Vorrei chiedere un parere su una situazione lavorativa che mi a profondamente turbata e non riesco a

19 risposte
Vorrei chiedere un parere su una situazione lavorativa che mi a profondamente turbata e non riesco a capire come mi devo comportare.
Ho iniziato a lavorare in questa azienda, tramite agenzia interinale, da solo 15 giorni.
La mia postazione e insieme a una collega che a iniziato sempre lo stesso giorno e proveniente della mia estesa agenzia.
Dobbiamo lavorare in squadra, e per i primi giorni tutto è andato bene. Già dai primi giorni ho capito che era una persona che voleva distaccare, prendeva l'iniziativa su tutto, decideva cosa si doveva fare e come farla e non contava per niente con la mia opinione.
Per il quieto vivere e perché e da pochissimo che lavoriamo in questa azienda, ho evitato entrare in discussioni e conflitti , notando che se li facevo presente una mia opinione diversa della sua per cose anche banali, subito si innervosiva e rispondeva aggressivamente. Quando questo succedeva io lasciavo perdere per porre fine alla discussione, perché non si poteva ragionare con lei, e il giorno seguente con calma intentava farli capire che potevamo pensarla diversamente ma che ognuna di noi doveva rispettare l'opinione dell'altra. Al momento sembrava che capiva ma quando si ripeteva di nuovo una situazione con opinioni diverse l'attitudine era sempre la stessa.
Mentre continuavano le risposte sgarbate i denigranti anche davanti a qualche collega.
Fino a qualche giorno fa quando davanti a un diverbio li ho detto "cavolo, ma perché ti innervosisci cosi?" lei si è avvicinata e a bassa voce mi a detto "il cavolo te lo metti fino in fondo, dove tu sai" ,ho rimasto senza parole, perché davanti a un commento del tutto normale e per niente offensivo da parte mia non capivo il senso di una risposta tanto offensiva. Le ho detto che era maleducata e che non capivo il perché di un frase cosi.
Non ho riportato niente al supervisore, perché ho avuto il timore di creare problemi dopo solo 15 giorni di lavoro.
Ma la tensione si notava e soprattutto il responsabile si è reso conto che non c'era comunicazione, perché io sono andato a chiederli delle direttive su un lavoro che dovevamo effettuare, e queste informazioni erano state date a lei (senza io saperlo) ,che doveva riportarle anche a me.
Il responsabile e venuto a chiederli come mai non mi aveva informato delle direttive, e l'ha rimproverata dicendoli che quando dava delle informazioni a una o al altra si dovevano compartire perché lavoravamo in squadra tutte e due.
Dopo che il capo riparto è andato via, lei si è messo a urlarmi contro, dicendomi "domani sera io e te parliamo fuori" "tu non mi fotti il lavoro" con attitudine moooolto aggressiva. Io le ho detto che non mi minacciasse e lei continuava. Sono arrivata al limite e ho detto basta, cosi non si poteva andare avanti, e soprattutto dopo le offese subite non tollererò le minacce.
Ho chiamato il capo riparto, dicendo che mi stava minacciando e che non riuscivo più a tollerare determinati comportamenti.
