Buona sera , voglio raccontare le mie esperienze lavorative. Ho 42 anni e sono una persona talmente
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Buona sera , voglio raccontare le mie esperienze lavorative. Ho 42 anni e sono una persona talmente buona e gentile che non sono mai stata capace di mettere paletti, da nessuna parte e con nessuno. Il mio tasto più dolente e' il lavoro. Dopo tre anni in fabbrica decido di andare a lavorare in uno studio commercialista , non mi trovavo benissimo però per imparare ci stavo, ogni giorno "regalavo " un'ora e mezzo fino a quando il titolare si rivolge a me con queste parole : non mi sta bene che fai solo queste ore ( 9,5 al GG) tu devi stare fino alle 22:30 come la tua collega, dimentica gli amici e gli hobby tutto questo per 900 euro al mese , fuggo da li e trovo lavoro in una piccola azienda familiare dove io prendo il posto di un membro della famiglia venuto a mancare. sono stata maltrattata e non accettata per 11 anni.... Io per farmi volere bene ho fatto per questa famiglia favori lavorativi che pochi avrebbero fatto. Dopo 11anni riescono a farmi mollare nonostante ero incinta. Dopo questa esperienza sono stata per il periodo natalizio in una Onlus che io adoravo ma non sono piaciuta perché avevo legato troppo.... E a qualcuno questa cosa e' andata di traverso.... Dopo qualche mese mi chiama un commercialista a coprire una maternità, anche qui trovo due colleghe che mi hanno fatto un mobbing terribile....me ne vedo e mi chiama un altro studio. Speravo che questo fosse l'ultimo... Orario che voglio , colleghi adorabili e lavoro interessante, il problema qui era la mia titolare con chiari problemi psichiatrici. Per 5 anni ha sfogato tutte le sue frustrazioni su di me e ogni problema. Ogni cosa che succedeva se la prendeva con me e mi urlava , ai miei colleghi zero, fino a quando sono andata in bornout. Ho chiesto tregua, essere trattata meglio e avere un po' meno lavoro perché mi stava uccidendo. All' inizio e" stata felice di venirmi incontro ma poi ha cominciato di nuovo a trattarmi male e rinfacciarmi di tutto. Al che ho dato le dimissioni e a lei e" caduto il mondo addosso. In ogni posto di lavoro io ho dato tutta me stessa , non ho mai creato problemi , ho lavorato gratis durante le maternità, ho continuato ad aiutare tutti nonostante ero già licenziata o .mi ero dimessa. Ma non merito un posto di lavoro dove vedono chi sono? Perché nessuno mi apprezza. Ora non so che fare ho paura di ritrovarmi ancora nella stessa situazione . Sono veramente a pezzi.
Sara, effettivamente hai avuto una resistenza "fuori dal comune" ed è più che leggittimo avere una reazione di "burnout", ma dal momento che sei arrivata alla conclusione che non vuoi ritrovarti in situazioni analoghe al passato, anzicchè cambiare le condizioni esterne (in tutti i contesti ci sono ingiustizie o mancati riconoscimenti) puoi partire da un tuo cambiamento interiore.
Infatti, dalla descrizione della tua storia, è come se avessi un "Copione di Vita (vedere significato in Analisi Transazionale)" che ti porta a ricoprire il ruolo di "vittima" le cui motivazioni si riportano alla tua infanzia. Parallelamente è come se non riuscissi a manifestare la tua rabbia o la tua aggressività. anteponendo sempre i bisogni degli altri rispetto ai tuoi che squalifichi e sottovaluti, sminuendo il tuo "amor proprio" e svalutando la tua autostima. In ogni caso il solo fatto di aver focalizzato questo disagio è sicuramente un preludio molto positivo per un cambiamento costruttivo, facilitato attraverso una psicoterapia.
Infatti, dalla descrizione della tua storia, è come se avessi un "Copione di Vita (vedere significato in Analisi Transazionale)" che ti porta a ricoprire il ruolo di "vittima" le cui motivazioni si riportano alla tua infanzia. Parallelamente è come se non riuscissi a manifestare la tua rabbia o la tua aggressività. anteponendo sempre i bisogni degli altri rispetto ai tuoi che squalifichi e sottovaluti, sminuendo il tuo "amor proprio" e svalutando la tua autostima. In ogni caso il solo fatto di aver focalizzato questo disagio è sicuramente un preludio molto positivo per un cambiamento costruttivo, facilitato attraverso una psicoterapia.
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Buonasera,
dal racconto che porta emerge con grande chiarezza un filo conduttore doloroso ma importante: lei è una persona estremamente disponibile, responsabile, leale e orientata alla relazione, che nel tempo ha messo costantemente i bisogni degli altri prima dei propri. Queste sono qualità preziose, ma quando non sono accompagnate da confini chiari rischiano purtroppo di diventare un fattore di vulnerabilità, soprattutto in contesti lavorativi disfunzionali.
In molte delle esperienze che descrive non si tratta di una sua mancanza, ma di ambienti che hanno approfittato della sua dedizione, normalizzando richieste e comportamenti inaccettabili (sfruttamento, svalutazione, mobbing, aggressività). Il fatto che queste dinamiche si siano ripetute non significa che “il problema sia lei”, ma che probabilmente esiste uno schema relazionale profondo: il tentativo, comprensibile, di farsi accettare e voler bene attraverso il sacrificio di sé, la tolleranza e il “fare di più”, anche quando il prezzo diventa altissimo.
Il burnout che ha vissuto è un segnale molto serio: il suo corpo e la sua mente le hanno detto che così non si può più andare avanti. La domanda che pone — “perché nessuno mi apprezza?” — è dolorosa, ma forse può essere riformulata in modo più utile: come posso imparare a riconoscere il mio valore e a proteggerlo, indipendentemente dallo sguardo degli altri?
Imparare a mettere confini, a dire no, a distinguere tra disponibilità e autosacrificio non significa diventare egoisti, ma finalmente prendersi cura di sé.
La paura di ritrovarsi nella stessa situazione è comprensibile e legittima. Proprio per questo credo che ora non sia solo una questione di “trovare il lavoro giusto”, ma di fermarsi ad elaborare ciò che è accaduto, dare un senso a queste esperienze e lavorare su modalità relazionali più tutelanti. Un percorso psicologico può aiutarla a ricostruire l’autostima, uscire dal senso di colpa, riconoscere i segnali di ambienti tossici e imparare a stare nelle relazioni — anche lavorative — senza annullarsi.
Non è sbagliata, non è “troppo”. È una persona che ha dato moltissimo, spesso nel posto sbagliato. Ora è importante che qualcuno si prenda cura di lei, con competenza e rispetto. Le consiglio davvero di approfondire questa sofferenza con uno specialista, perché merita di ritrovare dignità, serenità e fiducia nel futuro.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
dal racconto che porta emerge con grande chiarezza un filo conduttore doloroso ma importante: lei è una persona estremamente disponibile, responsabile, leale e orientata alla relazione, che nel tempo ha messo costantemente i bisogni degli altri prima dei propri. Queste sono qualità preziose, ma quando non sono accompagnate da confini chiari rischiano purtroppo di diventare un fattore di vulnerabilità, soprattutto in contesti lavorativi disfunzionali.
In molte delle esperienze che descrive non si tratta di una sua mancanza, ma di ambienti che hanno approfittato della sua dedizione, normalizzando richieste e comportamenti inaccettabili (sfruttamento, svalutazione, mobbing, aggressività). Il fatto che queste dinamiche si siano ripetute non significa che “il problema sia lei”, ma che probabilmente esiste uno schema relazionale profondo: il tentativo, comprensibile, di farsi accettare e voler bene attraverso il sacrificio di sé, la tolleranza e il “fare di più”, anche quando il prezzo diventa altissimo.
Il burnout che ha vissuto è un segnale molto serio: il suo corpo e la sua mente le hanno detto che così non si può più andare avanti. La domanda che pone — “perché nessuno mi apprezza?” — è dolorosa, ma forse può essere riformulata in modo più utile: come posso imparare a riconoscere il mio valore e a proteggerlo, indipendentemente dallo sguardo degli altri?
Imparare a mettere confini, a dire no, a distinguere tra disponibilità e autosacrificio non significa diventare egoisti, ma finalmente prendersi cura di sé.
La paura di ritrovarsi nella stessa situazione è comprensibile e legittima. Proprio per questo credo che ora non sia solo una questione di “trovare il lavoro giusto”, ma di fermarsi ad elaborare ciò che è accaduto, dare un senso a queste esperienze e lavorare su modalità relazionali più tutelanti. Un percorso psicologico può aiutarla a ricostruire l’autostima, uscire dal senso di colpa, riconoscere i segnali di ambienti tossici e imparare a stare nelle relazioni — anche lavorative — senza annullarsi.
Non è sbagliata, non è “troppo”. È una persona che ha dato moltissimo, spesso nel posto sbagliato. Ora è importante che qualcuno si prenda cura di lei, con competenza e rispetto. Le consiglio davvero di approfondire questa sofferenza con uno specialista, perché merita di ritrovare dignità, serenità e fiducia nel futuro.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Spesso chi dà sempre oltre se stesso lo fa perché dentro non sente di essere “abbastanza”. Sacrificarsi per l’altro diventa un modo per sentirsi accettati, ma nelle relazioni lavorative questo può portare a sfruttamento e burnout.
