Circa due anni fa mi sono invaghita di una ragazza. Non solo del suo aspetto, ma di ciò che era. Den

23 risposte
Circa due anni fa mi sono invaghita di una ragazza. Non solo del suo aspetto, ma di ciò che era. Dentro. Era intelligente, testarda, diffidente, attenta e dolce a modo suo. Ma soprattutto aveva qualcosa che per me la rendeva unica. Amavo sentirla parlare del suo lavoro con i bambini, dell’entusiasmo che metteva in quello che faceva. Quando raccontava, si accendeva. E io mi sentivo attratta non solo da lei, ma da quella luce. Ci siamo viste poche volte. Poche, davvero. Ma di quelle volte sento ancora i brividi. Le sensazioni che ho provato sono rimaste fissate nella mia testa e nel mio corpo, come se il tempo non avesse potere su di loro. Non si sono sbiadite. Non si sono consumate. Sono ancora lì, vive, precise, capaci di tornare addosso all’improvviso.
Abbiamo vissuto momenti che custodisco ancora. Eravamo complici. Ridevamo. Passavamo ore al telefono a parlare di tutto. Poi ci siamo fermate. Non perché fosse finito qualcosa, ma perché la situazione non era facile da gestire per nessuna delle due. C’erano motivi, contesti, limiti. E c’era anche il fatto che io ero già impegnata in un’altra relazione. Tutto questo rendeva quello che stava nascendo bello, ma anche complicato. Forse troppo. Pensavo che il tempo avrebbe attenuato tutto. Invece mi ha sorpresa. Sono stata male. Profondamente. Più di quanto avrei mai creduto. Oggi è passato molto tempo. Eppure non riesco a dimenticarla. E se sono sincera, forse non voglio nemmeno. Mi capita spesso di pensarci. Mi manca. E questo mi rende vulnerabile, perché mi sento sospesa dentro me stessa, in uno spazio emotivo difficile da spiegare, dove convivono nostalgia, affetto e domande senza risposta. Ed è proprio lì che nascono i pensieri che tornano più spesso. Mi chiedo se per lei sono stata importante. Se, ogni tanto, le capita di pensarmi. Ma mi chiedo anche un’altra cosa, più difficile da ammettere: se per caso crede che io abbia giocato con lei, che l’abbia presa in giro, che in fondo non me ne importasse nulla. Se oggi ha di me un’idea sbagliata, una cattiva opinione. Perché la verità è che io, con lei, ci ho messo testa e cuore. E il pensiero che possa ricordarmi come qualcuno che non è stato sincero… mi fa stare male. Non per riaprire qualcosa. Ma per sapere che quello che c’è stato non è stato solo mio. Che non è stato un equivoco. Che, anche per lei, almeno un po’, siamo state qualcosa di vero. E forse raro.
Dott.ssa Martina Rignanese
Psicologo, Psicologo clinico
Garbagnate Milanese
Buongiorno,
dalle sue parole emerge un legame emotivo profondo, che ha lasciato tracce vive e significative. Quando un incontro tocca parti autentiche di noi, non è raro che il tempo non basti a “farlo passare”.
Il bisogno che descrive (sapere se ciò che c’è stato è stato reale anche per l’altra persona) parla di un desiderio di senso e di riconoscimento, più che di riaprire una relazione. Ed è un bisogno umano, comprensibile.
Allo stesso tempo, le domande su ciò che l’altra pensa oggi restano, per loro natura, senza risposta certa e rischiano di tenere bloccati in uno spazio di attesa e sospensione.
Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a esplorare cosa rappresenta oggi questo legame nella sua storia, cosa continua a nutrire e cosa, forse, chiede di essere elaborato, per poter integrare quell’esperienza senza negarla né restare bloccata.
Cordiali saluti

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Dott.ssa Giulia Antonacci
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Gentile utente, dalle sue parole emerge quanto quell’incontro abbia lasciato una traccia profonda e significativa, fatta di emozioni autentiche e non risolte. È comprensibile desiderare che ciò che si è sentito venga riconosciuto come vero anche dall’altra persona, soprattutto quando il legame si è interrotto senza una reale possibilità di chiarimento. A volte il tempo non cancella, ma invita a dare un senso diverso a ciò che è stato, distinguendo il valore dell’esperienza dal bisogno di conferme esterne. Concedersi ascolto e rispetto per ciò che ha provato può essere un primo passo per ritrovare una posizione più stabile dentro di sé. Un caro saluto
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Quello che descrivi è un’esperienza emotiva molto intensa e, soprattutto, molto autentica. Non stai parlando solo di una persona, ma di un legame che si è costruito su risonanze profonde: sentirsi viste, riconosciute, attratte non solo dall’altro ma da ciò che l’altro “accende” dentro di noi. È comprensibile che un’esperienza così, anche se breve e non pienamente vissuta, lasci tracce durature. A volte ciò che resta più vivo non è tanto ciò che è stato, ma ciò che avrebbe potuto essere e non ha avuto lo spazio per trovare una forma.

Il dolore che senti oggi non indica debolezza né confusione: parla piuttosto di un investimento affettivo reale, rimasto in sospeso. La mente, in queste situazioni, tende a tornare su domande senza risposta (“sono stata importante?”, “mi avrà fraintesa?”) perché l’assenza di una chiusura chiara mantiene aperto il legame sul piano interno. Non sapere come siamo stati ricordati può essere più faticoso del distacco stesso, soprattutto quando sappiamo di aver agito con sincerità.

