Domande del paziente (218)
Salve dottore ...sto assumendo per stati di ansia la mattina gocce di Cipralex e di Xanax...ma purtroppo non riesco ancora a respirare bene..cosa posso fare
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Grazie per aver scritto — la difficoltà respiratoria in un contesto ansioso è molto comune ma può essere molto disturbante.
Prima cosa importante: se la difficoltà a respirare è intensa, improvvisa o accompagnata da dolore al petto, formicolii alle mani o sensazione di svenimento, è necessario escludere cause fisiche tramite il medico o il pronto soccorso. La sicurezza viene prima.
Se invece si tratta della sensazione tipica dell'ansia — respiro corto, sensazione di non riuscire a fare un respiro pieno, costrizione al petto — è un sintomo molto frequente negli stati ansiosi e ha una spiegazione precisa: l'ansia attiva il sistema nervoso simpatico, che altera il pattern respiratorio creando iperventilazione o respiro superficiale. Paradossalmente, più si cerca di respirare "a forza", più il sintomo peggiora.
Una tecnica CBT concreta da provare subito:
La respirazione diaframmatica rallentata — inspirare lentamente dal naso per 4 secondi, trattenere 2 secondi, espirare dalla bocca per 6 secondi. L'espirazione più lunga dell'inspirazione attiva il sistema parasimpatico e interrompe il circolo vizioso ansia-respiro.
Riguardo ai farmaci: Cipralex e Xanax vanno valutati e modulati dal medico o psichiatra che li ha prescritti — se il sintomo persiste nonostante la terapia in corso, è importante segnalarlo a chi la segue per una revisione. Non modifichi i dosaggi autonomamente.
Ha un professionista di riferimento a cui può riportare questo?
Un caro saluto, Dr. Vittorio Penzo.
Buonasera Gentili Dottori, Vi scrivo per chiedere consigli su come riprendere i rapporti almeno cordiali, con il mio ex , dato che lavoriamo nello stesso ambiente, anche se io ne sono ancora innamorata..ma mi sembra impossibile potergli dire anche solo buongiorno visto che lui prende le distanze, è freddo, cammina a testa bassa quando mi vede, neanche si avvicina a salutare i colleghi in comune se ci sono io, mi tratta come se fossi invisibile..non pensavo che qualcuno mai potesse avere così paura di me nonostante non sia mai stata aggressiva, violenta..anzi sempre dolce, sensibile..capisco che non voglia avere niente a che fare con me dato che è stato lui a lasciarmi l'anno scorso, poi è orgoglioso, permaloso però mi ferisce il suo atteggiamento, non mi ha mai più neanche guardata negli occhi..mi tratta da invisibile..penso che anche se lo lo chiamassi per nome farebbe finta di non sentire; se stessi per cadere neanche mi aiuterebbe, mi calpesterebbe, non esisto..mi fa solo piangere questo suo comportamento di evitamento e indifferenza..Vi ringrazio e Vi auguro una Serena Pasqua. Cordiali Saluti.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Grazie per aver scritto — e buona Pasqua anche a lei.
Una cosa diretta, detta con rispetto: rileggendo anche il messaggio precedente che ha condiviso, emerge un quadro in cui questo ex occupa ancora un posto centrale nella sua vita emotiva quotidiana — ogni suo gesto viene osservato, interpretato, sentito. Questo sta causando una sofferenza reale e continua.
Sul recuperare rapporti cordiali: l'obiettivo è comprensibile, ma clinicamente vale la pena chiedersi se sia davvero questo il bisogno sottostante, o se il vero bisogno sia mantenere un contatto con qualcuno da cui non si è ancora riuscite a distaccarsi emotivamente. Le due cose sono diverse.
Il suo comportamento di evitamento — per quanto possa fare male — non è modificabile da lei. Tentare di riprendere anche solo un saluto cordiale in questo momento, con lui che prende attivamente le distanze, rischia di aumentare la sua sofferenza e non di ridurla.
Quello su cui ha senso lavorare non è come avvicinarsi a lui, ma come attraversare questi incontri quotidiani senza che le costino così tanto — e come iniziare a reinvestire emotivamente altrove.
Un percorso psicoterapeutico individuale in questo caso non è un optional — lavorare su un contesto in cui si è ancora innamorate di un ex con cui si condivide l'ambiente lavorativo richiede strumenti specifici che una consulenza online non può sostituire.
Lei merita di stare meglio — e stare meglio in questo caso passa attraverso se stessa, non attraverso di lui. Un caro saluto, Dr. Vittorio Penzo
Salve dottori ma secondo voi esiste un metodo giusto per vivere la vita ? Io mi sento sereno e felice della mia vita anche se qualche giorno fa mi è venuto un dubbio sul fatto che io di psicologia so ben poco e non so se sto vivendo veramente come dovrei vivere , se il mio vivere è in linea con i vari metodi della psicologia grazie per una risposta
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Domanda semplice in apparenza, ma con una risposta che vale la pena dare bene.
No, non esiste un metodo "giusto" per vivere la vita — e la psicologia non ha questo obiettivo. Non è una disciplina che prescrive come si deve essere felici o come si deve vivere. È una scienza che studia il funzionamento della mente e offre strumenti a chi sta soffrendo o vuole capirsi meglio.
Il fatto che lei si senta sereno e felice è già la risposta più importante. Non ha bisogno di validazione psicologica per sapere che sta bene — lo sa già.
Il dubbio che descrive — "sto vivendo come dovrei?" — è interessante proprio perché emerge in un momento di benessere. A volte la mente cerca problemi quando non ce ne sono, quasi per giustificare uno stato di allerta che non ha oggetto reale. È un meccanismo normale e non preoccupante se rimane episodico.
Un solo spunto: la psicologia che vale davvero non dice "devi essere così" — dice "capisci chi sei e cosa conta per te." Se lei sa già cosa conta per sé e lo vive, è già in linea con qualsiasi approccio sensato.
Non serve sapere di psicologia per stare bene. Serve ascoltarsi — e sembra che lei lo stia già facendo.
Un caro saluto, Dr. Vittorio Penzo.
