Domande del paziente (218)
Ho una preoccupazione che mi assilla tanto .
Mamma si era appena fatta la doccia e si era asciugata le parti intime. Siccome lei ha una difficoltà mi ha chiesto di aiutarla e cosi ho fatto.
Adesso ho costantemente il pensiero che io abbia toccato i suoi vestiti precedentemente toccati da lei , ho paura che dopo magari andando in bagno mi sia mischiata qualcosa anche avendo lavato le mani.
So che è strana la cosa
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Ciò che lei descrive, ovvero pensieri ricorrenti e fastidiosi legati al timore di contaminazione, pur in assenza di un rischio oggettivo, è un pattern che in psicologia cognitivo-comportamentale viene riconosciuto come un'ossessione da contaminazione. Il fatto che lei stessa riconosca la stranezza di questi pensieri è un segnale importante di consapevolezza.
In ottica TCC, questi pensieri si autoalimentano nel momento in cui cerchiamo di contrastarli o di trovare rassicurazioni, perché ogni verifica rinforza il dubbio invece di dissolverlo. Il cervello interpreta l'attenzione costante su quel pensiero come un segnale di pericolo reale, innescando un circolo che si autorinforza.
Le consiglio di rivolgersi a uno psicologo esperto in TCC o in ACT (Acceptance and Commitment Therapy), entrambi approcci efficaci per questo tipo di difficoltà. Non è necessario gestire da soli qualcosa che può essere affrontato con il supporto adeguato.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Salve ho 50 anni e premetto che sono sempre stato ipocondriaco e ansioso, da qualche tempo ho paura di strozzarmi deglutendo il cibo, ho una sensazione di avere tra gola e palato un bolo, a tavola mangio poco o quasi nulla per paura di soffocarmi. Ma la cosa che mi preoccupa è che da quando ho avuto il problema di aver paura di soffocare, ho perso qualche chilo per me di troppo, sono alto 196 e attualmente peso intorno agli 80 chili.. Sto mangiando molto meno rispetto a prima solo pasta e frutta a pranzo e poco a cena. Ho paura di andare sottopeso o che non riesca a recuperare. Ho paura di avere qualche patologia, mi misuro spesso pressione, ho fatto recenti analisi sangue che sono risultate regolari. Ho paura di non riuscere a superare questo problema.Attendo un vostro gradito consiglio.. Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
La sensazione di bolo in gola e il timore di soffocarsi deglutendo sono sintomi molto comuni nell'ansia e nell'ipocondria, e spesso si intensificano proprio quando vi prestiamo attenzione, innescando un circolo che si autorinforza. In ottica cognitivo-comportamentale, queste sensazioni corporee vengono amplificate dall'ipervigilanza, ovvero dall'abitudine a monitorare costantemente il proprio corpo alla ricerca di segnali di pericolo.
I comportamenti protettivi, come mangiare pochissimo o misurarsi spesso la pressione, nel breve termine riducono l'ansia, ma nel lungo termine la mantengono e la alimentano, perché impediscono di sperimentare che il pericolo temuto non si verificherebbe.
La rassicuro: esami del sangue regolari sono un buon segnale. Tuttavia, per affrontare in modo efficace questo pattern, le consiglio un percorso di psicoterapia cognitivo-comportamentale, che offre strumenti specifici per ridurre l'ipervigilanza e rompere questo circolo.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Buonasera, scrivo per chiedervi se un episodio d'ansia forte della durata di 6 mesi circa vissuto oltre 10 anni fa possa avere generato dei danni, al punto di non riuscire più a studiare perché non riesco a ricordare. Mi rivolsi a uno specialista tempo fa che inizialmente credeva che fosse un episodio psicotico perché avevo dei pensieri di rovina e catastrofici per poi correggere la diagnosi dicendomi che era solo un episodio di ansia ed il disturbo ossessivo compulsivo. Assumo ancora oggi dei farmaci che però non interferiscono con la cognizione. Malgrado ciò io penso che sia stato quell'episodio vissuto molti anni fa a avermi rovinato dato che prima ero notevolmente più veloce nell'apprendimento scolastico ed universitario. É possibile che un episodio d'ansia forte durato circa 6 mesi possa avere cambiato qualcosa nella mia testa?
Cordialmente,
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, comprendo il suo timore che un episodio passato di forte ansia abbia compromesso le sue capacità cognitive. Da un punto di vista cognitivo-comportamentale, è importante distinguere fra effetti reali dell'ansia e interpretazioni catastrofiche. L'ansia cronica e il disturbo ossessivo compulsivo, di per sé, riducono temporaneamente attenzione, concentrazione e memoria di lavoro, perché le risorse mentali sono assorbite da pensieri intrusivi e ruminazione. Tuttavia, queste difficoltà sono in gran parte reversibili e non rappresentano necessariamente danni neurologici permanenti. Il pensiero "quell'episodio mi ha rovinato" è un esempio di distorsione cognitiva, una generalizzazione catastrofica che alimenta a sua volta ansia, evitamento e calo della performance, in un circolo che si autoalimenta. Le suggerisco di lavorare con uno psicoterapeuta CBT su questo schema, attraverso ristrutturazione cognitiva, mindfulness e tecniche di esposizione allo studio. Anche un'integrazione con valutazione neuropsicologica può escludere altre cause e restituirle dati oggettivi. Riprendere fiducia nelle proprie capacità è un percorso possibile.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Da settembre ormai penso di avere un dca, ho perso 10kg, se mangio una volta al giorno e già tanto e ormai il cibo controlla tutta la mia vita. Vorrei spiegarlo ai miei genitori ma non voglio essere un peso per loro e in più non voglio curarmi: ho raggiunto il peso che mi piace e mi vedo bene, ho ancora energie, sono brava nel mio sport, esco sempre e sono circondata dalle mie amiche. Se spesso sento storie di persone che per il dca hanno smesso di vivere, io invece continuo la mia vita tranquillamente ma vedendomi anche meglio. Vorrei che i miei genitori non mi costringessero a riprendere peso o a mangiare, ma capissero il mio problema anche perché continuare a mentire sul cibo mi fa sentire molto in colpa. Si sono accorti che sono dimagrita tanto ma non immaginano sia per questo, anche perché con loro io mi fingo sempre entusiasta di mangiare. L’unica cosa che mi preoccupa è che non ho il ciclo da 8 mesi e so che non è sano. Da una parte io continuo ad amare il cibo ma un lato di me non vede altro che calorie da bruciare, e se mangio troppo riprenderei tutti i kili. So che ci vogliono 7000kcal per ingrassare, ma essendo in sottopeso (45kg, sono alta 1,65m) invece li riprenderei tutti dal primo all’ultimo e la cosa mi terrorizza. In più