Sono una ragazza di 24 anni e ho difficoltà a casa con i genitori, cose che pensavo ormai di aver el
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Sono una ragazza di 24 anni e ho difficoltà a casa con i genitori, cose che pensavo ormai di aver elaborato essendomi sempre domandata molto. In adolescenza ho avuto problemi di alimentazione, non mangiavo ed ero tanto magra (periodo durato circa 3 anni), non mi è stato mai diagnosticato un disturbo alimentare perché mai mi sono sentita di parlarne con uno specialista. Un giorno dal nulla mi sono guardata allo specchio e non mi riconoscevo più, mi sono vista pallida, brutta e infelice. Ho deciso di cambiare la mia vita e ho iniziato a mangiare con alti e bassi per alcuni anni, ripromettendo a me stessa solo la mia felicità e lasciandomi alle spalle la sofferenza. Sono tornata io, solare e felice di vivere, da che non vedevo più neanche un futuro. Questi alti e bassi sono sempre andati meglio, regolando la mia alimentazione e il mio stato d’animo.. qualche anno fa provai anche ad andare da un nutrizionista confidando per la prima volta a voce le difficoltà avute in passato, fu per me difficile pronunciare quelle parole davanti a lui, mi sentivo di farlo ma nel frattempo mi sentivo sbagliata, insomma non so con che coraggio dato mi uscirono quelle parole e purtroppo lui dopo non mi fece sentire a mio agio e così lo mollai. In tutto questo ci sono i miei genitori, a cui voglio un bene dell’anima e per tempo mi sono detta che il bene supera tutto, che devo comprenderli ma effettivamente mai che venissi compresa. Le liti scatenati con loro, quelle poche che ho e che sono esplosive magari anche piene di rabbia, per appunto incomprensioni, magari aspettative da parte mia, da una ricerca di dialogo e attenzioni emozionali.. mi fanno pensare sempre una cosa e cioè che non mangiavo per un motivo, perché ho una famiglia alla sfascio, come potevo uscire migliore, di cui condivido il sangue ma se l’avessi vista all’esterno non l’avrei mai frequentata. Alcune liti, alcune parole, mi fanno riflettere che sono due genitori che non si parlano, mia mamma rassegnata e che non si cura, mio padre egoista, mi uccide la loro indifferenza ma anche indifferenza emotiva. Dissi a mia mamma di volerle bene e lei non mi rispose, ad oggi, dopo averglielo rinfacciato mi risponde. Ma sembra sempre di dover dire io le cose, di dover comprendere che loro hanno le loro difficoltà… mai che mia mamma sia venuta a chiedermi dopo una lite come mi sentissi anche sentendomi piangere. Di dirmi scusami, questo dolore lo condividiamo insieme. Scrivo con le lacrime in mano perché una parte di me pensa solo che vorrei abbandonarli, non curarmi di loro quando si faranno vecchi, non fargli vedere i nipoti quando avrò figli, così come ho chiuso per anni dialogo con mia sorella quando ho ripreso a mangiare perché le liti continue con lei mi facevano soffrire e non si riusciva ad avere un dialogo sano e sincero. Ecco, ho paura, paura di non ritornare a non mangiare, paura di questa sofferenza che ritorna come un fulmine in alcune liti, ho paura perché non so come si faccia a non curarsi delle emozioni di un figlio, vorrei punirli perché mi fanno soffrire e alcune volte ho pensato che qualcosa di grave in me avesse potuto farlo. Inoltre questo pensare a me stessa, alcune volte sembra mi renda fredda e impassibile anche in altre situazioni.
Innanzitutto mi sento di ringraziarla e complimentarmi con lei per il coraggio nel condividere un vissuto così doloroso e per cui racconta di provare un forte senso di "inadeguatezza". Una delle tematiche centrali che mi sembra di cogliere dalla sua condivisione è la difficoltà a sentirsi compresa delle persone che la circondano (e da cui desidererebbe sentirsi amata e supportata incondizionatamente) e la sofferenza che inevitabilmente ne consegue. Il consiglio che mi sento di darle è di iniziare a prendere in mano la sua vita ripartendo proprio da lei stessa e dal prendersi cura di sé in prima persona, in un percorso di supporto psicologico con un professionista che la possa guidare con empatia, sensibilità, ascolto e competenza; permettendole di andare a fondo di queste dinamiche identificandone la causa e le modalità attraverso cui ricorrere per superare le sue difficoltà. Mi rendo disponibile in qualunque momento per accompagnarla in questo percorso se dovesse decidere di affidarsi a me!
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Salve, grazie per aver condiviso tutto questo con me. Le sue parole sono profondissime, piene di dolore, ma anche di una consapevolezza rara, che fa trasparire una forza interiore incredibile, anche se magari adesso le sembra di essere in pezzi. È normale sentire paura, rabbia, confusione, specie quando le persone che dovrebbero essere il nostro primo rifugio diventano la fonte del nostro malessere. Lei sta dando voce ad una sofferenza che in molti si tengono dentro tutta la vita e già questo è un gesto di amore verso se stessa.
Quello che ha vissuto in adolescenza, quel periodo in cui non mangiava, non è qualcosa che “passa” solo perché poi si ricomincia a mangiare. È un grido, una forma di sopravvivenza in un contesto in cui le emozioni non trovavano spazio per essere accolte. E ora, quando riemerge quel dolore, non è un ritorno al passato: è il passato che chiede di essere guardato con occhi nuovi, da quella se stessa che oggi ha più parole, più forza, più consapevolezza.
Ha fatto un enorme lavoro su di lei, e si sente. E sì, fa male quando chi l'ha messo al mondo non riesce a chiederle "come stai?" dopo averla vista piangere o quando sente che è sempre lei a dover tendere la mano, a cercare il dialogo, l'empatia.
Posso dirle una cosa con sincerità? Non è fredda. Lei è profondamente sensibile, così sensibile da aver costruito delle difese, da aver imparato a proteggersi come ha potuto e questa “impassibilità” di cui parla non è altro che il risultato di anni in cui probabilmente si è sentita sola nel suo sentire. Il fatto che lei riesca a scrivere tutto questo oggi, con lucidità, anche piangendo, dimostra che il suo cuore è vivo e pulsa, e che merita di essere accolta, amata, ascoltata, anche e soprattutto da se stessa.
