiché il trasferimento all'estero rappresenta un salto nel vuoto e un distacco definitivo, la sua mente crea dei micro-doveri per darle l'illusione di essere in movimento, mentre in realtà sta solo posticipando il momento della rottura.
Il peso del senso di colpa relazionale: La chiave del blocco risiede nella seconda parte del suo messaggio. Il timore delle reazioni spiacevoli di famiglia e colleghi le sta creando un forte "conflitto di lealtà". Sentire il dovere di non "scuoterli troppo" la spinge a rallentare. Sta cercando di "scontare" in anticipo il senso di colpa per la sua partenza, facendosi carico delle emozioni altrui.
La responsabilità emotiva: Un principio fondamentale per sbloccarsi è ricordare che lei è responsabile delle sue scelte e del modo (rispettoso) in cui le comunicherà, ma non è responsabile delle reazioni emotive degli altri. Parenti e datori di lavoro avranno diritto a essere dispiaciuti o contrariati, ma dilazionare i passi importanti inventando scuse burocratiche non renderà il colpo meno duro per loro, prolungherà solo la sua ansia.
Come uscire da questa impasse (consigli pratici):
Applichi la regola dell'essenziale: Prenda la sua lista di compiti e isoli solo le 3 azioni macro senza le quali il trasferimento fisicamente non può avvenire (es. documenti, budget, alloggio). Sposti tutto il resto in una "Lista del Poi" e si imponga di non guardarla finché i 3 passi principali non saranno compiuti.
Ridefinisca il "chiudere per bene": Spesso pensiamo che una chiusura ottimale coincida con il lasciare tutti felici e d'accordo. Non è così. Una chiusura sana richiede onestà e chiarezza, non l'assenza di conflitto o di dispiacere. Accetti che questo cambiamento solleverà un po' di polvere.
Dovrà gestire l'ansia del distacco e a "autorizzarsi" a vivere la sua vita, imparando a tollerare il fatto che la sua felicità possa momentaneamente scontentare qualcuno.
Ha già fatto la scelta più difficile nella sua mente; ora si tratta solo di permettere alle sue gambe di camminare in quella direzione.
Un cordiale saluto,
Dott.ssa Angela Miccichè
Buonasera! Da quello che descrivi, sembra che tu abbia preso una decisione importante e molto sentita: quella di cambiare vita e avvicinarti a un progetto coerente con ciò che sei oggi. Tuttavia, invece di procedere con i passi realmente necessari, ti ritrovi spesso a fermarti su compiti secondari, poco utili o del tutto irrilevanti rispetto al tuo obiettivo. Questo crea un circolo vizioso: ti sembra di stare facendo qualcosa, ma in realtà rimandi ciò che conta davvero. A questo si aggiunge il timore di turbare famiglia e lavoro, come se dovessi proteggere gli altri dal cambiamento che hai deciso per te. Il risultato è un senso di blocco, peso e rallentamento.
Un consiglio utile potrebbe essere quello di fare chiarezza tra ciò che è davvero indispensabile e ciò che invece è solo un modo per rimandare. Potresti scegliere pochi passi concreti, semplici e realistici, e concentrarti solo su quelli, lasciando da parte tutto il resto. Sul piano emotivo, potrebbe esserti molto utile un percorso di terapia, soprattutto per lavorare sul senso di colpa, sulla paura del giudizio e sulla tendenza a bloccarti quando senti di dover “fare tutto bene”. Una terapia può aiutarti a mantenere fermo il tuo obiettivo senza perdere energia nei passaggi inutili.
Un consiglio utile potrebbe essere quello di fare chiarezza tra ciò che è davvero indispensabile e ciò che invece è solo un modo per rimandare. Potresti scegliere pochi passi concreti, semplici e realistici, e concentrarti solo su quelli, lasciando da parte tutto il resto. Sul piano emotivo, potrebbe esserti molto utile un percorso di terapia, soprattutto per lavorare sul senso di colpa, sulla paura del giudizio e sulla tendenza a bloccarti quando senti di dover “fare tutto bene”. Una terapia può aiutarti a mantenere fermo il tuo obiettivo senza perdere energia nei passaggi inutili.
