Una persona stupida o più precisamente scema, può rendersi conto di esserlo? Può capire di essere un

25 risposte
Una persona stupida o più precisamente scema, può rendersi conto di esserlo? Può capire di essere una persona di intelligenza limitata, attraverso il modo in cui viene trattata dal prossimo, come viene considerata da chi la circonda, nell'avere difficoltà a capire o risolvere cose che generalmente vengono ritenute semplici e dal mancato raggiungimento dei propri obiettivi?
Dott.ssa Marzia Sellini
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Brescia
Buongiorno,
una persona che ha imparato a non capire o a non tenere conto dei feedback che gli altri gli rinviano rispetto a particolari obiettivi ritenuti normali al vivere, probabilmente ha altri interessi nella vita rispetto a quelli ritenuti ovvi, trae vantaggi che trova utili. Andrebbero indagati quelli.
Una persona che si pone queste domande certamente non lo è, forse talvolta lo fa per scopi che a lei interessano ...
Un saluto cordiale
DOtt.ssa Marzia Sellini

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Dott.ssa Nicole Nanni
Psicologo, Psicologo clinico
Cagliari
Buongiorno, sì, in parte può accadere. Una persona può rendersi conto di avere difficoltà rispetto agli altri, soprattutto attraverso le esperienze quotidiane e il confronto sociale. Tuttavia questa consapevolezza non è sempre precisa: può essere limitata, distorta o influenzata da come viene trattata dagli altri.
Più che “essere stupidi”, è più corretto parlare di abilità diverse e di aree di difficoltà, che non definiscono il valore della persona e possono spesso essere migliorate. Un caro saluto
Buongiorno,
la domanda che pone è delicata, anche perché non è chiaro se stia parlando di sé o di un’altra persona. In entrambi i casi farei attenzione alle parole usate: “stupida”, “scema”, “di intelligenza limitata” non sono descrizioni neutre, ma etichette molto pesanti.

Una persona può certamente accorgersi di avere difficoltà in alcuni ambiti, così come può rendersi conto di non riuscire dove altri sembrano riuscire con più facilità. Ma questo non significa automaticamente poter concludere: “allora sono scemo” oppure “allora quella persona è scema”.

Il modo in cui gli altri trattano qualcuno può far sentire inferiori, esclusi o incapaci, ma non è una misura affidabile dell’intelligenza. Anche gli obiettivi non raggiunti non dicono da soli chi è una persona: possono dipendere da paura, ansia, poca fiducia, esperienze negative, contesto, metodo, motivazione o competenze non ancora sviluppate.

La cosa importante è non trasformare una difficoltà in un’identità. Un conto è dire: “questa cosa mi mette in difficoltà”; un altro è dire: “io sono sbagliato”. Se questa domanda riguarda lei, varrebbe la pena capire da dove nasce questo dubbio. Se riguarda un’altra persona, sarebbe utile chiedersi se quell’etichetta aiuti davvero a comprenderla o finisca solo per ridurla.

Se questo tema la tocca da vicino, può essere utile approfondirlo in uno spazio psicologico, anche online, senza fermarsi alla parola “intelligenza”, ma osservando il modo in cui una persona è arrivata a guardare sé stessa o gli altri.