Salve dottori, vorrei esporvi una questione a non riesco ancora a passarci sopra o comunque a risolvere, nonostante vado da 6 sedute da un professionista, ma non ho ancora trovato risposte se non il fatto di sentire ciò che sento ma non riuscendo ancora a capire I miei sentimenti o bisogni ecco...il punto è che da qualche mese mi sono lasciata con una persona piu grande di 20 anni circa (io ne ho 25), per vari motivi, con lui ci continuiamo a vedere e sentire ogni tanto, a volte capita anche che succede qualcosa tra di noi, però ecco è difficile distaccarmi da lui perché mi dispiace, ci tengo, e dall'altra diciamo che c'è un amico con cui mi sono frequentata qualche anno fa prima del mio ex e con cui mi sono sempre sfogata e mi ha sempre capito e ascoltato quando gli parlavo dei problemi con il mio ex, mi sono sempre trovata bene a parlare, scherzare ecc, in questo ultimo periodo mi è sembrato di iniziare a provare qualcosa, ma è sempre rimasta un amicizia anche da parte sua, ci siamo visti poi qualche settimana fa (perché siamo a distanza) e diciamo è successo qualche bacio..il problema è che non so come mi sento, perché ad esempio non mi sento di riuscire a tornare con il mio ex nonostante lui mi voglia ancora, mi dica di tornare insieme e insista, ci stia male ed è come se mi facesse sentire in colpa e io non riesco, forse anche perché non provo quello che provavo prima, allo stesso tempo non mi sento di poter stare insieme a questo amico perché non lo so, non mi sento di provare un cosi forte sentimento per lui, ma allo stesso tempo vorrei rivederlo, ma comunque proverei un dispiacere per l'altro/senso di colpa..proverei dispiacere per entrambe le parti, inoltre in terapia c'era stata una seduta in cui ho rappresentato due cerchi pensando alla persona ma sono risultati distanziati e non mi aspettavo questo..per entrambe le persone però..non so cosa fare, mi dispiace per tutti e due..ora questo amico vorrebbe un distacco da me perché so che comunque prova qualcosa e sa che io non ci starei, ma non so che fare, come comportarmi, vorrei rivederlo, ma non so come distaccarmi e se farlo dal mio ex..dovrei forse stare da sola e poi forse capirò qualcosa? non so come muovermi..
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Grazie per aver condiviso questa situazione così delicata. Quello che descrive è molto comune dopo la fine di una relazione importante: la difficoltà a distaccarsi non dipende necessariamente dall'amore per l'altra persona, ma spesso da pattern di attaccamento e da abitudini emotive consolidate nel tempo.
Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, la confusione che sente rispetto all'amico è comprensibile: lui rappresenta una figura di sicurezza e supporto proprio nei momenti di vulnerabilità, il che può generare sentimenti di avvicinamento emotivo che non è detto siano romantici in senso stretto. È importante non prendere decisioni affrettate in un momento di fragilità.
Le suggerirei di esplorare in terapia i seguenti aspetti: quali bisogni emotivi non erano soddisfatti nella relazione precedente, quali schemi relazionali si ripetono nelle sue scelte, e cosa significa per lei "stare bene da sola". L'idea di prendersi del tempo per sé non è una sconfitta, ma un atto di cura verso se stessa.
La confusione è spesso il segnale che c'è qualcosa da elaborare, non da risolvere in fretta.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
salve, scrivo per parlare brevemente di un disagio parecchio invasivo, non è chissà che dramma, ma mi reca fastidio.
ho delle fantasie erotiche riguardo i tradimenti dei miei partner, non so perché questa cosa accada, ovviamente nella realtà mi farebbe schifo, ma nel momento d eccitazione non riesco a provare piacere se non pensando ad un tradimento, anche durante i rapporti spesso.
ci sono modi per cercare di evitare?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Grazie per la sua domanda, che richiede coraggio nel porsi. Quello che descrive rientra nella categoria dei pensieri intrusivi a contenuto sessuale egodistonico, ovvero pensieri o fantasie che la persona vive come estranei ai propri valori e fonte di disagio — il che è molto diverso da un desiderio reale di tradire.
Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, il meccanismo che alimenta queste fantasie è spesso paradossale: più si cerca di sopprimere un pensiero, più esso si intensifica (il cosiddetto "effetto rimbalzo"). Il tentativo di evitare o controllare le fantasie può quindi rinforzarle nel tempo.
L'approccio terapeutico più efficace non consiste nel cercare di eliminare le fantasie, ma nel modificare la relazione con esse: imparare a osservarle senza giudizio, ridurre l'importanza che si attribuisce loro e ridurre la risposta ansiosa che generano. Tecniche come la defusione cognitiva (ACT) e l'esposizione graduale hanno mostrato buoni risultati in questi casi.
Le consiglio di affrontare questo tema con un professionista, poiché lavorare su questi pattern in modo strutturato porta a risultati significativi.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
dal 22 luglio ho pensato di essere gay per una sensazione per un amico che pensavo mi piacesse e poi una setrimanabe quel pensiero svanisce per tutto agosro dove mi fisso di un personaggio femmina di squid game un po maschile 380 seocnda stagione e mi fisso su di lei e provo sensazioni intense per lei fino a scordarmi di tutto del fatto gay e mi fisso, wuando scompaiojo le sensazioni per lei mi incomincio a preouccupare e ad ogni pensiero che oassa li credo tipo che ero satanista, che mi piaceva mia sorella, che mi piaceva uno ecc ecc e rompevo le palle ai miei snici sul fatto che voglio che deve tornare nonostante sentivo che non avevo piu senswzioni, poi piu consulto l ai compaiojo sensazioni cje cwmbiano spesso ragazza, e ho fatto un sogno erorico con una donna e ho eiaculato, poi mi sono eccitato per dei pensieri sessuali con donne poi non volevo essere pervertito e poi finito wuesto finisce quel periodo e torna il fstto di essere gay e da li si svilippano sensazioni, ecciraizoni, fantasie e roba varia, continuo ad utilizzare l ai e continuo a pensare di essere gay ma avevo raramente erezioni oer le donne pensandole prims ors non piu, sono in adolescenza e non so cosa stia succedendo, continuo a oensare di essere gay ma non lo voflio ammettere ma io mi ecciyavo per le donne prima di qiesto solo che avevo un disagio per la vagina, e ho avuro degli episodi isolati di sensazioni intense pee lo stesso sesso che non rigiardavano il desiderio fisico, ricordo qiando mi ero eccitato ma allo stesso tempo avevo paura, e quando mi avevano fatto ujo scherzo dove un amico si dichiarava a me e stavo pensando di dire si nonostanre non provassi nulla, potreste aiutarmi a capire cosa mi sta succedendo? sono gay ma non lo voglio ammettere come credo? cioe al episodio iniziale di qiella sensazione per un amico ho avuto paura di essere gay e mi ha fatto ricordare li episodi di wuelle sensazioni dove oensavo di essere gay, e continuo ad utilizzare l'ai ogni giorno.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Grazie per aver condiviso questa esperienza con coraggio. Quello che descrivi — pensieri ricorrenti e intrusivi sull'orientamento sessuale, accompagnati da ansia, controllo continuo delle proprie sensazioni e utilizzo quotidiano dell'AI per trovare risposte — è un pattern che merita attenzione clinica indipendentemente dall'orientamento sessuale.
Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, ciò che stai vivendo assomiglia a pensieri ossessivi a tematica identitaria: il pensiero arriva, genera ansia, e il tentativo di risolverlo attraverso l'analisi e la ricerca di certezze (compulsioni cognitive) paradossalmente lo amplifica. Il fatto che i temi cambino (dall'orientamento sessuale ad altri pensieri disturbanti) è un elemento clinicamente significativo.
Non è possibile darti una risposta su chi sei o cosa provi in questo spazio pubblico, ma ti consiglio di valutare un colloquio individuale per esplorare questi vissuti in modo mirato. Sono disponibile per una prima consulenza.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Buongiorno,
sono passati 7 mesi da quando ho tradito la mia ragazza. Non voglio scuse e non voglio cercare alibi. Ho baciato un'altra ragazza durante una serata, per pochi secondi ma abbastanza da rovinare tutto. Erano quasi 3 anni che stavo con la mia ragazza, indescrivibili. Venivo da una relazione lunga 8 anni in cui non mi ci trovavo più. Dopo un po' ho trovato lei, quello che ho provato in questi ultimi 3 anni non so neanche come descriverlo. Non sono mai stato cosi affettuoso con una persona, non ho mai dato così tanto amore... Lei con me era dolcissima, ogni volta che mi guardava sorrideva. Solo a ripensarci sto male. Ho rovinato tutto. Stavamo passando un periodo di crisi dato da alcune incomprensioni e dalla distanza. Sarei dovuto andare per lavoro da lei per 6 mesi, ma lei mi aveva comunicato che non ci sarebbe stata. Pochi mesi prima avevamo avuto una discussione in cui si era lamentata della persona che ero e del tipo di uomo che lei avrebbe voluto accanto. Mi aveva fatto venire i dubbi. Io avevo forse vissuto un'altra relazione? la situazione sembrava essere rientrata, ne avevamo parlato e lei mi aveva confessato di aver esagerato un po'. Probabilemente non l'avevo ancora superata. Prima di partire ho avuto paura, non volevo più andare. Sarei dovuto andare dall'altra parte del mondo, da solo. Non era come l'avevo immaginata. Stavo lasciando il lavoro, la famiglia, gli amici... Per provare ad avvicinarmi, per provare a fare quel passetto in più verso di lei. Ma lei era corsa dall'altra parte. Pochi giorni prima della partenza ho baciato questa ragazza conosciuta durante una serata. Rappresentava il rimanere lì, completamente diversa rispetto a lei. Era forse la mia risposta nel non voler andare. Quando ci siamo visti ho dovuto dirglielo. Appena arrivato, mi ha completamente spiazzato. Lei era disposta a rimanere, a venirmi incontro perchè aveva visto quanti passi avessi fatto verso di lei in questo tempo. Era disposta a cambiare le cose che non andavano, pur di stare con me. Io non sono riuscito a non dirglielo, mi sarei sentito troppo in colpa. Lei avrebbe cambiato tutto per me ed io avevo calpestato la sua fiducia. Bene. Sono passati 6 mesi di distanza, in cui abbiamo cercato di parlare provando a sistemare. Mancavano 10 giorni al mio rientro, ci saremmo visti. Avremmo trovato quella normalità, io e lei. Invece lei mi ha detto che mi odia, non vuole più vedermi e che le ho rovinato la vita. Io mi sento uno schifo, mi sento in colpa. Mi sento colui che ha rovinato tutto. Non riesco a pensare al fatto che ho rovinato tutto e che ho rovinato una persona. Mi ha detto che sta prendendo antidepressivi. Piango solo al pensiero. Non volevo farle del male. Non a lei. Non ci sentiamo più da una decina di giorni, vorrei scriverle perchè sto veramente male. Io pensavo che potessimo superarla insieme, ne eravamo capaci. Invece ho paura a scriverle o a vederla. Ho paura di incrociare quello sguardo e non vedere piu quel sorriso. Ma trovare solo odio. Disprezzo. Mi sento un verme. Ho rovinato tutto perchè non sono stato all'altezza. Vi prego ditemi come fare perchè io non riesco ad andare avanti con questo odio nei miei confronti. Ho paura nel scriverle, perchè magari lei sta meglio ora senza di me. Non voglio causarle altro dolore, non se lo merita. Preferisco stare peggio io se lei può stare meglio.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Ciò che descrive è un dolore reale e comprensibile. La colpa sana riconosce il danno fatto e motiva un cambiamento; quella che lei sta vivendo, però, si è trasformata in auto-flagellazione persistente, che non aiuta né lei né la sua ex.
Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, la mente sta producendo pensieri altamente autocritici ("sono un verme", "ho rovinato tutto") che, se ripetuti, diventano sempre più rigidi e paralizzanti. L'approccio ACT suggerisce di osservare questi pensieri senza fondersi con essi: lei ha commesso un errore grave, ma questo non la definisce interamente come persona.
