Domande del paziente (38)

    Buonasera, purtroppo quasi 2 mesi fa mia mamma e' morta improvvisamente per un infarto, ero a casa con lei , ad un certo punto si e' accasciata a terra, ho provato a farle il massaggio cardiaco in attesa dei soccorsi, hanno provato a rianimarla in tutti i modi ma invano. E' stato uno shock, ho sempre dei flashback di quella giornataccia, oltre al.dolore e tristezza della perdita di.mia mamma, vivevo ancora con lei. Sento tanto vuoto senza di lei, non ero preparata, si e' svolto tutto in maniera improvvisa, al mattino l' ho vista, mi ha detto che si sentiva stanca e le girava la testa e dopo si e' accasciata, nel giro di poco me la sono ritrovata in una bara. Ho iniziato a seguire una terapia con una psicologa e nelle ultime sedute mi ha consigliato di sentire uno psichiatra per una terapia farmacologica,in quanto per lei ottimizzerebbe la terapia che sto seguendo. Penso sempre a mia mamma e a quei momenti, ho impresso.il rumore di quando e' caduta oltre il senso di colpa per non essere riuscita a salvarla. Ho perso anche mio papa' qualche anno fa ma forse per lui ero psicologicamente piu' preparata essendo malato di tumore ma per mia mamma la rapidita' degli eventi non mi permette di fare i conti con il distacco.Ringrazio in anticio chi mi rispondera'. Cordiali saluti

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Ilaria Forcina

    Cara utente, mi dispiace molto per la sua perdita. Deve essere stato molto difficile e doloroso affrontare un distacco così improvviso e i sentimenti che descrive sono umanamente comprensibili. Ha fatto bene a rivolgersi a una figura professionale. Ha dei dubbi in merito alla proposta di rivolgersi a uno psichiatra? Ne avete parlato in seduta? Sono certa che il confronto aperto e sincero con la terapeuta le consentirà di prendere la scelta più giusta per lei in questo momento.
    Un caro saluto


    Ciao, vi scrivo la mia storia per darvi il contesto.

    Sono stato fidanzato per 8 anni con una ragazza. In quel periodo ero fuori forma e non mi piacevo, al punto da vivere quasi solo per lavorare e togliermi qualche sfizio, senza mai sentirmi davvero bene con me stesso. Ho comprato casa e siamo andati a convivere, ma negli ultimi due anni il nostro rapporto era diventato più una convivenza tra amici: sì, c’era ancora qualche rapporto, ma mancava tutto il resto.

    Lei non lavorava, non aveva molte amicizie ed era bloccata in un percorso universitario che non riusciva a concludere, nonostante ci fossero diversi anni di differenza tra noi. Negli ultimi due anni prima della separazione, io avevo iniziato un grande cambiamento personale, tra dieta e palestra, trasformando il mio corpo. Questo aveva portato anche a una sua crescente gelosia.

    Il fatto di vivere lontano dall’università, insieme alla gestione della casa, del cane e ad altre responsabilità, aveva contribuito ad allontanarla dal suo obiettivo. Inoltre, col tempo ho capito che viveva una forma di depressione di cui però non era mai riuscita a parlarmi apertamente: questa cosa mi rendeva nervoso perché, tra le tante cose, le pagavo anche lo psicologo senza però sapere davvero cosa stesse vivendo.

    Io ero l’unico a lavorare e a occuparmi delle spese, delle uscite e di tutto il resto. In casa non mi faceva mancare nulla: pulizie ecc., faceva tutto lei, e già questo probabilmente è stato un errore mio.

    A un certo punto, di fronte alle attenzioni di una ragazza — in mezzo a tutte quelle che avevo trascurato — non sono riuscito a trattenermi e, anche se non è successo nulla di fisico, ho deciso di lasciare la mia ex. È seguito un mese difficile, con continui messaggi e anche una gravidanza inventata da parte sua. Alla fine lei ha lasciato casa definitivamente.

    Dopo poco è iniziata una frequentazione con un’altra ragazza, durata circa tre mesi: molto intensa fisicamente, ma anche tossica, tra love bombing e insicurezze che mi ha trasmesso. Dopo una vacanza finita male, ho chiuso anche questa storia.

    Pochi giorni dopo ho conosciuto la mia attuale ragazza: un colpo di fulmine. È molto bella e forse proprio qui ho fatto il mio errore più grande. Dopo pochi giorni abbiamo deciso di convivere.

    In questo quasi anno mi sono ritrovato a gestire praticamente tutto: casa, spese e organizzazione. Abbiamo un conto cointestato su cui mettiamo entrambi la stessa cifra, ma basta solo per il cibo: non copre bollette, uscite o altre spese, che ricadono su di me. Inoltre non mi aiuta né in casa né in altro.

    È molto affettuosa e da quel punto di vista sto bene, non mi manca l’affetto. Però sessualmente e fisicamente non mi prende come la precedente, tanto che ho dovuto adattare alcune mie abitudini. Nonostante questo, emotivamente sto bene… o almeno credo.

    Sto lavorando molto su me stesso, ma spesso penso di non meritarla, sia a livello fisico che di immagine. Cerco di darle tutto: attenzioni, affetto, regali, cene. Tuttavia il suo passato e i suoi tanti ex mi pesano molto. Spesso fa riferimenti a esperienze vissute (ristoranti, viaggi, cose fatte), anche senza citarli direttamente, e questo mi fa stare male. Gliel’ho detto, ma lei lo fa con leggerezza.

    Tutto questo mi porta a vivere una forte disparità emotiva: mi capita di piangere spesso, di pensare di non meritare la felicità. Mi dispiace persino per il mio cane: prima era sempre con la mia ex in casa e non restava mai solo, mentre ora, lavorando entrambi, si ritrova spesso da solo.

    Non riesco a lasciarla, anche se ci ho provato più volte. Vederla piangere e promettere che cambierà, senza poi farlo davvero come vorrei, mi blocca e non riesco ad andare fino in fondo.

    Devo anche dire che in tante cose è davvero cambiata: probabilmente aveva bisogno di tempo, prima era triste e ora non lo è più, si chiudeva molto mentre oggi lo fa molto meno. Però, nonostante questi miglioramenti, io non mi sento valorizzato né alla pari. Spesso ho la sensazione che non mi ascolti davvero, non mi aiuta, non dà peso alle mie necessità, al mio bisogno di conferme e certezze. L’aiuto pratico è praticamente nullo e quello morale molto poco.

    Io mi sono messo subito a sua disposizione in tutto, non le ho fatto mancare niente e l’ho messa al centro della mia vita, cambiando me stesso — di nuovo — per cercare di sentirmi all’altezza e meritarmela. E ora mi trovo così: incapace di lasciarla, ma senza stare mai, mai davvero bene o sentirmi apprezzato.

    Lei mi parla di figli e di un “per sempre” insieme, e da una parte questo mi fa piacere, ma dall’altra sono terrorizzato all’idea che la mia vita possa essere sempre così: per sempre, con un peso che sento di portare da solo, sempre di fretta a cercare di fare tutto da solo. In cosa sbaglio? Su cosa posso lavorare o dove ho bisogno di aiuto? Sono andato anche da una psicologa, ma non mi ha mai aiutato davvero, nonostante tante sedute.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Ilaria Forcina

    Caro utente, da quanto descrive sembrerebbe che la sua percezione della relazione oscilli tra il desiderio di essere compreso, supportato, valorizzato e il non sentirsi all’altezza, al punto da arrivare a pensare di interrompere il rapporto.
    Chiede in cosa sbaglia. Lei sente di sbagliare? Sente di aver bisogno di aiuto? L’altro spesso è un mezzo di conoscenza per se stessi. Nelle relazioni è più facile vedere cosa non va e non funziona, proprio perché c’è un altro, su cui più facilmente riusciamo a riflettere e a vedere ciò che non piace. Tuttavia, quando non accettiamo qualcosa dell’altro a volte è perché prima di tutto non riusciamo ad accogliere qualche aspetto poco conosciuto che appartiene a noi stessi.
    Sarebbe utile affrontare la questione con un professionista e provare a lavorare sul cambiamento, se da lei desiderato, in un’ottica individuale. Cosa lei può cambiare di sé? Sarebbe utile anche rivedere l’aspettativa che il partner possa cambiare per rispondere a un bisogno di conferma. Che intende quando scrive che la psicologa non l’ha mai aiutato davvero? Il numero di sedute non è direttamente collegato all’esito di un percorso psicologico, il quale ha i suoi tempi, dettati dall’interiorità e da quanto si è pronti e motivati a proseguire. Si prenda un tempo suo per riflettere su cosa vorrebbe e valuti l’opportunità di parlarne nuovamente con un professionista.
    Un caro saluto


