Stallo nella terapia e rabbia nei confronti del terapeuta. Cosa fare adesso? Gentili dottori, mi

24 risposte
Stallo nella terapia e rabbia nei confronti del terapeuta. Cosa fare adesso?

Gentili dottori,
mi trovo in una strana situazione che condivido con voi perché non so come comportarmi. Sono in psicoterapia da circa due anni, perché due anni fa ho vissuto un evento traumatico nella mia famiglia d'origine che non sono mai riuscito ad elaborare completamente, e che si è sovrapposto ad ulteriori problemi che ho vissuto nella mia vita lavorativa. Penso che la terapia abbia potuto in parte tamponare i problemi permettendomi di resistere all'impatto, anche se ho dovuto anche trovare un supporto psichiatrico farmacologico per far andare via gli attacchi di panico (e poi ho chiesto anche allo psichiatra di tenere d'occhio il rischio che io potessi esordire).
In questo periodo però, dopo che la situazione che mi terrorizzava si è stabilizzata, e dopo una serie di cambiamenti per me imponenti (di lavoro, di casa, di conoscenze: io sono una persona estremamente insicura e abitudinaria) ho iniziato ad avvertire una crescente frustrazione per la terapia, e una crescente rabbia nei confronti del terapeuta. Non mi è del tutto chiaro perché. Le sedute sono diventate ripetitive e un po' superficiali e, forse per via anche della forte stanchezza da adattamento al nuovo lavoro, mi sono spesso bloccato, senza sapere cosa dire. Volevo provare ad approfittare della terapia per affrontare alcuni nodi irrisolti che mi accompagnano da sempre, legati al fatto di essere un po' "difettoso", cioè alla mia inettitudine sociale e relazionale e a quello che sospetto essere una specie combinazione fra il mio disturbo ossessivo e forse qualche tratto autistico.
Ma appunto ho avuto la sensazione che la terapia sia entrata in stallo. Non sono riuscito più a esprimere contenuti e mi sono bloccato mentre provavo a forzarmi. Ho sentito fastidio e vergogna. Il problema è che la mia perplessità iniziale si è velocemente trasformata in rabbia. Fra l'altro ricordo che una tendenza del terapeuta è stata spesso quella di spingermi ad esprimere la rabbia. Comunque adesso la rabbia è troppa ed è rivolta anche verso di lui. Con una scusa ho messo in pausa la terapia perché mi provoca frustrazione invece che sollievo. Non so esattamente come comportarmi, forse dovrei interrompere la terapia e smettere definitivamente? Oppure cambiare terapeuta? Non so, sono molto confuso, per questo chiedo il vostro consiglio.
Gentile utente,
la ringrazio per aver condiviso una riflessione così articolata, onesta e profondamente consapevole. Da ciò che scrive emerge una grande capacità di osservazione di sé, anche nei momenti di maggiore confusione e sofferenza, e questo è tutt’altro che scontato.
Provo ad accompagnarla mettendo ordine in alcuni passaggi chiave, con uno sguardo clinico ma soprattutto umano.
1. Lo “stallo” non è un fallimento della terapia
Quello che descrive è una fase molto frequente nei percorsi terapeutici, soprattutto dopo un lungo lavoro di “contenimento” del trauma e dell’emergenza. Nei primi periodi la terapia serve spesso a reggere l’urto, a tenere in piedi la persona mentre la vita fa paura. Quando la situazione esterna si stabilizza e l’adattamento ha richiesto molte energie (nuovo lavoro, nuova casa, nuove relazioni), può emergere una stanchezza profonda e, insieme, una domanda diversa: “Ora chi sono io, al di là dell’emergenza?”
È spesso proprio lì che il processo rallenta, si ripete, sembra superficiale. Non perché non funzioni, ma perché sta bussando a una soglia più profonda.
2. Il blocco, il vuoto, la vergogna
Il fatto di “non sapere cosa dire”, di sentirsi bloccato, di provare vergogna e fastidio non indica mancanza di contenuti, ma al contrario la presenza di temi molto sensibili. Quando si passa dal “resistere” al “guardare dentro”, il silenzio diventa una difesa comprensibile. Forzarsi a parlare, come ha provato a fare, spesso aumenta la frustrazione.
In questi momenti, paradossalmente, il materiale terapeutico è proprio il blocco stesso.
3. La rabbia verso il terapeuta: un segnale clinicamente prezioso
Capisco quanto possa spaventare o far sentire “sbagliati” provare rabbia verso il proprio terapeuta. Eppure, dal punto di vista clinico, ciò che descrive è estremamente significativo.
Quando la rabbia emerge nel setting, spesso non riguarda solo la persona del terapeuta, ma si colloca nella relazione: può parlare di aspettative deluse, di bisogni non riconosciuti, di parti di sé che per la prima volta cercano spazio. Il fatto che il terapeuta in passato l’abbia incoraggiata a esprimere la rabbia rende questo passaggio ancora più coerente: ora quella rabbia c’è davvero, ed è rivolta anche a lui.
Questo non è un segnale che “la terapia va interrotta”, ma che la terapia è arrivata a un punto cruciale.
4. La pausa: comprensibile, ma non necessariamente risolutiva
Mettere in pausa può avere avuto una funzione protettiva: quando la frustrazione supera il beneficio, fermarsi è legittimo. Tuttavia, se la pausa diventa un modo per evitare il confronto con ciò che sta emergendo, il rischio è di riprodurre uno schema già noto: allontanarsi quando la relazione diventa emotivamente densa.
5. Interrompere, cambiare terapeuta o restare?
Non esiste una risposta unica, ma qualche criterio può aiutarla:
• Prima di interrompere definitivamente, se possibile, sarebbe molto importante portare in seduta proprio quello che ha scritto qui: lo stallo, la rabbia, la delusione, il sentirsi “difettoso”, la paura di non essere capito. Anche una o due sedute di chiarimento possono fare la differenza.
• Cambiare terapeuta può essere una scelta valida se sente che, anche dopo aver provato a nominare questi vissuti, non c’è spazio per accoglierli o mentalizzarli insieme.
• Restare può diventare un’opportunità trasformativa se la relazione terapeutica riesce a reggere la rabbia senza negarla né agire difese.
Dal punto di vista sistemico-relazionale, ciò che sta accadendo può essere letto come una riorganizzazione del sistema: lei non è più solo “il paziente che deve essere aiutato”, ma una persona che porta bisogni, limiti, aggressività, desiderio di essere visto per ciò che è — anche nelle parti che giudica “difettose”.
6. Una parola su ciò che teme di essere
Il modo in cui parla di sé (“difettoso”, “inetto”, “sospetti tratti”) è molto duro. Prima ancora di una diagnosi o di un’etichetta, sembra esserci una storia di auto-osservazione severa, forse costruita nel tempo per cercare di darsi una spiegazione. Anche questo merita uno spazio delicato, non forzato, rispettoso dei suoi tempi.
In sintesi: no, non è “sbagliato” ciò che le sta accadendo. Non indica che lei abbia fallito la terapia, né che la terapia sia stata inutile. Indica piuttosto che è arrivato a un passaggio complesso, dove le emozioni diventano meno gestibili e più vere.
Il mio invito è a non decidere ora “di smettere per sempre”, ma a concedersi almeno la possibilità di pensare insieme a qualcuno cosa sta succedendo — che sia il terapeuta attuale o, se necessario, un altro professionista.
La confusione che sente non è un segnale di regressione, ma spesso il preludio a un cambiamento più profondo.
Resto fiduciosa nella sua capacità di attraversare questo momento, un passo alla volta.
Resto a disposizione per eventuali approfondimenti.
Un caro saluto,
Dott.ssa Caterina Lo Bianco – Psicologa clinica, Psicologa ad orientamento Sistemico-Relazionale

