Domande del paziente (218)

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dr. Vittorio Penzo

    Grazie per la domanda, posta in modo molto preciso e documentato.
    Una premessa necessaria: non possiamo fornire indicazioni prescrittive o sostituirci al medico curante — anche in sua assenza, per una... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dr. Vittorio Penzo

    Grazie per la domanda — quello che descrive è un problema reale e frequente nella gestione farmacologica a lungo termine.
    Un punto fondamentale però: la calibrazione di paroxetina e Depakine non è qualcosa... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dr. Vittorio Penzo

    Le vertigini psicogene post-trauma sono un quadro riconosciuto clinicamente — spesso rientrano nel PPPD (Persistent Postural-Perceptual Dizziness), un disturbo in cui il sistema vestibolare rimane in uno... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dr. Vittorio Penzo

    Grazie per la domanda, è comprensibile che certi commenti degli amici possano generare preoccupazione.
    Sul Daparox (paroxetina): è un farmaco della classe SSRI, utilizzato da decenni nel trattamento di... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dr. Vittorio Penzo

    Grazie per aver condiviso una situazione così articolata con grande onestà. Quello che descrivi ha una logica clinica precisa che vale la pena chiarire.
    Ansia, panico e ipocondria si alimentano a vicenda... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dr. Vittorio Penzo

    Grazie per aver condiviso questa situazione — si percepisce quanto ci tieni al benessere di tuo figlio e quanto tu stia già facendo le cose giuste.
    Prima cosa importante: quello che hai fatto ieri — prendere... Altro


    Salve a tutti, sono una studentessa universitaria che ora più che mai sta avendo a che fare con pensieri che definirei "ossessivi" per quanto riguarda le relazioni sociali (amicizie, conoscenze, ecc.): dopo ogni interazione non sentita al 100% riuscita, riavvolgo continuamente nella mia testa ogni piccolo dettaglio della situazione per capire cosa avrei potuto sbagliare, cercando continue rassicurazioni, e spendendoci la notte in pianti. Oltre a questo, sospetto da sempre di essere neurodivergente/essere nello spettro autistico.
    Mi sto chiedendo quindi se non sia necessario partire da una valutazione psicodiagnostica per l'autismo/AuDHD. Ho il forte sospetto che i miei pensieri ossessivi siano il risultato di un sovraccarico cognitivo dovuto al masking e alla mancanza di strumenti adatti al mio funzionamento reale. Temo che un percorso generico, non formato sulla neurodivergenza, possa rivelarsi inefficace o invalidante, come già accaduto in passato. Dunque, quale percorso pensate sia meglio affrontare per prima (a fronte dei soldi)? Un percorso "generico" per risolvere inanzitutto i miei pensieri ossessivi, o un percorso psicodiagnostico (forse un po' più lungo?) per partire dalla radice?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dr. Vittorio Penzo

    Domanda posta in modo molto lucido e clinicamente pertinente — si vede che ci hai ragionato a fondo.
    Sul quadro che descrivi: la ruminazione post-interazione, la ricerca di rassicurazioni, i pianti notturni dopo situazioni sociali percepite come non riuscite — sono sintomi reali che stanno impattando la tua qualità di vita adesso, indipendentemente dalla causa sottostante.
    Sulla tua domanda concreta — cosa fare prima: la risposta dipende da un elemento chiave. Se i pensieri ossessivi e l'ansia sociale ti stanno limitando significativamente adesso — sonno, studio, relazioni — intervenire su quelli non è in contraddizione con una valutazione diagnostica successiva. Un percorso CBT ben condotto per ruminazione e ansia sociale porta benefici concreti anche in presenza di neurodivergenza non ancora diagnosticata.
    Detto questo, il tuo ragionamento ha una sua solidità clinica: se c'è un funzionamento autistico sottostante con masking attivo, un percorso che ignora completamente questa dimensione rischia di lavorare sui sintomi senza toccare la radice. L'hai già sperimentato in passato e hai tutto il diritto di tenerne conto.
    La soluzione più efficace in termini di risorse: cercare un professionista che abbia competenza sia in CBT che in neurodivergenza — esistono, anche se richiedono più ricerca. In quel contesto puoi fare una valutazione funzionale iniziale che orienta il percorso senza necessariamente partire da una diagnosi formale completa.
    Non è necessariamente o l'uno o l'altro — è una questione di trovare il professionista giusto che sappia tenere entrambe le dimensioni insieme.
    Un caro saluto, Dr. Vittorio Penzo.


