Buongiorno, mio figlio ha 23 anni, lavora e vive da solo. Da alcuni giorni rifiuta praticamente tutt
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Buongiorno, mio figlio ha 23 anni, lavora e vive da solo. Da alcuni giorni rifiuta praticamente tutti i contatti. Non risponde alle chiamate e ai messaggi. Solamente si fa vedere quando si va a trovarlo, ma non esce di casa da almeno sei giorni. Non si è più presentato al lavoro e non vuole parlare con i suoi datori di lavoro. Purtroppo rifiuta anche di recarsi dal medico e meno ancora di andare da uno psicologo. Ovviamente rifiuta anche di venire da me e meno ancora da sua madre, con la quale peraltro ha un pessimo rapporto. Sinceramente sono molto preoccupato e non so come muovermi. Sono anche una delle pochissime persone, se non l'unico, al quale almeno risponde e/o apre la porta di casa per cui temo, facendo qualcosa che a lui non va, che interrompa anche con me questi pochi contatti. Chiedo vostri cortesi consigli e/o suggerimenti. Grazie mille
Buongiorno,
La ringrazio per aver condiviso la sua situazione così apertamente. Comprendo quanto possa essere preoccupante vedere suo figlio ritirarsi e rifiutare ogni forma di contatto, soprattutto in un momento in cui il supporto familiare potrebbe fare la differenza. È evidente che, nonostante il rifiuto di accettare aiuti, esiste ancora un piccolo spazio in cui lui permette la sua presenza, un segno prezioso che lei non deve mai sottovalutare.
In situazioni come questa, è importante mantenere una presenza calma e rassicurante, dimostrando costantemente che lei è disponibile senza forzare la comunicazione. A volte, semplici gesti quotidiani, che trasmettono cura e attenzione, possono essere d’aiuto nel creare un ambiente di sicurezza emotiva.
Nel contempo, è altrettanto fondamentale che Lei si prenda cura del suo benessere emotivo. Rivolgersi a un professionista, come un terapista specializzato nelle dinamiche familiari, può offrire strumenti pratici per affrontare questo momento delicato e per capire come meglio supportare suo figlio nel rispetto dei suoi tempi. Se, nel corso del tempo, la situazione dovesse peggiorare o si manifestassero segnali di maggiore rischio, potrebbe essere necessario valutare l’intervento di servizi di emergenza o ulteriori accertamenti specialistici.
Sono a sua disposizione per approfondire insieme questi temi e trovare strategie che possano aiutarLa a mantenere aperti i canali di comunicazione con suo figlio, nel rispetto delle sue esigenze. Cordiali saluti.
La ringrazio per aver condiviso la sua situazione così apertamente. Comprendo quanto possa essere preoccupante vedere suo figlio ritirarsi e rifiutare ogni forma di contatto, soprattutto in un momento in cui il supporto familiare potrebbe fare la differenza. È evidente che, nonostante il rifiuto di accettare aiuti, esiste ancora un piccolo spazio in cui lui permette la sua presenza, un segno prezioso che lei non deve mai sottovalutare.
In situazioni come questa, è importante mantenere una presenza calma e rassicurante, dimostrando costantemente che lei è disponibile senza forzare la comunicazione. A volte, semplici gesti quotidiani, che trasmettono cura e attenzione, possono essere d’aiuto nel creare un ambiente di sicurezza emotiva.
Nel contempo, è altrettanto fondamentale che Lei si prenda cura del suo benessere emotivo. Rivolgersi a un professionista, come un terapista specializzato nelle dinamiche familiari, può offrire strumenti pratici per affrontare questo momento delicato e per capire come meglio supportare suo figlio nel rispetto dei suoi tempi. Se, nel corso del tempo, la situazione dovesse peggiorare o si manifestassero segnali di maggiore rischio, potrebbe essere necessario valutare l’intervento di servizi di emergenza o ulteriori accertamenti specialistici.
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Mi rivolgerei a un terapeuta per chiedere aiuto come genitore. Potrebbe essere un valido aiuto anche dichiarare al proprio figlio che si è chiesto aiuto a un professionista per aiutare indirettamente lui.
Saluti.
Saluti.
Buongiorno. Le chiedo se va a lei un colloquio psicologico, per approfondire circa la situazione e valutare insieme in modo più appropriato come comportarsi in una situazione tanto angosciante.
Perciò la invito ad un colloquio, anche online.
Perciò la invito ad un colloquio, anche online.
Salve, mi spiace molto per la situazione che descrive poichè comprendo il disagio che può sperimentare e quanto sia impattante sulla sua vita quotidiana. Ritengo fondamentale che lei possa richiedere un consulto psicologico al fine di esplorare la situazione con ulteriori dettagli, elaborare pensieri e vissuti emotivi connessi e trovare strategie utili per fronteggiare i momenti particolarmente problematici onde evitare che la situazione possa irrigidirsi ulteriormente.
Credo che un consulto con un terapeuta cognitivo comportamentale possa aiutarla ad identificare quei pensieri rigidi, disfunzionali e maladattivi che le impediscono il benessere desiderato mantenendo la sofferenza in atto e possa soprattutto aiutarla a parlare con se stesso utilizzando parole più costruttive.
Credo che anche un approccio EMDR possa esserle utile al fine di rielaborare il materiale traumatico connesso ad eventi del passato che possono aver contribuito alla genesi della sofferenza attuale.
Resto a disposizione, anche online.
Cordialmente, dott FDL
Credo che un consulto con un terapeuta cognitivo comportamentale possa aiutarla ad identificare quei pensieri rigidi, disfunzionali e maladattivi che le impediscono il benessere desiderato mantenendo la sofferenza in atto e possa soprattutto aiutarla a parlare con se stesso utilizzando parole più costruttive.
Credo che anche un approccio EMDR possa esserle utile al fine di rielaborare il materiale traumatico connesso ad eventi del passato che possono aver contribuito alla genesi della sofferenza attuale.
Resto a disposizione, anche online.
Cordialmente, dott FDL
Buongiorno,
Per poterla aiutare sarebbe utile avere qualche informazione in più su come si è arrivati a questa situazione. Questo ci permetterebbe si capire se è utile rispettare la richiesta di isolamento del figlio oppure sarebbe più opportuno agire seguendo altre strategie.