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Dott.ssa Teresa Luzzi
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Roma
Buongiorno,
non è così raro che, dopo una fase iniziale ed emergenziale, la terapia viva un periodo per così dire di stallo. Questo è dovuto al fatto che ha svolto un'importante iniziale funzionale di contenimento e stabilizzazione e ora si appresta ad entrare in una nuova fase. E' frequente sperimentare frustrazione, noia anche rabbia espressa nei confronti del terapeuta stesso. Le suggerisco di non "evitare" questa rabbia ma al contrario, di portarla in terapia. Queste sensazioni, questi sentimenti che prova nei confronti del percorso e del terapeuta sono a tutti gli effetti contenuti terapeutici da trattare, pertanto è fondamentale parlarne e nominarli in seduta. I suoi sentimenti sono legittimi, capisco anche la difficoltà di portarli in stanza di terapia, ma qualsiasi scelta che va nella direzione di interrompere, cambiare terapeuta, rinegoziare gli obiettivi sarebbe auspicabile che avvenisse accompagnato dal terapeuta, dopo averci riflettuto insieme. Si prenda qualche seduta di chiarimento, la confusione che sente ora è parte del processo non necessariamente una regressione.
Dott.ssa Teresa Luzzi
Buongiorno,

Inizio subito con il dirle che ha fatto benissimo a portare fuori questo dubbio, legittimassimo e più comune di quanto si pensa nel contesto psicoterapeutico.

Sarebbe decisamente poco utile e superficiale lanciarsi in valutazioni di merito del percorso, il quale sicuramente ha fatto un certo tipo di lavoro con lei in questo periodo difficile.
LA rabbia e la frustrazione possono significare moltissime cose diverse:
potrebbe stare effettivamente meglio e avere difficoltà a chiudere il rapporto terapeutico, potreste aver perso il focus di cosa state facendo a livello clinico (può succedere a tutti anche ai migliori senza particolari motivi),
potrebbe avere una sofferenza che non capisce e che fa fatica ad emergere per approccio teorico del terapeuta.

Aldilà delle speculazioni, la cosa principale che le consiglio e che consiglio a tutti nessuno escluso, pazienti ed amici, è di PARLARNE con il terapeuta, senza remore. A livello di significato può voler dire tantissimo, ed è un tassello importante di evoluzione terapeutica e di lavoro assieme al collega.

Lei ne ha tutto il diritto, è in terapia non da pochissimo, paga, dedica del tempo di vita ad un percorso da due anni ed un professionista è deputato alla sua cura ed al portarla nel miglior modo possibile a vivere autonomamente e bene nel mondo.