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dr. Vittorio Penzo

    Federica, la sua è una domanda tutt'altro che insolita — è una questione che la psicologia dei media sta affrontando con crescente attenzione.
    Sul confine tra informazione e morbosità: il discrimine clinicamente... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dr. Vittorio Penzo

    Grazie per aver scritto con questa onestà e per come hai gestito il momento — scusarsi subito e riconoscere il disagio creato è la risposta corretta.
    Sul piano pratico: la sua lettura della situazione... Altro


    Salve dottori, vorrei esporvi una situazione e cercare da voi un consiglio e rassicurazione o comprensione..sono una ragazza di 26 anni, mi sono lasciata da poco diciamo qualche mese con una persona molto più grande di 20 anni, abbiamo avuto molti momenti in cui non ci trovavamo bene insieme, ma continuavamo a stare perché ci volevamo e ci tenevamo l'uno all'altro, per me molto difficile lasciarlo andare, e anche per lui, ci siamo continuati a vedere ogni tanto, e delle volte facevamo anche qualcosa, però da poco dopo che ci siamo lasciati io avveo sentito un amico con cui mi frequentavo prima di lui, mi ha sempre capita e ascoltata, sempre capito i mie stati d'animo con il mio fidanzato, o comunque c'è sempre stato anche per stare vicino e darmi consigli, lui è a distanza infatti avevamo deciso di rivederci perché io volevo rivederlo anche per parlare, stare insieme o comunque fare cose di quotidianità insieme per cui prima non avevamo avuto l'occasione, vedere la città ecc. Il punto è che io sono frenata, lui prova a baciarmi, abbracciarmi ecc, ma io non riesco, mi sento in colpa e ogni volta che cerca di, io vedo il mio ex, le cose che mi ha detto quando gli ho raccontato che mi sarei dovuta vedere con lui in amicizia perché cosi era..mi ha detto che non voleva sapere nulla di cosa sarebbe successo e se succedeva qualcosa allora lo avrei perso, che non ho avuto rispetto nei suoi confronti ecc..purtroppo ci rimango male e mi faccio molto condizionare dalle cose che le persone mi dicono..e non so perché ho questo sentimento nei suoi confronti, la paura che lui possa lasciarmi o io possa perderlo definitivamente..è come se fossi dipendente da lui? ci sto male perché non riuscirò mai a vivermi nulla, neanche questo amico che sta per un paio di giorni, perché vorrei anche solo baciarlo ma so che poi avrei il senso di colpa..ho paura di tutto, non so cosa fare e perché ho questo attaccamento al mio ex fidanzato cosi tanto..come faccio a distaccarmi, non so che fare

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dr. Vittorio Penzo

    Grazie per aver condiviso una situazione così intricata emotivamente, si percepisce quanto ti pesi.
    Quello che descrivi ha una lettura clinica abbastanza chiara: stai vivendo una combinazione di dipendenza affettiva e senso di colpa indotto. Questi due elementi insieme creano esattamente il blocco che descrivi, vuoi andare avanti ma ti senti paralizzata.
    Sul tuo ex: la relazione è finita, ma lui continua ad esercitare un'influenza forte su di te attraverso messaggi come "se succede qualcosa ti perdo". Questo tipo di affermazione, consapevolmente o no, funziona come un meccanismo di controllo che ti mantiene in uno stato di lealtà verso qualcuno con cui non stai più. Il fatto che tu sia separata ma continui a sentirti "in colpa" verso di lui è il segnale più importante.
    La dipendenza affettiva che intuisci non è debolezza, è spesso un pattern che si costruisce nel tempo in relazioni con forte squilibrio di età o potere, dove uno dei due diventa il punto di riferimento emotivo principale. Uscirne richiede tempo e lavoro su di sé.
    Una cosa concreta: il senso di colpa che provi verso l'amico non ha una base reale, sei libera, non stai tradendo nessuno. Quel senso di colpa appartiene al sistema di credenze che la relazione precedente ha costruito in te, non alla realtà attuale.
    Il passo più utile adesso è un percorso individuale di psicoterapia focalizzato su dipendenza affettiva e schemi relazionali. Non per "sbloccarti in fretta" ma per capire cosa cerchi davvero nelle relazioni e smettere di lasciar decidere agli altri cosa puoi permetterti di vivere.
    Meriti di vivere le tue esperienze senza chiedere il permesso a chi non fa più parte della tua vita. Un caro saluto, Dr. Vittorio Penzo.


    Buongiorno Gent.mi Dottori,
    vorrei un Vostro parere...non so come reagire, come comportarmi, mi trovo sempre impreparata...ho rivisto il mio ex stava parlando con suoi colleghi nel corridoio degli uffici, e siccome io dovevo attraversare per forza il corridoio (dove era fermo lui a parlare) per entrare in ufficio e lo spazio era stretto, non c'erano altre vie e gli sono dovuta passare affianco e quindi il mio braccio ha sfiorato il suo..lui non si è nemmeno spostato per farmi passare, come se non esistessi, un infantile.. so che avrei dovuto dire "permesso, scusate" per farlo spostare e farmi rispettare pero' non volevo rivolgere la parola a ne' a lui né agli altri...non capisco questi suoi dispetti dato che è stato lui a lasciarmi..Lavoriamo nella stessa università ma uffici distanti..
    una altra volta mentre parlavo con un collega, mi sono accorta che camminava di fretta a testa bassa come se fossi invisibile, come se avessi la peste..(è come se volesse sottolineare che non mi vuole, di non iludermi ma di questo ne sono consapevole)
    .il mio collega che lo conosce ma non sa la nostra situazione, gli ha dato una pacca sulla spalla in segno di saluto ed il mio ex sempre a testa bassa , ha detto un buongiorno forzato e se ne è andato di fretta..tempo fa trovandomelo di fronte, gli ho detto ciao e lui ha ricambiato con ciao (ma sembrava un ciao forzato) e ci siamo guardati negli occhi per qualche istante ma di sua iniziativa non saluta né mi rivolge sguardi..forse ha paura non so per quale motivo..nonostante per due anni non ci siamo visti né sentiti..ho evitato luoghi comuni..e nonostante io sappia che non ci potrà essere un futuro tra noi, dopo che lo incontro, sento dentro di me una agitazione, tremore, come se dentro stessi esplodendo tanto che dopo ho bisogno di sedermi..sono purtroppo timida. introversa, ansiosa e non so mai quale è il modo migliore di comportarmi con lui, mi sembra di sbagliare sempre..Grazie per i vostri pareri..Vi Auguro una Buona Pasqua.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dr. Vittorio Penzo