Ha mai pensato, adesso che è adulta e ha già fatto tanta strada, di cercare uno/a psicologo/a che possa camminare con lei in tutto questo? Perché merita un luogo sicuro dove tutte queste emozioni abbiano uno spazio senza giudizio, dove lei non debba sempre giustificare ciò che prova, ma solo sentirsi libera di essere.
Se le va, possiamo anche riflettere insieme su come si possono mettere dei confini sani, in quanto è importante che si faccia un lavoro a livello sistemico e familiare, su come può costruire la sua serenità senza dover aspettare che loro cambino, in base a ciò che sta scegliendo di fare con quel dolore che prova.
C'è qualcosa che vorrebbe approfondire o che sente il bisogno di esternare ancora?
Rimango a disposizione.
Un caro saluto.
Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa.
Quello che ha vissuto in adolescenza, quel periodo in cui non mangiava, non è qualcosa che “passa” solo perché poi si ricomincia a mangiare. È un grido, una forma di sopravvivenza in un contesto in cui le emozioni non trovavano spazio per essere accolte. E ora, quando riemerge quel dolore, non è un ritorno al passato: è il passato che chiede di essere guardato con occhi nuovi, da quella se stessa che oggi ha più parole, più forza, più consapevolezza.
Ha fatto un enorme lavoro su di lei, e si sente. E sì, fa male quando chi l'ha messo al mondo non riesce a chiederle "come stai?" dopo averla vista piangere o quando sente che è sempre lei a dover tendere la mano, a cercare il dialogo, l'empatia.
Posso dirle una cosa con sincerità? Non è fredda. Lei è profondamente sensibile, così sensibile da aver costruito delle difese, da aver imparato a proteggersi come ha potuto e questa “impassibilità” di cui parla non è altro che il risultato di anni in cui probabilmente si è sentita sola nel suo sentire. Il fatto che lei riesca a scrivere tutto questo oggi, con lucidità, anche piangendo, dimostra che il suo cuore è vivo e pulsa, e che merita di essere accolta, amata, ascoltata, anche e soprattutto da se stessa.
Ha mai pensato, adesso che è adulta e ha già fatto tanta strada, di cercare uno/a psicologo/a che possa camminare con lei in tutto questo? Perché merita un luogo sicuro dove tutte queste emozioni abbiano uno spazio senza giudizio, dove lei non debba sempre giustificare ciò che prova, ma solo sentirsi libera di essere.
Se le va, possiamo anche riflettere insieme su come si possono mettere dei confini sani, in quanto è importante che si faccia un lavoro a livello sistemico e familiare, su come può costruire la sua serenità senza dover aspettare che loro cambino, in base a ciò che sta scegliendo di fare con quel dolore che prova.
C'è qualcosa che vorrebbe approfondire o che sente il bisogno di esternare ancora?
Rimango a disposizione.
Un caro saluto.
Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa.
cara, grazie per averci raccontato cosa provi.
La paura che vivi ora è del tutto naturale.. avere paura di stare male è sano. quello che puoi fare è prenderti cura di te, e della sofferenza che hai provato e ti sta accompagnando da molti anni.. il tuo non mangiare probabilmente era legato a questo dolore come dici tu.
Era il tuo campanello d'allarme, che ti diceva che così le cose non andavano bene, che avevi bisogno di essere ascoltata, che avevi bisogno di interesse, dialogo e attenzione amorevole e incondizionata da parte dei tuoi genitori.
Attraverso il corpo esprimevi il tuo dolore, la tua rabbia, la tua tristezza.
ognuno ha il suo punto debole. Alcune persone il corpo non lo sentono nemmeno, altre persone hanno un corpo che chiede di essere ascoltato e fa da tramite all'emotività, al dolore, così come alle gioie grandi della vita.
Volere bene ai propri genitori è inevitabile, ed è inevitabile anche volerli abbandonare e non volere condividere con loro la nostra vita quando sentiamo di essere stai feriti, perchè loro non hanno soddisfatto i nostri bisogni di quando eravamo bambine.
e sì, è il compito dei genitori. amare e sostenere i propri figli.
e no, non è il contrario. non sei tu figlia a dover comprendere loro.
Purtroppo il trauma intergenerazionale se non viene arginato dai nostri genitori, sta a noi figli farlo. è un lavoro faticoso, doloroso, ma è ciò che ci aiuta a curare le nostre ferite e andare avanti.
In questo caso ciò che può aiutare davvero è trovare un professionista a cui affidarsi, col quale poter piangere senza sentirsi giudicati, col quale fare un lavoro psicologico profondo e duraturo, per capire, conoscersi, comprendere e accettare.
E rendersi conto di poter scrivere un nuovo capitolo della vita, pur avendo genitori emotivamente "immaturi" e incapaci di accoglierci nel modo in cui noi avevamo bisogno di esserci accolti... il che è assolutamente senza colpa dei genitori.. a volte il match non si crea purtroppo. i genitori hanno fatto il meglio che potevano.
Ricorda sempre che non era nemmeno colpa tua.
è un vero peccato che col nutrizionista non si sia sentita a suo agio quella volta in cui con tanto coraggio si era rivolta a qualcuno mostrandosi vulnerabile e vera.
Se avrai intenzione di iniziare un percorso psicologico, ti consiglio di affidarti ad uno psicoterapeuta CBT, magari formato nella Schema Therapy, che sappia accoglieti, prenderti per mano e accompagnarti fuori dalla sofferenza.
E ricorda sempre, potranno tornare momenti di difficoltà con l'alimentazione, molto probabilmente si tratterò del dolore che trova voce attraverso il tuo corpo.. ascoltalo, entra in contatto. usalo come campanello di allarme. guarda fuori di te, cosa sta succedendo? guarda dentro di te, cosa provi?
prova a dargli voce con le parole, e a dargli ascolto così come non ha mai trovato fuori di te.
Un caro saluto
La paura che vivi ora è del tutto naturale.. avere paura di stare male è sano. quello che puoi fare è prenderti cura di te, e della sofferenza che hai provato e ti sta accompagnando da molti anni.. il tuo non mangiare probabilmente era legato a questo dolore come dici tu.