Cordialmente
Dott.ssa Chantal Danna
Per poterla aiutare sarebbe utile avere qualche informazione in più su come si è arrivati a questa situazione. Questo ci permetterebbe si capire se è utile rispettare la richiesta di isolamento del figlio oppure sarebbe più opportuno agire seguendo altre strategie.
Cordialmente
Dott.ssa Chantal Danna
Comprendo molto bene questo stato preoccupante che suo figlio le reca. Provi lei a fare qualche colloquio che le calmi un pò l'ansia e che le permetta di capire cosa sta effettivamente succedendo.
Dott Casinghini
Dott Casinghini
Buonasera,
la sua preoccupazione è comprensibile e fondata: sta osservando segnali che indicano un momento di forte chiusura e disagio da parte di suo figlio, e al tempo stesso si trova in una posizione molto delicata, in bilico tra il desiderio di aiutarlo e la paura di perdere l’unico contatto rimasto.
In situazioni come questa, può essere utile mantenere una presenza stabile e non invadente, senza forzare il dialogo, ma lasciando aperta una porta. A volte, sapere che c’è qualcuno che rispetta i tempi e al tempo stesso rimane disponibile può fare la differenza. Può provare, ad esempio, a inviargli messaggi semplici, brevi, che non chiedano risposte ma che comunichino vicinanza:
"Sono qui, quando vuoi" oppure "Non sei solo, se vorrai parlarne, ci sono."
Eviti, per quanto possibile, pressioni dirette su lavoro, medico o psicologo in questo momento: possono essere percepite come un attacco e aumentare il ritiro.
Se la situazione dovesse peggiorare o iniziare a generare un rischio per la sua sicurezza, le consiglio di rivolgersi al medico di base o al Centro di Salute Mentale del territorio: esistono modalità di intervento anche in assenza di collaborazione diretta, soprattutto se c'è un rischio di isolamento grave o sintomi acuti.
Nel frattempo, non trascuri anche il suo vissuto: sostenere emotivamente un figlio in difficoltà può essere molto faticoso. Valutare un supporto psicologico anche per sé può aiutare a reggere meglio questo momento e a trovare il modo migliore per rimanere vicino a lui, senza farsi sopraffare.
Resto a disposizione se ha bisogno di confrontarsi ancora.
Un caro saluto.
la sua preoccupazione è comprensibile e fondata: sta osservando segnali che indicano un momento di forte chiusura e disagio da parte di suo figlio, e al tempo stesso si trova in una posizione molto delicata, in bilico tra il desiderio di aiutarlo e la paura di perdere l’unico contatto rimasto.
In situazioni come questa, può essere utile mantenere una presenza stabile e non invadente, senza forzare il dialogo, ma lasciando aperta una porta. A volte, sapere che c’è qualcuno che rispetta i tempi e al tempo stesso rimane disponibile può fare la differenza. Può provare, ad esempio, a inviargli messaggi semplici, brevi, che non chiedano risposte ma che comunichino vicinanza:
"Sono qui, quando vuoi" oppure "Non sei solo, se vorrai parlarne, ci sono."
Eviti, per quanto possibile, pressioni dirette su lavoro, medico o psicologo in questo momento: possono essere percepite come un attacco e aumentare il ritiro.
Se la situazione dovesse peggiorare o iniziare a generare un rischio per la sua sicurezza, le consiglio di rivolgersi al medico di base o al Centro di Salute Mentale del territorio: esistono modalità di intervento anche in assenza di collaborazione diretta, soprattutto se c'è un rischio di isolamento grave o sintomi acuti.
Nel frattempo, non trascuri anche il suo vissuto: sostenere emotivamente un figlio in difficoltà può essere molto faticoso. Valutare un supporto psicologico anche per sé può aiutare a reggere meglio questo momento e a trovare il modo migliore per rimanere vicino a lui, senza farsi sopraffare.
Resto a disposizione se ha bisogno di confrontarsi ancora.
Un caro saluto.
Buongiorno, consiglio di sfruttare l'apertura verso di lei per andarlo a trovare spesso e parlargli per cercare uno spiraglio. Non dovesse funzionare e si dovesse chiudere sempre di più si potrebbe ricorrere ad un ASO (accertamento sanitario obbligatorio) ed eventualmente ad un TSO se la situazione si aggravasse. Lei non deve perdere il legame buono quindi queste ultime opzioni dovranno essere agite tramite la madre o altri parenti.
Buonasera,
mi dispiace per la sua sincera preoccupazione, comprendo che il non sapere cosa stia accadendo a suo figlio possa spaventarla e farla sentire impotente.
Se il ritiro di suo figlio ha carattere inaspettato ed imprevisto forse è conseguenza di uno o più eventi a cui lui stesso non sa dare forma e spiegazione.
Una presenza genitoriale accogliente e silenziosa potrebbe essere per lui la risposta più preziosa al dolore che sta affrontando. Non cerchi a tutti i costi di offrire soluzioni, gli stia accanto senza affrettare il parlare, rispetti e accolga il suo silenzio. Conceda a suo figlio un tempo per "stare" con la sua sofferenza, in attesa che si senta pronto a dare voce ai propri vissuti. La sua vicinanza potrebbe essere più significativa di tante parole.
Un caro saluto,
Dott.ssa Giulia Rosati
mi dispiace per la sua sincera preoccupazione, comprendo che il non sapere cosa stia accadendo a suo figlio possa spaventarla e farla sentire impotente.
Se il ritiro di suo figlio ha carattere inaspettato ed imprevisto forse è conseguenza di uno o più eventi a cui lui stesso non sa dare forma e spiegazione.
Una presenza genitoriale accogliente e silenziosa potrebbe essere per lui la risposta più preziosa al dolore che sta affrontando. Non cerchi a tutti i costi di offrire soluzioni, gli stia accanto senza affrettare il parlare, rispetti e accolga il suo silenzio. Conceda a suo figlio un tempo per "stare" con la sua sofferenza, in attesa che si senta pronto a dare voce ai propri vissuti. La sua vicinanza potrebbe essere più significativa di tante parole.
Un caro saluto,
Dott.ssa Giulia Rosati
Salve.
Grazie per aver condiviso la sua preoccupazione in questo spazio, che è perfettamente comprensibile.
Il suo approccio, attento e rispettoso dei limiti di suo figli, è già un segno importante di sensibilità e lucidità.
Da quanto scrive, ci sono segnali che meritano attenzione:
-Isolamento marcato
-Ritiro dal lavoro
-Chiusura nei confronti dei contatti familiari
-Rifiuto di aiuto medico e psicologico.