Ne parli con il collega e non "sparisca", anche solo un ultimo incontro per chiudere. Questo per valorizzare il suo lavoro fatto fin ora e eventualmente metterci un punto, oppure per dare una sterzata al percorso "arenato".

Dopo un po di tempo è comune e anche in certi casi comprensibile, aver bisogno di cambiare, magari un’ altro terapeuta, può aiutarla in questo pezzo che non riesce a tematizzare con il collega.

Potrebbe essere anche sintomo di doversi prendere una pausa dalla terapia, fare esperienza in solitaria e vedere come sta e come riesce a reggere, prendendo poi in seguito la decisione di rincominciare un nuovo e differente percorso oppure ricontattare il suo terapeuta precedente.
Si ascolti e si permetta di dire cosa sente, anche rabbia e frustrazione verso una persona che per quanto brava non è onnipotente ed ha un ruolo clinico ben definito.

Spero di averla aiutata almeno un poco,
Dott. Marco Scaramuzzino
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Gentile utente,
la situazione che descrive è complessa ma tutt’altro che rara nei percorsi psicoterapeutici, soprattutto dopo un lavoro lungo, intenso e a seguito di eventi traumatici importanti.

Dalle sue parole emerge che la terapia, in una prima fase, ha avuto una funzione fondamentale di contenimento e stabilizzazione: l’ha aiutata a “reggere l’urto” di un periodo molto difficile, anche grazie all’integrazione con il supporto farmacologico. Quando però il pericolo percepito si riduce e la vita inizia a riorganizzarsi (nuovo lavoro, nuova casa, nuovi equilibri), spesso cambiano anche i bisogni terapeutici. È proprio in questi momenti che può comparire una sensazione di stallo.

La ripetitività delle sedute, il senso di superficialità, i blocchi, la vergogna e la fatica nel portare contenuti nuovi sono segnali importanti: non indicano necessariamente che la terapia “non funzioni”, ma che si è arrivati a un passaggio delicato del percorso. In queste fasi può emergere rabbia, anche intensa, rivolta verso il terapeuta. Questa rabbia non va letta solo come un problema, ma come un possibile materiale clinico significativo: spesso è legata a vissuti profondi di frustrazione, di inadeguatezza, di sentirsi “difettosi” o non compresi, temi che lei stesso riconosce come centrali nella sua storia.

Il blocco che descrive e il sentirsi forzato a parlare possono essere il segnale che qualcosa nel modo di lavorare, negli obiettivi o nel ritmo della terapia andrebbe ricalibrato. In questi casi, la cosa più utile – se possibile – sarebbe portare apertamente in seduta proprio lo stallo, la rabbia, la delusione e il dubbio sulla terapia stessa. Parlare della relazione terapeutica, invece che solo dei contenuti, può spesso riattivare il lavoro.

Detto questo, è anche legittimo interrogarsi sulla possibilità di un cambiamento: a volte un percorso ha fatto ciò che poteva fare in una certa fase della vita e può essere utile rivedere l’impostazione, chiedere una valutazione più mirata (ad esempio sui tratti ossessivi o sul funzionamento neurodivergente che lei sospetta) o, in alcuni casi, valutare un altro professionista. Interrompere impulsivamente, invece, rischia di lasciare irrisolti proprio quei nodi che oggi si stanno affacciando con più forza.

In sintesi: la confusione che prova ha senso, la rabbia non è “sbagliata” e lo stallo non è automaticamente un fallimento. Prima di una decisione definitiva, è consigliabile approfondire quanto sta accadendo con uno specialista, per comprendere se e come rilanciare il lavoro terapeutico o orientarsi verso una diversa presa in carico più adatta ai suoi bisogni attuali.

Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Dott.ssa Francesca Ghislanzoni
Psicologo, Psicoterapeuta, Sessuologo
Conegliano
Buongiorno, le consiglio di parlarne con il terapeuta di quello che sta provando, della rabbia che sente anche verso il terapeuta stesso. Se poi non trova soluzione allora valuterei di intraprendere un percorso con un altro terapeuta. A disposizione, dott.ssa Francesca Ghislanzoni.
Dott. Davide Lanfranchi
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Vigevano
Buongiorno, è normale in un percorso di terapia passare attraverso alcune fasi, compresa una fase in cui si sente che l'efficacia della terapia diminuisce, oppure poter sperimentare forti emozioni, pertanto le difficoltà che descrive sono piuttosto comuni in un percorso di psicoterapia. Le consiglio di parlarne apertamente con il suo terapeuta, soprattutto se sente che queste emozioni potrebbero essere collegate alle difficoltà relazionali che riferisce. Potrebbe anche essere un momento di svolta della terapia, oppure un momento di maggiore consapevolezza di sè e del proprio modo di funzionare nelle relazioni.
Cordialmente,
Dott. Davide Lanfranchi
Buonasera, ha provato a parlarne con il suo terapeuta? Come mai ha dovuto inventare una scusa per mettere in pausa la sua terapia attuale e non si è sentito libero di manifestare il suo sentire?
Dott.ssa Carlotta Degli Esposti
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Modena
Buonasera, la ringrazio per la sua condivisione.
In questo particolare momento potrebbe esserle utile portare al suo terapeuta la frustrazione e la crescente rabbia che sta provando, sia nei confronti del percorso terapeutico sia nei confronti della relazione con lui.
È curioso notare come proprio in questa fase sia emerso in lei il desiderio di affrontare la sua sensazione di “inettitudine sociale e relazionale” e, allo stesso tempo, la percezione di uno stallo accompagnato da sentimenti di rabbia verso il terapeuta.
È importante ricordare che l’incontro tra paziente e terapeuta è esso stesso una relazione, all’interno della quale possono emergere e essere sperimentate difficoltà relazionali simili a quelle vissute al di fuori del contesto terapeutico. Proprio per questo, un vissuto negativo nei confronti del terapeuta può aprire la strada a riflessioni importanti sulle modalità relazionali che si ripresentano nella sua vita e merita di essere accolto, compreso e approfondito.
Dr. Roberto Lavorante
Psicologo, Psicologo clinico
Napoli
Buonasera,
La situazione che descrive non è affatto insolita nei percorsi terapeutici di medio-lunga durata e, a mio avviso, non va letta né come un suo fallimento né come un fallimento della terapia, ma come un passaggio critico e significativo del processo.
Lei ha iniziato la psicoterapia in una fase di forte emergenza emotiva, in seguito a un evento traumatico familiare, all’insorgenza degli attacchi di panico e a un importante senso di destabilizzazione personale. In quella fase, la funzione principale della terapia è stata probabilmente contenitiva e stabilizzante, e da quanto riferisce sembra aver svolto efficacemente questo compito, anche grazie all’integrazione con il supporto farmacologico.
Ora però il contesto è cambiato, la situazione che la terrorizzava si è in parte stabilizzata e lei ha affrontato numerosi cambiamenti rilevanti (lavoro, casa, relazioni), che per una persona con una struttura più insicura e abitudinaria rappresentano uno sforzo adattivo molto elevato. È frequente che, quando l’urgenza si attenua, emerga una sensazione di stallo, di ripetizione o di superficialità della terapia. Questo non indica necessariamente che “non ci sia più nulla da fare”, ma che la domanda terapeutica si sta trasformando.
Il blocco che descrive in seduta, il non sapere cosa dire, il fastidio e la vergogna, non sono segnali di incapacità, ma forme di comunicazione. Dal punto di vista relazionale, indicano che lei si sta avvicinando a nodi identitari profondi e antichi, legati al vissuto di essere “difettoso”, inadeguato sul piano sociale e relazionale, o diverso dagli altri. Quando questi nuclei emergono, è frequente che il paziente sperimenti un senso di esposizione, di giudizio (anche se non reale) e di impotenza. In queste condizioni, la rabbia è una reazione emotiva comprensibile.
La rabbia che ora sente nei confronti del terapeuta non va automaticamente interpretata come un segnale che la terapia non funzioni, ma può indicare che la relazione terapeutica è diventata uno spazio in cui si riattivano vissuti relazionali significativi del passato, come frustrazione, senso di non essere compresi, aspettative deluse, vergogna. Il fatto che il terapeuta in passato L’abbia incoraggiata a contattare la rabbia rende ancora più comprensibile che oggi questa emozione emerga in modo meno gestibile e più destabilizzante, fino a spingerla a prendere distanza.
La pausa che ha chiesto può essere letta come un tentativo di autoregolazione, in questo momento la terapia le provoca più frustrazione che sollievo, e questo è un dato importante da rispettare. Tuttavia, è utile distinguere tra una sospensione che serve a pensare ciò che sta accadendo e un’interruzione che rischia di diventare una fuga dal disagio. A mio avviso, la confusione che prova ora potrebbe indicare che la questione è ancora aperta e significativa per lei.
Dal punto di vista clinico, le possibilità sono diverse. Può valutare di riprendere la terapia portando esplicitamente lo stallo e la rabbia nella relazione terapeutica, qualora il terapeuta sia in grado di lavorare anche sul processo e non solo sui contenuti. In alternativa, può considerare un cambiamento di terapeuta, non come rifiuto della cura, ma come bisogno di uno sguardo diverso in una nuova fase della sua vita. Un’ulteriore possibilità è quella di concludere consapevolmente questo percorso, dandogli un senso e una chiusura, piuttosto che lasciarlo sospeso in modo indefinito. Ciò che sarebbe meno utile, invece, è un’interruzione silenziosa e non pensata, che rischierebbe di rinforzare il vissuto di blocco e di inadeguatezza che già la accompagna.
Il fatto che lei riesca a interrogarsi con lucidità su ciò che sta vivendo, a riconoscere la rabbia, la vergogna e la confusione, e a chiedere un confronto, è un segnale di funzionamento e non di deficit. La difficoltà relazionale che teme di avere sta già trovando, qui, una forma di parola.
Non è detto che la terapia debba continuare così com’è, ma è importante che la decisione su come procedere non nasca solo dalla rabbia, bensì da una riflessione che tenga conto della fase di vita che sta attraversando e dei bisogni che oggi sono cambiati.
Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona serata
Salve e grazie per aver condiviso la sua esperienza. Prima di interrompere la terapia, potrebbe essere utile parlare con il suo terapeuta di questo senso di stallo che percepisce con la conseguente rabbia e frustrazione che generano. In quanto il percorso fatto in precedenza ha fatto sì che si raggiungessero degli obiettivi, quindi è stata di aiuto e magari condividendo queste sue emozioni si potrebbe generare una riflessione significativa a riguardo oppure scegliere, congiuntamente al suo terapeuta, di interrompere il percorso, riconoscendone comunque l'importanza che ha avuto il percorso fino a quel momento.
Dott.ssa Laura Elsa Varone
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
In questa fase del suo percorso, la rabbia e il senso di blocco che sperimenta non sono elementi di disturbo che segnalano la fine del lavoro o un fallimento, ma rappresentano l'emergere di un nuovo modo di percepire se stesso all'interno di una relazione significativa. Dopo aver affrontato cambiamenti esterni così imponenti, è naturale che la sua struttura interna cerchi di riorganizzarsi e che questa tensione si manifesti proprio nel rapporto con chi la accompagna, trasformando la seduta in uno spazio in cui la sensazione di essere "difettoso" o incompreso diventa bruciante. La rabbia che avverte può essere letta come un tentativo necessario di proteggere la propria coerenza e i propri confini, specialmente se sente che il linguaggio utilizzato finora non riesce a catturare la specificità del suo funzionamento, come nel caso dei suoi sospetti su una componente neurodivergente. Il fatto di essersi bloccato e di aver provato vergogna suggerisce che sta toccando nuclei identitari molto profondi, dove l'esigenza di essere riconosciuto nella propria unicità si scontra con la difficoltà di tradurre in parole ciò che sente. Mettere in pausa la terapia è un'azione che le restituisce momentaneamente un senso di controllo e di sicurezza, ma la vera opportunità clinica risiede nel trasformare questa crisi in un momento di osservazione privilegiata: invece di agire la rabbia allontanandosi, potrebbe essere estremamente trasformativo portarla all'interno della stanza per analizzare insieme come lei costruisce il senso di sé di fronte all'altro. Questo permetterebbe di passare da una posizione di subìta inadeguatezza a una di attiva esplorazione della propria modalità di fare esperienza, aiutandola a capire se la frustrazione nasca da un bisogno di sintonizzazione differente o da una modalità difensiva che si attiva quando si sente troppo esposto. Utilizzare il rapporto terapeutico come un laboratorio per osservare questi processi in tempo reale è spesso il passaggio fondamentale per integrare quelle parti di sé che percepisce come frammentate o problematiche, rendendo la scelta di restare o cambiare non più un impulso dettato dal fastidio, ma una decisione consapevole basata sulla comprensione dei propri bisogni profondi.
non tema di parlare apertamente con il suo terapeuta di ciò che le accade, anche all'interno del setting.
resto a disposizione,
saluti
Dott.ssa Silvana Grilli
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Buonasera,
comprendo la confusione e la frustrazione che sta vivendo.