È importante però distinguere ciò che è sotto il tuo controllo da ciò che non lo è: tu conosci la verità delle tue intenzioni, del tuo coinvolgimento, del tuo sentire. L’immagine che l’altra persona ha oggi di te, per quanto doloroso, non può essere verificata né governata, e continuare a cercare conferme rischia di tenerti bloccata in quello spazio emotivo sospeso che descrivi così bene.

Questa esperienza può diventare un’occasione preziosa per comprendere meglio i tuoi bisogni affettivi, il modo in cui vivi il desiderio, i legami e i limiti, senza giudicarti. Proprio perché il vissuto è complesso e ancora molto attivo, può essere davvero utile approfondirlo con uno specialista, in uno spazio protetto, per dare senso a ciò che è stato e permetterti di andare avanti senza dover cancellare nulla.

Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno, La ringrazio per aver condiviso con noi un vissuto così intenso e ricco di emozioni. Ciò che mi è arrivato è come se sentisse ancora vive in Lei quelle emozioni che ha vissuto con questa ragazza, le quali si mescolano con la nostalgia e la paura di non essere ricordata per quello che Lei era e che ha provato. Mi dispiace che per dei "motivi, contesti, limiti" non abbia potuto vivere appeno qualcosa che lei sentiva come bello per Lei. Mi stavo chiedendo se Lei abbia mai mostrato questo dipinto così autentico di Lei a questa ragazza così come ha fatto con noi. Inoltre, mi domando come mai si chiede se è stata importante per questa persona e come mai pensa che questa ragazza possa avere un'idea sbagliata di Lei? È come se desiderasse chiarezza da questa ragazza e la conferma di essere stata vista nella sua autenticità. Se desiderasse aiuto nell'attraversare queste emozioni e il suo vissuto doloroso, chieda un aiuto professionale che La supporti in questo momento.
Buona giornata,
Dott.ssa Marie Jasmine Cazzaniga
Gentilissima,
capisco profondamente il peso di questo "sospeso". Quello che descrive non è solo il ricordo di una persona, ma il ricordo di una versione di sè stessa che si è accesa attraverso l’incontro con l’altra. La sensazione di un ricordo così bello e vivido nella sua mente, di un brivido, come lei lo descrive, che non si è scalfito nemmeno dopo 2 anni, è tipica dei legami in cui si è verificata una forte intesa intellettuale ed emotiva, ma spesso non vissuta a pieno sul piano della realtà, per questo sono legami così forti e difficili da dissolvere nella nostra mente. Lei aveva un'altra relazione ai tempi, mi viene da pensare al perchè non si sia evoluta in un'altra direzione, e se ha avuto mai modo di confrontarsi con questa persona su ciò che vi ha unite e perchè. Se lei ancora ha un'altro legame potrebbe pensare a questo e alla motivazione più profonda che la porta altrove, a volte ciò che viviamo è bello e intenso ma indealizzato. Cerchi di dare signoificato a quello che le accaduto e ai suoi bisogni del momento, potrebbe aiutarla a decifrare se stessa, talvota l'idea di qualcosa che ci ha fatto stare bene ci fa compagnia e ci allonatana da una realtà che magari non è troppo piacevole.
Spero di essere stata utile, può sempre rivolgersi ad uno specialista se non riesce a dare un significato alla sua situazione.
Saluti
La dott.ssa Pazzola Annalisa
Dott.ssa Tonia Caturano
Psicoterapeuta, Sessuologo, Psicologo
Pioltello
La ringrazio per aver affidato a queste parole una storia così intima. Si sente, leggendo, che non sta parlando di un semplice ricordo, ma di **un incontro che l’ha toccata in profondità**, in un punto identitario, non solo emotivo.

Quello che descrive ha una qualità particolare: non è nostalgia idealizzata, è **memoria incarnata**. Le sensazioni nel corpo, i brividi, la luce negli occhi dell’altra quando parlava del suo lavoro… tutto questo racconta che per lei quell’esperienza è stata reale, presente, vissuta con autenticità. Non sorprende che il tempo non l’abbia cancellata: certe connessioni non nascono per durare nel tempo, ma per **lasciare una traccia**.

C’è però un nodo centrale, molto delicato, che lei coglie con grande lucidità: il dubbio su come sia stata ricordata. Non tanto il desiderio di riaprire una storia, quanto il bisogno di **non essere stata fraintesa**, di non essere ridotta a qualcuno che ha “giocato”, che non ha avuto il coraggio o la sincerità di sentire davvero. Questo dice molto di lei. Dice che il suo dolore non nasce solo dalla mancanza dell’altra, ma dal timore che **la verità del suo sentire non sia arrivata dall’altra parte**.

Lei era in un’altra relazione, c’erano limiti reali, contesti complessi. Questo non annulla ciò che ha provato, ma spiega perché quella storia sia rimasta sospesa, incompiuta. E le storie incompiute, spesso, sono quelle che fanno più rumore dentro. Non perché siano più grandi delle altre, ma perché **non hanno avuto una forma definitiva**. Restano aperte, e continuano a farci domande.

