Salve è da 15 anni che vado da uno psicoterapeuta che è anche psichiatra. Sono arrivato a questo pun

17 risposte
Salve è da 15 anni che vado da uno psicoterapeuta che è anche psichiatra. Sono arrivato a questo punto: penso che non faccio abbastanza attenzione per esempio per attraversare la strada, e poi immagino un modo per evitare situazioni immaginarie (se qualcuno non mi avesse visto cosa avrei fatto per evitare di essere investito).
Attraverso questi pensieri è come se volessi testare la mia capacità di cavarmela nelle varie situazioni.
Ogni volta che chiedo al terapeuta come risolvere questa mia insicurezza lui mi dice che io penso perché voglio la sicurezza di aver fatto bene, è come se fossi ossessionato dal fatto di poter sbagliare e che questo porti danno a me e/o agli altri.
Per sentirmi più sicuro devo accettare chi sono, la sicurezza viene dalla consapevolezza di essere in grado di fare qualcosa.
Basta iniziare a pensare di non essere poi così tanto male, alla luce di tutti i successi mi porterà ad acquistare sicurezza.

Perché continuare a pensare che valgo non mi sta facendo acquistare sicurezza? Nonostante lo abbia fatto anche da prima che andavo dal dottore.
Quando il terapeuta mi risponde che devo accettare chi sono senza spiegarmi come arrivare a tale risultato mi sembra di parlare con mia mamma, come se con il dottore non riesca mai ad arrivare al dunque.
Forse è il caso di cambiare psicoterapeuta?
Grazie per i chiarimenti.
Dott. Simone Tealdi
Psicologo, Psicoterapeuta, Sessuologo
Torino
Buonasera, la cosa migliore è parlare direttamente di questi dubbi con il suo terapeuta. Con lui vedrà che sarà più semplice decidere cosa fare: se proseguire oppure piuttosto interrompere.
Devo dire che la situazione che descrive sembra un caso che necessita di una terapia CBT.
saluti

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Dott.ssa Elisa Oliveri
Psicoterapeuta, Psicologo
Torino
Caro Anonimo,
quello che lei descrive sembrerebbe riconducibile a una dinamica ansioso-ossessiva.
A quanto lei riporta Il suo terapeuta le direbbe di accettarsi per ciò che è ma non le indicherebbe il modo in cui farlo. Non posso sapere se siano stati fatti dei tentativi e non solo quale approccio utilizzi il suo terapeuta ma sicuramente non dovrebbe rimanere su una consapevolezza di tipo razionale. Se sente che non sta funzionando ne parli con lui e nel caso valuti anche un cambio di percorso dopo 15 anni. Potrebbe forse esserle utile un approccio di tipo cognitivo comportamentale o con utilizzo di EMDR. Le auguro una buona giornata.
Dott.ssa Giulia Solinas
Psicologo, Psicoterapeuta
Quartu Sant'Elena
buonasera, l'autostima e l'autoefficaia si strutturano nel corso della vita in base alle esperienze attraversate e molto di cio appartiene ai nostri primi anni di vita. Nella sua situazione appare chiaro che il suo terapeuta le rimandi di valorizzare cio che lei sa fare ma la sua difficoltà è legata al prestare poca attenzione sopratutto agli eventi positivi che le capitano e sopratutto a quelli che sono direttamente legati al suo agire. Se riuscisse a focalizzare la propria attenzione al presente forse riuscirebbe a cogliere quanto in realtà lei sia capace e adeguato piuttosto che sposatrsi su cio che ancora non è accaduto e che non dipende certamente da lei. Le potrebbe essere utile partecipare a dei percorsi Mindfulness sia al protocollo MBSR di gestione dello stress che un percorso di Self compassion cioè la capacità di guardare a sè stessi con quella umanità che ci accomuna tutti cioè quella parte di imperfezione che ciascuno di noi ha. Inizi da qualcosa e vedrà che le cose potranno avere un altro senso nella sua vita
Dott. Matteo Mossini
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Parma
non necessariamente. Nel senso che effettivamente le ruminazioni ossessive sono uno dei sintomi più resistenti, sia ai farmaci che alla psicoterapia. Detto questo ti consiglierei di lavorare sul fatto, non tanto di pensare di non essere così tanto male, ma di arrivare a credere in te stesso. Solo così non avrai più bisogno di conferme esterne, e interne, e solo così non avrai paura di sbagliare.
Dr. Antonio Rivetti
Psicologo, Psicoterapeuta
San Nicola la Strada
Gentile Utente, la sicurezza di cui scrive passa attraverso un aspetto molto importante: LA FIDUCIA! Dubbi, accuse, paure, preoccupazioni sono il risultato di una sfiducia che ha verso se stesso e la Vita. Cosa sta cercando nel suo Psicoterapeuta? Padre ... Madre ... una figura autoritaria che La rassicuri e Le conferma che sta facendo bene? Stia attento al suo corpo, alle sue emozioni ... tutto ciò che sta cercando è dentro di Lei ... come la Fede che ha perso! Grazie.