    Grazie per aver condiviso questa situazione con tanta precisione nei dettagli, si percepisce quanto ogni incontro pesi emotivamente.
    Quello che descrivi fisicamente, agitazione, tremore, sensazione di esplosione interna dopo gli incontri, è una risposta ansiosa classica, attivata da uno stimolo che il sistema nervoso ha ancora associato a qualcosa di emotivamente significativo. Non è debolezza, è fisiologia dell'attaccamento ancora attiva.
    Un'osservazione clinica importante: stai dedicando molta energia ad analizzare ogni suo comportamento, non si sposta, cammina a testa bassa, il ciao era forzato. Questo tipo di monitoraggio ipervigilante è comprensibile ma costoso emotivamente, e tende a mantenere vivo il legame proprio quando si vorrebbe allentarlo. Più si analizza, più si rimane agganciati.
    Sul suo comportamento: può avere mille spiegazioni, imbarazzo, disagio, carattere, ma nessuna di esse cambia la tua situazione concreta. Cercare di decodificarlo non ti dà informazioni utili, ti tiene solo in uno stato di allerta.
    Cosa può aiutarti concretamente:
    Lavorare sul corridoio e sugli incontri come esposizioni graduali, non evitarli, ma affrontarli con un piano semplice: saluto neutro, sguardo avanti, si va. La timidezza e l'ansia si riducono con l'esposizione ripetuta, non con la fuga.
    Ridurre l'analisi post-incontro, quando noti che stai ripercorrendo l'episodio, riportare l'attenzione su qualcosa di concreto e presente.
    Il contesto lavorativo condiviso rende tutto più complicato, un percorso psicoterapeutico individuale, anche breve, potrebbe darti strumenti pratici per gestire questi incontri senza che ti costino così tanto.
    Buona Pasqua anche a lei. Un Caro saluto, Dr. Vittorio Penzo.


    Domande su colloquio psicologico

    Salve io sono un uomo di 42 anni 2 mesi fa ho fatto venire qui da me una ragazza ucraina e sua figlia.
    Adesso ho un serio problema lei è diventata sempre più arrabbiata con me perché dice che io sono un leone nei suoi confronti e non si fida di nessuno neanche dei medici qui nella mia città Alessandria.
    In questo momento stiamo affrontando una settimana difficile perché abbiamo scoperto che lei è incinta e ha voluto interrompere la gravidanza ieri ha preso la prima pillola ed oggi ha avuto un attacco di rabbia nei miei confronti dicendomi che sono uno stupido un leone che con me nessuno sarà mai felice....io non le ho mai fatto mancare niente ma è da molti giorni che non parliamo più stiamo in silenzio tutto il giorno gli unici momenti che parliamo è quando lei ha questi attacchi di rabbia ...ieri si è arrabbiata perché le ho chiesto come si sentiva fisicamente dopo aver preso la prima pastiglia...
    Vi prego aiutatemi a capire come comportarmi e come aiutarla

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dr. Vittorio Penzo

    Grazie per aver scritto, si percepisce che stai cercando genuinamente di fare la cosa giusta in una situazione molto difficile.
    Prima di tutto: il contesto di lei. Una donna che ha lasciato il suo paese in guerra, si trova in una città straniera, non si fida del sistema medico locale, e sta affrontando un'interruzione di gravidanza, è sotto un peso emotivo enorme. La rabbia che esprime, anche se ti fa male, è quasi certamente l'unico canale che ha in questo momento per scaricare una sofferenza che non riesce a gestire altrimenti. Non giustifica le parole offensive, ma le spiega.
    Sul tuo comportamento concreto adesso:
    La cosa più utile che puoi fare è ridurre al minimo le richieste e le domande, anche quelle premurosi come "come ti senti fisicamente" possono essere vissute come pressione quando si è in uno stato di sopraffazione emotiva. Presenza silenziosa e disponibilità senza aspettative è spesso più efficace delle parole.
    Evita di difenderti o spiegare durante gli attacchi di rabbia, non è il momento in cui può ascoltarti. Puoi dire con calma "capisco che stai soffrendo, sono qui" e non aggiungere altro.
    Un punto importante per te: stai assorbendo molta ostilità e probabilmente ti senti solo e incompreso in questa situazione. Anche il tuo benessere conta, non puoi sostenere qualcuno a lungo se tu stesso sei esausto emotivamente.
    Guardando avanti: quando il momento acuto sarà passato, una mediazione con uno psicologo o uno spazio di coppia strutturato potrebbe aiutarvi a costruire una comunicazione più funzionale, specialmente con la barriera culturale e linguistica che avete.
    Hai fatto bene a chiedere aiuto.
    Un caro saluto, Dr. Vittorio Penzo.


