Salve. Sono sicuro al 99% di rientrare nei criteri necessari per avere una diagnosi di disturbo narc
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Salve. Sono sicuro al 99% di rientrare nei criteri necessari per avere una diagnosi di disturbo narcisistico di personalità. Sono seguito da anni da uno psicoterapeuta che, sebbene abbia già ampiamente riconosciuto in me la presenza di tratti narcisistici, non mi ha mai ufficialmente diagnosticato un disturbo vero e proprio. Tempo fa gli chiesi se secondo lui ci fossero i criteri necessari per avere una diagnosi di disturbo narcisistico di personalità e lui mi rispose che non era ancora il momento per fare una diagnosi specifica perché ho un quadro di personalità che presenta una moltitudine di tratti di svariati disturbi di personalità e non solo di quello narcisistico. Sono passati mesi da quando glielo chiesi e nel frattempo il quadro si è ulteriormente aggravato. La mia domanda è: dal momento che presento tutti i criteri necessari per una diagnosi di disturbo narcisistico di personalità questa non dovrebbe essere automatica, a prescindere dalla presenza o meno di altri eventuali disturbi? Come paziente, posso "pretendere" una valutazione diagnostica o è una cosa che dipende solo ed esclusivamente dai tempi/volontà del terapeuta? A volte ho come la sensazione che il mio teraputa eviti di proposito di parlare di diagnosi, forse perché teme che io identificarmi col disturbo o qualcosa del genere. Grazie in anticipo per eventuali risposte.
Buongiorno, in ottica clinica la diagnosi non è mai un automatismo matematico: anche se lei riconosce in sé tutti i criteri del DSM (il manuale diagnostico), il terapeuta valuta la personalità come un sistema dinamico e complesso. Se i tratti sono "misti", è probabile che lui stia cercando di evitare una semplificazione diagnostica che rischierebbe di essere riduttiva; nel costruttivismo, infatti, temiamo che una "diagnosi forte" possa cristallizzare il paziente in un'identità rigida ("sono un narcisista"), ostacolando il cambiamento anziché favorirlo. È comprensibile che lei senta il bisogno di una definizione per dare un nome al suo sofferenza, ma la reticenza del suo terapeuta potrebbe non essere "evitamento", quanto piuttosto la scelta di lavorare sul processo (come lei costruisce le relazioni e il senso di sé) invece che sul contenuto (l'etichetta del disturbo). Come paziente, lei ha certamente il diritto di chiedere trasparenza e può "pretendere" una restituzione clinica, ovvero una spiegazione chiara di come il terapeuta vede il suo funzionamento, ma la diagnosi ufficiale resta uno strumento tecnico che il clinico utilizza quando ritiene che possa avere un'utilità terapeutica. Il fatto che lei percepisca un aggravamento è il punto più importante da portare in seduta: non si focalizzi solo sul nome del disturbo, ma comunichi al suo terapeuta che sente il bisogno di una cornice diagnostica per gestire l'angoscia di questo peggioramento. Spesso, dietro la ricerca di una diagnosi "automatica", si nasconde il desiderio legittimo di essere compresi e validati: provi a chiedere al suo terapeuta non solo "cosa ho", ma "come possiamo usare questa definizione per farmi stare meglio?"
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Salve,
la sua domanda è molto profonda e tutt’altro che scontata.
Dal punto di vista tecnico, una diagnosi di **Disturbo Narcisistico di Personalità** non è “automatica” solo perché sono presenti i criteri descrittivi. In psicologia clinica la diagnosi non è un semplice conteggio di sintomi, ma una valutazione complessa che tiene conto di:
* struttura di personalità
* funzionamento relazionale
* stabilità dei tratti nel tempo
* grado di sofferenza e compromissione
* dinamiche difensive sottostanti
Quando il suo terapeuta parla di un “quadro con tratti multipli”, sta probabilmente considerando che la personalità non sempre rientra in una categoria pura, ma può presentare configurazioni più articolate. In questi casi, una diagnosi troppo precoce o troppo rigida rischia di semplificare una realtà più complessa.
Dal punto di vista transpersonale, però, c’è un altro elemento importante: la diagnosi è uno strumento clinico, non un’identità. Può orientare il lavoro terapeutico, ma non definisce l’essenza della persona. A volte il terapeuta sceglie di non cristallizzare subito un’etichetta proprio per non irrigidire il processo, soprattutto se percepisce il rischio che la persona possa identificarsi completamente con quella definizione.
Lei può assolutamente chiedere una valutazione più chiara. Non è una “pretesa”, ma un diritto del paziente poter comprendere il proprio quadro clinico. Tuttavia, la restituzione diagnostica fa parte del processo terapeutico e può avere un tempo che viene valutato anche in base alla fase del lavoro, alla stabilità emotiva e alla funzione che quella diagnosi potrebbe assumere nella relazione terapeutica.
Forse la questione più interessante non è solo “ho o non ho questa diagnosi?”, ma:
* Che cosa rappresenta per me avere quella diagnosi?
* Cosa cambierebbe nel modo in cui mi vedo?
* Mi darebbe sollievo, conferma, paura, identità?
Spesso il bisogno di definizione è anche un bisogno di contenimento, di dare forma a qualcosa che internamente si vive come frammentato o doloroso.
Potrebbe essere molto utile portare apertamente in seduta non solo la richiesta di diagnosi, ma anche il timore che il terapeuta stia evitando l’argomento. La relazione terapeutica è il luogo in cui anche queste percezioni possono essere esplorate.
In definitiva: sì, può chiedere. Ma più che “pretendere” una diagnosi, può aprire uno spazio di dialogo su cosa significhi per lei riceverla.
Resto a disposizione.
la sua domanda è molto profonda e tutt’altro che scontata.
Dal punto di vista tecnico, una diagnosi di **Disturbo Narcisistico di Personalità** non è “automatica” solo perché sono presenti i criteri descrittivi. In psicologia clinica la diagnosi non è un semplice conteggio di sintomi, ma una valutazione complessa che tiene conto di:
* struttura di personalità
* funzionamento relazionale
* stabilità dei tratti nel tempo
* grado di sofferenza e compromissione
* dinamiche difensive sottostanti
Quando il suo terapeuta parla di un “quadro con tratti multipli”, sta probabilmente considerando che la personalità non sempre rientra in una categoria pura, ma può presentare configurazioni più articolate. In questi casi, una diagnosi troppo precoce o troppo rigida rischia di semplificare una realtà più complessa.
Dal punto di vista transpersonale, però, c’è un altro elemento importante: la diagnosi è uno strumento clinico, non un’identità. Può orientare il lavoro terapeutico, ma non definisce l’essenza della persona. A volte il terapeuta sceglie di non cristallizzare subito un’etichetta proprio per non irrigidire il processo, soprattutto se percepisce il rischio che la persona possa identificarsi completamente con quella definizione.