Può essere utile chiedersi: “Posso mostrare le mie competenze senza annullare i miei limiti?” o “Il mio valore dipende davvero dal sacrificio?”
Mi viene da chiedermi: nelle relazioni extra-lavorative, come si approccia? Anche lì tende a dare oltre, o riesce a sentirsi amata e apprezzata anche senza sovrasforzi?
Anche nelle relazioni personali, vale la stessa riflessione: dare è bello, ma non deve diventare annullarsi. Gli altri tendono a prendere ciò che sanno di potersi prendere, osservando quanto e cosa siamo disposti a dare.
Può essere utile chiedersi: “Forse sono io che do troppo e, senza volerlo, dico agli altri che possono prendersi tutto, oltre i miei limiti?”
Riconoscere il proprio valore permette di costruire relazioni più sane, dove rispetto e apprezzamento non siano condizionati al dare tutto di sé.
Può essere utile chiedersi: “Posso mostrare le mie competenze senza annullare i miei limiti?” o “Il mio valore dipende davvero dal sacrificio?”
Mi viene da chiedermi: nelle relazioni extra-lavorative, come si approccia? Anche lì tende a dare oltre, o riesce a sentirsi amata e apprezzata anche senza sovrasforzi?
Anche nelle relazioni personali, vale la stessa riflessione: dare è bello, ma non deve diventare annullarsi. Gli altri tendono a prendere ciò che sanno di potersi prendere, osservando quanto e cosa siamo disposti a dare.
Può essere utile chiedersi: “Forse sono io che do troppo e, senza volerlo, dico agli altri che possono prendersi tutto, oltre i miei limiti?”
Riconoscere il proprio valore permette di costruire relazioni più sane, dove rispetto e apprezzamento non siano condizionati al dare tutto di sé.
Capisco quanto tu sia stanca e ferita. Da quello che racconti emerge una cosa molto chiara: sei una persona che dà tantissimo, con serietà, empatia e senso di responsabilità. Il problema non è che non vali o che non vieni vista, ma che in molti ambienti lavorativi questo tuo modo di essere è stato sfruttato.
In ogni posto sei diventata quella che regge tutto, che non dice mai no, che si fa carico anche dei problemi degli altri. Finché dai senza limiti vieni “apprezzata”, ma nel momento in cui chiedi rispetto o tregua diventi scomoda. Il burnout non è un caso: penso sia il prezzo di anni in cui ti sei messa sempre per ultima.
La paura di rivivere lo stesso schema è comprensibile, ma la chiave non è diventare dura o smettere di essere gentile. È imparare, poco alla volta, a mettere confini prima, senza aspettare di essere allo stremo e senza sentirti in colpa. Il rispetto non nasce dal sacrificio continuo, nasce dai limiti. Se vuoi, posso aiutarti a capire come riconoscere prima le situazioni a rischio ed intraprendere un percorso che non ti faccia più sentire stanchezza emotiva
In ogni posto sei diventata quella che regge tutto, che non dice mai no, che si fa carico anche dei problemi degli altri. Finché dai senza limiti vieni “apprezzata”, ma nel momento in cui chiedi rispetto o tregua diventi scomoda. Il burnout non è un caso: penso sia il prezzo di anni in cui ti sei messa sempre per ultima.
La paura di rivivere lo stesso schema è comprensibile, ma la chiave non è diventare dura o smettere di essere gentile. È imparare, poco alla volta, a mettere confini prima, senza aspettare di essere allo stremo e senza sentirti in colpa. Il rispetto non nasce dal sacrificio continuo, nasce dai limiti. Se vuoi, posso aiutarti a capire come riconoscere prima le situazioni a rischio ed intraprendere un percorso che non ti faccia più sentire stanchezza emotiva
Ciao, ho letto la tua storia e capisco quanto sia stato faticoso attraversare ambienti in cui hai dato moltissimo senza ricevere il rispetto che meritavi. Non è una tua mancanza: è un modello relazionale che ti ha portata a essere sempre disponibile, anche oltre i tuoi limiti, e che alcuni contesti hanno sfruttato.
Il punto di svolta non è cambiare lavoro, ma interrompere il vecchio schema con piccoli confini quotidiani: dire qualche “no”, non giustificarti quando chiedi una pausa, non assumerti automaticamente ciò che non ti compete. Sono passi concreti che cambiano il modo in cui gli altri ti percepiscono e, soprattutto, il modo in cui tu riconosci il tuo valore.
Meriti un ambiente che ti rispetti, ma il rispetto più importante è quello che inizi a darti tu. E se oggi riesci a vedere questi schemi, significa che hai già imparato una lezione preziosa: quella che ti permette di fare finalmente un salto in avanti.
“I confini non allontanano le persone: allontanano solo chi non sa rispettarti
Il punto di svolta non è cambiare lavoro, ma interrompere il vecchio schema con piccoli confini quotidiani: dire qualche “no”, non giustificarti quando chiedi una pausa, non assumerti automaticamente ciò che non ti compete. Sono passi concreti che cambiano il modo in cui gli altri ti percepiscono e, soprattutto, il modo in cui tu riconosci il tuo valore.
Meriti un ambiente che ti rispetti, ma il rispetto più importante è quello che inizi a darti tu. E se oggi riesci a vedere questi schemi, significa che hai già imparato una lezione preziosa: quella che ti permette di fare finalmente un salto in avanti.
“I confini non allontanano le persone: allontanano solo chi non sa rispettarti
Buongiorno, questo post parla più di se stessa e della sua famiglia più che della sua difficoltà nel lavoro. Credo che dovrebbe pensare a fare un percorso personale per imparare a mettere quei confini che cerca di mettere ed essere vista in primis dalla sua famiglia.
Buonasera, grazie per la condivisione di quanto vissuto. Dal suo racconto non sembra emergere solo una serie di brutte esperienze lavorative, ma soprattutto un modo di stare nelle relazioni che sembra ripetersi. Lei stessa dice di non riuscire a mettere paletti e che tende a dare sempre più del dovuto, a sopportare a lungo...
Il problema è che in molti contesti la grande disponibilità inizialmente viene apprezzata, ma col tempo diventa aspettata e poi pretesa. Non perché lei non abbia valore, ma perché gli altri si abituano a vederla come la persona che si adatta, regge e non si oppone.
Non è solo una questione di trovare finalmente “il posto giusto”: se non cambia il modo di proteggersi nelle relazioni lavorative, il rischio è di ritrovare dinamiche simili anche altrove e la paura che sente ora è comprensibile,
Un percorso psicologico in questi casi potrebbe aiutarla non a diventare più dura e rigida, ma più definita, cioè a mantenere la sua gentilezza senza pagare sempre un prezzo personale così alto.
Un caro saluto
Dott.ssa Simona Santoni - Psicologa
Il problema è che in molti contesti la grande disponibilità inizialmente viene apprezzata, ma col tempo diventa aspettata e poi pretesa. Non perché lei non abbia valore, ma perché gli altri si abituano a vederla come la persona che si adatta, regge e non si oppone.
Non è solo una questione di trovare finalmente “il posto giusto”: se non cambia il modo di proteggersi nelle relazioni lavorative, il rischio è di ritrovare dinamiche simili anche altrove e la paura che sente ora è comprensibile,
Un percorso psicologico in questi casi potrebbe aiutarla non a diventare più dura e rigida, ma più definita, cioè a mantenere la sua gentilezza senza pagare sempre un prezzo personale così alto.
