Buongiorno. Mio figlio 17 anni, 4 liceo. Uscito dalle media con eccellenza, il 1 liceo tt bene, il 2

25 risposte
Buongiorno. Mio figlio 17 anni, 4 liceo. Uscito dalle media con eccellenza, il 1 liceo tt bene, il 2 inizia a studiare poco soprattutto dopo esser stato lasciato dopo 1 mese dalla fidanzatina, rimandato in 2 materie. E inizia a saltare anche gli allenamenti sportivi. Lo scorso anno scolastico ha fatto molte assenze, studiava, nn sempre, ma lo faceva ed è stato rimandato ad una materia. Questa estate tutto sembra normale, si fidanza ed è contento. Torniamo dalle vacanze inizia scuola i primi giorni va ma non studia, lei lo lascia e sembra che nn l'abbia presa male xke va a scuola(ma non sempre fa i compiti), va a sport, esce con gli amici fino a domenica scorsa era tt "normale" da martedì si è chiuso, nn parla con nessuno, nn risponde se gli chiedi qualcosa, nn va a scuola e a sport, nn risponde al cellulare ad amici ed al mister che ha capito che qlc non va. Ho provato a parlarci e chiedergli se nn vuole piu studiare e nn risponde, se nn vuole andare piu a sport e nn risponde, se dipende dalla sua ex e dice no. Gli dico che nn puo isolarsi cosi, che puo entrare in depressione, che lui è forte e deve reagire, se vuole incontrare uno psicologo e dice no che sta bene cosi. Gli ho detto che ne chiamerò uno a domicilio ma nn so se farei bene questa forzatura. Lui è un tipo chiuso ed introverso e di poche parole e a volte sembra disinteressato agli altri anche alla famiglia, nn è affettuoso nemmeno con il gemello, sembra anaffettivo. La situazione familiare tra me e mio marito è da un po che nn va e abbiamo deciso di separarci e lo abbiamo detto ai ragazzi a giugno, ma mio marito ancora è in casa quindi continua questa aria "pesante". Io credo che nn ha autostima, si sente inadeguato in tutto ma nn capisco cosa gli ha scatenato questo disagio. Xke a scuola fino le medie era eccellenza e al primo tt 8 e 9. Al secondo ha iniziato a mollare. A sport è sempre stato il piu bravo e si sentiva forte in questo, ma dallo scorso anno, se nn prima, nn gli interessa piu. Fuma pur sapendo che fa male, in 2 anni si è ubriacato 3 volte in feste di amici. Io chiedo aiuto a capire cosa puo essergli successo, cosa ha scatenato tutto ma soprattutto cosa devo fare per farlo uscire da qst isolamento. Lo psicologo "forzato" puo essere utile o otterrei l'effetto opposto? Grazie mamma disperata
Gentile Signora I comportamenti di suo figlio indicano già un malessere evidente che si può chiamare depressione o semplicemente disagio giovanile ( la diagnosi andrebbe fatta con altri elementi) ma siccome mi occupo da anni di adolescenti e famiglie le posso consigliare due cose importanti:
Chiedere aiuto lei.. E magari suo marito a persone esperte in stili di vita sani ( noi seguiamo le famiglie in auto aiuto con gruppi chiamati club di ecologia sociale)
Darebbe a suo figlio il messaggio che siete anche voi a disagio ( la separazione dei genitori è già un indice di disagio di tutto il nucleo famigliare) chiedere aiuto non è una vergogna
Due potrebbe suggerire a un ragazzo dei colloqui online con appunto esperti
Il fatto che si è chiuso.. ogni tanto si ubriaca.. E tutto quello che lei ha indicato ci deve far capire che non va lasciato da solo... Non sappiamo cosa abita la sua mente ma le persone che soffrono così sono segni di grande sensibilità vanno aiutati.. Chi più della mamma ( e magari il papà puo'/possono mettersi in gioco?
Non esisti a chiedere aiuto
In bocca al lupo
Dott.ssaLorenzini Maria santa psicoterapeuta
In bocca al lupo

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Dott. Gianluigi Torre
Psicologo clinico, Psicologo
Terracina
capisco profondamente la sua preoccupazione e la sofferenza che traspare da ciò che racconta. La situazione che descrive non è rara in adolescenza, ma resta delicata e merita attenzione. Da quanto scrive, suo figlio sta vivendo un periodo di forte vulnerabilità emotiva che non è nato improvvisamente, ma si è costruito nel tempo: la prima delusione affettiva, il calo nel rendimento scolastico, la perdita di interesse per lo sport e la tensione familiare dovuta alla separazione sono tutti fattori che, insieme, possono aver minato la sua fiducia in sé e nel mondo. A 17 anni, quando l’identità personale è ancora in formazione, tutto questo può generare un senso profondo di smarrimento, inadeguatezza e ritiro.

Il suo isolamento non è solo un rifiuto verso gli altri, ma probabilmente un modo per difendersi da un dolore che non riesce a esprimere o a comprendere. Il silenzio, la chiusura e l’apparente disinteresse possono essere segnali di una sofferenza interna che non trova parole. È possibile che si senta vuoto, deluso da se stesso, o spaventato dall’idea di non riuscire più a essere “quello bravo di prima”.