Quello che descrive — la sensazione di stallo in terapia, la rabbia verso il terapeuta, la percezione di ripetitività e superficialità delle sedute — non è raro, soprattutto dopo una fase iniziale in cui la terapia ha svolto una funzione fortemente contenitiva. Nel suo caso, sembra averla aiutata ad attraversare un evento traumatico e un periodo di grandi cambiamenti. Ora che la situazione si è in parte stabilizzata, emerge il desiderio di lavorare su aspetti più profondi e strutturali di sé, e proprio lì qualcosa sembra essersi bloccato.

La rabbia che prova verso il terapeuta, il blocco sperimentato quando ha cercato di approfondire quelli che definisce “nodi irrisolti” legati alla sua inettitudine sociale e relazionale, insieme alla vergogna e al fastidio che descrive, potrebbero non indicare che la terapia non stia funzionando. Al contrario, potrebbero segnalare che si è avvicinata a contenuti molto vulnerabili e dolorosi. È significativo che il blocco emerga proprio quando tenta di esplorare parti di sé che sente come difficili da accettare. In questo senso, la rabbia potrebbe rappresentare una modalità di protezione, un modo per tenere a distanza qualcosa che al momento appare troppo esposto o minaccioso.

Ciò che sta vivendo ora — lo stallo, la rabbia, il blocco, la vergogna — potrebbe essere materiale terapeutico prezioso. La relazione con il terapeuta sta forse diventando il luogo in cui si riattivano dinamiche relazionali profonde, che forse hanno a che fare con il modo in cui si protegge quando si avvicina a parti di sé particolarmente vulnerabili o difficili da avvicinare.

Prima di interrompere il percorso, potrebbe essere utile considerare la possibilità di portare tutto questo direttamente all’interno della terapia. Parlare della rabbia che prova verso il terapeuta, della frustrazione, del senso di stallo e della difficoltà a esprimersi potrebbe rappresentare un passaggio importante. Non con l’obiettivo di “far funzionare” di nuovo le sedute, ma per esplorare proprio ciò che oggi rende difficile andare avanti.

Questo confronto può essere scomodo, ma potrebbe aprire uno spazio di lavoro nuovo e più profondo, più vicino ai nodi che sente urgenti. Si conceda il tempo di riflettere e valuti se dare voce a questi vissuti nella relazione terapeutica: potrebbe non essere la fine di un percorso, ma l’inizio di una fase diversa.