Era il tuo campanello d'allarme, che ti diceva che così le cose non andavano bene, che avevi bisogno di essere ascoltata, che avevi bisogno di interesse, dialogo e attenzione amorevole e incondizionata da parte dei tuoi genitori.
Attraverso il corpo esprimevi il tuo dolore, la tua rabbia, la tua tristezza.
ognuno ha il suo punto debole. Alcune persone il corpo non lo sentono nemmeno, altre persone hanno un corpo che chiede di essere ascoltato e fa da tramite all'emotività, al dolore, così come alle gioie grandi della vita.
Volere bene ai propri genitori è inevitabile, ed è inevitabile anche volerli abbandonare e non volere condividere con loro la nostra vita quando sentiamo di essere stai feriti, perchè loro non hanno soddisfatto i nostri bisogni di quando eravamo bambine.
e sì, è il compito dei genitori. amare e sostenere i propri figli.
e no, non è il contrario. non sei tu figlia a dover comprendere loro.
Purtroppo il trauma intergenerazionale se non viene arginato dai nostri genitori, sta a noi figli farlo. è un lavoro faticoso, doloroso, ma è ciò che ci aiuta a curare le nostre ferite e andare avanti.
In questo caso ciò che può aiutare davvero è trovare un professionista a cui affidarsi, col quale poter piangere senza sentirsi giudicati, col quale fare un lavoro psicologico profondo e duraturo, per capire, conoscersi, comprendere e accettare.
E rendersi conto di poter scrivere un nuovo capitolo della vita, pur avendo genitori emotivamente "immaturi" e incapaci di accoglierci nel modo in cui noi avevamo bisogno di esserci accolti... il che è assolutamente senza colpa dei genitori.. a volte il match non si crea purtroppo. i genitori hanno fatto il meglio che potevano.
Ricorda sempre che non era nemmeno colpa tua.
è un vero peccato che col nutrizionista non si sia sentita a suo agio quella volta in cui con tanto coraggio si era rivolta a qualcuno mostrandosi vulnerabile e vera.
Se avrai intenzione di iniziare un percorso psicologico, ti consiglio di affidarti ad uno psicoterapeuta CBT, magari formato nella Schema Therapy, che sappia accoglieti, prenderti per mano e accompagnarti fuori dalla sofferenza.
E ricorda sempre, potranno tornare momenti di difficoltà con l'alimentazione, molto probabilmente si tratterò del dolore che trova voce attraverso il tuo corpo.. ascoltalo, entra in contatto. usalo come campanello di allarme. guarda fuori di te, cosa sta succedendo? guarda dentro di te, cosa provi?
prova a dargli voce con le parole, e a dargli ascolto così come non ha mai trovato fuori di te.
Un caro saluto
ciao. Da quello che leggo immagino che non sia stato facile condividere questi tuoi pensieri e ti ringrazio per aver avuto la forza di farlo. immagino che non sia stato facile per te vivere queste situazioni per tanti anni. forse i tuoi genitori non conoscono le modalità adeguate per esprimere il loro interesse o amore nei tuoi confronti,forse non sono stati abituati loro stessi dai loro genitori a comunicare. uscire di casa può sembrare la soluzione ma potrebbe non portare ai cambiamenti desiderati.
Mi spiace molto di sentire come stai soffrendo. Stai scrivendo con le lacrime agli occhi. Il dolore di questi anni, le liti, le incomprensioni, il disagio relativo all'alimentazione emergono dalla tue parole e da come descrivi tutto ciò. Sembra che tua sia presa ancora pienamente dentro tutte queste dinamiche e questa tristezza. Le stai vivendo ancora fortemente e cos da molti anni ormai. Mi auguro che tu abbia spazi di serenità almeno fuori casa, nello studio o lavoro, negli amici o in una relazione affettiva se c'é. Scusami se lo dico, sostengo la tua scelta, tramite questo tuo messaggio, di rivolgerti all'esterno della tua famiglia e delle dinamiche che la percorrono. Questo sguardo qui, rivolto ad una figura esterna alla famiglia è in realtà uno sguardo rivolto alla tua persona, a prenderti cura di te. Sostengo questa scelta. E' un gesto di affetto che rivolgi a te stessa. In qualsiasi modo sono i tuoi genitori, e tua sorella, la tua vita, appartiene a te,. Credo sia giusto che tu possa riflettere per capire come poter trovare serenità nella tua vita. Ti suggerisco di confrontarti con un professionista con il quale riflettere al fine di stare meglio.
Lavoro sia in studio che online.
Ti auguro il meglio.
Lavoro sia in studio che online.
Ti auguro il meglio.
Buonasera, capsico quanto tu possa soffrire per queste dinamiche familiari spiacevoli. Dalle tue parole traspare una richiesta di aiuto. Ti consiglierei di contattare uno psicologo per poter affrontare tematiche passate ed attuali. Sarebbe importante approfondire il tuo rapporto con il cibo, il tuo stato d'animo e le emozioni che provi quanto ti relazioni con i tuoi genitori. Un percorso psicologico potrebbe aiutarti a rispondere a tante domande che si sono accumulate nel tempo, fornendoti anche un sostegno nel programmare il futuro e nel seguire le tue ambizioni a prescindere dal giudizio altrui. Ricavare uno spazio per te, prendendoti cura dei tuoi pensieri e delle tue emozioni ti aiuterebbe a sentirti più consapevole e sollevata Resto a tua disposizione per un'eventuale consulenza. In bocca al lupo per tutto.
Dott.ssa Mariapaola Anania, psicologa clinica, psicosessuologa e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale in formazione
Dott.ssa Mariapaola Anania, psicologa clinica, psicosessuologa e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale in formazione
Buongiorno,
grazie per aver condiviso con tanta profondità e sincerità la sua storia. Le sue parole raccontano un percorso intenso, fatto di forza, consapevolezza e anche di sofferenza mai davvero accolta come avrebbe meritato.
Quello che sta vivendo ora — la confusione emotiva, la paura che tutto possa tornare, il bisogno di essere compresa e ascoltata — è molto importante e merita spazio, tempo e un accompagnamento attento.
Per questo le consiglio di iniziare un percorso psicoterapeutico: potremmo lavorare insieme per dare un senso a ciò che prova, sciogliere i nodi del passato che ancora oggi fanno male, e aiutarla a costruire uno spazio interiore più sicuro e libero.