In questo momento la priorità non è spingerlo a reagire o a riprendere subito la scuola e lo sport, ma offrirgli un clima emotivo più sicuro e meno pressante. Eviti frasi come “devi reagire” o “così ti ammali”, perché rischiano di aumentare il senso di fallimento. È più utile mostrarsi presente in modo tranquillo, far sentire che lei c’è anche se lui non parla, che non deve dimostrare nulla e che il suo valore non dipende da voti o risultati. A volte basta poco, come sedersi vicino a lui senza chiedere spiegazioni, per fargli percepire che può fidarsi.

Riguardo alla possibilità di uno psicologo, se lui ora rifiuta, forzarlo rischierebbe di chiuderlo ancora di più. Tuttavia, è importante che lei si faccia comunque affiancare da un professionista, anche solo per un colloquio di orientamento per genitori. Potrà aiutarla a capire come gestire la comunicazione con suo figlio, a riconoscere i segnali di un disagio più profondo e a individuare il momento giusto per proporre un aiuto esterno in modo più efficace e rispettoso dei suoi tempi.

In sintesi, il passo più utile ora è ridurre la pressione, creare uno spazio emotivo accogliente, evitare giudizi e tenere aperta la porta del dialogo. Quando sentirà che non è costretto ma accolto, sarà molto più probabile che accetti di farsi aiutare.
Dott.ssa Giada Casumaro
Psicologo, Terapeuta, Professional counselor
Rovereto sulla Secchia
Buonasera, grazie per aver posto questo quesito che credo sia importante per tanti genitori.
Il malessere di suo figlio può essere dovuto a tanti fattori, ricordiamo che è in una fase dove sta costruendo la sua identità e le emozioni sono vissute più intensamente.
Anche la separazione in casa può essere motivo di turbamento come molte altre che unendosi provocano questa sofferenza.
Gli lascerei i suoi spazi e proverei solo ad accoglierlo e ad essere disponibile quando e se vorrà parlarne. Più lo soffochiamo e lo obblighiamo più otteremmo l'opposizione e l allontanamento. Sicuramente lei è preoccupata ed è una brava mamma ad interessarsi del suo mondo. Per ora però gli spiegherei solo che lei è preoccupata e che vorrebbe aiutarlo in qualche modo, se è disponibile può incontrare una volta uno psicologo e poi lasciare a lui la decisione così che abbiate trovato un compromesso.
Non lo farei però venire a casa ma accompagnarlo direttamente.
Spero possano essere indicazioni a lei utili e chiare.
Cordialmente rimango a disposizione,
Dott.ssa Casumaro Giada
Gentile Signora,
grazie per aver condiviso la sua preoccupazione, più che legittima, per lo stato d'animo di suo figlio in questo periodo.
Iniziamo col dire che imporre a suo figlio di parlare con uno psicologo non è consigliabile e può essere deleterio, più che vantaggioso. Avergli proposto l'opzione è tutto quello che poteva fare, con il tempo sarà lui a capire se vorrà contare su quel tipo di supporto per ricercare maggiore benessere personale.
Sul perché suo figlio si stia comportando in questo modo, le risposte sono possono essere trovare nel processo di cambiamento che tutti gli adolescenti affrontano, che prima chi dopo, processo che mette alla prova l'autostima del ragazzo, forgia il suo carattere futuro, lo costringe a imparare attraverso gli errori e i fallimenti.
E' difficile da credere, ma è necessario che lui viva questi momenti critici. E' importante che lui metta in dubbio sé stesso e che maturi nuova consapevolezza di ciò che vuole e di ciò che lo rende felice. Deve poter vivere tutto lo spettro delle emozioni umane, senza filtri e senza qualcuno che cerchi di proteggerlo. Così, diventerà un giovane adulto responsabile.
Il compito di voi genitori è di essere presenti in questa sua fase di crescita. Di affiancarlo nelle scelte e, talvolta, nella sofferenza. Di essere un modello di ispirazione per lui, soprattutto nei valori con cui l'avete cresciuto. La sua sensibilità le fa onore e certamente rende merito del buon lavoro che avete fatto finora con i vostri figli. Dovrete però rispettare i tempi di vostro figlio nel riflettere su quanto gli sta accadendo e di sviluppare il suo piano di resilienza nelle situazioni che affronta quotidianamente. Vedrà che saprà uscirne e troverà in voi il sostegno che serve quando lo riterrà importante.
Dal suo racconto si evince che negli ultimi mesi ci siano stati episodi emotivamente molto salienti, come la vostra separazione, amore trovati e poi persi, e magari altre cose che non vi racconta (come fanno tutti i ragazzi). Starsene per conto suo è anche un modo per riflettere e per comprendere meglio sé stesso, proprio alla luce delle difficoltà.
Non c'è da disperare, anzi è proprio questo il momento di riporre fiducia nelle sue potenzialità di crescita e di rivalsa.
Vi auguro tutto il meglio, Dott. Antonio Cortese
Dott. Lorenzo Priore
Psicologo, Psicologo clinico
Firenze
Cara Mamma, difficile pensare che suo figlio non sia stato influenzato dal clima familiare e dato che la situazione sta precipitando consiglierei di rivolgersi urgentemente a un professionista. Le dinamiche familiari sono come reti che possono sostenere in momenti di difficoltà o intrappolare e soffocare nel momento dell'affaccio all'autonomia e all'indipendenza. Gli adolescenti sono sensibili e tendono implicitamente elaborare ciò che lei e suo marito non riuscite ad elaborare quindi onde evitare il peggioramento dalla situazione vi invito a muovervi attivamente.
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Buongiorno,

da ciò che racconta, suo figlio sembra attraversare un periodo di profonda difficoltà, che si manifesta con chiusura, disinteresse, calo di rendimento scolastico e ritiro dalle attività che prima gli davano piacere. È comprensibile la sua preoccupazione: questi segnali possono indicare un disagio interiore che, a volte, può sfociare in una forma depressiva o in una crisi evolutiva legata all’adolescenza.