Lei può assolutamente chiedere una valutazione più chiara. Non è una “pretesa”, ma un diritto del paziente poter comprendere il proprio quadro clinico. Tuttavia, la restituzione diagnostica fa parte del processo terapeutico e può avere un tempo che viene valutato anche in base alla fase del lavoro, alla stabilità emotiva e alla funzione che quella diagnosi potrebbe assumere nella relazione terapeutica.
Forse la questione più interessante non è solo “ho o non ho questa diagnosi?”, ma:
* Che cosa rappresenta per me avere quella diagnosi?
* Cosa cambierebbe nel modo in cui mi vedo?
* Mi darebbe sollievo, conferma, paura, identità?
Spesso il bisogno di definizione è anche un bisogno di contenimento, di dare forma a qualcosa che internamente si vive come frammentato o doloroso.
Potrebbe essere molto utile portare apertamente in seduta non solo la richiesta di diagnosi, ma anche il timore che il terapeuta stia evitando l’argomento. La relazione terapeutica è il luogo in cui anche queste percezioni possono essere esplorate.
In definitiva: sì, può chiedere. Ma più che “pretendere” una diagnosi, può aprire uno spazio di dialogo su cosa significhi per lei riceverla.
Resto a disposizione.
La diagnosi non è automatica nel privato. Viene eseguita solo se richiesta, per esempio se lei si dovesse recare in un servizio pubblico come in una ASP o ASL, dedicato alla salute mentale, come il CSM, lamentando i suoi disturbi allora si le faranno un percorso diagnostico nosografico, ovvero una collocazione diagnostica. Nel caso di un professionista privato, un collega psicoterapeuta, si può decidere di non fare diagnosi ma lavorare sugli aspetti necessari al Benessere della persona, senza per forza attribuirgli l' etichetta diagnostica. Mi domando a cosa le serve sapere se lei é un Narcisista? sarei lieta di ricevere una risposta.
Caro utente,
non è necessario avere una diagnosi anche se si rispettano i criteri, soprattutto nel momento in cui potrebbe esserci un quadro patologico complesso in cui sono presenti più disturbi, in questo caso ad esempio quelli di personalità. L'importante, in ogni caso è capire il proprio funzionamento psicologico così da conoscere e contenere eventuali difficoltà riguardanti quello.
Le consiglio in ogni caso di parlarne con il suo terapeuta per quanto riguarda la sua urgenza ad avere una diagnosi e riconoscersi in quella: già tale motivazione potrebbe far venire a galla qualcosa legato alla suo funzionamento.
Un caro saluto
Dott.ssa Claudia Fontanella
non è necessario avere una diagnosi anche se si rispettano i criteri, soprattutto nel momento in cui potrebbe esserci un quadro patologico complesso in cui sono presenti più disturbi, in questo caso ad esempio quelli di personalità. L'importante, in ogni caso è capire il proprio funzionamento psicologico così da conoscere e contenere eventuali difficoltà riguardanti quello.
Le consiglio in ogni caso di parlarne con il suo terapeuta per quanto riguarda la sua urgenza ad avere una diagnosi e riconoscersi in quella: già tale motivazione potrebbe far venire a galla qualcosa legato alla suo funzionamento.
Un caro saluto
Dott.ssa Claudia Fontanella
Gentilissimo, grazie per aver condiviso la sua riflessione.
È molto comune, quando ci si riconosce in alcuni criteri diagnostici, il desiderio e volte proprio il bisogno di essere definiti chiaramente in una categoria per fare ordine.
Tuttavia la diagnosi di personalità non è una semplice check-list ma vengono valutati molti aspetti dell'individuo, che proprio per questo motivo si muovono su dimensioni complesse.
La diagnosi non è solo un’etichetta descrittiva, ma qualcosa che entra nella costruzione dell’identità del paziente e nella dinamica terapeutica.
Lei è legittimato , come paziente, a chiedere una valutazione più esplicita e discutere apertamente il bisogno di chiarezza: non è una “pretesa”, ma parte del lavoro.
Forse il suo terapeuta non sta evitando l'argomento ma cerca di tenere a mente molti aspetti di lei che contribuiscono a non incasellarla in una etichetta diagnostica.
Potrebbe essere utile interrogarsi insieme su cosa significherebbe per lei ricevere formalmente quella diagnosi: sollievo? timore? identificazione?
Si confronti ulteriormente con il suo terapeuta e valutate insieme i significati che emergono.
Le auguro il meglio,
Dott. Daniele Migliore
È molto comune, quando ci si riconosce in alcuni criteri diagnostici, il desiderio e volte proprio il bisogno di essere definiti chiaramente in una categoria per fare ordine.
Tuttavia la diagnosi di personalità non è una semplice check-list ma vengono valutati molti aspetti dell'individuo, che proprio per questo motivo si muovono su dimensioni complesse.
La diagnosi non è solo un’etichetta descrittiva, ma qualcosa che entra nella costruzione dell’identità del paziente e nella dinamica terapeutica.
Lei è legittimato , come paziente, a chiedere una valutazione più esplicita e discutere apertamente il bisogno di chiarezza: non è una “pretesa”, ma parte del lavoro.
Forse il suo terapeuta non sta evitando l'argomento ma cerca di tenere a mente molti aspetti di lei che contribuiscono a non incasellarla in una etichetta diagnostica.
Potrebbe essere utile interrogarsi insieme su cosa significherebbe per lei ricevere formalmente quella diagnosi: sollievo? timore? identificazione?
Si confronti ulteriormente con il suo terapeuta e valutate insieme i significati che emergono.
Le auguro il meglio,
Dott. Daniele Migliore
Gentilissimo,
La valutazione diagnostica non è un percorso rapido e "automatico", in quanto questa è il frutto di un insieme di variabili in gioco. Per questo motivo, le tempistiche possono variare per ciascun paziente e per ciascun professionista.
La questione da lei posta, tuttavia, mi fa sorgere delle domande: in primis, come mai lei è così sicuro di rientrare in questo quadro diagnostico, al punto da mettere in dubbio il suo terapeuta? Ancora, come mai per lei è così importante ricevere la diagnosi? Infine, l'obiettivo del suo percorso è esclusivamente quello di ricevere una diagnosi o di lavorare su se stesso?
Senza dubbio lei ha il diritto di richiedere la valutazione psicologica, ma questo suo diritto deve necessariamente fare i conti con il diritto del professionista di scegliere il processo che ritiene più opportuno e le tempistiche di cui necessita per svolgere al meglio il suo lavoro. È di sicuro meglio prendersi del tempo per fare una corretta valutazione, piuttosto che farne una frettolosamente che potrebbe rivelarsi errata.
Se posso permettermi un suggerimento, faccia serenamente il suo percorso, prescindendo dalla diagnosi che potrebbe ricevere.
Cordiali saluti.
La valutazione diagnostica non è un percorso rapido e "automatico", in quanto questa è il frutto di un insieme di variabili in gioco. Per questo motivo, le tempistiche possono variare per ciascun paziente e per ciascun professionista.
