Domande del paziente (20)

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Raffaele La Tosa

    È verosimile che la difficoltà di eccitazione abbia più cause che si sommano: l’ipertono del pavimento pelvico e la vulvodinia tendono a “frenare” l’ingorgo vascolare e quindi la lubrificazione, mentre... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Raffaele La Tosa

    Salve.
    Nelle relazioni di lunga durata è comune che il desiderio sessuale diminuisca o cambi forma nel tempo, e questo non implica automaticamente che l’amore o l’attaccamento siano venuti meno. Spesso... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Raffaele La Tosa

    Buongiorno,

    la ringrazio per aver espresso con tanta chiarezza e sensibilità il suo vissuto. L’esperienza dell’eiaculazione precoce, come lei la descrive, si intreccia non solo con aspetti fisiologici,... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Raffaele La Tosa

    Buongiorno,
    grazie per aver condiviso con tanta sincerità quello che stai vivendo. È comprensibile sentirsi smarriti e a volte incapaci di riconoscere ciò che accade dentro di sé quando si attraversano... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Raffaele La Tosa

    Gentile Signora,
    la ringrazio per aver condiviso questa sua situazione. Dal punto di vista psicologico, il primo passo è riconoscere e accogliere pienamente ciò che lei sta vivendo, senza giudizio e con... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Raffaele La Tosa

    Ciao,
    prima di tutto GRAZIE per aver condiviso con grande sincerità e coraggio la sua storia e le sue emozioni: raccontare il proprio percorso e le proprie difficoltà è già di per sé un atto di consapevolezza... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Raffaele La Tosa

    Ti ringrazio per aver condiviso la tua esperienza.
    Ciò che emerge dal tuo racconto non è semplicemente un problema tecnico da risolvere, ma un modo unico e profondo di vivere e interpretare te stesso... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Raffaele La Tosa

    Salve,
    Capisco la vostra preoccupazione: a 3 anni e mezzo è tipico che in casa esplodano “no”, morsi e lanci quando entra in gioco la frustrazione, mentre in altri contesti lei si regola bene, per cui... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Raffaele La Tosa

    Ciao,
    Capisco quanto sia naturale che convivano il desiderio di lasciarti andare e il timore di non sentirti pronta, perché quando la posta in gioco diventa “riuscire”, l’ansia cresce e il corpo fatica... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Raffaele La Tosa

    Leggendo la tua storia, Andrea, si sente chiaramente quanto questa iperidrosi ascellare non sia per te solo un “sintomo fisico”, ma qualcosa che ha profondamente influenzato il tuo essere‑nel‑mondo, in... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Raffaele La Tosa

    Leggendo quello che mi scrivi sento quanto questa spaccatura interna ti faccia davvero male, e anche quanta cura ci stai mettendo nel non banalizzare quello che provi. Da una parte riconosci chiaramente... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Raffaele La Tosa

    Leggendo ciò che scrivi, si sente una grande capacità di auto‑osservazione: descrivi bene il tuo vissuto, le situazioni che ti mettono a disagio e le differenze tra contesti diversi (a casa, fuori casa,... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Raffaele La Tosa

    Il tuo messaggio rende evidente quanto questa rottura sia ancora un’esperienza viva e cruda dentro di te: due mesi sembrano pochi per digerire uno shock così grande, soprattutto quando passi dal suo desiderio... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Raffaele La Tosa

    Ciao
    Dal racconto che mi hai fatto, la tua esperienza di disfunzione erettile appare come un fenomeno che riguarda insieme il corpo, il sonno, la relazione con la tua fidanzata e il modo in cui vivi lo... Altro


    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Raffaele La Tosa

    Quello che mi descrivi mi pare molto significativo, perché non riguarda solo un calo di libido o una difficoltà erettile, ma un cambiamento più ampio nel modo in cui abiti il tuo corpo, la relazione con... Altro