Un caro saluto
Dott.ssa Simona Santoni - Psicologa
Buonasera, grazie per aver condiviso una storia così intensa e carica di fatica. Dalle sue parole emerge un percorso lavorativo segnato da molte delusioni, ma anche da una dedizione e da un senso di responsabilità molto forti. Si percepisce quanto abbia investito energie, impegno e disponibilità nelle relazioni professionali, con il desiderio di essere riconosciuta, apprezzata e accolta. È comprensibile che, dopo tante esperienze in cui ha dato molto senza ricevere lo stesso rispetto, possa sentirsi svuotata, scoraggiata e impaurita all’idea di rivivere dinamiche simili. Spesso le persone che hanno una grande sensibilità verso gli altri, che si definiscono buone e disponibili, sviluppano nel tempo una modalità relazionale basata sul dare molto per ottenere accettazione o serenità nel rapporto. Questo atteggiamento nasce frequentemente da valori positivi e da un forte senso etico, ma nel contesto lavorativo può esporre al rischio di essere percepite come persone che tollerano carichi eccessivi o comportamenti poco rispettosi. Non si tratta di una colpa o di una debolezza, ma di un modo di stare nelle relazioni che, se non accompagnato dalla capacità di proteggere i propri bisogni, può portare a situazioni di sfruttamento o svalutazione. Nella sua storia sembra ripetersi uno schema in cui entra in contesti lavorativi con il desiderio di integrarsi e dimostrare il proprio valore attraverso un impegno molto elevato, talvolta arrivando a sacrificare tempo, energie e benessere personale. Questo può creare, senza volerlo, una posizione in cui gli altri si abituano rapidamente a ricevere molto, fino a considerarlo normale o dovuto. Quando il riconoscimento non arriva, il senso di ingiustizia e di amarezza può diventare molto intenso, perché si accompagna alla percezione di non essere vista per ciò che si è davvero. La domanda che si pone, sul perché non venga apprezzata, è profondamente umana e comprensibile. Talvolta il punto non riguarda il valore personale o professionale, che dalle sue parole appare solido, ma il modo in cui questo valore viene presentato e difeso nelle relazioni. Imparare a stabilire limiti non significa diventare meno gentili o meno disponibili, ma dare un segnale chiaro che anche i propri bisogni hanno dignità e importanza. I limiti rappresentano una forma di rispetto verso se stessi e, paradossalmente, spesso favoriscono anche il rispetto da parte degli altri. La paura di ritrovarsi nuovamente nelle stesse situazioni è molto comprensibile, soprattutto dopo esperienze ripetute e dolorose. Questa paura può portare a sentirsi bloccati o sfiduciati rispetto al futuro lavorativo. Tuttavia, il fatto che lei riesca oggi a osservare con lucidità ciò che è accaduto rappresenta un passaggio importante, perché consente di individuare quei meccanismi che in passato si sono ripetuti e che ora possono essere affrontati con maggiore consapevolezza. Può essere utile iniziare a spostare l’attenzione dal bisogno di essere accettata a quello di sentirsi rispettata. Questo cambiamento spesso comporta un lavoro interiore nel riconoscere che il proprio valore non dipende dalla quantità di sacrificio che si offre, ma dalla propria competenza, dalla propria dignità e dalla capacità di tutelare il proprio benessere. In alcune situazioni può essere difficile tollerare il disagio che nasce quando si inizia a dire di no o a ridurre la disponibilità, perché può emergere il timore di essere rifiutati o giudicati. Con il tempo, però, questa posizione tende a costruire relazioni più equilibrate e sostenibili. Il burnout che descrive è un segnale molto importante del fatto che per lungo tempo ha portato sulle spalle un carico emotivo e lavorativo eccessivo. Quando si arriva a questo livello di esaurimento, spesso non è solo il lavoro a pesare, ma anche il senso di non essere stati riconosciuti nonostante l’impegno profuso. Dare spazio a questo dolore e a questa stanchezza può essere un passaggio necessario per recuperare energie e ridefinire il proprio modo di stare nei contesti professionali. La sua storia trasmette una grande capacità di dedizione e di cura verso gli altri, qualità preziose che non devono essere eliminate, ma integrate con una maggiore attenzione verso se stessa. Costruire relazioni lavorative in cui reciprocità e rispetto siano presenti è possibile, anche se può richiedere tempo e un percorso di crescita personale che aiuti a rafforzare la fiducia nel diritto di essere trattata con equità. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Gentile, capisco profondamente quanto dolore e stanchezza possano emergere dal suo racconto, soprattutto dopo aver dato così tanto di sé in ogni contesto senza ricevere in cambio il rispetto e il riconoscimento che meritava. Le sue parole trasmettono quanto lei sia una persona generosa, empatica e disponibile, ma anche quanto questa sua sensibilità l’abbia esposta a situazioni di sfruttamento e ingiustizia. A volte, proprio chi ha un cuore grande fa più fatica a proteggersi, a porre limiti e a distinguere dove finisce la dedizione e dove comincia il bisogno di tutelarsi. Può essere molto utile, in un momento così, avere uno spazio sicuro in cui elaborare queste esperienze, ritrovare il senso di sé e costruire nuovi confini più equilibrati — un percorso psicologico mirato in questa direzione potrebbe davvero aiutarla a recuperare energia e fiducia in se stessa, affinché possa affrontare il futuro con maggiore serenità e consapevolezza. Dott.ssa Rizzotti
Gent.ma, leggendo le sue parole avverto un senso di impotenza accompagnato da rabbia e tristezza. I lunghi periodi trascorsi in questi ambienti di lavoro insani per lei mi colpiscono molto, vista la consapevolezza della loro negatività nei suoi confronti. Ecco allora che le parole scritte nelle ultime frasi "non merito un posto di lavoro dove vedono chi sono? Perché nessuno mi apprezza" chiariscono quanto per lei sia importante essere riconosciuta in ciò che fa e per questo tentare e ritentare che gli altri se ne accorgano. Forse, più che essere riconosciuta in ciò che fa, desidererebbe essere riconosciuta per ciò che è, far capire alle persone che lei non è quella sbagliata. Forse è un desiderio che sente da diverso tempo, ma che la persona più importante non ha saputo esaudire: lei stessa. La invito a riflettere su queste mie parole e a pensare se potrebbe essere più utile per lei che gli altri la riconoscano e la rispettino o se la prima a doverlo fare sia proprio lei. Un saluto
Buongiorno,
dal suo racconto emerge una grande sofferenza, ma anche una significativa disponibilità verso gli altri, senso di responsabilità e desiderio di essere riconosciuta e apprezzata. Le esperienze che descrive, ripetute nel tempo, possono aver inciso profondamente sul suo benessere emotivo e sulla fiducia in sé stessa, portandola comprensibilmente a sentirsi stanca e scoraggiata.
Talvolta una forte tendenza a mettere i bisogni altrui prima dei propri e la difficoltà nel porre limiti chiari può esporre a situazioni lavorative sbilanciate o poco rispettose. Questo non significa che il suo valore personale o professionale sia minore, ma può indicare l’utilità di uno spazio di riflessione per comprendere meglio queste dinamiche relazionali, rafforzare l’autostima e sviluppare modalità più tutelanti nel rapporto con gli altri.
Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a elaborare le esperienze vissute, riconoscere e valorizzare le sue risorse e costruire confini più sani nelle relazioni, anche in ambito lavorativo, così da sentirsi più sicura nelle scelte future.
Se lo desidera, confrontarsi con un professionista può offrirle uno spazio protetto in cui essere ascoltata e accompagnata in questo momento di difficoltà.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
dal suo racconto emerge una grande sofferenza, ma anche una significativa disponibilità verso gli altri, senso di responsabilità e desiderio di essere riconosciuta e apprezzata. Le esperienze che descrive, ripetute nel tempo, possono aver inciso profondamente sul suo benessere emotivo e sulla fiducia in sé stessa, portandola comprensibilmente a sentirsi stanca e scoraggiata.
Talvolta una forte tendenza a mettere i bisogni altrui prima dei propri e la difficoltà nel porre limiti chiari può esporre a situazioni lavorative sbilanciate o poco rispettose. Questo non significa che il suo valore personale o professionale sia minore, ma può indicare l’utilità di uno spazio di riflessione per comprendere meglio queste dinamiche relazionali, rafforzare l’autostima e sviluppare modalità più tutelanti nel rapporto con gli altri.
Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a elaborare le esperienze vissute, riconoscere e valorizzare le sue risorse e costruire confini più sani nelle relazioni, anche in ambito lavorativo, così da sentirsi più sicura nelle scelte future.
Se lo desidera, confrontarsi con un professionista può offrirle uno spazio protetto in cui essere ascoltata e accompagnata in questo momento di difficoltà.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
Gentilissima, dal suo racconto emerge una traiettoria lavorativa lunga e faticosa, segnata da un tratto che lei stessa riconosce come centrale: la tendenza a dare moltissimo, spesso oltre il dovuto, nella speranza di essere accolta, riconosciuta e trattata con rispetto. In più contesti, invece, si è trovata esposta a richieste eccessive, svalutazioni, maltrattamenti, dinamiche persecutorie o apertamente mobbizzanti, fino ad arrivare a un punto di rottura che descrive come un: “stare a pezzi”, lei sembrerebbe infine spaventata all’idea di ripetere lo stesso copione, svuotata dall’aver investito energie, tempo e speranza senza ricevere un riscontro umano e professionale adeguato.
Lei pone una domanda che ha un peso emotivo molto rilevante: “Perché nessuno mi apprezza? Non merito un posto di lavoro dove vedono chi sono?”. È comprensibile che, dopo anni di esperienze in cui il suo impegno non è stato solo poco riconosciuto ma addirittura usato contro di lei, si sia costruito un vissuto di impotenza e di sfiducia, come se ogni nuova possibilità rischiasse di trasformarsi nell’ennesima delusione. In questi casi il dolore non riguarda soltanto il lavoro in sé, ma tocca un bisogno profondo: sentirsi legittimata, rispettata, al sicuro, senza dover “comprare” l’accettazione attraverso il sacrificio o il dover “dare”.