La questione da lei posta, tuttavia, mi fa sorgere delle domande: in primis, come mai lei è così sicuro di rientrare in questo quadro diagnostico, al punto da mettere in dubbio il suo terapeuta? Ancora, come mai per lei è così importante ricevere la diagnosi? Infine, l'obiettivo del suo percorso è esclusivamente quello di ricevere una diagnosi o di lavorare su se stesso?
Senza dubbio lei ha il diritto di richiedere la valutazione psicologica, ma questo suo diritto deve necessariamente fare i conti con il diritto del professionista di scegliere il processo che ritiene più opportuno e le tempistiche di cui necessita per svolgere al meglio il suo lavoro. È di sicuro meglio prendersi del tempo per fare una corretta valutazione, piuttosto che farne una frettolosamente che potrebbe rivelarsi errata.
Se posso permettermi un suggerimento, faccia serenamente il suo percorso, prescindendo dalla diagnosi che potrebbe ricevere.
Cordiali saluti.
Buongiorno, le diagnosi sono estremamente complesse perchè la mente è estremamente complessa e con molteplici sfaccettature. Se il suo terapista non è ancora riuscito ad inquadrare la sua personalità è perchè probabilmente sta valutando tutti gli altri aspetti/tratti/disturbi. Ma la mia domanda è, perchè lei vuole avere una diagnosi di disturbo narcisistico di personalità? Avere tratti narcisistici non significa avere un disturbo narcisistico di personalità. Provi a non etichettarsi e segua il percorso psicoterapeutico con l'unico obiettivo di conoscere sè stesso e capire come ritrovare il suo benessere psicologico, forse le cose potrebbero cambiare in meglio.
Un altro consiglio, le diagnosi del web sono lontanissime dalle valutazioni dei professionisti. Inoltre, se per una serie di situazioni ha perso fiducia nel suo terapista può sempre valutare di cambiarlo, ma quello che più conta è il porre il suo benessere in primo piano indipendentemente dall'avere o meno una diagnosi. Cordiali saluti.
Un altro consiglio, le diagnosi del web sono lontanissime dalle valutazioni dei professionisti. Inoltre, se per una serie di situazioni ha perso fiducia nel suo terapista può sempre valutare di cambiarlo, ma quello che più conta è il porre il suo benessere in primo piano indipendentemente dall'avere o meno una diagnosi. Cordiali saluti.
Comprendo perfettamente il senso di frustrazione che provi nel sentirti sospeso in una sorta di limbo diagnostico, specialmente quando senti che dare un nome preciso a ciò che vivi sia il passaggio fondamentale per comprendere il tuo malessere e la sua evoluzione. La tua esigenza di chiarezza è legittima: avere una diagnosi ufficiale può essere percepito come il possesso di una mappa che finalmente spiega il territorio impervio che stai attraversando, riducendo l'incertezza e il senso di confusione che accompagna un quadro clinico che senti aggravarsi.
Nella pratica clinica, tuttavia, la diagnosi non è sempre un automatismo basato sulla semplice somma di criteri presenti in un manuale come il DSM-5, specialmente quando ci muoviamo nell'ambito dei disturbi di personalità. Spesso i tratti di diversi disturbi si sovrappongono in quello che definiamo un quadro "misto" o "struttura di personalità", ed è possibile che il tuo terapeuta ritenga che etichettarti con una singola categoria sia riduttivo rispetto alla complessità del tuo funzionamento. La scelta di non formalizzare subito una diagnosi specifica di Disturbo Narcisistico può derivare dalla volontà di non "cristallizzare" la tua identità attorno a un'etichetta che, a volte, rischia di diventare una profezia che si autoavvera o un ostacolo al cambiamento terapeutico, privilegiando invece il lavoro sui singoli meccanismi che ti fanno soffrire.
Al tempo stesso, come paziente hai il pieno diritto di richiedere trasparenza sul tuo percorso e di esprimere chiaramente il bisogno di una valutazione diagnostica formale. La relazione terapeutica si basa su un'alleanza in cui il tuo sentire deve trovare spazio: se percepisci che il tema venga evitato "di proposito", questo diventa un materiale prezioso da portare in seduta. Esplicitare il tuo desiderio di una diagnosi non è solo una pretesa legittima, ma un atto di partecipazione attiva alla tua cura che può aiutare il professionista a comprendere quanto, in questo momento, la definizione clinica sia per te uno strumento di stabilità e non un limite.
Potrebbe essere utile approfondire insieme come questa ricerca di una definizione certa si intrecci con il tuo bisogno di controllo e con la percezione di peggioramento che senti in questo periodo; se ti va, potremmo fissare un colloquio per analizzare queste dinamiche e capire come comunicare in modo ancora più efficace i tuoi bisogni all'interno del tuo percorso terapeutico.
Nella pratica clinica, tuttavia, la diagnosi non è sempre un automatismo basato sulla semplice somma di criteri presenti in un manuale come il DSM-5, specialmente quando ci muoviamo nell'ambito dei disturbi di personalità. Spesso i tratti di diversi disturbi si sovrappongono in quello che definiamo un quadro "misto" o "struttura di personalità", ed è possibile che il tuo terapeuta ritenga che etichettarti con una singola categoria sia riduttivo rispetto alla complessità del tuo funzionamento. La scelta di non formalizzare subito una diagnosi specifica di Disturbo Narcisistico può derivare dalla volontà di non "cristallizzare" la tua identità attorno a un'etichetta che, a volte, rischia di diventare una profezia che si autoavvera o un ostacolo al cambiamento terapeutico, privilegiando invece il lavoro sui singoli meccanismi che ti fanno soffrire.
Al tempo stesso, come paziente hai il pieno diritto di richiedere trasparenza sul tuo percorso e di esprimere chiaramente il bisogno di una valutazione diagnostica formale. La relazione terapeutica si basa su un'alleanza in cui il tuo sentire deve trovare spazio: se percepisci che il tema venga evitato "di proposito", questo diventa un materiale prezioso da portare in seduta. Esplicitare il tuo desiderio di una diagnosi non è solo una pretesa legittima, ma un atto di partecipazione attiva alla tua cura che può aiutare il professionista a comprendere quanto, in questo momento, la definizione clinica sia per te uno strumento di stabilità e non un limite.
Potrebbe essere utile approfondire insieme come questa ricerca di una definizione certa si intrecci con il tuo bisogno di controllo e con la percezione di peggioramento che senti in questo periodo; se ti va, potremmo fissare un colloquio per analizzare queste dinamiche e capire come comunicare in modo ancora più efficace i tuoi bisogni all'interno del tuo percorso terapeutico.
Capisco il suo desiderio di avere una diagnosi chiara: può sembrare un modo per orientarsi meglio e dare un nome a ciò che sta vivendo. Allo stesso tempo, le diagnosi possono diventare anche qualcosa che ci porta a vedere solo alcuni aspetti di noi, rischiando di lasciarne in ombra altri. Sono strumenti utili quando servono a facilitare il dialogo tra professionisti o a orientare una presa in carico, ma non sempre restituiscono la complessità di una persona e delle sue modalità relazionali.