Talvolta può essere utile proporre aiuto non come “andare dallo psicologo”, ma come “parlare con qualcuno che può dare un punto di vista esterno, senza giudicare”.
Se rifiuta, può anche chiedergli il permesso di confrontarsi insieme lei con uno psicologo per capire meglio come aiutarlo: è un modo per coinvolgerlo senza costringerlo.
Provi a non insistere troppo con domande dirette o richieste (“perché non esci?”, “devi andare dal medico”), che in questo momento possono peggiorare il ritiro.
Mostri invece presenza affettuosa e non giudicante: portargli qualcosa da mangiare, stare in silenzio con lui, proporgli una passeggiata breve (anche se rifiuta, conta il gesto).
Spero la situazione possa risolversi per il meglio, saluti.
Grazie per aver condiviso la sua preoccupazione in questo spazio, che è perfettamente comprensibile.
Il suo approccio, attento e rispettoso dei limiti di suo figli, è già un segno importante di sensibilità e lucidità.
Da quanto scrive, ci sono segnali che meritano attenzione:
-Isolamento marcato
-Ritiro dal lavoro
-Chiusura nei confronti dei contatti familiari
-Rifiuto di aiuto medico e psicologico.
Talvolta può essere utile proporre aiuto non come “andare dallo psicologo”, ma come “parlare con qualcuno che può dare un punto di vista esterno, senza giudicare”.
Se rifiuta, può anche chiedergli il permesso di confrontarsi insieme lei con uno psicologo per capire meglio come aiutarlo: è un modo per coinvolgerlo senza costringerlo.
Provi a non insistere troppo con domande dirette o richieste (“perché non esci?”, “devi andare dal medico”), che in questo momento possono peggiorare il ritiro.
Mostri invece presenza affettuosa e non giudicante: portargli qualcosa da mangiare, stare in silenzio con lui, proporgli una passeggiata breve (anche se rifiuta, conta il gesto).
Spero la situazione possa risolversi per il meglio, saluti.
Capisco la situazione delicata, ma la sua volontà di aiutarlo è un passo importante. Continui a esserci per lui nel modo più paziente e amorevole possibile. Se nota cambiamenti significativi nel suo comportamento (aggravamento dell'isolamento, espressione di pensieri negativi o autolesionistici, incapacità di prendersi cura di sé), potrebbe essere necessario valutare un intervento più deciso.
Buongiorno,
comprendo profondamente la sua preoccupazione: ciò che descrive è una situazione complessa e delicata, che merita attenzione e sensibilità.
L'isolamento sociale, la rinuncia ai propri impegni quotidiani (come il lavoro), la chiusura nella propria abitazione e il rifiuto di comunicare anche con le figure più vicine, possono essere segnali di un forte disagio psicologico. È importante non sottovalutare questi comportamenti, soprattutto quando insorgono improvvisamente o si protraggono per diversi giorni, come nel caso di suo figlio.
La sua vicinanza e la possibilità che lui continui ad aprirle la porta sono elementi preziosi. In questo momento è fondamentale preservare questa piccola, ma importante, connessione: continui a fargli sentire la sua presenza, senza pressioni, con un atteggiamento empatico e non giudicante. A volte anche solo il sapere che qualcuno è lì, disponibile ad ascoltare senza forzature, può diventare un primo punto di contatto utile.
Capisco che l'idea di coinvolgere uno specialista possa essere difficile da proporre direttamente, soprattutto se c'è un rifiuto esplicito. Tuttavia, esistono anche forme di aiuto indiretto: ad esempio, un familiare può consultare uno psicologo per ricevere indicazioni su come gestire la comunicazione, i comportamenti più adeguati da adottare e come accompagnare il proprio caro verso un percorso di aiuto, con delicatezza e rispetto dei suoi tempi.
Considerata la situazione, sarebbe utile e consigliato per approfondire rivolgersi ad uno specialista.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
comprendo profondamente la sua preoccupazione: ciò che descrive è una situazione complessa e delicata, che merita attenzione e sensibilità.
L'isolamento sociale, la rinuncia ai propri impegni quotidiani (come il lavoro), la chiusura nella propria abitazione e il rifiuto di comunicare anche con le figure più vicine, possono essere segnali di un forte disagio psicologico. È importante non sottovalutare questi comportamenti, soprattutto quando insorgono improvvisamente o si protraggono per diversi giorni, come nel caso di suo figlio.
La sua vicinanza e la possibilità che lui continui ad aprirle la porta sono elementi preziosi. In questo momento è fondamentale preservare questa piccola, ma importante, connessione: continui a fargli sentire la sua presenza, senza pressioni, con un atteggiamento empatico e non giudicante. A volte anche solo il sapere che qualcuno è lì, disponibile ad ascoltare senza forzature, può diventare un primo punto di contatto utile.
Capisco che l'idea di coinvolgere uno specialista possa essere difficile da proporre direttamente, soprattutto se c'è un rifiuto esplicito. Tuttavia, esistono anche forme di aiuto indiretto: ad esempio, un familiare può consultare uno psicologo per ricevere indicazioni su come gestire la comunicazione, i comportamenti più adeguati da adottare e come accompagnare il proprio caro verso un percorso di aiuto, con delicatezza e rispetto dei suoi tempi.
Considerata la situazione, sarebbe utile e consigliato per approfondire rivolgersi ad uno specialista.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buonasera, la sua preoccupazione è assolutamente comprensibile. Quello che racconta sembra essere un momento molto delicato, e probabilmente suo figlio sta attraversando una fase di forte sofferenza, anche se non riesce (o non vuole) comunicarlo apertamente. Il fatto che con lei mantenga un minimo di contatto è importante: anche solo aprire la porta o permetterle di entrare può essere il suo modo, seppur silenzioso, di chiedere aiuto. In questo momento lei può essere una risorsa preziosa per lui, proprio attraverso una presenza discreta, accogliente, che non forza ma fa sentire che c’è qualcuno lì, pronto ad ascoltarlo quando sarà possibile.
So che può essere difficile stare in questa attesa, soprattutto quando si ha paura di sbagliare e di perdere quel poco che resta del legame. Ma a volte, proprio la pazienza e l’ascolto silenzioso possono fare la differenza. Se sente il bisogno di un confronto o di un sostegno anche per sé, non esiti a chiedere aiuto. Prendersi cura di sé è un passo importante per poter essere d’aiuto all’altro.