Un caro saluto.
Dott.ssa Isabella Maria Burinato
Psicologo, Professional counselor, Psicologo clinico
Desio
Buongiorno, innanzitutto è necessario capire a cosa si sta riferendo, difficoltà nello svolgere azioni quotidiane o nuove attività lavorative? Obiettivi raggiungibili o forse troppo pretenziosi al momento presente? Dobbiamo anche considerare da chi è ritenuta/o stupida/o, da sé stessa/o o da altri? Il fatto di farsi delle domande denota che la sua intelligenza non sia così limitata ma che anzi stia cercando un modo per capire e mettersi in discussione, cosa ammirevole.
Esistono dei test per valutare sia il Quoziente Intellettivo che l'Intelligenza Fluida, due modi differenti di approcciarsi alle cose, il primo più analitico, il secondo più istintivo e logico. L'intelligenza non è propriamente valutabile perchè è molto sfaccettata, può essere considerata multipla (secondo lo psicologo Gardner ne esistono 9 tipi differenti). Talvolta però un individuo può essere ritenuto stupido non perchè non sia intelligente ma perchè ha dei blocchi, a livello di autostima, che lo paralizzano quando è sotto esame e non riesce ad esprimersi come vorrebbe; oppure può sembrare stupido quando gli viene chiesto di fare delle cose che non è in grado di fare perchè non le conosce o perchè non gli sono state spiegate adeguatamente.
Le valutazioni sono varie e un terapista può aiutarla sicuramente a risolvere questi suoi dubbi. Si rivolga con fiducia. Le auguro di trovare al più presto le sue risposte.
Dott.ssa Alessandra Mesini
Psicologo
Stradella
È una domanda un po' articolata per avere una risposta sintetica. Bisognerebbe conoscere la persona e il livello di deficit cognitivo.
Dott. Pietro Coccetta
Psicologo, Psicologo clinico
Foligno
Prima di tutto c'è da intendere bene cosa significhi per lei essere "stupida" o "scema". Sono parole che vengono attribuite in una cornice di relazione oppure sono aggettivi che si da a se stesso/a perché è lei che si crede tale? Sul tema del raggiungimento degli obiettivi c'è un mondo da approfondire: l'identificazione con un risultato, sia negativo ma anche positivo, riduce la complessità di un soggetto. Ognuno è specialista di un qualcosa, ognuno può prendere lezioni da qualcuno. Sarebbe interessante capire come si lei si intende.