Ha già fatto un primo passo importante scrivendo tutto questo: se vorrà, sarò felice di accoglierla e accompagnarla in questo cammino.
Un caro saluto.
grazie per aver condiviso con tanta profondità e sincerità la sua storia. Le sue parole raccontano un percorso intenso, fatto di forza, consapevolezza e anche di sofferenza mai davvero accolta come avrebbe meritato.
Quello che sta vivendo ora — la confusione emotiva, la paura che tutto possa tornare, il bisogno di essere compresa e ascoltata — è molto importante e merita spazio, tempo e un accompagnamento attento.
Per questo le consiglio di iniziare un percorso psicoterapeutico: potremmo lavorare insieme per dare un senso a ciò che prova, sciogliere i nodi del passato che ancora oggi fanno male, e aiutarla a costruire uno spazio interiore più sicuro e libero.
Ha già fatto un primo passo importante scrivendo tutto questo: se vorrà, sarò felice di accoglierla e accompagnarla in questo cammino.
Un caro saluto.
Cara utente,
le sue parole mi hanno molto toccata. Grazie per aver condiviso questi pensieri. Grazie per essersi raccontata. È qualcosa che in primis aiuta se stessa, perchè si dona la possibilità di ascoltarsi ed essere ascoltata. Ammiro molto tutto ciò. Non è semplice.
Come figli ci si aspetta, come giusto che sia, che i genitori riescano a dare quella stabilità, sicurezza, calore e accoglienza di cui i figli hanno bisogno; che li vedano, li ascoltino e soprattutto che siano più forti e solidi rispetto a loro. Spesso, però, ci si ritrova a fare i conti con una realtà diversa, con le fragilità, insicurezze, debolezze e fallimenti che caratterizzano ogni essere umano (che siano genitori o figli) e feriscono loro stessi in primis, oltre a contribuire nel creare determinate dinamiche che possono far stare male l'intera famiglia.
Ha fatto molto bene a parlare delle sue difficoltà alimentari ad un nutrizionista, nonostante mi dispiaccia molto del feedback ricevuto. Penso sia importante, per lei, poter affrontare questo argomento liberamente ed essere supportata a riguardo, anche a distanza di anni.
La rabbia che lei sente ha bisogno di essere ascoltata e accolta, ma non solo quella: tutto il sentire che ha condiviso tra queste righe, a mio avviso, ha bisogno di un suo spazio.
Per questo le consiglio vivamente di considerare l'idea di intraprendere un percorso psicologico di approccio psicodinamico, affinchè lei abbia uno spazio tutto suo dove potersi raccontare, esplorare i suoi sentimenti, emozioni e vissuti, con qualcuno al suo fianco che sia lì per lei ad accompagnarla in questo viaggio.
Un viaggio dove ci si può porre tante domande e imparare a guardare in faccia il proprio dolore e le proprie paure (nei giusti tempi e modi) e ad attraversarle; ad osservare se stessi, gli altri, le relazioni da tante prospettive e comprendere cosa ci porta a muoverci in un certo modo o a provare determinate sensazioni, come il desiderio di voler punire chi ci fa del male oppure la sensazione di sentirsi freddi e impassibili nel pensare a se stessi. È normale cercare di difendersi da ciò che può far male, e questo può accadere attraverso alcuni sentimenti e comportamenti che mettono distanza tra noi e gli altri... tra noi e chi amiamo di più.
Rimango a disposizione. Sono qui per lei, nel caso in cui volesse intraprendere un percorso del genere e le auguro di trovare ciò di cui ha bisogno per stare meglio.
Si prenda cura di lei.
Le mando un carissimo saluto.
Dott.ssa Teresa Schillaci
le sue parole mi hanno molto toccata. Grazie per aver condiviso questi pensieri. Grazie per essersi raccontata. È qualcosa che in primis aiuta se stessa, perchè si dona la possibilità di ascoltarsi ed essere ascoltata. Ammiro molto tutto ciò. Non è semplice.
Come figli ci si aspetta, come giusto che sia, che i genitori riescano a dare quella stabilità, sicurezza, calore e accoglienza di cui i figli hanno bisogno; che li vedano, li ascoltino e soprattutto che siano più forti e solidi rispetto a loro. Spesso, però, ci si ritrova a fare i conti con una realtà diversa, con le fragilità, insicurezze, debolezze e fallimenti che caratterizzano ogni essere umano (che siano genitori o figli) e feriscono loro stessi in primis, oltre a contribuire nel creare determinate dinamiche che possono far stare male l'intera famiglia.
Ha fatto molto bene a parlare delle sue difficoltà alimentari ad un nutrizionista, nonostante mi dispiaccia molto del feedback ricevuto. Penso sia importante, per lei, poter affrontare questo argomento liberamente ed essere supportata a riguardo, anche a distanza di anni.
La rabbia che lei sente ha bisogno di essere ascoltata e accolta, ma non solo quella: tutto il sentire che ha condiviso tra queste righe, a mio avviso, ha bisogno di un suo spazio.
Per questo le consiglio vivamente di considerare l'idea di intraprendere un percorso psicologico di approccio psicodinamico, affinchè lei abbia uno spazio tutto suo dove potersi raccontare, esplorare i suoi sentimenti, emozioni e vissuti, con qualcuno al suo fianco che sia lì per lei ad accompagnarla in questo viaggio.
Un viaggio dove ci si può porre tante domande e imparare a guardare in faccia il proprio dolore e le proprie paure (nei giusti tempi e modi) e ad attraversarle; ad osservare se stessi, gli altri, le relazioni da tante prospettive e comprendere cosa ci porta a muoverci in un certo modo o a provare determinate sensazioni, come il desiderio di voler punire chi ci fa del male oppure la sensazione di sentirsi freddi e impassibili nel pensare a se stessi. È normale cercare di difendersi da ciò che può far male, e questo può accadere attraverso alcuni sentimenti e comportamenti che mettono distanza tra noi e gli altri... tra noi e chi amiamo di più.
Rimango a disposizione. Sono qui per lei, nel caso in cui volesse intraprendere un percorso del genere e le auguro di trovare ciò di cui ha bisogno per stare meglio.
Si prenda cura di lei.
Le mando un carissimo saluto.