mi sento in colpa perché prima amavo mangiare e il cibo, non mi preoccupava l’estetica e anzi, mi vedevo benissimo e magra. So che ero magra, ma non abbastanza. Ora anche non sono magra abbastanza, ma il peso sulla bilancia mi piace di più e sono più felice. Mangio per mantenere quel peso, non voglio dimagrire né ingrassare. Il problema è che ora non riesco più a mangiare che ho tantissimo reflusso e per questa ragione i miei genitori mi hanno accompagnata anche da un medico, ma credo che questo reflusso sia dovuto al mio problema con il cibo. Comunque so che i dca sono malattie che solo un dottore può dirmi di avere dopo analisi ecc, ho scritto così solo perché il nome disturbo alimentare mi sembra esattamente quello che descrive il mio problema. Non ho più fame, posso non mangiare per due giorni interi e non sentire nulla, e questo da un lato mi spaventa. Non capisco vorrei solo che i miei genitori mi lasciassero continuare mangiare così ma so che vorranno che io torni come prima. So che gli altri non mi amano per come sono esteticamente né per quanto peso, ma io mi piaccio più magra e questo è il modo per essere più magra e a me va bene. Come posso spiegare tutto questo si miei genitori senza farli preoccupare?? non voglio essere un peso
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, la ringrazio per aver condiviso una situazione così delicata. Quanto descrive, perdita di 10 kg, restrizione alimentare, amenorrea da 8 mesi e pensieri pervasivi sul cibo, sono segnali clinici importanti che meritano attenzione specialistica, anche se al momento si percepisce in equilibrio. In ottica cognitivo-comportamentale (CBT-E), i Disturbi del Comportamento Alimentare si mantengono attraverso un nucleo cognitivo specifico, la sovravalutazione di peso e forma del corpo, e attraverso schemi rigidi che danno un senso illusorio di controllo. Il fatto che si senta meglio non esclude il disturbo, anzi è un aspetto frequente nelle fasi iniziali, definito egosintonico. L'amenorrea segnala che il corpo sta sacrificando funzioni vitali. Le suggerisco di rivolgersi a un centro specializzato in DCA o a uno psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, dove potrà essere accolta senza giudizio, lavorando gradualmente su pensieri automatici, evitamento e bisogno di controllo. Parlare con i suoi genitori, magari accompagnata da un professionista, può essere un primo passo protettivo, non un peso.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Buonasera, purtroppo quasi 2 mesi fa mia mamma e' morta improvvisamente per un infarto, ero a casa con lei , ad un certo punto si e' accasciata a terra, ho provato a farle il massaggio cardiaco in attesa dei soccorsi, hanno provato a rianimarla in tutti i modi ma invano. E' stato uno shock, ho sempre dei flashback di quella giornataccia, oltre al.dolore e tristezza della perdita di.mia mamma, vivevo ancora con lei. Sento tanto vuoto senza di lei, non ero preparata, si e' svolto tutto in maniera improvvisa, al mattino l' ho vista, mi ha detto che si sentiva stanca e le girava la testa e dopo si e' accasciata, nel giro di poco me la sono ritrovata in una bara. Ho iniziato a seguire una terapia con una psicologa e nelle ultime sedute mi ha consigliato di sentire uno psichiatra per una terapia farmacologica,in quanto per lei ottimizzerebbe la terapia che sto seguendo. Penso sempre a mia mamma e a quei momenti, ho impresso.il rumore di quando e' caduta oltre il senso di colpa per non essere riuscita a salvarla. Ho perso anche mio papa' qualche anno fa ma forse per lui ero psicologicamente piu' preparata essendo malato di tumore ma per mia mamma la rapidita' degli eventi non mi permette di fare i conti con il distacco.Ringrazio in anticio chi mi rispondera'. Cordiali saluti
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quanto ha vissuto è stato un trauma improvviso e devastante, e la ringrazio per aver trovato il coraggio di condividerlo. Assistere alla morte improvvisa della propria madre, cercando di salvarla, è un'esperienza che può lasciare tracce profonde.
I flashback, il senso di colpa e il vuoto che descrive sono reazioni comprensibili a un evento traumatico. In ottica cognitivo-comportamentale, il cervello cerca di elaborare ciò che non ha potuto metabolizzare nell'immediato, ripresentando ripetutamente immagini e sensazioni legate al momento del trauma. Anche il senso di colpa per non essere riuscita a salvarla è frequente in queste situazioni, ma è importante ricordare che lei ha fatto tutto quello che era in suo potere.
La buona notizia è che sta già seguendo un percorso terapeutico. La valutazione psichiatrica consigliata dalla sua psicologa è un passo saggio: in certi contesti, un supporto farmacologico può ridurre l'intensità dei sintomi, rendendo il lavoro in psicoterapia più efficace.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Sono una ragazza di 28 anni, studentessa fuori corso all'università e sto cercando lavoro (che non riesco a trovare). Mi sento emotivamente/mentalmente distrutta, ho problemi in famiglia, soprattutto con mio padre non vado per niente d'accordo, mi giudica su ogni cosa che faccio e che dico, specialmente sulla questione del cibo e sull'università, tanto che mi sono state dette frasi molto pesanti come ad esempio il fatto che sono un fallimento e che con me ha fallito e questo mi ha destabilizzato tanto, mi sento la pecora nera della famiglia poiché vengono fatti paragoni tra me e mio fratello e non mi sono mai sentita all'altezza proprio per questa differenza che viene fatta; mio fratello prova a difendermi ma con scarsi risultati, tanto che mio padre per ripicca usa il silenzio punitivo e ancora oggi è una settimana che non ci parliamo.
Inoltre ho subìto dei lutti ravvicinati che mi hanno portato a chiudermi molto in me stessa, soffro d'ansia e panico costante, e non riesco a gestire il tutto.
Provo costantemente una sensazione di vuoto e malessere dentro, non so cosa fare, mi sento inutile, non so come andare avanti, mi sento proprio impotente...
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che descrive, il senso di non essere mai abbastanza, i paragoni continui, le parole pesanti del padre e le difficoltà nell'università e nel lavoro, ha un impatto profondo sull'autostima e sul senso di sé.
In ottica cognitivo-comportamentale, crescere in un ambiente critico e invalidante può favorire la formazione di schemi cognitivi negativi su sé stessi, come "sono un fallimento" o "non sono all'altezza", che si attivano automaticamente nelle situazioni difficili e alimentano ansia, panico e blocco. Il silenzio punitivo del padre è una forma di comunicazione disfunzionale che amplifica ulteriormente queste credenze negative.