Buongiorno,
quello che descrivi è molto comprensibile: da una parte senti una spinta autentica verso il cambiamento, dall’altra emerge un bisogno più silenzioso di “chiudere bene” ciò che lasci, senza creare scosse troppo forti intorno a te. Questo può generare proprio quel circolo che racconti: rimandare i passi importanti occupandoti di altro.
A volte questi “compiti secondari” non sono casuali, ma rappresentano un modo (protettivo) per gestire timori più profondi, come il senso di responsabilità verso gli altri o la paura delle loro reazioni. Non è mancanza di volontà, ma un equilibrio interno che sta cercando di mantenersi.
Potrebbe esserti utile iniziare a distinguere con gentilezza due piani: ciò che è davvero necessario per il tuo progetto e ciò che risponde invece al bisogno di rassicurare te stessa o gli altri. Non serve eliminare subito questi ultimi, ma riconoscerli sì, per non lasciare che prendano tutto lo spazio.
Procedere per piccoli passi concreti, anche imperfetti, può aiutarti a riattivare il movimento senza aspettare di “sentirti pronta del tutto”. Allo stesso tempo, darti il permesso di non poter controllare completamente le reazioni altrui può alleggerire molto il carico che senti.
Se senti che questo blocco persiste, confrontarti con un professionista può offrirti uno spazio sicuro in cui esplorare più a fondo queste dinamiche e ritrovare una direzione più libera.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
quello che descrivi è molto comprensibile: da una parte senti una spinta autentica verso il cambiamento, dall’altra emerge un bisogno più silenzioso di “chiudere bene” ciò che lasci, senza creare scosse troppo forti intorno a te. Questo può generare proprio quel circolo che racconti: rimandare i passi importanti occupandoti di altro.
A volte questi “compiti secondari” non sono casuali, ma rappresentano un modo (protettivo) per gestire timori più profondi, come il senso di responsabilità verso gli altri o la paura delle loro reazioni. Non è mancanza di volontà, ma un equilibrio interno che sta cercando di mantenersi.
Potrebbe esserti utile iniziare a distinguere con gentilezza due piani: ciò che è davvero necessario per il tuo progetto e ciò che risponde invece al bisogno di rassicurare te stessa o gli altri. Non serve eliminare subito questi ultimi, ma riconoscerli sì, per non lasciare che prendano tutto lo spazio.
Procedere per piccoli passi concreti, anche imperfetti, può aiutarti a riattivare il movimento senza aspettare di “sentirti pronta del tutto”. Allo stesso tempo, darti il permesso di non poter controllare completamente le reazioni altrui può alleggerire molto il carico che senti.
Se senti che questo blocco persiste, confrontarti con un professionista può offrirti uno spazio sicuro in cui esplorare più a fondo queste dinamiche e ritrovare una direzione più libera.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Buonasera,
da ciò che racconta non sembra mancare la motivazione: sa cosa desidera e sente che questa scelta è in linea con la persona che è oggi. Tuttavia, proprio quando si avvicina ai passi concreti verso il cambiamento, sembra emergere qualcosa che la rallenta.
Mi colpisce il fatto che lei parli della preoccupazione per le reazioni di famiglia e lavoro. Mi chiedo se una parte di questo blocco non sia legata al peso emotivo del cambiamento e alla difficoltà di lasciare un ruolo, delle abitudini o delle relazioni importanti.
A volte non procrastiniamo perché non vogliamo davvero qualcosa, ma perché una parte di noi ha bisogno di tempo per elaborare ciò che stiamo lasciando e le conseguenze che la nostra scelta avrà sugli altri.
Potrebbe essere utile chiedersi: cosa temo davvero che accada quando questo trasferimento diventerà reale?