    Salve, io e il mio ragazzo stiamo insieme da 2 anni ( non viviamo insieme) e circa un anno fa, quando sul suo telefono ho visto del materiale pornografico, mi sono sentita tradita e non abbastanza, continuando a paragonarmi alle ragazze che aveva cercato e gle ne ho parlato subito.
    Gli ho spiegato il mio fastidio nei confronti di questa cosa, lui mi ha detto che avrebbe smesso e che per lui è una cosa normale tutti lo fanno e che lo ha sempre fatto, dopo qualche ora di lite siamo arrivati alla conclusione che per il bene della coppia avrebbe diminuito fino a smettere.
    Dopo questo aneddoto l'autoerotismo è diventato argomento taboo, a volte in modo sarcastico ne parlavo ma non ho mai avuto più riscontri quindi non ho mai saputo ciò che faceva nel suo privato.
    Però l’altro giorno ho scoperto che la settimana scorsa ha cercato video pornografici.
    Quindi mi sono freddata nei suoi confronti mi sono sentita mancata di rispetto per l'ennesima volta, solo che sta volta l'ha fatto consapevole che non era una scelta approvata da me
    Anzi era un limite proprio che ho imposto nella coppia.
    Il che mi fa pensare che possa averlo fatto per molto tempo e di conseguenza mi sento un po’ presa in giro.
    Ho sempre saputo che guardare i porno è normalizzato da tutti ma per me se stai in una relazione sana non ricerchi stimoli esterni.
    Stai letteralmente guardando altre donne nude, poi sono la tipa che mi da fastidio se passando per strada guarda altre, figurati se guarda scene del genere..
    Per me poi il materiale pornografico porta inevitabilmente a stancarti della persona che hai accanto e ad avere standard anche a letto irrealistici, infatti quando lo facciamo spesso capita che si ferma perché gli si ammoscia. Ad oggi lo colloco a questa cosa.
    Mi sento come se non gli bastassi e non fossi abbastanza attraente per lui, il che mi sta facendo iniziare ad apprezzarmi sempre meno; forse sono io quella esagerata, però veramente non riesco più a stare bene e i miei pensieri quotidiani ruotano tutti intorno a questa situazione

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Raffaele La Tosa

    Quello che percepisco è che tu ti senta ingannata, e non solo una volta, ma come se questo potesse essere diventato un “modo” che lui usa per gestire il suo desiderio, senza troppo considerare il tuo fastidio. Quando viene meno un confine che tu hai espresso in modo chiaro, è normale che si scateni dentro di te una tempesta: non è solo una questione di pornografia, ma di fiducia, di rispetto e di quanto tu ti senti “vista” nella relazione.
    A me colpisce molto il modo in cui ti descrivi: non ti senti abbastanza, ti confronti con le ragazze che lui vede nei video, ti chiedi se non sei simpatica o desiderabile, e questo ti sta facendo scivolare in un’ombra di auto‑critica continua. È come se la sessualità venisse svuotata del suo valore affettivo e ridotta a uno spettacolo da valutare, mentre tu sei dentro una relazione in cui vorresti contare, non competere.
    Il porno, in molti casi, funziona come una sorta di “scorciatoia” per il desiderio: immagini rapide, senza domande, senza relazione reale. Quando però entra in una coppia in cui uno dei due lo vive come un tradimento, la stessa dinamica può diventare un circolo vizioso: lui lo usa per scappare, tu lo vivi come negazione, e il desiderio reale a letto tende a spegnersi o a essere interrotto da dubbi, ansia, paure.
    Il punto centrale, però, non è solo capire “cosa” lui fa, ma come questo sta incidendo su chi sei tu: ti stai svuotando di senso, ti stai misurando rispetto a qualcosa di irreale e, allo stesso tempo, ti stai sentendo inadeguata come se fosse solo colpa tua. La tua reazione non è esagerata: è il segnale che qualcosa nella relazione non è in equilibrio, e che tu stai pagando un prezzo emotivo molto alto.
    Da professionista, ti direi che la strada passa da due direzioni:
    una conversazione adulta e onesta con lui, dove tu possa dire senza colpa cosa significa per te che lui continui a farlo, pur dopo aver promesso di ridurlo o smettere;
    e un lavoro su di te, individuale, per riuscire a tornare a vedere il tuo corpo, il tuo desiderio e il tuo valore non in funzione del porno o delle sue scelte, ma per quello che tu sei, dentro e fuori dal letto.
    Non sei tu quella “troppo rigorosa” o “troppo sensibile”: sei una persona che sta reagendo con la giusta intensità a un’esperienza che ferisce, e questo non va minimizzato, ma accompagnato. Se ti va, si può pensare a un percorso di sostegno psicologico o di coppia, dove dare spazio a questi vissuti e ricostruire insieme un terreno di fiducia e di rispetto reciproco.
    Resto a disposizione e ti auguro il meglio.