L'ansia e le crisi di panico che descrive sono segnali che la mente e il corpo portano un peso molto grande. Un percorso di psicoterapia cognitivo-comportamentale può aiutarla a riconoscere questi schemi, mettere in discussione le credenze apprese sull'inadeguatezza, e sviluppare strategie concrete per gestire l'ansia e riprendere fiducia nelle sue capacità.
La situazione è difficile, ma non immutabile.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Buongiorno, non so se questo sia il luogo giusto per avere una risposta, intanto ringrazio per la disponibilità.
Un anno fa sono stata operata di tumore alla gamba, al momento porto un tutore poiché ho perso la sensibilità al piede.
Mio marito ha alternato momenti un cui mi è stato vicino a momenti di freddezza e nervosismo, anche quando sono tornata a casa dopo 2 mesi di ospedale.
Non abbiamo rapporti completi da quasi 2 anni e lui mi ripete che non se la sente per ora per la mia gamba e perché dice di non essere in forma.
A me sembra strano tutto ciò, nel senso cbe potevo capire un anno fa ma ora non capisco perché non cerchi un momento per noi.
Avrei bisogno di un vostro parere grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Grazie per aver condiviso una situazione tanto delicata. Quello che descrive, sia sul piano fisico che relazionale, richiede attenzione e comprensione profonda.
In un'ottica cognitivo-comportamentale, la malattia grave può attivare nel partner pensieri automatici negativi, come la paura di fare del male, l'ansia legata alla vulnerabilità o la difficoltà ad elaborare il cambiamento fisico del coniuge, che si traducono in comportamenti di evitamento, tra cui il distacco affettivo e sessuale. Questo schema può protrarsi inconsapevolmente, senza che vi sia mancanza di sentimento.
Al tempo stesso, la sua esperienza di freddezza e distanza può alimentare pensieri come "non sono più desiderabile" o "qualcosa si è rotto tra noi", generando sofferenza aggiuntiva.
Sarebbe molto utile affrontare queste dinamiche in un percorso di psicoterapia di coppia, che possa aiutare entrambi a esprimere le emozioni bloccate e a ristabilire intimità e comunicazione in modo graduale e sicuro.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Salve dottori a volte porgo domande su curiosità e dubbi in forum del genere cerco appunto dei forum di professionisti mi chiedevo quando basti scrivere su forum del genere oppure quando c’è bisogno di un incontro reale ? Spesso dove aver ricevuto risposte alle mie domande comunque mi risolvono il dubbio , ma quando è attendibile ? Grazie per una vostra risposta
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Ottima domanda, utile anche per chi legge.
I forum di professionisti possono essere uno spazio prezioso per ricevere orientamento, informazioni e una prima lettura del proprio vissuto. Tuttavia, hanno limiti importanti: le risposte sono necessariamente generiche, poiché non si basano su una valutazione individuale completa.
Un incontro reale diventa indispensabile quando il disagio persiste nel tempo, influisce sul funzionamento quotidiano, sul lavoro, sulle relazioni o sul sonno, oppure quando la stessa preoccupazione torna ciclicamente, segnalando che la semplice risposta informativa non è sufficiente. In ottica cognitivo-comportamentale, questo può indicare che si stanno mantenendo dei circoli disfunzionali che richiedono un lavoro clinico personalizzato.
L'attendibilità di un forum dipende dalla qualità dei professionisti coinvolti, ma nessuna risposta scritta può sostituire la valutazione diretta. Se le risposte ricevute risolvono il dubbio e il disagio non si ripresenta, il forum ha assolto il suo scopo. In caso contrario, è il segnale per cercare un supporto più strutturato.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Buongiorno sono passati quasi 7 mesi da mio intervento di isterectomia e tolto anche le tube… volevo sapere se è normale non sentire il desiderio e avere paura di avere rapporti? Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno,
è comprensibile che, dopo un intervento così significativo come l'isterectomia con rimozione delle tube, si attraversi un periodo di cambiamento sia fisico che emotivo. Dal punto di vista psicologico, la riduzione del desiderio e la paura dei rapporti sono reazioni frequenti in questo contesto post-chirurgico.
In un'ottica cognitivo-comportamentale (TCC), ciò che spesso alimenta la difficoltà non è solo l'aspetto ormonale, ma anche i pensieri automatici legati al timore del dolore, alla percezione alterata del proprio corpo e all'anticipazione ansiosa dell'esperienza sessuale. Questi pensieri generano un circolo in cui l'evitamento riduce temporaneamente l'ansia ma, nel lungo periodo, rinforza la paura stessa.
È importante sapere che questo vissuto è molto comune e trattabile. Un percorso di supporto psicologico, eventualmente integrato con una valutazione ginecologica, può aiutarla a ritrovare la propria intimità in modo graduale e rispettoso dei suoi tempi.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Ciao, vi scrivo la mia storia per darvi il contesto.
Sono stato fidanzato per 8 anni con una ragazza. In quel periodo ero fuori forma e non mi piacevo, al punto da vivere quasi solo per lavorare e togliermi qualche sfizio, senza mai sentirmi davvero bene con me stesso. Ho comprato casa e siamo andati a convivere, ma negli ultimi due anni il nostro rapporto era diventato più una convivenza tra amici: sì, c’era ancora qualche rapporto, ma mancava tutto il resto.
Lei non lavorava, non aveva molte amicizie ed era bloccata in un percorso universitario che non riusciva a concludere, nonostante ci fossero diversi anni di differenza tra noi. Negli ultimi due anni prima della separazione, io avevo iniziato un grande cambiamento personale, tra dieta e palestra, trasformando il mio corpo. Questo aveva portato anche a una sua crescente gelosia.
Il fatto di vivere lontano dall’università, insieme alla gestione della casa, del cane e ad altre responsabilità, aveva contribuito ad allontanarla dal suo obiettivo. Inoltre, col tempo ho capito che viveva una forma di depressione di cui però non era mai riuscita a parlarmi apertamente: questa cosa mi rendeva nervoso perché, tra le tante cose, le pagavo anche lo psicologo senza però sapere davvero cosa stesse vivendo.
Io ero l’unico a lavorare e a occuparmi delle spese, delle uscite e di tutto il resto. In casa non mi faceva mancare nulla: pulizie ecc., faceva tutto lei, e già questo probabilmente è stato un errore mio.
A un certo punto, di fronte alle attenzioni di una ragazza — in mezzo a tutte quelle che avevo trascurato — non sono riuscito a trattenermi e, anche se non è successo nulla di fisico, ho deciso di lasciare la mia ex. È seguito un mese difficile, con continui messaggi e anche una gravidanza inventata da parte sua. Alla fine lei ha lasciato casa definitivamente.