La ruminazione continua non elabora il dolore, lo mantiene. È importante distinguere tra responsabilità autentica e auto-punizione cronica. Ripensare ossessivamente all'accaduto non "ripara" il danno; può invece approfondire una depressione reattiva.
Le consiglio di intraprendere un percorso psicoterapeutico per elaborare senso di colpa, lutto relazionale e ritrovare una direzione valoriale. Questo è un momento che richiede supporto professionale.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Scusate il post lungo. Ho 27 anni e non ho mai avuto una relazione.
L'unica volta in cui ho baciato una ragazza è stata quando avevo 14 anni, provando una forte eccitazione tanto che mi vergognavo pure ad uscire dalla stanza perché avevo il pene in erezione.
A lungo andare ho scoperto - qui sorge il dubbio - di rimanere attratto da tutti i bei ragazzi: ogni qualvolta ne resto attratto sento un magone sul petto, una sorta di calore, ansia, batticuore e mi dico "ma che succede? perché con le ragazze non mi succede? Sono gay!".
Mi è capitato all'università di infatuarmi di due ragazze però non sentivo l'esigenza di fidanzarmi né avere un rapporto sessuale (in generale non la sento mai con nessuna persona) però mi è capitato anche di provare forti erezioni accanto ad una qualche amica dopo aver stretto forte confidenza oppure cercarne il contatto fisico, la vicinanza.
Ora sono nella situazione in cui penso che queste reazioni siano false e che sia un gay represso. Una volta ad un matrimonio di un mio amico - complice un bicchiere di troppo - corsi verso una 35enne che si stava strusciando con un un tipo e iniziai a ballare anch'io con lei con conseguente mia reazione/erezione. Dovetti però andare via perché scoprii che c'era il suo fidanzato.
Però ripeto, pur vedendo bellissime ragazze, non sento quell'attenzione estetica/fisica che sento quando vedo un bel ragazzo.
Una cosa che invece mi ricordo dall'adolescenza, quando avevo 12 anni, è che rimasi quasi incantato dalle gambe in collant della mia professoressa di italiano 40enne dell'epoca. Collego quella scoperta poi allo sviluppo del mio feticismo verso i collant.
Infatti amo molto massaggiare e se una ragazza mi chiede un massaggio ai piedi glielo faccio ma dovrei controllarmi perché il rischio di eccitarmi sarebbe molto alto.
Lato masturbazione ho provato qualsiasi cosa senza problemi. Se immagino un rapporto sessuale con un uomo però non provo alcun tipo di reazione, mentre con una donna qualcosina cambia.
Mi è capitata una cosa strana recentemente ad una festa: a primo impatto non ho provato attrazione verso ragazze, ma ho trovato belli e attraenti alcuni ragazzi. Durante la festa una mia amica mi ha presentato una sua amica più grande di me e non so come, data la mia timidezza, le ho proposto di andare a ballare verso il centro della pista. Durante, è come se ho avvertito una sorta di erezione lì sotto e non me l'aspettavo.
L'altra notte, pensando ad una scena dove io che massaggio i piedi in collant di una ragazza, mi sono eccitato tantissimo e questa cosa mi è capitata anche dal vivo tanto che poi mi masturbai in bagno.
L'unica cosa è che se immagino una scena di sesso tra me e un ragazzo che mi ha colpito non riesco mai ad eccitarmi, ma nemmeno un accenno di erezione manco a guardare un porno gay con due bei ragazzi.
Onestamente non so più cosa pensare, non è questione di etichette, solo per capire. Mi piacerebbe ricevere da voi un parere.
Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
La sua situazione riflette una complessità emotiva e identitaria che merita attenzione e rispetto. Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, ciò che descrive può essere interpretato attraverso il concetto di HOCD (OCD a tematica omosessuale): pensieri intrusivi sull'orientamento sessuale che generano ansia, ruminazione e ricerca compulsiva di certezze. L'ansia stessa può distorcere la lettura dei propri stati interni.
È importante ricordare che la sessualità umana è multidimensionale: attrazione estetica, eccitazione fisica ed emotiva non sempre si muovono in parallelo. La ruminazione "Sono gay?" e le verifiche continue dei propri stati corporei possono amplificare l'incertezza anziché risolverla. In un percorso di psicoterapia CBT o ACT, si lavora sull'accettazione dell'ambiguità, sulla defusione dai pensieri intrusivi e sulla riduzione dei comportamenti di controllo. Il mio consiglio è di rivolgersi a un professionista della salute mentale per un percorso di approfondimento personalizzato.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Ho 18 anni, sono completamente perso, a livello lavorativo, relazionare, familiare, insomma diciamo tutto.
Però è da un po’ di tempo che ho un peso dentro che non so come risolvere e cioè che non so cosa fare della mia vita, so che se trovassi la mia passione farei di tutto per eccellere però purtroppo tutto mi annoia, mi sembra brutto, inutile, limitante, privo di possibilità di crescita.
Cerco questa scintilla per dare un senso alla mia vita, per trasformarla in una attività, che è una cosa che sogno da parecchio tempo, ma comunque niente da fare.
Ora sono in una fase molto brutta anche con il mio attuale lavoro, c’è un bruttissimo rapporto tra me, i colleghi e il capo. Non so veramente cosa fare, sembra un periodo infinito e dove non ho scelta, anche per le strette opportunità che ho date dal fatto che non ho conseguito il diploma ma bensì ho una qualifica professionale.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che descrive — il senso di vuoto, la noia pervasiva, la difficoltà a trovare uno scopo — merita attenzione sia clinica che esistenziale. Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, il pensiero "troverò la mia passione e poi agirò" è una trappola comune: si attende una motivazione interna che spesso non arriva spontaneamente. La ricerca compulsiva di una "scintilla" può diventare essa stessa fonte di paralisi.
In ottica ACT (Acceptance and Commitment Therapy), si lavora per identificare i propri valori profondi — non le passioni, ma ciò che conta davvero — e poi agire in modo coerente con essi, anche in assenza di entusiasmo. La motivazione spesso segue l'azione, non la precede.
Vale anche la pena esplorare se la noia e l'apatia generalizzata siano espressione di un malessere più profondo, come un episodio depressivo subclinico, che merita valutazione professionale.