Nella mia pratica clinica considero la diagnosi come una mappa possibile, non come un confine. Può offrire un’indicazione, ma non esaurisce mai la comprensione di ciò che accade dentro una relazione terapeutica. Per me è spesso più importante esplorare i significati, le dinamiche e gli affetti che si attivano, piuttosto che fermarsi a un’etichetta. Anche i dubbi, le perplessità o le critiche che emergono rispetto al terapeuta o al percorso non sono ostacoli: possono diventare materiale prezioso, perché parlano sia della relazione in corso sia delle modalità con cui lei si rapporta agli altri nella sua vita.
Per questo credo possa essere molto utile portare apertamente questa sua esigenza al suo terapeuta. Non solo per avere chiarimenti sulla diagnosi, ma per condividere ciò che questa richiesta rappresenta per lei in questo momento. Parlare insieme di questi vissuti può rafforzare l’alleanza terapeutica e aprire uno spazio di lavoro ancora più autentico, al servizio della comprensione dei suoi bisogni e dei suoi affetti più profondi.
Nella mia pratica clinica considero la diagnosi come una mappa possibile, non come un confine. Può offrire un’indicazione, ma non esaurisce mai la comprensione di ciò che accade dentro una relazione terapeutica. Per me è spesso più importante esplorare i significati, le dinamiche e gli affetti che si attivano, piuttosto che fermarsi a un’etichetta. Anche i dubbi, le perplessità o le critiche che emergono rispetto al terapeuta o al percorso non sono ostacoli: possono diventare materiale prezioso, perché parlano sia della relazione in corso sia delle modalità con cui lei si rapporta agli altri nella sua vita.
Per questo credo possa essere molto utile portare apertamente questa sua esigenza al suo terapeuta. Non solo per avere chiarimenti sulla diagnosi, ma per condividere ciò che questa richiesta rappresenta per lei in questo momento. Parlare insieme di questi vissuti può rafforzare l’alleanza terapeutica e aprire uno spazio di lavoro ancora più autentico, al servizio della comprensione dei suoi bisogni e dei suoi affetti più profondi.
Salve,
La sua domanda è molto lucida e tocca un punto delicato del lavoro clinico: la differenza tra tratti di personalità e diagnosi di disturbo di personalità.
Il fatto di riconoscersi in molti criteri descritti nei manuali diagnostici non rende automaticamente “obbligatoria” una diagnosi formale. Nei disturbi di personalità, infatti, non conta solo la presenza dei criteri, ma anche:
la pervasività nel tempo e nei contesti di vita;
il livello di compromissione del funzionamento (relazionale, lavorativo, affettivo);
la stabilità del quadro;
l’eventuale presenza di tratti sovrapposti ad altri assetti di personalità.
È piuttosto frequente che una persona presenti una costellazione di tratti appartenenti a diversi funzionamenti di personalità. In questi casi, formulare una diagnosi troppo presto può risultare riduttivo o fuorviante rispetto alla complessità del quadro.
Lei chiede se può “pretendere” una valutazione diagnostica. In terapia non si tratta di pretendere, ma di poter esprimere un bisogno legittimo di chiarezza. Ha pieno diritto di chiedere al suo terapeuta:
Quali sono le sue ipotesi diagnostiche attuali;
Cosa manca, secondo lui, per arrivare a una definizione più strutturata;
Quale funzione avrebbe (o non avrebbe) una diagnosi nel percorso terapeutico.
È anche possibile che il suo terapeuta sia prudente per evitare un processo di identificazione rigida con un’etichetta. In alcuni casi, soprattutto quando sono presenti tratti narcisistici significativi, la diagnosi può diventare un elemento attorno a cui organizzare l’identità, rinforzando dinamiche già esistenti. Ma questo è un tema che andrebbe affrontato apertamente in seduta, non ipotizzato.
Le suggerirei di portare direttamente in terapia questa sua preoccupazione, magari formulandola così:
"Ho bisogno di capire se esiste per me una diagnosi strutturata e cosa significa per il mio percorso. Mi aiuta a comprendere dove mi trovo."
La diagnosi, in psicoterapia, non è solo un atto tecnico ma anche un atto relazionale e clinico. I tempi non sono arbitrari, ma legati alla complessità del quadro e agli obiettivi del lavoro.
Se il bisogno di definizione è forte, parlarne apertamente può diventare parte integrante del percorso terapeutico e spesso è lì che emergono elementi molto significativi.
Un saluto
La sua domanda è molto lucida e tocca un punto delicato del lavoro clinico: la differenza tra tratti di personalità e diagnosi di disturbo di personalità.
Il fatto di riconoscersi in molti criteri descritti nei manuali diagnostici non rende automaticamente “obbligatoria” una diagnosi formale. Nei disturbi di personalità, infatti, non conta solo la presenza dei criteri, ma anche:
la pervasività nel tempo e nei contesti di vita;
il livello di compromissione del funzionamento (relazionale, lavorativo, affettivo);
la stabilità del quadro;
l’eventuale presenza di tratti sovrapposti ad altri assetti di personalità.
È piuttosto frequente che una persona presenti una costellazione di tratti appartenenti a diversi funzionamenti di personalità. In questi casi, formulare una diagnosi troppo presto può risultare riduttivo o fuorviante rispetto alla complessità del quadro.
Lei chiede se può “pretendere” una valutazione diagnostica. In terapia non si tratta di pretendere, ma di poter esprimere un bisogno legittimo di chiarezza. Ha pieno diritto di chiedere al suo terapeuta:
Quali sono le sue ipotesi diagnostiche attuali;
Cosa manca, secondo lui, per arrivare a una definizione più strutturata;
Quale funzione avrebbe (o non avrebbe) una diagnosi nel percorso terapeutico.
È anche possibile che il suo terapeuta sia prudente per evitare un processo di identificazione rigida con un’etichetta. In alcuni casi, soprattutto quando sono presenti tratti narcisistici significativi, la diagnosi può diventare un elemento attorno a cui organizzare l’identità, rinforzando dinamiche già esistenti. Ma questo è un tema che andrebbe affrontato apertamente in seduta, non ipotizzato.
Le suggerirei di portare direttamente in terapia questa sua preoccupazione, magari formulandola così:
"Ho bisogno di capire se esiste per me una diagnosi strutturata e cosa significa per il mio percorso. Mi aiuta a comprendere dove mi trovo."
La diagnosi, in psicoterapia, non è solo un atto tecnico ma anche un atto relazionale e clinico. I tempi non sono arbitrari, ma legati alla complessità del quadro e agli obiettivi del lavoro.
Se il bisogno di definizione è forte, parlarne apertamente può diventare parte integrante del percorso terapeutico e spesso è lì che emergono elementi molto significativi.
Un saluto
Buongiorno le consiglio di affrontare direttamente con il terapeuta la questione. Effettivamente come gli ha detto il suo terapeuta è possibile che coesistano diversi tratti di diversi disturbi, tanto che nell'ultimo manuale diagnostico ICD-11 non si differenziano più. Le chiederei anche di riflettere perché per lei è così importante avere questa diagnosi?