Resto a disposizione, se lo desidera, per un confronto più approfondito.
So che può essere difficile stare in questa attesa, soprattutto quando si ha paura di sbagliare e di perdere quel poco che resta del legame. Ma a volte, proprio la pazienza e l’ascolto silenzioso possono fare la differenza. Se sente il bisogno di un confronto o di un sostegno anche per sé, non esiti a chiedere aiuto. Prendersi cura di sé è un passo importante per poter essere d’aiuto all’altro.
Resto a disposizione, se lo desidera, per un confronto più approfondito.
Salve, da quello che descrive, sembra che suo figlio stia attraversando un momento di forte crisi. Il ritiro sociale improvviso, il mancato accesso al lavoro, il rifiuto delle relazioni, e la chiusura nei confronti di qualsiasi forma di aiuto sono tutti segnali che potrebbero indicare una sofferenza psicologica importante. Potrebbe essere molto utile consultare lei stesso uno psicologo o uno psichiatra, spiegandogli la situazione. Il professionista può aiutarla a capire come muoversi passo dopo passo, e darle indicazioni più precise su cosa osservare, come comunicare con suo figlio e come intervenire.
Sembra che suo figlio abbia una chiusura verso le relazioni esterne. Sentirei il medico di base per una prima valutazione e se necessario un intervento coatto. L'intervento dovrebbe avere l'obiettivo di proteggere il paziente, contenere e trovare la terapia adatta
Buongiorno,
Ho letto con attenzione le sue parole, dalle quali trapela la sua comprensibile preoccupazione. Da quanto descrive, suo figlio è un giovane adulto che si è costruito la propria indipendenza e autonomia e che, improvvisamente, ha iniziato a manifestare comportamenti di disinvestimento e di ritiro dai propri contesti di vita. Questi aspetti, uniti all'isolamento sociale e a un atteggiamento di chiusura relazionale nei confronti dei familiari e il datore di lavoro, sono degli elementi significativi che potrebbero essere, allo stesso tempo, sia degli indicatori di un disagio psicologico, che fattori esacerbanti lo stesso, in un circolo vizioso che si autoalimenta. Comprendo come per lei, in veste di genitore, possa essere molto difficile capire come affrontare la situazione, poiché potrebbe sentirsi investito da emozioni contrastanti, dove il senso di impotenza si scontra con il senso di responsabilità genitoriale, senso di responsabilità che è ulteriormente sollecitato dalla sensazione di essere l'unico "ponte" relazionale rimasto per suo figlio.
Per quanto ha potuto descrivere, quello che mi sento di rimandarle è che sicuramente lei rappresenta una risorsa preziosa perché suo figlio possa percepire che, nonostante attualmente senta bisogno di mantenere le distanze e ritirarsi, c'è qualcuno vicino a lui, in modo che non si senta abbandonato: le suggerisco dunque di cercare di mantenere il contatto senza che suo figlio lo senta forzato. Sarebbe poi importante che il ragazzo possa essere piano piano avvicinato ed accompagnato a chiedere un supporto da parte di una figura professionale; tuttavia, se questo attualmente risulta impraticabile, cerchi di porsi in una posizione di monitoraggio valutando, se la situazione dovesse diventare più preoccupante, un intervento medico.
Mi sento infine di suggerirle di valutare la possibilità di essere anche lei stesso supportato, in modo da avere uno spazio in cui possa verbalizzare le proprie preoccupazioni e stati emotivi.
Spero di esserle stata d'aiuto, rimango a disposizione.
Cordialmente,
Dott.ssa Maria Eugenia Vecchi
Ho letto con attenzione le sue parole, dalle quali trapela la sua comprensibile preoccupazione. Da quanto descrive, suo figlio è un giovane adulto che si è costruito la propria indipendenza e autonomia e che, improvvisamente, ha iniziato a manifestare comportamenti di disinvestimento e di ritiro dai propri contesti di vita. Questi aspetti, uniti all'isolamento sociale e a un atteggiamento di chiusura relazionale nei confronti dei familiari e il datore di lavoro, sono degli elementi significativi che potrebbero essere, allo stesso tempo, sia degli indicatori di un disagio psicologico, che fattori esacerbanti lo stesso, in un circolo vizioso che si autoalimenta. Comprendo come per lei, in veste di genitore, possa essere molto difficile capire come affrontare la situazione, poiché potrebbe sentirsi investito da emozioni contrastanti, dove il senso di impotenza si scontra con il senso di responsabilità genitoriale, senso di responsabilità che è ulteriormente sollecitato dalla sensazione di essere l'unico "ponte" relazionale rimasto per suo figlio.
Per quanto ha potuto descrivere, quello che mi sento di rimandarle è che sicuramente lei rappresenta una risorsa preziosa perché suo figlio possa percepire che, nonostante attualmente senta bisogno di mantenere le distanze e ritirarsi, c'è qualcuno vicino a lui, in modo che non si senta abbandonato: le suggerisco dunque di cercare di mantenere il contatto senza che suo figlio lo senta forzato. Sarebbe poi importante che il ragazzo possa essere piano piano avvicinato ed accompagnato a chiedere un supporto da parte di una figura professionale; tuttavia, se questo attualmente risulta impraticabile, cerchi di porsi in una posizione di monitoraggio valutando, se la situazione dovesse diventare più preoccupante, un intervento medico.
Mi sento infine di suggerirle di valutare la possibilità di essere anche lei stesso supportato, in modo da avere uno spazio in cui possa verbalizzare le proprie preoccupazioni e stati emotivi.
Spero di esserle stata d'aiuto, rimango a disposizione.
Cordialmente,
Dott.ssa Maria Eugenia Vecchi
Salve gentile utente, capisco la sua difficoltà e preoccupazione, ma da come si evince nella sua richiesta, suo figlio non sente (al momento) la necessità di effettuare una richiesta d’aiuto. Nonostante questo lei fa la sua richiesta d’aiuto, seppur nei riguardi di suo figlio e ciò evince un suo bisogno di richiesta d’aiuto. Detto ciò le suggerisco di effettuare dei colloqui di sostegno e valutare un lavoro su di sé, che tramite l’esempio, potrebbe tramutarsi in un’autorizzazione di suo figlio nei sui personali bisogni. Cordialmente, dott.ssa Elda Valente
Buongiorno. Comprendo profondamente la sua preoccupazione di fronte a questa situazione delicata che coinvolge suo figlio. È del tutto naturale sentirsi smarriti e ansiosi quando un proprio caro manifesta un ritiro sociale così marcato e un rifiuto di comunicare.