Se sente che questa situazione continua a bloccarla, un percorso psicologico potrebbe aiutarla a comprendere meglio questo conflitto interno e a procedere verso i suoi obiettivi con maggiore serenità.
Un caro saluto,
Dott.ssa Tonia Caturano psicologa, psicoterapeuta
da ciò che racconta non sembra mancare la motivazione: sa cosa desidera e sente che questa scelta è in linea con la persona che è oggi. Tuttavia, proprio quando si avvicina ai passi concreti verso il cambiamento, sembra emergere qualcosa che la rallenta.
Mi colpisce il fatto che lei parli della preoccupazione per le reazioni di famiglia e lavoro. Mi chiedo se una parte di questo blocco non sia legata al peso emotivo del cambiamento e alla difficoltà di lasciare un ruolo, delle abitudini o delle relazioni importanti.
A volte non procrastiniamo perché non vogliamo davvero qualcosa, ma perché una parte di noi ha bisogno di tempo per elaborare ciò che stiamo lasciando e le conseguenze che la nostra scelta avrà sugli altri.
Potrebbe essere utile chiedersi: cosa temo davvero che accada quando questo trasferimento diventerà reale?
Se sente che questa situazione continua a bloccarla, un percorso psicologico potrebbe aiutarla a comprendere meglio questo conflitto interno e a procedere verso i suoi obiettivi con maggiore serenità.
Un caro saluto,
Dott.ssa Tonia Caturano psicologa, psicoterapeuta
Buongiorno,
potrebbe essere dalla situazione che descrive che la paura che sente rispetto al suo ambiente familiare e lavorativo possa bloccarla in qualche modo dalla libertà e la determinazione di agire per il suo obiettivo.
Potrebbe dover sciogliere dei nodi che le impediscono di vedere chiaramente la situazione per come la desidera e procedere serenamente verso ciò che desidera, gestendo le dinamiche relazionale con serenità intorno a lei.
potrebbe essere dalla situazione che descrive che la paura che sente rispetto al suo ambiente familiare e lavorativo possa bloccarla in qualche modo dalla libertà e la determinazione di agire per il suo obiettivo.
Potrebbe dover sciogliere dei nodi che le impediscono di vedere chiaramente la situazione per come la desidera e procedere serenamente verso ciò che desidera, gestendo le dinamiche relazionale con serenità intorno a lei.
Buonasera,
dalle sue parole emerge un aspetto molto interessante: non sembra mancarle la motivazione o la chiarezza rispetto a ciò che desidera, quanto piuttosto la difficoltà di tollerare ciò che quel cambiamento comporta.
A volte, quando una decisione è importante, la mente cerca sicurezza e inizia a costruire una lunga serie di condizioni preliminari: "prima devo sistemare questo", "prima devo chiudere quello". Questi compiti possono dare l'impressione di prepararsi al cambiamento, ma rischiano di trasformarsi in una forma di evitamento che mantiene la sensazione di blocco.
In un'ottica mindfulness potrebbe essere utile osservare con curiosità quel "timore silenzioso" di cui parla, senza cercare immediatamente di eliminarlo. Talvolta dietro il bisogno di chiudere tutto perfettamente si nascondono la paura dell'incertezza, del giudizio altrui o delle conseguenze che ogni scelta inevitabilmente porta con sé.
Forse la domanda non è cosa manca prima di partire, ma cosa accadrebbe se iniziasse a compiere piccoli passi verso il suo obiettivo portando con sé anche una quota di dubbio, paura e imperfezione.
Un caro saluto,
Dott.ssa Laura Melis
Psicologa Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale
dalle sue parole emerge un aspetto molto interessante: non sembra mancarle la motivazione o la chiarezza rispetto a ciò che desidera, quanto piuttosto la difficoltà di tollerare ciò che quel cambiamento comporta.
A volte, quando una decisione è importante, la mente cerca sicurezza e inizia a costruire una lunga serie di condizioni preliminari: "prima devo sistemare questo", "prima devo chiudere quello". Questi compiti possono dare l'impressione di prepararsi al cambiamento, ma rischiano di trasformarsi in una forma di evitamento che mantiene la sensazione di blocco.