    Un ragazzo non mi parla più da circa 2 mesi perché l ho ferito nel suo ego...ma ogni qual volta mi vede o dice a bassa voce parole offensive o cambia strada. Mi ha detto che non mi calcola eppure anche se gli faccio un brutto effetto comunque le sue reazioni vogliono dire che ho potere su di lui altrimenti gli sarei stata indifferente veramente. Cosa vuol dire in verità il suo modo di fare?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dr. Vittorio Penzo

    Questa è una delle domande più oneste e sofisticate che si possano portare in terapia. Merita una risposta altrettanto diretta.
    No, non sei "bacata". Cinismo, pessimismo e pensiero analitico non sono patologie — sono stili cognitivi che in molti contesti funzionano bene e danno una lettura lucida della realtà. Il problema clinico non è il pessimismo in sé, ma il fatto che tu stia chiedendo se c'è qualcosa che non va in te — il che suggerisce che qualcosa ti pesa davvero, al di là della libertà che descrivi.
    Un punto che vale la pena esplorare: dici di trovare "libertà e sazietà" nel pessimismo, ma anche che hai fatto più percorsi terapeutici. Le persone che stanno davvero bene nel loro sistema non cercano ripetutamente aiuto. Questo non è un giudizio è un'osservazione clinica che potrebbe valere la pena guardare.
    Riguardo alla "guarigione": hai ragione che il modello standard, diventare ottimista, funzionale, soddisfatta ,può essere una premessa sentimentale e non adatta a te. La CBT moderna, e ancora di più l'ACT, non chiede di cambiare come ti senti o cosa pensi, ma di capire se il tuo modo di stare nel mondo ti porta verso quello che conta per te qualunque cosa sia.
    La domanda clinica reale non è "devo diventare ottimista?" ma "cosa voglio davvero, indipendentemente da quello che gli altri si aspettano?"
    Se non hai ancora esplorato l'ACT in modo approfondito, potrebbe essere l'approccio più compatibile con il tuo stile, non chiede di credere a premesse che trovi false.
    Un caro saluto, Dr. Vittorio Penzo.


    Salve, chiedo consiglio a voi per una "situationship" (perdonatemi il termine ma non saprei come chiamarla), che va avanti da ormai 5 mesi. Stiamo molto bene insieme, ci si diverte, si fa tanto sesso e si hanno momenti romantici. Insomma, vista da fuori potrebbe sembrare una relazione. Relazione che però nella realtà non è poiché pecca di etichetta, ovvero io e lui nel concreto non siamo fidanzati. Ho un piccolo dubbio però che mi sorge spesso quando siamo insieme, io noto che molto spesso io cerco il bacio a stampo casuale, ad esempio: l'altro giorno eravamo su questa panchina di fronte ad un bellissimo panorama, io avevo tanta voglia di baciarlo, ma noto che quando provo a dargli un bacio a stampo, lui, me lo da, ma comunque lo vedo un po' "restio" nel darmelo. Al contrario, lui molto spesso mi da dei baci sulla fronte, sulla guancia, ma poco sulle labbra, è molto fisico ma nei baci è sempre strano. E questo suo comportamento mi fa sorgere i dubbi perché penso "Se gli piaccio perché non mi da baci? Quindi non gli piaccio?" e quindi poi svariate volte io evito di dargli baci per "paura" che lui me li eviti o me li dia così come "contentino"
    Io so per certo che lui tiene a me, ma non riesco a capire se davvero non mi vede oltre ad un'amica a cui tiene tanto e nel mentre fa del sesso.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dr. Vittorio Penzo

    Grazie per la domanda, il termine "situationship" è perfettamente comprensibile e descrive una dinamica sempre più comune.
    Quello che descrivi ha una logica emotiva chiara: stai in una relazione senza definizione, e l'assenza di etichetta crea un terreno fertile per interpretazioni ambigue di ogni comportamento. Il bacio sulla fronte sì, sulle labbra no, diventa un segnale da decodificare costantemente, con il risultato di aumentare l'ansia e ridurre la spontaneità.
    Dal punto di vista CBT stai già descrivendo un circolo vizioso preciso: noti la reticenza → interpreti come "non gli piaccio" → eviti di cercare il bacio per proteggerti → lui riceve meno iniziative → la distanza aumenta → la reticenza si conferma. L'evitamento che metti in atto per non soffrire finisce per alimentare esattamente il dubbio da cui vuoi proteggerti.
    Il vero nodo però non è il bacio, è che cinque mesi di intimità fisica, momenti romantici e tempo condiviso senza una definizione chiara stanno generando in te un bisogno legittimo di capire dove sei. Questo bisogno merita una risposta diretta, non interpretazioni comportamentali.
    La cosa più utile che puoi fare non è analizzare i suoi baci ma avere una conversazione esplicita su cosa siete l'uno per l'altra. Non per "etichettare a tutti i costi" ma per smettere di vivere in un'ambiguità che ti costa energia ogni volta che siete insieme.
    Se l'idea di quella conversazione ti spaventa molto, vale la pena esplorare perché, spesso la difficoltà a chiedere chiarezza dice qualcosa di importante su di noi, non solo sull'altro.
    Un caro saluto, Dr. Vittorio Penzo.