    Buonasera
    Sto vivendo un momento un po' doloroso
    Mi piace molto una ragazza, una mia collega di lavoro.
    Siamo caratterialmente diversi lo ammetto, però abbiamo ammesso ieri di provare un interesse reciproco ma c'è un enorme problema che blocca tutto.
    Ci sono stati diversi litigi, soprattutto per mancanza di onestà da parte di lei, che mi hanno fatto alterare e reagire un po' troppo.
    Questi litigi a lei le hanno fatto capire che non possiamo stare insieme, non potremo mai, che ha già vissuto una situazione del genere e che non vuole caderci di nuovo.
    Ha già pensato diverse volte se tra noi poteva andare oltre ma non ce la fa, non è ancora pronta per una relazione e perché siamo colleghi e se già litighiamo così spesso prima di iniziare dopo diventerebbe peggio, anche se secondo me meglio litigare all'inizio che nel mezzo.
    Ho provato a farle capire che io sono disposto a provare e a migliorare in primis per me stesso e sarei disposto a farle vedere più avanti che sono migliorato (davvero) ma lei non vuole neanche provarci.
    Le ho confessato che è la cosa più bella che mi sia capitata da quando lavoro in questa azienda(ed è vero) e sono felice tutte le volte che la vedo... Questo discorso l'ha fatta emozionare e mi ha preso anche le mani.
    Resta il fatto che ha dato un no definitivo e non vuole fare neanche un tentativo perché siamo troppo diversi e ci sono troppi litigi.
    Secondo voi, ci potrà mai essere un ripensamento da parte sua e quindi un cambiamento di scelta?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Ilaria Forcina

    Caro utente, grazie per questa condivisione, che evidentemente è legata a un vissuto sentimentale di sofferenza. Purtroppo non si possono fare previsioni sui comportamenti o sui modi di pensare, in quanto l’essere umano non funziona secondo una certa logica, ma possiede, oltre alla razionalità, una certa quota di irrazionalità e istintività che attiene a una dimensione psichica molto complessa. Il ripensamento ci potrà essere oppure no da parte di questa ragazza, ma sarebbe utile interrogarsi sul perché lei vorrebbe che la ragazza cambiasse idea. Sicuramente in questa fase prova attrazione ed è preso emotivamente, ma come considera lei ad esempio tutti i litigi di cui parla? Da cosa originano i litigi e in che modo lei vive la diversità che sembra insormontabile per questa ragazza? Anche lei avverte questa diversità estrema? Cosa vorrebbe da questo rapporto? C’è effettivamente la possibilità, per lei, che tra voi funzioni una relazione o è spaventato all’idea di perdere questa cosa bella che sente esserle capitata?
    Un caro saluto


    Buongiorno, sono una ragazza di quasi 18 anni e scrivo perché vivo una situazione che non riesco a controllare. Premessa: il tutto è iniziato a 12 anni, poi a dai 14/15 ai 16 sembrava essere migliorata la situazione, ma adesso è peggio di prima.
    A 12 anni ho iniziato ad avere l'impulso di strapparmi ciglia e sopracciglia, mentre adesso si sono aggiunti anche i capelli e il gesto è diventato molto più frequente e sistematico.
    Inoltre, è dai 12 anni che penso di non avere un rapporto sano con il cibo: i primi anni era stata una cosa anche più o meno sopportabile, che si è risolta da sola (periodi di restrizione col cibo), invece nell'ultimo anno non fa che peggiorare (per farla breve abbuffate/restrizioni).
    Non voglio dire che i due problemi siano collegati l'uno con l'altro perchè sono la prima che non riesce a darsi una risposta o controllarsi da sola, il che mi fa sentire come se non fossi cresciuta affatto, anzi avevo più autocontrollo a 12 anni.

    Non so bene quale sia il mio obiettivo scrivendo tutto questo e non vorrei nemmeno essermi esposta troppo, ma lo considero un passo avanti piuttosto che continuare a parlare dei miei problemi con una AI.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Ilaria Forcina

    Cara utente, grazie per la condivisione. Ha fatto sicuramente un passo avanti nello scrivere qui i suoi dubbi, se non ne ha mai parlato con nessuno.
    Sarebbe importante per lei rivolgersi concretamente a un professionista o a una struttura di riferimento nell’ambito della salute mentale. Potrebbe provare a recarsi presso la Asl territoriale per chiedere un primo colloquio ed esporre le sue difficoltà.
    Dice di non sapere quale sia il suo obiettivo scrivendo qui. Deve essere doloroso e fonte di preoccupazione sentirsi senza autocontrollo. Forse sente di non farcela più da sola a sostenere il peso della situazione e sente il bisogno di chiedere aiuto. Provi ad accogliere questo vissuto come il primo passo verso un atteggiamento di cura verso se stessa.
    Un caro saluto


    Buongiorno, sono un ragazzo di 22 anni che vive la vita in un grigio perenne. Il mio problema? La sensazione di non essere mai scelto, nel senso, ho 22 anni e non ho mai avuto una ragazza, ma non solo quello, ormai non riesco neanche più ad approcciarmi con una ragazza se non la conosco, fatico a continuare un discorso non riesco a tenere il contatto visivo e varie cose che forse una persona di 22 anni dovrebbe riuscire a fare. È come se andassi in blocco, evito anche di affezionarmi o cose del genere perché tanto so già che non finirà come voglio io. Prima associavo la cosa del non trovare una ragazza con il mio aspetto fisico, ma con il tempo ho capito che non è quello, anche perché ho migliorato di molto il mio aspetto, certe volte mi sembra di essere destinato a non poter trovare l’amore, mi sembra di essere noioso, di non essere mai abbastanza, mi sembra di essere proprio io il problema ed è da 22 anni così. So che molti diranno “non sei in ritardo ognuno ha i suoi tempi” ma allora a questo punto mi chiedo, quanto sono lunghi i miei tempi? Quanto ancora dovrà durare questa cosa? Per quanto ancora dovrò vedere i miei amici con le loro fidanzate e io dovrò cercarmi altri amici non fidanzati per uscire? So che magari potrà sembrare una banalità, ma ho bisogno di poter amare e di essere amato e invece sono anni che lotto con me stesso e che vivo questa situazione, una situazione che mi logora da fin troppo tempo e certe volte mi fa dire che forse è così che deve andare.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Ilaria Forcina

    Caro utente, deve essere molto doloroso vivere con la preoccupazione di non essere mai abbastanza per essere amato. Ognuno ha i suoi tempi, è così, ma è anche vero che la ragione non basta a spiegare tutto e non serve a rincuorare. Se in questo momento non avere una persona da amare e da cui essere amato è fonte di disagio, frustrazione e tristezza, questi sentimenti vanno accolti e rispettati.
    Sarebbe utile chiedersi cosa significherebbe per lei avere una ragazza? Che intende quando si chiede se sia noioso o se sia lei il problema? E come vorrebbe che finisse? (Scrive che evita di affezionarsi, perché sa già che non finirà come vuole lei). Sembra che lei cerchi l’amore, ma che in parte lo rifugga anche. Ha desiderio e curiosità, ma è anche fortemente spaventato.
    Fa cenno alla sensazione di non essere mai scelto. Che vuol dire essere scelto per lei? Sembrerebbe quasi come se si trovasse davanti una ruota che gira e la cui freccetta non si ferma mai su di lei e così a un certo punto lei smette anche di girare la ruota.
    Sarebbe utile provare a mettere insieme dei pezzetti che sembrano contraddirsi ma che potrebbero aiutarla a capire cosa cerca davvero, cosa per lei significhi una relazione sentimentale.
    Se volesse parlarne, sono a disposizione.
    Un caro saluto