    Buonasera, sono un uomo di 42 anni, sono 3/4 mesi che soffro dì ansia da prestazione sessuale, io e mia moglie stiamo insieme da più di vent'anni, una situazione del genere è la prima volta che la vivo, per fortuna riusciamo ad avere rapporti, ma ci sono delle volte dove prima che raggiungo un erezione ci metto un po' e in un paio di occasioni ho raggiunto l'orgasmo nei preliminari prima di raggiungere l'erezione completa. Non penso di avere problemi fisiologici visto che durante la masturbazione non ho alcun problema di erezione e durante la notte e la mattina ho sempre erezioni spontanee. Mi rendo conto che prima di un rapporto penso sempre all'erezione, penso che questa cosa mi stia condizionando a livello psicologico, premetto che prima di arrivare a questa situazione ho avuto un po' di problemi di cervicale che mi hanno causato dei leggeri sbandamenti e di conseguenza un po' di ansia generalizzata che per fortuna sto risolvendo appena ho ripreso ad allenarmi e facendo anche un po' di respirazione diaframmatica. Grazie per l'attenzione, cordiali saluti.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Raffaele La Tosa

    Salve. Leggo nel suo messaggio un vissuto che molti uomini della sua età scoprono per la prima volta, soprattutto dopo anni di intimità stabile come i suoi oltre vent'anni con la moglie. Questa ansia da prestazione sessuale che descrive – quel ritardo nell'erezione, o l'orgasmo che arriva troppo presto nei preliminari – emerge proprio nei momenti condivisi, mentre la masturbazione e le erezioni spontanee notturne o mattutine procedono fluide, il che rafforza l'idea che non si tratti di un problema fisiologico, ma di un circolo psicologico che si autoalimenta. Nel mio modo di lavorare non mi concentro tanto su "cause" astratte da diagnosticare, quanto sul suo vissuto soggettivo, su come questa esperienza si manifesta nel qui e ora del suo corpo e della sua mente. Lei stesso lo coglie perfettamente: quel pensiero ricorrente sull'erezione che invade la scena prima ancora di iniziare, trasformando un momento di piacere in una sorta di esame. È come se la mente, condizionata da quel filo di ansia generalizzata recente, legata ai problemi cervicali, agli sbandamenti, e ora in miglioramento con l'allenamento e la respirazione diaframmatica, si sia insinuata anche qui, creando una pressione che rallenta il naturale fluire del desiderio. Fenomenologicamente, sospendiamo giudizi e etichette per esplorare pura esperienza: cosa sente esattamente nel corpo quando quel pensiero appare? Un nodo allo stomaco, una tensione muscolare, un distacco dal contatto con lei? E come cambia la percezione del suo tocco, del suo respiro?
    Proprio perché è la prima volta in una relazione così lunga, questo può essere un invito prezioso a riscoprire l'intimità non come "prestazione", ma come incontro autentico. Il fatto che riusciate ancora ad avere rapporti è un ottimo segnale: significa che la connessione c'è, e l'ansia è solo un velo temporaneo. Potrebbe provare, nei prossimi momenti intimi, a coltivare una presenza sensoriale più piena, estendendo quella respirazione diaframmatica che già le funziona: inspirando profondamente dal diaframma, lasci che i pensieri sull'erezione fluttuino via come nuvole, senza trattenerli, focalizzandosi solo sulle sensazioni immediate, sul calore della pelle, sul ritmo condiviso. Parlarne con lei, non in termini di "fallimento", ma di piacere reciproco da esplorare senza fretta, potrebbe dissolvere quella solitudine ansiosa che rende tutto più pesante.
    Se sente che questo circolo sta influenzando la serenità della vostra vita insieme, le propongo di approfondire in un colloquio: insieme, descriveremo il suo mondo esperienziale con delicatezza, rivelando significati personali che forse sfuggono ora, per ritrovare fluidità e gioia. Sono qui per ascoltarla, quando vuole. Cordiali saluti.