Sono venuti il capo reparto e il responsabile, io ero mortificata della situazione, ma non sapevo più cosa fare...
Dopo tutto il discorso che ci hanno fatto di collaborare e comunicare , hanno chiesto il perché non riuscivamo a comunicare, e lei a detto che parlava lei e che io mi lamentava sempre, quando io ho voluto ribattere, davanti a tutti mi a detto "stai zitta". Era un spettacolo lamentabile... e la conclusione e stata che se non riuscivamo a comunicare, rimaniamo tutte e 2 a casa.
Più tardi ho parlato con il capo reparto da sola, esplicandoli le offese, le maniere aggressive che lei aveva , i tentativi che ho fatto per potere avere un rapporto civile. Ha detto che li dovevo aver detto lo de la frase offensiva e che si mi diceva qualche altra cosa lo dovevo riportare subito, di stare tranquilla, perché io ero mortificata per tutta la situazione, che loro hanno capito il carattere di tutte e 2, che lei aveva un carattere più conflittuale e io era più calma e tranquilla, ma che dovevamo trovare una soluzione per comunicare
Il giorno dopo continuava tutto uguale, i toni più sommessi ma sempre sprezzanti, e se io facevo referenza a che dovevamo comunicare, i suoi toni si alzavano.
Il capo reparto mi a chiesto come andava e io gli ho detto che avevo provato tutto ma non sapevo come fare perché la comunicazione non c'era , e lui a detto che ci dovrà dividere, e che a me mi sposterà in un altro riparto. Ho rimasto malissimo perché adesso già ho imparato questo lavoro, conosco i colleghi e mi trovo benissimo con loro. Io le ho detto che non voglio essere spostata, ho chiesto perché delle due devo essere io a essere spostata , a me va bene collaborare e che ho provato di tutto per potere instaurare una comunicazione con l'altra persona, ma se dall'altra parte non si vuole, io no posso farci niente. Lui a detto che se mi sposta a me come ho un carattere più tranquillo e so collaborare non avrà problemi se mi inserisce in questo nuovo gruppo, invece lei con il carattere che ha può destabilizzare il gruppo.
Si no voglio essere spostata e continuammo uguale, ci dovranno lasciare a casa a tutte e 2.
Non so cosa fare. Sono arrabbiata e delusa, perché il conflitto non l'ho provocato io, non posso risolvere la situazione perché dall'altra parte non si vuole risolvere, sono stata minacciata e offesa e devo essere io a cambiare reparto come si fosse la colpevole di tutto quanto.
Dott. Vito Scavone
Psicologo clinico, Sessuologo, Psicologo
Messina
Quello che descrive è oggettivamente una situazione conflittuale e capisco che si senta arrabbiata e ingiustamente trattata. Dal suo racconto emerge che ha provato a mantenere un atteggiamento collaborativo e che le offese e le minacce ricevute l’hanno portata a chiedere aiuto. È comprensibile che ora viva lo spostamento come una sorta di “punizione”.
Ora la domanda centrale è: cosa tutela di più lei? Restare in un clima teso per principio, o accettare un cambiamento che potrebbe offrirle un ambiente più sereno e preservare il posto di lavoro? Accettare lo spostamento non significa ammettere colpa, ma fare una scelta pragmatica.