È importante però dirle una cosa, con molta chiarezza e rispetto: il bisogno di sapere se per l’altra è stato “vero” è umano, ma rischia di diventare una prigione se resta senza risposta. Perché oggi lei sta vivendo non tanto una relazione, quanto **un dialogo interno**, fatto di ipotesi, immagini, possibilità. E questo spazio sospeso, come lo chiama lei, è emotivamente molto faticoso.
Forse la domanda più profonda non è solo *“cosa ha pensato lei di me?”*, ma anche:
*“Che posto ha oggi, dentro di me, questa storia? Cosa rappresenta di me, dei miei desideri, di ciò che forse allora non potevo permettermi?”*
Non c’è nulla di sbagliato nel non voler dimenticare. A volte non si tratta di cancellare, ma di **integrare**: dare a quel legame un significato che non faccia più male, che non lasci dubbi corrosivi sulla propria autenticità.
Se lo desidera, **la invito a un colloquio di approfondimento**, uno spazio dove poter esplorare con calma questa sospensione emotiva: non per forzare una risposta dall’esterno, ma per costruirne una solida dall’interno. Perché la cosa più importante, prima ancora di come l’altra la ricorda, è che **lei sappia con certezza chi è stata** in quella storia: una persona sincera, coinvolta, capace di sentire.
E questo, dalle sue parole, arriva forte e chiaro.
Dott. Giorgio De Giorgi
Psicologo, Psicologo clinico
Bologna
Gent.ma,

Cosa vorrebbe significare per lei essere stata o meno importante?
Forse non si tratta di capire cosa pensa l’altra, ma di dare un posto, dentro di sé, a ciò che è stato.
Se vuole, possiamo provare a farlo insieme.
Mi contatti pure.

Un caro saluto,

Giorgio De Giorgi
Quello che racconta parla di un legame rimasto sospeso, e proprio per questo ancora molto vivo. Le esperienze che non hanno avuto il tempo di compiersi spesso lasciano un’impronta più profonda: non si chiudono, non si consumano, e continuano a farsi sentire nel tempo.
Il suo non sembra il desiderio di riaprire qualcosa, ma il bisogno di sapere che ciò che c’è stato è stato vero anche per l’altra persona, di non essere ricordata come qualcuno che ha giocato o non è stato sincero. Questo dice molto della cura e dell’autenticità che lei ha messo in quel legame. A volte, però, il valore di un incontro non dipende dalla conferma dell’altro. Alcuni legami sono reali anche se restano incompleti e senza una chiusura condivisa. Riconoscere che per lei è stato vero può aiutarla a dare a questa storia un posto dentro di sé, senza doverla risolvere, ma semplicemente accettare per ciò che è stata.
Buongiorno,
dal suo racconto emerge un legame emotivo che ha lasciato tracce profonde nei ricordi e nelle sensazioni corporee ed emotive. Il bisogno di sapere se ciò che ha provato è stato reale anche per l’altra persona, o se possa essere stato frainteso, parla del desiderio di dare senso e dignità a un’esperienza che per lei è stata autentica. Tuttavia, quando non è possibile ottenere risposte dall’altro, il rischio è restare ancorati a domande che continuano ad alimentare la vulnerabilità.
In questi casi, più che cercare conferme esterne, può essere utile interrogarsi su che cosa questo legame rappresenta ancora oggi per lei: quali parti di sé ha risvegliato, quali bisogni, quali desideri o mancanze. Dare ascolto a questi aspetti può aiutare a integrare l’esperienza, senza doverla cancellare né idealizzare.
Un percorso di supporto psicologico può offrire uno spazio sicuro per esplorare questi vissuti, elaborare la sospensione emotiva che descrive e trovare una forma di chiusura interna che non dipenda dal giudizio o dal ricordo dell’altra persona, ma dal valore che lei attribuisce a ciò che ha sentito e vissuto. Un caro saluto, PR.
Dott.ssa Giada Casumaro
Psicologo, Terapeuta, Professional counselor
Rovereto sulla Secchia
Buonasera, grazie per questa apertura viva e sincera. È bello leggere le sue parole e penso che siano dubbi normali, che probabilmente sta vivendo anche l altra persona. Credo profondamente, anche se non ne ho certezza, che quando si vive così intensamente una relazione (anche se breve) è perché è corrisposto e anche dall altra parte c'è la stessa energia e sensazioni. Riaprire una conversazione può avere diversi risvolti, a volte ancora più dolorosi perché magari la speranza che sia ancora lì ad attenderci o che possa di nuovo innescarsi può farci male.
A volte dobbiamo solo custodire tutto ciò sapendo che è stato reale.
Se ha voglia ancora di condividere rimango a disposizione.
Dott.ssa Casumaro Giada
Dott. Matteo De Nicolò
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Roma
Buongiorno, la ringrazio per aver condiviso un vissuto così intenso e personale. Le sue parole raccontano un legame che, anche se nella realtà ha avuto poco spazio e poche occasioni, dentro di lei ha lasciato un’impronta profonda, viva, difficile da archiviare. Quando un incontro tocca qualcosa di molto autentico non solo l’attrazione, ma anche la stima, l’ammirazione, la sensazione di riconoscere nell’altro “qualcosa di unico” può restare nella memoria emotiva con una forza che il tempo, da solo, non sempre attenua.
Da ciò che descrive, non sembra trattarsi semplicemente di un ricordo nostalgico, ma di un’esperienza che ha attivato parti importanti di lei: il desiderio di vicinanza, la complicità, il sentirsi vista e coinvolta. E proprio perché non c’è stata una vera chiusura, ma piuttosto un’interruzione dettata dalle circostanze, è comprensibile che oggi rimangano domande sospese e una sensazione di “incompiuto”. È molto umano chiedersi se per l’altra persona si è stati importanti, se ciò che si è provato è stato reciproco, e soprattutto se si è lasciato un segno positivo oppure un’immagine fraintesa. Il timore di essere ricordata in modo distante o negativo sembra farle ancora male, non tanto per riaprire una storia, ma per dare dignità a ciò che lei ha sentito davvero, e al modo sincero con cui si è vissuta quel legame. In situazioni come questa, più che cercare risposte immediate, può essere utile trovare uno spazio in cui ascoltare fino in fondo ciò che questa esperienza rappresenta per lei oggi: cosa le manca, cosa ha lasciato aperto, cosa continua a richiamarla emotivamente. Un percorso psicologico può aiutarla a dare un senso a questi sentimenti, senza giudicarli e senza minimizzarli, e a trovare un modo per integrare questa storia dentro la sua vita senza restare sospesa in quelle domande. Resto a disposizione, se desidera approfondire o confrontarsi su ciò che sta vivendo. Cordiali saluti, Dott. Matteo De Nicolò
Dott.ssa Marta Noschese
Psicologo clinico, Psicologo
Milano
Buongiorno,
da ciò che scrive emerge un’esperienza affettiva intensa, breve nel tempo ma profondamente significativa sul piano emotivo e identitario. Non è raro che legami di questo tipo, proprio perché non pienamente vissuti o conclusi in modo chiaro, rimangano impressi con una forza particolare, come se il tempo non riuscisse a integrarli né a trasformarli in un ricordo “chiuso”. Non si tratta necessariamente di idealizzazione, ma del fatto che quella relazione ha intercettato parti molto autentiche di lei: il desiderio, la curiosità, il riconoscimento reciproco, la sensazione di sentirsi vista e viva.