Dott.ssa Teresa Schillaci
Cara "ragazza di 24 anni", lei ha una importantissima capacità sensibile di ascoltarsi e di riflettere su di sé e sulla propria esperienza. I passaggi che ha effettuato per realizzare elementi della sua vita sono di grande spessore e vanno valorizzati.
Preferisco dirle che ha già fatto molto da sola, ora può portare avanti la sua riflessione confrontandosi con uno psicologo. D'altra parte ha scelto di scrivere qui e dunque sta già esprimendo una richiesta di aiuto ben orientata.
Le propongo un colloquio online per capire se sia possibile condividere un approfondimento di tutto quanto ha scritto e di quanto sta vivendo.
Preferisco dirle che ha già fatto molto da sola, ora può portare avanti la sua riflessione confrontandosi con uno psicologo. D'altra parte ha scelto di scrivere qui e dunque sta già esprimendo una richiesta di aiuto ben orientata.
Le propongo un colloquio online per capire se sia possibile condividere un approfondimento di tutto quanto ha scritto e di quanto sta vivendo.
Gentile,
Le sue parole raccontano un'esperienza intensa, attraversata da consapevolezze profonde e domande che restano aperte. Colpisce la cura con cui ha cercato di dare senso a ciò che ha vissuto, anche nei momenti di maggiore disorientamento.
Mi chiedo: cosa sta cercando oggi, nel desiderio di essere compresa? Quale parte di sé vorrebbe finalmente poter raccontare, senza doverla giustificare?
Se interessata, sarei felice di approfondire con lei, su consulenza, anche online.
Un caro saluto,
Dr. Giorgio De Giorgi
Le sue parole raccontano un'esperienza intensa, attraversata da consapevolezze profonde e domande che restano aperte. Colpisce la cura con cui ha cercato di dare senso a ciò che ha vissuto, anche nei momenti di maggiore disorientamento.
Mi chiedo: cosa sta cercando oggi, nel desiderio di essere compresa? Quale parte di sé vorrebbe finalmente poter raccontare, senza doverla giustificare?
Se interessata, sarei felice di approfondire con lei, su consulenza, anche online.
Un caro saluto,
Dr. Giorgio De Giorgi
Buongiorno,
lei qui porta tantissimi temi che andrebbero meglio sviscerati in contesto di ascolto più ampio che solo una psicoterapia potrebbe fornirle. Valuti la possibilità di iniziare una psicoterapia; con il tempo potrebbe aiutarla a trovare le risposte che cerca.
Cordiali saluti
Dott. Diego Ferrara
lei qui porta tantissimi temi che andrebbero meglio sviscerati in contesto di ascolto più ampio che solo una psicoterapia potrebbe fornirle. Valuti la possibilità di iniziare una psicoterapia; con il tempo potrebbe aiutarla a trovare le risposte che cerca.
Cordiali saluti
Dott. Diego Ferrara
Buongiorno, le sue parole fanno intuire il peso che hanno avuto e hanno tutt'ora su di lei relazioni familiari complesse.
La famiglia è il contesto in cui nasciamo e cresciamo e ha quindi un impatto fondamentale sul nostro sviluppo. Dinamiche familiari faticose e complicate possono impattare fortemente, determinando anche grande sofferenza.
In questi casi, penso che la scelta migliore che si possa fare per se stessi sia cercare un aiuto esterno e iniziare un percorso psicologico individuale. Questo potrebbe aiutarla a comprendere, soprattutto emotivamente, ciò che è successo in passato in modo che non faccia più male oggi, elaborare la rabbia e la tristezza, trovare modi diversi di entrare in relazione oggi con i propri genitori senza dover tagliare i rapporti.
In generale, quando si percepisce la propria sofferenza come strettamente legata al contesto familiare in cui si continua a vivere, è possibile pensare anche ad una terapia familiare, congiuntamente ad una terapia psicologica individuale. Questo è sicuramente valido quando si vive ancora nella famiglia d'origine e soprattutto nel caso di bambini e adolescenti.
Resto a disposizione per ulteriori chiarimenti, Dott.ssa Lavinia Stefanini
La famiglia è il contesto in cui nasciamo e cresciamo e ha quindi un impatto fondamentale sul nostro sviluppo. Dinamiche familiari faticose e complicate possono impattare fortemente, determinando anche grande sofferenza.
In questi casi, penso che la scelta migliore che si possa fare per se stessi sia cercare un aiuto esterno e iniziare un percorso psicologico individuale. Questo potrebbe aiutarla a comprendere, soprattutto emotivamente, ciò che è successo in passato in modo che non faccia più male oggi, elaborare la rabbia e la tristezza, trovare modi diversi di entrare in relazione oggi con i propri genitori senza dover tagliare i rapporti.
In generale, quando si percepisce la propria sofferenza come strettamente legata al contesto familiare in cui si continua a vivere, è possibile pensare anche ad una terapia familiare, congiuntamente ad una terapia psicologica individuale. Questo è sicuramente valido quando si vive ancora nella famiglia d'origine e soprattutto nel caso di bambini e adolescenti.