In un'ottica mindfulness potrebbe essere utile osservare con curiosità quel "timore silenzioso" di cui parla, senza cercare immediatamente di eliminarlo. Talvolta dietro il bisogno di chiudere tutto perfettamente si nascondono la paura dell'incertezza, del giudizio altrui o delle conseguenze che ogni scelta inevitabilmente porta con sé.
Forse la domanda non è cosa manca prima di partire, ma cosa accadrebbe se iniziasse a compiere piccoli passi verso il suo obiettivo portando con sé anche una quota di dubbio, paura e imperfezione.
Un caro saluto,
Dott.ssa Laura Melis
Psicologa Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale
Grazie per la sua domanda.
Per molte difficoltà di natura emotiva, psicologica e relazionale, così come per i momenti di particolare stress, i problemi di salute o i cambiamenti importanti della vita, un percorso psicologico può rappresentare un valido aiuto.
Nel mio lavoro utilizzo un approccio orientato alla terapia breve, che spesso consente di ottenere i primi miglioramenti già dopo pochi incontri. Successivamente, il percorso prosegue con l'obiettivo di consolidare i risultati raggiunti e favorire una risoluzione stabile del problema. Nella maggior parte dei casi, il trattamento richiede mediamente circa 10 sedute.
Le consulenze sono disponibili sia in presenza sia online, per garantire la massima flessibilità.
Per ricevere maggiori informazioni o prenotare un primo colloquio, può contattarmi anche tramite WhatsApp.
Sono inoltre disponibili pacchetti promozionali di 5 incontri, al costo di 75 euro a seduta anziché 97 euro.
Cordiali saluti,
Dott. Michele Scala
Psicologo Psicoterapeuta
Per molte difficoltà di natura emotiva, psicologica e relazionale, così come per i momenti di particolare stress, i problemi di salute o i cambiamenti importanti della vita, un percorso psicologico può rappresentare un valido aiuto.
Nel mio lavoro utilizzo un approccio orientato alla terapia breve, che spesso consente di ottenere i primi miglioramenti già dopo pochi incontri. Successivamente, il percorso prosegue con l'obiettivo di consolidare i risultati raggiunti e favorire una risoluzione stabile del problema. Nella maggior parte dei casi, il trattamento richiede mediamente circa 10 sedute.
Le consulenze sono disponibili sia in presenza sia online, per garantire la massima flessibilità.
Per ricevere maggiori informazioni o prenotare un primo colloquio, può contattarmi anche tramite WhatsApp.
Sono inoltre disponibili pacchetti promozionali di 5 incontri, al costo di 75 euro a seduta anziché 97 euro.
Cordiali saluti,
Dott. Michele Scala
Psicologo Psicoterapeuta
Buongiorno. Innanzitutto complimenti per il coraggio: decidere di fare tabula rasa a 25 anni, riconoscere che la vita precedente non ti calzava più e progettare un trasferimento all'estero è un atto di grande autenticità Tuttavia, quello che descrivi – questo "resettare tutto" che poi si scontra con il freno a mano tirato dei micro-compiti irrilevanti – è un meccanismo psicologico molto comune. Proviamo a guardare insieme cosa si nasconde dietro questo circolo vizioso per capire come scardinarlo.
Nel tuo racconto emergono chiaramente due forze opposte: da un lato c'è la tua mente cosciente che vuole partire, dall'altro c'è una parte profonda di te che ha paura e, per “difendersi”, sta usando una strategia precisa: la procrastinazione strutturata.
I tre nodi emotivi che al momento ti bloccano sono:
-il timore silente del cambiamento: inventare compiti inutili, convincendoti che siano pilastri fondamentali, è il modo in cui la tua mente gestisce l'ansia dell'ignoto. Il trasferimento all'estero è un salto nel vuoto enorme. Finché rimani nella fase dei "preparativi infiniti", sperimenti l'eccitazione del progetto senza dover affrontare la paura del salto reale.