Cordialmente
Dott. Coccetta Pietro
Dott.ssa Veronica De Iuliis
Psicologo, Psicologo clinico
Cogliate
Caro/a utente,
quella che descrivi è una domanda molto umana e comprensibile. Una persona può certamente accorgersi di avere più difficoltà rispetto ad altri nel comprendere alcune cose o nel raggiungere certi obiettivi, soprattutto attraverso le esperienze quotidiane e il confronto con chi la circonda.
Questo però può portare a sentirsi “meno capace”, senza che questo coincida necessariamente con una valutazione reale o completa della propria intelligenza. Le difficoltà, infatti, possono dipendere da tanti fattori diversi: emotivi, relazionali, di contesto, oltre che cognitivi.
Anche il modo in cui si viene trattati dagli altri può influenzare profondamente come ci si percepisce, ma non sempre rappresenta in modo accurato il proprio valore o le proprie capacità.
Un caro saluto,
dott.ssa Veronica De Iuliis
Dott.ssa Claudia Romani
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Roma
Il concetto di intelligenza è molto più complesso di etichette svalutanti come ‘stupido’ o ‘scemo’, che spesso riflettono giudizi esterni o vissuti personali di sofferenza più che una reale valutazione delle capacità cognitive.
Molte persone possono sviluppare insicurezze profonde a causa di esperienze relazionali, difficoltà emotive, bassa autostima o contesti invalidanti, arrivando a mettere in dubbio il proprio valore personale. Le difficoltà nel raggiungere obiettivi o nel sentirsi compresi non definiscono necessariamente il livello di intelligenza di una persona.
Un percorso psicologico può essere utile per comprendere meglio la propria percezione di sé, rafforzare l’autostima e distinguere il giudizio personale o sociale dalle proprie reali risorse. Un caro saluto
Dott. Andrea Boggero
Psicologo, Psicologo clinico
Genova
Buongiorno, la domanda che pone tocca un tema delicato, che riguarda non tanto una “misura oggettiva” del valore o dell’intelligenza di una persona, quanto piuttosto il modo in cui ciascuno costruisce la percezione di sé a partire dalle esperienze quotidiane, dalle relazioni e dai risultati che riesce o meno a ottenere. Da un punto di vista cognitivo comportamentale, è importante distinguere tra ciò che una persona è in termini assoluti e ciò che pensa di essere sulla base di segnali esterni e interpretazioni personali. Le difficoltà nel comprendere alcune situazioni, nel risolvere problemi o nel raggiungere determinati obiettivi non sono di per sé indicatori di “scarsa intelligenza”, ma spesso riflettono fattori molto più complessi, come l’ansia, la fiducia in sé, l’esperienza, il contesto in cui si è cresciuti o semplicemente il tipo di abilità sviluppate nel tempo. È vero che le persone possono rendersi conto delle proprie difficoltà, e spesso lo fanno anche in modo molto acuto. Tuttavia, il rischio è che questa consapevolezza venga trasformata in una valutazione globale e rigida di sé, come se una difficoltà specifica diventasse una definizione complessiva della propria persona. In questi casi la mente tende a semplificare, etichettando in modo netto ciò che invece è sfumato e variabile. Anche il modo in cui gli altri ci trattano può influenzare profondamente questa percezione. Se una persona viene sottovalutata, esclusa o giudicata, può iniziare a interiorizzare quell’immagine, fino a considerarla una verità su di sé. Ma ciò che gli altri mostrano è spesso il risultato delle loro aspettative, dei loro pregiudizi o delle loro modalità relazionali, non una misura oggettiva del valore dell’individuo. In molte situazioni, inoltre, le difficoltà nel “capire cose semplici” possono essere legate non a una mancanza di capacità, ma a un sovraccarico emotivo o a uno stato mentale che rende più difficile concentrarsi, elaborare informazioni o mantenere chiarezza di pensiero. Questo è un aspetto molto importante perché sposta l’attenzione da un giudizio stabile su di sé a una condizione modificabile. Da un punto di vista psicologico, ciò che spesso genera sofferenza non è tanto il livello di capacità in sé, quanto il modo in cui la persona interpreta i propri limiti. Quando queste interpretazioni diventano dure, globali e definitive, possono influenzare profondamente l’autostima e il comportamento, portando a evitare situazioni, a sentirsi incapaci o a confermare proprio ciò che si teme. Un lavoro psicologico può essere utile proprio per imparare a riconoscere queste dinamiche, distinguere tra difficoltà reali e giudizi su di sé, e costruire una visione più equilibrata e meno svalutante della propria esperienza. In un percorso di tipo cognitivo comportamentale si lavora proprio su questi aspetti, non per dare etichette, ma per comprendere come si formano certi pensieri su di sé e come questi possano essere modificati in modo più realistico e meno penalizzante. È importante ricordare che la capacità di porsi queste domande non è un segno di “scarsa intelligenza”, ma spesso l’espressione di una forte sensibilità verso il proprio funzionamento e di un desiderio di comprendersi meglio. Questo è già, di per sé, un elemento di consapevolezza significativo. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno,
più che chiedersi se una persona “stupida” possa accorgersi di esserlo, forse è utile distinguere tra intelligenza, autoconsapevolezza, difficoltà specifiche e vissuto di inadeguatezza, che sono aspetti molto diversi.

Spesso chi si sente “limitato” non è affatto meno intelligente: può vivere insicurezza, bassa autostima, fare continui confronti con gli altri oppure avere modalità di funzionamento diverse, legate anche alla neurodivergenza. In questi casi si possono avere difficoltà in alcuni ambiti ritenuti “semplici” dagli altri, ma questo non significa avere minore intelligenza. Significa, semmai, avere un funzionamento diverso.

Molte persone sono consapevoli delle proprie difficoltà, ma questo non equivale a essere “sceme”. Anzi, interrogarsi su di sé e porsi queste domande è già una forma di consapevolezza.

Anche il modo in cui veniamo trattati dagli altri può influenzare profondamente l’immagine che abbiamo di noi: a volte ci si sente “sbagliati” perché si è stati a lungo giudicati o fraintesi. Ma il giudizio altrui, o il mancato raggiungimento di certi obiettivi, non misura il valore né l’intelligenza di una persona.