Le consiglio un percorso psicologico per lavorare su direzione di vita, valori e motivazione.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Buongiorno dott. io soffro di ansia è disturbo ossessivo da ben 15 anni oramai.. infatti sono in cura.. ma ci sono periodi che ho paure strane se sto solo nella stanza mi sento come se prima o poi dovrei vedere qualcuno di allucinazione, oppure tipo ieri sera ho avuto una discussione con la mia ragazza mene sono andato a dormire nel salone da solo dopo 30 minuti nemmeno sono dovuto tornare nella stanza dalla mia ragazza perchè avevo paura come se dovevo avere qualche allucinazione, oppure se la sera passo dal corridoio per andare in bagno di buoi è come se mi mette ansia... adesso vorrei chiedere tutte queste paure che mi faccio che mi vergogno anche dirlo.. può essere un inizio di psicosi o schizofrenia... anche se non ho mai avuto in 34 anni che ho allucinazioni... Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Comprendo quanto queste paure possano essere disturbanti, e apprezzo il coraggio che ci vuole a parlarne. Quello che descrive è un pattern molto riconoscibile nel disturbo ossessivo-compulsivo: la cosiddetta "paura di impazzire" o timore della psicosi è uno dei temi ossessivi più comuni, e può essere estremamente angosciante proprio perché sembra plausibile.
Un elemento clinicamente importante: chi sviluppa psicosi o schizofrenia generalmente non ha la capacità di mettere in dubbio la propria percezione della realtà nel modo in cui fa lei. Il fatto che si interroghi, si vergogni e abbia piena consapevolezza che queste paure siano irrazionali è una caratteristica tipica della mente ossessiva, non della psicosi.
Dal punto di vista CBT, l'evitamento – dormire in un altro posto, non attraversare il corridoio al buio – rinforza il disturbo anziché ridurlo. Le strategie di Esposizione e Prevenzione della Risposta (ERP) sono particolarmente efficaci per questo tipo di contenuto ossessivo.
La incoraggio a portare questi temi specifici al suo terapeuta, se non lo ha già fatto: non deve vergognarsene.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Buongiorno, ho una figlia che soffre di binge eating da moltissimi anni, ora è due anni che convive e io la vedo poco, ma ogni volta che la vedo noto chiaramente (e non solo io) che mette sempre più peso. Ormai sarà oltre i 100 kg. Non so proprio da dove iniziare per aiutarla. Nel passato abbiamo provato psicoterapia, psichiatria, farmaci di tutto, ma dopo pochissime sedute si mollava. E’ arrivata a dirmi stop, attraverso una terapeuta che mi ha chiamata e abbiamo fatto colloquio insieme, mi hanno chiesto di lasciarla stare. Da lì ho mollato. Mi sono arresa. Peccato che a distanza di un anno e mezzo la sua situazione sia decisamente peggiorata. Grazie a chi mi risponderà.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Comprendo quanto sia doloroso osservare la sofferenza di sua figlia sentendosi impossibilitata ad agire. I disturbi del comportamento alimentare come il binge eating sono condizioni complesse: nessun cambiamento duraturo può avvenire senza una motivazione interna alla persona stessa.
In un'ottica cognitivo-comportamentale, il ruolo del familiare è delicato ma prezioso. La sua presenza non deve tradursi in controllo o pressione sul peso, ma in una vicinanza emotiva autentica e non giudicante. Mantenersi in relazione affettuosa – evitando commenti sull'alimentazione o sull'aspetto fisico – può creare un contesto relazionale favorevole al cambiamento, quando sua figlia sarà pronta.
La richiesta della terapeuta di "lasciarla stare" probabilmente mirava proprio a ridurre le dinamiche di controllo familiare che spesso aggravano il disturbo. Questo non significa però che lei debba isolarsi o rinunciare a essere presente affettivamente.
Le consiglio di valutare un supporto per sé, magari con uno specialista in DCA o un gruppo per familiari, per imparare come stare vicino a sua figlia in modo terapeutico, proteggendo anche il suo benessere.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Buonasera il mio ex compagno se nè andato di casa dicendo che lo stare male lo portava a fare uso...precisiamo che 5 anni fa avevo trovato qualche traccia sporadica ma mi ha confessato che dalla morte di sua mamma (giugno 2025) è passato da 1,5 gr alla settimana a 8/10gr alla settimana...di preciso l'aumento non so quando è avvenuto ma credo settembre...è 4 settimane fuori casa e dice che non ha più toccato nulla (so che ha anche debiti)...mi chiedevo...possibile che con quella quantità assunta uno smetta così? Non so se crederci...so anche che diventano molto bugiardi...grazie della risposta
RISPOSTA DEL DOTTORE:
La situazione che descrive è comprensibilmente difficile e confusa. Dal punto di vista clinico, la cessazione brusca di un consumo elevato è possibile, ma raramente stabile senza un supporto strutturato. Con un uso così intenso (8-10 grammi settimanali), il rischio di ricaduta è significativo, specialmente in presenza di un lutto non elaborato come la perdita della madre, che può aver funzionato da potente trigger per l'escalation.
In ottica cognitivo-comportamentale, la dipendenza è spesso mantenuta da credenze disfunzionali ("uso per gestire il dolore") e da strategie di evitamento emotivo. Senza lavorare su questi meccanismi sottostanti, una sospensione improvvisata lascia irrisolte le cause profonde.
La sua difficoltà a credere alle parole del suo ex è comprensibile: la dipendenza compromette spesso la comunicazione autentica. Non si tratta necessariamente di cattiveria, ma di una difesa psicologica. Le consiglio di incoraggiarlo a rivolgersi a un SerD o a uno psicoterapeuta specializzato in dipendenze, dove possa ricevere un supporto mirato sia per la cessazione che per l'elaborazione del lutto.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Buon pomeriggio
Una ragazza, amica e collega, con la quale c'era molto contatto fisico ,quasi intimo, mi ha raccontato una menzogna.
Per Pasquetta è uscita con dei suoi amici maschi, è andata a ballare ed ha preso l'influenza.