La sua premura e il suo desiderio di aiutarlo sono evidenti, e il fatto che lei rappresenti al momento uno dei suoi pochi, se non l'unico, legami comunicativi attivi sottolinea l'importanza del suo ruolo in questa fase. È saggio il suo timore di compromettere anche questi fragili contatti, e la sua cautela nell'agire è comprensibile.
In situazioni come questa, è fondamentale muoversi con delicatezza ed empatia. Suo figlio sta manifestando un disagio significativo attraverso il suo isolamento e il rifiuto di adempiere alle sue responsabilità lavorative. Sebbene lei non possa costringerlo a cercare aiuto professionale, il suo sostegno in questo momento è cruciale.
Le suggerirei di continuare ad offrirgli la sua presenza in modo non pressante e giudicante. Mantenere aperto il canale di comunicazione, anche se limitato, è importante. Quando si reca a trovarlo, provi ad ascoltarlo senza forzarlo a parlare, magari offrendogli semplicemente la sua compagnia e facendogli sapere che lei è lì per lui, quando e se si sentirà pronto a condividere qualcosa.
Potrebbe essere utile esprimere la sua preoccupazione in modo calmo e affettuoso, focalizzandosi sui suoi comportamenti osservabili ("ho notato che non esci da alcuni giorni e questo mi preoccupa") piuttosto che su interpretazioni o giudizi. Eviti di insistere sulla necessità di un aiuto professionale in questa fase iniziale, poiché ciò potrebbe irrigidirlo ulteriormente.
Considerando il suo rifiuto di coinvolgere altri, potrebbe essere utile per lei, in qualità di genitore e figura di riferimento, consultare uno psicologo per ricevere un supporto specifico su come gestire al meglio questa situazione. Un professionista potrà offrirle strategie comunicative mirate e aiutarla a comprendere le dinamiche sottostanti al ritiro di suo figlio, fornendole indicazioni su come muoversi nel modo più efficace possibile, senza compromettere il legame esistente.
Ricordi che il cambiamento richiede tempo e pazienza. Il suo ruolo di genitore premuroso è fondamentale in questo momento delicato. Continui ad offrire il suo sostegno in modo empatico e rispettoso dei suoi tempi, e non esiti a cercare un supporto professionale per lei stesso, al fine di affrontare al meglio questa difficile situazione.
La sua premura e il suo desiderio di aiutarlo sono evidenti, e il fatto che lei rappresenti al momento uno dei suoi pochi, se non l'unico, legami comunicativi attivi sottolinea l'importanza del suo ruolo in questa fase. È saggio il suo timore di compromettere anche questi fragili contatti, e la sua cautela nell'agire è comprensibile.
In situazioni come questa, è fondamentale muoversi con delicatezza ed empatia. Suo figlio sta manifestando un disagio significativo attraverso il suo isolamento e il rifiuto di adempiere alle sue responsabilità lavorative. Sebbene lei non possa costringerlo a cercare aiuto professionale, il suo sostegno in questo momento è cruciale.
Le suggerirei di continuare ad offrirgli la sua presenza in modo non pressante e giudicante. Mantenere aperto il canale di comunicazione, anche se limitato, è importante. Quando si reca a trovarlo, provi ad ascoltarlo senza forzarlo a parlare, magari offrendogli semplicemente la sua compagnia e facendogli sapere che lei è lì per lui, quando e se si sentirà pronto a condividere qualcosa.
Potrebbe essere utile esprimere la sua preoccupazione in modo calmo e affettuoso, focalizzandosi sui suoi comportamenti osservabili ("ho notato che non esci da alcuni giorni e questo mi preoccupa") piuttosto che su interpretazioni o giudizi. Eviti di insistere sulla necessità di un aiuto professionale in questa fase iniziale, poiché ciò potrebbe irrigidirlo ulteriormente.
Considerando il suo rifiuto di coinvolgere altri, potrebbe essere utile per lei, in qualità di genitore e figura di riferimento, consultare uno psicologo per ricevere un supporto specifico su come gestire al meglio questa situazione. Un professionista potrà offrirle strategie comunicative mirate e aiutarla a comprendere le dinamiche sottostanti al ritiro di suo figlio, fornendole indicazioni su come muoversi nel modo più efficace possibile, senza compromettere il legame esistente.
Ricordi che il cambiamento richiede tempo e pazienza. Il suo ruolo di genitore premuroso è fondamentale in questo momento delicato. Continui ad offrire il suo sostegno in modo empatico e rispettoso dei suoi tempi, e non esiti a cercare un supporto professionale per lei stesso, al fine di affrontare al meglio questa difficile situazione.
Buongiorno,
E' totalmente comprensibile la sua preoccupazione. Cercherei di essergli il più vicino possibile, come sta già facendo e di cercare di capire: sta mangiando? dorme? fisicamente come sta? è spaventato?
proverei inoltre a capire se è accaduto qualcosa di spiacevole. Ad ogni modo le consiglierei inoltre di rivolgersi ad uno psicologo che possa guidarla nella risoluzione della situazione e nei vari step.
E' totalmente comprensibile la sua preoccupazione. Cercherei di essergli il più vicino possibile, come sta già facendo e di cercare di capire: sta mangiando? dorme? fisicamente come sta? è spaventato?
proverei inoltre a capire se è accaduto qualcosa di spiacevole. Ad ogni modo le consiglierei inoltre di rivolgersi ad uno psicologo che possa guidarla nella risoluzione della situazione e nei vari step.
Buongiorno, grazie per la condivisione di questa situazione molto vicina a lei e, sembrerebbe, anche molto dolorosa.
Suo figlio riesce, almeno con lei, a condividere le motivazioni di questo isolamento? Anche se non a questo livello, era già successo che il ragazzo si chiudesse? Cosa intende infine, o meglio, cosa farebbe rientrare nella categoria "qualcosa che a lui non va"?
Comprendo quanto questa situazione sia delicata, e per questo le consiglierei forse uno spazio d'ascolto più approfondito e dedicato, per condividere dettagli che qui pubblicamente è giusto non condividere e, eventualmente, cercare un sostegno che possa aiutare il ragazzo indirettamente.