Un caro saluto, Dott.ssa Silvana Grilli
Dott. Andrea Boggero
Psicologo, Psicologo clinico
Genova
Buongiorno, la situazione che descrive è molto più comune di quanto si pensi e, soprattutto, è comprensibile. Dalle sue parole emerge una grande fatica, accumulata nel tempo, e il senso di aver retto a lungo un carico emotivo importante. Ha attraversato un evento traumatico, cambiamenti profondi e ravvicinati, e per molto tempo la terapia ha avuto una funzione di contenimento, quasi di tenuta. Quando le cose esterne si stabilizzano, spesso accade che emerga ciò che fino a quel momento era rimasto sullo sfondo, e questo può creare una sensazione di vuoto, di stallo, o addirittura di irritazione. La rabbia che sente verso il terapeuta può spaventare, ma non è di per sé un segnale negativo. Anzi, spesso indica che qualcosa di importante sta cercando spazio. Quando una persona è molto abituata a trattenere, ad adattarsi, a funzionare nonostante tutto, la rabbia tende a rimanere compressa a lungo. Quando finalmente emerge, può farlo in modo confuso e riversarsi proprio nella relazione che, fino a quel momento, è stata un punto di riferimento sicuro. In questo senso, la rabbia non va letta solo come un rifiuto della terapia, ma anche come un segnale che il suo mondo interno sta cambiando posizione. Il blocco che descrive in seduta, il non sapere cosa dire, il senso di vergogna e di fastidio, sono spesso il segnale di una parte di sé che si sente sotto pressione. Forzarsi a portare contenuti quando non si sente di averli può aumentare la sensazione di essere sbagliati o difettosi, proprio come lei descrive di sentirsi da tempo. È come se una parte di lei dicesse: dovrei parlare, dovrei migliorare, dovrei funzionare meglio, e un’altra parte rispondesse chiudendosi, stancata da questa richiesta continua. Il punto delicato, ma centrale, è che la terapia non è solo il luogo in cui si portano contenuti, ma anche il luogo in cui si possono portare le difficoltà della terapia stessa. La frustrazione, la noia, la rabbia, il senso di superficialità delle sedute non sono un fallimento, ma materiale prezioso. Quando queste emozioni non trovano spazio, tendono a crescere e a trasformarsi in un desiderio di fuga o di rottura netta. Mettere in pausa può essere stato un modo per proteggersi da un sovraccarico, e questo è comprensibile. Tuttavia, prima di decidere se interrompere definitivamente o cambiare terapeuta, potrebbe essere utile provare a dare un senso a ciò che sta accadendo. La confusione che sente ora sembra riflettere un momento di passaggio: non è più nella fase di emergenza, ma non ha ancora trovato un modo nuovo di stare in terapia e con se stesso. Questo momento è spesso accompagnato da irritazione e disillusione. Cambiare terapeuta può essere una scelta legittima, così come interrompere un percorso. Ma perché queste scelte siano davvero utili, è importante che non nascano solo dal bisogno di allontanarsi da un’emozione difficile. A volte, la rabbia verso il terapeuta rappresenta una rabbia più antica, legata al sentirsi non visti, non compresi, o spinti a essere diversi da come ci si sente. Se questa rabbia viene semplicemente evitata, rischia di ripresentarsi altrove, magari in un altro percorso o in altre relazioni. Se se la sente, un passaggio importante potrebbe essere quello di nominare apertamente questa fatica, questo stallo, questa rabbia, senza cercare di giustificarla o spiegarla troppo. Non come accusa, ma come descrizione sincera di ciò che sta vivendo. Anche dire non so più cosa dire qui dentro, mi sento bloccato e arrabbiato, può essere già un modo per rimettere movimento dove ora c’è rigidità. Non c’è una risposta giusta o sbagliata alla domanda se continuare o cambiare. C’è però una domanda forse più utile da porsi: questa decisione nasce dal desiderio di prendermi cura di me o dal bisogno di scappare da qualcosa che mi fa sentire inadeguato? Prendersi il tempo per chiarire questo punto può aiutarla a fare una scelta che non aggiunga ulteriore frustrazione a quella che già sente. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Dott.ssa SONIA SIMIONATO
Psicologo, Psicologo clinico
San Martino di Lupari
Buongiorno, si sente bloccato e senza cose da dire al colloquio proprio perchè sotto c'è questo 'non detto' (ovvero la sua rabbia) che non le permette di andare avanti... la cosa migliore da fare in questi casi è dire tutte queste cose che ha scritto qui al suo terapeuta! Fa parte del percorso terapeutico anche questo, non interrompa la terapia lasciando in sospeso e senza risposte questa sua sensazione... ne parli liberamente con il suo terapeuta, lo so che potrebbe essere scomodo affrontare questo tipo di discorso e magari potrebbe sentirsi a disagio ma il compito del suo terapeuta non è quello di prendersela sul personale ma quello di aiutarla a chiarire anche questo tipo di sentimenti che prova. Vedrà che sarà molto utile e fruttuoso per lei, oltre al fatto che si sentirà più "leggero"
Dott. Ciro Napoletano
Psicologo, Psicologo clinico
Nocera Inferiore
Quello che descrivi non è un fallimento della terapia, ma molto spesso un suo passaggio critico. Dopo una fase in cui la terapia ha avuto una funzione di contenimento e stabilizzazione, può emergere uno stallo accompagnato da rabbia, vergogna e senso di vuoto. È un momento delicato, ma frequente.