    Domande su Incontinenza urinaria

    cosa significa sognare ad essere a praticare una chiesa ad un tratto scappa la pipi e andare fuori a farla in un luogo con delle bariere bianche e dei bambini ti chiedono delle foto davanti una statua. è un sogno positivo o negativo cosa posso fare

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Raffaele La Tosa

    Gentile paziente,
    sentendo il sogno che mi descrive, mi sembra che una parte di sé stia parlando in modo molto sincero, con un linguaggio fatto di immagini semplici ma molto "parlanti". Non è un sogno che si lascia mettere in scatola con “è positivo” o “è negativo”, ma più come un messaggio che le sta chiedendo di prestare attenzione a qualcosa dentro di sé.
    Lei si trova in chiesa, quindi in un luogo che spesso richiama ordine, protezione, senso del sacro, del giusto, del dover essere “all’altezza” di certi valori. È come se il suo mondo interno le stesse dicendo: “Sto cercando un luogo dove sentirmi al sicuro, dove capire cosa è giusto o sbagliato, dove sentirmi accettato”. Poi, all’improvviso scappa la pipì: è un’immagine molto fisica, direi quasi primaria, che indica qualcosa che ormai non si riesce più a trattenere. È come se dentro di lei ci fosse una tensione, una paura, una colpa, una vergogna che vuole uscire, che pretende di essere espressa, non più solo nascosta.
    Uscire dalla chiesa per andare a farla fuori, in un luogo con delle barriere bianche, mi fa venire in mente il bisogno di liberare qualcosa che però non vuole essere completamente “fuori controllo”. Le barriere bianche ricordano limiti, confini, ma anche una certa pulizia, ordine, distanza: sembra dire che lei vuole mostrare qualcosa di sé, ma anche mantenere un certo controllo, una certa forma, non fare tutto esplodere all’improvviso. È come se il suo inconscio le dicesse: “Puoi uscire allo scoperto, ma non tutto deve essere caos; puoi mostrarti, ma con un po’ di rispetto per te e per gli altri”.
    Poi arrivano i bambini che le chiedono delle foto davanti a una statua. Questo è un momento molto tenero e insieme un po’ ansioso: i bambini richiamano la parte innocente, fragile, spontanea di sé, quella che ha bisogno di essere vista, accolta, forse anche “perdonata”. La foto davanti alla statua mi fa pensare al desiderio di essere “fissato” in un’immagine, di dire: “Guardami così come sono adesso, con le mie fragilità, con le mie colpe, con le mie paure, ma anche con il mio desiderio di cambiare”. La statua potrebbe essere un’immagine di come lei vorrebbe essere visto: un uomo, un compagno, una persona “buona”, “all’altezza” delle aspettative, anche se la realtà è più complessa.
    Quando mi chiede se è un sogno positivo o negativo, le direi che ha più il sapore di un sogno onesto che di un sogno positivo o negativo. È come se il suo inconscio le stesse dicendo: “Non puoi più tenere tutto dentro; è il momento di portare fuori quello che senti, di parlarne, di farti vedere con le tue imperfezioni, anche se hai paura di essere giudicato o di ferire ancora la tua compagna”.
    Quello che può fare, dal mio punto di vista, è ascoltare questo sogno non come un codice da decifrare una volta per tutte, ma come un invito a restare in ascolto di sé. Potrebbe provare a chiedersi:
    “Quando mi è capitato di sentirmi in trappola, di avere bisogno di scappare, di non riuscire più a trattenere qualcosa?”
    “Chi rappresenta per me la statua? È un’immagine di come vorrei essere visto? È un’immagine di me troppo perfetta, troppo rigida?”
    Se sente che le va, potrebbe anche provare a dire questo sogno alla sua compagna, non per spiegarglielo come se fosse un mistero risolto, ma semplicemente per condividere: “Questo sogno mi ha colpito, perché ho sentito che mi sta parlando di qualcosa che forse devo smettere di tenere dentro e cominciare a condividere”.
    Non le sto proponendo di cambiare il sogno, ma di lasciargli il suo spazio nella sua vita, come un amico un po’ strano che ogni tanto viene a dirgli quello che forse lei preferisce evitare di vedere. Se vuole, in un prossimo messaggio può anche raccontarmi altri sogni o le sue sensazioni che le vengono dopo aver letto questo, così possiamo continuare a camminare insieme in questo percorso di ascolto di sé.
    Con cura professionale,
    Dott. Raffaele La Tosa
    Psicologo Psicoterapeuta – Sessuologo ad indirizzo fenomenologico