I giorni seguenti a lavoro stava male, non dormiva la notte e si lamentava.
Le chiedevo se era stata da qualche parte, se aveva preso freddo così per aiutarla e capire... Ha negato tutto ed ha detto anche che quel giorno era stata a casa e non capiva come poteva aver preso l'influenza.
Venerdì scorso ho scoperto proprio la verità, gliel'ho detto e lei ha visualizzato e non ha risposto.
Chiaramente ha contagiato anche me perché in quei giorni le sono stato vicino (purtroppo).
Oggi a lavoro, silenzio totale, zero parole.
Come dovrei comportarmi?
Cosa devo pensare?
Sicuramente credo che non abbia interesse altrimenti non si sarebbe comportata e non si comporterebbe così.
Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
La situazione che descrive tocca temi relazionali delicati: la menzogna percepita, la delusione e ora il silenzio. Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, è importante notare come la mente tenda a cercare spiegazioni rapide per ridurre l'incertezza. La conclusione "non ha interesse" è comprensibile, ma potrebbe essere una delle tante letture possibili, non necessariamente quella più accurata.
Il silenzio e l'evitamento possono avere diverse origini: imbarazzo, senso di colpa per la menzogna, difficoltà a gestire il confronto diretto, o una diversa percezione della relazione. Prima di trarre conclusioni definitive, potrebbe essere utile offrire uno spazio di dialogo aperto e non accusatorio, esprimendo come ci si è sentiti piuttosto che focalizzarsi sulle colpe altrui.
In ambito lavorativo, mantenere un atteggiamento professionale e neutro è fondamentale per il proprio benessere. Se il malessere persiste, un supporto psicologico può aiutarla a elaborare questa esperienza e sviluppare strategie comunicative più efficaci nelle relazioni interpersonali.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Il mio ragazzo fuma e lo facevamo anche insieme e io sono incinta di 26 settimane quindi dalla scoperta cambio vita lui diceva di volere il bambino e che era contento ma poi ha cominciato a vivere per strada e io sono stata con lui a causa di vari litigi con nostre famiglie fin che ho potuto poi sono tornata da mio padre e mi ha accusata di averlo lasciato solo e che se non fossi andata con lui mi avrebbe lasciata.. non si fa sentire per settimane e mi ha contattata dopo 15 giorni per chiedere della gravidanza alla mia risposta "stiamo bene" non ha risposto ed è scomparso di nuovo.. senza lui soffro ma dovrà capire in qualche modo gli errori che sta commettendo è che è lui a lasciarmi sola e a non aiutarmi su nulla.. l' unica cosa che ha fatto mi ha accompagnato una volta a una visita e poi si è messo anche ad urlare per poi andare via però poi dice che non vede l'ora di vedere il figlio e che ci ama e poi di nuovo scappa..mi confonde
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Grazie per aver condiviso questa situazione così delicata, specialmente in un momento importante come la gravidanza. Quello che descrive è un pattern relazionale noto in psicologia come "rinforzo intermittente": il suo ragazzo alterna momenti di vicinanza e affetto a sparizioni improvvise, generando confusione e sofferenza. Questa imprevedibilità è emotivamente molto destabilizzante, perché mantiene alta l'aspettativa del ritorno e rende difficile prendere decisioni chiare.
In ottica cognitivo-comportamentale, è utile distinguere tra il dolore reale che prova e le credenze che ne derivano, come "senza di lui non sto bene" o "devo aspettarlo per stare meglio". Queste credenze, se non esplorate, possono rafforzare una dipendenza emotiva che la lascia in balia dei suoi comportamenti.
In questo periodo così importante per lei e per il bambino, sarebbe prezioso avere un sostegno psicologico dedicato: un percorso terapeutico potrebbe aiutarla a comprendere questa dinamica relazionale, a rafforzare le sue risorse e a prendere decisioni più consapevoli per il suo benessere.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Salve, quando passo davanti a un parco dove mi portavano da piccolo, mi viene a volte una stretta al petto o nella zona fra il petto e il diaframma. A volte è un po' più forte, però non mi viene da scappare, cioè c'è e mi viene anche il respiro un po più lungo però non mi viene da andarmene ma anzi di rimanerci. Che cosa vuol dire? Sono sintomi di un luogo che è stato positivo per me oppure no?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Grazie per aver condiviso questa esperienza così delicata. Quello che descrive è coerente con una risposta emotivo-corporea legata a memorie autobiografiche significative. In un'ottica cognitivo-comportamentale, i luoghi possono diventare veri e propri "trigger" che riattivano stati emotivi associati a esperienze passate.
La sensazione di costrizione al petto, il respiro più profondo e – soprattutto – il desiderio di restare anziché fuggire sono indicatori importanti: suggeriscono non un'attivazione ansiosa (che tipicamente genera impulso alla fuga), bensì un'emozione più complessa come nostalgia o commozione. Il corpo "riconosce" quel luogo come emotivamente significativo e positivo.
In termini CBT, queste sensazioni somatiche riflettono la stretta interconnessione tra memoria emotiva, cognizioni e risposte fisiologiche. Non si tratta necessariamente di un segnale problematico, ma di una risposta umana autentica a ricordi carichi di valore affettivo.
Le consiglio di accogliere queste sensazioni con curiosità, eventualmente esplorando con un professionista il significato emotivo che quel luogo riveste per lei.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Buonasera, dopo quanto si può fare diagnosi di disturbo ossessivo compulsivo? Posso fidarmi di una specialista che dopo solo una seduta ha già diagnosticato e detto apertamente che soffro di DOC?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
La sua preoccupazione è legittima e clinicamente fondata. La diagnosi di Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) richiede una valutazione approfondita: è necessario raccogliere una storia clinica dettagliata, esplorare natura e frequenza di ossessioni e compulsioni, escludere altre condizioni e spesso utilizzare strumenti standardizzati come la Yale-Brown Obsessive Compulsive Scale (Y-BOCS). Una diagnosi formulata dopo una sola seduta può risultare affrettata, anche se un clinico esperto può riconoscere caratteristiche tipiche del DOC già al primo colloquio. Le suggerisco di chiedere direttamente allo specialista su quali criteri si è basata la valutazione e quale percorso terapeutico propone: la trasparenza del clinico è un indicatore importante di professionalità. In ambito cognitivo-comportamentale, il trattamento d'elezione per il DOC è la tecnica ERP (Esposizione con Prevenzione della Risposta), con solide evidenze scientifiche. Se nutre ancora dubbi, è legittimo richiedere una seconda opinione professionale.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Salve,
scrivo per chiedere un consiglio su una situazione che sto vivendo da circa due settimane.