Se decidesse di restare, sarà importante segnalare subito qualsiasi altro comportamento offensivo. In ogni caso, la priorità è proteggere il suo equilibrio e la sua posizione professionale.

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Dott.ssa Marika Mangiaracina
Psicologo, Psicologo clinico
Uboldo
Buongiorno, sono la psicologa Marika, piacere.
Quello che descrive non è “un semplice conflitto tra colleghe”: è una situazione in cui lei ha provato più volte a mantenere collaborazione e rispetto, mentre dall’altra parte ha incontrato rigidità, aggressività e perfino minacce. È comprensibile che oggi si senta arrabbiata, delusa e soprattutto ingiustamente penalizzata.
Vorrei aiutarla a mettere ordine su alcuni punti fondamentali.
1⃣ Lei non è responsabile del carattere dell’altra persona.
Ha tentato il dialogo, ha evitato escalation, ha cercato confronto civile, ha riportato la situazione quando è diventata ingestibile. Questo è un comportamento maturo. Quando una persona risponde con offese, intimidazioni (“tu non mi fotti il lavoro”, “domani parliamo fuori”), siamo già oltre il normale conflitto professionale.
2⃣ La decisione del capo non è una punizione (anche se così la sente).
Il responsabile, da quello che racconta, sembra aver fatto una valutazione pragmatica: spostare la persona più flessibile è spesso la scelta organizzativa più semplice. Questo non significa che lei sia la colpevole. Significa che lei viene percepita come capace di integrarsi altrove senza creare danni al gruppo.
Il problema è che emotivamente questo può suonare come: “Pago io per qualcosa che non ho fatto”. Ed è lì che nasce la ferita.
3⃣ Il vero nodo è il senso di ingiustizia.
L’ingiustizia attiva rabbia perché tocca la nostra dignità. Lei non vuole essere spostata perché significherebbe accettare un ruolo che non le appartiene: quello della problematica o della perdente. È questo che fa più male.
Le faccio però una domanda importante (che può solo riflettere per sé):
Restare lì, accanto a una persona che ha già mostrato aggressività e tendenza alla minaccia, le darebbe davvero serenità nel tempo? O la terrebbe costantemente in allerta?
A volte la scelta più sana non coincide con quella che soddisfa il nostro senso di giustizia immediato, ma con quella che tutela la nostra stabilità psicologica nel medio periodo.
Mi colpisce anche un’altra cosa: lei tende molto a trattenere per “quieto vivere”. Questo è un tratto prezioso (mediazione, autocontrollo), ma può diventare un peso quando finisce per farla sentire invisibile o poco tutelata. Forse questa esperienza sta toccando qualcosa di più profondo: la fatica di dover sempre essere quella equilibrata, quella che capisce, quella che si adatta.
Non è una debolezza sentirsi ferita. È un segnale.
Se questa situazione la sta turbando così tanto, potrebbe essere utile lavorare su come mantenere assertività senza sentirsi aggressiva, come gestire il senso di ingiustizia,
come distinguere tra difendere la propria posizione e proteggere il proprio benessere e come non interiorizzare il conflitto come fallimento personale.
Un percorso psicologico può aiutarla a rafforzare quella parte di sé che sa di aver agito correttamente, ma che ora si sente destabilizzata. Non per “sopportare di più”, ma per scegliere con lucidità e sicurezza.
Se sente che questo episodio le ha smosso più di quanto vorrebbe, possiamo approfondirlo insieme con calma. A volte questi contesti lavorativi diventano occasioni importanti per comprendere meglio il nostro modo di stare nei conflitti e per uscirne più forti, non più arrabbiate.

Resto a disposizione, con uno spazio sicuro dove poter elaborare tutto questo senza giudizio.

Dott.ssa Marika
Dott.ssa Elena Cherubini
Psicologo, Sessuologo, Psicologo clinico
Barberino di Mugello
Gentile utente, comprendo perfettamente la sua rabbia e la frustrazione. Ha gestito una situazione aggressiva con grande maturità. Purtroppo, le direzioni aziendali spesso scelgono la "via di minor resistenza". Il fatto che spostino lei non è una punizione, ma l'ammissione indiretta che lei è la persona equilibrata e adattabile. Le suggerisco di vedere questo trasferimento come un'ancora di salvezza. Rimanere in quella postazione significherebbe logorarsi in una guerra quotidiana e tossica. Scelga di tutelare la sua salute mentale e porti le sue competenze nel nuovo gruppo, dove la sua attitudine pacifica sarà un punto di forza. Se questa ingiustizia dovesse continuare a pesarle, un supporto psicologico potrebbe aiutarla a elaborare la rabbia.