Dopo poco è iniziata una frequentazione con un’altra ragazza, durata circa tre mesi: molto intensa fisicamente, ma anche tossica, tra love bombing e insicurezze che mi ha trasmesso. Dopo una vacanza finita male, ho chiuso anche questa storia.
Pochi giorni dopo ho conosciuto la mia attuale ragazza: un colpo di fulmine. È molto bella e forse proprio qui ho fatto il mio errore più grande. Dopo pochi giorni abbiamo deciso di convivere.
In questo quasi anno mi sono ritrovato a gestire praticamente tutto: casa, spese e organizzazione. Abbiamo un conto cointestato su cui mettiamo entrambi la stessa cifra, ma basta solo per il cibo: non copre bollette, uscite o altre spese, che ricadono su di me. Inoltre non mi aiuta né in casa né in altro.
È molto affettuosa e da quel punto di vista sto bene, non mi manca l’affetto. Però sessualmente e fisicamente non mi prende come la precedente, tanto che ho dovuto adattare alcune mie abitudini. Nonostante questo, emotivamente sto bene… o almeno credo.
Sto lavorando molto su me stesso, ma spesso penso di non meritarla, sia a livello fisico che di immagine. Cerco di darle tutto: attenzioni, affetto, regali, cene. Tuttavia il suo passato e i suoi tanti ex mi pesano molto. Spesso fa riferimenti a esperienze vissute (ristoranti, viaggi, cose fatte), anche senza citarli direttamente, e questo mi fa stare male. Gliel’ho detto, ma lei lo fa con leggerezza.
Tutto questo mi porta a vivere una forte disparità emotiva: mi capita di piangere spesso, di pensare di non meritare la felicità. Mi dispiace persino per il mio cane: prima era sempre con la mia ex in casa e non restava mai solo, mentre ora, lavorando entrambi, si ritrova spesso da solo.
Non riesco a lasciarla, anche se ci ho provato più volte. Vederla piangere e promettere che cambierà, senza poi farlo davvero come vorrei, mi blocca e non riesco ad andare fino in fondo.
Devo anche dire che in tante cose è davvero cambiata: probabilmente aveva bisogno di tempo, prima era triste e ora non lo è più, si chiudeva molto mentre oggi lo fa molto meno. Però, nonostante questi miglioramenti, io non mi sento valorizzato né alla pari. Spesso ho la sensazione che non mi ascolti davvero, non mi aiuta, non dà peso alle mie necessità, al mio bisogno di conferme e certezze. L’aiuto pratico è praticamente nullo e quello morale molto poco.
Io mi sono messo subito a sua disposizione in tutto, non le ho fatto mancare niente e l’ho messa al centro della mia vita, cambiando me stesso — di nuovo — per cercare di sentirmi all’altezza e meritarmela. E ora mi trovo così: incapace di lasciarla, ma senza stare mai, mai davvero bene o sentirmi apprezzato.
Lei mi parla di figli e di un “per sempre” insieme, e da una parte questo mi fa piacere, ma dall’altra sono terrorizzato all’idea che la mia vita possa essere sempre così: per sempre, con un peso che sento di portare da solo, sempre di fretta a cercare di fare tutto da solo. In cosa sbaglio? Su cosa posso lavorare o dove ho bisogno di aiuto? Sono andato anche da una psicologa, ma non mi ha mai aiutato davvero, nonostante tante sedute.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Grazie per aver condiviso questa storia così complessa e personale.
Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, emerge un tema ricorrente: il proprio senso di valore sembra fortemente legato alla risposta dell'altro. Questo schema, spesso radicato in esperienze precoci, porta a investire moltissimo nella relazione per sentirsi "abbastanza", ma genera un circolo in cui più ci si sforza, più il bisogno di conferma aumenta e la frustrazione si accumula.
Un altro elemento rilevante è la difficoltà a tollerare l'incertezza affettiva. In ottica ACT (Acceptance and Commitment Therapy), questa intolleranza spinge verso comportamenti di controllo o compiacenza che, nel lungo periodo, alimentano l'insoddisfazione e la sensazione di portare tutto da soli.
Il lavoro terapeutico più utile in questo caso non è solo capire "cosa si sbaglia", ma esplorare i propri bisogni autentici, i valori personali e come costruire una relazione con se stessi più solida e indipendente dal giudizio altrui. Un percorso CBT o ACT mirato può fare davvero la differenza.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Buongiorno, è molto tempo che sogno una persona che per me è stata importante in passato ma tra noi non c'è stato nulla se non un'amicizia. Nei sogni alle volte siamo felici, altre c'è nostalgia, altre ancora mi consola/mi da affetto e in altre provo a dire che mi dispiace non averci dato una possibilità nel passato. Quando mi sveglio poi non ho una buona giornata e alle volte sento una sensazione di vuoto.
Questa persona non fa più parte della mia vita da molti anni. Mi date un parere in merito? Grazie.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Grazie per aver condiviso questa sua esperienza. I sogni ricorrenti che la coinvolgono possono riflettere pensieri e desideri non elaborati che, in ottica cognitivo-comportamentale, emergono spesso durante il sonno, quando le difese cognitive si abbassano.
La sensazione di vuoto al risveglio e il calo d'umore suggeriscono che questa figura del passato occupa ancora uno spazio emotivo significativo nella sua mente. Non si tratta necessariamente di un sentimento romantico irrisolto, ma di un bisogno relazionale insoddisfatto, forse legato a rimpianti o a una perdita simbolica non ancora elaborata.
In una prospettiva TCC, potrebbe essere utile esplorare i pensieri automatici che emergono al risveglio, ad esempio "Avrei potuto fare diversamente" o "Questa persona mi manca", e valutarne la funzionalità. L'approccio ACT, complementare alla TCC, può aiutare a riconoscere questi sentimenti con accettazione, senza esserne sopraffatti o alimentare ulteriore rimuginio.