A questa età, infatti, molti ragazzi si trovano a dover ridefinire la propria identità, il senso di sé, il rapporto con gli altri e con la famiglia. Eventi come la fine di una relazione, difficoltà scolastiche o un clima familiare teso (come la separazione dei genitori) possono rappresentare fattori scatenanti o aggravanti di un malessere già presente.

È importante che lei continui a mostrargli vicinanza, anche se lui ora rifiuta il dialogo. Spesso, in queste fasi, i ragazzi non riescono a esprimere ciò che provano e reagiscono chiudendosi o mostrando indifferenza. Eviti di forzarlo o di colpevolizzarlo: la sua presenza calma e costante può essere un punto di riferimento importante, anche se apparentemente lui la respinge.

Riguardo allo psicologo “forzato”, in genere è preferibile evitare un approccio troppo impositivo, perché potrebbe aumentare la resistenza. Tuttavia, può essere utile proporre l’idea in modo diverso: ad esempio, spiegando che non è un “problema” da risolvere ma uno spazio in cui può parlare liberamente, senza giudizi. In alcuni casi, un primo incontro conoscitivo, anche solo con i genitori, può aiutare a capire come procedere e quale modalità adottare per avvicinare il ragazzo al percorso.

Vista la complessità della situazione — scolastica, relazionale e familiare — è fortemente consigliato rivolgersi a uno specialista che possa valutare il caso in modo approfondito e supportare la famiglia nel gestire al meglio questa fase delicata.

Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Gentilissima, la situazione che descrive merita particolare attenzione. Il ritiro così deciso di suo figlio si colloca in una situazione di particolare accumulo di "perdite" che non poteva lasciarlo indifferente. L'essere lasciato dalle fidanzate ha evidentemente pesanti ripercussioni sulla sua emotività. Il sembrare "anaffettivo" non significa che non provi empatia o sentimenti ma potrebbe anche significare che egli tema di sentirsi eccessivamente ferito e per questo mantenga una certa “distanza di sicurezza” emotiva dalle persone (questa potrebbe anche essere la causa della rottura delle sue relazioni sentimentali). La separazione tra voi genitori genera un clima pesante che non può non avere una ricaduta sui figli. Ritengo che si debbano mettere in campo, con una certa urgenza, una serie di azioni: innanzitutto regolare la relazione tra adulti (ricorrendo ad una mediazione se necessario) in modo da creare le condizioni per "alleggerire" il clima domestico. Contestualmente occorre che come coppia genitoriale condividiate il punto di vista di ciò che sta accadendo a vostro figlio. È probabile, infatti, che ciascuno di voi dia un peso diverso al ritiro del ragazzo; uno potrebbe problematizzarlo, l’altro neutralizzarlo sottostimando i rischi. Sebbene non voluta dal ragazzo ritengo sia necessaria una valutazione per comprendere la reale portata della problematica, dell’impatto che ha sul ragazzo e della strategia da attuare nell’occasione dell’intervento terapeutico.
Il tema si sposta, quindi, sul come far condividere al ragazzo l’idea di sottoporsi ad una valutazione.
La chiave di volta è non fargli sentire che "la colpa è sua" o che "deve andare in terapia per curarsi". Il malessere del ragazzo potrebbe essere un sintomo di un malessere che riguarda l’intero sistema familiare. In questo senso, ciascun membro della famiglia deve impegnarsi a prendersi cura di se stesso e di tutti gli altri membri della famiglia.
Dott.ssa Iolanda Esposito
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Firenze
L'adolescenza è un periodo complesso e di grandi cambiamenti che pone molte sfide anche relazionali, all'interno e all'esterno della famiglia. Come genitori è importante ascoltare, osservare e rispettare i nuovi spazi di autonomia e riservatezza dei figli. Mostrarsi disponibili senza forzature (psicologo in primis). Se i cambiamenti di vostro figlio la preoccupano e non sono immediatamente comprensibili, potrebbe essere utile per voi genitori rivolgervi ad un professionista per capire meglio come affrontarli e come essere d'aiuto. Un caro saluto
Buongiorno,
capisco profondamente la sua preoccupazione, da quello che descrive, sembra che suo figlio stia attraversando un periodo di grande fragilità emotiva. Non c’è una sola causa, ma una serie di situazioni che si sono probabilmente sommate nel tempo, il peso della scuola, le delusioni affettive, il cambiamento nel contesto familiare e quella naturale confusione che accompagna l’adolescenza. A 17 anni si è in una fase molto complessa, dove si comincia a cercare la propria identità e spesso ci si sente disorientati.
Quando un ragazzo si chiude, smette di studiare o di dedicarsi alle passioni, probabilmente non è perché non ha voglia, potrebbe essere spesso un modo per difendersi da un dolore che non riesce a esprimere. Il silenzio, la distanza sono segnali che qualcosa dentro di lui fa fatica a trovare spazio, ma anche che, in un certo senso, sta cercando di gestirlo a modo suo.
Capisco il suo desiderio di chiedere aiuto a uno psicologo, e in effetti sarebbe molto importante. Tuttavia, forzarlo a incontrare qualcuno potrebbe ottenere l’effetto contrario, lui potrebbe viverlo come un’invasione e chiudersi ancora di più. Forse il primo passo potrebbe essere diverso, cercare lei un supporto psicologico, anche solo per qualche incontro, per ricevere strumenti su come parlargli, come interpretare i suoi segnali e come sostenerlo in modo efficace. Spesso, quando il genitore cambia approccio, anche il figlio lentamente si apre.
Nel frattempo, provi a stare accanto a lui con calma, senza insistere troppo su scuola, sport o risultati. Gli faccia sentire che lei c’è, che non lo giudica, che non ha bisogno di fare qualcosa per meritarsi il suo affetto. A volte basta una presenza tranquilla, cucinare insieme, guardare un film, uscire anche in silenzio, per fargli capire che può fidarsi e che non deve difendersi da lei.
Non si colpevolizzi, un genitore non può controllare tutto, e ciò che vive suo figlio non è colpa di nessuno. È una fase difficile, ma non definitiva. Con il tempo e con l’aiuto giusto, può davvero riprendersi. Un caro saluto
Dott. Antonio Fumagalli
Psicoterapeuta, Psicologo
Milano
Cara mamma,
comprendo profondamente la sua preoccupazione: ciò che sta vivendo con suo figlio è una situazione che mette a dura prova qualsiasi genitore. Il ritiro improvviso, il calo del rendimento, la perdita d’interesse per scuola e sport e la chiusura nel dialogo sono segnali di un disagio che merita attenzione, ma che può essere affrontato con i giusti strumenti e tempi.