    Salve, mia moglie dopo 17 anni di matrimonio ha deciso di lasciarmi. Mi ha detto che ho commesso troppi sbagli, si sente triste con me, nn si sentiva amata abbastanza e le interazioni negative dei miei genitori la hanno soffocata. Andrà a stare in una nuova casa in affitto, e in attesa della sistemazione della nuova casa, resterà ancora con me per almeno un'altro mese. Io l'amo ancora perdutamente ma nn ha voluto sentire ragioni, e mi tratta giustamente con freddezza e distacco. Rispetto cmq la sua decisione e sto limitando il piu possibile i rapporti con lei ( come anche da suggerimenti altrui). Giorno dopo giorno sto cercando ad imparare, gestire e nascondere le mie emozioni tenendomi impegnato con la gestione della casa e tutto il resto, ora ricaduto quasi interamente su di me. Mi è vi chiedo, in speranza di una riappacificazione futura, ma lo stare forzatamente assieme tutto questo mese, in uno stato ibrido di distacco, fatto per lo più di abitudinaria tristezza ed indifferenza( tranne i momenti dedicati alla bimba) non rischia di danneggiare ulteriormente il nostro rapporto? Potrebbe confermarle e darle la convinzione ulteriore di essere triste quando ė con me? Sarebbe il caso che andassi via io in questo mese? Come posso sfruttare questi pochi giorni che staremo ancora assieme in modo produttivo alla relazione ( esempio dimostrando impegno e propensione al cambiamento di alcuni miei comportamenti sbagliati? ) o devo attendere passivamente tutto questo sino a che nn andrà via? Grazie di cuore

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Ilaria Forcina

    Caro utente, non deve essere facile affrontare questo momento così delicato e sofferto, sia per la separazione che per il periodo di convivenza in attesa di avere due sistemazioni differenti. Chiede se in questo mese sua moglie possa ulteriormente sentirsi triste in sua presenza e se sarebbe il caso di allentarsi lei stesso da casa, in attesa che sua moglie vada a stare altrove. Lei cosa sente? Avrebbe la possibilità di lasciare a sua moglie la casa in questi giorni? Se è arrivata a questa decisione, evidentemente per lei adesso è opportuno prendere le distanze, per i motivi che lei in parte conosce, ma che in parte forse conosce solo sua moglie, perché appartengono al suo personale vissuto. Lasciarle il tempo e lo spazio per staccarsi serve a sua moglie, ma serve anche a lei per capire davvero cosa vuole per sé e per riflettere profondamente su cosa non ha funzionato nella relazione e quali sono le sue responsabilità. Quando una coppia si separa il dolore è sempre grande, è come una perdita, di fatto. E proprio come quando si vive un lutto i primi momenti sono di smarrimento e di non lucidità. Si elabora pian piano. Dia a sua moglie e a se stesso il tempo per metabolizzare. Avete una bimba insieme, quindi i contatti per forza di cose non potranno mai essere interrotti. Con il tempo e la lucidità troverà le risposte che cerca, dentro di sé prima di tutto.
    Un caro saluto


    Salve, volevo chiedere un consiglio a voi dottori che siete sicuramente più esperti di me. Voglio iniziare un percorso di psicoterapia e per questo è da giorni che cerco di informarmi sui professionisti presenti nella mia zona o in zone comunque facilmente raggiungibili, cercando di capire dalle recensioni e dai loro profili chi possa essere più adatto a me e alle mie esigenze. Alcuni profili che ho trovato sono di psicologi che stanno finendo la scuola di psicoterapia, alcuni infatti si presentano come "psicologo e psicoterapeuta in formazione". Tra i vari profili, devo ammettere che mi hanno un po' convinta due in particolare che si definiscono in questo modo. Il problema però è che ho appunto il dubbio che, non essendo ancora psicoterapeuti a tutti gli effetti, non possano essere di aiuto per me. Secondo voi, fare delle sedute con psicologi specializzandi in psicoterapia può essere utile/andar bene oppure no? Voi cosa ne pensate? Perché sono davvero indecisa se provare lo stesso a fare delle sedute con professionisti ancora in formazione oppure lasciar perdere e cercare psicologi che siano psicoterapeuti già formati. Ringrazio in anticipo per le risposte!

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Ilaria Forcina

    Caro/a utente, grazie per questo quesito, che molti si pongono, in realtà, e che può generare molta confusione. La formazione in psicoterapia è una scelta, non un obbligo formativo, per tutti gli psicologi o medici già abilitati all’esercizio della professione. La scelta può essere fatta subito dopo l’abilitazione o anche nel tempo, ed è dettata da esigenze e interessi del professionista. Gli psicologi fanno riferimento, nell’esercizio della professione, a un codice deontologico che mette in evidenza i princìpi, ai quali, chi svolge questo lavoro, deve attenersi, che sono prima di tutto princìpi etici: la responsabilità, il rispetto, l’onestà, l’integrità, la lealtà e la trasparenza. E, non da ultimo, l’obbligo dell’aggiornamento professionale: quindi non è obbligatorio specializzarsi in psicoterapia, ma è obbligatorio continuare a formarsi costantemente. Che vuol dire tutto ciò? Che per essere di aiuto non bisogna per forza aver conseguito il titolo da psicoterapeuta, ma bisogna essere professionisti abilitati, aggiornati e rispettosi; professionisti consapevoli dei limiti e degli strumenti che si hanno a disposizione. La specializzazione è uno strumento che arricchisce e attraverso cui si può scegliere di assolvere all’obbligo di ampliare e aggiornare la propria formazione.
    Detto ciò, la relazione tra paziente e professionista, che sia psicologo o psicoterapeuta, è una relazione prima di tutto umana, tra due esseri umani che si incamminano, con ruoli diversi, ma insieme, in un percorso di crescita e scoperta.
    In bocca al lupo per la sua scelta.
    Un caro saluto


    Buongiorno, vivo in una città del nord da 21 anni, insieme a mio marito e 2 splendidi figli adolescenti.
    Io e mio marito siamo, di un paesino del sud Italia
    io ho una storia familiare non facile, mio padre assente, mia madre anaffettiva, controllante, giudicante
    a 23 anni ho conosciuto mio marito, appena la nostra unione è diventata ufficiale, sono caduta in depressione, una brutta depressione che ho curato con farmaci e tanta psicoterapia..alla fine del percorso sono arrivata alla conclusione che per stare bene, dovevo scappare dai miei posti..così ho lasciato il lavoro e sono partita, lui con me...
    nella città in cui viviamo sono stata benissimo da subito, ci siamo sistemati, sposati, abbiamo due lavori ottimi e due figli che ci danno grandi soddisfazioni, ci sono comunque delle cose di questa città che mi pesano, la considero non del tutto la mia città...mio marito non si è mai ambientato, infatti dice sempre che quando andrà in pensione trascorreremo periodi giù, dove abbiamo una splendida casa.

    Abbiamo sempre paragonato la città in cui viviamo a quella vicina al nostro paese d'origine e sempre detto che la nostra vita ideale sarebbe stata lì, conducendo una vita come quella che facciamo ora ma con meno spese e più svaghi, nei fine settimana avremmo potuto goderci la casa, gli amici e i parenti al paese, complici il clima, il mare, i paesaggi, facendo tutte le cose che ora non facciamo, e avendo anche il supporto dei parenti
    circa 10 anni fa abbiamo avuto l'occasione di poter rientrare definitivamente ma erano lavori precari, mio marito voleva tornare a tutti i costi, ma io sono di nuovo caduta in grave depressione, ricurata con farmaci. Abbiamo rinunciato

    2 anni fa ennesima occasione, appagante per me, ma stavolta è mio marito a rinunciare, in preda all'ansia

    ora io sono stata chiamata a colloquio tra un mese per un posto di lavoro al mio paese, un buon posto di lavoro, ci vorrei andare perchè vedo la vita che vorremmo, vivremo in città, io mi sposterei tutti i giorni in attesa di una destinazione più vicina, i ragazzi sono felici di un eventuale trasferimento, mio marito pure...ma io sono in ansia, dormo male, una volta lì penso che la mia mente vada a rivivere tutto il percorso depressivo della pre-partenza di 21 anni fa, il tutto accentuato dal fatto che non conosco bene la nuova città, temo di non riuscire ad ambientarmi e temo di lasciare ciò che ho perchè, in caso di fallimento, non posso poi tornare sui miei passi

    sono cresciuta tanto, caratterialmente, emotivamente, lavorativamente, vorrei riuscire a gestire il tutto ma non so, ho bisogno di un parere