Le consiglio di approfondire questo tema con uno psicologo, per comprendere meglio il significato emotivo di questa figura nella sua vita attuale.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Ho quasi 49 anni, sposato con figlia di 7 anni, ipocondriaco del tipo evitante da tempo, soffro di anginofobia sin da prima dell adolescenza, un matrimonio in crisi da una vita privo do affetto e sesso. Da un paio di mesi mia moglie si è ammalata di un carcinoma al seno e l anginofobia è aumentata in maniera assurda: se prima riuscivo a periodi a mangiare tranquillo comunque sempre con dell'acqua o delle bevande vicino, negli ultimi periodi si è aggravata .a volte quando sono solo a casa mi sembra di non riuscire ad inghiottire neanche cibo reso in minima poltiglia tipo pezzetto di banana masticato all infinito o acqua. e quando ingoio in questo stato mi sembra che vada quasi nel "buco" sbagliato, percependo fastidio a livello retro gola e collegamento al naso. Si rischia di morire o polmonite ab ingestio?
visita otorino con fibroscopia fatta un paio di mesi fa trovando un po' di reflusso gastroesofageo. Devo fare altro? Sono ipocndriaco e non vorrei fare esami invasivi tipo gastroscopia neanche cibo reso in minima poltiglia tipo pezzetto di banana masticato all infinito o acqua. e quando ingoio in questo stato mi sembra che vada quasi nel "buco" sbagliato, percependo fastidio a livello retro gola e collegamento al naso.
nell atto della deglutizione mi capita di stringere i muscoli della gola superiore e faccio un verso come se volessi bloccare il cibo
se va di trasverso l acqua o un liquido si può morire? delle volte in super ansia pure con i liquidi mi sembra di andare in difficoltà
il problema che quando sono solo ni vergogno a mangiare in pubblico perché faccio delle faccio innaturali perché simulo faccia da soffocamento.
mentre mangiavo in due occasioni nel momento di ingoiare ho serrato la gola ed emesso un verso come un rantolo in protezione per non far scendere il cibo. Questa cosa mi ha provocato una sensazione di pseudo acidità alla gola che sembrava arrivasse al naso. Come posso gestire tutto questo? Vi ringrazio.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
La situazione che descrive è complessa e merita attenzione clinica approfondita. In ottica cognitivo-comportamentale, l'ansia per la salute si alimenta attraverso un ciclo di pensieri catastrofici, ipervigilanza corporea e comportamenti di controllo che, paradossalmente, intensificano i sintomi fisici stessi.
I disturbi della deglutizione che riporta, in assenza di cause organiche significative (la fibroscopia ha evidenziato solo reflusso gastroesofageo), possono essere un'espressione somatica dell'ansia, fenomeno molto comune e comprensibile in un periodo di forte stress come quello attuale, con la malattia della moglie e le difficoltà relazionali.
In ottica TCC, è possibile lavorare sull'identificazione e la ristrutturazione dei pensieri automatici catastrofici, sull'esposizione graduale alle situazioni temute e sulla riduzione dei comportamenti di controllo che mantengono il circolo ansioso. Le consiglio di riprendere o intensificare un percorso psicoterapeutico strutturato, che affianchi il supporto psichiatrico già in corso.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
quali sono i disturbi della personalità, me ne diagnostico tanti?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
I disturbi della personalità sono pattern duraturi e pervasivi di pensiero, emozioni e comportamenti che si discostano significativamente dalle aspettative culturali, causando disagio e compromissione del funzionamento. Il DSM-5 ne descrive dieci, raggruppati in tre cluster: A (paranoide, schizoide, schizotipico), B (antisociale, borderline, istrionico, narcisistico) e C (evitante, dipendente, ossessivo-compulsivo di personalità).
La tendenza a riconoscersi in molti di questi pattern è comprensibile, poiché i criteri descrittivi rispecchiano aspetti dell'esperienza umana universale. Tuttavia, l'autodiagnosi può essere fuorviante: soltanto una valutazione clinica strutturata, condotta da un professionista esperto, permette di distinguere tratti di personalità, stati emotivi transitori e veri disturbi clinici.
In un'ottica cognitivo-comportamentale, ciò che percepiamo come "disturbo" è spesso un insieme di schemi maladattativi, sviluppati nel corso della vita come risposta a esperienze difficili, e modificabili attraverso un percorso terapeutico mirato. La inviterei a confrontarsi con uno specialista per una valutazione approfondita e personalizzata.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Ho quasi 49 anni, sposato con figlia di 7 anni, ipocondriaco del tipo evitante da tempo, soffro di anginofobia sin da prima dell adolescenza, un matrimonio in crisi da una vita privo do affetto e sesso. Da un paio di mesi mia moglie si è ammalata di un carcinoma al seno e l anginofobia è aumentata in maniera assurda: se prima riuscivo a periodi a mangiare tranquillo comunque sempre con dell'acqua o delle bevande vicino, negli ultimi periodi si è aggravata .a volte quando sono solo a casa mi sembra di non riuscire ad inghiottire neanche cibo reso in minima poltiglia tipo pezzetto di banana masticato all infinito o acqua. e quando ingoio in questo stato mi sembra che vada quasi nel "buco" sbagliato, percependo fastidio a livello retro gola e collegamento al naso. Si rischia di morire o polmonite ab ingestio? visita otorino con fibroscopia fatta un paio di mesi fa trovando un po' di reflusso gastroesofageo. Devo fare altro? Sono ipocndriaco e non vorrei fare esami invasivi tipo gastroscopia neanche cibo reso in minima poltiglia tipo pezzetto di banana masticato all infinito o acqua. e quando ingoio in questo stato mi sembra che vada quasi nel "buco" sbagliato, percependo fastidio a livello retro gola e collegamento al naso. nell atto della deglutizione mi capita di stringere i muscoli della gola superiore e faccio un verso come se volessi bloccare il cibo se va di trasverso l acqua o un liquido si può morire? delle volte in super ansia pure con i liquidi mi sembra di andare in difficoltà il problema che quando sono solo ni vergogno a mangiare in pubblico perché faccio delle faccio innaturali perché simulo faccia da soffocamento. A volte sembra che blocco la deglutizione e sento il cibo che va quasi giù verso il fondo della gola e lì mi sale l amsia e la tachicardia e bevo immediatamente sperando do riuscire a ingoiare mentre mangiavo in due occasioni nel momento di ingoiare ho serrato la gola ed emesso un verso come un rantolo in protezione per non far scendere il cibo. Questa cosa mi ha provocato una sensazione di pseudo acidità alla gola che sembrava arrivasse al naso (come se mamdassi il cibo nella oarte sbagliatq) . Ho rischiato la polmonite ab ingesti? sento fastodiot vago al petto, non è che qualcosa sarà passato do là? come me ne accorgo della polmonite? morirò?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che descrive è un quadro clinico molto riconoscibile di anginofobia, una fobia specifica della deglutizione, che si inserisce in un contesto di ansia di salute e di importanti stressors di vita, come la malattia di sua moglie.
In ottica TCC, il meccanismo che alimenta il problema è un circolo vizioso: l'attenzione si focalizza sulla gola, aumenta la percezione delle sensazioni corporee, insorge l'ansia, si attivano comportamenti protettivi come masticare a lungo o bere subito, e questi, pur dando sollievo momentaneo, confermano al cervello che il pericolo era reale e rinforzano la paura.
Le sensazioni che descrive, come la pseudo-acidità o la percezione di blocco, sono tipicamente legate a questa ipervigilanza corporea e alla tensione muscolare della gola, non a un'aspirazione reale. Il rischio di polmonite ab ingestis in assenza di disfagia organica e senza segni chiari come febbre o tosse persistente è molto basso.