Se questa domanda nasce da un vissuto personale di sofferenza, forse il tema non è la scarsa intelligenza, ma il dolore di sentirsi inadeguati e questo merita ascolto, non etichette.

Un caro saluto.
Dott.ssa Anita Arena
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Bra
Una persona può certamente accorgersi di avere difficoltà in alcuni ambiti o di fare più fatica rispetto ad altri, ma questo non equivale a essere “scema”. L’intelligenza è complessa, fatta di tante sfaccettature diverse, e ognuno ha punti di forza e aree in cui invece si sente meno sicuro.

Riconoscere una propria lacuna, anzi, è spesso il primo passo per iniziare a colmarla. Avere delle difficoltà o non raggiungere certi obiettivi non definisce chi sei. Quando ti senti così, anzichè chiederti se sei stupid*, può essere buono iniziare a chiederti: "Come posso cambiare approccio?” “quali risorse ho a disposizione?” "quali miei aspetti ho bisogno di potenziare per far fronte alle richieste dell’ambiente?“

È vero che il modo in cui veniamo trattati dagli altri può influenzarci profondamente: se una persona viene spesso o trattata come meno capace, può iniziare a dubitare di sé e delle proprie competenze. Ed è faticoso, a tratti doloroso, sentirsi sempre messi nella posizione di quello che deve dimostrare qualcosa. Ma ricorda che il comportamento degli altri non è una misura oggettiva del nostro valore o delle nostre capacità.
Spero di esserti stata utile
Dottoressa Anita Arena
Dott. Marco Bonomi
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Brescia
Buongiorno
eventuali problemi cognitivi/carenze scolastiche possono interferire in modo diverso a seconda delle richieste del proprio contesto di appartenenza. Spesso la consapevolezza del proprio livello è inversamente proporzionale alla propria intelligenza. Cioè ,più uno è "sveglio" più e prima si accorgerà di eventuali mancanze e contromisure da adottare.
Dott.ssa Aurora Quaranta
Psicologo, Psicoterapeuta
Vimodrone
Capisco cosa stai chiedendo, ma partirei da un punto importante: usare etichette come “stupido” o “scemo” rischia di semplificare troppo una realtà che è molto più sfumata.
Detto questo, sì: una persona può accorgersi di avere delle difficoltà rispetto agli altri. Questo può succedere attraverso l’esperienza quotidiana — ad esempio quando qualcosa che per gli altri è semplice risulta faticoso, oppure quando si ricevono feedback impliciti o espliciti dall’ambiente.
Però questa consapevolezza non è sempre chiara, completa o accurata. Ci sono persone che colgono solo un senso generale di fatica o di “essere diversi”, senza riuscire a definire bene in cosa consistano le difficoltà. Altre, invece, tendono a spiegarsi gli insuccessi in modi diversi: attribuendoli alle circostanze, agli altri, o evitando proprio di confrontarsi con certe situazioni.
Inoltre, la capacità di riconoscere i propri limiti dipende anche da quanto una persona è in grado di riflettere su se stessa, cioè dalle sue abilità metacognitive. Quando queste sono meno sviluppate, può essere più difficile avere una visione realistica delle proprie capacità.
Un altro aspetto importante è l’impatto emotivo: rendersi conto di fare più fatica può essere doloroso, e quindi è comprensibile che entrino in gioco dei meccanismi di protezione, come la negazione o l’evitamento.
Infine, è utile ricordare che le difficoltà non dipendono solo da “quanto si è intelligenti”, ma da molti fattori: esperienze, contesto, opportunità, modalità di apprendimento, aspetti emotivi.
Più che chiedersi se una persona sia “stupida”, spesso è più utile chiedersi in cosa incontra difficoltà e in che modo può essere aiutata a funzionare meglio.
Gentilissim*,
il modo in cui pone la domanda mi fa pensare a quanto dolore ci sia dietro a ciò che condivide. Quello che spesso accade è che ci si percepisce “meno intelligenti” quando, per storia personale o contesto ambientale, si è stati ripetutamente trattati come tali: sminuiti, corretti, esclusi, derisi. In queste condizioni, è facile che ogni difficoltà venga letta come una conferma della narrativa di un limite globale.
In realtà, ciò che a me arriva è che ci sia più un tema legato a confronti sociali dolorosi e di un senso di adeguatezza che si costruisce nel tempo. Mi sembra più una questione di come ci si è sentiti guardati, valutati, misurati. E questo è qualcosa su cui si può lavorare. Resto a disposizione, un saluto cordiale, Dott.ssa Miichelle Borrelli
Dott.ssa Antea Viganò
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Pessano con Bornago
gentile utente, grazie per la condivisione innanzitutto. Per poterle rispondere in maniera esaustiva, sarebbe necessario ampliare l'argomento, e conoscere lei soprattutto
Saluti
AV
Dott. Giorgio Lombardi
Psicologo, Psicologo clinico
Frosinone
Buon pomeriggio, non credo sia possibile definire se una persona è scema, né tantomeno stupida, osservando e valutando il modo in cui viene trattata nella società, relazioni. Difficile da definire una persona stupida e/o scema dalla sua criticità nel risolvere problemi e/o nella difficoltà di raggiungere degli obiettivi.
Bisogna partire da alcuni aspetti molto importanti, nessuna persona è piena di relazioni funzionali, nessuna persona è completamente capace di risolvere tutti i propri problemi (che sono tutti diversi uno dall'altro e che non possono essere definiti semplici e complessi perché anche questo è molto soggettivo), nessuna persona riesce a raggiungere tutti, tutti i propri obiettivi prestabiliti.