    Salve, ho un grosso problema di coppia, da autoerotismo per uso continuo di video porno, non riesco ad avere un erezione prolungata per avere un rapporto con la mia compagna, la relazione si è rovinata perché lei non ha più fiducia e mi dice che l'ho tradita da nove anni per causa di questi video. Sono andato sia da un andrologo che da uno psicologo, ho fatto diverse analisi e visite intime, anche per la prostata e và tutto bene, lo psicologo mi ha detto che è lei che è molto problematica, ma il problema è mio che non riesco ad avere un rapporto sessuale soddisfacente, ho preso da alcuni anni la "pillola" ma a lei non piace perché mi dice che sono come un robot e non partecipo al livello emotivo ma meccanico e poi non finisco mai. Io le voglio bene e la amo, ma litighiamo sempre per questi motivi, lei si sente frustrata, tradita, sola etc... Ho smesso per un mese a non vedere più porno, ma è come se mi è passato il desiderio in generale, allora penso che devo riprendere la masturbazione per il mio benessere fisico, ma lei? La nostra storia sta finendo e non so che fare... Ogni volta che mi apparato con lei, provo senso di colpa per averle mentito, penso se non riesco, penso che mi colpevolizza con brutte parole, allora parto bene ma non riesco a continuare che l'erezione si perde anche con la pillola. Ho 58 anni e stiamo assieme da nove anni...

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Raffaele La Tosa

    Salve,
    quello che emerge dalla sua lettera non è solo un “problema di erezione”, ma un groviglio molto complesso tra sessualità, corpo, relazione e mondo interno: il modo in cui lei vive se stesso con la pornografia, con la compagna, con la vostra storia di nove anni e con l’immagine che ha di sé come uomo.
    Quando mi descrive che con i video porno l’erezione c’è e funziona, mentre con la compagna si spegne anche con la pillola, sento che siamo di fronte a una storia in cui la sessualità reale è stata progressivamente sostituita da un mondo di immagini, controllo e sicurezza emotiva (o apparente sicurezza). Studi recenti parlano di una “disfunzione erettile indotta dalla pornografia”: il cervello si abitua a stimoli artificiali molto forti, sempre nuovi, e quando deve tornare alla sessualità con un partner vivo, con tempi, emozioni e imprevisti, il corpo si spegne perché non è più allenato a quel tipo di relazione.
    In più lei aggiunge un altro strato pesantissimo: la consapevolezza di aver mentito per anni, di non aver condiviso con la sua compagna un aspetto così intimo della sua vita. Per lei può essere stato un modo di proteggersi, di non esporsi, di non confrontarsi con le sue paure, ma per lei questo è diventato un vero e proprio tradimento emotivo, una ferita che si è aperta e ripetuta nel tempo. E quando lei le dice che si sente tradita, sola, frustrata, lo fa davvero, perché la sessualità è uno dei luoghi più intimi in cui ci si mostra nudi, anche se solo metaforicamente.
    Quando poi lei si appresta a un rapporto con lei, non è solo un problema di farmaco o di sangue al pene: è un groviglio di pensieri, sensazioni, ricordi. “Ho mentito”, “lei mi giudica”, “devo essere perfetto”, “se non riesco mi colpevolizza”, “sono un robot con la pillola”: tutte queste frasi diventano un’onda che sommerge il corpo e lo porta a chiudersi, proprio quando dovrebbe aprirsi. Il corpo non è una macchina astratta, è profondamente collegato a ciò che viviamo dentro: la vergogna, il senso di colpa, la paura di non essere all’altezza.
    Mi colpisce molto anche quel mese in cui ha smesso completamente di porno e masturbazione, e ha notato che il desiderio è calato in generale. Questo è un segnale importante: la sua sessualità si è molto organizzata intorno a uno schema di autoerotismo con pornografia, che gli dà piacere, controllo e una certa forma di rassicurazione, ma che allo stesso tempo alimenta il senso di colpa e la distanza dalla compagna. Non si tratta quindi di demonizzare la pornografia o la masturbazione in sé, ma di capire come si è intrecciata con la vostra storia di coppia e con il modo in cui lei vive sé stesso come uomo e come partner.
    Nel mio approccio fenomenologico, cerco di guardare non solo al sintomo (l’erezione che manca), ma al vissuto: come si sente nel letto accanto a lei, cosa vede quando la guarda, cosa pensa quando si tocca, cosa le viene in mente quando dice la parola “tradimento”. La sessualità è un luogo dove corpo, emozione e relazione si incontrano, e se in quel luogo si è installato troppo spesso senso di colpa, paura o distacco, il corpo risponde “no” anche quando la testa e il cuore vorrebbero dire “sì”.
    Quello che le proporrei, se volesse, è un percorso che vada in due direzioni:
    un lavoro individuale, con lei, per capire come è nata questa abitudine alla pornografia, cosa le dà e cosa le toglie, come la sua storia di coppia si è intrecciata con questo schema, e come il senso di colpa e il timore di essere giudicato si sono sedimentati nel corpo; un lavoro di coppia, perché la sessualità è terreno relazionale: la sua compagna ha bisogno di spazio per esprimere la sua sofferenza, la sua rabbia, la sua delusione, così come lei ha bisogno di spiegare non solo cosa ha fatto, ma perché lo ha fatto, cosa sentiva in quel momento, cosa cercava di evitare o proteggere.
    In questo spazio di terapia potremmo lavorare su piccoli passi concreti:
    un periodo di riduzione (non necessariamente di totale astinenza) del porno, per dare tempo al suo cervello di ri‑imparare a rispondere ai stimoli reali con la compagna;
    un uso più consapevole della pillola, non come unica salvezza, ma come strumento che può affiancare un lavoro di riduzione dell’ansia da prestazione;
    esercizi di contatto e sensualità lenta, senza l’obiettivo di arrivare a un rapporto completo, ma solo per riscoprire il piacere di stare insieme, toccandosi, guardandosi, parlandosi, senza fretta e senza obbligo.
    Lei scrive che la vostra storia sta finendo e che non sa cosa fare. È vero che la situazione è critica, ma la crisi può diventare anche un momento di svolta, se affrontata con sincerità, attenzione e impegno da parte di entrambi. Non si tratta di ricominciare da zero, ma di rileggere la vostra storia con onestà: come il porno è entrato, come ha cambiato il modo di stare insieme, come il senso di colpa e la paura hanno costruito una distanza tra voi.
    Se vuole, possiamo fissare un primo colloquio, anche individuale, per iniziare a sciogliere questo groviglio, per capire insieme come rimettere sullo stesso piano il suo bisogno di benessere sessuale e il suo desiderio di salvare e rinnovare la relazione con la sua compagna. Non è facile, vero, ma non è neppure impossibile: con attenzione, pazienza e un lavoro condiviso, è possibile ritrovare una sessualità più viva, più autentica e più vicina alla vostra storia di coppia.
    Resto a disposizione e le auguro il meglio