Le consiglio di rivolgersi a uno psicologo specializzato in TCC per un percorso mirato.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Salve dottori, sono una ragazza di 25 anni, da qualche mese mi sono lasciata con una persona più grande di 21 anni, purtroppo ci siamo lasciati per vari motivi, ma una cosa che mi ha fatto dire basta è stato il fatto di continuare a vedere che lui mettesse mi piace a certe foto di ragazze sui social, dopo tante volte che chiedevo se si poteva evitare, non riuscivamo a comunicare, a discutere quando io volevo il confronto dalla sua parte lui non voleva purtroppo..però diciamo che forse essendo la mia prima relazione vera e seria se possiamo definirla così, durata 2 anni e mezzo circa, mi sono sentita diciamo con un appoggio, una sicurezza in lui, su cui contare ecco, in tutte le situazioni sapevo che c'era, ora come ora sono da sola, ma diciamo che c'è un amico con cui ho avuto un'amicizia e qualcosa di più tre anni fa, però a distanza, ci siamo continuati però a sentire ogni tanto, come stavamo, perché c'era e c'è del bene tra noi due, mi sfogavo con lui anche quando litigavo con il mio ex, e anche qualche mese fa che mi sono lasciata l'ho ricercato a inizio anno perché avevo il pensiero e volevo sapere come stesse, senza secondi fini..poi sapevo che lui mi ascoltava, mi capiva su questa relazione ecco..poi non so perché mi è scattato qualcosa, come se mi piacesse di nuovo, ma poi i miei sentimenti cambiavano di nuovo, e ora di nuovo ancora, perché ci siamo visti già due volte in questi mesi, c'è stato qualche bacio ma io sono stata e sono molto trattenuta, tendevo a pensare all'altro, a paragonare entrambi, e purtroppo continuo a vedere la sicurezza in lui, nel mio ex, è come se lui su varie situazioni so che magari può avere più conoscenze sulle cose e quindi mi "aggrappo" a questo, a cercare di difendere qualcosa che invece mi faceva male del fatto che ci siamo lasciati, perché comunque ho vissuto tante cose con lui, so che ci poteva essere in tanti momenti, potevo contare su di lui, e diciamo che certe situazione invece che risolvere da sola, sapevo che c'era lui e trovavo la sicurezza li..lui purtroppo mi continua a scrivere messaggi che gli manco, che mi ama e io sono una persona facilmente condizionabile, vorrei avere una soluzione su come risolvere i pensieri e la situazione, senza fare del male a nessuno..cosa potrei fare nel concreto? Sto affrontando un percorso da qualche settimana con un professionista, mi dice e chiede ciò che sento io, cosa provo in determinate situazioni, ma ancora non riesco a sentire me stessa, a capire nulla..e non so se riuscirò mai, mi sembra come se dopo la seduta io riesco a chiedermi le cose, ma poi passano i giorni e non ci penso più ed è come se fosse inutile andare..cosa posso fare?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile signora, comprendo la complessità della sua situazione emotiva. In ottica cognitivo-comportamentale, ciò che descrive è un classico circolo, alimentato da pensieri ricorrenti, emozioni contrastanti e comportamenti che mantengono il dubbio. La sensazione di "sicurezza" attribuita al suo ex partner è una credenza che oggi può essere messa in discussione, perché distinguere tra il legame reale e l'idealizzazione successiva alla rottura è un passaggio chiave. Le suggerisco di tenere un diario ABC, annotando situazione, pensiero automatico, emozione e comportamento, per identificare cosa attiva l'attaccamento al ricordo. Anche con l'amico, può aiutare distinguere tra affetto autentico e bisogno di rassicurazione. In ottica ACT, lavorare sui propri valori personali, indipendentemente dalle relazioni, consente di ritrovare una direzione interna. Se sente che tra una seduta e l'altra perde consapevolezza, è importante condividerlo apertamente con la sua terapeuta, perché può diventare materiale clinico prezioso. Diffidi delle soluzioni immediate, il cambiamento richiede tempo, costanza e auto-osservazione.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Soffro da più di 35 anni di anginofobia. ultimamente molto peggiorata per problemi gravi di salute di mia moglie, ipocondria e stress, emetofobia, problemi personali e lavorativi, inoltre ho una figlia di 7 anni. praticamente quando capitano quei momenti, io porto il cibo in fondo alla gola, non effettuo il riflesso della deglutizione e sento il bolo che per inerzia incomincia a scivolare giù nella tracha, al ché vado in panico e bevo dell acqua sperando che riattivi il riflesso, perché se non riparte e il cibo va giù va in soffocamento (penso), altra modalità io vado per ingoiare e stringo la gola e la lingua emettendo quasi un rantolo per non lasciare andare il cibo verso il suo naturale percorso.
Oggi non è siccesso, solo verso la fine, leggerissimamente percepivo che potesse accadere ma ho tenuto duro, ho detto a mia moglie di non alzarsi da tavola senza di me, ma così al momento non è vita
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile signore, comprendo quanto sia logorante una sofferenza che persiste da tanti anni, in particolare in un periodo gravato da stress familiare. In ottica cognitivo-comportamentale, la fobia che descrive, nota come anginofobia o fagofobia, si autoalimenta attraverso un circolo, sensazione fisica nella gola, interpretazione catastrofica (ad esempio "mi soffocherò"), iperattivazione ansiosa e comportamenti protettivi come il blocco della deglutizione. Tali comportamenti, pur offrendo sollievo nell'immediato, rinforzano la convinzione di pericolo e mantengono il disturbo. La TCC prevede la ristrutturazione cognitiva dei pensieri catastrofici, l'esposizione graduale agli alimenti temuti, il training di respirazione diaframmatica e la riduzione progressiva delle condotte protettive. In ottica ACT, può essere molto utile lavorare sull'accettazione delle sensazioni corporee, senza lottare contro di esse. Considerati anche l'ipocondria, l'emetofobia e lo stress per la salute familiare, le suggerisco un percorso TCC con un terapeuta esperto in disturbi d'ansia, che possa costruire un protocollo personalizzato. Un confronto preliminare con il medico curante, per escludere cause organiche, è sempre un passaggio prudente.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Salve dottori mi chiedo se il Buddha o altri maestri avessero ragione che l unica strada per la serenità sia la via spirituale , anche se personalmente io mi sento sereno anche se da qualche giorno vedendo alcuni video sto mettendo un po in dubbio la mia situazione, mi chiedo allora chi come me non fa questi tipi di percorsi non può essere felice ? Non può essere una brava persona ? E se anche voi psicologi in futuro vi rendete conto che l unica strada è la spiritualità e tutto il resto è fuffa
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente,
la sua riflessione è interessante e merita una risposta serena. In ottica cognitivo-comportamentale, quando un'idea esterna, in questo caso il messaggio di alcuni video, entra in contrasto con il vissuto di benessere, può attivarsi un pensiero automatico del tipo "se non seguo quella via, allora la mia serenità non è autentica". È utile riconoscere questa distorsione, chiamata "dovrei", e verificarla nei fatti, la sua serenità esiste, è osservabile, non dipende dall'adesione a un modello unico.