Gentile utente,
la diagnosi di disturbo di personalità non è automatica anche quando molti criteri sembrano presenti. In clinica si valuta il funzionamento complessivo della persona nel tempo, la stabilità dei tratti e la diagnosi differenziale con altri quadri: quando i tratti sono misti o in evoluzione, alcuni specialisti preferiscono prudenza.
È anche possibile che si stia scegliendo di non enfatizzare l’etichetta diagnostica se ritiene che in questa fase non sia clinicamente utile. La diagnosi, infatti, dovrebbe servire al percorso terapeutico, non diventare un’identità.
Detto questo, lei ha pieno diritto di chiedere apertamente un momento di restituzione diagnostica. Più che “pretendere”, può essere molto utile portare in seduta i suoi dubbi e la sua sensazione che il tema venga evitato.
Un confronto esplicito su questo punto spesso chiarisce molto la situazione e rafforza l'alleanza terapeutica.
Un cordiale saluto.
la diagnosi di disturbo di personalità non è automatica anche quando molti criteri sembrano presenti. In clinica si valuta il funzionamento complessivo della persona nel tempo, la stabilità dei tratti e la diagnosi differenziale con altri quadri: quando i tratti sono misti o in evoluzione, alcuni specialisti preferiscono prudenza.
È anche possibile che si stia scegliendo di non enfatizzare l’etichetta diagnostica se ritiene che in questa fase non sia clinicamente utile. La diagnosi, infatti, dovrebbe servire al percorso terapeutico, non diventare un’identità.
Detto questo, lei ha pieno diritto di chiedere apertamente un momento di restituzione diagnostica. Più che “pretendere”, può essere molto utile portare in seduta i suoi dubbi e la sua sensazione che il tema venga evitato.
Un confronto esplicito su questo punto spesso chiarisce molto la situazione e rafforza l'alleanza terapeutica.
Un cordiale saluto.
Buonasera,
comprendo il bisogno di chiarezza che esprime. Quando si ha la sensazione di riconoscersi pienamente in una descrizione diagnostica, può nascere il desiderio di avere una definizione chiara, quasi “ufficiale”, che dia ordine e senso alla propria esperienza.
In ambito clinico, tuttavia, la diagnosi di un disturbo di personalità non è mai automatica né meramente “criteriale”. Anche quando sembrano presenti tutti i criteri descrittivi, il professionista valuta con attenzione il funzionamento complessivo della persona, la stabilità dei tratti nel tempo, il livello di sofferenza e di compromissione, oltre al contesto relazionale e terapeutico. Talvolta può essere clinicamente opportuno non affrettare una definizione, soprattutto se il quadro è articolato o in evoluzione.
Lei ha pieno diritto di chiedere una valutazione diagnostica e di parlarne apertamente con il suo terapeuta. Non si tratta di “pretendere”, ma di condividere un bisogno. La diagnosi, quando formulata, dovrebbe essere parte di un dialogo trasparente e utile al percorso, non un’etichetta che definisce la persona. Se il terapeuta sceglie prudenza, è importante che le spieghi le ragioni cliniche di questa scelta.
Potrebbe essere prezioso riportare in seduta proprio il vissuto che descrive qui: il timore che si stia evitando il tema e il significato che per lei ha ricevere (o non ricevere) una diagnosi. Spesso è nel confronto su questi aspetti che il lavoro terapeutico si approfondisce.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
comprendo il bisogno di chiarezza che esprime. Quando si ha la sensazione di riconoscersi pienamente in una descrizione diagnostica, può nascere il desiderio di avere una definizione chiara, quasi “ufficiale”, che dia ordine e senso alla propria esperienza.
In ambito clinico, tuttavia, la diagnosi di un disturbo di personalità non è mai automatica né meramente “criteriale”. Anche quando sembrano presenti tutti i criteri descrittivi, il professionista valuta con attenzione il funzionamento complessivo della persona, la stabilità dei tratti nel tempo, il livello di sofferenza e di compromissione, oltre al contesto relazionale e terapeutico. Talvolta può essere clinicamente opportuno non affrettare una definizione, soprattutto se il quadro è articolato o in evoluzione.
Lei ha pieno diritto di chiedere una valutazione diagnostica e di parlarne apertamente con il suo terapeuta. Non si tratta di “pretendere”, ma di condividere un bisogno. La diagnosi, quando formulata, dovrebbe essere parte di un dialogo trasparente e utile al percorso, non un’etichetta che definisce la persona. Se il terapeuta sceglie prudenza, è importante che le spieghi le ragioni cliniche di questa scelta.
Potrebbe essere prezioso riportare in seduta proprio il vissuto che descrive qui: il timore che si stia evitando il tema e il significato che per lei ha ricevere (o non ricevere) una diagnosi. Spesso è nel confronto su questi aspetti che il lavoro terapeutico si approfondisce.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
Buonasera, affronti apertamente col suo psicoterapeuta l'argomento. Una diagnosi può non essere stabile nel tempo e soprattutto nei disturbi di personalità i criteri per confermare o meno una diagnosi sono poco netti. In alcuni aere una diagnosi circoscritta può avere un senso ai fini terapeutici, in altri proprio no. Potrebbe chiedere al suo terapeuta perchè ritiene non necessario farla.
La ringrazio per aver condiviso una riflessione così articolata e personale. Si percepisce quanto per lei sia importante fare chiarezza e dare un nome a ciò che sente di vivere, e questo merita rispetto e attenzione.
Parto da un punto centrale: in ambito clinico, anche quando una persona presenta molti criteri riconducibili al Disturbo narcisistico di personalità, la diagnosi non è mai un automatismo matematico. I criteri diagnostici sono uno strumento orientativo, ma il clinico valuta sempre il funzionamento complessivo della personalità, la storia evolutiva, la pervasività dei tratti, il livello di sofferenza e di compromissione nelle diverse aree di vita. Inoltre, come le ha già detto il suo terapeuta, è molto frequente che il quadro presenti tratti appartenenti a più organizzazioni di personalità: questo non è un “evitare la diagnosi”, ma spesso un modo più accurato e prudente di leggere la complessità della persona.
Può essere utile chiederci: cosa cambierebbe concretamente per lei avere quella diagnosi formale? Quale funzione avrebbe? Sollievo? Conferma? Spiegazione? Giustificazione? Identità? Spesso il bisogno di una definizione chiara nasce dal tentativo di ridurre l’incertezza e contenere l’ansia. Tuttavia, nell’ultima parte del suo messaggio ha colto un punto molto importante: talvolta una diagnosi specifica, precisa ed esplicita può portare la persona a identificarsi con l’etichetta stessa. E questo aspetto emerge anche dal suo racconto, nel bisogno intenso di attribuire i peggioramenti e gli accadimenti proprio al disturbo in sé, come se quel nome potesse spiegare tutto.