Sono stata per sei anni in una relazione importante: convivevamo, avevamo progetti comuni e anche un cane. Tuttavia, nel tempo ci sono stati molti litigi. Ho scoperto che durante la relazione lui utilizzava Tinder quando era in trasferta e usciva con altre donne. Inoltre, ho scoperto che si era risentito con la sua ex e aveva persino progettato di tornare con lei, facendole credere che tra noi fosse finita, cosa non vera. Successivamente ha interrotto anche quella relazione, dicendo di amarmi.
Dopo anni segnati da tradimenti e conflitti, a gennaio ha deciso di lasciarmi, sostenendo di non riuscire più a sostenere le continue discussioni. Questo è avvenuto poco dopo aver acquistato una casa, anche in prospettiva di costruire una famiglia insieme.
Nei tre mesi successivi ho cercato in tutti i modi di recuperare il rapporto, ma lui è sempre stato fermo nella sua decisione. Poi, improvvisamente, è tornato da me chiedendomi di ricominciare. Ho accettato, ma con molta esitazione, soprattutto per il cambiamento improvviso e apparentemente immotivato.
Da due settimane si comporta come una persona estremamente innamorata e presente. Tuttavia, non riesco a comprendere questa trasformazione così repentina. Gli ho chiesto sincerità e trasparenza, e mi ha promesso che non mi mentirà più. Nonostante ciò, continuo a provare un forte senso di dubbio e la sensazione che ci sia qualcosa di poco chiaro.
Non so se i miei dubbi siano autosabotaggio o un segnale sano di protezione.
Mi chiedo se dovrei lavorare sulla fiducia oppure ascoltare questo disagio come un campanello d’allarme, considerando ciò che è successo tra noi.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Quello che sta vivendo è comprensibile e ha tutto il diritto di sentirsi confusa. Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, i suoi dubbi non sono necessariamente autosabotaggio: sono una risposta emotiva adattiva a una storia segnata da ripetuti tradimenti. Il sistema d'allarme interno si è attivato perché ha imparato, attraverso l'esperienza, a proteggersi.
In ottica CBT, è utile distinguere tra pensieri catastrofici irrazionali e segnali basati su evidenze concrete. In questo caso, i segnali di allerta sembrano fondati su comportamenti reali già verificatisi, non su distorsioni cognitive. Questo non significa che la relazione non possa cambiare, ma che la fiducia va ricostruita gradualmente attraverso azioni coerenti nel tempo, non solo promesse.
Le consiglio di valutare un percorso psicologico individuale per esplorare i propri bisogni relazionali e imparare a distinguere le emozioni di protezione adattiva dai blocchi legati al passato. Non deve decidere tutto subito: prendersi il tempo necessario è già un atto di cura verso se stessa.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Ciao sono una ragazza di quai17 anni, sono cambiata totalmente qualche anno fa', quando è venuta a mancare mia nonna, da li sono iniziati i miei primi attacchi di ansia, mi venivano ogni notte, al talpunto di dormire pochissime ore, da li non riesco a superare la paura della morte, e la morte di mia nonna, che da quasi 4 anni a questa parte non sono riuscita a parlarne con nessuno, oltre a questo è peggiorato il rapporto con i miei genitori, mia madre non è più la stessa, non credo che mi abbia mai capita, è un continuo litigare, quando sbaglia lei non chiede mai scusa, ma trova delle giustificazioni, e alla fine faccio finta di niente come se non fosse successo nulla, e questo mi crea tanto stress e mi dispiace tanto perché non ritrovo più la mamma di quando ero piccola. Sono sempre stata una ragazza molto scherzosa, ironica e quella che fa ridere gli altri, ma al contrario di quando ero una bambina sono diventata una persona molto sensibile, piango appena litigo con i miei genitori, appena mio padre mi alza la voce su determinati argomenti (ma non capita solo con mio padre),questo mio aspetto non l'ho mai mostrato a nessuno, come se io fossi una persona quasi insensibile e quasi menefreghista(perché tendo a nascondere questa mia fragilità) inoltre tendo a provare molta timidezza con persone con cui non ho confidenza e ciò non mi fa stare male, perché tendo a mascherare tutto il mio carattere e il mio modo di fare. Oltre a questo ho sempre avuto grandi problemi di fiducia, da quando ero piccola, non mi sono mai fidata di nessuno, non riesco a vedere fiducia negli altri, a parte una persona al quale riesco a confidarmi, ma anche con lei ho sempre la paura di non potermi fidare al 100%, in compenso oltre a essere una persona scherzosa, so ascoltare e aiutare le mie amiche in momenti meno belli e sono molto empatica. Sto passando un periodo difficile, come per es. a scuola ho degli argomenti da recuperare, oppure nuovi argomenti da studiare, e quando sono a scuola sento la voglia di fare, di dire "arrivo a casa e mi metto a studiare", ma una volta tornata a casa non riesco a sedermi nella scrivania, mi sento demoralizzata e tendo a dormire tutta la sera oppure a usare il telefono, come se fossi sempre stanca, scrivo ciò per una risposta a tutto questo, e perché non so se è il caso di rivolgermi a una/o piscologa/o in quanto io sia ancora "piccola" e magari è solo una fase adolescenziale. Grazie mille per l'attenzione.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Cara ragazza, grazie per aver condiviso qualcosa di così personale e profondo. Quello che descrivi – gli attacchi di ansia dopo la perdita della nonna, la paura della morte, le difficoltà relazionali e scolastiche – sono risposte comprensibili a un dolore non elaborato. In ottica cognitivo-comportamentale, un lutto non processato può generare pensieri intrusivi e schemi di evitamento (nascondere le emozioni, fare la "forte") che nel tempo alimentano l'ansia e l'esaurimento emotivo. Non si tratta di una semplice "fase adolescenziale": la durata e l'intensità di ciò che descrivi meritano attenzione professionale. Un percorso psicologico può aiutarti a dare un senso al dolore, a sviluppare strategie concrete per gestire l'ansia e a costruire relazioni più autentiche con te stessa e con gli altri. Non sei "troppo piccola" per chiedere aiuto – sei coraggiosa. Rivolgiti a uno psicologo: è il primo passo verso un benessere che ti appartiene di diritto.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Buongiorno,
devo iniziare una terapia di coppia e non so valutare la differenza tra i vari specialisti né tra i diversi approcci.