Un caro saluto, Elena Cherubini
Dott.ssa Valentina Dernini
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Salve, immagino la frustrazione e il senso d'ingiustizia che può provare. Forse però considererei lo spostamento come un'opportunità e come segnale di ascolto da parte del capo. Considera lei capace di entrare in relazione con più gruppi di lavoro, al contrario della sua collega.
Dott.ssa Cecilia Cicchetti
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Milano
Dal punto di vista psicodinamico, stai affrontando un conflitto di potere esterno: tu sei collaborativa e calma, lei aggressiva e controllante. Il trasferimento non è colpa tua, ma una strategia dell’azienda per proteggere il gruppo.
Il rischio è assorbire frustrazione o senso di colpa per qualcosa che non controlli. Mantieni confini chiari, distanza emotiva e documentazione: proteggi te stessa senza interiorizzare il disprezzo altrui.
Dott. Andrea Boggero
Psicologo, Psicologo clinico
Genova
Buongiorno, grazie per aver condiviso una situazione che si percepisce chiaramente quanto la stia facendo soffrire e quanto la stia mettendo in difficoltà. Quando si entra in un nuovo ambiente lavorativo si porta con sé il desiderio di fare bene, di integrarsi e di costruire relazioni serene. Trovarsi invece coinvolta in tensioni, offese e atteggiamenti aggressivi dopo soli pochi giorni può essere davvero destabilizzante, soprattutto perché lei ha cercato fin dall’inizio di mantenere un atteggiamento collaborativo e rispettoso. Da ciò che racconta emerge una cosa importante. Lei ha provato più volte a gestire il conflitto in modo adulto e costruttivo. Ha evitato escalation inutili, ha tentato di chiarire con calma, ha cercato il dialogo anche il giorno successivo agli episodi spiacevoli e ha chiesto supporto ai responsabili solo quando la situazione è diventata insostenibile. Questo non è il comportamento di una persona conflittuale, ma di qualcuno che sta cercando di lavorare bene e di preservare un clima civile. È comprensibile quindi che ora si senta arrabbiata e delusa. Dentro di lei probabilmente convivono due emozioni forti. Da una parte il senso di ingiustizia, perché non si riconosce come causa del problema. Dall’altra la paura concreta di perdere un’opportunità lavorativa appena iniziata. Quando queste due cose si incontrano è facile sentirsi quasi puniti per qualcosa che non si è scelto. Può essere utile però osservare la situazione da un’altra prospettiva. Il responsabile non sembra aver interpretato lo spostamento come una punizione o come un giudizio negativo su di lei. Al contrario, dalle parole riportate emerge che la considera una persona collaborativa e capace di adattarsi senza creare tensioni nel nuovo gruppo. In alcune realtà lavorative le decisioni vengono prese non tanto per stabilire chi abbia ragione o torto, ma per ridurre rapidamente un problema organizzativo. Questo non significa che ciò sia emotivamente facile da accettare, ma può aiutare a distinguere tra responsabilità personale e scelta gestionale. Capisco quanto possa pesare l’idea di lasciare colleghi con cui si trova bene e un lavoro che sta imparando. Allo stesso tempo è importante chiedersi cosa le permetterebbe davvero di lavorare con maggiore serenità nei prossimi mesi. Restare accanto a una persona che continua a mostrarsi aggressiva, svalutante e minacciosa rischia di esporla quotidianamente a uno stress importante. A lungo andare questo può logorare molto più di un cambiamento iniziale di reparto. Un altro aspetto da considerare è che lei ha già dimostrato di saper mettere confini chiari quando necessario. Ha segnalato le minacce e le offese senza reagire con aggressività. Questo è un elemento di forza, non di debolezza. Non deve convincere l’altra persona a collaborare a tutti i costi. Le relazioni funzionano quando entrambe le parti sono disponibili e, quando ciò non accade, a volte la soluzione più protettiva non è vincere il confronto ma uscire da una dinamica che continua a ferire. Può essere utile, prima di prendere una decisione definitiva, parlare ancora con il responsabile con calma, spiegando non solo il dispiacere per il cambiamento ma anche il valore che attribuisce alla stabilità e all’apprendimento fatto finora. Non come protesta, ma come condivisione sincera. Chiedere chiarimenti su cosa comporterebbe concretamente il nuovo inserimento può aiutarla a sentirsi meno in balia degli eventi. Cerchi anche di non trasformare questa esperienza in un giudizio su sé stessa. Non è stata lei a creare l’aggressività altrui e non è una sconfitta adattarsi a una soluzione che protegga il proprio equilibrio. A volte la vera tutela della propria dignità passa dal scegliere contesti in cui poter lavorare senza tensione continua, anche se inizialmente sembra ingiusto. La rabbia e la delusione che sente sono comprensibili e meritano ascolto, ma provi a chiedersi quale scelta le permetterà tra qualche mese di sentirsi più serena, più valorizzata e meno sotto pressione. Spesso non coincide con quella che soddisfa il bisogno immediato di giustizia, ma con quella che tutela il benessere nel tempo. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Dott.ssa Marzia Sellini
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Brescia
Buongiorno giovane lavoratrice,
il mondo del lavoro richiede oggi alcune competenze trasversali, la psicoterapia può essere luogo per accrescerle.
Un saluto cordiale
Dott.ssa Marzia Sellini
Dott. Fabio Mallardo
Psicoterapeuta, Psicologo
Venezia
Buongiorno,
capisco quanto questa situazione possa averla turbata e quanto possa essere doloroso sentirsi minacciata, non ascoltata e trattata ingiustamente, soprattutto all’inizio di una nuova esperienza lavorativa. Le emozioni di rabbia, delusione e frustrazione che descrive sono comprensibili e meritano attenzione.