Il suo terapeuta potrebbe muoversi con cautela proprio per evitare un effetto di “cristallizzazione identitaria”, cioè il rischio che la diagnosi diventi una definizione totalizzante di sé. In ognuno di noi coesistono vari tratti di personalità: in alcune persone possono essere più marcati, rigidi o disfunzionali, ma restano comunque parti di un sistema più ampio e dinamico. Focalizzarsi esclusivamente sul nome del disturbo può, in alcuni casi, irrigidire ulteriormente il quadro, mentre il lavoro terapeutico tende a concentrarsi su ciò che nel concreto non funziona nella vita quotidiana: relazioni, regolazione emotiva, autostima, gestione delle critiche, senso di vuoto, ecc.
Questo non significa che il suo desiderio sia illegittimo. È assolutamente comprensibile e legittimo voler sapere quali siano i propri tratti di personalità e avere chiarezza diagnostica. La differenza sta nel modo in cui questa informazione viene utilizzata: come strumento di comprensione e cambiamento, oppure come etichetta identitaria che rischia di diventare stigmatizzante e totalizzante.
Alla sua domanda se possa “pretendere” una valutazione diagnostica: più che pretendere, può certamente esprimere in modo aperto e diretto il suo bisogno di chiarezza, chiedendo di dedicare uno spazio specifico in seduta per parlare della diagnosi, del suo significato e delle eventuali implicazioni. Questo confronto, più che la diagnosi in sé, potrebbe essere molto utile per comprendere meglio il suo funzionamento e anche il ruolo che per lei assume il bisogno di definirsi.
Le lascio una domanda che potrebbe essere clinicamente molto interessante: ha bisogno di etichettarsi? E cosa teme accadrebbe se non avesse una definizione precisa? Le risposte a queste domande potrebbero offrire un quadro ancora più chiaro del suo modo di organizzare l’esperienza di sé.
Parto da un punto centrale: in ambito clinico, anche quando una persona presenta molti criteri riconducibili al Disturbo narcisistico di personalità, la diagnosi non è mai un automatismo matematico. I criteri diagnostici sono uno strumento orientativo, ma il clinico valuta sempre il funzionamento complessivo della personalità, la storia evolutiva, la pervasività dei tratti, il livello di sofferenza e di compromissione nelle diverse aree di vita. Inoltre, come le ha già detto il suo terapeuta, è molto frequente che il quadro presenti tratti appartenenti a più organizzazioni di personalità: questo non è un “evitare la diagnosi”, ma spesso un modo più accurato e prudente di leggere la complessità della persona.
Può essere utile chiederci: cosa cambierebbe concretamente per lei avere quella diagnosi formale? Quale funzione avrebbe? Sollievo? Conferma? Spiegazione? Giustificazione? Identità? Spesso il bisogno di una definizione chiara nasce dal tentativo di ridurre l’incertezza e contenere l’ansia. Tuttavia, nell’ultima parte del suo messaggio ha colto un punto molto importante: talvolta una diagnosi specifica, precisa ed esplicita può portare la persona a identificarsi con l’etichetta stessa. E questo aspetto emerge anche dal suo racconto, nel bisogno intenso di attribuire i peggioramenti e gli accadimenti proprio al disturbo in sé, come se quel nome potesse spiegare tutto.
Il suo terapeuta potrebbe muoversi con cautela proprio per evitare un effetto di “cristallizzazione identitaria”, cioè il rischio che la diagnosi diventi una definizione totalizzante di sé. In ognuno di noi coesistono vari tratti di personalità: in alcune persone possono essere più marcati, rigidi o disfunzionali, ma restano comunque parti di un sistema più ampio e dinamico. Focalizzarsi esclusivamente sul nome del disturbo può, in alcuni casi, irrigidire ulteriormente il quadro, mentre il lavoro terapeutico tende a concentrarsi su ciò che nel concreto non funziona nella vita quotidiana: relazioni, regolazione emotiva, autostima, gestione delle critiche, senso di vuoto, ecc.
Questo non significa che il suo desiderio sia illegittimo. È assolutamente comprensibile e legittimo voler sapere quali siano i propri tratti di personalità e avere chiarezza diagnostica. La differenza sta nel modo in cui questa informazione viene utilizzata: come strumento di comprensione e cambiamento, oppure come etichetta identitaria che rischia di diventare stigmatizzante e totalizzante.
Alla sua domanda se possa “pretendere” una valutazione diagnostica: più che pretendere, può certamente esprimere in modo aperto e diretto il suo bisogno di chiarezza, chiedendo di dedicare uno spazio specifico in seduta per parlare della diagnosi, del suo significato e delle eventuali implicazioni. Questo confronto, più che la diagnosi in sé, potrebbe essere molto utile per comprendere meglio il suo funzionamento e anche il ruolo che per lei assume il bisogno di definirsi.
Le lascio una domanda che potrebbe essere clinicamente molto interessante: ha bisogno di etichettarsi? E cosa teme accadrebbe se non avesse una definizione precisa? Le risposte a queste domande potrebbero offrire un quadro ancora più chiaro del suo modo di organizzare l’esperienza di sé.
Gentile Utente,
la sua domanda è molto interessante e denota un livello di riflessione non scontato.
Parto da un punto centrale: in ambito clinico la diagnosi di un disturbo di personalità non è mai un automatismo matematico basato solo sulla presenza dei criteri descrittivi. I manuali diagnostici offrono linee guida, ma la valutazione tiene conto di diversi aspetti: stabilità nel tempo, pervasività dei tratti, livello di funzionamento, sofferenza soggettiva, qualità delle relazioni, eventuali comorbilità e, soprattutto, struttura complessiva della personalità.
Quando il suo terapeuta le dice che il suo è un quadro con “molteplicità di tratti”, sta probabilmente cercando di restituirle una visione più complessa e meno riduttiva di sé. Molte persone presentano tratti narcisistici anche marcati senza che questo si traduca necessariamente in un disturbo strutturato e unitario. La personalità raramente è “pura” o incasellabile in modo netto.
C’è poi un altro elemento importante: la diagnosi, soprattutto nei disturbi di personalità, non è solo un’etichetta descrittiva, ma un atto clinico che può avere un impatto sull’identità del paziente. Se lei stesso ipotizza che il terapeuta possa temere un’identificazione con la diagnosi, significa che questo tema è già vivo nella relazione terapeutica. E questo, più che un ostacolo, potrebbe essere materiale prezioso da esplorare insieme.
Lei chiede se può “pretendere” una valutazione diagnostica. Ha certamente il diritto di chiedere chiarezza e di discutere apertamente del suo inquadramento clinico. Tuttavia, i tempi e le modalità della formulazione diagnostica fanno parte della responsabilità clinica del terapeuta, che deve valutare non solo “se” fare una diagnosi, ma anche “quando” e “come” restituirla.
Forse la questione più profonda non è solo sapere se rientra o meno in un disturbo narcisistico di personalità, ma capire cosa rappresenta per lei questa diagnosi.
Le darebbe sollievo? Le darebbe una spiegazione? Le darebbe un’identità più definita? Oppure confermerebbe un timore?
Potrebbe essere utile riportare in seduta esattamente quello che ha scritto qui: il dubbio, la sensazione che il quadro si sia aggravato, il bisogno di chiarezza e anche il sospetto che il tema venga evitato. Spesso è proprio in questi passaggi che il lavoro terapeutico fa un salto di qualità.