La rabbia verso il terapeuta non è necessariamente “sbagliata” né un segno che la terapia non funzioni: spesso segnala che qualcosa di più profondo sta cercando spazio, soprattutto quando emergono temi identitari antichi (il sentirsi “difettoso”, inadeguato, diverso). Il blocco, la ripetitività e il silenzio sono già materiale clinico, non un ostacolo da superare a forza.

Prima di interrompere definitivamente o cambiare terapeuta, il passo più utile sarebbe portare apertamente in seduta proprio lo stallo e la rabbia, se possibile. Il modo in cui il terapeuta accoglierà (o meno) questo momento può chiarirti molto: se diventa un lavoro condiviso, la terapia può riattivarsi; se senti che non c’è spazio o comprensione, allora valutare un cambiamento avrà senso.
La pausa che hai preso può essere un tempo di riflessione, non una fuga. L’importante è non usare l’interruzione per confermare l’idea di essere “sbagliato”, ma per capire di che tipo di aiuto hai bisogno ora, in questa nuova fase della tua vita.

La confusione che senti è comprensibile: è spesso il segnale che stai passando da “resistere” a “capire chi sei”.
Dott.ssa Ylenia Ferrara
Psicologo, Psicologo clinico
Rivoli
Buongiorno, grazie per aver condiviso questo pezzo con noi. Può capitare che all'interno dei percorsi di terapia, così come in tutte le relazioni, ci siano diverse fasi e non sempre corrispondono a quello che ci eravamo immaginati. Potrebbe essere molto utile condividere tutto questo con il suo terapeuta, condividere la sua rabbia nei suoi confronti potrebbe portarvi ad una fase nuova e diversa della sua terapia.
Dott. Andrea Rolla
Psicologo, Psicologo clinico
Padova
Buongiorno, le emozioni che si provano in terapia sono un elemento prezioso per capire cosa sta succedendo. Le suggerisco di parlare al suo terapeuta della rabbia che prova verso di lui per cercare di capire insieme qual è la sua origine profonda
Dott.ssa Antonella Abate
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Quello che descrivi è un’esperienza più frequente di quanto si pensi e non indica necessariamente un fallimento della terapia. Dopo una fase iniziale in cui la psicoterapia ha avuto una funzione di contenimento rispetto a eventi traumatici e molto destabilizzanti, può accadere che, una volta ridotta l’emergenza, emergano emozioni più complesse come frustrazione, noia, vergogna o rabbia.

Lo “stallo” che percepisci e la difficoltà a portare contenuti, così come la rabbia rivolta verso il terapeuta, non sono di per sé segnali da evitare, ma spesso rappresentano materiale clinico significativo, soprattutto quando si intrecciano a temi antichi di inadeguatezza, blocco relazionale e paura di essere “difettosi”.
In questi momenti può essere utile, se possibile, portare apertamente in seduta proprio la sensazione di stallo e la rabbia, esplorandone il significato all’interno della relazione terapeutica. La pausa che hai preso può essere comprensibile come bisogno di protezione, ma una chiusura definitiva o un cambio di terapeuta dovrebbero idealmente essere scelte pensate e non solo reattive.
Uno spazio di confronto – con l’attuale terapeuta o, se necessario, in un nuovo percorso – può aiutarti a chiarire se ciò che stai vivendo è una fase del processo o se senti il bisogno di un assetto terapeutico diverso. In ogni caso, la confusione che esprimi è un segnale di consapevolezza, non di regressione, e merita ascolto e accompagnamento, non isolamento.
Dott. Daniele Migliore
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Gentile utente, grazie per aver condiviso la sua preoccupazione.
Quello che racconta non è affatto inusuale, anzi è parecchio comune durante i percorsi di terapia.
Quando l'urgenza diminuisce, spesso emergono vissuti più antichi e dolorosi (vergogna, difettosità, rabbia) che possono tradursi in uno stallo relazionale con il terapeuta.
La rabbia verso il terapeuta non è un “errore”, ma un materiale clinico preziosissimo, parla infatti del modo in cui vive il legame e consente ad entrambi di comprendere meglio aspetti del vostro rapporto.
Mettere in pausa il percorso è un suo diritto, ma forse prima di pensare ad interrompere o cambiare terapeuta potrebbe essere utile esplicitare questa rabbia e delusione in seduta, se lo sente possibile. È spesso lì che il lavoro può riprendere profondità e dare potenza trasformativa.
La confusione che sente è parte del processo, non un segnale di fallimento.
Le auguro il meglio,