Sul piano pratico, è difficile e poco responsabile darle indicazioni specifiche su che lavoro cercare o quale scelta fare senza conoscerla meglio, senza sapere quali competenze desidera valorizzare, quali vincoli ha oggi e quale tipo di contesto lavorativo potrebbe essere realisticamente sostenibile cerco tuttavia di condividerle alcuni spunti generali. Mentre valuta i prossimi passi, potrebbe essere utile procedere con gradualità, senza pretendere da sé la stessa disponibilità totale di sempre, e provare a costruire da subito criteri minimi non negoziabili: orari sostenibili, confini chiari, rispetto nella comunicazione, ruolo e mansioni definite. Non perché lei debba diventare “dura”, ma perché ha il diritto di lavorare senza dover rinunciare a sé stessa.
Al di là della dimensione concreta, il punto più importante sembrerebbe essere la dimensione emotiva e relazionale. Lei descrive un pattern che si ripete: entra in un contesto, investe moltissimo, tollera oltre misura, si adatta, si assume responsabilità non sue, e nel tempo finisce per essere bersaglio o per sentirsi usata. Questo può accadere anche a persone competenti e volenterose, soprattutto quando la disponibilità diventa una modalità di protezione: “se do di più, forse mi vorranno bene, forse mi riconosceranno, forse eviterò il conflitto”. Il problema è che, in alcuni ambienti, questa qualità viene letta come assenza di confini e finisce per attirare richieste sempre più invasive. A lungo andare, ciò che nasce come gentilezza e dedizione rischia di trasformarsi in sovraccarico, risentimento, autosvalutazione e, come nel suo caso, burnout.
Per questo le suggerirei seriamente di considerare un percorso psicologico, non come “ultima spiaggia”, ma come uno spazio protetto in cui rimettere ordine, recuperare energie e soprattutto comprendere come si attivano certe dinamiche nelle relazioni di lavoro. Un lavoro terapeutico potrebbe aiutarla a riconoscere in anticipo i segnali di un contesto tossico, a distinguere tra collaborazione e sfruttamento, a tollerare il senso di colpa che spesso emerge quando si prova a dire “no”, e a costruire una modalità di assertività che non tradisca la sua identità gentile, ma la renda finalmente “autotutelante”. In parallelo, potrebbe anche restituirle una cosa che oggi sembra molto compromessa: la fiducia nel fatto che esistano contesti in cui si può essere apprezzati senza annullarsi.
Lei non è “sbagliata” perché ha dato tanto; semmai, ha pagato un prezzo altissimo per un modo di stare nelle relazioni che, in alcuni luoghi, è stato sfruttato. Il fatto che oggi sia stanca e spaventata non significa che non ci sia via d’uscita: significa che è arrivato il momento di prendersi sul serio, mettere al centro la sua salute e fare in modo che il prossimo lavoro non sia solo “un nuovo posto”, ma un’esperienza compatibile con la sua dignità e con i suoi limiti.
Lei pone una domanda che ha un peso emotivo molto rilevante: “Perché nessuno mi apprezza? Non merito un posto di lavoro dove vedono chi sono?”. È comprensibile che, dopo anni di esperienze in cui il suo impegno non è stato solo poco riconosciuto ma addirittura usato contro di lei, si sia costruito un vissuto di impotenza e di sfiducia, come se ogni nuova possibilità rischiasse di trasformarsi nell’ennesima delusione. In questi casi il dolore non riguarda soltanto il lavoro in sé, ma tocca un bisogno profondo: sentirsi legittimata, rispettata, al sicuro, senza dover “comprare” l’accettazione attraverso il sacrificio o il dover “dare”.
Sul piano pratico, è difficile e poco responsabile darle indicazioni specifiche su che lavoro cercare o quale scelta fare senza conoscerla meglio, senza sapere quali competenze desidera valorizzare, quali vincoli ha oggi e quale tipo di contesto lavorativo potrebbe essere realisticamente sostenibile cerco tuttavia di condividerle alcuni spunti generali. Mentre valuta i prossimi passi, potrebbe essere utile procedere con gradualità, senza pretendere da sé la stessa disponibilità totale di sempre, e provare a costruire da subito criteri minimi non negoziabili: orari sostenibili, confini chiari, rispetto nella comunicazione, ruolo e mansioni definite. Non perché lei debba diventare “dura”, ma perché ha il diritto di lavorare senza dover rinunciare a sé stessa.
Al di là della dimensione concreta, il punto più importante sembrerebbe essere la dimensione emotiva e relazionale. Lei descrive un pattern che si ripete: entra in un contesto, investe moltissimo, tollera oltre misura, si adatta, si assume responsabilità non sue, e nel tempo finisce per essere bersaglio o per sentirsi usata. Questo può accadere anche a persone competenti e volenterose, soprattutto quando la disponibilità diventa una modalità di protezione: “se do di più, forse mi vorranno bene, forse mi riconosceranno, forse eviterò il conflitto”. Il problema è che, in alcuni ambienti, questa qualità viene letta come assenza di confini e finisce per attirare richieste sempre più invasive. A lungo andare, ciò che nasce come gentilezza e dedizione rischia di trasformarsi in sovraccarico, risentimento, autosvalutazione e, come nel suo caso, burnout.
Per questo le suggerirei seriamente di considerare un percorso psicologico, non come “ultima spiaggia”, ma come uno spazio protetto in cui rimettere ordine, recuperare energie e soprattutto comprendere come si attivano certe dinamiche nelle relazioni di lavoro. Un lavoro terapeutico potrebbe aiutarla a riconoscere in anticipo i segnali di un contesto tossico, a distinguere tra collaborazione e sfruttamento, a tollerare il senso di colpa che spesso emerge quando si prova a dire “no”, e a costruire una modalità di assertività che non tradisca la sua identità gentile, ma la renda finalmente “autotutelante”. In parallelo, potrebbe anche restituirle una cosa che oggi sembra molto compromessa: la fiducia nel fatto che esistano contesti in cui si può essere apprezzati senza annullarsi.
Lei non è “sbagliata” perché ha dato tanto; semmai, ha pagato un prezzo altissimo per un modo di stare nelle relazioni che, in alcuni luoghi, è stato sfruttato. Il fatto che oggi sia stanca e spaventata non significa che non ci sia via d’uscita: significa che è arrivato il momento di prendersi sul serio, mettere al centro la sua salute e fare in modo che il prossimo lavoro non sia solo “un nuovo posto”, ma un’esperienza compatibile con la sua dignità e con i suoi limiti.
Cara amica, le tue parole trasudano una stanchezza che va ben oltre la fatica fisica; è la spossatezza di chi ha passato quarant'anni a costruire ponti per gli altri, dimenticandosi di costruire una casa sicura per se stessa.
Leggendo la tua storia, emerge un filo rosso chiarissimo: la tua "bontà e gentilezza" sono diventate, nel tempo, una sorta di armatura che però, invece di proteggerti, ti ha resa prigioniera. Quando scrivi che per farti voler bene hai fatto favori che pochi avrebbero fatto, o che hai lavorato gratis persino durante la maternità, descrivi un tentativo disperato di acquistare l'amore e il riconoscimento attraverso la prestazione.
In psicologia, spesso vediamo come l'incapacità di mettere paletti affondi le radici nel timore profondo che, se smettessimo di essere utili, smetteremmo di essere amabili. Questo ti ha portata ad attirare, quasi magneticamente, contesti in cui la tua disponibilità illimitata è stata scambiata per un territorio senza confini da invadere. Il mobbing, le urla della titolare, lo sfruttamento economico: sono tutte manifestazioni di un mondo esterno che non può vedere "chi sei" finché tu stessa non ti dai il permesso di esistere al di là di ciò che fai per loro.
Il burnout che hai vissuto è stato il grido di rivolta del tuo corpo. È stato il tuo sistema biologico a dirti: "Basta, questo carico non mi appartiene". Le tue dimissioni non sono state solo un atto lavorativo, ma un primo, fondamentale gesto di sopravvivenza.
Oggi ti senti a pezzi e hai paura, ed è comprensibile. Ma questo "essere a pezzi" può essere l'inizio di una nuova composizione. Non meriti solo un posto di lavoro dove ti apprezzino; meriti, prima di tutto, di abitare una vita in cui il tuo valore non dipenda da quante ore regali o da quanti soprusi riesci a sopportare in silenzio. Il cambiamento non arriverà trovando il datore di lavoro "giusto", ma iniziando a sentire dentro di te che hai il diritto di dire di no, di avere dei confini e di essere rispettata non per la tua utilità, ma per la tua dignità di donna e di persona.
Il timore di ritrovarti nella stessa situazione svanirà man mano che imparerai a sentire i tuoi piedi ben piantati a terra, capace di tracciare quel cerchio intorno a te che dice agli altri: "Fin qui puoi arrivare, oltre questo limite inizio io".
Ti auguro di trovare la forza di guardare a tutta questa fatica con estrema tenerezza, trasformandola finalmente in Flow, in un fluire che non sia più sacrificio, ma vita autentica.
Un caro saluto,
Dott.ssa Maria Pandolfo
Psicologa Clinica e della Riabilitazione ad orientamento Umanista-Bioenergetico
(Disponibile anche per consulenze online)
Leggendo la tua storia, emerge un filo rosso chiarissimo: la tua "bontà e gentilezza" sono diventate, nel tempo, una sorta di armatura che però, invece di proteggerti, ti ha resa prigioniera. Quando scrivi che per farti voler bene hai fatto favori che pochi avrebbero fatto, o che hai lavorato gratis persino durante la maternità, descrivi un tentativo disperato di acquistare l'amore e il riconoscimento attraverso la prestazione.