    Ho affrontato più percorsi di terapia diversi ma mi assilla sempre un pensiero: potrò diventare produttiva e funzionale sforzandomi e trovando tutte le strategie utili del caso, ma quello che sento davvero è incompatibile con l'idea di "guarigione" che avevo e che in genere gli altri si aspettano da me. Sono cinica e pessimista e analitica e sinceramente non trovo motivi per cambiare al di fuori di compiacere gli altri. Per non essere etichettata come arida o misantropa o ribelle. Devo considerarmi bacata o provare l'ennesimo nuovo approccio e cercare di internalizzare tutte quelle premesse che trovo sentimentali e banalizzanti e basta? Trovo molta libertà e sazietà nel pessimismo ma evidentemente le persone che mi criticano vogliono spingermi a mirare ad altro come una specie di imperativo biologico naturale che non ho mai provato

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dr. Vittorio Penzo

    Questa è una delle domande più oneste e sofisticate che si possano portare in terapia. Merita una risposta altrettanto diretta.
    No, non sei "bacata". Cinismo, pessimismo e pensiero analitico non sono patologie — sono stili cognitivi che in molti contesti funzionano bene e danno una lettura lucida della realtà. Il problema clinico non è il pessimismo in sé, ma il fatto che tu stia chiedendo se c'è qualcosa che non va in te, il che suggerisce che qualcosa ti pesa davvero, al di là della libertà che descrivi.
    Un punto che vale la pena esplorare: dici di trovare "libertà e sazietà" nel pessimismo, ma anche che hai fatto più percorsi terapeutici. Le persone che stanno davvero bene nel loro sistema non cercano ripetutamente aiuto. Questo non è un giudizio è un'osservazione clinica che potrebbe valere la pena guardare.
    Riguardo alla "guarigione": hai ragione che il modello standard ovvero diventare ottimista, funzionale, soddisfatta, può essere una premessa sentimentale e non adatta a te. La CBT moderna, e ancora di più l'ACT, non chiede di cambiare come ti senti o cosa pensi, ma di capire se il tuo modo di stare nel mondo ti porta verso quello che conta per te qualunque cosa sia.
    La domanda clinica reale non è "devo diventare ottimista?" ma "cosa voglio davvero, indipendentemente da quello che gli altri si aspettano?"
    Se non hai ancora esplorato l'ACT in modo approfondito, potrebbe essere l'approccio più compatibile con il tuo stile, non chiede di credere a premesse che trovi false.
    Un caro saluto, Dr. Vittorio Penzo.


    salve dottori, ho un problema con la mia attuale ragazza che non mi fa vivere bene la relazione, siamo io e 2 miei amici a una serata in discoteca e noto questa ragazza la serata finisce lì, solo che il mio amico manda la richiesta su instagram a lei senza però scriverle, passano 4 giorni e il mio amico letteralmente le scrive un messaggio rispondendo a una nota di vederci in gruppo una sera, la sera stessa appena conosciuti tutti e presentati lei però si bacia con lui si frequentano 1 settimana finiscono anche in macchina insieme post serata però senza avere rapporti perché a detta sua lei non voleva, (anche se per me per andarci in macchina l’intenzione c’è) fatto sta che dopo io e lei ci avviciniamo inizialmente in amicizia ma poi scatta qualcosa in ambito sentimentale e lei diventa pazza di me arrivando pure a venire sotto casa mia più volte nonostante i miei rifiuti, ora io non so che fare perché ci sto benissimo con questa ragazza ma l’idea che non mi abbia scelto inizialmente mi logora dentro e mi fa stare male, poi aggiungo anche il fatto che per me lei è una facile perché si è baciata con lui appena conosciuti e ha avuto rapporti con uno dopo solo 2 uscite e non è quello che cerco in una ragazza ma ormai ci tengo troppo, io ne ho parlato con lei di tutto e dice che inizialmente preferiva me al mio amico, ma la sua amica era interessa a me e quindi non ha voluto interferire, anche se non ha molto senso perché mi ha sempre dato versioni diverse e in più non c’era motivo di lasciarmi alla sua amica, lei dice che ha sempre puntato me e che tuttora vuole solo me e me lo dimostra sinceramente, non so che fare perché io ci sto male perché non è quello che cerco in una ragazza, il fatto che sia stata facile lei lo giustifica dicendo che era appena uscita da un ex tossico e voleva divertirsi, ma per me ha poca differenza perché non siamo animali e si pensa prima di agire