Il dolore che descrive non nasce solo dalla mancanza dell’altra persona, ma anche dall’assenza di una narrazione condivisa di ciò che è stato. Quando una relazione si interrompe senza un vero commiato, restano aperte domande fondamentali: che posto ho avuto per te?, ciò che ho sentito è stato reale anche per l’altro?. Sono interrogativi legittimi, che parlano del bisogno umano di conferma e di senso, non di debolezza.

Il timore che lei possa essere ricordata come qualcuno che “ha giocato” o non è stato sincero sembra toccare un punto particolarmente sensibile: non tanto la possibilità di riaprire una storia, quanto il bisogno di essere riconosciuta nella verità delle proprie intenzioni e del proprio coinvolgimento. Questo dice molto dei suoi valori relazionali e della serietà con cui ha vissuto quel legame.

È importante però considerare che il significato che l’altra persona attribuisce a ciò che avete vissuto non è completamente nelle sue mani, né può essere controllato o verificato a distanza. Cercare dentro di sé una risposta definitiva a queste domande rischia di mantenerla in uno stato di sospensione emotiva, in cui il passato resta vivo perché non ha ancora trovato un posto interno sufficientemente definito.

Il punto centrale, forse, non è stabilire se per lei siete state “qualcosa di raro”, ma comprendere cosa quella esperienza continua a rappresentare oggi nella sua vita affettiva: quale bisogno ha intercettato, quale mancanza ha reso visibile, quale parte di sé ha fatto emergere.

Non dimenticare non significa necessariamente voler tornare indietro; a volte significa semplicemente che una relazione ha lasciato un segno autentico. Dare un significato a quel segno, più che ottenere una conferma esterna, è spesso il passo che consente di andare avanti restando fedeli a ciò che si è sentito.