In psicologia, spesso vediamo come l'incapacità di mettere paletti affondi le radici nel timore profondo che, se smettessimo di essere utili, smetteremmo di essere amabili. Questo ti ha portata ad attirare, quasi magneticamente, contesti in cui la tua disponibilità illimitata è stata scambiata per un territorio senza confini da invadere. Il mobbing, le urla della titolare, lo sfruttamento economico: sono tutte manifestazioni di un mondo esterno che non può vedere "chi sei" finché tu stessa non ti dai il permesso di esistere al di là di ciò che fai per loro.
Il burnout che hai vissuto è stato il grido di rivolta del tuo corpo. È stato il tuo sistema biologico a dirti: "Basta, questo carico non mi appartiene". Le tue dimissioni non sono state solo un atto lavorativo, ma un primo, fondamentale gesto di sopravvivenza.
Oggi ti senti a pezzi e hai paura, ed è comprensibile. Ma questo "essere a pezzi" può essere l'inizio di una nuova composizione. Non meriti solo un posto di lavoro dove ti apprezzino; meriti, prima di tutto, di abitare una vita in cui il tuo valore non dipenda da quante ore regali o da quanti soprusi riesci a sopportare in silenzio. Il cambiamento non arriverà trovando il datore di lavoro "giusto", ma iniziando a sentire dentro di te che hai il diritto di dire di no, di avere dei confini e di essere rispettata non per la tua utilità, ma per la tua dignità di donna e di persona.
Il timore di ritrovarti nella stessa situazione svanirà man mano che imparerai a sentire i tuoi piedi ben piantati a terra, capace di tracciare quel cerchio intorno a te che dice agli altri: "Fin qui puoi arrivare, oltre questo limite inizio io".
Ti auguro di trovare la forza di guardare a tutta questa fatica con estrema tenerezza, trasformandola finalmente in Flow, in un fluire che non sia più sacrificio, ma vita autentica.
Un caro saluto,
Dott.ssa Maria Pandolfo
Psicologa Clinica e della Riabilitazione ad orientamento Umanista-Bioenergetico
(Disponibile anche per consulenze online)
Gentilissima, da quello che racconta in ogni esperienza lei ha dato moltissimo, spesso più del dovuto, spesso anche gratuitamente, spesso mettendo da parte sé stessa ed i suoi bisogni. Emerge l'immagine di una persona che ha investito tanto nel cercare il riconoscimento attraverso l'impegno ed il sacrificio.
La sua affermazione “perché nessuno mi apprezza” è molto dolorosa. Provo però a spostarla leggermente: è possibile che, più che non essere apprezzata, lei venga percepita come una persona che regge tutto, che non mette limiti, che si adatta sempre? Purtroppo, nei contesti lavorativi disfunzionali, chi non mette paletti spesso diventa il contenitore ideale di richieste eccessive, frustrazioni e abusi. Non perché lo meriti, ma talvolta non ci si sente legittimati a mettere davanti le proprie esigenze.
Lei stessa dice di essere “talmente buona e gentile” da non riuscire a mettere confini. Questo non è un difetto morale, ma un punto centrale delle sue tematiche relazionali. Se per sentirsi accettata ha imparato a dare, a non disturbare, a fare un passo indietro, è possibile che inconsapevolmente si inserisca in ambienti dove questo schema si ripete: lei dà, l’altro prende, finché arriva il crollo.
Il burnout non è un fallimento, è spesso il segnale che un limite interno è stato superato troppe volte. Il fatto che quando lei si dimette alle altre persone crolla il mondo addosso dice qualcosa di importante: il suo valore c’è, viene riconosciuto solo quando lei non è più disponibile, ma anche che i suoi colleghi sembrano non percepire il suo burnout.
Ora la paura di ritrovarsi nella stessa situazione è comprensibile. Forse il lavoro che la aspetta non è solo trovare un nuovo posto, ma imparare a stare in un posto in modo diverso: meno disponibile a sacrificarsi per essere accettata, più attenta ai segnali di mancanza di rispetto, più pronta a dire “questo no” prima di arrivare all’esaurimento, più connessa alla proprie risorse ed i propri bisogni.
Un percorso psicologico potrebbe aiutarla proprio su questo punto, non a diventare meno gentile, ma a integrare la gentilezza con il confine. Essere riconosciuta per ciò che è (non solo per ciò che fa) passa anche dalla capacità di mostrarsi con i propri limiti, non solo con la propria disponibilità.
Un caro saluto, Dott. Marco Squarcini
La sua affermazione “perché nessuno mi apprezza” è molto dolorosa. Provo però a spostarla leggermente: è possibile che, più che non essere apprezzata, lei venga percepita come una persona che regge tutto, che non mette limiti, che si adatta sempre? Purtroppo, nei contesti lavorativi disfunzionali, chi non mette paletti spesso diventa il contenitore ideale di richieste eccessive, frustrazioni e abusi. Non perché lo meriti, ma talvolta non ci si sente legittimati a mettere davanti le proprie esigenze.
Lei stessa dice di essere “talmente buona e gentile” da non riuscire a mettere confini. Questo non è un difetto morale, ma un punto centrale delle sue tematiche relazionali. Se per sentirsi accettata ha imparato a dare, a non disturbare, a fare un passo indietro, è possibile che inconsapevolmente si inserisca in ambienti dove questo schema si ripete: lei dà, l’altro prende, finché arriva il crollo.
Il burnout non è un fallimento, è spesso il segnale che un limite interno è stato superato troppe volte. Il fatto che quando lei si dimette alle altre persone crolla il mondo addosso dice qualcosa di importante: il suo valore c’è, viene riconosciuto solo quando lei non è più disponibile, ma anche che i suoi colleghi sembrano non percepire il suo burnout.
Ora la paura di ritrovarsi nella stessa situazione è comprensibile. Forse il lavoro che la aspetta non è solo trovare un nuovo posto, ma imparare a stare in un posto in modo diverso: meno disponibile a sacrificarsi per essere accettata, più attenta ai segnali di mancanza di rispetto, più pronta a dire “questo no” prima di arrivare all’esaurimento, più connessa alla proprie risorse ed i propri bisogni.
Un percorso psicologico potrebbe aiutarla proprio su questo punto, non a diventare meno gentile, ma a integrare la gentilezza con il confine. Essere riconosciuta per ciò che è (non solo per ciò che fa) passa anche dalla capacità di mostrarsi con i propri limiti, non solo con la propria disponibilità.
Un caro saluto, Dott. Marco Squarcini
Buonasera,
nel leggere la sua storia la sensazione non è quella di una persona “sfortunata” nel lavoro. La sensazione è quella di una persona coerente: pur cambiando ambienti, capi e colleghi, si è ripetuto sempre lo stesso tipo di relazione. E quando uno schema si ripete così tante volte, in contesti molto diversi tra loro, di solito non significa che lei abbia colpa, ma che porta con sé un modo di stare nelle relazioni che, senza volerlo, la espone sempre allo stesso ruolo.
Lei stessa lo dice con grande lucidità: non è mai riuscita a mettere paletti. Però il punto più profondo non è solo la mancanza di limiti. È il modo in cui lei cerca il riconoscimento.
In tutte le esperienze che racconta emerge un filo molto chiaro: lei prova a farsi voler bene lavorando di più, aiutando oltre il dovuto, sacrificando tempo, energie, perfino quando non è più obbligata. Lavora gratis, copre maternità, resta oltre orario, si rende indispensabile. Dentro c’è un’idea implicita: “Se do tanto, vedranno chi sono e mi terranno”.
Il problema è che nel lavoro questo meccanismo purtroppo produce l’effetto opposto.
Le persone equilibrate rispettano chi ha confini. Le persone disfunzionali si legano a chi non li ha. Non è una valutazione morale: è un meccanismo psicologico. Chi è invadente, controllante o aggressivo riconosce molto velocemente chi fatica a dire no. Non lo fa necessariamente in modo consapevole, ma percepisce disponibilità illimitata. E quando lei dà sempre, senza mai fermarsi, manda un messaggio involontario: “Posso reggere tutto”.
Così accade una cosa dolorosa: lei entra nei luoghi di lavoro come lavoratrice, ma finisce nel ruolo di “regolatore emotivo”. Diventa quella che compensa, quella che non protesta, quella su cui si scaricano tensioni, frustrazioni e carichi eccessivi. E più sopporta, più questo ruolo si consolida. Non perché non la vedano, ma perché la vedono proprio così: come la persona che terrà in piedi la situazione.
E qui tocchiamo la parte più importante: lei non sta cercando solo un lavoro. Sta cercando riconoscimento personale.
Quando scrive “non merito un posto dove vedono chi sono?”, si sente una ferita più antica del lavoro. Il bisogno non è solo economico o professionale. È il bisogno di essere scelta, riconosciuta, confermata. Per questo continua a dare anche quando viene trattata male: non sta più difendendo il posto, sta difendendo il valore che sente di avere.