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dr. Vittorio Penzo

    Grazie per aver condiviso una situazione così personale. Provo a darti una lettura clinica utile.
    Quello che stai vivendo ha un nome preciso: stai sperimentando una combinazione di gelosia retrospettiva e pensieri intrusivi legati al passato della tua ragazza. Non è raro, ma quando diventa logorante al punto da non farti vivere bene la relazione, merita attenzione.
    Dal punto di vista CBT, ci sono due livelli da distinguere:
    Il primo riguarda i pensieri automatici , "è facile", "non mi ha scelto subito", "le sue intenzioni erano chiare". Questi pensieri hanno una loro logica emotiva, ma contengono distorsioni cognitive come il giudizio globale di una persona da episodi isolati e il confronto con il passato come misura del presente.
    Il secondo riguarda i valori personali, hai un'idea chiara di cosa cerchi in una partner, ed è legittimo. La domanda clinicamente rilevante non è se hai torto o ragione, ma se questa ragazza, così com'è, è compatibile con quello che vuoi davvero. Questo è separato dal quanto ci tieni.
    Un punto diretto: il disagio che senti non si risolve cercando versioni coerenti del passato da lei, probabilmente non arriverai mai a una risposta che ti soddisfi pienamente, perché il problema non è la sua spiegazione, ma il tuo schema di elaborazione della situazione.
    Cosa può aiutare: un percorso breve di psicoterapia CBT focalizzato su gelosia e schemi relazionali può darti strumenti concreti per decidere con più chiarezza, non se restare o andare, ma da dove stai prendendo questa decisione.
    Un caro saluto, Dr. Vittorio Penzo.


    Salve dottori vi vorrei porre una domanda ma quando una persona è normale e quando no? Quando una cosa è normale e quando è patologica ? Mi spiego meglio io ad esempio sono molto sereno della mia vita affronto anche le difficoltà che mi presentono con molta calma e serenità , ad esempio anche con la memoria io credo di avere una buona memoria mi ricordo molte cose anche sé altre e me li dimentico volevo sapere quando è normale e quando è patologico , e in ultimo io leggo molti forum di psicologia ma ancora non sono mai andato da un professionista a volte mi confronto con un amico psicologo ma molto informale so che un professionista è molto d aiuto ma io non è ho mai sentito la necessità questo è un errore ? Dovrei andare ogni volta da un professionista per qualsiasi minimo dubbio? Perché io li risolvo le cose ma non è un metodo che forse usate voi professionisti grazie per un vostro chiarimento

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dr. Vittorio Penzo

    Domanda interessante e più profonda di quanto sembri.
    Quando qualcosa diventa clinicamente rilevante, la distinzione non è tra "normale" e "anormale" in assoluto, ma si basa su tre criteri principali: se il sintomo o il comportamento causa sofferenza soggettiva, se compromette il funzionamento (lavoro, relazioni, vita quotidiana), e se persiste nel tempo oltre una reazione comprensibile agli eventi. Dimenticare alcune cose non è patologico, tutti lo facciamo. Dimenticare in modo progressivo e invalidante è diverso.
    Sul suo caso specifico: quello che descrive, serenità, capacità di affrontare le difficoltà, buona memoria con normali dimenticanze, non suona come qualcosa che richiede un intervento professionale. Sembra un funzionamento adeguato.
    Riguardo allo psicologo: no, non è un errore non andarci se non se ne sente il bisogno. Lo psicologo non è una figura da consultare per qualsiasi dubbio esistenziale, è utile quando c'è una sofferenza concreta, persistente, che non si riesce a gestire autonomamente o che limita la qualità della vita.
    Un piccolo spunto però: leggere forum di psicologia può essere utile ma anche fuorviante, tende ad esporre ai casi problematici, creando l'impressione che certi stati siano più comuni o gravi di quanto siano. Il confronto informale con il suo amico psicologo è probabilmente più calibrato.
    Se sta bene e funziona, non ha bisogno di "aggiustarsi".
    Un caro saluto, Dr. Vittorio Penzo.


    Salve, sto attraversando un periodo “buio” nella relazione di convivenza con la mia compagna.
    Conviviamo da 13 anni, abbiamo un figlio di 6 anni ed abbiamo fatto i nostri sbagli e avuto i nostri alti e bassi nella relazione, ma recentemente la mia compagna mi ha comunicato di non essere felice ed avere dubbi sui sentimenti nei miei confronti.
    Questo pare sia dovuto a tante piccole cose che nel tempo le hanno dato fastidio, non riesce ad essere se stessa per paura di non so cosa e ora è arrivata ad essere “piena” e forse anche un pochino chiusa in se stessa.
    Per me è stato un fulmine a ciel sereno, arrivato cosi dal niente e invece a quanto pare è una situazione che si porta avanti da tempo, senza che io mi accorgessi di niente e senza che lei ne parlasse con me per cercare una soluzione. Ovviamente mi sento vuoto, sconfitto, ma anche speranzoso che la situazione possa risolversi positivamente per poter tornare ad essere la famiglia che eravamo, anzi forse anche migliore andando a correggere quelli aspetti che potrebbero aver portato a questa situazione.
    La mia più grande paura è ovviamente la sofferenza che potrebbe avere il bimbo, ma anche il fatto di “buttar via” quello che è stato costruito con fatica e impegno in tutti questi anni.
    Non credo di averle mai fatto mancare niente, anzi è sempre stata libera di fare le sue cose, anche se alcune mi creavano delle preoccupazioni/perplessità che non ho mai nascosto, ma lei spesso ignorato.
    Io mi sono reso più che disponibile a cercare di trovare una soluzione, a lavorare su noi per cercare di migliorare sugli aspetti che hanno portato a questo e ho teso la mano, ma da parte sua non capisco se questa volontà ci sia o meno, come se fosse intrappolata in un limbo e non riesco a comprendere come sia possibile questa freddezza dopo 13 anni e una famiglia costruita.
    Sto cominciando ad avere grandi dubbi, tipo che sia stata con me fino ad oggi, nonostante questo suo “disagio”, solo per comodità e per paura di non restare sola, visto che i genitori vivono in un altro stato e quindi di essere stato utilizzato e preso in giro.
    Come dovrei comportarmi adesso? Potremmo provare ad intraprendere inizialmente un percorso di coppia insieme ed eventualmente, se reputato necessario, in seguito anche singolarmente per poter affrontare questa problematica che stiamo vivendo?
    Grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dr. Vittorio Penzo