Durante l’adolescenza, soprattutto intorno ai 16–17 anni, i ragazzi attraversano un periodo di grande confusione identitaria: cercano di capire chi sono, cosa vogliono e quanto valgono.
Nel caso di suo figlio, diversi fattori sembrano aver contribuito al suo malessere:
• la separazione tra lei e il papà, che può aver intaccato il suo senso di sicurezza emotiva;
• le delusioni affettive, vissute come ferite profonde anche se lui sembra “non farci caso”;
• la perdita di fiducia nelle proprie capacità dopo anni in cui si era sempre sentito “il bravo ragazzo”;
• un possibile vissuto depressivo o ansioso, che lo porta a isolarsi e a “spegnersi” verso ciò che lo circonda.

In questi momenti è importante non forzarlo, ma mostrarsi presenti e disponibili, con messaggi semplici e accoglienti:

“Capisco che non ti va di parlare ora, ma io ci sono quando vuoi.”

Eviti discorsi motivazionali diretti (“devi reagire”, “sei forte”), perché rischiano di farlo sentire ulteriormente inadeguato.
Può invece essere utile che lei stessa si confronti con uno psicoterapeuta, anche solo per ricevere indicazioni su come gestire il suo silenzio e capire quando intervenire.

Quanto alla possibilità di proporre un aiuto psicologico, se lo vive come un’imposizione potrebbe chiudersi ancora di più. È meglio presentarlo come un’occasione per alleggerirsi, per capire cosa gli sta succedendo, piuttosto che come una “cura”. A volte basta dire:

“Vorrei che parlassi con una persona che ascolta i ragazzi della tua età, per capire se può aiutarti a stare un po’ meglio. Non devi impegnarti per forza, provi solo un incontro.”

Nel suo caso, una psicoterapia breve ad orientamento ipnotico può essere molto indicata. L’ipnosi clinica, usata in modo moderno e rispettoso, aiuta gli adolescenti a:
• recuperare fiducia e motivazione;
• ridurre ansia e chiusura;
• elaborare emozioni confuse o trattenute;
• migliorare l’autostima e la percezione di sé.

È importante che il professionista abbia esperienza specifica con adolescenti; molti offrono anche sedute online, utili per mantenere la continuità quando il ragazzo si sente più a suo agio a distanza.

Le suggerisco quindi di contattare un/una terapeuta che lavori con questo approccio e di valutare un primo colloquio conoscitivo, anche solo tra lei e il professionista.
Con il giusto sostegno, suo figlio può ritrovare gradualmente la fiducia in sé e il desiderio di ripartire.