Il lavoro allora diventa il luogo dove prova a dimostrare la sua dignità. Ma il valore personale non può essere ottenuto attraverso il sacrificio continuo. Anzi, il sacrificio eccessivo spesso cancella il riconoscimento, perché smette di essere percepito come un gesto e diventa la norma.
Il burnout che ha avuto non è semplicemente stanchezza: è il segnale di una struttura interiore che ha funzionato troppo a lungo in iperadattamento. Lei si adatta moltissimo agli altri, anticipa bisogni, evita conflitti, tollera molto più di quanto le fa bene. E quando finalmente prova a chiedere rispetto, arriva tardi: gli altri ormai si sono abituati a una versione di lei che regge tutto.
La sua paura adesso è molto comprensibile: teme di ritrovarsi di nuovo nella stessa situazione. Ed è una paura fondata, ma non perché il mondo del lavoro sia tutto uguale. Perché, finché non cambia la posizione interna con cui entra nelle relazioni, tenderà inconsapevolmente a ricreare contesti simili o a essere trattata nello stesso modo anche in ambienti migliori.
Il punto decisivo non è trovare “il posto giusto”. È costruire un nuovo modo di stare nel lavoro.
Lei non deve diventare dura, né smettere di essere gentile. Deve però imparare qualcosa che non coincide con la cattiveria: la delimitazione. Il rispetto non nasce dal dare tutto, nasce dal dare il giusto. Un orario rispettato, un favore ogni tanto ma non sistematico, il diritto a non spiegare troppo, il diritto a non compensare i problemi emotivi dei capi o dei colleghi. All’inizio le sembrerà quasi di essere scortese. In realtà starà solo uscendo da un ruolo.
E probabilmente sentirà anche un senso di colpa. Questo è molto importante: il senso di colpa sarà il segnale che sta cambiando, non che sta sbagliando. Per anni il suo valore si è legato all’essere disponibile. Quando smette, una parte di lei teme di non essere più amabile. Ma l’amabilità non nasce dal sacrificio, nasce dalla presenza autentica.
Lei non è “troppo buona”. È una persona che ha imparato a meritare l’accettazione prendendosi carichi eccessivi. Ora il lavoro psicologico è permettersi di essere apprezzata anche senza dover pagare continuamente un prezzo.
Visto quanto questa dinamica è radicata e quanto l’ha fatta soffrire, un percorso psicologico mirato proprio sull’assertività e sull’autostima nelle relazioni sarebbe molto utile, non perché lei abbia qualcosa che non va, ma perché ha bisogno di costruire strumenti nuovi prima di rientrare in un ambiente lavorativo. Non serve analizzare solo il passato: serve allenarsi concretamente a dire piccoli no, a tollerare la disapprovazione e a scoprire che non perde il suo valore se non salva sempre tutti.
Con calma e passo dopo passo, può davvero cambiare l’esperienza lavorativa. Non perché troverà finalmente persone perfette, ma perché inizierà a presentarsi non più come chi deve dimostrare di meritare un posto, bensì come una professionista che quel posto lo occupa di diritto. Se lo desidera, parlarne con uno psicologo può aiutarla a non affrontare da sola questa fase: spesso basta qualcuno che la accompagni mentre impara a non esaurirsi per essere accettata, ma a restare se stessa senza consumarsi.
Cordiali saluti.
Dott.Salvatore Augello.
nel leggere la sua storia la sensazione non è quella di una persona “sfortunata” nel lavoro. La sensazione è quella di una persona coerente: pur cambiando ambienti, capi e colleghi, si è ripetuto sempre lo stesso tipo di relazione. E quando uno schema si ripete così tante volte, in contesti molto diversi tra loro, di solito non significa che lei abbia colpa, ma che porta con sé un modo di stare nelle relazioni che, senza volerlo, la espone sempre allo stesso ruolo.
Lei stessa lo dice con grande lucidità: non è mai riuscita a mettere paletti. Però il punto più profondo non è solo la mancanza di limiti. È il modo in cui lei cerca il riconoscimento.
In tutte le esperienze che racconta emerge un filo molto chiaro: lei prova a farsi voler bene lavorando di più, aiutando oltre il dovuto, sacrificando tempo, energie, perfino quando non è più obbligata. Lavora gratis, copre maternità, resta oltre orario, si rende indispensabile. Dentro c’è un’idea implicita: “Se do tanto, vedranno chi sono e mi terranno”.
Il problema è che nel lavoro questo meccanismo purtroppo produce l’effetto opposto.
Le persone equilibrate rispettano chi ha confini. Le persone disfunzionali si legano a chi non li ha. Non è una valutazione morale: è un meccanismo psicologico. Chi è invadente, controllante o aggressivo riconosce molto velocemente chi fatica a dire no. Non lo fa necessariamente in modo consapevole, ma percepisce disponibilità illimitata. E quando lei dà sempre, senza mai fermarsi, manda un messaggio involontario: “Posso reggere tutto”.
Così accade una cosa dolorosa: lei entra nei luoghi di lavoro come lavoratrice, ma finisce nel ruolo di “regolatore emotivo”. Diventa quella che compensa, quella che non protesta, quella su cui si scaricano tensioni, frustrazioni e carichi eccessivi. E più sopporta, più questo ruolo si consolida. Non perché non la vedano, ma perché la vedono proprio così: come la persona che terrà in piedi la situazione.
E qui tocchiamo la parte più importante: lei non sta cercando solo un lavoro. Sta cercando riconoscimento personale.
Quando scrive “non merito un posto dove vedono chi sono?”, si sente una ferita più antica del lavoro. Il bisogno non è solo economico o professionale. È il bisogno di essere scelta, riconosciuta, confermata. Per questo continua a dare anche quando viene trattata male: non sta più difendendo il posto, sta difendendo il valore che sente di avere.
Il lavoro allora diventa il luogo dove prova a dimostrare la sua dignità. Ma il valore personale non può essere ottenuto attraverso il sacrificio continuo. Anzi, il sacrificio eccessivo spesso cancella il riconoscimento, perché smette di essere percepito come un gesto e diventa la norma.
Il burnout che ha avuto non è semplicemente stanchezza: è il segnale di una struttura interiore che ha funzionato troppo a lungo in iperadattamento. Lei si adatta moltissimo agli altri, anticipa bisogni, evita conflitti, tollera molto più di quanto le fa bene. E quando finalmente prova a chiedere rispetto, arriva tardi: gli altri ormai si sono abituati a una versione di lei che regge tutto.
La sua paura adesso è molto comprensibile: teme di ritrovarsi di nuovo nella stessa situazione. Ed è una paura fondata, ma non perché il mondo del lavoro sia tutto uguale. Perché, finché non cambia la posizione interna con cui entra nelle relazioni, tenderà inconsapevolmente a ricreare contesti simili o a essere trattata nello stesso modo anche in ambienti migliori.
Il punto decisivo non è trovare “il posto giusto”. È costruire un nuovo modo di stare nel lavoro.
Lei non deve diventare dura, né smettere di essere gentile. Deve però imparare qualcosa che non coincide con la cattiveria: la delimitazione. Il rispetto non nasce dal dare tutto, nasce dal dare il giusto. Un orario rispettato, un favore ogni tanto ma non sistematico, il diritto a non spiegare troppo, il diritto a non compensare i problemi emotivi dei capi o dei colleghi. All’inizio le sembrerà quasi di essere scortese. In realtà starà solo uscendo da un ruolo.
E probabilmente sentirà anche un senso di colpa. Questo è molto importante: il senso di colpa sarà il segnale che sta cambiando, non che sta sbagliando. Per anni il suo valore si è legato all’essere disponibile. Quando smette, una parte di lei teme di non essere più amabile. Ma l’amabilità non nasce dal sacrificio, nasce dalla presenza autentica.
Lei non è “troppo buona”. È una persona che ha imparato a meritare l’accettazione prendendosi carichi eccessivi. Ora il lavoro psicologico è permettersi di essere apprezzata anche senza dover pagare continuamente un prezzo.
Visto quanto questa dinamica è radicata e quanto l’ha fatta soffrire, un percorso psicologico mirato proprio sull’assertività e sull’autostima nelle relazioni sarebbe molto utile, non perché lei abbia qualcosa che non va, ma perché ha bisogno di costruire strumenti nuovi prima di rientrare in un ambiente lavorativo. Non serve analizzare solo il passato: serve allenarsi concretamente a dire piccoli no, a tollerare la disapprovazione e a scoprire che non perde il suo valore se non salva sempre tutti.
Con calma e passo dopo passo, può davvero cambiare l’esperienza lavorativa. Non perché troverà finalmente persone perfette, ma perché inizierà a presentarsi non più come chi deve dimostrare di meritare un posto, bensì come una professionista che quel posto lo occupa di diritto. Se lo desidera, parlarne con uno psicologo può aiutarla a non affrontare da sola questa fase: spesso basta qualcuno che la accompagni mentre impara a non esaurirsi per essere accettata, ma a restare se stessa senza consumarsi.