-Il mito della "chiusura perfetta": nutri l'illusione di poter chiudere questo capitolo in modo impeccabile, senza lasciare nodi irrisolti. Ma i capitoli della vita, specialmente quelli importanti, non si chiudono mai con un taglio netto; rimangono sempre dei fili sfilacciati. Aspettare la perfezione significa non partire mai.
-La responsabilità emotiva verso gli altri: questa è la chiave di volta. Scrivi: "Sento come se avessi il dovere di non scuoterli troppo". Ti stai facendo carico delle reazioni emotive della tua famiglia e dei tuoi colleghi. Stai cercando di ammortizzare un colpo che spetta a loro incassare, non a te. È una forma di senso di colpa che si traveste da premura.
Per sbloccare la situazione è fondamentale separare ciò che appartiene a te (i tuoi desideri) da ciò che appartiene agli altri (le loro reazioni). Ecco alcuni passi concreti che potrebbero essere utili per riprendere in mano il timone:
-riconosci il sabotaggio ogniqualvolta lo metti in atto;
-rifai una nuova lista e scrivi solo le 3 macro-azioni concrete e indispensabili per partire (per esempio: Trovare lavoro/casa all'estero, Comprare il biglietto, Comunicare la data del licenziamento/trasferimento)
-Restituisci la responsabilità emotiva ai legittimi proprietari:
tu hai il diritto di vivere la tua vita e cercare di diluire il cambiamento per non scuotere le persone attorno a te è un tentativo di controllo impossibile.
Spero di esserti stata utile. Buona giornata
Nel tuo racconto emergono chiaramente due forze opposte: da un lato c'è la tua mente cosciente che vuole partire, dall'altro c'è una parte profonda di te che ha paura e, per “difendersi”, sta usando una strategia precisa: la procrastinazione strutturata.
I tre nodi emotivi che al momento ti bloccano sono:
-il timore silente del cambiamento: inventare compiti inutili, convincendoti che siano pilastri fondamentali, è il modo in cui la tua mente gestisce l'ansia dell'ignoto. Il trasferimento all'estero è un salto nel vuoto enorme. Finché rimani nella fase dei "preparativi infiniti", sperimenti l'eccitazione del progetto senza dover affrontare la paura del salto reale.
-Il mito della "chiusura perfetta": nutri l'illusione di poter chiudere questo capitolo in modo impeccabile, senza lasciare nodi irrisolti. Ma i capitoli della vita, specialmente quelli importanti, non si chiudono mai con un taglio netto; rimangono sempre dei fili sfilacciati. Aspettare la perfezione significa non partire mai.
-La responsabilità emotiva verso gli altri: questa è la chiave di volta. Scrivi: "Sento come se avessi il dovere di non scuoterli troppo". Ti stai facendo carico delle reazioni emotive della tua famiglia e dei tuoi colleghi. Stai cercando di ammortizzare un colpo che spetta a loro incassare, non a te. È una forma di senso di colpa che si traveste da premura.
Per sbloccare la situazione è fondamentale separare ciò che appartiene a te (i tuoi desideri) da ciò che appartiene agli altri (le loro reazioni). Ecco alcuni passi concreti che potrebbero essere utili per riprendere in mano il timone:
-riconosci il sabotaggio ogniqualvolta lo metti in atto;
-rifai una nuova lista e scrivi solo le 3 macro-azioni concrete e indispensabili per partire (per esempio: Trovare lavoro/casa all'estero, Comprare il biglietto, Comunicare la data del licenziamento/trasferimento)
-Restituisci la responsabilità emotiva ai legittimi proprietari:
tu hai il diritto di vivere la tua vita e cercare di diluire il cambiamento per non scuotere le persone attorno a te è un tentativo di controllo impossibile.