    Buongiorno,
    devo iniziare una terapia di coppia e non so valutare la differenza tra i vari specialisti né tra i diversi approcci.

    Sono sicuramente molto confuso nell'avvicinarmi a un sistema che non conosco e che ha una grande varietà di scuole di pensiero diverse. Solo su Wikipedia vengono indicati 8 orientamenti teorici principali più altri secondari. Ho iniziato a informarmi ma non sono in grado di scegliere quale scuola di pensiero sarebbe più efficace o attualmente reputata valida o adatta al mio scopo.

    Sempre secondo Wikipedia: “la legge … non fornisce una definizione univoca del termine psicoterapia, dei suoi contenuti, delle metodologie o dell’ambito di applicazione teorico-clinico” e ancora “l’assenza di una definizione esplicita lascia spazio ad ambiguità interpretative, che si riflettono sia nel dibattito scientifico sia nella prassi clinica. In quest’ultima, infatti, il termine psicoterapia può assumere significati non sempre univoci”. Anche questo mi lascia perplesso.

    Mi immagino di ricevere risposte come: “scegli uno specialista e se vedi che non funziona cambia” ma mi sembra assurdo scegliere a caso e troppo laborioso passare da uno all’altro finché non trovo quello giusto. Porterebbe inoltre al rischio di scegliere chi mi dice quello che voglio sentirmi dire. E trattandosi di terapia di coppia la cosa potrebbe non andare bene solo a uno dei due, al ché l’altro si sentirebbe legittimato a dirgli “non stai ascoltando quello che ti viene detto, non ti impegni”.