Un caro saluto,
dott.ssa Francomano Ilaria
Suo figlio riesce, almeno con lei, a condividere le motivazioni di questo isolamento? Anche se non a questo livello, era già successo che il ragazzo si chiudesse? Cosa intende infine, o meglio, cosa farebbe rientrare nella categoria "qualcosa che a lui non va"?
Comprendo quanto questa situazione sia delicata, e per questo le consiglierei forse uno spazio d'ascolto più approfondito e dedicato, per condividere dettagli che qui pubblicamente è giusto non condividere e, eventualmente, cercare un sostegno che possa aiutare il ragazzo indirettamente.
Un caro saluto,
dott.ssa Francomano Ilaria
Gentile genitore,
comprendo profondamente la sua preoccupazione e il suo senso di impotenza di fronte a un figlio che sembra essersi ritirato dal mondo. Tuttavia, la cosa più importante in questi casi è non lasciarsi guidare dall’ansia, che spesso ci spinge a compiere azioni comprensibili ma controproducenti.
Il primo passo è evitare i tentativi fallimentari ripetitivi, come cercare di convincerlo, forzarlo o pressarlo perché si apra, esca o si faccia aiutare. Questo, come ha già notato, rischia solo di chiudere gli ultimi canali di comunicazione ancora aperti.
Occorre allora procedere in modo strategico e indiretto.
Le suggerirei di sfruttare il fatto che lei è ancora in contatto con lui, anche se in forma minima. Piuttosto che insistere sul cambiamento ("devi uscire", "devi andare da uno specialista"), provi a comunicare in modo più apparentemente complice e meno preoccupato, come se volesse semplicemente “esserci”, senza pretendere nulla.
Per esempio, potrebbe scrivergli o dirgli cose del tipo:
“So che in questo momento non vuoi parlare e non vuoi vedere nessuno. Va benissimo così. Ti rispetto. Solo, sappi che io ci sono. Se hai bisogno di qualcosa, anche solo una pizza o due parole a caso, scrivimi pure. E se non vuoi rispondere, va bene lo stesso. Non devi nulla a nessuno.”
Questo tipo di comunicazione abbassa la pressione, gli restituisce un senso di controllo, e mantiene aperto il canale.
Parallelamente, può essere utile creare una sorta di rituale discreto, come lasciargli un piccolo gesto (una busta con un biglietto, del cibo, un oggetto a lui caro) ogni tot giorni, senza aspettarsi una risposta. Questo agisce sul piano emotivo, senza parole né pressioni.
comprendo profondamente la sua preoccupazione e il suo senso di impotenza di fronte a un figlio che sembra essersi ritirato dal mondo. Tuttavia, la cosa più importante in questi casi è non lasciarsi guidare dall’ansia, che spesso ci spinge a compiere azioni comprensibili ma controproducenti.
Il primo passo è evitare i tentativi fallimentari ripetitivi, come cercare di convincerlo, forzarlo o pressarlo perché si apra, esca o si faccia aiutare. Questo, come ha già notato, rischia solo di chiudere gli ultimi canali di comunicazione ancora aperti.
Occorre allora procedere in modo strategico e indiretto.
Le suggerirei di sfruttare il fatto che lei è ancora in contatto con lui, anche se in forma minima. Piuttosto che insistere sul cambiamento ("devi uscire", "devi andare da uno specialista"), provi a comunicare in modo più apparentemente complice e meno preoccupato, come se volesse semplicemente “esserci”, senza pretendere nulla.
Per esempio, potrebbe scrivergli o dirgli cose del tipo:
“So che in questo momento non vuoi parlare e non vuoi vedere nessuno. Va benissimo così. Ti rispetto. Solo, sappi che io ci sono. Se hai bisogno di qualcosa, anche solo una pizza o due parole a caso, scrivimi pure. E se non vuoi rispondere, va bene lo stesso. Non devi nulla a nessuno.”
Questo tipo di comunicazione abbassa la pressione, gli restituisce un senso di controllo, e mantiene aperto il canale.
Parallelamente, può essere utile creare una sorta di rituale discreto, come lasciargli un piccolo gesto (una busta con un biglietto, del cibo, un oggetto a lui caro) ogni tot giorni, senza aspettarsi una risposta. Questo agisce sul piano emotivo, senza parole né pressioni.
Buongiorno, comprendo la sua preoccupazione. Mi chiedevo cosa le racconta e come le spiega questo suo ritiro. Questa è una informazione importante e necessaria per riflettere sulla motivazione. Con lei parla del suo disagio? Come giustifica questo suo comportamento? Suo figlio è maggiorenne quindi può scegliere di non andare da un professionista; ovviamente, come immaginerà, è necessario che parli con qualcuno che lo possa aiutare. Il mio consiglio, per lei, è di cercare, senza essere troppo insistente ovviamente, di avere più rapporti possibili con suo figlio, con l'obiettivo di promuovere legami e rapporti con gli altri.
Buongiorno,
mi spiace molto per la situazione che sta vivendo.
Cercherei di essere più accogliente e comprensiva possibile e poco pressante.
Provi a proporre una consulenza online con uno psicologo/psicoterapeuta o un medico.
Saluti
Susanna Manzato
mi spiace molto per la situazione che sta vivendo.
Cercherei di essere più accogliente e comprensiva possibile e poco pressante.
Provi a proporre una consulenza online con uno psicologo/psicoterapeuta o un medico.
Saluti
Susanna Manzato
Gentile utente di mio dottore,
Potrebbe trattarsi di un esordio depressivo. Provi a comprendere se il comportamento di suo figlio è frutto di una mancata voglia di vivere o semplicemente di altro. In ogni caso, essendo maggiorenne dovrebbe essere lui a richiedere un intervento sanitario o l' aiuto di uno specialista per poter ricevere aiuto, difficilmente in questo casi figure terze possono fare qualcosa.
Cordiali saluti
Dott. Diego Ferrara
Potrebbe trattarsi di un esordio depressivo. Provi a comprendere se il comportamento di suo figlio è frutto di una mancata voglia di vivere o semplicemente di altro. In ogni caso, essendo maggiorenne dovrebbe essere lui a richiedere un intervento sanitario o l' aiuto di uno specialista per poter ricevere aiuto, difficilmente in questo casi figure terze possono fare qualcosa.