Partendo presupposti sopraindicati, si può lavorare, si può cercare di capire di cosa la persona ha bisogno per superare i suoi limiti, avere un piano per raggiungere degli obiettivi, riconoscere le proprie capacità, risorse, fragilità, aree di miglioramento e da lì partire per sviluppare miglioramento.

Riconoscere le proprie risorse ed anche le proprie fragilità, lavorare su di esse e sulla propria consapevolezza, sviluppando autostima e personalità, migliorerà anche la capacità di stare in relazione e socializzazione.
Dott.ssa Ilaria Visone
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Pomigliano d'Arco
Una persona con funzionamento intellettivo limite potrebbe avere difficoltà a comprendere il perché di certi limiti nel pensiero o anche nella performance scolastica/lavorativa, perché magari ha sviluppato altre capacità per compensare (come quelle sociali) o potrebbe provare ansia o rabbia se un'attività ha un livello troppo alto di richiesta rispetto al solito. è chiaro che poter accettare e conoscere le proprie risorse cognitive è un punto fondamentale per poter vivere meglio con sè e con gli altri, potenziando sia ciò che è in grado di fare sia ciò che risulta essere un limite.
Dott.ssa Valentina Mestici
Psicologo clinico, Psicologo
Roma
Caro utente la sua è una domanda complessa, in termini di concettualizzazione diventa tutto molto soggettivo. Come si definisce di fatto una persona scema come dice lei? sarebbe da capire a cosa si riferisce con questo termine. Ma sopratutto l'obiettivo della domanda, si riferisce a lei? ha paura di essere definito tale o fa riferimento a qualcuno di esterno? sarebbero necessarie più informazioni per una risposta effettivamente esaustiva. Un caro saluto Dott.ssa Valentina Mestici
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
La domanda tocca un tema delicato che riguarda la consapevolezza di sé e il modo in cui una persona valuta le proprie capacità cognitive.
Innanzitutto è importante chiarire che termini come “stupido” o “scemo” non sono scientifici e rischiano di semplificare in modo eccessivo una realtà molto più complessa. In psicologia, infatti, non si parla di “valore” della persona, ma di abilità cognitive specifiche (attenzione, memoria, ragionamento, problem solving, comprensione sociale), che possono variare anche in modo significativo da individuo a individuo.
Per quanto riguarda la consapevolezza delle proprie capacità, essa dipende da quella che chiamiamo metacognizione, cioè la capacità di riflettere sul proprio funzionamento mentale. Non tutte le persone, indipendentemente dal livello cognitivo, hanno la stessa abilità metacognitiva. Questo significa che:


Alcune persone con difficoltà cognitive possono accorgersi di “fare più fatica” rispetto agli altri, soprattutto quando si confrontano con compiti quotidiani o con il giudizio sociale.


Altre, invece, possono non avere strumenti sufficienti per valutare con precisione i propri limiti, oppure possono attribuire le difficoltà a fattori esterni (sfortuna, ambiente, incomprensioni).


Allo stesso modo, anche persone con buone capacità possono sottovalutarsi o sovrastimarsi, a seconda della loro struttura psicologica e delle esperienze vissute.


Il modo in cui una persona viene trattata dagli altri può influenzare molto la percezione di sé, ma non è un indicatore affidabile della reale capacità cognitiva. Il giudizio sociale, infatti, può essere distorto da pregiudizi, dinamiche relazionali o semplici incomprensioni.
Inoltre, il mancato raggiungimento di obiettivi o la difficoltà in alcuni compiti non è necessariamente indice di “scarsa intelligenza”, ma può dipendere da molti fattori: ansia, mancanza di strumenti adeguati, contesto, esperienze pregresse, motivazione o difficoltà specifiche (ad esempio di tipo attentivo o emotivo).
In sintesi, una persona può avere una certa consapevolezza delle proprie difficoltà, ma questa consapevolezza non è mai completa né oggettiva, e va sempre letta all’interno di un quadro più ampio e complesso.
Quando emergono dubbi persistenti sulle proprie capacità o sul proprio funzionamento, è sempre utile non basarsi solo su percezioni personali o sul giudizio degli altri, ma approfondire con una valutazione professionale, che possa offrire un quadro più chiaro e rispettoso della complessità individuale.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno, la domanda è comprensibile, ma parte da un presupposto un po’ rigido: definire una persona come “stupida” o “scema” non è utile né accurato dal punto di vista psicologico.
L’intelligenza non è qualcosa di unico e semplice da misurare, ma comprende diversi aspetti: capacità di ragionamento, comprensione, adattamento, gestione delle emozioni, abilità sociali. Una persona può avere difficoltà in alcune aree e risorse in altre.
Per quanto riguarda la consapevolezza, sì: molte persone possono rendersi conto di avere delle difficoltà, soprattutto attraverso l’esperienza (ad esempio nel confronto con gli altri o in alcune situazioni quotidiane). Tuttavia, questa consapevolezza non sempre è precisa: può essere distorta da bassa autostima, ansia o esperienze di svalutazione.
Ad esempio, sentirsi “meno capaci” perché si fatica a raggiungere alcuni obiettivi o perché si viene trattati in un certo modo non significa necessariamente avere un’intelligenza limitata. Spesso entrano in gioco altri fattori, come il contesto, le opportunità, lo stato emotivo o il modo in cui si è imparato a valutarsi nel tempo.
In alcuni casi, è possibile anche il contrario: persone con buone capacità che si percepiscono come “non abbastanza”, proprio perché tendono a essere molto critiche verso se stesse.
Se questa domanda riguarda un vissuto personale, può essere utile approfondire meglio da dove nasce questa percezione e su quali esperienze si basa. Un confronto può aiutare a distinguere tra difficoltà reali e modalità di giudizio verso di sé che possono essere modificate.
Se desidera parlarne con più calma, un colloquio può essere uno spazio utile per fare chiarezza.
Ricevo anche online, quindi possiamo organizzarci facilmente anche a distanza.
Dott.ssa Anna Filippini
Psicologo clinico, Psicologo
Quartu Sant'Elena
Buongiorno gentile utente,