Se ne volesse parlare più approfonditamente può fissare un incontro per comprendere cosa questa relazione significhi per lei e perché ha lasciato dentro di lei questi "segni".
Dott. Alex Pagano
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Buona sera perchè pensa che questa ragazza possa ricordarla come una persona non sincera e che non era interessata a lei? Sono pensieri che sono nati in questo momento guardando la sua storia in maniera retrospettiva? O erano presenti già due anni fa quando avevate interrotto? La fine di un rapporto ha bisogno di tempo per essere elaborato, a volte però oltre al tempo può essere utile un lavoro personale di analisi per capire alcune dinamiche. Mi pare di capire che lei sente ancora una sensazione di sospensione, come se fosse rimasto un" non detto" che in questo momento la fa soffrire. In alcuni casi si fatica ad allontanarsi dal dolore e dalla malinconia perchè essi stessi diventano l' ultimo filo che ci legano a ricordi preziosi che non vogliamo perdere. Mi sembra di capire che ai tempi lei fosse impegnata in un'altra relazione, adesso non lo è più? Oggi queste domande stanno emergendo in maniere più marcata perchè non essendo impegnata relazionalmete riesce ad avere più tempo per pensare e guardarsi dentro ? O tutt'ora lei ha ancora una relazione ?
Cosa le impedisce di contattare questa persona? è possibile ipotizzare che una potenziale risposta "negativa" di questa persona potrebbe destabilizzarla e rovinare il ricordo dei vostri momenti felici?
Non conoscendo il contesto prenda queste domande solo ed esclusivamente come potenziali spunti di riflessione.
Un saluto, Dott Alex Pagano.
Dott. Andrea Boggero
Psicologo, Psicologo clinico
Genova
Buongiorno, leggendo le sue parole si avverte con chiarezza quanto questa esperienza sia stata intensa e quanto, ancora oggi, continui ad abitare uno spazio vivo dentro di lei. Non parla di un semplice ricordo, ma di qualcosa che ha lasciato un’impronta profonda, emotiva e corporea, come se alcune sensazioni fossero rimaste intatte nel tempo. Questo non è strano né patologico. Quando un legame nasce in un contesto carico di significato, di idealità, di complicità e di limiti insieme, può diventare particolarmente potente, proprio perché non ha avuto modo di esaurirsi, di trasformarsi, di andare fino in fondo. Da quello che racconta, non sembra che lei sia rimasta agganciata solo alla persona in sé, ma a ciò che quella relazione ha attivato dentro di lei. La luce che descrive nell’altra, l’entusiasmo, il sentirsi attratta da ciò che lei era e da come si muoveva nel mondo, parlano anche di bisogni profondi suoi, di parti vitali che in quel contatto hanno trovato spazio e riconoscimento. È comprensibile che il distacco non abbia cancellato tutto questo. Alcuni legami non finiscono davvero, ma restano sospesi, e proprio per questo continuano a farsi sentire. Il dolore che emerge oggi non sembra legato tanto al desiderio di riaprire una relazione, quanto al bisogno di dare un senso a ciò che è stato. Lei si chiede se è stata importante, se è rimasta nella mente dell’altra, se ciò che ha vissuto è stato reale anche dall’altra parte. Questo bisogno di conferma non parla di dipendenza o di debolezza, ma di coerenza interna. Quando si investe emotivamente e non c’è una chiusura chiara, la mente tende a tornare lì, a cercare una narrazione che permetta di integrare l’esperienza senza svalutarla. Particolarmente significativo è il timore di essere ricordata come qualcuno che ha giocato, che non è stato sincero. Questo tocca un punto identitario molto delicato. Non è solo il ricordo dell’altra che la ferisce, ma l’idea che l’immagine di sé possa essere stata fraintesa o distorta. Lei sa cosa ha provato, sa di aver messo testa e cuore, e il pensiero che questo possa non essere stato visto o riconosciuto genera una sofferenza profonda. È come se una parte di lei chiedesse di essere validata, non per tornare indietro, ma per poter andare avanti senza portarsi addosso un’ombra ingiusta. Qui può essere utile fermarsi su un aspetto importante. Il valore di ciò che ha vissuto non dipende interamente da come l’altra persona lo ricorda o lo interpreta oggi. Le relazioni non sono mai simmetriche nella memoria e nel significato che assumono nel tempo. È possibile che per l’altra sia stato qualcosa di importante, oppure qualcosa di bello ma difficile, oppure ancora qualcosa che ha dovuto ridimensionare per proteggersi. Tutte queste possibilità non cancellano la verità della sua esperienza. Quello che lei ha sentito è reale, anche se non può essere confermato o smentito dall’esterno. Il rischio, in questo momento, è rimanere intrappolata in una domanda senza risposta, come se solo quella risposta potesse darle pace. Ma spesso la serenità non arriva quando otteniamo tutte le spiegazioni, bensì quando riusciamo a tollerare che alcune cose restino aperte senza per questo invalidare ciò che siamo stati. Accettare che non saprà mai esattamente cosa ha rappresentato per l’altra può essere doloroso, ma può anche diventare un passaggio di maturazione emotiva, in cui il centro si sposta da fuori a dentro. Forse il lavoro più profondo, ora, non è tanto dimenticare quella ragazza o forzarsi a smettere di pensarla, quanto riconoscere cosa quella storia ha risvegliato in lei. Che tipo di desiderio, di affinità, di autenticità cercava e cerca ancora. In questo senso, ciò che è stato non è un errore né un equivoco, ma un’esperienza che parla di lei, dei suoi bisogni affettivi e della sua capacità di sentire intensamente. Concedersi di custodire quel ricordo senza usarlo come metro di giudizio sul presente, e senza trasformarlo in una ferita aperta sul proprio valore, è un equilibrio delicato ma possibile. Non deve rinnegare nulla di ciò che ha provato, né dimostrare a qualcuno che è stato vero. Lo è stato, perché lo ha vissuto. E questo basta per riconoscerne la dignità emotiva. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Dott.ssa Letizia Turchetto
Psicologo, Psicologo clinico
Ponte di Piave
Gentile Utente, buongiorno e grazie per essersi portata qui così sinceramente.
Dalle sue parole si coglie l'importanza che questa persona ha rappresentato e rappresenti per lei. Quando l'altro è per noi una presenza importante, vogliamo in qualche modo sentirci riconosciuti, validati e accolti dall'altra parte e questa è una dinamica del tutto naturale.
Oggi quella connessione continua a tornarle alla mente perchè non ha trovato una risposta chiara, univoca e condivisa da entrambe le parti. Consideri che se questo non è stato possibile per una ragione o per un'altra, si crea una situazione sospesa che la nostra mente cerca di risolvere, con un importo emotivo notevole e un pensiero che però resta in sospeso perchè limitato al nostro punto di vista.
Potrebbe trovare beneficio portando questi suoi vissuti profondi in uno spazio di ascolto con un professionista, in cui il confronto con lei stessa sarebbe accolto con apertura e sarebbe occasione di riflessione preziosa.
Resto a disposizione, un caro saluto, Dott.ssa Letizia Turchetto
Dott. Alessandro Rigutti
Psicologo clinico, Psicologo
Torino
Gentile utente, grazie per questa sua condivisione. Le devo ammettere che mi sono emozionato nel leggere le sue parole. Quello che ha descritto sembra proprio essere stato un incontro profondo, intenso, autentico. Il modo in cui parla di questa vostra relazione lascia intendere che, fra di voi, fosse avvenuto un contatto su dei piani più viscerali della mera superficie e questo mi porta a pensare che sia difficile che l'esperienza vissuta sia unicamente sua, e che oggi il ricordo di entrambe di ciò che è stato possa divergere così tanto. Emozioni così forti si provano quando possono essere condivise e riconosciute.
Mi colpisce, inoltre, quello che ha raccontato: gestire questa scoperta relazionale ed emotiva, mentre si trovava in un'altra relazione, immagino che sia stato complesso e destabilizzante. Da quello che leggo, però, la situazione era complicata per entrambe per motivi diversi, per cui non credo sia colpa di nessuno se le cose non sono andate come forse avreste voluto, le circostanze hanno prevalso sul desiderio.
Nell'esperienza odierna immagino che convergano molti aspetti: i ricordi, le immagini, l'affetto, l'idea di ciò che avrebbe potuto essere e che non è stato, ed è comprensibile che possa vivere momenti di intensa malinconia. Ovviamente non so dirle con certezza se lei pensi le cose che teme, ma credo che, come detto anche in precedenza, emozioni così intense si sperimentino insieme, in una co-costruzione di momenti e significati.
Forse un giorno troverà le parole giuste per risentirla, per chiederle le domande che le danno pensiero, o forse no; ma in ogni caso saprà che per un periodo, breve o lungo che sia stato, ha condiviso qualcosa di profondo (e forse raro, come dice lei) con una persona che ha lasciato il segno, e questi ricordi saranno vostri per sempre.
Un caro saluto