Un caro saluto, dott. Antonio Fumagalli
Dott.ssa Shana Baratto
Psicologo, Psicologo clinico
Levico Terme
Gentile mamma,
grazie per la sua condivisione. Mi arriva la sua "disperazione" ed anche l'impotenza per il non sapere cosa fare, o meglio per il "non poter fare".
Suo figlio sta attraversando una delle fasi evolutive più complesse, l'adolescenza: il suo corpo sta cambiando, le sue relazioni in famiglia devono trovare nuovi confini, inizia a costruire la sua identità, e aggiungo anche la sua identità sessuale, le relazioni amicali devono trovare nuovi equilibri e iniziano le prime relazioni sentimentali ed i primi momenti di intimità (e non mi riferisco solo all'aspetto fisico); l'ultimo triennio della scuola superiore, inoltre, diventa un vero e proprio ponte per il futuro lavorativo e, più in generale, per l'età adulta.
In questo momento, già di per sé delicato, va a sovrapporsi la separazione dei propri genitori; i quali hanno espresso la loro intenzionalità nel volersi separare, ma al momento si trovano ancora sotto lo stesso tetto, con tutto ciò che implica a livello emotivo/relazionale. Sebbene suo figlio si trovi in una fase di vita che richiede una differenziazione dai propri genitori, i genitori rimangono comunque un elemento fondamentale per la sua crescita e questa situazione di separazione potrebbe provocare una certa instabilità, anche nel suo sentire.
Detto questo, suo figlio non ha chiuso una finestra di dialogo con lei e questa è sicuramente una risorsa; quando lei chiede a lui se c'entra la ex, lui dice no. Provi a dare fiducia a suo figlio e al suo sentire, provi ad accogliere la sua necessità di stare un pò solo, per comprendere cosa sta accadendo, dentro di lui e nel suo ambiente.
Quello che le suggerisco è di intraprendere un percorso di sostegno alla genitorialità (se ve ne è la possibilità anche coinvolgendo suo marito) per capire come poter sostenere suo figlio in questo momento delicato; e magari coinvolgendo, in un secondo momento, l'intera famiglia (se ho capito bene parla di un fratello gemello). Suo figlio in questo momento è portatore di un malessere che sicuramente lo coinvolge, ma che mi sembra essere presente in tutto il campo familiare: parla di "aria pesante", ma è l'aria che respirate tutti, ognuno reagendo alla propria maniera.
Rimango a disposizione, anche online.
Cordialmente,
dott.ssa Baratto
Psicologa Clinica - Psicodiagnosta - Formatrice - Psicoterapeuta della Gestalt in formazione
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Bruino
Gentile Signora,
capisco bene la sua preoccupazione: vedere un figlio chiudersi così, dopo un periodo in cui sembrava stare meglio, è molto difficile e può far sentire impotenti. Da ciò che racconta, sembra che suo figlio stia attraversando una fase di forte ritiro e disinvestimento, che non nasce da un solo evento (come la ragazza o la scuola), ma probabilmente da un insieme di fattori emotivi e di crescita.
L’adolescenza, soprattutto intorno ai 16-17 anni, è un momento in cui molti ragazzi si trovano a fare i conti con il senso di sé, con la propria identità e con la percezione di riuscire o meno a “funzionare” nel mondo. A volte, quando qualcosa dentro si incrina — una delusione affettiva, la tensione familiare, la fatica di sentirsi all’altezza — il ragazzo reagisce chiudendosi, smettendo di investire, come se dovesse proteggersi da ulteriori ferite. Non è disinteresse vero e proprio, ma una forma di difesa.
È importante non forzarlo né con la scuola né con lo psicologo, perché il rischio sarebbe farlo sentire “sbagliato” o controllato. Ma allo stesso tempo è utile che senta che gli adulti intorno a lui sono presenti, che non si spaventano del suo silenzio e che lo prendono sul serio.
Può dirgli qualcosa come:
“Mi preoccupo perché ti voglio bene e vedo che ti stai chiudendo. Non voglio forzarti, ma vorrei che qualcuno ti aiutasse a capire cosa stai provando. Possiamo trovare insieme una persona di cui ti fidi, e provare solo un incontro.”
A volte basta sapere che c’è uno spazio neutro, non giudicante, per far sì che il ragazzo accetti di parlarne. Se invece si oppone con forza, può intanto rivolgersi lei a uno psicologo o a un servizio per genitori e adolescenti, per capire insieme come muoversi — anche questo è un modo di aiutarlo, senza forzarlo.
Il suo silenzio non è indifferenza, è un segnale di sofferenza. Il fatto che fino a poco tempo fa funzionasse bene a scuola e nello sport mostra che dentro di lui ci sono molte risorse: ora ha solo bisogno di essere aiutato a ritrovare un punto di fiducia.
Resto a disposizione per aiutarla a capire meglio i prossimi passi o per individuare un servizio di supporto adatto.
Un caro saluto,
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Buona sera, a 17 anni portare il figlio dallo psicologo senza il suo consenso non mi pare una buona idea.
Forse potrebbe cercare di far comprendere a suo figlio che necessita di un aiuto per capire cosa gli succede e poter gestire lui stesso la sua vita. Prospettandogli qualche incontro con un professionista che non lo giudica e non un lungo percorso. Molto probabilmente poi sarà lui stesso a voler andare avanti nel percorso di aiuto.
Dott. Francesco Paolo Coppola
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Napoli
Cara,
Quando tuo figlio si chiude, per te il suo silenzio diventa un dolore lancinante e ogni gesto sembra sbagliato.
Ma la verità è che non tutto si può aggiustare subito con una risposta, e soprattutto non da soli.
Tuo figlio ha bisogno di serenità e di spazio.
Assorbe tutte le tensioni familiari — ma anche tu hai bisogno di fermarti un momento, di capire che lui sta attraversando una fase delicata della crescita, aggravata dal conflitto che lo investe in pieno. In questa situazione serve uno sguardo esterno: qualcuno che possa aiutarti a dare un senso al suo comportamento e a riportare equilibrio nella relazione. Vedi, quando una madre vive in un clima di separazione, con un marito ancora in casa, ogni parola si carica di significati doppi: parli a tuo figlio, ma nelle tue parole passano emozioni, rabbia, rimpianto, smarrimento. È inevitabile. Così ogni “reagisci” o “ti prego, fai qualcosa” diventa un grido che nasce più dal tuo dolore che dall’ascolto. Quando un figlio smette di studiare, di allenarsi o di parlare, spesso non sta rinunciando alla sua vita: la sta proteggendo da una pressione eccessiva. Il suo isolamento è una difesa, un modo per mettere distanza e salvare la sua interiorità, ma è anche una reazione attiva: esprime il suo dissenso, manifesta una protesta e viene spesso equivocata esclusivamente come depressione. Se vuoi davvero aiutarlo, prima devi alleggerirti e chiederti dove stai andando tu. Lo psicologo può essere utile, ma non come imposizione. Non si può “forzare” un percorso interiore: funziona solo se chi lo intraprende lo sente come necessario. Comincia tu, se puoi. Fatti aiutare a comprendere le tue emozioni, a ritrovare forza e chiarezza. Quando troverai un po’ di pace, anche lui la percepirà. Chiedere aiuto non è debolezza, ma forma di forza. E il modo migliore per accompagnarlo non è spingerlo, ma mostrargli una madre che si rimette in cammino, che trova qualcuno con cui parlare, che ricomincia a respirare. Quando tornerai a vivere un po’ più leggera, lui lo sentirà. E forse, in silenzio, comincerà a seguirti. Perché i figli, anche quando si chiudono, ascoltano lo stato emozionale della madre: non le sue parole, ma la sua pace. E quando quella pace ritorna, anche loro trovano la strada per uscire dal buio.
Dr. Simone Gagliardi
Psicologo, Psicologo clinico
Brescia
Buongiorno,
da quanto descrive emerge un cambiamento progressivo nel comportamento di suo figlio, in cui la perdita di motivazione e l’isolamento sembrano essersi sostituiti alla vitalità e al senso di competenza che aveva in passato. Appare come se, a partire dalle prime delusioni affettive e in un contesto familiare teso, si fosse progressivamente ritirato da tutto ciò che prima lo faceva sentire efficace.