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Ilaria Forcina

    Cara utente, grazie per il suo racconto. Deve essere stato molto doloroso per lei lasciare i posti in cui è cresciuta, ma allo stesso tempo sembra che andare via sia stata la scelta che in qualche modo le ha permesso di aprirsi alla vita e di darsi la possibilità di camminare sulla sua strada. Dal racconto emerge che nel corso degli anni la nostalgia e la voglia di tornare è stata sempre presente nella vostra vita, al di là delle opportunità concrete che si sono presentate per voi di rientrare. D’altra parte, sembrerebbe che il pensiero di tornare alle origini, generi ogni volta sintomi depressivi o ansiosi. Evidentemente la questione è complessa e riguarda tutto ciò che ruota attorno al suo disagio pre-trasferimento. Scrive che lì, in questa città vicina al suo paese d’origine, sareste felici. Eppure la preoccupazione di stare male è forte al punto da causarle ansia e difficoltà nel sonno. Che significherebbe essere felici lì? Dove siete ora come vi sentite? Come si sente lei? Si sente al sicuro? Provi a riflettere sul valore attribuito all’avere certe possibilità (svaghi, vicinanza al mare, la bella casa ecc.) e al benessere psichico che ha faticato a costruire e concedersi di vivere. Non scrive molto sulla sua famiglia d’origine, ma sembra che non sia stato semplice per lei crescere in un certo contesto e svincolarsi. Ad oggi la situazione sarebbe diversa?
    Se avesse voglia di parlarne sono a disposizione.
    Un caro saluto


    Buongiorno, è molto tempo che sogno una persona che per me è stata importante in passato ma tra noi non c'è stato nulla se non un'amicizia. Nei sogni alle volte siamo felici, altre c'è nostalgia, altre ancora mi consola/mi da affetto e in altre provo a dire che mi dispiace non averci dato una possibilità nel passato. Quando mi sveglio poi non ho una buona giornata e alle volte sento una sensazione di vuoto.
    Questa persona non fa più parte della mia vita da molti anni. Mi date un parere in merito? Grazie.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Ilaria Forcina

    Caro/a utente è molto interessante il suo racconto di questo sogno, o meglio, di questa serie di sogni, il cui tema è sempre l’incontro con questa persona, con delle varianti. Grazie per la condivisione anche dello stato d’animo che prova al risveglio, che è sempre importante considerare quando si sta su un sogno. Che vuol dire stare insieme a un sogno o “abitare un sogno” (J. Hillman)? Vuol dire non tanto interpretare, quanto proprio mettersi in connessione. Cosa ha rappresentato e cosa rappresenta questa persona per lei? Quali possibilità sente di aver negato a se stesso e alla parte di sé che si lega a quella persona? Da quanto i vostri rapporti sono interrotti e sono iniziati i sogni?
    I sogni ci danno molte più opportunità di stare con noi stessi di quanto pensiamo. Attengono a una dimensione inconscia, che non conosciamo e di cui possiamo arrivare ad avere una certa quota di consapevolezza accogliendo contenuti espressi in un linguaggio simbolico, diverso da quello che siamo soliti usare.
    In analisi i sogni costituiscono parte integrante del processo e hanno grande utilità nel cammino verso la conoscenza di sé.
    Un caro saluto


    Ho quasi 49 anni, sposato con figlia di 7 anni, ipocondriaco del tipo evitante da tempo, soffro di anginofobia sin da prima dell adolescenza, un matrimonio in crisi da una vita privo do affetto e sesso. Da un paio di mesi mia moglie si è ammalata di un carcinoma al seno e l anginofobia è aumentata in maniera assurda: se prima riuscivo a periodi a mangiare tranquillo comunque sempre con dell'acqua o delle bevande vicino, negli ultimi periodi si è aggravata .a volte quando sono solo a casa mi sembra di non riuscire ad inghiottire neanche cibo reso in minima poltiglia tipo pezzetto di banana masticato all infinito o acqua. e quando ingoio in questo stato mi sembra che vada quasi nel "buco" sbagliato, percependo fastidio a livello retro gola e collegamento al naso. Si rischia di morire o polmonite ab ingestio?
    visita otorino con fibroscopia fatta un paio di mesi fa trovando un po' di reflusso gastroesofageo. Devo fare altro? Sono ipocndriaco e non vorrei fare esami invasivi tipo gastroscopia neanche cibo reso in minima poltiglia tipo pezzetto di banana masticato all infinito o acqua. e quando ingoio in questo stato mi sembra che vada quasi nel "buco" sbagliato, percependo fastidio a livello retro gola e collegamento al naso.
    nell atto della deglutizione mi capita di stringere i muscoli della gola superiore e faccio un verso come se volessi bloccare il cibo
    se va di trasverso l acqua o un liquido si può morire? delle volte in super ansia pure con i liquidi mi sembra di andare in difficoltà
    il problema che quando sono solo ni vergogno a mangiare in pubblico perché faccio delle faccio innaturali perché simulo faccia da soffocamento.
    mentre mangiavo in due occasioni nel momento di ingoiare ho serrato la gola ed emesso un verso come un rantolo in protezione per non far scendere il cibo. Questa cosa mi ha provocato una sensazione di pseudo acidità alla gola che sembrava arrivasse al naso. Come posso gestire tutto questo? Vi ringrazio.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Ilaria Forcina

    Caro utente, dev’essere molto doloroso vivere quanto descrive.
    Sarebbe utile rivolgersi a un professionista della salute mentale, in modo da valutare insieme la strada più opportuna per lei per gestire le fobie e il momento familiare delicato.
    Un caro saluto


    Come dire a mia mamma di voler predere la pillola? Ho 23 anni e mi sto frequentando con una ragazzo da un mesetto. Abbiamo già fatto tutti i preliminari e vorrei spingermi oltre, ma ho il costante terrore di gravidanze indesiderate. Vorrei dire a mia mamma (con cui ho molta confidenza, tranne per queste cose) di voler prendere la pillola ma non so come introdurre l’argomento, essendo l'intimità un argomento tabù in famiglia. L'ultima volta in cui gliel'ho detto mi ha fatto un pò di storie (esempio dicendomi che non ero ancora fidanzata con questo ragazzo, chiedendo se avesse intenzioni serie e chiedendomi cosa dobbiamo fare ecc...). Non mi sento a mio agio a parlare di queste cose con lei, specialmente rapporti sessuali. So anche che potrei affidarmi ad un consultorio, ma se per qualche motivo venisse a sapere che prendo la pillola ? penso sia meglio avvisarla subito. Non so se fidarmi solo del preservativo la prima volta. Come posso avvisarla della mia scelta cercando di limitare l’imbarazzo (suo e di conseguenza anche mio)?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Ilaria Forcina

    Cara utente, da quanto scrive, tra lei e sua madre esiste un dialogo aperto e confidenziale in generale, ma capisco che aprirsi in tema di sessualità può essere difficile.
    Prima di tutto potrebbe riflettere sulla possibilità di fare una visita ginecologica, rivolgendosi anche ad un consultorio, qualora non avesse già un professionista di riferimento che la segue. Questo le consentirebbe di sciogliere molti dubbi legati all’argomento e in particolare all’assunzione della pillola anticoncezionale (solitamente vengono prescritti esami clinici prima di prescriverla, per essere sicuri che il farmaco può essere assunto e scegliere quale sia quello più idoneo per la persona).
    Poi potrebbe provare di nuovo ad affrontare l’argomento con sua madre, esprimendo la sua volontà e la sua decisione. È importante che lei comunichi a sua madre che sente di voler condividere questa decisione perché vuole sentirsi libera di assumere un farmaco e non di farlo di nascosto. Lei è un’adulta e mi sembra anche consapevole dei propri bisogni, dei propri desideri e di alcune responsabilità legate alle scelte e alle azioni.
    Provi a verbalizzare anche l’imbarazzo, in modo da condividere con sua madre che sa che parlare di un tema delicato non è semplice per entrambe, ma che è necessario per trasparenza e per la fiducia che riponete nel vostro rapporto.
    Mi sento di dirle anche che l’uso della pillola anticoncezionale non incide sul rischio di contrarre malattie sessualmente trasmissibili, per cui le consiglio in ogni caso di non rinunciare all’uso del preservativo. Ad ogni modo, anche di questo ne parli con un esperto del settore, che senza dubbio saprà darle tutte le informazioni e i consigli per vivere serenamente la sua sessualità.
    Un caro saluto