Dott. Alessandro Rigutti
Dott.ssa Caterina Lo Bianco
Psicologo, Psicologo clinico
Palermo
Gentile Utente,
quello che porta è un racconto profondamente umano, intenso, e soprattutto autentico. Si percepisce chiaramente che non sta parlando solo di una persona, ma di un’esperienza emotiva che ha lasciato un’impronta significativa dentro di sé. Alcuni incontri, anche se brevi nel tempo, hanno la capacità di attivare parti molto profonde della nostra identità affettiva, e per questo non si consumano né si dissolvono facilmente.
Dal punto di vista psicologico, ciò che descrive non è raro né patologico: quando una relazione resta sospesa, non pienamente vissuta e non pienamente conclusa, tende a rimanere “aperta” nella mente e nel corpo. Non tanto perché la persona in sé sia irrinunciabile, ma perché quell’incontro ha acceso qualcosa di vitale: desiderio, riconoscimento, risonanza, possibilità. In termini sistemico-relazionali, potremmo dire che quella ragazza ha rappresentato uno specchio emotivo potente, capace di far emergere parti di sé forse poco ascoltate o poco legittimate nel contesto relazionale in cui allora si trovava.
Il fatto che lei fosse già impegnata in un’altra relazione ha creato un limite reale, ma non ha annullato la verità emotiva di ciò che stava nascendo. E qui è importante fermarsi: le emozioni non diventano meno vere solo perché non possono essere agite. A volte restano, proprio perché non hanno trovato uno spazio simbolico per essere riconosciute e integrate.
Il suo dolore oggi non sembra legato al desiderio di “riaprire” quella storia, quanto piuttosto al bisogno di dare un senso condiviso a ciò che è stato. La domanda che ritorna – “Sono stata importante? Sono stata vera anche per lei?” – parla di un bisogno profondo di validazione relazionale. Non tanto per essere scelta, ma per non essere ridotta, nel ricordo dell’altra, a qualcosa di superficiale o ingannevole. Questo tocca un nodo identitario: il bisogno di essere riconosciuta come persona leale, capace di amare in modo sincero.
Dal punto di vista sistemico, il rischio maggiore in queste situazioni è che l’altro diventi il “depositario” di una risposta che forse andrebbe cercata prima di tutto dentro di sé. Lei sa – e lo dice chiaramente – di averci messo testa e cuore. Questa è una verità interna che merita di essere onorata, indipendentemente da come l’altra persona abbia potuto leggere o difendersi da quella esperienza. Le rappresentazioni che gli altri costruiscono di noi parlano anche dei loro limiti, dei loro tempi, delle loro paure.
Il fatto che lei non riesca – o non voglia – dimenticare non è necessariamente un segno di attaccamento irrisolto, ma può essere il segnale che quell’incontro chiede di essere elaborato, non rimosso. Dare dignità a ciò che è stato, riconoscere il valore che ha avuto nella sua storia affettiva, può permetterle di trasformare quella nostalgia in una memoria integrata, meno dolorosa e meno sospesa.
Forse la domanda più gentile che può iniziare a porsi non è “cosa pensa lei di me?”, ma “che cosa ha rappresentato per me quell’incontro, e cosa mi ha insegnato su chi sono, su come amo, su cosa desidero nelle relazioni?”. È lì che spesso si trova una forma di chiusura più profonda e più riparativa.
Quello che emerge dal suo racconto è una grande capacità di sentire, di entrare in relazione in modo autentico e rispettoso, anche dentro i limiti. Questo non è qualcosa che va messo in discussione. È una risorsa. E come tutte le risorse, merita di essere riconosciuta, prima di tutto da lei stessa.
Resto a disposizione per eventuali approfondimenti.
Un caro saluto,
Dott.ssa Caterina Lo Bianco – Psicologa clinica, Psicologa ad orientamento Sistemico-Relazionale
Dott.ssa Susanna Brandolini
Psicologo, Psicologo clinico
Treviso
Buongiorno,
dal suo racconto emerge un’esperienza emotiva molto intensa, vissuta con profondità e autenticità, e il fatto che a distanza di tempo sia ancora così viva dentro di lei non è affatto strano. Alcuni legami, anche se brevi e mai pienamente realizzati, possono lasciare un’impronta profonda proprio perché sono rimasti sospesi, non conclusi, carichi di possibilità più che di quotidianità. Lei non parla solo di una persona, ma di ciò che quella relazione ha acceso in lei: emozioni, parti vitali, un senso di riconoscimento e di risonanza che probabilmente in quel momento era particolarmente significativo.
La sofferenza che descrive non sembra legata tanto al desiderio di riaprire una storia, quanto al bisogno di dare un senso a ciò che è stato, di sapere che non è stato un vissuto unilaterale o, peggio, un fraintendimento. Il timore di essere ricordata come qualcuno che ha “giocato” o non è stata sincera tocca un punto molto delicato: il bisogno di essere visti per ciò che davvero si è stati, con i propri limiti ma anche con la propria verità emotiva. Questo dice molto della serietà con cui lei ha vissuto quel legame.
È importante però considerare che non sempre possiamo sapere come siamo rimasti nella mente e nel cuore dell’altro, e che questo non invalida la realtà della sua esperienza. Ciò che lei ha provato è stato vero, intenso, coinvolgente, e questo non può essere cancellato da come eventualmente l’altra persona ha elaborato la separazione o il silenzio. A volte il dolore persiste proprio perché una parte di noi resta in attesa di una conferma esterna, quando forse il lavoro più importante è riconoscere internamente il valore di ciò che abbiamo sentito e dato.
Questa sospensione emotiva che descrive può diventare un’occasione per interrogarsi su cosa quella relazione rappresenti oggi per lei: non solo chi era l’altra persona, ma cosa ha risvegliato, cosa le manca, cosa desidera per sé nelle relazioni presenti o future. Dare spazio a queste domande, magari anche in un percorso di supporto psicologico, può aiutarla a trasformare la nostalgia in consapevolezza, senza dover rinnegare nulla di ciò che è stato. A volte non serve una risposta dall’altro per rendere reale un’esperienza: il fatto che lei la porti ancora con sé, con rispetto e cura, è già una forma di verità.