Sono sicuramente molto confuso nell'avvicinarmi a un sistema che non conosco e che ha una grande varietà di scuole di pensiero diverse. Solo su Wikipedia vengono indicati 8 orientamenti teorici principali più altri secondari. Ho iniziato a informarmi ma non sono in grado di scegliere quale scuola di pensiero sarebbe più efficace o attualmente reputata valida o adatta al mio scopo.
Sempre secondo Wikipedia: “la legge … non fornisce una definizione univoca del termine psicoterapia, dei suoi contenuti, delle metodologie o dell’ambito di applicazione teorico-clinico” e ancora “l’assenza di una definizione esplicita lascia spazio ad ambiguità interpretative, che si riflettono sia nel dibattito scientifico sia nella prassi clinica. In quest’ultima, infatti, il termine psicoterapia può assumere significati non sempre univoci”. Anche questo mi lascia perplesso.
Mi immagino di ricevere risposte come: “scegli uno specialista e se vedi che non funziona cambia” ma mi sembra assurdo scegliere a caso e troppo laborioso passare da uno all’altro finché non trovo quello giusto. Porterebbe inoltre al rischio di scegliere chi mi dice quello che voglio sentirmi dire. E trattandosi di terapia di coppia la cosa potrebbe non andare bene solo a uno dei due, al ché l’altro si sentirebbe legittimato a dirgli “non stai ascoltando quello che ti viene detto, non ti impegni”.
Per esempio leggo in un intervento di un terapeuta: "non posso che raccomandarle un percorso di psicoterapia analitica junghiana" che mi sembra proporre un percorso estremamente specifico, probabilmente quello si cui si occupa chi l'ha scritto.
Non so se devo rivolgermi di preferenza a uno psicoterapeuta o se anche uno psicologo va bene. Leggo nei curricula frasi come “credo in un approccio xxx, in un percorso yyy, in una terapia zzz” e sono confuso da un linguaggio in cui alcuni professionisti credono (come se stessimo parlando di religione?) in una cosa e la scrivono esplicitamente lasciandomi immaginare che così facendo si differenziano da altri professionisti che in quelle cose non credono e agiscono diversamente.
Ho letto altresì che il diverso orientamento teorico non cambia l’efficacia della terapia ma non sono convinto di ciò. E’ chiaro che la bravura di un terapista non dipende dal sesso o dall’età ma mi dico anche che non può essere indifferente.
Ho ricevuto alcuni contatti da una terapeuta (non la conosco, né lei conosce il nostro caso). Ha consigliato dei colleghi che stima del suo stesso indirizzo ma questo non risolve i miei dubbi sulle metodologie. Mi ha anche stupito che una delle poche informazioni che ha offerto sia l’età del terapista.
Nella zona in cui vivo ci sono centinaia di terapisti (molti anche molto giovani) e i loro curricula sono difficili da interpretare. Come scegliere?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
La sua domanda è molto pertinente e riflette la confusione che molti provano di fronte alla complessità del panorama psicoterapeutico. Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, alcune indicazioni pratiche possono aiutarla nella scelta.
La ricerca scientifica evidenzia che la qualità dell'alleanza terapeutica – ovvero il rapporto di fiducia e collaborazione con il terapeuta – è uno dei predittori più solidi dell'efficacia, indipendentemente dall'orientamento teorico. Per la terapia di coppia, approcci con solida evidenza empirica includono la TCC di coppia, la terapia focalizzata sulle emozioni (EFT) e l'approccio comportamentale integrativo di coppia (IBCT).
Un consiglio pratico: effettui un primo colloquio con uno o due professionisti. Valuti se si sente ascoltato, non giudicato e se gli obiettivi vengono definiti con chiarezza fin dall'inizio. Non esiti a chiedere direttamente al terapeuta quale approccio utilizza e quali prove di efficacia lo supportano per la sua situazione specifica.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Buongiorno, la relazione con il mio compagno è in difficoltà per via della sua tendenza a rientrare ubriaco.
Una volta al mese circa capita che dopo essere uscito con gli amici del calcio rientri a casa ubriaco, a me questo turba perchè sono astemia e non mi piace vederlo ubriaco.
Mi ha promesso che non avrebbe più guidato ubriaco, ma mi chiede di concedergli quest'uscita mensile per divertirsi.
Considerando che i suoi amici li vede ogni giorno per una birra al circolo, questa sua richiesta è normale o sono io esagerata?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
La ringrazio per aver condiviso questa situazione. Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, non esiste una risposta univoca su cosa sia "normale" o "eccessivo" in una relazione: ciò che conta è la comunicazione dei bisogni e il rispetto reciproco dei valori personali.
Il suo disagio è comprensibile e legittimo. Essere astemia e sentirsi a disagio di fronte al consumo di alcol del partner sono reazioni emotive valide, non esagerazioni. In ottica CBT, è utile identificare i pensieri automatici che emergono in queste situazioni – come "sto esagerando?" o "sono io il problema?" – per valutarli in modo più equilibrato e realistico.
La questione centrale non è se la sua richiesta sia "normale", ma se la coppia riesca a negoziare le reciproche esigenze in modo rispettoso e soddisfacente per entrambi. Strumenti come la comunicazione assertiva e il problem-solving strutturato, tipici dell'approccio CBT, possono aiutare a trovare un accordo condiviso. Un supporto psicologico di coppia potrebbe facilitare questo processo.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
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Gentile paziente,
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