    Buonasera ho 29 anni non ho mai avuto una ragazza 0 relazioni per non essere più vergine sono andato a escort ma da 1 anno a questa parte, fra rabbia e frustrazione sono diventato un diavolo soprattutto verso me stesso mi trovo così per via delle circostanze principalmente, avendo un attività ho 0 tempo libero quindi ho vado a fare il dipendente per avere più tempo libero oppure ci metto una pietra sopra , il tempo che passa è un veleno perché io faccio distinzione tra non avere relazioni momentanee e non averne mai avute e quindi 0 esperienze è ritardo per questo vado in tilt, penso rimarrò inferiore a vita. Grazie a chiunque mi darà un parere.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Ilaria Forcina

    Caro utente, deve essere molto doloroso essere così arrabbiato e frustrato. Colpisce quando scrive che rimarrà inferiore a vita. A chi sente di essere inferiore? Sarebbe diverso se avesse avuto qualche relazione in passato? C’è qualcosa che cambierebbe nella sua vita attuale (a parte avere una relazione)? Non descrive il suo lavoro, ma sembra tenerla molto impegnato.
    Parlarne con uno psicologo potrebbe esserle di aiuto per esplorare desideri e motivazioni e per riflettere sui sentimenti così intensi che sta provando, soprattutto verso se stesso. Poterne parlare con qualcuno che accoglie in modo non giudicante, in un contesto sicuro e protetto, potrebbe essere utile ad alleviare il disagio e ad aprire uno spazio per riflettere e sperimentare.
    Un caro saluto


    Buonasera, 40 enne, Avvocato di Rovigo , sposato con prole, mi sono innamorato di una collega più giovane di quasi 10 anni, appena lasciata dal Suo fidanzato.
    Una volta confessato il mio sentimento, nonostante una scarsa frequentazione precedente, lei ha sminuito tutto, con la classica crisi coniugale, confessando un flirt attuale (non veritiero?).
    Abbiamo deciso però di continuare a frequentarci lavorativamente, siamo andati a cena assieme, ma ogni volta che io mi avvicino a Lei, preoccupandomi di Lei, lei mi allontana o ignora.
    Io cerco di non chiamarla o messeggiarla per vicende personali, per non essere pesante o petulante, però causa lavoro sono piacevolmente contento di condividere del tempo con Lei.
    Alterno poche ore di gioia passate con Lei a giorni che sto male, rimedio, cerco di fare attività fisica, cerco di non seguire i suoi social, di non pensarci, di pensare ai Suoi difetti, alternandolo con sedute Psicologiche, ma niente, e la cosa peggiore è che dall'altra parte ho una famiglia che mi sta perdendo, ed a me la cosa mi pesa, ma non come l'amore non ricambiato.
    Quanto è brutto innamorarsi a 40 anni !

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Ilaria Forcina

    Caro utente, da quanto descrive sembrerebbe che la collega sia stata chiara rispetto alla propria posizione. Probabilmente non era sua intenzione sminuire ciò che lei sta provando, ma solo provare a darle un punto di vista alternativo, che in realtà potrebbe fornirle uno spunto interessante per interrogarsi su ciò che lei desidera per se stesso e per la sua vita futura e su ciò che evidentemente in questo momento non sta funzionando. Cosa rappresenta per lei questo sentimento e in che modo si inserisce nel suo contesto di vita familiare, che coinvolge la sua quotidianità con moglie e figli? La questione non è rimediare o mettere forzatamente a tacere un pensiero, quanto attraversare e provare ad aprire una riflessione. Scrive che la sua famiglia la sta perdendo. In che modo? Ha messo in discussione il suo matrimonio o pensa di farlo? E in quel caso sarebbe solo la sua famiglia a perdere lei? Cosa farebbe se il sentimento che nutre verso questa collega fosse apertamente ricambiato?
    Può essere difficile spostare l’attenzione dall’altro al nostro mondo interno a volte, ma può essere utile per ritrovare una bussola e provare a capire in che direzione andare.
    Un caro saluto


    Buongiorno Dottori. Circa 10 anni fa ho casualmente incontrato un uomo molto molto più giovane di me. Uscivo da un periodo terribile, avevo appena perso mia madre dopo una malattia inesorabile ed ero sentimentalmente sola già da molto tempo. Ero in cura con farmaci antidepressivi e vivevo come in mezzo ad una nebbia. Finchè, quasi mi fossi "risvegliata" da un brutto sogno, mi sono improvvisamente accorta dei suoi sguardi, delle sue attenzioni, delle sue premure nei miei confronti, ma data la notevole differenza di età ho preso la cosa con divertimento, pur essendone lusingata. Poi, è scoppiato il covid e siamo rimasti tutti isolati nelle case. Ma un giorno, inaspettatamente, lui si è presentato a casa mia, dicendo che voleva rivedermi e che mi aveva portato la colazione. L'ho fatto salire, non senza stupore, abbiamo chiacchierato un po' ma...la "scintilla", se così vogliamo chiamarla, era ormai scattata e abbiamo fatto sesso con trasporto. Pensavo fosse finita lì, e invece -poichè per motivi legati alla professione che lui svolge ci incontriamo settimanalmente - tutto è continuato. Quando l'ho conosciuto era ancora fidanzato, poi si è sposato, ha avuto un figlio, a differenza mia che ho avuto una vita sentimentale disastrosa nonostante ogni volta abbia dato tutta me stessa al partner e per far funzionare il rapporto. Il suo, sembrava un matrimonio felice, innamorato della ragazza di sempre, un figlio splendido, quello che insomma avrei voluto la vita riservasse a me. Due anni fa, mi ha inaspettatamente detto che si stava separando dalla moglie. Lo vedevo infatti da tempo incupito, con meno voglia di parlare, ma a mia richiesta rispondeva che aveva "problemi" di cui non gli andava di parlare. Sembrava essersi lasciato andare. Ingrassato, trascurato (come è anche tuttora). Avendo cambiato posto di lavoro, mi nominava spesso colleghi e soprattutto colleghe con cui di tanto in tanto usciva e, particolarmente nominava le colleghe, a suo dire tutte belle, tutte brave, con cui c'era tanto affetto. Intanto, nel frattempo, aveva lasciato moglie e figlio non potendone più della situazione in casa, separandosi tuttavia solo di fatto. La moglie gli ha negato la separazione consensuale e dunque vivono in case diverse anche se a poca distanza, per il bambino. Ne sono rimasta dispiaciuta e l'ho invitato a riflettere, a tornare sui propri passi per amore del figlio, ma lei sembra irremovibile. Non se ne è andato per me. Noi abbiamo avuto solo rapporti intimi, anche se durante i nostri incontri ci siamo conosciuti meglio, sorretti a vicenda nei momenti di crisi, confidati, ma un rapporto vero e proprio non è mai partito (nel senso uscire insieme, condividere degli spazi e degli interessi): io non l'ho chiesto, data l'insormontabile differenza d'età sapevo già dall'inizio di non poterlo pretendere, ma neppure lui l'ha fatto. Finchè, proprio durante i rapporti intimi, a un certo punto lui non ha voluto più che gli lasciassi "segni" sul corpo a causa di baci un po' troppo marcati, pretendendo tuttavia di continuare a farli a me. Già questo mi ha lasciata perplessa. Ho chiesto spiegazioni, e lui mi ha risposto che non vuole si notino, data la professione che svolge. A questo punto, ho detto che anch'io avevo però diritto a non essere "marchiata". Poi, con il trascorrere del tempo, e sempre non richiesto, ha cominciato a nominarmi spesso una collega, anche lei separata però legalmente e con due figli con cui si era incontrato di tanto in tanto, anche con gli altri colleghi, affermando che era una donna molto bella (ma lo sono anch'io), facendomi capire che indossava biancheria sexy, quando io al contrario non ho voluto indossarla non perchè non la possegga, ma perchè suppongo che il desiderio sessuale di un uomo, se è genuino, debba scattare senza ricorrere a mezzucci.... Infine, siamo arrivati a ciò che non ho potuto tollerare. E' accaduto che mentre si trovava da me, la collega lo chiamasse, e non per una volta, sul cellulare. Trovandomi lì vicino e pur non volendo, non ho potuto fare a meno di ascoltare le loro voci affettuose, e scambiarsi facezie non di lavoro, con l'intesa di sentirsi la sera. Soprattutto mi ha ferita il suo "Finalmente!" come di persona che ha aspettato tanto una telefonata ed ora che è arrivata se ne compiace. Unpo' troppo, per una collega che si ha modo di vedere tutti i giorni, o quasi. Tra l'altro e' per me inaccettabile che queste telefonate avvengano comunque in mia presenza e senza nessun riguardo per lui che sta lavorando ed anche per me che sto lavorando con lui. Non capisco perchè lui glielo permetta, perchè non le dica, come ritengo avrebbe dovuto fare, di richiamare in altra ora. Lì per lì ho fatto come sempre, vale a dire non ho commentato pur assumendo un atteggiamento freddo e distaccato, ma quando lui mi ha fatto capire attraverso baci e carezze che voleva un rapporto, mi sono rifiutata, ben decisa, stavolta, a parlare. L'ho invitato ad essere chiaro, a dirmi la verità su questa persona che stava diventando, stando alla quantità di volte in cui non richiesto me la nominava, mostrandomi la sua foto e quella dei suoi figli che tiene nel cellulare insieme a quelle del figlio legittimo, e adesso facendomi ascoltare anche le loro telefonate, sempre più ingombrante, almeno in casa mia. E che, permettendole di farle, stava dimostrando un'assoluta mancanza di rispetto, e di sensibilità nei miei confronti. Come fanno tutti gli uomini in queste situazioni, ha ovviamente negato, dicendo le solite frasi "sei gelosa, è solo una collega (che tra l'altro vede tutti i giorni), sei veramente una grande regista per mettere su tutto questo, ecc.). Ho risposto che prima di essere gelosa sono una persona che tiene molto alla sua dignità. Che, se mi riteneva una grande regista, lui si era però dimostrato un pessimo attore, e che a prescindere da tutto, non mi prestavo ad essere la "ruota di scorta". Del resto, se come suppongo ha un'altra, i rapporti intimi ora può tranquillamente averli con l'altra, io non sono la moglie. Quale dovrebbe essere, infatti, il mio ruolo? Se ne è andato incupito. Ed io mi sento distrutta. Se ha un'altra relazione perchè non dirmelo apertamente? Io, essendo una donna educata tradizionalmente, non ho mai preso "iniziative" con gli uomini, neppure quando ero più giovane. Dunque, si è trovato anche facilitato, in questo senso, io avevo già capito, non c'era bisogno che mi facesse del male. Come è potuto cambiare così? E quale dovrebbe essere ora, il mio comportamento se queste telefonate dovessero continuare ( sempre che io lo riveda)? Non so immaginare, infatti, se e quando lo rivedrò avendo lasciato del lavoro in sospeso, non credo vorrà riparlarne e neppure io, avendo già detto ciò che ho ritenuto fosse giusto dire per me, ma non si sa mai. Potreste rispondermi? Vi ringrazio, la mia sofferenza è immensa.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Ilaria Forcina