Un saluto,
Dott.ssa Susanna Brandolini
Dott.ssa Alina Mustatea
Psicologo, Psicologo clinico
Pomezia
Gentile paziente,
il racconto che porta è molto intenso e restituisce con chiarezza quanto quell’esperienza abbia lasciato un segno profondo dentro di lei. Non parla solo di un’infatuazione, ma di un incontro emotivo significativo, di quelli che toccano parti intime dell’identità e che restano impressi perché avvenuti in un momento in cui qualcosa era pronto a risuonare. Quando un legame nasce così, anche se vissuto per poco tempo, non è la quantità di tempo a determinarne il peso, ma la qualità dell’esperienza emotiva.
Dal punto di vista psicologico, ciò che la tiene oggi “sospesa” non è tanto la persona in sé, quanto il significato che quel legame ha assunto per lei. Quella ragazza ha incarnato qualcosa di vivo, autentico, luminoso, che forse in quel momento parlava anche di parti sue che avevano bisogno di esprimersi o di essere viste. È per questo che il tempo non ha cancellato le sensazioni: non erano solo legate all’altro, ma anche a ciò che lei sentiva di essere in quella relazione.
Il bisogno di sapere se è stata importante, se è stata pensata, se non è stata vissuta come qualcuno che ha giocato o ferito, è un bisogno profondamente umano. Ha a che fare con il desiderio di coerenza tra ciò che si è sentito e ciò che si è lasciato nell’altro. Quando un legame resta “aperto”, senza una chiusura emotiva chiara, la mente continua a cercare conferme, non per riaprire la storia, ma per darle un senso e proteggerne il valore.
È importante però fare una distinzione: non sempre possiamo sapere come l’altro ci ricorda, e questo non invalida la verità di ciò che è stato per noi. Il rischio, restando troppo agganciati a queste domande, è quello di rimanere legati più al bisogno di riparare un’immagine che al proprio sentire autentico. Il lavoro emotivo, in questi casi, non è dimenticare o cancellare, ma integrare quell’esperienza nella propria storia senza che continui a tenerla ferma in un tempo che non c’è più.
Un percorso psicologico può aiutarla a comprendere cosa rappresenta oggi questo legame nella sua vita, a sciogliere la nostalgia dal senso di colpa e a ritrovare una posizione più stabile dentro di sé, senza rinnegare ciò che è stato. Se sente il bisogno di approfondire questi vissuti, può prenotare una visita per lavorarci in modo rispettoso e mirato.

Un caro saluto
Dott.ssa A. Mustatea
Psicologa clinica, giuridica, psicodiagnosta, coordinatore genitoriale
Buongiorno,
grazie per aver condiviso con così tanta sincerità e apertura questa tua esperienza emotiva. È evidente che hai vissuto un momento molto intenso e significativo, e che ancora oggi porti con te quei ricordi e quelle emozioni con grande profondità.
Ciò che mi sento di dirti che è che le emozioni descritte sono normali e comprensibili in situazioni di infatuazione, specialmente quando si tratta di una persona che ci ha toccato nel profondo e con cui abbiamo condiviso momenti autentici. In questo momento, da come descrivi la cose, mi sento di dire che il tuo sentire è una sorta di elaborazione del lutto dovuto al fotto che c’è stata una perdita di una persona sulla quale hai investito dell’affetto, quindi quello che stai provando ci sta.
La nostalgia, la voglia di sapere se anche dall’altra parte ci sia stata una reciprocità, e il desiderio di capire se il vostro legame abbia lasciato un’impronta duratura sono tutti aspetti umani che meritano di essere ascoltati.
Potrebbe essere utile esplorare questi sentimenti, anche per capire come gestirli e cosa ti stanno comunicando di te stessa e integrarli nella tua vita attuale.
Se ti fa piacere, possiamo approfondire anche il modo in cui queste emozioni si collegano alle tue attuali relazioni e alla percezione di te stessa, per favorire un percorso di crescita e di consapevolezza.
Se desideri, possiamo continuare questo percorso di esplorazione insieme.
Un caro saluto.
Dott.ssa Maria Pandolfo
Psicologo, Psicologo clinico
Pisa
Buonasera, le tue parole arrivano con una forza e una nitidezza che spiegano, meglio di molti trattati, cosa sia un legame dell’anima. Quello che descrivi — quel brivido che il tempo non consuma — è la prova che il tuo corpo ha registrato un’esperienza di autenticità profonda. Non è stato un equivoco, né una finzione: è stato un incontro tra due 'luci' che si sono riconosciute.