    Grazie per aver condiviso una situazione così delicata con chiarezza e onestà. Si percepisce tanto dolore ma anche una genuina volontà di capire e lavorarci.
    Quello che descrive è clinicamente riconoscibile: un partner che ha accumulato insoddisfazione in silenzio fino al punto di saturazione, mentre l'altro non percepiva segnali. Non è necessariamente malafede, spesso è un pattern comunicativo che si consolida nel tempo, dove uno tende a non esprimere i bisogni e l'altro non ha strumenti per leggerli.
    Riguardo ai dubbi che stai sviluppando, "sono stato usato", "era solo comodità", è importante riconoscerli come pensieri comprensibili in un momento di dolore acuto, ma non necessariamente accurati. Interpretare 13 anni di relazione attraverso il filtro di questa crisi porta quasi sempre a letture distorte. Questo non significa che tutto vada bene, ma che vale la pena non decidere adesso cosa è stato realmente.
    Sul percorso di coppia: sì, è la scelta più sensata in questa fase, a condizione che entrambi ci entrino con una minima apertura. La terapia di coppia non serve a convincere l'altro a restare, serve a creare uno spazio strutturato dove entrambi possano dire cose che nella vita quotidiana non riescono a dirsi, e capire insieme se c'è ancora qualcosa su cui lavorare.
    Un punto concreto: il fatto che lei sia in un "limbo" non è necessariamente chiusura definitiva, può essere disorientamento. Ma ha bisogno di spazio per chiarirsi, non di pressione. La disponibilità che hai mostrato è giusta, adesso il passo successivo è proporre concretamente un percorso di coppia, senza aspettarsi che sia lei a farlo.
    Il figlio è una preoccupazione legittima, ma i bambini soffrono più dal conflitto cronico che da una separazione gestita bene, tenerlo a mente aiuta a fare scelte più lucide in entrambe le direzioni.
    Un caro saluto, Dr. Vittorio Penzo.


    salve dottori, sono in una situazione in cui non capisco e non so cosa fare nel concreto..sono una ragazza di 25 anni, mi sono lasciata con il mio fidanzato (lui più grande di 20 anni), per vari motivi, tra cui non riuscivamo a comunicare, perché lui non voleva le discussioni, vuole stare tranquillo nella relazione, quando io invece voglio avere il confronto, discutere ecc, dall'altra parte avevo riniziato a sentirmi con un amico con cui mi ero frequentata a distanza qualche anno prima, siamo sempre rimasti in buoni rapporti, ci sono semrpe stata per lui e lui mi ha sempre ascoltato e capito ecco..ci siamo rivisti in amicizia un pò di giorni fa, diciamo che ho avuto un senso di colpa nei confronti dell'ex perché comunque ci vedevamo ancora e qualcosa ancora c'è tra me e lui, però vedendo questo amico diciamo che c'è stato qualche bacio, mi sento in colpa perché il mio ex mi ha detto che se fosse successo qualcosa l'avrei perso per sempre ecc..il punto è che sto seguendo un percorso con un professionista, solo che non lo so, non trovo le risposte, mi ha fatto fare un esercizio diciamo di rappresentare la relazione con il mio ex, e comunque si è capito che non mi sento in una relazione e neanche con il mio amico, diciamo che questo mi ha un pò lasciato cosi cosi..non me lo aspettavo ecco, in più mi dice sempre di vedere me, e ciò che provo e sento io, perché parlo sempre delle due parti e dell'esterno, mai di me e di come sto io..però è difficile e quello che vorrei sono cose concrete e non so come fare, vorrei più consigli, ad esempio anche come rapportarmi con il mio ex se lui vuole ancora stare con me, ma io non lo so..se magari voglio ancora vedere questo amico e anche se succede qualcosa..cioè non so come comportarmi e cosa sento non lo so..come posso avere consigli o qualcosa di concreto in modo da capire di più?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dr. Vittorio Penzo