    Cara utente, dalle sue parole si avverte il dolore di una ferita che la affligge da tempo. Nella prima parte del racconto emerge una presa di posizione decisa rispetto alla differenza d’età (non specificata) e all’impossibilità di avere una relazione di coppia in cui poter essere a tutti gli effetti la compagna di questo uomo. Lui si sposa, ha un figlio, si separa. Parallelamente, voi vi vedete e continuate ad avere rapporti sessuali.
    Sembrerebbe poi che qualcosa sia cambiato in lei in termini di aspettative a seguito della separazione. Scrive che non vuole essere la “ruota di scorta”, che lui è cambiato e che non sa come gestire questa nuova simpatia tra quest’uomo e la collega. Di fatto, questo uomo non sembra essere cambiato nel rapporto con lei. C’è stato tra voi qualcosa per cui lei ha pensato o ha immaginato che dopo la separazione dalla moglie tra voi due la relazione potesse diventare altro? Sembra un po’ forte l’espressione che lei usa quando parla di “ruota di scorta”. Nel tempo come si è sentita in questo rapporto? Chiede quale dovrebbe essere il suo ruolo ora. Quale è stato il suo ruolo finora? Che rappresenta per lei questo uomo e questo rapporto? E’ importante che sia lei per prima a riconoscersi un posto all’interno di questa relazione, che nasce come relazione parallela e secondaria.
    Cosa lei desidera per sé in questo momento della sua vita e per il futuro? Cosa si aspetta da quest’uomo e dal rapporto con lui? Cerchi di fare chiarezza prima dentro di sé e poi eventualmente potrà esplicitare le sue aspettative all’altro.
    Un caro saluto


    Gentili Dottori, vorrei chiedere un parere psicologico su una situazione familiare che mi sta causando molta ansia e confusione.

    Mio padre vuole donarmi una casa di famiglia, con l’idea che debba “restare in famiglia” e che io debba vivere vicino a mia sorella. Mia sorella stessa mi dice che non vorrebbe “estranei accanto” e che per lei è importante che io rimanga lì.

    Il problema è che mi sento profondamente combattuta. Razionalmente so che ricevere una casa è un enorme privilegio, soprattutto perché al momento non sono economicamente stabile, sto attraversando un periodo difficile e realisticamente oggi non posso permettermi di vivere altrove in modo indipendente. Quindi questa donazione mi darebbe concretamente un posto dove vivere e una sicurezza materiale importante che in questo momento non riuscirei ad avere da sola.

    Allo stesso tempo, però, emotivamente vivo questa situazione come una possibile perdita di libertà. Dopo una recente discussione con mia sorella, ho iniziato a stare molto male: nausea, mal di stomaco, pianto, una sensazione di soffocamento e pensieri come “la mia vita è rovinata” oppure “rimarrò intrappolata per sempre”.

    Mi sono resa conto di una cosa importante: se non ci fossero aspettative familiari legate a questa situazione e se avessi abbastanza indipendenza economica, probabilmente sceglierei di vivere altrove. La mia paura principale non è la casa in sé, ma l’idea di dover sopportare per anni dinamiche familiari emotivamente pesanti, sentendomi senza spazio personale e senza una reale possibilità di scegliere la mia vita.

    La pressione che sento è sia burocratica che emotiva.

    Burocratica perché mio padre mi dice che sarebbe molto difficile vendere la casa in futuro a causa di complicazioni burocratiche/legali.

    Emotiva perché vuole donarmi questa casa con l’aspettativa implicita che io non la venda mai a estranei e che la casa resti “all’interno della famiglia”. Anche mia sorella insiste molto sul fatto che non vuole estranei accanto.

    Nella mia famiglia, ogni volta che provo a esprimere bisogni o dubbi che escono dal “percorso” già deciso da loro, vengo spesso accusata di creare problemi, complicare la vita agli altri, essere egoista o destabilizzare la famiglia. Questo mi fa sentire estremamente in colpa anche solo per il fatto di desiderare autonomia.

    Sono anche terrorizzata dall’idea che accettare la casa significhi moralmente perdere il diritto di cambiare vita in futuro, anche se razionalmente so che le situazioni possono evolvere nel tempo.

    L’unica possibile via d’uscita che riesco a immaginare in questo momento sarebbe accettare la donazione, ma chiedere a mio padre di fare un accordo privato in cui si stabilisce che, se un giorno volessi trasferirmi altrove e lui volesse davvero che la casa restasse solo nella famiglia, allora la proprietà della casa potrebbe tornare a lui invece di essere venduta a estranei.

    Tuttavia, so già che anche solo proporre questa idea probabilmente porterebbe a discussioni e a una forte pressione emotiva da parte sua, ed è questo che mi paralizza.

    Vorrei capire:

    - Come posso costruire la sensazione che i miei bisogni siano legittimi quando la famiglia reagisce con senso di colpa o pressione;
    - Come prendere decisioni importanti nella mia vita senza sentirsi responsabili della felicità emotiva degli altri.