Da ciò che racconta, sembra che lei abbia più volte cercato il dialogo e una collaborazione rispettosa, mantenendo un atteggiamento orientato al confronto civile. Quando però la comunicazione diventa ripetutamente aggressiva o svalutante, la responsabilità della relazione non può ricadere su una sola persona: il rispetto reciproco è una condizione fondamentale nel contesto lavorativo.

In situazioni come questa può essere utile:

continuare a mantenere un comportamento professionale e rispettoso, tutelando al tempo stesso i propri confini;

documentare con chiarezza eventuali episodi di offese o minacce;

riferire con serenità ai responsabili i comportamenti problematici, senza timore di “creare problemi”, ma con l’obiettivo di tutelare il benessere lavorativo;

valutare il cambiamento di reparto non come una punizione, ma come una possibile strategia organizzativa per ridurre il conflitto e proteggerla da una situazione relazionale logorante.

Potrebbe inoltre esserle utile uno spazio di confronto psicologico per elaborare quanto accaduto, gestire lo stress emotivo e individuare modalità comunicative e decisionali che la facciano sentire più tutelata e serena.

Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta

Ricevo anche on-line
Dott.ssa Liza Bottacin
Psicologo, Psicoterapeuta, Professional counselor
Padova
Salve,
capisco la sua delusione, soprattutto considerando l’assertività e il coraggio che ha dimostrato nel portare alla luce la situazione conflittuale con la collega. Le chiedo però se può provare a vedere questo spostamento da un’altra prospettiva: come un’opportunità per uscire da un clima di tensione e stress che, nel tempo, rischierebbe di logorarla, ed entrare in un contesto più sereno, dove poter esprimere liberamente le sue competenze professionali.
In questo modo non sta cedendo, ma sta proteggendo il suo benessere. Credo che il suo manager stia facendo una scelta organizzativa per tutelare l’equilibrio del reparto, ma anche il suo. Il fatto che abbia riconosciuto le sue capacità e la sua attitudine collaborativa è un segnale di stima; questo, unito alla sua serietà e alla disponibilità a cercare punti di incontro nelle relazioni interpersonali, rappresenta il suo vero punto di forza.
Un saluto.
Dott.ssa Jessica Furlan
Psicologo, Psicologo clinico
Fiumicino aeroporto
Buongiorno, mi dispiace la situazione critica che sta vivendo, ma la invito a riflettere su alcuni aspetti:
Forse spostano lei per tutelarla e per isolare quest'altra persona e attenzionare la condotta e prendere i dovuti provvedimenti quando reputeranno opportuno.
Lei potrà conoscere nuove mansioni e compiti, sperimentarsi in nuove sfide e permettere ai capi di conoscerla sotto nuove vesti, visto il suo essere accomodante e collaborativa.
Se poi vorrà e sentirà il bisogno, le consiglio di riflettere sulla possibilità di iniziare un percorso di supporto psicologico in cui fortificare e rafforzare il suo "essere nel mondo", in modo da riuscire a vivere nel migliore dei modi i conflitti.
Spero di esserle stata di aiuto
Saluti
Dott.ssa Sandra Pitino
Psicologo, Psicologo clinico
Modica
Buongiorno, vedrei il cambiamento offertole come una possibilità per svolgere al meglio il suo lavoro, date anche le sue ottime capacità di relazionarsi con gli altri. Non vedo altre alternative, se non quella di perdere il lavoro. Ogni difficoltà può diventare un'opportunità per crescere e migliorare.
Dott. Davide Martinelli
Psicologo, Psicologo clinico
Milano
Gentilissima,
la ringrazio per aver condiviso con tanta chiarezza ciò che sta vivendo. Da quanto racconta emerge che lei ha cercato fin dall’inizio di mantenere un atteggiamento collaborativo, contenuto e rispettoso, nonostante comportamenti ripetuti di aggressività, svalutazione e tensione da parte della collega. È quindi del tutto comprensibile che oggi si senta turbata, arrabbiata e profondamente ingiustiziata.