In definitiva, non si tratta solo di stabilire se i criteri siano soddisfatti, ma di comprendere la struttura e il funzionamento della sua personalità in modo utile al cambiamento. E questo, talvolta, richiede tempi che non coincidono con il bisogno immediato di definizione.
Resto disponibile per ulteriori approfondimenti.
Un caro saluto, dott.ssa Martina Veracini
Psicologa (Empoli e Online)
la sua domanda è molto interessante e denota un livello di riflessione non scontato.
Parto da un punto centrale: in ambito clinico la diagnosi di un disturbo di personalità non è mai un automatismo matematico basato solo sulla presenza dei criteri descrittivi. I manuali diagnostici offrono linee guida, ma la valutazione tiene conto di diversi aspetti: stabilità nel tempo, pervasività dei tratti, livello di funzionamento, sofferenza soggettiva, qualità delle relazioni, eventuali comorbilità e, soprattutto, struttura complessiva della personalità.
Quando il suo terapeuta le dice che il suo è un quadro con “molteplicità di tratti”, sta probabilmente cercando di restituirle una visione più complessa e meno riduttiva di sé. Molte persone presentano tratti narcisistici anche marcati senza che questo si traduca necessariamente in un disturbo strutturato e unitario. La personalità raramente è “pura” o incasellabile in modo netto.
C’è poi un altro elemento importante: la diagnosi, soprattutto nei disturbi di personalità, non è solo un’etichetta descrittiva, ma un atto clinico che può avere un impatto sull’identità del paziente. Se lei stesso ipotizza che il terapeuta possa temere un’identificazione con la diagnosi, significa che questo tema è già vivo nella relazione terapeutica. E questo, più che un ostacolo, potrebbe essere materiale prezioso da esplorare insieme.
Lei chiede se può “pretendere” una valutazione diagnostica. Ha certamente il diritto di chiedere chiarezza e di discutere apertamente del suo inquadramento clinico. Tuttavia, i tempi e le modalità della formulazione diagnostica fanno parte della responsabilità clinica del terapeuta, che deve valutare non solo “se” fare una diagnosi, ma anche “quando” e “come” restituirla.
Forse la questione più profonda non è solo sapere se rientra o meno in un disturbo narcisistico di personalità, ma capire cosa rappresenta per lei questa diagnosi.
Le darebbe sollievo? Le darebbe una spiegazione? Le darebbe un’identità più definita? Oppure confermerebbe un timore?
Potrebbe essere utile riportare in seduta esattamente quello che ha scritto qui: il dubbio, la sensazione che il quadro si sia aggravato, il bisogno di chiarezza e anche il sospetto che il tema venga evitato. Spesso è proprio in questi passaggi che il lavoro terapeutico fa un salto di qualità.
In definitiva, non si tratta solo di stabilire se i criteri siano soddisfatti, ma di comprendere la struttura e il funzionamento della sua personalità in modo utile al cambiamento. E questo, talvolta, richiede tempi che non coincidono con il bisogno immediato di definizione.
Resto disponibile per ulteriori approfondimenti.
Un caro saluto, dott.ssa Martina Veracini
Psicologa (Empoli e Online)
Buongiorno,
Capisco il bisogno di avere una risposta chiara. Quando ci si riconosce nei criteri di un disturbo di personalità può nascere l’urgenza di sapere “con certezza” dove ci si colloca.
In clinica, però, la diagnosi di personalità non è mai del tutto automatica. Non dipende solo dalla presenza dei criteri descrittivi, ma dal funzionamento complessivo della persona, dalla stabilità nel tempo e dal livello di integrazione dell’identità.
A volte un terapeuta può scegliere di non formalizzare subito una diagnosi perché ritiene più utile lavorare sul funzionamento e sulla sofferenza, evitando che l’etichetta diventi qualcosa con cui identificarsi rigidamente.
È comunque legittimo portare apertamente in seduta il suo bisogno di una valutazione più definita. Spesso la domanda sulla diagnosi è già parte del lavoro terapeutico.
Capisco il bisogno di avere una risposta chiara. Quando ci si riconosce nei criteri di un disturbo di personalità può nascere l’urgenza di sapere “con certezza” dove ci si colloca.
In clinica, però, la diagnosi di personalità non è mai del tutto automatica. Non dipende solo dalla presenza dei criteri descrittivi, ma dal funzionamento complessivo della persona, dalla stabilità nel tempo e dal livello di integrazione dell’identità.
A volte un terapeuta può scegliere di non formalizzare subito una diagnosi perché ritiene più utile lavorare sul funzionamento e sulla sofferenza, evitando che l’etichetta diventi qualcosa con cui identificarsi rigidamente.
È comunque legittimo portare apertamente in seduta il suo bisogno di una valutazione più definita. Spesso la domanda sulla diagnosi è già parte del lavoro terapeutico.
Salve, mi chiedevo come mai abbia questo tipo di curiosità e cosa comporterebbe per lei avere questa definizione. Sono dell’idea che ogni persona abbiamo un suo funzionamento e l’obiettivo della terapia sia esserne consapevoli per poter decidere di cambiarlo o meno, quindi il dubbio era se è una mera curiosità o se non pensa di star ricevendo un trattamento che funzioni per lei. Mi piacerebbe avere qualche informazione in più. Resto a disposizione.