Resto a disposizione per ulteriori chiarimenti, Dott.ssa Lavinia Stefanini
La ringrazio per aver condiviso in modo così sincero e intenso il suo vissuto. Le sue parole raccontano una storia profonda, fatta di dolore, di lotta, ma anche di grande consapevolezza e coraggio. È evidente che ha già fatto un percorso importante, anche da sola, e che oggi sta cercando di comprendere meglio sé stessa e le radici delle sue ferite. Mi colpisce il modo in cui riesce a descrivere le emozioni complesse che sta provando: rabbia, paura, senso di colpa, amore, desiderio di distanza, bisogno di vicinanza. Tutto ciò è profondamente umano, e merita attenzione e rispetto. Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, possiamo pensare che molte delle sue reazioni attuali, anche rispetto ai genitori, siano in parte legate a schemi di pensiero e credenze che si sono strutturate nel tempo, spesso proprio in contesti familiari difficili come quello che lei descrive. I legami con le figure di attaccamento, cioè con le persone che ci hanno cresciuto, influenzano profondamente il nostro modo di vedere noi stessi, gli altri e il mondo. Quando questi legami sono stati caratterizzati da carenze affettive, incomprensioni o indifferenza emotiva, può accadere che si sviluppino credenze come “non valgo abbastanza”, “sono invisibile”, “devo essere forte e non avere bisogno di nessuno”. Queste credenze, spesso inconsapevoli, possono poi influenzare il modo in cui ci relazioniamo a noi stessi e agli altri anche da adulti. Il suo dolore nel sentirsi non vista, non riconosciuta, non accolta nei momenti di fragilità è più che legittimo. Lei non chiede nulla di straordinario: chiede empatia, comprensione, la possibilità di sentirsi amata anche quando mostra le sue debolezze. Ma quando queste richieste, così umane, non trovano risposta, è normale che emerga rabbia, frustrazione e il desiderio di allontanarsi da chi ci ferisce. Allo stesso tempo, questo allontanamento può generare senso di colpa o paura di diventare freddi e distaccati, come forse teme anche lei. È importante che sappia che la sofferenza che prova oggi non la definisce come persona, e non determina chi lei sarà nel futuro. Può essere un segnale, un invito ad approfondire ancora di più la conoscenza di sé e a lavorare su quei meccanismi interni che ancora le fanno male. Per esempio, la paura di ricadere in un disturbo alimentare è comprensibile, ma non è una condanna. Al contrario, è un campanello d’allarme che può aiutarla a prendersi cura di sé in modo più consapevole, a riconoscere quei momenti in cui il dolore emotivo si traduce in sintomi fisici o comportamenti di chiusura verso il cibo, verso gli altri, o verso sé stessa. In terapia cognitivo-comportamentale, lavoriamo molto su questi aspetti. L’obiettivo non è solo “stare meglio”, ma costruire una relazione più sana e gentile con i propri pensieri, con le emozioni e con le persone importanti della propria vita. Questo include anche affrontare la rabbia verso i genitori, che non è sbagliata, ma va compresa, esplorata e integrata. Si può arrivare a trovare un equilibrio tra il bisogno di proteggersi da relazioni che fanno soffrire e il desiderio di mantenere un legame, magari in una forma diversa, più matura e più rispettosa dei propri bisogni. Le consiglio, se non lo sta già facendo, di affidarsi a uno psicoterapeuta con orientamento cognitivo-comportamentale che la aiuti a fare questo lavoro di ricostruzione interna, a dare un senso alla sua storia, e a trovare strategie efficaci per gestire le emozioni, comunicare in modo assertivo e proteggere sé stessa senza sentirsi sbagliata o colpevole. Lei ha dimostrato di avere una grande forza, e credo che questa forza possa guidarla anche ora, in questo momento difficile. Non è sola. C’è un modo per uscire da questo dolore e trasformarlo in qualcosa di buono, per sé e per la sua vita futura. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Grazie per aver condiviso la tua esperienza. La tua sofferenza parla di bisogni emotivi profondi non accolti: in psicologia si parla spesso di attaccamento insicuro, quando le figure di riferimento non riescono a rispondere in modo costante e affettuoso ai bisogni emotivi del bambino. La tua rabbia, il senso di solitudine, perfino il rapporto col cibo, sono modi in cui il tuo mondo interno ha cercato di adattarsi a un ambiente difficile. Non sei sbagliata: sei una persona che ha imparato a sopravvivere come poteva.
Potresti trarre grande beneficio da un percorso psicologico: non solo per elaborare queste ferite, ma anche per acquisire strumenti e nuove consapevolezze che ti aiutino ad affrontare queste dinamiche con più libertà e serenità
Potresti trarre grande beneficio da un percorso psicologico: non solo per elaborare queste ferite, ma anche per acquisire strumenti e nuove consapevolezze che ti aiutino ad affrontare queste dinamiche con più libertà e serenità
Buongiorno e grazie per aver condiviso il suo vissuto. Dalle sue parole emerge il suo stato di sofferenza, la paura e la rabbia che sente sono. Le sue ferite meritano di avere lo spazio e l'accoglienza per poter guarire ed essere viste con delle lenti adeguate. Mi dispiace che nella sua esperienza questo non sia potuto accadere anche quando ha trovato il coraggio di condividere le sue ferite. Per quanto riguarda la difficoltà con i suoi genitori, ritengo che sia comprensibile che a 24 anni, certe dinamiche, che per altro riconosce e vede, la facciano sentire in difficoltà e la facciano soffrire. Spesso è un bene prendere un po' di distanza emotiva dalle situazioni che provocano molta sofferenza, per poter guardare le dinamiche familiari che si vengono a creare con una distanza di sicurezza che non travolga. Se la sentirà come una possibilità sostenibile, penso che un percorso psicologico possa aiutarla a mettere ordine tra queste dinamiche e a stare in questo vissuto diversamente, oltre che a costruirsi degli strumenti propri per poter portare se stessa in queste dinamiche in un modo che, con il tempo, la ferisca meno di quanto non sia accaduto fino ad oggi. Un saluto, dottoressa Carolina Micucci
Buongiorno, grazie per la condivisione.
Comprendo la sua sofferenza.
La sua capacita' di analisi è importante e utile per elaborare quello di cui parla e le suggerisco di parlarne con uno/a psicologo/a per poter approfondire le sue domande e casomai intraprendere un percorso.
Rimango a disposizione.
Grazie e Cordiali saluti
dott.ssa Ingrid Madiai
Comprendo la sua sofferenza.
La sua capacita' di analisi è importante e utile per elaborare quello di cui parla e le suggerisco di parlarne con uno/a psicologo/a per poter approfondire le sue domande e casomai intraprendere un percorso.
Rimango a disposizione.
Grazie e Cordiali saluti
dott.ssa Ingrid Madiai
Salve, mi spiace molto per la situazione che descrive poichè comprendo il disagio che può sperimentare e quanto sia impattante sulla sua vita quotidiana. Ritengo fondamentale che lei possa richiedere un consulto psicologico al fine di esplorare la situazione con ulteriori dettagli, elaborare pensieri e vissuti emotivi connessi e trovare strategie utili per fronteggiare i momenti particolarmente problematici onde evitare che la situazione possa irrigidirsi ulteriormente.
Credo che un consulto con un terapeuta cognitivo comportamentale possa aiutarla ad identificare quei pensieri rigidi, disfunzionali e maladattivi che le impediscono il benessere desiderato mantenendo la sofferenza in atto e possa soprattutto aiutarla a parlare con se stessa utilizzando parole più costruttive.