Spero di esserti stata utile. Buona giornata
Buonasera, sarò sincera. Da quello che lei racconta sembra che si stia autosabotando da sola nel progetto di ricominciare all'estero, come se il suo inconscio le stesse dicendo:"fermati! La tua vita è qui". Probabilmente dovrebbe chiedersi se la sua sia solo una fuga o un desiderio reale, perché non le piace più la sua vita? Inoltre se lei fosse veramente convinta della sua scelta si preoccuperebbe poco delle reazioni della famiglia e del lavoro. Chi fa scelte radicali in maniera convinta di solito non si preoccupa troppo delle reazioni dei congiunti, o meglio se ne preoccupa a livello emotivo ma non si fa bloccare da queste. Forse se vuole uscire da questa impasse deve cominciare un lavoro di introspezione. Potrebbe prendere in considerazione l'idea di una psicoterapia o di qualche consultazione. Intanto potrebbe cominciare a scrivere o a fare qualcosa di artistico, di solito queste attività aiutano a rimettere in circolo l'energia e a cambiare un po' punto di vista. La saluto e le auguro una buona serata.
Gentile utente,
dalla sua lettera emerge un aspetto che merita attenzione: lei non descrive una mancanza di desiderio o di motivazione. Al contrario, sembra molto convinta della direzione che vuole dare alla sua vita e parla del progetto di trasferirsi all'estero con entusiasmo e senso di liberazione. Eppure, proprio nel momento in cui dovrebbe avvicinarsi concretamente a questo obiettivo, qualcosa la rallenta.
Questo elemento è particolarmente interessante perché suggerisce che il problema non sia tanto la decisione in sé, quanto ciò che essa rappresenta sul piano emotivo.
Spesso immaginiamo il cambiamento come un movimento lineare verso qualcosa di migliore. In realtà ogni cambiamento significativo comporta anche una perdita: lasciare una città, un lavoro, abitudini consolidate, ruoli familiari e un'identità costruita nel tempo significa inevitabilmente separarsi da parti della propria storia. Anche quando la scelta è desiderata e vissuta come positiva, può attivare sentimenti ambivalenti che non sempre riconosciamo immediatamente.
Nella sua descrizione colpisce la necessità di "chiudere bene" il capitolo attuale prima di poter andare avanti. Potrebbe essere utile interrogarsi sul significato di questa espressione. Esiste davvero una chiusura perfetta? Oppure una parte di lei sta cercando inconsapevolmente di rimandare il momento in cui il cambiamento diventerà reale?
Da una prospettiva psicodinamica, talvolta ciò che appare come procrastinazione nasconde un conflitto interno. Una parte della persona desidera procedere, mentre un'altra teme le conseguenze emotive della scelta. In questi casi la mente può produrre una serie infinita di attività apparentemente necessarie che consentono di sentirsi impegnati senza affrontare il passaggio più difficile.
Mi sembra significativo anche ciò che scrive riguardo alla sua famiglia e al lavoro. Lei parla del timore di scuoterli, di provocare reazioni spiacevoli e della sensazione di avere una sorta di dovere nei loro confronti. Forse una domanda importante potrebbe essere: quanto spazio si sente autorizzata a occupare nella sua vita senza sentirsi responsabile delle reazioni degli altri?
A volte il blocco nasce proprio da qui. Crescere e differenziarsi significa inevitabilmente deludere alcune aspettative, modificare equilibri consolidati e costringere le persone intorno a noi ad adattarsi a una nuova realtà. Non sempre è facile tollerare il disagio che questo comporta, soprattutto per chi è abituato a tenere molto conto dei bisogni altrui.
Le attività "irrilevanti" che continuano a comparire potrebbero allora essere lette non come il vero problema, ma come una soluzione temporanea a una tensione più profonda: continuare a prepararsi permette di evitare, almeno per il momento, il confronto con ciò che il cambiamento comporterà per lei e per le persone che la circondano.
Forse non è necessario completare ogni cosa prima di partire. Talvolta la vita non ci chiede di chiudere perfettamente un capitolo, ma di accettare che alcune pagine rimangano inevitabilmente aperte mentre iniziamo a scriverne di nuove.