Nella mia esperienza clinica, vedo spesso come i sentimenti che restano 'sospesi' per cause esterne (i contesti, i limiti, il fatto che tu fossi già impegnata) tendano a non sbiadire. Non avendo vissuto la fase della quotidianità, che spesso consuma l'idealizzazione, quell'affetto è rimasto puro, cristallizzato in un eterno presente.

Il tuo timore di essere ricordata come qualcuno che ha 'giocato' nasce dalla tua integrità. Tuttavia, chi arde di quella luce che tu hai descritto — l’intelligenza, l’attenzione, la dolcezza — difficilmente non si accorge quando dall'altra parte c'è un cuore sincero. La complicità, le ore al telefono, le risate: queste sono 'prove' che anche lei ha vissuto. È molto probabile che anche per lei quel ricordo sia un luogo prezioso e, forse, altrettanto doloroso da visitare.

Ecco cosa potresti fare con questa vulnerabilità che senti:

Accogli la nostalgia: Non cercare di dimenticare. Alcuni incontri servono a ricordarci quanto siamo capaci di provare. Quel sentimento è un tuo tesoro, non un errore.

Onora la verità: Tu sai di esserci stata con 'testa e cuore'. Questa è la tua verità e non ha bisogno della conferma di lei per essere reale.

La guarigione silenziosa: A volte, per trovare pace, non serve un nuovo confronto, ma un atto interno di ringraziamento. Ringrazia quell'incontro per averti mostrato quella parte di te così viva e vibrante.

Smetti di chiederti se lei ha un'opinione sbagliata di te. La verità ha un suo peso specifico e le persone attente, come la ragazza che hai descritto, sanno distinguere un gioco da un sentimento raro.

Un caro saluto,

Dott.ssa Maria Pandolfo Psicologa Clinica e della Riabilitazione
Dott.ssa Silvana Grilli
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Buonasera,
quello che descrive ha una qualità emotiva molto intensa e delicata. Non parla semplicemente di un’infatuazione, ma di un legame che ha toccato parti profonde di lei, legate al riconoscimento, all’affinità, alla sensazione di sentirsi vista e viva in presenza dell’altra. Il fatto che queste sensazioni siano rimaste così nitide nel tempo non è strano: alcune esperienze, soprattutto quando restano incompiute, non si consumano facilmente, perché non hanno avuto modo di trovare una forma o una chiusura.
Colpisce come, nel suo racconto, convivano più livelli: il ricordo affettuoso e vivo di ciò che c’è stato, il dolore per ciò che non ha potuto svilupparsi, e il bisogno — molto umano — di sapere se quel legame è stato reale anche per l’altra, se non è rimasto solo dentro di lei. Non tanto per riaprire qualcosa, ma per sentire che ciò che ha vissuto non è stato un equivoco, né qualcosa di immaginato.
I pensieri che la attraversano — chiedersi se per l’altra è stata importante, se le capita di pensarla, se possa essere stata fraintesa — parlano di un bisogno di riconoscimento e di senso. Quando un legame si interrompe senza poter essere nominato fino in fondo, spesso resta una zona sospesa in cui la mente continua a tornare, cercando conferme e significati.
È importante però notare che il valore di ciò che ha vissuto non dipende da come l’altra persona lo ricorda oggi. Quell’esperienza è stata reale per lei, l’ha toccata e ha lasciato una traccia, indipendentemente da come è stata vissuta o rielaborata dall’altra. Il rischio, altrimenti, è restare imprigionata nel tentativo di sistemare il ricordo nell’immaginazione altrui, perdendo il contatto con ciò che questa esperienza ha rappresentato per sé.
Forse il punto non è dimenticare, ma comprendere che posto ha oggi questo legame nella sua vita emotiva: cosa continua a nutrire, cosa invece la mantiene in una sospensione dolorosa. Dare spazio a queste domande, senza giudicarle e senza forzare risposte definitive, può aiutarla a integrare questa esperienza come qualcosa di significativo, anche se non realizzato.
Un percorso di psicologico potrebbe offrirle uno spazio sicuro in cui esplorare questo legame, il desiderio di riconoscimento che porta con sé e il modo in cui oggi incide sulla sua vita affettiva, permettendole di restare fedele a ciò che ha sentito senza rimanere bloccata lì.
Un caro saluto, Dott.ssa Silvana Grilli
Dott.ssa Donatella Costanzo
Psicologo, Psicologo clinico
Milano
Gentile Signora,
la ringrazio per aver condiviso parole così profonde e autentiche. Quello che descrive non è solo un ricordo, ma un legame emotivo che ha lasciato un’impronta vera, e il dolore che sente nasce proprio dal fatto che ciò che ha provato è stato sincero. La nostalgia, il desiderio di essere stata importante e il timore di essere fraintesa sono sentimenti umani, delicati, e meritano rispetto.
Forse oggi il punto non è capire cosa lei rappresenti per l’altra persona, ma trovare uno spazio in cui dare dignità a ciò che questa esperienza ha significato per lei, senza giudicarsi né sminuirsi. Accompagnare queste emozioni con l’aiuto di uno psicologo può aiutarla a sciogliere questa sospensione emotiva e a ritrovare un po’ di pace, senza cancellare ciò che è stato.
Se lo desidera, mi può scrivere e sarò felice di aiutarla a individuare uno psicologo o una psicologa vicino alla zona in cui abita.
Le mando un caro saluto e un augurio sincero di serenità.
Cordiali saluti

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