Credo che anche un approccio EMDR possa esserle utile al fine di rielaborare il materiale traumatico connesso ad eventi del passato che possono aver contribuito alla genesi della sofferenza attuale.
Resto a disposizione, anche online.
Cordialmente, dott FDL
Credo che un consulto con un terapeuta cognitivo comportamentale possa aiutarla ad identificare quei pensieri rigidi, disfunzionali e maladattivi che le impediscono il benessere desiderato mantenendo la sofferenza in atto e possa soprattutto aiutarla a parlare con se stessa utilizzando parole più costruttive.
Credo che anche un approccio EMDR possa esserle utile al fine di rielaborare il materiale traumatico connesso ad eventi del passato che possono aver contribuito alla genesi della sofferenza attuale.
Resto a disposizione, anche online.
Cordialmente, dott FDL
Buongiorno...Grazie per aver condiviso una parte così intima e profonda È evidente che hai una grande consapevolezza di ciò che vivi e hai vissuto, ed è un segno potente di forza. Il dolore è autentico e merita spazio, rispetto e accoglienza, non giudizio. La storia parla di sopravvivenza, di rinascita, di ricerca d’amore e di un desiderio sincero di essere vista, compresa, accolta. Non sei sbagliata. La rabbia, la tristezza, il bisogno di essere amata e ascoltata, anche il pensiero di voler “punire” chi ti ha fatto del male emotivamente… tutto questo nasce da un dolore profondo e da una storia che ha avuto carenze affettive importanti, a cui hai dovuto far fronte da sola troppo presto. La consiglio di intraprendere un percorso di CBT che aiuta a riconoscere come pensieri automatici (es. “sono fredda”, “è colpa mia se le cose vanno male”, “non merito comprensione”) influenzano il stato emotivo e le azioni (come il rapporto col cibo, l’evitamento emotivo o la rabbia repressa/esplosiva). Merita ascolto, cura, amore. E puoi iniziare con un terapeuta formato potrà aiutarLa ritrovare equilibrio, a curare le ferite aperte e a prevenire quelle ricadute che fanno così paura. Dott.ssa Borrelli
Gentile Paziente,
ho letto con profonda partecipazione le sue parole. Arrivano forti il dolore, la solitudine e quella fatica emotiva che sembra affondare le radici molto lontano. Scrivere tutto questo “tra le lacrime”, come dice, è già un atto di grande coraggio e lucidità, nonostante forse in questo momento predomini il dolore. È evidente quanto abbia cercato, nel tempo, di comprendersi, di andare avanti, di proteggersi anche da ciò che più le fa male.
Proprio perché sta toccando vissuti così delicati e importanti — legati alla sua storia affettiva, al corpo, al senso di sé — la invito con sincerità a non affrontarli da sola e rivolgersi ad un professionista. Non l'ha mai fatto eppure sta scrivendo proprio qui. Purtroppo però questo non è lo spazio adeguato per contenere una sofferenza così profonda, ma esiste una sede giusta, sicura e protetta dove tutto questo può essere accolto, riconosciuto e trasformato. Le auguro di trovare uno spazio che possa accoglierla nel modo giusto.
Cordiali saluti,
Dr.ssa Martina Podda
ho letto con profonda partecipazione le sue parole. Arrivano forti il dolore, la solitudine e quella fatica emotiva che sembra affondare le radici molto lontano. Scrivere tutto questo “tra le lacrime”, come dice, è già un atto di grande coraggio e lucidità, nonostante forse in questo momento predomini il dolore. È evidente quanto abbia cercato, nel tempo, di comprendersi, di andare avanti, di proteggersi anche da ciò che più le fa male.
Proprio perché sta toccando vissuti così delicati e importanti — legati alla sua storia affettiva, al corpo, al senso di sé — la invito con sincerità a non affrontarli da sola e rivolgersi ad un professionista. Non l'ha mai fatto eppure sta scrivendo proprio qui. Purtroppo però questo non è lo spazio adeguato per contenere una sofferenza così profonda, ma esiste una sede giusta, sicura e protetta dove tutto questo può essere accolto, riconosciuto e trasformato. Le auguro di trovare uno spazio che possa accoglierla nel modo giusto.
Cordiali saluti,
Dr.ssa Martina Podda
Buonasera, comprendo molto il suo stato di angoscia. Le relazioni familiari e il modo in cui "funzionano" influenzano inevitabilmente il nostro modo di vivere ed affrontare gli eventi.
Anche le disfunzioni dal punto di vista alimentare potrebbero celare un mare magnum di elementi su cui le consiglio vivamente di provare a lavorare, se l'intento è quello di ricominciare a prendere la sua vita in mano. La paura e la sofferenza di cui parla hanno un modo per potersi canalizzare e trasformare in qualcosa di diverso. Non è detto che sarà semplice, ma si può trovare un modo per stare meglio prima con se stessi e poi con il resto del mondo.
Si dia la possibilità di trovare delle alternative.
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Anche le disfunzioni dal punto di vista alimentare potrebbero celare un mare magnum di elementi su cui le consiglio vivamente di provare a lavorare, se l'intento è quello di ricominciare a prendere la sua vita in mano. La paura e la sofferenza di cui parla hanno un modo per potersi canalizzare e trasformare in qualcosa di diverso. Non è detto che sarà semplice, ma si può trovare un modo per stare meglio prima con se stessi e poi con il resto del mondo.
Si dia la possibilità di trovare delle alternative.
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A volte ci sono dolori che non riusciamo proprio a digerire. E allora, nel dubbio, smettiamo di nutrirci. Come se evitare il cibo potesse proteggerci da qualcosa di troppo grande da sentire o affrontare. Il tuo rapporto con l’alimentazione, così centrale nel tuo vissuto, merita davvero uno spazio di ascolto e comprensione: non per paura che “torni”, ma per accogliere il messaggio che porta con sé. Perché è un linguaggio simbolico, il tuo corpo parla dove le parole forse non sono ancora riuscite ad arrivare. E proprio in questo meccanismo – il non mangiare per evitare qualcosa di doloroso – c’è qualcosa di profondo che si aggancia alla tua storia. Perché forse ciò che stai davvero cercando di evitare non è il cibo in sé, ma il dolore di relazioni che ti fanno sentire non vista, non accolta, non protetta. Il rapporto con i tuoi genitori sembra averti lasciato spesso da sola con emozioni troppo grandi, senza uno spazio sicuro dove condividerle. E allora la rabbia, la chiusura, il desiderio di tagliare i ponti diventano comprensibili, ma non sono una soluzione. Sono ancora una forma di difesa, di sopravvivenza.