L'ACT integra bene questo aspetto, ricorda che la vita piena nasce dal contatto con i propri valori personali, non dall'aderire a un percorso prestabilito. Spiritualità, mindfulness, terapia, relazioni, lavoro, ciascuno può essere un veicolo, non l'unico. Le suggerisco di non lasciarsi destabilizzare da contenuti polarizzanti e, qualora il dubbio diventasse fonte di sofferenza, di confrontarsi con uno psicologo per esplorare il significato personale di felicità.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Buongiorno dottori faccio questa domanda perchè in questi giorni mi sta dormentando nel senso quando sento qualche notizia in tv oppure vedo qualcosa sul tavolo ecc... mi passano in mente immagini di farmi del male a me oppure alla gente che ho vicino... questa cosa mi era successo anche l'hanno scorso dopo passata adesso si e ripresentata di nuovo.. in piu sto facendo una cura con il daprxo da 15 anni.. vorrei capire sono solo pensieri o mi devo preoccupare? grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile signore, comprendo quanto questi pensieri possano essere disturbanti e quanto generino preoccupazione. In ottica cognitivo-comportamentale, ciò che descrive ha le caratteristiche dei cosiddetti pensieri intrusivi, immagini mentali indesiderate, egodistoniche, ovvero in contrasto con i suoi valori, che la mente produce automaticamente e che possono ripresentarsi ciclicamente, soprattutto in periodi di stress. La presenza di tali pensieri non equivale al desiderio di metterli in atto, ed è un fenomeno molto più comune di quanto si creda. Tipicamente, più si cerca di reprimerli, più ritornano, è il cosiddetto effetto rebound. Le strategie evidence-based prevedono tecniche di accettazione, defusione cognitiva (in linea con l'approccio ACT), oltre a esposizione e prevenzione della risposta tipiche della TCC. Considerato che assume da anni una terapia farmacologica, le suggerisco di parlarne al più presto con il medico che gliel'ha prescritta, per rivalutare insieme la situazione. In parallelo, un percorso psicoterapeutico cognitivo-comportamentale specifico può essere molto efficace. Se in qualche momento dovesse sentirsi a rischio, contatti immediatamente il suo medico o i numeri di emergenza.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Buongiorno.
Volevo chiedere consiglio per questa situazione. Premetto che lavoro in nave.
Praticamente io ed una mia collega ci stavamo frequentando cosi, apparentemente in amicizia.
Una amica in comune, il giorno prima del mio sbarco mi rivela che sembra che questa persona con cui mi frequentavo le avesse dettonche in realtà fosse interessata a me.
Da allora ho cominciatona riesaminare ogni interazione passata e non riesco a non pensarla. Ho anche provato a chiedere se fosse vero, purtroppo solo via chat essendo ormai già a terra, ma la sua risposta è stata un misto tra si e no, a detta sua per non influenzare la mia scelta sulla possibilità di un futuro imbarco, che sebbene non confermato, è già stato stabilito per la stessa nave e periodo dove la rivedrei.
Nonostante sia passata già una settimana, sto vivendo questa cosa con un ansia da occasione persa, anche perchè non sono mai stato in una relazione e la vedo quasi come se non avessi più possibilità alcuna.
Anche l'idea di mandare curriculum per un lavoro a terra ora mi spavemta che possa chiudere definitivamente questa possibilità, che comunque non sarebbe garantita anche se dovessi reimbarcare.
Come potrei uscirne? Perchè questa cosa è ormai da giorni che sento mi sta distruggendo dentro.
Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile utente,
dal racconto emerge un quadro di rimuginio post-evento, tipico delle situazioni cariche di incertezza relazionale. In ottica cognitivo-comportamentale, la mente tenta di "risolvere" l'ambiguità ripassando ogni dettaglio, ma questo processo, anziché chiarire, alimenta ansia, senso di occasione persa e pensieri catastrofici, come "non avrò mai più possibilità". Sono distorsioni cognitive (catastrofizzazione, lettura del pensiero, generalizzazione) che è utile riconoscere e mettere in discussione attraverso un dialogo socratico, chiedendosi quali prove reali sostengano davvero quella conclusione.