Dott.ssa Anna Maria Gentile
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Torretta
Cara sig.ra non basta solo pensare di "valere" bisogna sentirlo di "pancia". Spesso i consigli che vengono dati non sono sufficienti, perché, come giustamente lei afferma, sembra di parlare con mia madre, oppure con un amico. In terapia bisogna lavorare affinché quello che pensiamo di noi stessi ci crediamo realmente, dunque che lo sentiamo dentro di noi. Non le posso dire di cambiare terapeuta ma le posso solo chiedere se il lavoro che sta facendo con questo terapeuta la sta aiutando veramente o sente che quello che fa non è abbastanza. In base alla sua risposta valuti se cambiare terapeuta sia la cosa giusta migliore per lei.
Dott.ssa Fabrizia Agnesone
Psicologo, Psicoterapeuta
Trieste
Buongiorno, grazie per aver fatto una domanda così articolata e interessante. Credo non sia semplice pensare di interrompere un legame terapeutico così importante come quello che ha con lo specialista che la segue da 15 anni. Allo stesso tempo, immagino anche che in un rapporto così lungo alcune dinamiche possano essere cementificate, arrivando ad un punto di immobilità. Penso che sia importante che lei si dica con convinzione di essere capace, ma che sia anche fondamentale comprendere da dove arriva il bisogno di darsi costanti conferme delle proprie capacità, come se la sicurezza di essere in grado di portare a termini dei compiti o delle esperienze in maniera positiva non fosse stata tramandata, per così dire. Queste sono delle riflessioni a mente sciolta, quello che consiglio sempre di fare a chi si trova in un empasse terapeutica è di condividere la sensazione con il terapeuta, per capire insieme come superare un momento di stallo! buona giornata! Fabrizia Agnesone
Dott. Salvatore Augello
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Palermo
alve. Capisco bene la tua frustrazione: tu chiedi “come si fa” e ti senti rispondere “devi accettarti”, che suona giusto ma poco operativo. E dopo 15 anni è normale chiedersi se siete arrivati a un punto morto.
Sul perché “pensare che valgo” non ti dà sicurezza: perché il tuo problema non è una mancanza di autostima “razionale”. È un meccanismo di controllo. Tu immagini scenari (“e se non mi vedeva?”) per ottenere certezza e prevenire il rischio. È come un rituale mentale: ti calma un attimo, ma poi il cervello chiede un altro test. In questi casi ripetersi “valgo” spesso non rompe il circuito, perché il circuito si alimenta con: dubbio → controllo mentale → sollievo → nuovo dubbio.
Quindi sì, il tuo terapeuta coglie il punto quando parla di bisogno di sicurezza. Però manca la parte decisiva: l’allenamento concreto a non fare il controllo.
Cosa di solito funziona (in modo molto pratico) per pensieri così:
riconoscere il “test” appena parte (“sto facendo la prova di cavarmela”);
interrompere il test: niente scenari, niente “soluzioni alternative” nella testa;
accettare una quota di incertezza: “non posso avere certezza totale, e va bene così”;
restare nel presente con un gesto: guardo a sinistra/destra, attraverso, fine. E poi vado avanti senza rigiocare la scena.
Questo è più vicino a un lavoro tipo ERP (esposizione e prevenzione della risposta) o metacognitivo ben strutturato: non convincersi, ma cambiare il comportamento mentale.
Sul cambiare terapeuta: non è automaticamente sbagliato, e non è “tradimento”. Dopo 15 anni può essere utile almeno fare una cosa intermedia: un confronto chiaro sul metodo. Puoi dirgli:
“Capisco la teoria, ma ho bisogno di un piano operativo: quali esercizi faccio tra una seduta e l’altra? Come misuriamo i progressi? Cosa devo fare quando parte il rimuginio?”
Se lui accoglie e imposta un lavoro pratico, bene. Se resta su frasi generiche e tu continui a uscire frustrato, allora una seconda opinione può essere sensata.
La sicurezza non arriva pensando “sono capace”. Arriva facendo esperienza ripetuta che posso tollerare il dubbio senza controllare e che non succede nulla di catastrofico.
Se ti va, sul mio profilo trovi come lavoro con rimuginio e bisogno di certezza, e puoi valutare un colloquio.