Cordiali saluti
Dott. Diego Ferrara
Buongiorno gentile Utente, comprendo pienamente la sua preoccupazione e, anzi, credo sia del tutto giustificata. La situazione che descrive, soprattutto per la rapidità con cui sembra essersi manifestato questo isolamento da parte di suo figlio, merita attenzione e delicatezza. Quando un giovane adulto interrompe le relazioni sociali e lavorative, tende a chiudersi in casa e rifiuta il dialogo, ci troviamo spesso di fronte a una condizione di sofferenza profonda, anche se non sempre facilmente riconoscibile o verbalizzabile da parte della persona che la sta vivendo.
In questi casi, il rischio maggiore è proprio quello di forzare un confronto troppo diretto, che potrebbe essere percepito da suo figlio come un'invasione, spingendolo a chiudersi ulteriormente. È invece fondamentale preservare la relazione e il minimo contatto che attualmente lei riesce a mantenere, anche se parziale. La sua presenza, discreta ma costante, può rappresentare per lui un riferimento importante, anche se al momento non lo esprime.
Le suggerirei di continuare a esserci in modo non pressante, offrendo piccoli gesti di vicinanza (anche solo portandogli qualcosa da mangiare) facendo sapere che è disponibile a parlare, ma solo se e quando lui lo vorrà. A volte una semplice frase come “Ci sono, anche solo per stare in silenzio” può essere più efficace di tante domande o tentativi di “smuoverlo”.
Parallelamente, potrebbe essere utile per lei confrontarsi con uno psicologo, anche solo per avere uno spazio in cui riflettere su come gestire questa situazione senza sovraccaricarsi o sentirsi impotente. In alcuni casi, inoltre, è possibile valutare un intervento indiretto: vi sono infatti modalità di supporto familiare o consulenze “per interposta persona” che aiutano chi sta vicino alla persona in difficoltà ad attivare risorse e strategie, nella speranza che, col tempo, anche il diretto interessato possa aprirsi a un aiuto più strutturato.
In presenza di segnali più gravi (come rifiuto prolungato di mangiare, di lavarsi, di comunicare in qualsiasi forma), può rendersi necessario un contatto con i servizi territoriali di salute mentale, che hanno competenze specifiche per intervenire anche nei casi in cui la persona non richiede attivamente aiuto. Tuttavia, questi sono passaggi delicati e vanno valutati con attenzione, per questo è ancora più importante che lei non sia da solo in questo momento.
Se dovesse avere bisogno di ulteriori informazioni o di intraprendere un percorso mi trova a disposizione,
Dott. Luca Vocino
In questi casi, il rischio maggiore è proprio quello di forzare un confronto troppo diretto, che potrebbe essere percepito da suo figlio come un'invasione, spingendolo a chiudersi ulteriormente. È invece fondamentale preservare la relazione e il minimo contatto che attualmente lei riesce a mantenere, anche se parziale. La sua presenza, discreta ma costante, può rappresentare per lui un riferimento importante, anche se al momento non lo esprime.
Le suggerirei di continuare a esserci in modo non pressante, offrendo piccoli gesti di vicinanza (anche solo portandogli qualcosa da mangiare) facendo sapere che è disponibile a parlare, ma solo se e quando lui lo vorrà. A volte una semplice frase come “Ci sono, anche solo per stare in silenzio” può essere più efficace di tante domande o tentativi di “smuoverlo”.
Parallelamente, potrebbe essere utile per lei confrontarsi con uno psicologo, anche solo per avere uno spazio in cui riflettere su come gestire questa situazione senza sovraccaricarsi o sentirsi impotente. In alcuni casi, inoltre, è possibile valutare un intervento indiretto: vi sono infatti modalità di supporto familiare o consulenze “per interposta persona” che aiutano chi sta vicino alla persona in difficoltà ad attivare risorse e strategie, nella speranza che, col tempo, anche il diretto interessato possa aprirsi a un aiuto più strutturato.
In presenza di segnali più gravi (come rifiuto prolungato di mangiare, di lavarsi, di comunicare in qualsiasi forma), può rendersi necessario un contatto con i servizi territoriali di salute mentale, che hanno competenze specifiche per intervenire anche nei casi in cui la persona non richiede attivamente aiuto. Tuttavia, questi sono passaggi delicati e vanno valutati con attenzione, per questo è ancora più importante che lei non sia da solo in questo momento.
Se dovesse avere bisogno di ulteriori informazioni o di intraprendere un percorso mi trova a disposizione,
Dott. Luca Vocino
Buongiorno, la sua preoccupazione è assolutamente comprensibile, e la situazione che sta vivendo con suo figlio è delicata, complessa e molto dolorosa, anche perché coinvolge quel confine così sottile tra il desiderio di aiutarlo e il timore di spingerlo ancora di più a chiudersi. Il fatto che lei sia una delle poche persone con cui suo figlio mantiene ancora un contatto è significativo e prezioso. Questo legame, seppur fragile in questo momento, rappresenta una risorsa importante, ed è comprensibile che voglia tutelarlo con attenzione, evitando pressioni che potrebbero spezzare quel filo di comunicazione che ancora vi unisce. Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, l’isolamento sociale improvviso, il ritiro dal lavoro e dalle attività quotidiane, così come la chiusura verso la famiglia, possono essere segnali che meritano un’attenzione seria e delicata. Potrebbero indicare un periodo di forte disagio emotivo, sintomi depressivi o un’espressione di stress e malessere psichico che ha raggiunto una soglia difficile da gestire per lui da solo. È importante sottolineare che questo non significa necessariamente che ci sia una patologia grave, ma che la sofferenza che sta provando, a giudicare dai comportamenti che lei descrive, sembra essere tale da impedirgli di affrontare anche le incombenze più basilari, come il lavoro o i rapporti con gli altri. In questi casi, la chiave è riuscire a mantenere aperto quel canale di comunicazione, anche minimo, che suo figlio ha con lei. Questo non significa necessariamente parlarne apertamente fin da subito, ma piuttosto cercare di essere presenti in modo empatico, rispettando i suoi silenzi e il suo bisogno di chiusura, ma trasmettendo con costanza il messaggio che lei c’è, senza giudicarlo, senza forzarlo, ma con sincera preoccupazione e affetto. A volte, in questi momenti, ciò che più pesa a chi soffre è la paura di deludere, di essere un peso, o di non essere capiti: la presenza silenziosa, non invasiva, ma calda e coerente di una figura di riferimento può aiutare ad allentare, nel tempo, queste paure. Capisco quanto