Il punto centrale è che lei ha provato a comunicare e a trovare un equilibrio, ma quando il conflitto è unilaterale non dipende solo dalla nostra volontà risolverlo. Questo genera facilmente frustrazione e senso di impotenza, soprattutto in un contesto lavorativo nuovo in cui si desidera integrarsi e lavorare serenamente.

Comprendo anche quanto lo spostamento di reparto possa essere vissuto come una penalizzazione, quasi come se la responsabilità fosse attribuita a lei. Tuttavia, da ciò che riferisce, sembra più una scelta organizzativa per ridurre una dinamica relazionale ormai tesa, non un giudizio sul suo comportamento, che anzi appare regolato e collaborativo.

In questo momento, oltre alla situazione pratica, è importante dare spazio al vissuto emotivo di ingiustizia, mortificazione e tensione che ha accumulato, perché sono reazioni coerenti rispetto a quanto ha subito e meritano di essere comprese e rielaborate con attenzione.

Mi aiuti a capire meglio: la fa soffrire di più l’idea concreta di essere spostata, oppure il sentirsi trattata come se la responsabilità del conflitto fosse anche sua?
Possiamo parlarne anche online!
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Quello che descrive è una situazione di conflitto lavorativo con tratti di aggressività verbale e minaccia, che può avere un impatto emotivo forte (rabbia, umiliazione, senso di ingiustizia, paura di perdere il lavoro). Le sue reazioni sono comprensibili: ha cercato più volte il dialogo, ha evitato l’escalation, ha segnalato quando la situazione è diventata insostenibile. Questo indica capacità di autocontrollo e di comunicazione, non debolezza.

Alcuni punti importanti:

1) I comportamenti della collega non sono accettabili
Insulti, svalutazioni davanti ai colleghi e frasi percepite come minacciose non rientrano in un normale conflitto lavorativo. Qui si sfiora una dinamica di prevaricazione/bullismo sul lavoro (quella che in psicologia del lavoro viene chiamata mobbing), anche se non possiamo definirla clinicamente da un singolo episodio. In ogni caso, non è “normale” dover tollerare offese per mantenere il posto.

2) Lei non può “far funzionare” una relazione da sola
Ha provato a comunicare in modo maturo. Quando l’altra persona non è disponibile al confronto, il problema non è la sua modalità, ma la dinamica relazionale. È importante non interiorizzare l’idea di essere “quella che deve adattarsi sempre”.