    Per esempio leggo in un intervento di un terapeuta: "non posso che raccomandarle un percorso di psicoterapia analitica junghiana" che mi sembra proporre un percorso estremamente specifico, probabilmente quello si cui si occupa chi l'ha scritto.
    Non so se devo rivolgermi di preferenza a uno psicoterapeuta o se anche uno psicologo va bene. Leggo nei curricula frasi come “credo in un approccio xxx, in un percorso yyy, in una terapia zzz” e sono confuso da un linguaggio in cui alcuni professionisti credono (come se stessimo parlando di religione?) in una cosa e la scrivono esplicitamente lasciandomi immaginare che così facendo si differenziano da altri professionisti che in quelle cose non credono e agiscono diversamente.

    Ho letto altresì che il diverso orientamento teorico non cambia l’efficacia della terapia ma non sono convinto di ciò. E’ chiaro che la bravura di un terapista non dipende dal sesso o dall’età ma mi dico anche che non può essere indifferente.

    Ho ricevuto alcuni contatti da una terapeuta (non la conosco, né lei conosce il nostro caso). Ha consigliato dei colleghi che stima del suo stesso indirizzo ma questo non risolve i miei dubbi sulle metodologie. Mi ha anche stupito che una delle poche informazioni che ha offerto sia l’età del terapista.

    Nella zona in cui vivo ci sono centinaia di terapisti (molti anche molto giovani) e i loro curricula sono difficili da interpretare. Come scegliere?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Raffaele La Tosa