In questa fase non sembra tanto rifiutare la scuola o lo sport in sé, quanto evitare ogni situazione che lo rimetta a confronto con la sensazione di non essere più “all’altezza”. Il silenzio e la chiusura possono quindi essere una forma di difesa più che un rifiuto.

Il punto di cui parla pare porla davanti alla possibilità di non forzarlo in questo momento, ma di offrirgli una presenza ferma e costante, senza richieste immediate. Uno psicologo può essere utile, ma più che imporlo, può esserle utile iniziare lei un confronto professionale, per capire come creare le condizioni affinché lui possa accedervi senza viverlo come un’ulteriore pressione.
Dott.ssa Virginia Bosca
Psicologo, Psicologo clinico
Calizzano
Buongiorno, capisco la sua preoccupazione nel vedere suo figlio finora brillante scivolare così, forse non riesce a stare al passo con le richieste? Se vorrà, io mi occupo anche di adolescenza e sostegno alla genitorialità, se volesse iniziare un percorso per lei o suo figlio online così da approfondire la situazione.
Dott. Fabio Romano
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Bologna
Buonasera! Posso solo provare ad immaginare quanto sia preoccupata e spaventata. Le difficoltà dei figli scatenano nei genitori sentimenti contrastanti e difficili da contenere: senso di colpa, impotenza, angoscia per il futuro. Considerato i limiti del contesto e dello strumento, proverò ad offrire un piccolo contributo di pensiero. Una premessa è doverosa: “stiamo parlando DI suo figlio e non CON suo figlio”. Proviamo a non dare per scontato ciò che il ragazzo prova, vive, sente. Poiché “non risponde”, dobbiamo accettare di non sapere e cercare di raggiungerlo lì dove si trova. Suo figlio, in questo momento, non è disposto a condividere e tantomeno ad accettare una consulenza psicologica. Perché non coinvolgere tutta la famiglia?! Pensavo che mamma, papà e figli potrebbero chiedere una consulenza familiare per analizzare questa “aria pesante” di cui parla, per capire come intervenire e a che livello (individuale, di coppia, della famiglia). Sareste tutti ugualmente coinvolti, responsabili, partecipi. In questo modo il ragazzo potrebbe sentirsi alleggerito dai sensi di colpa, dalla vergogna, dalla rabbia, perché mamma, papà e fratello condividono le responsabilità, le difficoltà e gli sforzi per farvi fronte. “Lo psicologo forzato” per tutti potrebbe essere meno minaccioso e meno giudicante. In bocca al lupo per tutto
Dott.ssa Teresita Forlano
Psicologo clinico, Sessuologo, Psicoterapeuta
Roma
Cara mamma disperata ( come lei si definisce), perché solo lei chiede aiuto? Suo marito quanto si preoccupa di quanto accade?
Se c'è un malessere in casa dovuto ad una separazione, si dovrebbe partire anche da questo; capire se il disagio di suo figlio esprime qualcosa che non state attentamente prendendo in considerazione. Parlate assieme con lui, il padre è fondamentale, non solo lei.
Suggerisco, di incontrare (padre e madre) uno psicologo che possa orientarvi ad una comprensione giusta di quanto accade ed occorre.
Buona serata, dottoressa Teresita Forlano
Dott. Diego Ferrara
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Quarto
Buonasera,

suo figlio si trova in una fase della vita molto delicata che è quella dell'adolescenza, dove tutto scorre molto velocemente e anche le crisi potrebbero rappresentare qualcosa di transitorio. All'età di suo figlio i ragazzi non sono ne uomini ne bambini e sono alla ricerca di una propria strada e di una propria identità. Lasci una porticina aperta nel caso le voglia parlare ma non forzi la mano nel voler sapere a tutti i costi cosa gli stia accadendo; aggiungo inoltre che la storia della separazione tra lei e suo marito andrebbe meglio esplorata a livello familiare rispetto al tipo di ricadute che potrebbe avere. I comportamenti di suo figlio potrebbero esser pure un tentativo di far riconciliare lei con il papà, proprio occupandosi di lui e delle sue medesime problematiche.

Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
Buonasera, percepisco il suo stato d'animo di madre preoccupata e la capisco. La demotivazione e le difficoltà relazionali del ragazzo saranno di sicuro una conseguenza di qualche sofferenza interna che non vuole esternare, forse perchè sarà sensibile e vuole preservare anche lei da ulteriori preoccupazioni. Molto probabilmente il suo disagio sarà venuto fuori assorbendo l'aria pesante di cui parla, la dichiarazione della separazione e la situazione non ancora definita tra sua madre e suo padre. Provi ancora a parlarci, a chiedergli appunto se questa situazione fra i genitori lo faccia soffrire, più che altro per fargli sentire la sua vicinanza e per fargli capire che lei, come madre, conosce le possibili ragioni di questa involuzione. Gli sia sempre vicino, rimanga il suo riferimento anche per trasmettergli il concetto che i genitori, a prescindere da quello che succede tra di essi, sono sempre presenti e amano i propri figli. Nel frattempo, è sempre bene non discutere della separazione con loro o davanti a loro. Le auguro miglioramenti.
Dott.ssa Valeria Randisi
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Casalecchio di Reno
Buonasera Signora, non si può fare una valutazione del caso in tale sede ma mi sembrerebbe che gli eventi recenti, sia familiari che personali, abbiano destabilizzato parti di suo figlio che non erano così forti da sostenere tutto. Le suggerirei di intraprendere un percorso familiare e vedere se, in un secondo momento o parallelamente, suo figlio accetterebbe un percorso personale. Non è una situazione semplice ma con gli aiuti giusti vedrà che riuscirete a risolvere.
Cordiali saluti
Dott.ssa Valeria Randisi
Dott.ssa Lavinia Sestito
Psicologo clinico, Psicologo
Roma
Buongiorno,
mia cara signora lo psicologo a casa assolutamente NO.
Già suo figlio è in protezione così, pensi con un estraneo dentro casa.
Penso che lei potrebbe iniziare un suo percorso di terapia, per capire cosa accada tra lei e suo marito e di conseguenza con suo figlio, in fondo ha saputo solo a giugno, con certezza, che vi sareste separati. Ma chissà da quanto lo sospettava.
Le medie sono un periodo molto diverso dal liceo e dalla adolescenza che lo "abita" in questo momento.
So che è difficile, ma se ne esce, prima gli adulti, poi i ragazzi.
Un caro saluto
Lavinia
Dott.ssa SONIA SIMIONATO
Psicologo, Psicologo clinico
San Martino di Lupari
Buongiorno signora, lo psicologo sarebbe sicuramente utile a suo figlio ma c'è il rischio che lo avverta solo come un obbligo e non collabori con il professionista e che, per di più, si chiuda ancora di più con lei. Quello che posso dirle intanto è semplicemente di stare accanto a suo figlio offrendogli una vicinanza anche silenziosa, accettandolo nelle sue fragilità e facendogli capire che lei c'è, che non serve essere sempre forti e va bene "mollare" ogni tanto... capisco che la scuola sia importante ma penso anche sia prioritario in questo momento prendersi cura della salute mentale di questo ragazzo. Le superiori per molti giovani sono più complicate, si cresce, ci sono dinamiche diverse nella relazione tra pari...poi sicuramente la separazione tra lei e suo marito non è passata in sordina ma ha inciso sul suo disagio e sul peggioramento della situazione.
Ad ogni modo, servono molte più informazioni per avere un quadro chiaro dell'origine del disagio di suo figlio, sarebbe necessaria una valutazione approfondita. Forse potreste cominciare lei e suo marito con un percorso psicologico, sia per quanto riguarda il vostro rapporto di coppia (non intendo necessariamente per risolvere i vostri problemi di coppia ma per rendere questa fase di separazione il più possibile pacifica e serena) sia per parlare della situazione con suo figlio, perchè molto probabilmente le due cose sono collegate.
Dott.ssa Francesca Giusti
Psicologo, Psicologo clinico
San Miniato Basso
Cara "mamma disperata",
arrivano chiaramente la tua preoccupazione e il timore nel vedere uno dei tuoi figli chiudersi e trincerarsi in un silenzio che appare incomprensibile.
Mi sembra di capire che gli eventi degli ultimi tempi lo abbiano sollecitato non poco e, per una persona abituata ad "eccellere", può essere doppiamente frustrante scoprire che, a volte, gli strumenti a disposizione non sono sufficienti.
Inoltre, da quello che ho capito, tutta la famiglia sta vivendo un momento di passaggio e non è infrequente in questi casi rivolgersi ad un professionista: può essere un momento turbolento, che apre a grandi cambiamenti, a cui non sempre si è pronti.
Chiudo condividendo una riflessione: più che fare il possibile (e l'impossibile) per "tirare su" suo figlio (le forzature rischiano molto spesso di andare a vuoto), cosa succederebbe se si sedesse accanto a lui, anche solo per accogliere i suoi silenzi, e raggiungerlo dove lui si trova in questo momento?
Un caro saluto
Dott. Andrea Boggero
Psicologo, Psicologo clinico
Genova