Cordiali saluti.
Dott.Salvatore Augello.
Buonasera,
leggendo la tua storia si sente tutta la stanchezza di una donna che ha dato tantissimo e che oggi è sfinita, non solo per il lavoro ma per il senso di ingiustizia. La domanda che fai, “non merito un posto dove vedono chi sono?”, è piena di dolore. E la risposta è sì, lo meriti. Ma c’è un passaggio importante da fare insieme, con onestà e rispetto.
Tu ti definisci “talmente buona e gentile” da non saper mettere paletti. Questa frase è la chiave di tutto. La tua bontà non è il problema. L’assenza di confini sì. Perché quando una persona non mette limiti, non sta solo dando: sta anche comunicando inconsapevolmente che può essere caricata, usata, spinta oltre. Non è colpa tua se gli altri si comportano male. Ma è tua responsabilità fermare il comportamento quando inizia.
In quasi tutti i contesti che descrivi c’è uno schema che si ripete: entri, ti impegni al massimo, dai più di quello che ti viene chiesto, lavori gratis, fai favori, cerchi di farti volere bene, sopporti oltre misura, chiedi tregua solo quando sei allo stremo, poi crolli o te ne vai. Questo parla di un bisogno profondo di riconoscimento e di approvazione che ti porta a sacrificarti troppo a lungo.
C’è una domanda scomoda ma necessaria: quando iniziavi a “regalare” ore, a fare favori straordinari, a coprire maternità gratuitamente, lo facevi davvero solo per generosità o anche per garantirti accettazione e valore? Perché se il tuo valore dipende dal dare più di tutti, finirai sempre in ambienti dove qualcuno prenderà quel surplus.
Le persone che mettono confini all’inizio spesso vengono rispettate di più. Non perché siano più brave, ma perché comunicano chiaramente fin dove si può andare. Tu invece hai dimostrato di saper reggere carichi enormi. E chi ha una struttura poco sana tende a scaricare proprio su chi regge.
Ora oltre a cercare un posto di lavoro dove vieni trattata con rispetto inizierei a cambiare punto di vista. Significa iniziare a dire no presto, non dopo cinque anni. Significa non lavorare gratis. Significa non cercare di farti amare attraverso il sacrificio. Significa tollerare il disagio di non piacere a tutti.
Mi rendo conto che non sia facile, se vuoi possiamo lavorare insieme per mettere limiti senza sentirti in colpa.
Se vuoi puoi contattarmi per un colloquio conoscitivo e cercheremo insieme di capirci di più.
Un caro saluto
Dott.ssa Bacchi
leggendo la tua storia si sente tutta la stanchezza di una donna che ha dato tantissimo e che oggi è sfinita, non solo per il lavoro ma per il senso di ingiustizia. La domanda che fai, “non merito un posto dove vedono chi sono?”, è piena di dolore. E la risposta è sì, lo meriti. Ma c’è un passaggio importante da fare insieme, con onestà e rispetto.
Tu ti definisci “talmente buona e gentile” da non saper mettere paletti. Questa frase è la chiave di tutto. La tua bontà non è il problema. L’assenza di confini sì. Perché quando una persona non mette limiti, non sta solo dando: sta anche comunicando inconsapevolmente che può essere caricata, usata, spinta oltre. Non è colpa tua se gli altri si comportano male. Ma è tua responsabilità fermare il comportamento quando inizia.
In quasi tutti i contesti che descrivi c’è uno schema che si ripete: entri, ti impegni al massimo, dai più di quello che ti viene chiesto, lavori gratis, fai favori, cerchi di farti volere bene, sopporti oltre misura, chiedi tregua solo quando sei allo stremo, poi crolli o te ne vai. Questo parla di un bisogno profondo di riconoscimento e di approvazione che ti porta a sacrificarti troppo a lungo.
C’è una domanda scomoda ma necessaria: quando iniziavi a “regalare” ore, a fare favori straordinari, a coprire maternità gratuitamente, lo facevi davvero solo per generosità o anche per garantirti accettazione e valore? Perché se il tuo valore dipende dal dare più di tutti, finirai sempre in ambienti dove qualcuno prenderà quel surplus.
Le persone che mettono confini all’inizio spesso vengono rispettate di più. Non perché siano più brave, ma perché comunicano chiaramente fin dove si può andare. Tu invece hai dimostrato di saper reggere carichi enormi. E chi ha una struttura poco sana tende a scaricare proprio su chi regge.
Ora oltre a cercare un posto di lavoro dove vieni trattata con rispetto inizierei a cambiare punto di vista. Significa iniziare a dire no presto, non dopo cinque anni. Significa non lavorare gratis. Significa non cercare di farti amare attraverso il sacrificio. Significa tollerare il disagio di non piacere a tutti.
Mi rendo conto che non sia facile, se vuoi possiamo lavorare insieme per mettere limiti senza sentirti in colpa.
Se vuoi puoi contattarmi per un colloquio conoscitivo e cercheremo insieme di capirci di più.
Un caro saluto
Dott.ssa Bacchi
Buonasera, mi dispiace che abbia dovuto vivere queste esperienze così negative fino ad ora. Lei merita di essere apprezzata e riconosciuta come tutti noi, per fare sì che accada però dovrà iniziare a farlo lei stessa, dedicandosi le attenzioni e le premure che necessita.
Gentile signora mi dispiace sinceramente per come si sente e per come è stata trattata in tutti questi anni a livello lavorativo! Lei si è trovata in ambienti lavorativi che hanno approfittato della sua estrema disponibilità a lavorare sodo e a sopperire a tutte le necessità del momento. Forse bisognerebbe interrogarsi sulla sua estrema disponibilità a compiacere le richieste degli altri anche quando sono esagerate. Questo aspetto della Sua personalità forse andrebbe indagato meglio. Credo di aver capito che ci sia da parte Sua un serio problema di autostima su cui potrebbe lavorare più approfonditamente.
Buongiorno,
comprendo la sua situazione e credo che possa esserle d'aiuto un percorso con un professionista. Alcuni professionisti hanno i primi colloqui gratuiti, magari può comprendere quale sia più adatto alle sue esigenze e alla sua situazione e sceglierne uno per il suo benessere e ritrovare il suo equilibrio.
Spero davvero che riesca a trovare una strada.
comprendo la sua situazione e credo che possa esserle d'aiuto un percorso con un professionista. Alcuni professionisti hanno i primi colloqui gratuiti, magari può comprendere quale sia più adatto alle sue esigenze e alla sua situazione e sceglierne uno per il suo benessere e ritrovare il suo equilibrio.
Spero davvero che riesca a trovare una strada.
Buongiorno,
la ringrazio per aver condiviso la sua storia con tanta sincerità. Si sente tutta la fatica, la delusione e anche il senso di ingiustizia che porta con sé dopo anni in cui ha investito energie, tempo e dedizione nei suoi lavori senza sentirsi davvero riconosciuta.
Dalle sue parole emerge una costante: il suo grande impegno, la disponibilità, il desiderio di essere apprezzata e di “farsi volere bene” anche attraverso sacrifici importanti. Questa qualità parla della sua generosità, ma allo stesso tempo sembra averla esposta a contesti in cui il suo dare è diventato qualcosa di scontato, e talvolta sfruttato.
La domanda che pone – “Perché nessuno mi apprezza?” – è comprensibile, ma forse può essere affiancata da un’altra riflessione: in che modo posso imparare a farmi rispettare prima ancora che apprezzare? Mettere confini non significa essere meno buoni, ma riconoscere il proprio valore e proteggerlo.
La paura di ritrovarsi nella stessa situazione è naturale quando si riconosce uno schema che si ripete. Potrebbe essere questo il momento non solo di cercare un nuovo lavoro, ma anche di lavorare su modalità diverse di stare nelle relazioni professionali, così da non dover più pagare il prezzo del “dare tutto” per sentirsi accettata.
Resto a disposizione,
Un caro saluto.
Dott.ssa Elena Dati
la ringrazio per aver condiviso la sua storia con tanta sincerità. Si sente tutta la fatica, la delusione e anche il senso di ingiustizia che porta con sé dopo anni in cui ha investito energie, tempo e dedizione nei suoi lavori senza sentirsi davvero riconosciuta.
Dalle sue parole emerge una costante: il suo grande impegno, la disponibilità, il desiderio di essere apprezzata e di “farsi volere bene” anche attraverso sacrifici importanti. Questa qualità parla della sua generosità, ma allo stesso tempo sembra averla esposta a contesti in cui il suo dare è diventato qualcosa di scontato, e talvolta sfruttato.
La domanda che pone – “Perché nessuno mi apprezza?” – è comprensibile, ma forse può essere affiancata da un’altra riflessione: in che modo posso imparare a farmi rispettare prima ancora che apprezzare? Mettere confini non significa essere meno buoni, ma riconoscere il proprio valore e proteggerlo.
La paura di ritrovarsi nella stessa situazione è naturale quando si riconosce uno schema che si ripete. Potrebbe essere questo il momento non solo di cercare un nuovo lavoro, ma anche di lavorare su modalità diverse di stare nelle relazioni professionali, così da non dover più pagare il prezzo del “dare tutto” per sentirsi accettata.