    La sua lettera mi colpisce molto per la lucidità e anche per la fatica che traspare: lei non è solo confuso davanti a tante scuole e metodi, ma è davvero in cerca di un passo che faccia stare meglio la sua coppia, non solo una “teoria” astratta. È come se si trovasse davanti a una porta dietro cui sa che ci può essere qualcosa di utile, ma non ne conosce il contenuto, il linguaggio, la sensazione che lascerà. È normale, in questa situazione, sentirsi un po’ spaesati.
    Le dico subito una cosa che sento importante: la scelta di un terapeuta di coppia non è solo una questione di “quale approccio teorico è più efficace”, ma soprattutto di “con chi i due partner riescono a sentirsi al sicuro, ascoltati e compresi”. Esistono tanti orientamenti – sistemico, cognitivo‑comportamentale, focalizzato sulle emozioni, analitico, fenomenologico, integrato – e ognuno ha il suo modo di lavorare. Ma la ricerca suggerisce che, quando la coppia è motivata, la cosa che conta davvero è più la qualità del rapporto con il terapeuta e la capacità di stare insieme che il nome che si dà al metodo.
    Lei mi parla di frasi del tipo “credo in un percorso così, credo in una terapia così”, e questo le mette a disagio, come se fosse una sorta di religione o una fede cieca in un certo approccio. È una sensazione comprensibile: la parola “credo” può suonare fuori luogo in un contesto scientifico, e invece spesso dietro quelle parole c’è solo la volontà di dire: “questo è il modo in cui mi sento più coerente, più autentico, in cui mi sento più capace di lavorare con le coppie”. il rischio è che, invece di aiutarla a capire, la lasci più confuso, proprio perché il focus sembra molto sulle etichette, non sulle persone.
    Quello che davvero cerca, immagino, è un terapeuta capace di stare in mezzo a voi due, senza schierarsi, senza giudicare, senza trasformare il percorso in una specie di aula di tribunale dove uno “ha ragione” e l’altro “sbaglia”. Una terapia di coppia che abbia un senso è quella in cui entrambi sentano di poter parlare delle proprie ferite, delle proprie paure, delle proprie colpe, delle proprie aspettative, senza il timore di essere “piantati” in un’etichetta. Nel mio approccio, che definisco fenomenologico‑relazionale, cerco di tenere questo al centro: non solo raccontare cosa accade tra voi, ma capire come lo vivete interiormente, come lo sentite, come si ripete, come si trasforma nel tempo.
    Lei ha anche espresso un timore che mi sembra molto reale: quello che uno dei due possa pensare “questo terapeuta mi dice quello che voglio sentirsi dire” e quindi, in un certo senso, si senta autorizzato a continuare a farsi guerra, mentre l’altro resta isolato, in colpa, svalutato. Questo è un rischio concreto, ma la terapia può aiutare a evitarlo, proprio creando uno spazio in cui il terapeuta non si schiera, ma accompagna il processo di confronto. Funziona meglio se la coppia partecipa come un unico sistema, con l’impegno di entrambi a guardare non solo le “colpe dell’altro”, ma anche le dinamiche della coppia, le aspettative irrealistiche, le ferite antiche e i modi in cui si ripetono le stesse scene.
    Per quanto riguarda la differenza tra psicologo e psicoterapeuta, è un punto che ha ragione a voler chiarire. Uno psicologo è un professionista che ha fatto la laurea e la specializzazione, e può offrire valutazione, consulenza, sostegno. Uno psicoterapeuta, invece, è uno psicologo (o medico) che ha poi fatto una formazione specifica in psicoterapia, di alcuni anni, che lo abilita a lavorare terapeuticamente con le persone e con le coppie. Nella sua situazione, avere una figura che abbia avuto una formazione specifica in terapia di coppia è spesso un vantaggio, perché il lavoro con una coppia è molto diverso da quello individuale: ci sono dinamiche, complicità, alleanze e ostilità che si intrecciano e vanno gestite con delicatezza.
    Lei ha scritto che ci sono centinaia di terapisti nella sua zona e che i curricula sono difficili da interpretare. È vero, è un po’ come andare in una libreria piena di volumi con titoli complicati e non sapere quale aprire. In questo scenario, le suggerirei di non cercare subito la “soluzione perfetta”, ma di dare un piccolo ordine a questa nebbia. Potrebbe essere utile, per esempio, limitarsi a contattare un numero ridotto di professionisti, magari quelli che hanno una descrizione più chiara e che non sembrano troppo “new age” o troppo ""tecnicistici", con cui vi incontriate per una prima seduta di conoscenza.
    In quella prima seduta, il punto non è solo conoscere il curriculum, ma sentire:
    come si pone rispetto alla coppia;
    se vi guarda entrambi, vi ascolta, non interrompe;
    se la stanza è uno spazio in cui potete parlare senza paura di essere giudicati, né da lui né dall’altro.
    Non è un test logico, è un vissuto: è normale che, alla fine, entrambi dobbiate chiedervi “ci siamo sentiti a nostro agio, o no?”. Non è un giudizio superficiale, ma un indicatore importante di quanto si possa andare avanti insieme.
    La sua paura di passare da uno all’altro finché non trova il “giusto” mi sembra molto umana, e in parte è inevitabile, anche se ovviamente non è un processo facile né economico. Ma la cosa che può aiutare è decidere con la compagna un piccolo “patto”: proviamo un numero limitato di sedute con questo terapeuta, e poi, se non cambia niente, ne parliamo tra noi e valutiamo insieme se continuare o cambiare. È importante che il passaggio a un altro terapeuta, se mai dovesse avvenire, non sia visto come un fallimento, ma come un’esperienza che comunque vi ha fatto qualcosa: vi ha fatto conoscere un modo diverso di lavorare, vi ha fatto pensare, forse vi ha reso più consapevoli.
    Infine, quello che sento di dirle, in modo molto semplice, è che la sua preoccupazione non è solo su “come fare”, ma anche sulla paura di scegliere male, di essere ferito di nuovo, di sentirsi ancora più in colpa, di vedere la sua compagna ancora più distante. È normale, in una coppia che ha già vissuto tensioni, sentirsi così. Ma proprio questo sentimento – la volontà di fare bene, di non lasciarsi trascinare dal caos, di cercare un luogo dove poter parlare in modo onesto e adulto – è un buon indizio che il momento della terapia di coppia può essere davvero un passo importante per la vostra storia, non solo un tentativo disperato per evitare il peggio.
    Se vuole, può dirmi un po’ di più su come la vostra storia di coppia si sente oggi, in poche parole: che clima regna tra voi, come si parlano di solito, quali sono le cose che la preoccupano di più. In questo modo, potrei aiutarla a tradurre le sue domande in qualche criterio concreto, meno “teorico” e più vicino al vostro modo di vivere la vostra relazione.
    Rimango a disposizione.
    Con cura professionale,
    Dott. Raffaele La Tosa
    Psicoterapeuta di coppia – Indirizzo fenomenologico‑relazionale


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