Dr.ssa Fabiola Russo
Dr.ssa Fabiola Russo
Buongiorno, la ringrazio per la chiarezza con cui espone il suo dubbio. Si percepisce che per lei la questione della diagnosi non è una semplice etichetta, ma qualcosa di importante, forse legato al bisogno di avere una definizione precisa, un nome che organizzi ciò che sente e che vive. Parto da un punto fondamentale. Una diagnosi non è un automatismo matematico. Anche quando una persona riconosce in sé molti criteri descrittivi di un disturbo, la valutazione clinica non si limita a spuntare una lista. Viene considerato il funzionamento complessivo della persona, la stabilità dei tratti nel tempo, il livello di sofferenza, l’impatto sulle relazioni e sul lavoro, la presenza di altri aspetti della personalità che possono modificare il quadro. È possibile che il suo terapeuta stia vedendo una struttura più complessa, in cui tratti narcisistici convivono con altre caratteristiche, rendendo meno utile o meno urgente una definizione rigida. Comprendo però la sua sensazione. Quando si è quasi certi di rientrare in una categoria diagnostica, il fatto che questa non venga formalizzata può essere vissuto come evitamento o come una mancata validazione. Può nascere il pensiero che il terapeuta stia trattenendo qualcosa o che non voglia dirle la verità. È importante distinguere tra ciò che lei immagina e ciò che effettivamente accade nella relazione terapeutica. A volte il bisogno di una diagnosi può avere anche una funzione psicologica precisa: dare un’identità chiara, spiegare il dolore, o persino confermare un’immagine di sé coerente con il proprio modo di vedersi. Lei chiede se può pretendere una valutazione diagnostica. In terapia non si tratta di pretendere, ma sicuramente ha il diritto di chiedere chiarimenti. Può riportare apertamente questa sua sensazione, anche il timore che il terapeuta stia evitando l’argomento. La relazione terapeutica è uno spazio in cui anche questi dubbi fanno parte del lavoro. Anzi, il modo in cui il terapeuta risponderà potrà darle informazioni importanti sul perché stia scegliendo un certo approccio. C’è anche un altro aspetto da considerare. Talvolta focalizzarsi molto sull’etichetta rischia di diventare una modalità per controllare l’incertezza. Sapere con esattezza “che cosa sono” può dare un senso di stabilità. Ma in terapia spesso l’obiettivo principale non è stabilire un nome, bensì comprendere i meccanismi che generano sofferenza e lavorare su quelli. Se il suo quadro, come le è stato detto, presenta tratti molteplici, può essere clinicamente più utile lavorare sui pattern relazionali, sulle modalità di regolazione emotiva e sull’autostima piuttosto che fissarsi su una categoria unica. Il fatto che lei percepisca un aggravamento del quadro è un elemento importante da portare in seduta. Più che chiedersi se la diagnosi debba essere automatica, può essere utile esplorare cosa sta peggiorando, in quali contesti, con quali pensieri ed emozioni. Questo rende il lavoro concreto e orientato al cambiamento. La sensazione che il terapeuta eviti la diagnosi per timore che lei si identifichi con il disturbo è una ipotesi. Può essere vera oppure no. L’unico modo per verificarla è parlarne apertamente. In una buona relazione terapeutica c’è spazio anche per questo tipo di confronto. In definitiva, lei ha il diritto di comprendere il percorso che sta facendo e le scelte cliniche che lo guidano. Ma più che trasformare la questione in una contrapposizione tra volontà sua e volontà del terapeuta, potrebbe essere più produttivo viverla come un tema da esplorare insieme, perché anche il modo in cui si rapporta alla diagnosi può dire molto di lei. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno,
è fondamentale in questo caso comprendere quale sia il suo obiettivo nell'ottenere una diagnosi. I criteri standardizzati possono non essere esaustivi nella descrizione della personalità in quanto essa è qualcosa di molto complesso. Al fine del miglioramento del benessere, obiettivo generale della psicoterapia, etichettare con una diagnosi non esaustiva può essere inutile se non controproducente. E' importante piuttosto poter restituire al paziente un quadro che renda il valore e la complessità che lo caratterizza.
Cordialmente,
Dott.ssa Elisa Fiora
è fondamentale in questo caso comprendere quale sia il suo obiettivo nell'ottenere una diagnosi. I criteri standardizzati possono non essere esaustivi nella descrizione della personalità in quanto essa è qualcosa di molto complesso. Al fine del miglioramento del benessere, obiettivo generale della psicoterapia, etichettare con una diagnosi non esaustiva può essere inutile se non controproducente. E' importante piuttosto poter restituire al paziente un quadro che renda il valore e la complessità che lo caratterizza.
Cordialmente,
Dott.ssa Elisa Fiora
Capisco quanto possa essere importante per te avere una risposta chiara. Quando si percepisce di rientrare pienamente nei criteri di un disturbo, l’assenza di una diagnosi esplicita può generare frustrazione o la sensazione di essere “tenuti in sospeso”.
È però utile chiarire un punto: nei disturbi di personalità la diagnosi non è automatica solo perché una persona riconosce in sé tutti i criteri descrittivi. I criteri sono strumenti clinici che richiedono una valutazione approfondita del funzionamento globale della persona, della stabilità nel tempo, dell’impatto nelle diverse aree di vita e della differenziazione rispetto ad altri quadri possibili.
Inoltre, i disturbi di personalità raramente si presentano in forma “pura”: spesso c’è una compresenza di tratti appartenenti a più configurazioni. In questi casi alcuni terapeuti preferiscono lavorare sul funzionamento complessivo prima di cristallizzare un’etichetta diagnostica, soprattutto se ritengono che la diagnosi possa diventare un elemento identitario rigido o poco utile al percorso.
Questo non significa che la tua richiesta non sia legittima. Come paziente hai assolutamente il diritto di chiedere una valutazione diagnostica esplicita, quali criteri secondo il terapeuta sono presenti o meno, quale sia il razionale clinico dietro la scelta di non formalizzare una diagnosi al momento.
Più che “pretendere”, può essere utile portare in seduta proprio ciò che hai scritto qui: il bisogno di chiarezza, il timore che l’argomento venga evitato, il dubbio che ti venga nascosta un’informazione. Anche questo fa parte del lavoro terapeutico.
Un’ultima riflessione: a volte il desiderio di una diagnosi precisa può rispondere a bisogni diversi (dare un nome alla sofferenza, avere conferme, sentirsi compresi, o anche avere una struttura identitaria più definita). Esplorare insieme al terapeuta cosa rappresenterebbe per te ricevere ufficialmente quella diagnosi potrebbe essere molto significativo.
Se senti che il confronto rimane impossibile o poco trasparente, hai sempre la possibilità di chiedere una valutazione psicodiagnostica strutturata o un secondo parere. Questo rientra nei tuoi diritti.
È però utile chiarire un punto: nei disturbi di personalità la diagnosi non è automatica solo perché una persona riconosce in sé tutti i criteri descrittivi. I criteri sono strumenti clinici che richiedono una valutazione approfondita del funzionamento globale della persona, della stabilità nel tempo, dell’impatto nelle diverse aree di vita e della differenziazione rispetto ad altri quadri possibili.
Inoltre, i disturbi di personalità raramente si presentano in forma “pura”: spesso c’è una compresenza di tratti appartenenti a più configurazioni. In questi casi alcuni terapeuti preferiscono lavorare sul funzionamento complessivo prima di cristallizzare un’etichetta diagnostica, soprattutto se ritengono che la diagnosi possa diventare un elemento identitario rigido o poco utile al percorso.
Questo non significa che la tua richiesta non sia legittima. Come paziente hai assolutamente il diritto di chiedere una valutazione diagnostica esplicita, quali criteri secondo il terapeuta sono presenti o meno, quale sia il razionale clinico dietro la scelta di non formalizzare una diagnosi al momento.
Più che “pretendere”, può essere utile portare in seduta proprio ciò che hai scritto qui: il bisogno di chiarezza, il timore che l’argomento venga evitato, il dubbio che ti venga nascosta un’informazione. Anche questo fa parte del lavoro terapeutico.
Un’ultima riflessione: a volte il desiderio di una diagnosi precisa può rispondere a bisogni diversi (dare un nome alla sofferenza, avere conferme, sentirsi compresi, o anche avere una struttura identitaria più definita). Esplorare insieme al terapeuta cosa rappresenterebbe per te ricevere ufficialmente quella diagnosi potrebbe essere molto significativo.
Se senti che il confronto rimane impossibile o poco trasparente, hai sempre la possibilità di chiedere una valutazione psicodiagnostica strutturata o un secondo parere. Questo rientra nei tuoi diritti.
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