Dott. Daniele Migliore
Dott. Simone Ciuffi
Psicoterapeuta, Psicologo, Terapeuta
Sambuceto
Quello che scrive qui lo ha detto al suo terapeuta?
La ringrazio per aver condiviso in modo così approfondito e onesto la sua esperienza. I percorsi terapeutici, soprattutto dopo eventi traumatici e in fasi di grandi cambiamenti di vita, possono attraversare momenti di stallo, confusione e l’emergere di emozioni intense come rabbia o frustrazione. Questi vissuti, per quanto difficili, non sono rari e spesso rappresentano elementi significativi del processo terapeutico.
Proprio per questo, quando emergono sentimenti di blocco o di rabbia anche nei confronti del terapeuta, può essere molto importante trovare uno spazio per parlarne apertamente all’interno della relazione terapeutica stessa, così da comprendere insieme cosa sta accadendo e quale direzione possa essere più utile in quel momento.
Cordialmente, Dott.ssa Sara Tarantino
Quello che racconta mostra quanto sia normale attraversare momenti di stallo o frustrazione durante un percorso terapeutico, soprattutto dopo aver affrontato eventi importanti e cambiamenti significativi nella vita. La rabbia verso il terapeuta può sorprendere, ma spesso racconta qualcosa di più profondo: emozioni e nodi irrisolti che trovano spazio proprio nella relazione terapeutica.
In questi casi, interrompere la terapia o cambiare terapeuta può sembrare una soluzione immediata, ma può anche far perdere l’opportunità di esplorare ciò che sta emergendo. Parlare apertamente con il proprio terapeuta di questa rabbia e del senso di stallo può trasformare la difficoltà in materiale prezioso, permettendo di comprendere meglio se stessi e di ritrovare progressi, anche quando il percorso sembra rallentare.
A volte, riconoscere la propria frustrazione e riuscire a dirla con il terapeuta diventa già un passo importante verso un maggior sollievo e chiarezza interiore.
Dott.ssa Donatella Costanzo
Psicologo, Psicologo clinico
Milano
Gentile Signore,
la ringrazio per aver condiviso con così tanta onestà quello che sta vivendo. Da quello che scrive, è chiaro che la rabbia che sente verso il terapeuta e la terapia stessa è strettamente collegata a un dolore profondo, accumulato nel tempo, legato a ferite familiari, vissuti traumatici e alla percezione di difettosità o inadeguatezza. Questa rabbia non è “contro” di lei, ma è la manifestazione di un nodo emotivo che chiede di essere riconosciuto e sbloccato.
Il passo più utile, anche se impegnativo, è tornare dal suo terapeuta e portare proprio questo blocco e questa rabbia in seduta. La terapia funziona quando c’è continuità e fiducia, e interromperla bruscamente spesso provoca più dolore che sollievo. È importante darsi un tempo di almeno 4 mesi per lavorare su questo nodo e valutare insieme se proseguire o, eventualmente, cercare un altro terapeuta. Questo tempo serve a esplorare davvero ciò che ancora resta irrisolto, senza lasciarsi guidare solo dalla frustrazione del momento.
Le chiusure “a tranciare” fanno male, perché lasciano questioni irrisolte dentro di noi; invece, una decisione consapevole di chiudere deve avvenire dopo aver dato tempo e spazio al percorso, così da capire se è davvero arrivato il momento di interrompere.
Darsi questa possibilità di lavorare sul dolore e sulla rabbia è un atto di cura verso se stesso.
Le mando un caro saluto e un sincero incoraggiamento a non rinunciare a questo percorso di crescita e guarigione.
Cordiali saluti
Dott.ssa Maria Pandolfo
Psicologo, Psicologo clinico
Pisa
Gentile utente,

leggendo le sue parole ho sentito tutto il peso di quella stanchezza che arriva quando, dopo aver lottato a lungo contro eventi traumatici e grandi cambiamenti, ci si ferma e si scopre che il dolore ha cambiato forma.

In oltre trent’anni di attività clinica, ho imparato che i momenti di stallo e la rabbia verso il terapeuta non sono quasi mai il segnale che qualcosa si è rotto. Al contrario, sono spesso il segno che la terapia è diventata "vera" e sta toccando il cuore del problema. Finché si parla del trauma passato, la relazione è un porto sicuro; quando invece si inizia a scendere verso quei nodi profondi che lei definisce come "difettosità" o inettitudine, la nostra parte più fragile si spaventa e reagisce con il blocco, il fastidio e la furia.

La tentazione di scappare o cambiare è comprensibile, perché la vergogna che prova è difficile da sostenere. Ma cambiare terapeuta ora significherebbe probabilmente portare quel "muro" con sé, per poi ritrovarselo davanti tra qualche tempo.

Il mio invito è di non arrendersi a questa rabbia, ma di usarla come una bussola. Provi a tornare in quella stanza e a dire apertamente: "Sono arrabbiato con lei, mi sento bloccato e ho paura che lei non capisca chi sono davvero". È proprio lì, nel momento in cui si riesce a restare in una relazione anche quando ci si sente "difettosi" o delusi, che avviene quella che io chiamo "guarigione silenziosa".

Non scappi da questo stallo: lo attraversi. Potrebbe scoprire che quella rabbia è proprio l'energia vitale che le serve per smettere di "resistere" e iniziare finalmente a fiorire in armonia con la sua natura.

Un caro augurio di buon cammino,

Dott.ssa Maria Pandolfo

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