    Grazie a chi risponderà.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Ilaria Forcina

    Cara utente, sembrerebbe che lei abbia già in parte trovato una risposta alle sue domande. Quando dice di essersi resa conto che sceglierebbe di vivere altrove se avesse possibilità economiche differenti da quelle attuali, sta già analizzando lucidamente la situazione. Emerge, tuttavia, una pressione emotiva molto forte, legata all’aspettativa familiare che lei non venda la casa a estranei e non si allontani da sua sorella. Cosa accadrebbe se accettasse la casa chiarendo la sua posizione? In che modo la pressione emotiva familiare trova un gancio in lei che la fa sentire moralmente in obbligo di adempiere a un volere che non corrisponde ai suoi desideri? Lei non è responsabile della felicità altrui, ma sarebbe utile interrogarsi sul perché sente questa responsabilità su di sé. Desiderare autonomia non è una colpa, bensì una tappa evolutiva fondamentale nel percorso di ogni individuo. Perché sacrificare questo desiderio? La questione non è tanto comprendere le ragioni dei familiari che vorrebbero che lei restasse, quanto interrogarsi profondamente sul perché lei non riesce a dire loro che la scelta di restare potenzialmente in modo definitivo lì la farebbe sentire in trappola. Il loro disaccordo quali conseguenze ha su di lei?
    Il malessere che sta provando le sta dando informazioni sulla sua spinta interna.
    Le potrebbe essere utile affrontare la questione in un contesto terapeutico. Se volesse parlarne sono a disposizione.
    Un caro saluto


    Io e il mio ragazzo (entrambi 33anni) abbiamo una relazione a distanza da tre mesi.
    Io vivo all’estero e lui viene da un altro paese in Europa.
    È venuto a trovarmi e l'altro giorno stavamo camminando mano nella mano. Era un po' alticcio, mentre camminavamo ho visto un tipo che vedo spesso in centro a chiedere insistentemente soldi. Mi sono allontanata con il mio ragazzo, ma lui era incuriosito e continuava a fissarlo. Gli ho chiesto perché lo avesse fatto e ha iniziato a dire un sacco di cose senza senso, tipo "volevo dargli false speranze", "ero curioso di vedere cosa avesse in mano perché le muoveva", "volevo dargli dei soldi ma tu mi hai portato via", "non so se avresti pensato male di me se non gli avessi dato i soldi", per poi cambiare idea e dire "non gli avrei dato i soldi perché sembrava ben curato e aveva dei bei vestiti".

    La frase "volevo dargli false speranze" mi ha fatto infuriare più di ogni altra cosa e ne abbiamo parlato a lungo.
    Gli ho riparlato di questo episodio quando ci siamo calmati entrambi e mi ha detto che aveva detto tutte quelle cose perché era in preda al panico e non sapeva cosa dire.
    Gli ho fatto notare che quella frase in particolare era estremamente disgustosa e crudele, non mi sarei mai aspettata che una cosa del genere gli uscisse di bocca (perché, anche se lo conosco da poco tempo, mi ha dato l'impressione di essere una persona gentile, aveva dato il giorno stesso dei soldi ad un ragazzo che aveva chiesto dei soldi per il biglietto del treno e la volta prima che ci siamo incontrati aveva dato dei soldi ad un signore per strada che aveva un cagnolino) e lui se n'è reso conto e ha detto che normalmente non direbbe mai una cosa del genere. Ha detto che stava scherzando, ma che era uno scherzo di pessimo gusto.
    Ha inoltre aggiunto che dove vive lui ci sono queste persone che lui ha chiamato “gang”, si dividono le zone della città, che chiedono soldi per strada ma in realtà vivono grazie agli aiuti dello Stato e che lui non vuole dare soldi a questo tipo di persone.

    Non so cosa pensare o cosa fare.
    Mi tratta benissimo, ma non voglio stare con qualcuno che tratta male gli altri o dice cose così cattive.
    È giusto condannarlo per questo episodio o dovrei aspettare e vedere come si comporterà in futuro?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Ilaria Forcina

    Cara utente, da quanto riferisce, deve essersi sentita disorientata dalle affermazioni del suo ragazzo e questo in qualche modo le ha attivato una serie di domande che toccano la sfera della fiducia e del senso di sicurezza. Il vostro è un rapporto giovane e vissuto a distanza e può essere per questo più difficile costruire un senso di continuità nella relazione. Più che chiedersi se sia giusto condannarlo per questo episodio (non si tratta di un contesto deputato a questo), sarebbe utile aprire una riflessione sul significato che questo atteggiamento ha avuto per lei e per come lei intende la relazione di coppia. Cosa l’ha spaventata o turbata al punto da mettere in dubbio non solo il comportamento ma l’individuo? Il ragazzo ha fornito delle spiegazioni alle sue richieste (legate alla provenienza socio-culturale e alle esperienze di vita diverse dalla sua), ma sembra che a lei non sia bastato. Evidentemente da qualche parte avverte di non potersi ancora fidare del tutto (e dopo soli tre mesi vissuti a distanza può essere comprensibile). Provi a riflettere sul modo in cui lei ha vissuto questo episodio e sul significato che gli ha attribuito.
    Un caro saluto


    Salve mi hanno diagnosticato amaxofobia
    Ho intrapreso vari percorsi di terapia
    Terapia breve strategica terapia cognitiva comportamentale ipnosi
    Nessuna mi ha aiutato chiedevo se emdr può essere d aiuto anche se nn mi ricordo di nessun trauma
    La paura e il disagio sono cominciate a 30 anni e sono 20 anni che provo di tutto
    Grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Ilaria Forcina

    Caro/a utente, da quanto scrive sembrerebbe che il suo sia un disagio che si è andato strutturando nel tempo. Sarebbe utile esplorare cosa accadeva nella sua vita quando aveva 30 anni. Ricorda se ci sia stato un evento specifico o un cambiamento di qualche tipo o un vissuto particolare di quel periodo? Guidare non è solo mettersi al volante. Simbolicamente rappresenta molto altro. Va a toccare la dimensione del controllo, del prendere in mano la propria vita e condurla, del fare scelte e assumersi responsabilità. Potrebbe essere di aiuto intraprendere un percorso che esplori il senso del sintomo, ma anche e soprattutto il suo scopo: cioè, cosa significa mettersi alla guida e da cosa si protegge nel non farlo?
    Se le andasse di parlarne, sono a disposizione.
    Un caro saluto


    Sento il mio io diviso, come due persone, io e un io più interno. Sono sempre io, ma se parlo a voce alta parlo per parlare con lui, mi vedo allo specchio e lo saluto, mi fa le battute e rido. Si potrebbero vedere più semplicemente come io come pensiero dialogato e io come pensiero spontaneo. So la differenza, ma comunque sento una divisione radicale in me stesso. Mi sento depersonalizzato quando non sto pensando a me stesso o parlando con me stesso, come quando sto facendo qualcosa di spontaneo o sono fuori con altri e soprattutto se parlo con altri. Mentre invece ritrovo il pensiero molto più potente e profondo se penso considerando anche me stesso, se penso e allo stesso tempo penso che io sono io. Se lo faccio, mi sento più partecipe o attivo. È difficile da spiegare e da intendere. È come se, ad esempio, mentre sto parlando con qualcuno, se allo stesso tempo oltre a pensare a quello che dico a quella persona, che è un pensiero spontaneo, penso anche all'altro me che è più interno, io sia più presente o mi senta più identificato. Ma questa cosa è molto radicalizzata. Quell'io che parla con gli altri non sono io. Questo che scrive sono io. Sono io solo quando sono con me stesso. Oppure se penso a me stesso mentre sto con altri. Anche se parlo con uno ma penso a me stesso e penso a una risposta suggerita dal me stesso e non dal me, allora quella risposta è più presente e più autentica. Come se dovessi ogni volta ricordarmi chi sono.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Ilaria Forcina