Dott.ssa Marta Floridi
Psicoterapeuta, Psicologo
Firenze
Quindici anni sono tanti, e la frustrazione che emerge dal suo messaggio è comprensibile, sentire che le risposte che riceve non arrivano mai al punto concreto che cerca è stancante. Sulla domanda se cambiare terapeuta: non è possibile, da qui, valutare il lavoro che sta facendo con il suo professionista. Ciò che può dire è che la sensazione di non riuscire ad arrivare al dunque, se è presente da tempo, merita di essere portata direttamente in seduta esplicitamente, così come l’ha espressa qui. La relazione terapeutica funziona anche quando si riesce a dire “questo non mi basta” o “mi servono strumenti più concreti”. Se dopo averlo fatto la sensazione di stallo dovesse persistere, valutare un confronto con un altro professionista è una scelta legittima.
Dr. Bruno De Domenico
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Milano
Buona sera, spero che in 15 anni il collega le abbia detto di più che credere in se stesso e che abbiate affrontato anche altri temi, comunque non voglio esprimere giudizi sui colleghi. Penso che situazioni così ansiose, disturbi ossessivo-compulsivi (DOC) basati sulle ruminazioni e sui pensieri ricorsivi sia meglio affrontarle più con delle azioni che con gli ennesimi pensieri e giudizi, seppure apparentemente in senso contrario. Se mi scriverà o telefonerà avremo il piacere di parlarne in modo più concreto. La aspetto.
Dott. GIANLUCA PASCUCCI
Psicoterapeuta, Psicologo clinico, Psicologo
Bologna
Buongiorno.
Per problemi come quello che lei descrive, spesso sono utili approcci più pratici e mirati, come ad esempio: imparare a non rispondere ai pensieri di controllo (invece di analizzarli o completarli); accettare un certo grado di incertezza (“potrei aver fatto abbastanza… e va bene così”); interrompere volontariamente il “test mentale”, esporsi gradualmente al dubbio senza risolverlo.
Questo tipo di lavoro è tipico di approcci come la terapia biosistemica e cognitivo-comportamentale (soprattutto quando ci sono tratti ossessivi).
Non è automaticamente necessario cambiare il terapeuta, ma ci sono alcune domande utili: si è sentito capito davvero, o solo “interpretato”?.
Le sedute le danno strumenti concreti o solo riflessioni generali?
Ha mai detto chiaramente: “ho bisogno di indicazioni pratiche, non solo concetti”?
A volte il problema non è il terapeuta in sé, ma il fatto che non avete allineato il modo di lavorare. Detto questo, dopo 15 anni è assolutamente legittimo chiedersi se:
il percorso sia arrivato a un limite
oppure se un approccio diverso potrebbe aiutarti di più
Cambiare terapeuta non è un fallimento, è una scelta di metodo.
Provi ad osservare questo nei prossimi giorni:
Quando nasce il pensiero tipo “E se non avessi fatto abbastanza per evitare il pericolo?”
invece di rispondere o analizzare, provi a dirsi:
“Questo è il mio bisogno di certezza, non devo risolverlo”
e lasci il dubbio aperto, senza chiuderlo.
All’inizio aumenta l’ansia, ma è proprio lì che si rompe il meccanismo.

Buon Lavoro
Dott.ssa Rita Terranova
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Firenze
E’ comprensibile domandarsi se sia il caso di cambiare terapeuta quando non si è riusciti ad ottenere i risultati desiderati. Tuttavia, la chiusura di una psicoterapia è un momento delicato che richiederebbe una riflessione approfondita anche riguardo, eventualmente, al tipo di terapia da scegliere. Infatti, occorre tener presente che le molte forme di psicoterapia, pur condividendo alcuni assunti di base, si differenziano rispetto al metodo e alla tecnica. Ad esempio, le psicoterapie cognitive e comportamentali si differenziano dalla psicoterapia psicoanalitica in merito alla funzione attribuita alla strutturazione delle sedute (il setting). L’obiettivo della psicoanalisi è fornire un ambiente sicuro in cui il paziente si senta libero di fare esperienza di se stesso e di se stesso in relazione ad un altro, insieme al quale risignificare i propri vissuti per poterli rielaborare in una consapevolezza dei propri limiti e delle proprie capacità. Proprio la presenza dialogica ed emozionale dell’analista fornisce il supporto emotivo indispensabile per favorire un percorso di autentico cambiamento, Nel caso descritto, a mio avviso, sono presenti due aspetti rilevanti: il desiderio e la paura di “attraversare la strada” e l’analogia tra le parole del terapeuta e quelle della madre. Sembra che il paziente, in questo caso, stia sperimentando la ripetizione di schemi relazionali interiorizzati, fin dalla precoce età, che continuano a riproporsi inconsciamente impedendo la transizione (attraversare la strada) da una condizione di dipendenza ad una di matura autonomia (verrà investito?), e che, in questo caso, sembra che vengono rafforzati, anziché corretti, dall’atteggiamento del terapeuta. Anche il dubbio se cambiare terapeuta sembra porre lo stesso dilemma: staccarsi dalla sicurezza protettiva “materna” o andare incontro ai rischi che comporta la crescita? Credo che questo sia un tema che debba essere discusso con l’attuale terapeuta in modo da cercare un approccio più produttivo alle difficoltà che il paziente sta vivendo.