se la persona in questione è Lei che scrive, non pare affatto stupida, anzi. Si pone domande, mostra riflessività, capacità di osservazione.
Il modo in cui una persona viene trattata dal prossimo offre certamente elementi su di sé ma anche molte informazioni su chi abbiamo di fronte e della qualità della relazione che ci lega.
Sarebbero questioni da approfondire in uno spazio dedicato, ha mai valutato di ritagliarselo?
Dott.ssa Anna Filippini
Quando ci soffermiamo a definire qualcuno come “stupido” o a chiederci se possa rendersene conto, spesso stiamo esprimendo una frustrazione, un giudizio o una difficoltà nella relazione con quella persona. È più un modo per dare senso a qualcosa che ci irrita, ci delude o ci mette in difficoltà, piuttosto che una reale valutazione oggettiva dell’intelligenza.
Inoltre, il modo in cui gli altri trattano una persona non è un indicatore affidabile della sua intelligenza: può dipendere da dinamiche relazionali, contesti, comunicazione, o anche da pregiudizi.
Forse può essere utile spostare leggermente il focus:
“Cosa mi fa percepire questa persona in questo modo?” oppure
“Qual è la difficoltà che sto vivendo nel rapportarmi a lei?”
Questo permette di uscire da un’etichetta rigida e di entrare di più nella comprensione di ciò che sta succedendo nella relazione. In ogni caso, le consiglio una splendida lettura sul tema: Fiori per Algernon, di Daniel Keyes, spero lo trovi stimolante rispetto le sue domande.
Dott. Daniele Morandin
Psicologo, Psicologo clinico
Monfalcone
Buonasera,
Non so a chi si riferisce. Dipende da cosa intende per ‘persona scema.’
Se devo esprimere la mia opinione, non credo che una persona con la suddetta capacità di aprirsi alle opinioni altrui, mettersi in discussione sia ‘stupida’, anzi.
Che poi, chi non si sente ‘stupido’ in qualcosa?
Un caro saluto, Daniele Morandin
Dott.ssa Martina Giordano
Psicologo, Psicologo clinico
Salerno
Salve
Capisco la sofferenza dietro a questo tipo di domanda, ma partire dall’etichetta “stupida/scema” è già un’interpretazione molto dura e poco accurata di sé.
Le persone possono certamente accorgersi di avere difficoltà rispetto ad altre o in alcuni compiti, soprattutto attraverso confronti e feedback esterni. Però da lì è facile fare un salto cognitivo sbagliato: trasformare difficoltà specifiche in un giudizio globale sull’intelligenza o sul valore personale.
In realtà, ciò che osservi (fatiche, incomprensioni, obiettivi non raggiunti) può dipendere da molte variabili: contesto, ansia, esperienze, strumenti a disposizione, stanchezza emotiva. Non è una misura affidabile dell’intelligenza.
Quando questo tipo di pensieri diventa frequente, può essere molto utile lavorarci con uno psicologo: serve proprio a separare i fatti dalle etichette e a costruire una lettura di sé più realistica e meno punitiva.
Dott.ssa Sara Sanna
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Su planu
Buongiorno, termini come “stupido” o “intelligenza limitata” non sono categorie cliniche e rischiano di semplificare eccessivamente il funzionamento cognitivo. Le difficoltà che descrive (nel comprendere, risolvere problemi o raggiungere obiettivi) non sono automaticamente indice di un livello intellettivo basso.
Spesso queste percezioni sono influenzate da fattori diversi, come ansia, autostima, esperienze di insuccesso o contesti poco facilitanti, più che da una reale riduzione delle capacità cognitive globali.
Può essere più utile, in questi casi, comprendere in quali situazioni emergono queste difficoltà e quale significato personale viene attribuito ad esse. Un cordiale saluto

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