3) La proposta di spostamento non è una punizione, ma una scelta organizzativa (anche se emotivamente ingiusta)
Capisco il senso di ingiustizia: sembra che chi ha subito debba pagare il prezzo. Dal punto di vista dell’azienda, però, lo spostamento può essere visto come una strategia pragmatica per ridurre il conflitto e proteggere il gruppo. Questo non rende giusto ciò che è successo, ma aiuta a leggere la scelta come organizzativa, non come una colpa sua.

4) Cosa può fare in concreto (per tutelarsi):

Documentare gli episodi (date, frasi, testimoni), anche solo per sé.

Chiedere, se possibile, che eventuali indicazioni operative vengano date per iscritto o in presenza di entrambi.

Valutare se lo spostamento, pur spiacevole, possa essere una tutela per il suo benessere a medio termine. Restare in un clima tossico può logorare molto.

Se la situazione dovesse ripetersi altrove, segnalare subito con modalità chiare e formali.

5) Sul piano emotivo
È normale sentirsi arrabbiata e delusa: c’è stata una ferita di dignità. Provi a non trasformare questa esperienza in un giudizio su di sé (“sono io quella sbagliata”). Qui emerge piuttosto il suo stile collaborativo, che è una risorsa preziosa in molti contesti lavorativi.

In sintesi: non ha sbagliato a difendere i suoi confini. La scelta tra accettare lo spostamento o rischiare di perdere il lavoro va valutata anche in base al suo bisogno di sicurezza economica e di tutela del benessere psicologico. In ogni caso, questa esperienza merita di essere elaborata e compresa più a fondo, perché tocca temi importanti come i confini, la gestione del conflitto e l’autotutela nei contesti di lavoro.

Le consiglio di approfondire quanto accaduto con uno specialista, per ricevere un supporto mirato e capire come proteggersi meglio in futuro.

Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Dott.ssa Valentina Ricci
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
buonasera, mi dispiace per l'accaduto. In questi casi i confini devono essere ben chiari '' con me in questo modo non ci parli'' e se il clima è tossico allontanarsi forse non è così malvagio. Lei la vede come se fosse stata privata di qualcosa, ma provi a pensare che potrebbe averci guadagnato.
Dott.ssa Rita Anastasi
Psicologo, Psicologo clinico
Rizziconi
Gentile Signora,

leggendo il suo racconto emerge chiaramente un profondo senso di ingiustizia. È comprensibile che si senta delusa: lei ha cercato di agire in modo professionale e civile, subendo aggressioni verbali e minacce, e ora la "soluzione" dell'azienda sembra ricadere sulle sue spalle come se fosse una sanzione.

Quello che sta vivendo è un classico paradosso: l'azienda riconosce in lei una risorsa preziosa e flessibile ("ha un carattere tranquillo, si inserirà bene ovunque") e, per un calcolo di convenienza logistica, preferisce spostare lei piuttosto che gestire il conflitto distruttivo della sua collega. In pratica, la sua capacità di collaborare viene usata contro di lei per risolvere un problema tecnico, ignorando però il suo costo emotivo.

Nella mia pratica clinica, lavoriamo molto su queste dinamiche:

Il riconoscimento degli schemi altrui: La sua collega sembra agire secondo uno schema di prevaricazione e competizione estrema, dove l'altro è percepito come una minaccia da "fregare".

La tutela di sé: Quando ci scontriamo con personalità che non hanno capacità di autoriflessione (che non sanno dire "forse sto esagerando"), il dialogo razionale purtroppo fallisce.

Il senso di ingiustizia: È importante che lei non trasformi questo spostamento in una sua "colpa". Lei non è il problema; lei è la soluzione che l'azienda ha trovato per non perdere tempo a gestire una persona difficile.

Cosa può fare ora?
A livello pratico, potrebbe provare a vedere lo spostamento non come una sconfitta, ma come una messa in sicurezza. Rimanere accanto a una persona che usa espressioni volgari e minacce fisiche ("parliamo fuori") è un rischio per la sua salute psicofisica. Un nuovo reparto potrebbe essere l'occasione per dimostrare il suo valore in un ambiente finalmente sano.