Le riflessioni che ho condiviso hanno naturalmente un carattere generale e non possono sostituire una comprensione approfondita della sua storia personale. Se desidera esplorare più a fondo questo momento di transizione e comprendere cosa stia ostacolando il passaggio verso il cambiamento che desidera, può fissare un appuntamento tramite il mio profilo oppure contattarmi telefonicamente. Sarò lieta di offrirle uno spazio di ascolto e di riflessione dedicato.
dalla sua lettera emerge un aspetto che merita attenzione: lei non descrive una mancanza di desiderio o di motivazione. Al contrario, sembra molto convinta della direzione che vuole dare alla sua vita e parla del progetto di trasferirsi all'estero con entusiasmo e senso di liberazione. Eppure, proprio nel momento in cui dovrebbe avvicinarsi concretamente a questo obiettivo, qualcosa la rallenta.
Questo elemento è particolarmente interessante perché suggerisce che il problema non sia tanto la decisione in sé, quanto ciò che essa rappresenta sul piano emotivo.
Spesso immaginiamo il cambiamento come un movimento lineare verso qualcosa di migliore. In realtà ogni cambiamento significativo comporta anche una perdita: lasciare una città, un lavoro, abitudini consolidate, ruoli familiari e un'identità costruita nel tempo significa inevitabilmente separarsi da parti della propria storia. Anche quando la scelta è desiderata e vissuta come positiva, può attivare sentimenti ambivalenti che non sempre riconosciamo immediatamente.
Nella sua descrizione colpisce la necessità di "chiudere bene" il capitolo attuale prima di poter andare avanti. Potrebbe essere utile interrogarsi sul significato di questa espressione. Esiste davvero una chiusura perfetta? Oppure una parte di lei sta cercando inconsapevolmente di rimandare il momento in cui il cambiamento diventerà reale?
Da una prospettiva psicodinamica, talvolta ciò che appare come procrastinazione nasconde un conflitto interno. Una parte della persona desidera procedere, mentre un'altra teme le conseguenze emotive della scelta. In questi casi la mente può produrre una serie infinita di attività apparentemente necessarie che consentono di sentirsi impegnati senza affrontare il passaggio più difficile.
Mi sembra significativo anche ciò che scrive riguardo alla sua famiglia e al lavoro. Lei parla del timore di scuoterli, di provocare reazioni spiacevoli e della sensazione di avere una sorta di dovere nei loro confronti. Forse una domanda importante potrebbe essere: quanto spazio si sente autorizzata a occupare nella sua vita senza sentirsi responsabile delle reazioni degli altri?
A volte il blocco nasce proprio da qui. Crescere e differenziarsi significa inevitabilmente deludere alcune aspettative, modificare equilibri consolidati e costringere le persone intorno a noi ad adattarsi a una nuova realtà. Non sempre è facile tollerare il disagio che questo comporta, soprattutto per chi è abituato a tenere molto conto dei bisogni altrui.
Le attività "irrilevanti" che continuano a comparire potrebbero allora essere lette non come il vero problema, ma come una soluzione temporanea a una tensione più profonda: continuare a prepararsi permette di evitare, almeno per il momento, il confronto con ciò che il cambiamento comporterà per lei e per le persone che la circondano.
Forse non è necessario completare ogni cosa prima di partire. Talvolta la vita non ci chiede di chiudere perfettamente un capitolo, ma di accettare che alcune pagine rimangano inevitabilmente aperte mentre iniziamo a scriverne di nuove.
Le riflessioni che ho condiviso hanno naturalmente un carattere generale e non possono sostituire una comprensione approfondita della sua storia personale. Se desidera esplorare più a fondo questo momento di transizione e comprendere cosa stia ostacolando il passaggio verso il cambiamento che desidera, può fissare un appuntamento tramite il mio profilo oppure contattarmi telefonicamente. Sarò lieta di offrirle uno spazio di ascolto e di riflessione dedicato.
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