Buongiorno, grazie per aver condiviso con tanta sincerità la sua preoccupazione. Dalle sue parole si percepisce quanto stia vivendo questo momento con grande apprensione e quanto desideri capire cosa stia succedendo a suo figlio per poterlo aiutare nel modo migliore. Quando un genitore vede un cambiamento così marcato nel comportamento del proprio ragazzo è naturale sentirsi disorientati, pieni di domande e con la sensazione di non sapere quale sia la strada giusta da percorrere. L’adolescenza è una fase della vita molto intensa e complessa. In questi anni i ragazzi attraversano profondi cambiamenti emotivi, identitari e relazionali. Spesso quello che dall’esterno appare come disinteresse o chiusura può in realtà essere il segnale di una fatica interiore che il ragazzo non riesce ancora a esprimere con le parole. Alcuni adolescenti, soprattutto quelli più introversi o abituati a tenere molto per sé ciò che provano, reagiscono alle difficoltà proprio ritirandosi e riducendo il contatto con gli altri. Nel suo racconto emergono diversi elementi che potrebbero aver avuto un peso nel tempo. Il passaggio dalle medie al liceo, le prime esperienze sentimentali e le delusioni che ne possono derivare, il cambiamento del rapporto con lo studio, la perdita di interesse per attività che prima erano fonte di soddisfazione come lo sport. A questo si aggiunge un momento familiare delicato, con la decisione di una separazione tra lei e suo marito e un clima in casa che lei stessa descrive come pesante. Per un ragazzo sensibile o con una certa fragilità nell’autostima, tutti questi fattori insieme possono generare una grande confusione emotiva. Quando un ragazzo che era sempre stato molto competente e riconosciuto nello studio o nello sport inizia a perdere fiducia in se stesso, può nascere dentro di lui la sensazione di non essere più all’altezza delle aspettative. A volte questa percezione porta a evitare proprio quelle situazioni che prima erano motivo di orgoglio. Non necessariamente perché non siano più importanti, ma perché diventano un terreno in cui si teme di non riuscire più a sentirsi adeguati. In alcuni casi il ritiro e il silenzio diventano una forma di protezione. Il fatto che negli ultimi giorni si sia chiuso ancora di più, evitando la scuola, lo sport e perfino il contatto con gli amici, è sicuramente un segnale che merita attenzione. Non significa automaticamente che si stia sviluppando qualcosa di grave, ma indica che sta attraversando un momento di difficoltà emotiva che probabilmente fatica a condividere. Quando i ragazzi dicono che stanno bene o che non vogliono parlare, spesso non significa che non stiano provando nulla. Piuttosto può indicare che non sanno come spiegare ciò che sentono oppure che temono di essere giudicati o non compresi. In questi momenti il modo in cui l’adulto si avvicina può fare molta differenza. Quando la preoccupazione è grande può venire spontaneo cercare risposte immediate, fare molte domande o spingere il ragazzo a reagire. Tuttavia alcuni adolescenti percepiscono queste sollecitazioni come una pressione ulteriore e tendono a chiudersi ancora di più. A volte può essere più utile creare piccoli spazi di vicinanza non necessariamente basati sul dialogo diretto, ma sulla presenza, sulla disponibilità ad ascoltare quando e se lui sarà pronto a farlo. Per quanto riguarda l’idea di un supporto psicologico, il timore di forzarlo è comprensibile. In molti casi i ragazzi inizialmente rifiutano questa possibilità perché la vivono come qualcosa che li fa sentire etichettati o perché temono di dover parlare di cose che non si sentono pronti ad affrontare. Allo stesso tempo, avere la possibilità di confrontarsi con una figura esterna alla famiglia può essere molto utile, soprattutto quando le emozioni sono difficili da condividere con i genitori. Talvolta il primo passo non è convincere il ragazzo che ha bisogno di aiuto, ma presentare questa possibilità come uno spazio di confronto libero, non come un obbligo o come qualcosa che significa che c’è un problema grave. Molti adolescenti accettano più facilmente quando sentono che non è una costrizione ma un’opportunità per essere ascoltati senza giudizio. In un percorso di tipo cognitivo comportamentale spesso si lavora proprio per aiutare i ragazzi a comprendere meglio i pensieri che hanno su se stessi, sulle proprie capacità e sul rapporto con gli altri. Quando un adolescente inizia a sentirsi inadeguato o perde fiducia nelle proprie risorse, questi pensieri possono influenzare molto il suo comportamento e portarlo a ritirarsi dalle attività che prima lo facevano stare bene. Comprendere questi meccanismi può aiutare gradualmente a recuperare sicurezza e motivazione. La sua attenzione e il suo desiderio di capire cosa stia succedendo a suo figlio sono già un segnale molto importante di cura e presenza. In momenti come questo può essere utile non sentirsi soli nel gestire la situazione. Anche per un genitore avere uno spazio di confronto con un professionista può aiutare a trovare modalità più efficaci per avvicinarsi al ragazzo e sostenerlo senza aumentare la pressione che già sente. Spesso, quando si riesce a leggere con maggiore chiarezza ciò che accade sotto la superficie dei comportamenti, diventa più facile accompagnare i ragazzi fuori da questi momenti di chiusura e aiutarli a ritrovare fiducia nelle proprie risorse. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero

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