Resto a disposizione,
Un caro saluto.
Dott.ssa Elena Dati
Buongiorno, grazie per la sua sincera condivisione.
La situazione che descrive le causa un profondo dolore e rende il lavoro un terreno di sofferenza anziché di realizzazione, poiché la sua grande disponibilità è stata interpretata come un’assenza di confini, permettendo ad altri di approfittarsene.
Credo che in questo contesto sia fondamentale intraprendere un percorso psicologico per aiutarla a lavorare sull'assertività e sulla capacità di mettere dei limiti protettivi. Questo le permetterà di riconoscere il proprio valore e di legittimarsi il diritto a un ambiente lavorativo sano, dove la sua gentilezza sia una risorsa e non una vulnerabilità.
Un saluto.
La situazione che descrive le causa un profondo dolore e rende il lavoro un terreno di sofferenza anziché di realizzazione, poiché la sua grande disponibilità è stata interpretata come un’assenza di confini, permettendo ad altri di approfittarsene.
Credo che in questo contesto sia fondamentale intraprendere un percorso psicologico per aiutarla a lavorare sull'assertività e sulla capacità di mettere dei limiti protettivi. Questo le permetterà di riconoscere il proprio valore e di legittimarsi il diritto a un ambiente lavorativo sano, dove la sua gentilezza sia una risorsa e non una vulnerabilità.
Un saluto.
La ringrazio per aver condiviso con tanta sincerità la sua storia. Si sente tutta la fatica, la delusione e anche la sofferenza che ha dovuto attraversare in questi anni. Dopo tante esperienze in cui ha dato moltissimo – tempo, energie, disponibilità, persino lavoro non retribuito – è assolutamente comprensibile sentirsi a pezzi e domandarsi perché non venga riconosciuta per ciò che è.
Dalle sue parole emerge un filo conduttore che lei stessa ha colto: la difficoltà a mettere dei paletti. Lei si definisce una persona molto buona e gentile, e spesso questa modalità diventa una vera e propria strategia relazionale. Essere disponibili, adattarsi, dare di più, può essere un modo per sentirsi accettati, per evitare conflitti, per cercare approvazione o sicurezza. È una strategia che, probabilmente, in alcuni momenti della sua vita ha avuto una funzione importante.
Il problema è che, nel lungo periodo, questa modalità rischia di avere un costo molto alto. Se io mi adatto sempre, se non esprimo mai un limite, se continuo a dare anche quando sono stanca o ferita, l’altro può abituarsi a questo e, talvolta, può anche approfittarsene. E così lei si ritrova a dare tutto, ma a non sentirsi vista davvero. È naturale che questo generi tristezza, frustrazione e senso di ingiustizia.
Le proporrei una domanda su cui riflettere, con delicatezza: cosa teme possa accadere se non accontenta sempre gli altri? Se dice “no”, se chiede rispetto, se si ferma? A livello razionale potremmo dire “non succede nulla di grave”, ma spesso, a un livello più profondo e meno consapevole, possono emergere paure di rifiuto, di non essere più voluta, di deludere, di essere considerata “difficile”. Comprendere questa paura può essere un passaggio centrale, perché accontentare sempre gli altri non è un difetto: è una strategia di protezione. Solo che oggi, come lei stessa sta sperimentando, questa strategia le sta facendo male.
Imparare a mettere dei paletti non significa diventare meno buona o meno gentile. Significa integrare alla sua disponibilità anche il rispetto per sé stessa. È un apprendimento possibile, ma richiede consapevolezza, allenamento e spesso un sostegno.
Se sente di essere davvero molto provata, un percorso di supporto psicologico potrebbe aiutarla a comprendere meglio questi meccanismi e a costruire modalità più equilibrate, che le permettano di lavorare senza annullarsi. Non perché lei “sbagli”, ma perché merita relazioni professionali in cui il rispetto sia reciproco.
Resto a disposizione, se desidera approfondire.
Dalle sue parole emerge un filo conduttore che lei stessa ha colto: la difficoltà a mettere dei paletti. Lei si definisce una persona molto buona e gentile, e spesso questa modalità diventa una vera e propria strategia relazionale. Essere disponibili, adattarsi, dare di più, può essere un modo per sentirsi accettati, per evitare conflitti, per cercare approvazione o sicurezza. È una strategia che, probabilmente, in alcuni momenti della sua vita ha avuto una funzione importante.
Il problema è che, nel lungo periodo, questa modalità rischia di avere un costo molto alto. Se io mi adatto sempre, se non esprimo mai un limite, se continuo a dare anche quando sono stanca o ferita, l’altro può abituarsi a questo e, talvolta, può anche approfittarsene. E così lei si ritrova a dare tutto, ma a non sentirsi vista davvero. È naturale che questo generi tristezza, frustrazione e senso di ingiustizia.
Le proporrei una domanda su cui riflettere, con delicatezza: cosa teme possa accadere se non accontenta sempre gli altri? Se dice “no”, se chiede rispetto, se si ferma? A livello razionale potremmo dire “non succede nulla di grave”, ma spesso, a un livello più profondo e meno consapevole, possono emergere paure di rifiuto, di non essere più voluta, di deludere, di essere considerata “difficile”. Comprendere questa paura può essere un passaggio centrale, perché accontentare sempre gli altri non è un difetto: è una strategia di protezione. Solo che oggi, come lei stessa sta sperimentando, questa strategia le sta facendo male.
Imparare a mettere dei paletti non significa diventare meno buona o meno gentile. Significa integrare alla sua disponibilità anche il rispetto per sé stessa. È un apprendimento possibile, ma richiede consapevolezza, allenamento e spesso un sostegno.
Se sente di essere davvero molto provata, un percorso di supporto psicologico potrebbe aiutarla a comprendere meglio questi meccanismi e a costruire modalità più equilibrate, che le permettano di lavorare senza annullarsi. Non perché lei “sbagli”, ma perché merita relazioni professionali in cui il rispetto sia reciproco.
Resto a disposizione, se desidera approfondire.
Buonasera e davvero grazie per aver avuto il coraggio di raccontare la sua storia. Leggendo le sue parole si sente quanta dedizione, sensibilità e voglia di fare bene lei abbia sempre portato nel lavoro. Il problema non è che lei “non venga apprezzata”: è che spesso chi è molto disponibile e generoso finisce, senza volerlo, in contesti che approfittano di queste qualità. ( purtroppo)
Non c’è nulla di sbagliato in lei. Semmai c’è una stanchezza profonda dopo anni passati a dare tanto senza ricevere rispetto. La paura di ritrovarsi di nuovo in situazioni simili è comprensibile, ma può diventare un punto di partenza: significa che una parte di lei oggi vuole proteggersi.
Con il giusto supporto è possibile imparare a mettere confini, riconoscere prima i segnali di ambienti poco sani e scegliere realtà lavorative che sappiano vedere davvero il suo valore. Dott.Ssa Selene Scappini
Non c’è nulla di sbagliato in lei. Semmai c’è una stanchezza profonda dopo anni passati a dare tanto senza ricevere rispetto. La paura di ritrovarsi di nuovo in situazioni simili è comprensibile, ma può diventare un punto di partenza: significa che una parte di lei oggi vuole proteggersi.
Con il giusto supporto è possibile imparare a mettere confini, riconoscere prima i segnali di ambienti poco sani e scegliere realtà lavorative che sappiano vedere davvero il suo valore. Dott.Ssa Selene Scappini
Buonasera, grazie per aver condiviso questa sua personale situazione e il percorso che ha attraversato negli anni. Da ciò che racconta si sente quanto impegno, dedizione e disponibilità abbia portato in ogni esperienza lavorativa e quanto questo, invece di restituirle riconoscimento, l’abbia spesso esposta a contesti in cui si è sentita sfruttata o poco tutelata. Quando per molto tempo si tende a dare molto, a sopportare e a mettere da parte i propri limiti per cercare di essere accettati o apprezzati, può accadere che gli ambienti meno equilibrati finiscano per appoggiarsi proprio su questa disponibilità, fino a far sentire svuotati e stanchi. Non sembra tanto una questione di non meritare un luogo in cui venga vista per ciò che è, quanto di quanto spazio ha potuto concedersi per proteggersi e per riconoscere i segnali che indicavano che certe richieste o certi comportamenti stavano andando oltre ciò che per lei era sostenibile. La paura di ritrovarsi ancora nella stessa situazione è comprensibile, soprattutto dopo esperienze così ripetute, ma può diventare anche un punto di partenza per fermarsi e chiedersi cosa desidera oggi per sé, quali condizioni lavorative sente più rispettose e quali confini vorrebbe riuscire a mantenere. Darsi uno spazio per riflettere su questo, con calma e senza fretta di trovare subito una nuova collocazione, può aiutarla a ricostruire fiducia nelle proprie risorse e a individuare modalità diverse di stare nei contesti lavorativi, più tutelanti e aderenti a ciò che ha bisogno ora.
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