L’autonomia vera – anche quella più pratica, fatta di scelte e di distanze – non nasce dalla fuga. Nasce dal coraggio di guardare in faccia ciò che ti fa soffrire, di capire davvero che posto hanno nella tua vita queste relazioni, cosa risvegliano in te, cosa ancora chiedono. Solo da lì può nascere un passaggio autentico, verso una vita piena, scelta, soddisfacente.
Hai già fatto un passo grande mettendo in parole tutto questo. C’è materiale prezioso su cui lavorare, ma sento – e spero tu possa sentirlo anche tu – che da qui può iniziare un cammino che ti renderà davvero forte, non perché non soffri più, ma perché saprai cosa farne di quel dolore.
Un abbraccio e un grande in bocca al lupo.
L’autonomia vera – anche quella più pratica, fatta di scelte e di distanze – non nasce dalla fuga. Nasce dal coraggio di guardare in faccia ciò che ti fa soffrire, di capire davvero che posto hanno nella tua vita queste relazioni, cosa risvegliano in te, cosa ancora chiedono. Solo da lì può nascere un passaggio autentico, verso una vita piena, scelta, soddisfacente.
Hai già fatto un passo grande mettendo in parole tutto questo. C’è materiale prezioso su cui lavorare, ma sento – e spero tu possa sentirlo anche tu – che da qui può iniziare un cammino che ti renderà davvero forte, non perché non soffri più, ma perché saprai cosa farne di quel dolore.
Un abbraccio e un grande in bocca al lupo.
Carissima
grazie per aver condiviso questi tuoi stati d'animo, le tue ferite stanno ancora sanguinando purtroppo. Spesso è proprio all'interno del nucleo famigliare di origine che partono le nostre certezze o incertezze, le nostre gioie o i nostri dolori. Impariamo da lì come amare ed essere amati. Molto probabilmente hai portato nel rapporto col cibo la tua sofferenza emotiva, il tuo bisogno, naturale e sacrosanto, di sentirti amata come persona, come figlia, di vivere serena come meriteresti.
Mi sento di consigliarti di cominciare un percorso per far uscire tutto il tuo dolore e poter ricominciare da capo, senza tutto questo dolore che in qualche modo ti imprigiona.
Ti auguro il meglio
grazie per aver condiviso questi tuoi stati d'animo, le tue ferite stanno ancora sanguinando purtroppo. Spesso è proprio all'interno del nucleo famigliare di origine che partono le nostre certezze o incertezze, le nostre gioie o i nostri dolori. Impariamo da lì come amare ed essere amati. Molto probabilmente hai portato nel rapporto col cibo la tua sofferenza emotiva, il tuo bisogno, naturale e sacrosanto, di sentirti amata come persona, come figlia, di vivere serena come meriteresti.
Mi sento di consigliarti di cominciare un percorso per far uscire tutto il tuo dolore e poter ricominciare da capo, senza tutto questo dolore che in qualche modo ti imprigiona.
Ti auguro il meglio
Accade che certe ferite non scompaiano davvero, ma restino in silenzio finché un episodio, una parola, una tensione familiare le riapre come se fossero appena nate. Nel suo racconto emerge un punto importante: lei ha ricostruito la sua vita con grande forza, ha ritrovato la possibilità di mangiare, di sentirsi viva, di guardarsi allo specchio riconoscendo qualcosa di suo. Ma quando entra in gioco la relazione con i suoi genitori, qualcosa vacilla, come se quelle parti antiche della sua sofferenza tornassero a reclamare attenzione. Il rischio qui è credere che tutto dipenda da loro, o che il valore che sente di avere vada misurato sulle risposte che non ha mai ricevuto. Ma qualcuno che cresce in un ambiente emotivamente povero spesso impara presto che, per non soffocare, deve tagliare fuori la fame, la fame di cura, di parola, di riconoscimento e il corpo diventa il luogo dove questa mancanza si scrive. Lei dà per scontato che oggi la sua rabbia significhi “diventare cattiva”, ma la rabbia, quando arriva così, è la traccia di un limite oltre il quale non può più pretendere da sé di essere quella che comprende tutto. E anche l’idea di “punire” i suoi genitori andrebbe guardata meglio: più che una vendetta, sembra la risposta di chi ha portato dentro troppo a lungo il peso di un ruolo che non era il suo, quello di capire, di contenere, di mantenere un equilibrio che gli adulti non sono stati in grado di garantire. C’è un’altra cosa che vale la pena interrogare: il timore di “tornare a non mangiare” non è solo la paura di un sintomo, ma il segnale che sentire troppo la mette a rischio. È come se, quando l’emozione diventa troppo intensa, lei temesse di dover ricorrere agli stessi vecchi modi per proteggerla. Nel percorso che propongo, l’attenzione è rivolta proprio a questi punti dove il corpo e la parola si intrecciano: il disagio che sente non va eliminato, ma ascoltato, perché lì si trova la possibilità di separare ciò che è suo da ciò che, per anni, ha dovuto sorreggere al posto degli altri. Questo tipo di lavoro permette di fare spazio a un modo nuovo di stare nella relazione, senza essere travolta da ciò che la famiglia non ha saputo darle e senza chiudere di nuovo la porta su di sé.
Se lo desidera, può contattarmi: troverà un luogo in cui le sue emozioni potranno avere voce senza essere giudicate, un ambiente stabile e rispettoso in cui dare forma a ciò che oggi la fa soffrire.
Con un saluto sincero, dottoressa Laura Lanocita.
Se lo desidera, può contattarmi: troverà un luogo in cui le sue emozioni potranno avere voce senza essere giudicate, un ambiente stabile e rispettoso in cui dare forma a ciò che oggi la fa soffrire.
Con un saluto sincero, dottoressa Laura Lanocita.
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