Utili anche tecniche di defusione cognitiva dell'ACT, osservare i pensieri come eventi mentali, non come fatti, e tornare al presente. Sul piano comportamentale, ridurre i tentativi di rassicurazione (ripensamenti, chat di verifica) spezza il circuito che mantiene il sintomo. Decisioni importanti, come il futuro lavorativo, vanno prese in coerenza con i suoi valori, non in reazione all'ansia. Le consiglio un percorso di psicoterapia per consolidare questi strumenti.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Buongiorno Dottori. Circa 10 anni fa ho casualmente incontrato un uomo molto molto più giovane di me. Uscivo da un periodo terribile, avevo appena perso mia madre dopo una malattia inesorabile ed ero sentimentalmente sola già da molto tempo. Ero in cura con farmaci antidepressivi e vivevo come in mezzo ad una nebbia. Finchè, quasi mi fossi "risvegliata" da un brutto sogno, mi sono improvvisamente accorta dei suoi sguardi, delle sue attenzioni, delle sue premure nei miei confronti, ma data la notevole differenza di età ho preso la cosa con divertimento, pur essendone lusingata. Poi, è scoppiato il covid e siamo rimasti tutti isolati nelle case. Ma un giorno, inaspettatamente, lui si è presentato a casa mia, dicendo che voleva rivedermi e che mi aveva portato la colazione. L'ho fatto salire, non senza stupore, abbiamo chiacchierato un po' ma...la "scintilla", se così vogliamo chiamarla, era ormai scattata e abbiamo fatto sesso con trasporto. Pensavo fosse finita lì, e invece -poichè per motivi legati alla professione che lui svolge ci incontriamo settimanalmente - tutto è continuato. Quando l'ho conosciuto era ancora fidanzato, poi si è sposato, ha avuto un figlio, a differenza mia che ho avuto una vita sentimentale disastrosa nonostante ogni volta abbia dato tutta me stessa al partner e per far funzionare il rapporto. Il suo, sembrava un matrimonio felice, innamorato della ragazza di sempre, un figlio splendido, quello che insomma avrei voluto la vita riservasse a me. Due anni fa, mi ha inaspettatamente detto che si stava separando dalla moglie. Lo vedevo infatti da tempo incupito, con meno voglia di parlare, ma a mia richiesta rispondeva che aveva "problemi" di cui non gli andava di parlare. Sembrava essersi lasciato andare. Ingrassato, trascurato (come è anche tuttora). Avendo cambiato posto di lavoro, mi nominava spesso colleghi e soprattutto colleghe con cui di tanto in tanto usciva e, particolarmente nominava le colleghe, a suo dire tutte belle, tutte brave, con cui c'era tanto affetto. Intanto, nel frattempo, aveva lasciato moglie e figlio non potendone più della situazione in casa, separandosi tuttavia solo di fatto. La moglie gli ha negato la separazione consensuale e dunque vivono in case diverse anche se a poca distanza, per il bambino. Ne sono rimasta dispiaciuta e l'ho invitato a riflettere, a tornare sui propri passi per amore del figlio, ma lei sembra irremovibile. Non se ne è andato per me. Noi abbiamo avuto solo rapporti intimi, anche se durante i nostri incontri ci siamo conosciuti meglio, sorretti a vicenda nei momenti di crisi, confidati, ma un rapporto vero e proprio non è mai partito (nel senso uscire insieme, condividere degli spazi e degli interessi): io non l'ho chiesto, data l'insormontabile differenza d'età sapevo già dall'inizio di non poterlo pretendere, ma neppure lui l'ha fatto. Finchè, proprio durante i rapporti intimi, a un certo punto lui non ha voluto più che gli lasciassi "segni" sul corpo a causa di baci un po' troppo marcati, pretendendo tuttavia di continuare a farli a me. Già questo mi ha lasciata perplessa. Ho chiesto spiegazioni, e lui mi ha risposto che non vuole si notino, data la professione che svolge. A questo punto, ho detto che anch'io avevo però diritto a non essere "marchiata". Poi, con il trascorrere del tempo, e sempre non richiesto, ha cominciato a nominarmi spesso una collega, anche lei separata però legalmente e con due figli con cui si era incontrato di tanto in tanto, anche con gli altri colleghi, affermando che era una donna molto bella (ma lo sono anch'io), facendomi capire che indossava biancheria sexy, quando io al contrario non ho voluto indossarla non perchè non la possegga, ma perchè suppongo che il desiderio sessuale di un uomo, se è genuino, debba scattare senza ricorrere a mezzucci.... Infine, siamo arrivati a ciò che non ho potuto tollerare. E' accaduto che mentre si trovava da me, la collega lo chiamasse, e non per una volta, sul cellulare. Trovandomi lì vicino e pur non volendo, non ho potuto fare a meno di ascoltare le loro voci affettuose, e scambiarsi facezie non di lavoro, con l'intesa di sentirsi la sera. Soprattutto mi ha ferita il suo "Finalmente!" come di persona che ha aspettato tanto una telefonata ed ora che è arrivata se ne compiace. Unpo' troppo, per una collega che si ha modo di vedere tutti i giorni, o quasi. Tra l'altro e' per me inaccettabile che queste telefonate avvengano comunque in mia presenza e senza nessun riguardo per lui che sta lavorando ed anche per me che sto lavorando con lui. Non capisco perchè lui glielo permetta, perchè non le dica, come ritengo avrebbe dovuto fare, di richiamare in altra ora. Lì per lì ho fatto come sempre, vale a dire non ho commentato pur assumendo un atteggiamento freddo e distaccato, ma quando lui mi ha fatto capire attraverso baci e carezze che voleva un rapporto, mi sono rifiutata, ben decisa, stavolta, a parlare. L'ho invitato ad essere chiaro, a dirmi la verità su questa persona che stava diventando, stando alla quantità di volte in cui non richiesto me la nominava, mostrandomi la sua foto e quella dei suoi figli che tiene nel cellulare insieme a quelle del figlio legittimo, e adesso facendomi ascoltare anche le loro telefonate, sempre più ingombrante, almeno in casa mia. E che, permettendole di farle, stava dimostrando un'assoluta mancanza di rispetto, e di sensibilità nei miei confronti. Come fanno tutti gli uomini in queste situazioni, ha ovviamente negato, dicendo le solite frasi "sei gelosa, è solo una collega (che tra l'altro vede tutti i giorni), sei veramente una grande regista per mettere su tutto questo, ecc.). Ho risposto che prima di essere gelosa sono una persona che tiene molto alla sua dignità. Che, se mi riteneva una grande regista, lui si era però dimostrato un pessimo attore, e che a prescindere da tutto, non mi prestavo ad essere la "ruota di scorta". Del resto, se come suppongo ha un'altra, i rapporti intimi ora può tranquillamente averli con l'altra, io non sono la moglie. Quale dovrebbe essere, infatti, il mio ruolo? Se ne è andato incupito. Ed io mi sento distrutta. Se ha un'altra relazione perchè non dirmelo apertamente? Io, essendo una donna educata tradizionalmente, non ho mai preso "iniziative" con gli uomini, neppure quando ero più giovane. Dunque, si è trovato anche facilitato, in questo senso, io avevo già capito, non c'era bisogno che mi facesse del male. Come è potuto cambiare così? E quale dovrebbe essere ora, il mio comportamento se queste telefonate dovessero continuare ( sempre che io lo riveda)? Non so immaginare, infatti, se e quando lo rivedrò avendo lasciato del lavoro in sospeso, non credo vorrà riparlarne e neppure io, avendo già detto ciò che ho ritenuto fosse giusto dire per me, ma non si sa mai. Potreste rispondermi? Vi ringrazio, la mia sofferenza è immensa.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Gentile signora,
la sua sofferenza emerge con chiarezza dal racconto e merita riconoscimento. In ottica cognitivo-comportamentale, quando una relazione si carica di aspettative non condivise e di una asimmetria affettiva prolungata, possono attivarsi pensieri automatici come "non valgo abbastanza" o "sarò sempre la seconda scelta", che alimentano vissuti di rabbia, gelosia e svalutazione di sé. Riconoscere questi pensieri come ipotesi, non come verità, è il primo passo per ridurne l'impatto emotivo.
L'ACT suggerisce inoltre di chiarire i propri valori, cosa desidera davvero, una relazione piena o un legame intermittente, agendo in coerenza con essi, anziché in reazione alla paura della perdita. Le suggerisco un percorso di psicoterapia individuale, dove esplorare il lutto materno, le credenze nucleari su di sé e sulla relazione, e costruire risposte funzionali al posto del controllo o dell'evitamento.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
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