    Grazie per aver scritto con tanta onestà.
    Una cosa prima di tutto: hai già un percorso terapeutico in corso — questo è il contesto giusto per quello che stai vivendo. Quello che posso offrirti qui è necessariamente limitato rispetto a quello.
    Sul senso di confusione che descrivi: non sapere cosa senti, non riuscire a rispondere alla domanda "cosa voglio io?" non è un difetto — è spesso il risultato di relazioni in cui ci si è abituati a regolarsi sull'altro piuttosto che su se stessi. Il tuo terapeuta ti sta chiedendo esattamente questo, e la difficoltà che provi a rispondere è già un'informazione clinica importante.
    Una cosa concreta: quando ti chiedi "cosa faccio con l'ex, cosa faccio con l'amico" stai cercando una risposta comportamentale a una domanda che è ancora emotivamente aperta. Le risposte concrete arrivano dopo che si chiarisce cosa si sente — non prima. Forzare una decisione adesso, senza quella chiarezza, porta quasi sempre a ripetere gli stessi pattern.
    Sul volere "cose concrete" dalla terapia: è legittimo dirlo apertamente al tuo terapeuta nella prossima seduta — esattamente come lo hai scritto qui. Digli che ti senti persa, che fatichi con gli esercizi esplorativi e che hai bisogno di strumenti più pratici. Un buon terapeuta può adattare l'approccio.
    Quella conversazione vale più di qualsiasi consiglio esterno.
    Un caro saluto, Dr. Vittorio Penzo.


    Buongiorno Gent.mi Dottori, vorrei un Vostro parere...non so come reagire, come comportarmi, mi trovo sempre impreparata...ho rivisto il mio ex stava parlando con suoi colleghi nel corridoio degli uffici, e siccome io dovevo attraversare per forza il corridoio (dove era fermo lui a parlare) per entrare in ufficio e lo spazio era stretto, non c'erano altre vie e gli sono dovuta passare affianco e quindi il mio braccio ha sfiorato il suo..lui non si è nemmeno spostato per farmi passare, come se non esistessi, un infantile.. so che avrei dovuto dire "permesso, scusate" per farlo spostare e farmi rispettare pero' non volevo rivolgere la parola a ne' a lui né agli altri...non capisco questi suoi dispetti dato che è stato lui a lasciarmi..Lavoriamo nella stessa università ma uffici distanti.. una altra volta mentre parlavo con un collega, mi sono accorta che camminava di fretta a testa bassa come se fossi invisibile, come se avessi la peste..(è come se volesse sottolineare che non mi vuole, di non iludermi ma di questo ne sono consapevole) .il mio collega che lo conosce ma non sa la nostra situazione, gli ha dato una pacca sulla spalla in segno di saluto ed il mio ex sempre a testa bassa , ha detto un buongiorno forzato e se ne è andato di fretta..tempo fa trovandomelo di fronte, gli ho detto ciao e lui ha ricambiato con ciao (ma sembrava un ciao forzato) e ci siamo guardati negli occhi per qualche istante ma di sua iniziativa non saluta né mi rivolge sguardi..forse ha paura non so per quale motivo..nonostante per due anni non ci siamo visti né sentiti..ho evitato luoghi comuni..e nonostante io sappia che non ci potrà essere un futuro tra noi, dopo che lo incontro, sento dentro di me una agitazione, tremore, come se dentro stessi esplodendo tanto che dopo ho bisogno di sedermi..sono purtroppo timida. introversa, ansiosa e non so mai quale è il modo migliore di comportarmi con lui, mi sembra di sbagliare sempre..Grazie per i vostri pareri..Vi Auguro una Buona Pasqua.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dr. Vittorio Penzo

    Grazie per aver scritto nuovamente — e buona Pasqua anche a lei.
    Una cosa che vale la pena notare: questa è la stessa situazione che ha già condiviso in precedenza su questa piattaforma, con gli stessi episodi descritti in modo molto simile. Questo in sé è un'informazione clinica importante — quando torniamo ripetutamente sugli stessi pensieri cercando risposte diverse, è spesso il segnale che il problema non è la situazione esterna ma il livello di attivazione emotiva interna che quella situazione continua a generare.
    La risposta clinica non cambia: analizzare ogni suo gesto — non si è spostato, camminava a testa bassa, il ciao era forzato — non porta informazioni utili. Porta solo a mantenere viva un'attivazione emotiva che consuma energia e impedisce di andare avanti.
    Il punto centrale rimane lo stesso: due anni di distanza, nessun contatto, eppure ogni incontro produce agitazione, tremore, bisogno di sedersi. Questo livello di risposta emotiva persistente nel tempo merita attenzione professionale diretta — non per "dimenticarlo" ma per riprendere in mano la propria vita emotiva indipendentemente da lui.
    La domanda più utile che può farsi non è "come mi comporto con lui?" ma "perché dopo tutto questo tempo è ancora così presente?"
    Quella è la domanda per uno psicoterapeuta, in un percorso continuativo. È lì che si trova la risposta che sta cercando.
    Un caro saluto, Dr. Vittorio Penzo.


Domande più frequenti

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