P.S. Le indicazioni fornite hanno carattere generale e si basano esclusivamente sulle informazioni contenute nella domanda. Non sostituiscono una valutazione psicologica approfondita svolta nell’ambito di un colloquio diretto con uno specialista.
Dott.ssa Laura Romano
Psicoterapeuta, Psicologo
Roma
Buonasera, immagino che lei abbia già indagato sulle origini di questi pensieri; nel caso non l'avesse fatto, sarebbe interessante appunto verificare quando siano iniziati e in che modo. Più che sulla sua percezione attuale, mi concentrerei proprio sull'origine di questa insicurezza, sull'origine dell'idea secondo cui lei non si ritiene magari abbastanza preparato ad affrontare situazioni difficili o di pericolo. Questo perché i suoi timori possono essere estremamente radicati e perciò molto difficili da contrastare esclusivamente con un pensiero legato al contesto presente. Talvolta per raggiungere un cambiamento nel presente dobbiamo liberarci di un peso che ci portiamo da sempre e che con il tempo abbiamo interiorizzato come parte di noi. La ringrazio per la sua condivisione
Dott. Francesco Paolo Coppola
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Napoli
Il problema è che a volte ci si può innamorare delle parole e dei pensieri, e si perde un punto centrale: la capacità di stare nell’esperienza mentre accade.
Quando questo succede, si perde il contatto con l’istante presente e si entra in un’attività mentale continua rivolta al passato e al futuro. Si continua a riflettere, a elaborare, perché si tende a considerare il pensiero come il livello più alto della mente, mentre in realtà esiste anche un piano esperienziale diretto, in cui i pensieri non vengono seguiti allo stesso modo.
In queste condizioni si crea un attaccamento alle costruzioni mentali e il controllo diventa un fatto soprattutto mentale, non più legato all’esperienza concreta.
Se non si entra in questo livello più diretto dell’esperienza, tutta l’attività dei pensieri finisce per sostituire ciò che accade realmente, e si perde la capacità di stare nel qui e ora, nella relazione con la realtà. Anche l’azione diventa così più mentale che corporea, meno spontanea.
Può accadere allora che, pur avendo compreso molti aspetti importanti durante un percorso analitico, non si riesca a fare questo passaggio: si resta identificati con i propri pensieri, che in realtà sono costruzioni transitorie, e non si entra pienamente nell’esperienza diretta.
Dopo molti anni di lavoro, è legittimo anche interrogarsi su questo. Non tanto per stabilire se il terapeuta sia giusto o sbagliato, ma per capire se il lavoro sta producendo un cambiamento reale oppure se si è rimasti su un piano prevalentemente mentale.
Ogni terapeuta lavora in modo diverso e può offrire una prospettiva differente. In alcuni casi, anche questo può aiutare a sbloccare un passaggio che fino a quel momento non è avvenuto.
Il punto non è capire di più, ma vedere se, mentre ne parla, in lei qualcosa cambia davvero.
Dott.ssa Daniela Testa
Psicologo, Psicoterapeuta
Milano
Buongiorno, cambiare psicoterapeuta è una scelta importante e necessita riflessioni sul significato di tale cambiamento. E' possibile che nel tempo lei abbia valutato che lo psichiatra non le ha dato le risposte da lei ritenute fondamentali per progredire nel miglioramento delle sue condizioni psicologiche. Le consiglio di parlare prima con il dottore di queste sue perplessità e valutare successivamente un cambio di psicoterapia.
Dr. Maria Tiziana Maricchiolo
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
San Giovanni la Punta
Buongiorno, potrebbe essere utile un lavoro psico-corporeo e l'approccio psicoterapeutico fornito dall'analisi bioenergetica che le restituisca una maggiore connessione con il sentire, presenza e stabilità emotiva.
Dott.ssa Giulia Pelini
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Milano
Gentile paziente,
rispondo alla sua domanda in modo diretto: non sta acquisendo sicurezza perché non sta pensando che vale. L'anticipare scenari terrifici per poterli risolvere non la farà sentire bravo e capace, al contrario la porterà a doversi sentire obbligato di prevedere qualsiasi cosa pur di non cadere nell'errore. Lei non deve testare la sua capacità per dirsi di essere di valore. La sicurezza viene dalla consapevolezza di poter fare le cose al meglio delle proprie possibilità, pur non essendo sempre in grado di fare qualcosa o gestirlo con successo. E' un lavoro che le suggerirei di approfondire col suo terapeuta. Resto a disposizione per ulteriori necessità, un caro saluto. Dott.ssa Giulia Pelini

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