    Caro utente, grazie per questa condivisione, intima e evidentemente difficile da rendere a parole. Non c’è una domanda o una richiesta nel suo resoconto, per cui risulta difficile fare una restituzione.
    Potrebbe certamente essere utile parlarne con uno specialista della salute mentale, che possa fornirle supporto nella gestione di questo suo sentire. Qual è il suo stato emotivo rispetto alla condizione che vive, cioè come si sente a vivere questo doppio io? Soffre, le causa difficoltà…? Non specifica da quanto tempo sente questa divisione interna, ma afferma che questa condizione è radicalizzata.
    Sarebbe importante rivolgersi a un professionista e provare a capire insieme quale sia la strada migliore da intraprendere per lei, per ristabilire un senso di sé coerente e unitario.
    Un caro saluto


    Salve, sono un ragazzo di 24 anni e frequento l'ultimo anno di giurisprudenza (V). Fin dal primo anno ho rimandato l'esame più importante (ossia, diritto privato) dicendo sempre a me stesso che alla prima sessione disponibile lo avrei dato. Il problema è che ad oggi non l'ho ancora dato (magari perché la mole di lavoro è troppo pesante e mi passava la voglia di studiare, ansia di presentarmi all'esame e andare male o, peggio, essere bocciato) e non solo sono molto in ritardo con gli altri esami perché diritto privato è un esame propedeutico, ma sicuramente andrò anche 1 o 2 anni fuoricorso e questo mi crea un forte disagio ed ansia che non riesco più a gestire, perché i miei genitori non sanno nulla di questa situazione. Vedendo i miei colleghi che si laureranno in corso, mi sento sempre diverso e spento ma, purtroppo, mi sono accorto troppo tardi che questa facoltà non faceva per me e avrei tanto voluto farne un'altra. Tuttavia, ormai sono all'ultimo anno e cambiare non avrebbe senso perché avrei sprecato solo tempo e fatto buttare soldi ai miei genitori che non so come la prenderebbero. Chiedo urgentemente un consiglio perché non so con chi parlarne e ho stra paura per il mio futuro in quanto non vorrei rimanere indietro rispetto ai miei amici e deludere i miei genitori che, ripeto, non so come la prenderebbero. Grazie in anticipo a chi potrà aiutarmi.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Ilaria Forcina

    Caro utente, deve essere molto difficile portare avanti un percorso di studi sentendosi spento e spaventato rispetto alla possibilità di deludere i suoi genitori.
    Al di là dell’esame di diritto privato, che non ha ancora dato, lei sembra essere giunto alla consapevolezza di aver scelto una facoltà che in fondo non sente sua. Può essere frustrante questo ed è comprensibile che si senta disorientato rispetto all’idea di lasciare il percorso incompleto. Tuttavia, consideri che la laurea rappresenta il primo traguardo lungo un continuum che la accompagnerà anche in futuro, soprattutto in ambito lavorativo. Sembra che sia molto preoccupato di non deludere i suoi genitori, ma lei cosa sente? Cosa vorrebbe per sé in futuro? Come immagina la sua vita dopo l’università? Sarebbe molto utile affrontare la questione in un contesto terapeutico ed esplorare le motivazioni e i desideri sottostanti ai sentimenti che sta provando ora.
    Un caro saluto


    Ho 29 anni e ho iniziato a lavorare a 21. Ho sempre fatto quel che capitava ho lavorato in una società sportiva, ho fatto la commessa ecc. per due anni circa (2024/2025) non ho lavorato. Non perché non volessi ma perché non trovavo niente. È stato davvero deprimente. Ora ho trovato un lavoro in un ufficio io posto non è male e mi trovo anche bene ma a trent’anni sono in stage… 800€… all’inizio ho accettato entusiasta perché venivo da un periodo di niente ma ora che sono passati un paio di mesi mi rendo conto che è una miseria. Il prossimo passo dovrebbe essere un apprendistato ma onestamente ora, riflettendoci, farmi almeno 6 mesi se non anni a prendere 1000/1100€ a trent’anni chi me lo fa fare. Mi dispiace perché non sono mai durata tanto in un posto, sempre per problemi di soldi ma in precedenza ero più giovane e per assurdo non in stage ma con contratti part-time. Io non so che fare. Alcune amiche, più grandi di me, mi avevano suggerito di specializzarmi in qualcosa ma onestamente non so in cosa. Io non mi aspetto di fare carriera.
    Chiarisco: non sono una stronza. A lavoro dove sono adesso per esempio mi impegno e ho imparato molto in fretta ma sento che non è il mio posto, nonostante, per assurdo io non mi trovi nemmeno male.
    Preferirei un lavoro tranquillo, con una paga decente se il part time (30/36 ore a settimana) mi permettesse di guadagnare bene non ci penserei due volte. Non mi aspetto di prendere 3000€ al mese sia chiaro, ma 800/1200€ massimo sono una miseria. 1200€ li prendevo lavorando in negozio e facendo straordinari.
    Sono disperata perché non so cosa fare. Da una parte vorrei guardarmi intorno dall’altra sento di dover tenere stretto questo posto dato il mondo del lavoro oggi d’altro canto mi sento in colpa, in questa azienda mi hanno dato una possibilità e lasciarli mi dispiacerebbe ma vorrei prendere qualcosa di più e trovare un posto più equilibrato tra vita privata e lavoro. Qua mi chiedono anche sacrifici (vieni mezz’ora prima, eh ma andare via alle 18 precise, eh ma qualche sabato…) mi dispiacerebbe davvero anche perché faccio la figura di quella che non ha voglia di lavorare.. ma io non voglio “morire” (solo spiritualmente si intende) a lavoro.
    Sono davvero triste perché non so come comportarmi. Sono pentita perché avrei dovuto cercare qualcosa di più concreto in passato. Lavorare per qualche anno e poi cambiare. Non avrei nemmeno dovuto fare l’università per prendere una laurea inutile, che non ho conseguito ancora per problemi personali.
    Credevo che ritrovare un lavoro dopo anni di disoccupazione mi avrebbe resa davvero felice e lontana dal mostro della depressione invece…
    Per esempio mi piaceva fare al commessa ma almeno la domenica vorrei starmene a casa con amici o parenti. Non sono più disposta a sacrificare il mio tempo per quattro spicci.
    Esiste qualcuno in Italia che paga bene e mi permette di non impazzire? Ho paura sia solo un miraggio. Alla mia età tutti sanno “cosa vogliono fare da grandi” io no… non voglio fare pena su questo social poi in tanti sono cattivi hahaha ma
    Mi sento di aver sbagliato tutto, mi sento una fallita. Quella a cui le persone guardano per consolarsi… mi sento in crisi mi sembra di non sapere più chi sono e cosa voglia. Anche le persone da cui sono circondata da sempre metto in dubbio. Non ho tanta voglia di vederle o frequentarle. Mi sembra di essere diversa non capisco cosa mi accade. Non mi sembra di aver bisogno di terapia, anche perché economicamente sarebbe un problema, e nessun psicologo potrebbe dirmi "devi fare questo o quello". non capisco se sono in crisi o è pigrizia o.... grazie a chi risponderà

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott.ssa Ilaria Forcina

    Cara utente, nessuno può dirle faccia questo o quello, ha ragione.
    In questo momento di confusione, in cui comprensibilmente si pone molte domande rispetto a cosa vorrebbe per sé, lavorativamente e non solo forse, deve essere difficile riuscire a stare, nel senso proprio di sostare, e accogliere ciò che la vita le offre. Sentirsi disorientati spaventa, e spaventa ancor più non avere un piano d’azione, tuttavia a volte proprio prendersi un tempo per attraversare una fase senza dover fare chissà cosa può essere di aiuto per capire meglio e trovare risposte alle proprie domande.
    Economicamente il lavoro attuale sembra non gratificarla abbastanza e forse questo dato la mette di fronte alla consapevolezza che la sua ricerca potrebbe essere più ampia, come lei stessa afferma, quando scrive che non sa più chi è e cosa vuole. Parla di mostro della depressione. Che cosa intende con questa espressione?
    Affrontare questi temi con uno psicologo potrebbe aiutarla a esprimere i suoi vissuti e a inquadrare questa fase di vita cogliendone le varie sfumature. Non ci sono risposte prestabilite, si cercano insieme, e a volte non si trovano subito, ma nel tempo e all’interno di un processo. Lei scrive “non mi sembra di aver bisogno di terapia”. Che vuol dire per lei aver bisogno di una terapia?
    Provi a stare nelle domande, perché a volte è proprio lì che si celano le risposte.
    Un caro saluto


Domande più frequenti

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