Se sente che questa situazione le sta provocando un'ansia difficile da gestire o se questo senso di ingiustizia risuona con altre esperienze passate, potrebbe essere utile parlarne in uno spazio protetto. Il mio studio si trova a Reggio Calabria, ma offro anche consulenze online se preferisce.

Un caro saluto,
È comprensibile sentirti arrabbiata e trattata ingiustamente: hai cercato di collaborare e hai segnalato comportamenti offensivi e minacciosi in modo corretto.
Lo spostamento non è una punizione. Spesso si sceglie la soluzione che crea meno tensioni: il fatto che ti vedano collaborativa e adattabile è il motivo per cui pensano che tu possa inserirti meglio altrove.
Puoi dire con calma che ti dispiace lasciare il reparto, ma che sei disponibile a collaborare per il buon andamento del lavoro. Restare in un clima ostile rischierebbe solo di logorarti.
Non sei la colpevole: stai gestendo una situazione difficile in modo professionale.
Dott.ssa Maria Carla del Vaglio
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Napoli
Gentile utente,

quello che descrive non è un semplice disaccordo tra colleghe, ma una modalità relazionale ripetutamente aggressiva e svalutante. È comprensibile che lei si senta turbata, arrabbiata e delusa: ha provato a mantenere un atteggiamento collaborativo e si è trovata invece di fronte a chiusura e minacce.

Ha fatto bene a segnalare l’episodio ai responsabili. Le minacce non vanno normalizzate.

Rispetto allo spostamento, capisco il senso di ingiustizia. Tuttavia, la decisione del capo reparto potrebbe non essere una punizione nei suoi confronti, ma un tentativo pragmatico di evitare un’escalation, considerando che lei viene percepita come più collaborativa e quindi più facilmente inseribile in un altro gruppo.

A volte la scelta più tutelante non coincide con quella che appare più “giusta”, ma con quella che protegge il proprio equilibrio e la propria posizione lavorativa. Restare in un clima costante di tensione rischierebbe di logorarla.

Se la situazione continua a pesarle molto, un confronto psicologico può aiutarla a elaborare l’accaduto e a rafforzare strumenti assertivi per il futuro.
Dott.ssa Antonella Catalano
Psicologo, Psicologo clinico
Ancona
Grazie per la condivisione, comprendo quanto questa situazione ha potuto destabilizzarLa.
In pochi giorni percepire un clima ostile, con comportamenti svalutanti e persino minacciosi può generare confusione.
Ha fatto tutto ciò che era nelle tue possibilità, ovvero ha cercato il dialogo mantenendo un comportamento adeguato.
Le Sue reazioni sono state mature e coerenti.
La proposta di spostarsi può sembrare ingiusta, ma non va letta come una “colpa”: spesso le aziende cercano la soluzione più semplice per preservare l’armonia dei gruppi, affidandosi alle persone più equilibrate.
E' importante che preservi la sua serenità. La invito a chiedersi quale soluzione, tra rimanere vicina ai colleghi attuali o lavorare in un ambiente più tranquillo e senza tensioni, le permetterebbe davvero di stare meglio? Nel caso in cui da sola non riuscisse ad affrontare questa situazione le suggerisco di affidarsi ad un professionista per valutare il tutto in modo lucido e consapevole.

Buonasera,
grazie per aver condiviso il suo stato d'animo.
Capisco bene il suo turbamento. Da quanto racconta, lei ha sempre cercato di collaborare, mantenendo calma e professionalità, mentre i comportamenti offensivi e le minacce della collega non sono responsabilità sua. Lo spostamento non è una colpa sua, ma una misura del responsabile per tutelare il gruppo. Il consiglio è di accettare il cambiamento mantenendo il suo atteggiamento corretto, annotando eventuali comportamenti aggressivi della collega e concentrandosi sui rapporti positivi nel nuovo reparto. Restare calma e professionale è la scelta più forte che può fare.

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