possa essere difficile rimanere in questo equilibrio, soprattutto se si teme di “fare troppo” o “fare troppo poco”. In questi casi, può essere utile anche per lei avere un supporto psicologico, un confronto con un professionista che possa aiutarla a leggere meglio ciò che accade, a gestire l’ansia e ad elaborare insieme una strategia relazionale che tenga conto della specificità del carattere di suo figlio e delle dinamiche familiari. Un supporto di questo tipo non è solo un modo per trovare strumenti utili per aiutarlo, ma anche per prendersi cura di sé, che è un aspetto fondamentale in situazioni così stressanti. Dal punto di vista pratico, può essere utile provare a proporgli piccoli gesti di cura senza chiedere nulla in cambio. Magari proporgli di portargli qualcosa da mangiare, di vedere insieme un film, di parlare di altro, senza toccare subito il tema del lavoro o della sua condizione. Evitare per ora il confronto diretto su ciò che “non sta facendo”, per non innescare una reazione di difesa, ma piuttosto continuare a coltivare piccoli momenti di contatto e fiducia. Se nel tempo questa disponibilità dovesse diventare più solida, allora si potrebbe valutare di introdurre con delicatezza l’idea di un supporto esterno, magari presentandolo come un momento per “parlare con qualcuno” più che come una terapia strutturata, per evitare resistenze immediate. Se dovesse però percepire segnali preoccupanti in termini di rischio per la sua incolumità o segnali di grave decadimento delle funzioni vitali (alimentazione, igiene personale, uso di sostanze), allora non esiti a chiedere un consulto medico anche senza il consenso diretto, in quanto la tutela della salute e della sicurezza viene prima di ogni altra considerazione. La sua sensibilità, la sua attenzione e la volontà di comprendere come muoversi sono già un gesto di grande valore. La invito a non portare tutto il peso da solo: chiedere aiuto, anche solo per capire meglio come essere d’aiuto, è il primo passo concreto per affrontare questa situazione nel modo più costruttivo possibile. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buon pomeriggio, comprendo che la situazione di suo figlio la mette tanto in pensiero. Questa chiusura in casa e il taglio verso il mondo esterno è da attenzionare, soprattutto se continua nel tempo. Fa bene a domandarsi come approcciarlo, evidentemente percepisce che nel momento in cui insiste troppo anche il filo sottile di relazione che sta mantenendo con lei potrebbe essere reciso. Si trova in una posizione difficile e scomoda! Può solo provare, con estrema delicatezza, a chiedere al figlio i motivi per cui rifiuta una visita medica o un colloquio psicologico e ricordargli che se uscire di casa è troppo difficoltoso c'è sempre la possibilità di fare dei colloqui online.
Questo tipo di chiusura verso l'esterno mi fa pensare che possa esserci un profondo tema di vergogna, qualcosa da cui proteggersi; è bene essere delicatissimi.
Spero suo figlio possa presto aprire, metaforicamente, le porte di casa anche ad un aiuto esterno.
Questo tipo di chiusura verso l'esterno mi fa pensare che possa esserci un profondo tema di vergogna, qualcosa da cui proteggersi; è bene essere delicatissimi.
Spero suo figlio possa presto aprire, metaforicamente, le porte di casa anche ad un aiuto esterno.
Buongiorno,
comprendo profondamente la sua preoccupazione, ed è più che legittima: i segnali che descrive, isolamento, ritiro sociale, assenza dal lavoro, rifiuto di comunicazione e di aiuto, sono campanelli d’allarme importanti che non vanno sottovalutati.
Le propongo una riflessione che può essere utile come primo passo:
più che “convincerlo” ad accettare un aiuto, può essere utile ora “esserci” senza invadere. Il legame che ha mantenuto con lei è prezioso, anche se fragile: è uno spazio relazionale che può rappresentare l’unico ponte per avviare un processo di cura.
In questo momento, la priorità non è forzarlo, ma contenere con presenza affettiva il suo malessere, mostrando disponibilità senza giudizio né richieste dirette. Ad esempio, si può offrire una piccola routine di contatto (una visita breve, un messaggio neutro, una cena portata a casa), senza aspettarsi risposte o cambiamenti immediati.
Nel frattempo, le suggerisco caldamente di rivolgersi lei a uno psicologo o a un centro di salute mentale del territorio, anche per un primo consulto orientativo. In questi casi, un sostegno a chi è “accanto” è fondamentale per capire come non farsi travolgere, come comunicare efficacemente e come costruire un possibile accesso futuro alla cura per suo figlio, magari anche con l’aiuto di professionisti specializzati nel lavoro con giovani adulti in crisi.
Il suo ruolo ora non è “salvarlo”, ma restare una presenza stabile e accogliente, e questo, spesso, è ciò che più può fare la differenza.
comprendo profondamente la sua preoccupazione, ed è più che legittima: i segnali che descrive, isolamento, ritiro sociale, assenza dal lavoro, rifiuto di comunicazione e di aiuto, sono campanelli d’allarme importanti che non vanno sottovalutati.
Le propongo una riflessione che può essere utile come primo passo:
più che “convincerlo” ad accettare un aiuto, può essere utile ora “esserci” senza invadere. Il legame che ha mantenuto con lei è prezioso, anche se fragile: è uno spazio relazionale che può rappresentare l’unico ponte per avviare un processo di cura.
In questo momento, la priorità non è forzarlo, ma contenere con presenza affettiva il suo malessere, mostrando disponibilità senza giudizio né richieste dirette. Ad esempio, si può offrire una piccola routine di contatto (una visita breve, un messaggio neutro, una cena portata a casa), senza aspettarsi risposte o cambiamenti immediati.
Nel frattempo, le suggerisco caldamente di rivolgersi lei a uno psicologo o a un centro di salute mentale del territorio, anche per un primo consulto orientativo. In questi casi, un sostegno a chi è “accanto” è fondamentale per capire come non farsi travolgere, come comunicare efficacemente e come costruire un possibile accesso futuro alla cura per suo figlio, magari anche con l’aiuto di professionisti specializzati nel lavoro con giovani adulti in crisi.
Il suo ruolo ora non è “salvarlo”, ma restare una presenza stabile e accogliente, e questo, spesso, è ciò che più può fare la differenza.
Gentile utente, è una situazione delicata poiché sui figlio è maggiorenne. Quel che mi viene da suggerirle è di confrontarsi con un collega di zona pe capire come poter aiutare approfondire la papabile natura di tale chiusura.
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